Premio Tedeschi: è in edicola La meccanica del delitto

Alberto Odone
La meccanica del delitto
“Il Giallo Mondadori”
In edicola dal 5 luglio o in ebook

Era giovedì, la notte del fox-trot, il nuovo ballo americano arrivato da Berlino. Un ballo fatto per la velocità, come tutto quello che arrivava da oltreoceano. […] Era quello il vero spirito del nuovo secolo. La guerra era solo riuscita a frenarlo, ad allontanarlo un poco più in là. Non era più il tempo del valzer, ma del jazz.

In una Monaco battuta dalla pioggia, il Kriminalinspektor Kurt Meingast, insieme al fedele sergente Benko, indaga sull’omicidio di tale Kopke, un faccendiere ucciso dalla polizia: un omicidio “di Stato”, un’operazione apparentemente legittima che potrebbe celare una vera e propria esecuzione. Ma la notizia è oscurata da un altro omicidio: quello di Diana Lorenz, figlia di un uomo potente, assassinata brutalmente, trovata morta in un cantiere grazie ai suggerimenti del veggente Atmaveda.
Meingast, reduce di guerra claudicante come John Watson, afflitto da tremendi mal di testa e amnesie (eredità di una brutta ferita: “sulla cicatrice che dalla tempia sinistra correva fino all’attaccatura dell’orecchio. Non era una semplice ferita da schrapnel: era un passaggio da cui la memoria dei morti riguadagnava lo spazio dei vivi”), al ritorno dalla guerra è stato spostato in una specie di archivio. Un posto oscuro e defilato, inadatto a lui, che era uno dei poliziotti migliori, prima della guerra. Si muove in un territorio cupo e ostile, un Paese “dove la Luxemburg può essere abbattuta come un cane rabbioso in spregio a ogni procedura, e lo studente che ha assassinato Eisner sarà fuori entro cinque anni.”
E non ci sono solo i criminali: anche chi dovrebbe essere dalla sua stessa parte gli è ostile. Come Fischer e Grabowski, “gente legata all’estrema destra, e quindi ai Freikorps, agli Stahlhelm”.
Meingast “non aveva mai creduto molto in quello che alcuni colleghi chiamavano il fiuto dello sbirro. Ciò che contava per lui erano il metodo, la pazienza, la capacità di collegare gli eventi; il resto era solo folclore”; ma, mentre indaga, si ritrova sospeso in un’atmosfera irreale, in cui si sovrappongono presente e passato, realtà e fantasmi. La verità è insidiosa e sfuggente: alla fine “qualcuno avrà avuto scampo, nessuno giustizia”.

Alberto Lodone ha vinto il premio Tedeschi con un romanzo colto, ricco di riferimenti cinematografici, denso di dettagli e stilisticamente ineccepibile. Gli ho fatto qualche domanda:

AB – Intanto due righe su di te: chi sei, cosa fai nella vita?
AO – Vivo a Vercelli, ho una laurea in Economia Aziendale (sono un bocconiano) e mi occupo di Attività Economiche per il mio Comune. Da molti anni pratico e insegno yoga.

AB – Stai esordendo brillantemente nel Giallo Mondadori, da vincitore del Premio Tedeschi, con un giallo storico, ambientato nella Germania degli anni Venti: come mai un romanzo storico e come mai proprio quel periodo (un periodo oscuro, tragico e forse meno “battuto” di altri sentieri)?
AO – La II Guerra Mondiale è il teatro di una infinità di romanzi di tutti i generi, ma è il momento in cui la tragedia è già manifesta, dispiegata. Io sono più interessato ai momenti in cui le cose nascono, in cui cominciano a proiettare le prime vaghe ombre, ed è per questo che trovo così interessanti gli anni ’20: perchè, in potenza, vi è già contenuto tutto il ventennio a venire, con il suo immmane carico di dolori. Per quanto riguarda il mio interesse per il romanzo storico (anche se non scrivo solo quello) mi piace la sfida a ricostruire e poi restituire un mondo ormai perso.

AB – Il periodo storico in cui è ambientato “La meccanica del delitto” è un periodo molto confuso, cupo e violento. Ha qualcosa in comune con il mondo di oggi?
AO – Vi sono certamente punti in comune, soprattutto l’impressione che le cuciture di un mondo che credevamo tessuto solidamente stiano per cedere. Rispetto a quei tempi però abbiamo un grande vantaggio: l’esempio delle cose accadute, anche se la caparbietà dell’uomo nell’indulgere nei medesimi errori è davvero indomabile.

AB – Chi è Kurt Meingast? A chi si ispira, quali sono i suoi riferimenti storici e culturali?
AO – In una letteratura in cui è abbastanza di moda dire che il protagonista è un antieroe io dico proprio il contrario: Meingast è un eroe, perché è un uomo che fa ciò che va fatto, o almeno ci prova con tutte le forze. È un uomo rigido, tutto d’un pezzo, che arriva però a scendere a compromessi quando comprende che è l’unico modo per ottenere giustizia. Certo è un personaggio complesso, con molte debolezze e molti limiti, che si incastona idealmente nella galleria dei miei riferimenti più alti: Schiavone, Veneruso, monsignor Verzi.

AB – Cosa hai pensato quando hai saputo di essere stato prima preselezionato, poi prescelto, come vincitore del Premio Tedeschi?
AO – Ai premi ho una certa abitudine, ho vinto il Gran Giallo e L’orme Gialle, sono stato finalista al Calvino, ma il Tedeschi mi ha dato la netta sensazione di aver oltrepassato un confine. Guardo i miei predecessori nell’albo d’oro, penso all’ammirazione che ho provato leggendo i loro libri e mi rendo conto di essere entrato in una famiglia molto ristretta e molto prestigiosa.

Vincitore del Premio Tedeschi con la seguente motivazione
La redazione del Giallo Mondadori
ha deciso di assegnare il
PREMIO TEDESCHI 2018
per il miglior giallo italiano inedito a
LA MECCANICA DEL DELITTO
di Alberto Odone
con la seguente motivazione:
In una Monaco d’inizio anni Venti
tenebrosa e popolata di ombre,
dipinta con forza visionaria
sull’orlo del baratro che inghiottirà l’Europa,
il tormentato ispettore Meingast,
antieroe dall’originalissimo sguardo scientifico,
è forse l’ultimo tutore della legge
per cui la legge significhi ancora qualcosa,
prima che gli assassini salgano al potere
e il crimine si insedi nel cuore dello Stato.

Viveca Sten: Sandhamn, l’incantevole isola del crimine

Viveca Sten
L’estate senza ritorno
Marsilio, 2018 (Originale svedese I stundens hetta, 2014)
Traduzione di Alessia Ferrari

È appena uscito L’estate senza ritorno di Viveca Sten, il quinto romanzo della serie ”Omicidi a Sandhamn” (ma il quarto pubblicato in Italia). Ho una certa predilezione per i crime scandinavi e i romanzi della Sten non fanno eccezione.

L’estate senza ritorno inizia nel giorno di Midsommar, una delle festività più importanti in Svezia. L’isola di Sandhamn si riempie di gente, soprattutto giovani, che festeggiano l’inizio dell’estate. È un’occasione gioiosa che si trasforma in un incubo quando viene ritrovato il cadavere del giovane Viktor, figlio del famoso imprenditore Johan Ekengreen.
L’ispettore Thomas Andreasson viene coinvolto nelle indagini ma anche Nora Linde, avvocato, in vacanza sull’isola con il nuovo compagno e i rispettivi figli, si trova suo malgrado a esserne protagonista, invischiata oltretutto in uno psicodramma familiare.

L’autrice è appena stata in Italia, al Salone del libro di Torino, e ho colto l’occasione per una breve intervista (Il copyright della foto è del fotografo Thorn Ullberg).

AB – Ciao, Viveca! Innanzitutto, benevenuta! Ti piace l’Italia?
VS – L’Italia è sempre meravigliosa da visitare!

AB – Devo confessare una particolare predilezione per i gialli scandinavi, dovuta principalmente alle ambientazioni. Tu hai scelto di ambientare la tua serie di romanzi a Sandhamn, una meravigliosa piccola isola dell’arcipelago di Stoccolma. Ho letto che questa scelta è motivata dall’affetto che hai per questo luogo.
VS
– Hai assolutamente ragione, Sandhamn è il posto che mi è più caro e quello da cui traggo l’ispirazione, anche in inverno, quando il silenzio e l’oscurità incombono sull’isola. È esattamente lì – nel mezzo della calma e in assenza di turisti e vacanzieri – che i crimini e le storie appaiono nella mia mente. Quando guardo fuori dalla finestra, seduta nella mia poltrona preferita, sul portico, l’spirazione inizia a fluire.

AB – Concordo, e tuttavia mi chiedo: non temi l’‟effetto Jessica Fletcher”? Voglio dire, la gente potrebbe pensare che, come a Cabot Cove, anche a Sandhamn ci sono così poche persone e così tanti crimini…
VS
– Beh, i lettori dovranno farsene una ragione, anzi, direi che apprezzano molto!

Veduta dell’isola di Sandhamn – Copyright Viveca Sten

AB – Nora e Thomas sono i protagonisti dei tuoi romanzi, ben otto, finora. Quando hai scritto il primo, avresti mai immaginato che avrebbero avuto una vita letteraria così lunga?
VS – Sono estremamente grata e felice per il lungo percorso che i lettori, sia in Svezia che in altri Paesi, hanno regalato non solo a me, ma anche a Nora e Thomas. Si è sviluppata quasi una relazione affettiva, il pubblico è davvero affezionato a Nora e Thomas e di questo sarò per sempre grata, è una cosa che mi scalda il cuore.

AB – Senza rivelare troppo della trama, possiamo però dire che L’estate senza ritorno parla di crimini, certo, ma anche di tematiche attuali. I teenager tendono ad avere “vite segrete” di cui i genitori non sanno nulla. I teenager bevono troppo. I teenager mentono e si “smarriscono”. Pensi che, ai giorni nostri, sia più difficile essere teenager o genitore?
VS – Penso che sia difficile per gli uni e per gli altri. Essere adolescente sarà sempre una sfida e per molti si tratta di una fase difficile prima dell’età adulta. Ma credo che lo sia anche per i genitori. Le preoccupazioni, le ore piccole, le feste eccetera, sono cose con cui tutti i genitori di tutte le generazioni si sono dovuti confrontare. Adesso ci sono anche i social media, che sono fonte di enorme stress e che, sfortunatamente, possono essere anche un’arma nelle mani dei bulli. Crescere un adolescente è reso certamente più difficile dalla presenza dei social media.

AB – Nella tua esperienza, quando si parla di affrontare tematiche sociali, la Svezia si colloca meglio o peggio, rispetto agli altri Paesi europei?
VS – Ritengo che in Svezia abbiamo una buona rete di protezione sociale, che significa, essenzialmente, che nessuno vive per strada e che tutti hanno accesso all’istruzione e alle cure sanitarie, a prescindere dallo status sociale, dal lavoro e dal reddito. Paghiamo tasse piuttosto alte, ma nessuno soffre la fame o chiede la carità.

AB – Se dovessi scegliere un’altra ambientazione per i tuoi romanzi, quale sarebbe?
VS – Sandhamn è sempre stata al centro delle mie storie. È il posto dove ho passato tutte le mie estati sin dall’infanzia, e come me mio padre e prima ancora suo padre. Di recente ho firmato un contratto per altri tre libri della serie, quindi continuerò a scrivere di nuovi omicidi a Sandhamn almeno fino al 2023 🙂

AB – Adoro il tocco di hygge che aleggia per tutto il romanzo: tazze di caffè bevute nel portico, l’odore di pane appena sfornato e di seglarbulle a colazione, bicchieri di vino rosè al tramonto… È qualcosa di ordinario (io lo trovo straordinario!), è questa la vita quotidiana in Svezia?
VS – A dire il vero hygge è un termine danese, ma descrive perfettamente ciò che hai indicato: una tazza di caffè e un kanelbulle (rotolo alla cannella), ad esempio, il pane fresco eccetera. In Svezia lo chiamiamo fika ed è una tradizione fortemente radicata nella nostra cultura. Gli svedesi amano la fika (n.d.t.: lo so, non infierite, prima o poi dovremo spiegare agli Svedesi quanto suona male questa frase in italiano…) e sì, direi che per me è naturale condividere questa realtà con i miei lettori.

Fika: caffè e kanelbulle

AB – In che modo la tua passata esperienza (sia il percorso di studi che di lavoro) ha contribuito a strutturare i tuoi romanzi?
VS – Lavorare per 20 anni come avvocato in campo commerciale mi ha insegnato la disciplina e il rigore nella vita quotidiana, insieme all’abitudine a lavorare sodo per ore. Cerco sempre di descrivere i fatti in modo accurato e passo molto tempo a documentarmi. Voglio essere quanto più possibile aderente alla realtà e voglio che i miei lettori siano completamente assorbiti dall’universo di Sandhamn.

La serie Omicidi a Sandhamn è stata trasposta in episodi per la televisione, trasmessi in Italia dal canale tematico Giallo.

Il cielo è un posto sulla terra di Åke Edwardson (2012)

Åke Edwardson
Il cielo è un posto sulla terra
Baldini Castoldi Dalai, 2012
Traduzione di Carmen Giorgetti Cima

Al commissariato di Goteborg ci sono due indagini in corso: una su alcuni studenti aggrediti nottetempo e severamente percossi, ma non uccisi; un’altra riguarda le denunce presentate da alcuni genitori perché i loro figli (piccoli, in età da asilo) raccontano di un “signore” che li ha portati su una macchina, ha dato loro le caramelle e poi li ha lasciati andare. I piccoli non presentano segni di violenza, tanto che i genitori pensano a qualche invenzione fantasiosa. Ma le denunce si moltiplicano e il commissario Erik Winter, che ha una figlia della stessa età, si allarma…

Se state storcendo il naso di fronte al “solito” crime book svedese, sappiate che è la stessa reazione che ho avuto io quando mi è stato proposto Il cielo è un posto sulla terra. Prima di leggerlo. Durante la lettura ho completamente cambiato idea. Per rassicurarvi, vi dico che Åke Edwardson, sebbene (ancora) sconosciuto da noi, è giunto al decimo romanzo della serie del commissario Erik Winter, che è stato tradotto in 25 Paesi e che gli adattamenti televisivi dei suoi romanzi sono seguiti da due milioni di svedesi (su una popolazione di circa otto milioni). Ancora più rassicurante è il fatto che Åke Edwardson abbia iniziato a scrivere prima che esplodesse il “fenomeno” Larsson, e quindi che faccia parte non della new wave, ma della vecchia guardia, quella “à la” Henning Mankell. Come dice lui, Io esisto da sempre: in principio c’erano Adamo, Eva e Åke Edwardson.
E sicuramente il giudizio molto positivo è aiutato dalla traduzione fluidissima di Carmen Giorgetti Cima.

Durante la presentazione romana Åke Edwardson ha avuto modo di dimostrare il suo “spessore” e la sua professionalità (nella foto di Cristina Greco: Enzo BodyCold Carcello, l’AngoloNero, Åke Edwardson e Fabiol’interprete):

AB – Come mai il tuo editore italiano ha scelto di iniziare la pubblicazione di Erik Winter da Il cielo è un posto sulla terra, quinto romanzo della serie?
ÅE – Credo che l’editore abbia voluto presentare Erik Winter in una fase più “matura”. Ci sono abituato, perché la stessa cosa è accaduta con la traduzione americana. Ma non è un problema perché i romanzi di Erik Winter si possono leggere separatamente, e perfino lo stile è diverso da un romanzo all’altro. Penso che Winter sia interessante dal primo all’ultimo romanzo, ma è differente nei vari episodi.

AB – Che tipo è Erik Winter?
ÅE – Erik Winter è un personaggio “morale”, più che politico, esistenzialista più che critico. Anche se nei miei romanzi c’è una critica alla società, è una critica letteraria, attraverso la scrittura, non attraverso il personaggio.

AB – Per quali percorsi personali e professionali sei arrivato a scrivere crime books?
ÅE – Ho iniziato giornalista professore di giornalismo, e a un certo punto mi sono reso conto che i miei articoli, soprattutto nel periodo in cui stavo in Asia, erano sempre più lunghi perché inventavo storie. E questo non si può fare, soprattutto se sei un docente di giornalismo. Quindi ho dovuto fare una scelta. A un certo punto sapevo che ero pronto per scrivere un romanzo.

AB – Perché proprio un romanzo giallo?
ÅE – Perché nel 1992 ho letto La Dalia Nera di James Ellroy, e mi ha colpito moltissimo, sia per la frammentazione del linguaggio, sia per il fatto che fosse completamente senza speranza. E io ho trovato questa cosa molto “rigenerante”. Anche se io, nei miei romanzi, lascio una speranza, ma trovavo “rinfrescante” il fatto che qualcuno andasse in un posto senza speranza. Questo perché di solito il giallo è come un romanzo per bambini: le cose finiscono bene. Succede qualcosa di brutto “durante”, ma alla fine tutto si chiude bene. E questo non è reale. Il romanzo di Ellroy era rigenerante perché non potevi fare affidamento su un lieto fine risolutivo, esattamente come accade nella realtà.

AB – E qual è la tua concezione del genere?
ÅE – Io scrivo “giallo moderno”. Non sono sicura che chi è venuto dopo di me faccia lo stesso. Ho cercato di mettere alla prova le regole tradizionali del giallo. Il giallo è un genere molto conservatore e la gente ha un’opinione molto precisa su come debba essere. La stessa “drammaturgia” del giallo è molto semplice. Se fosse un genere musicale sarebbe rock and roll, che si basa fondamentalmente su tre accordi, e i tre accordi del giallo sono un mistero, la ricerca e una soluzione. Io volevo giocare con questi elementi mantenendomi fedele alla logica del genere ma dando uno sviluppo diverso. Il punto è che il lettore di gialli, esattamente come accade per gli altri generi, deve imparare a ragionare con la sua testa. Non è corretto dare troppe spiegazioni alla fine: bisogna che il lettore trovi le risposte da solo. Mi piace quindi lasciare delle trame che non si chiudono in modo che il lettore sia obbligato a riflettere non solo durante, ma possibilmente anche dopo.

AB – Un’altra cosa che ho notato è che nel testo sono state mantenute espressioni in inglese, nei dialoghi e nei pensieri, come se in Svezia la gente parlasse comunemente in inglese. È così?
ÅE – In parte sì, in parte volevo qualcosa che spezzasse il ritmo. La stessa cosa vale per i brani musicali che ho citato. Sono tra l’altro grato a Erik Winter per avermi portato ad ascoltare il jazz. Quando scrivo mi isolo completamente dal mondo, metto la musica a tutto volume e via.

AB – Credo che nel nostro immaginario la Svezia sia, tuttora, un Paese con un elevato standard di welfare e protezione sociale. Leggendo il tuo romanzo scopro, invece, che non ci sono abbastanza maestre per sorvegliare adeguatamente i bambini delle scuole materne, non ci sono abbastanza poliziotti per garantire l’incolumità dei cittadini e addirittura che dichiarare apertamente la propria omosessualità è un problema. Qual è la vera Svezia, allora?
ÅE – Io credo che la Svezia sia tuttora uno dei migliori Paesi al mondo, ma le crepe di quella costruzione che è il welfare state si stanno ampliando sempre di più. Io penso che in un certo senso la Svezia sia ancora come la immagini tu, ma in un altro senso sta cambiando molto rapidamente. Il genere non è commedia, contiene per natura la possibilità di mostrare il lato oscuro della società. In più io per natura sono pessimista. È però importante che ci sia la speranza, l’empatia con le vicende narrate, l’umanità sottesa alla storia dei personaggi. È compito dello scrittore dare al lettore la sensazione di non leggere solo un libro di intrattenimento, ma qualcosa di più emozionante.

(Intervista del 2012, circa)

So long, der Wolf (Alan D. Altieri, 1952-2017)

L’uomo a sinistra è Sergio “Alan D.” Altieri. Per molti è “solo” il traduttore della saga Il Trono di Spade di George R.R. Martin. Per alcuni è anche un grande scrittore di action fiction o l’ex curatore del Giallo Mondadori. Oltre che per tutto questo, io lo ricorderò sempre come un uomo dall’intelligenza straordinaria e dalla gentilezza altrettanto straordinaria. Così incredibilmente disponibile che si stentava a credere che un uomo con il suo aspetto da boscaiolo canadese, la sua esperienza e i suoi trascorsi a livelli over the top potesse essere anche così affabile.

Correva l’anno 2009 quando realizzammo questa bella intervista. So long, Sergio.

AB – C’è bisogno di presentarlo? Sergio “Alan D.” Altieri è attualmente responsabile di tutto ciò che trovate in edicola per le collane Mondadori e di tanto, tanto altro. Oltre a essere, lui stesso, uno dei più prolifici autori nostrani. Come dire: le migliori braccia che la letteratura ha strappato all’ingegneria…
Come e perché Sergio è diventato Alan D.? E soprattutto, cosa significa la D.?
SA – Correva l’A.D. 1981 e – assieme al mio primo editore: il grande Andrea Dall’Oglio – stavamo preparando la copertina di Città Oscura, il mio primissimo romanzo. Ci venne l’idea di creare una sorta di “caso” italo-americano (il libro si svolge tutto in una Los Angeles da girone dantesco) e pensammo a uno pseudonimo a metà. Per ragioni di composizione grafica, “Alan” parve suonare bene. Quanto alla “D”, bene, la D è autentica: Diego. Da quei giorni, Alan D. è rimasto con me. Una sorta di trademark?

AB – Sceneggiatore, scrittore, traduttore… In quale di questi ruoli ti trovi più a tuo agio?
SA – Preferisco conglobarli nell’unico ruolo di narratore. La sceneggiatura è un medium straordinario, in quanto permette di comunicare per immagini. La prosa da romanzo permette di entrare nella testa dei personaggi, lavorando anche su atmosfere e scenari. Quanto alla traduzione, sempre nella massima fedeltà al testo originale, permette di connettere due linguaggi, vale a dire due diverse strutture di pensiero. Ecco perché preferisco vedere quei ruoli nel loro assieme.

AB – Hai avuto una vita decisamente movimentata, tra gli Stati Uniti e Milano. Una vita avventurosa è importante per chi scrive, più che stare seduto davanti al foglio bianco a lambiccarsi il cervello?
SA – Francamente, non ritengo che un narratore debba per forza avere avuto avventure per scrivere di avventure. I viaggi aiutano, nessun dubbio: genti, culture, paesaggi, storia. Ma, alla fine, la chiave di volta rimane la mente e l’immaginazione. Il grandissimo genio Edgar Allan Poe non aveva visto la “vera” Casa degli Usher, né il Pozzo della Santa Inquisizione (in cui il protagonista è rinchiuso ne Il pozzo e il pendolo, n.d.i.). Così come il grande Maestro Emilio Salgari non aveva di certo viaggiato nel Borneo.
Direi che quella che gli americani chiamano con perfetto sintetismo “the blank page syndrome” (sindrome della pagina bianca) può essere esorcizzata in due modi: 1) avere bene in mente la storia che si vuole raccontare; 2) mettersi a raccontarla.

AB – Tu non sei mai stato un giallista classico. Come definiresti il tuo genere (action writing, thriller, spionaggio, New Italian Epic…)? E le frequenti incursioni in altri periodi storici, come possiamo collocarle?
SA – Cerco sempre di essere cauto con la parola “genere”. Può diventare sia un concetto incompleto che un’etichetta impropria. Se proprio vogliamo usare il genere riferito al mio lavoro, userei il termine “narrativa di intrigo”. Non è una scappatoia: nei miei libri, nei miei racconti, cerco sempre di costruire intrighi complessi. Non senza dimenticare però i parametri del thriller, l’impulso della hard-action, il coinvolgimento dell’epica. In sostanza, oops, lavoro in un genere altamente ibrido.

AB – Da quali suggestioni nascono le tue storie?
SA – Letteralmente, “da tutto”. Concetti, immagini, tematiche, problematiche. Una costante del mio lavoro è costruire una situazione estrema – urbana, criminale, bellica – e stirare ugualmente all’estremo i limiti dell’essere umano. Ritengo sia proprio ai margini del tollerabile che emerga il nucleo profondo dell’uomo, e il lato oscuro dell’uomo.

AB – Hai una preferenza per qualcuno dei tuoi libri o dei tuoi personaggi?
SA – Un mio attento lettore ha rilevato che i miei protagonisti sono – nella sostanza – sempre lo stesso protagonista. Non ha affatto torto: nomi diversi, epoche diverse, situazioni diverse ma il protagonista che chiamo ad affrontarle ha delle caratteristiche di riferimento: solitudine, contraddizione, etica, capacità di sopravvivere. È come se il “bastone del testimone” del conflitto passasse da un protagonista all’altro.
Il Solomon Newton di Città Oscura non è poi troppo dissimile dal Russell Kane della serie Sniper che non è a sua volta troppo dissimile dal David Stark di Kondor e di Ultima Luce. Ciò premesso, ed evitando il concetto di “preferenza”, il libro a cui sono più legato è certamente la trilogia di Magdeburg, soprattutto per la sfida narrativa che ha rappresentato. In un’altra direzione, Kondor – concepito nel 1987 in forma di sceneggiatura, scritto nel 1997 in forma di romanzo – rimane tuttora un testo fin troppo attuale.

AB – Credo che un aspetto di grosso interesse per i lettori del Dizionario Atipico sia il fatto che da qualche anno curi le collane Mondadori di giallo, spionaggio & affini. Da questo osservatorio privilegiato, che idea ti sei fatto dello stato dell’arte in Italia?
SA – In Italia stiamo andando alla grande. Tanti ottimi autori, tanti validi stili, grande varietà tematica in tutti, eccoci di nuovo, i generi. Oltre ai solidi professionisti, ci sono almeno due nuove generazioni di autori – diciamo i trentenni e i quarantenni – in pieno sviluppo.
I due fronti più variegati ed effervescenti sono il thriller e la fantascienza. Quanto alla spy-story, non esito a dire che gli autori italiani – da Di Marino a Nerozzi, da Cappi a Narciso, da Forte a Salvatori – sono i migliori in senso assoluto. Sottolineo: assoluto.

AB – Da esperto conoscitore, quali romanzi/autori consiglieresti ai nostri lettori?
SA – Ritengo che Valerio Evangelisti e Giuseppe Genna siano due autentici fuoriclasse. Da Evangelisti è in arrivo una nuova saga sui pirati dei Caraibi, da Genna ecco Le Teste (Mondadori, Strade Blu), un thriller al napalm con il ritorno del personaggio di Guido Lopez.
I narratori che ho citato nella mia risposta precedente continuano a lasciare il segno.
Ma non perdiamo affatto di vista Simone Sarasso, Patrick Fogli, Barbara Baraldi, Zarini & Novelli: e questi autori sono certamente il futuro.

AB – Cosa hai in progetto adesso?
SA – Ho in cantiere due progetti storici: un quarto libro della saga di Magdeburg, di ambientazione quasi interamente nipponica, e un nuovo concetto collocato nel Secolo XIV ancora in fase di lavori in corso. Nel 2010, la TEA proporrà Killzone, un antologico che raccoglie tutti i racconti dello Sniper.

(A.B., dicembre 2009)

Intervista a Stefano Labbia

Oggi incontriamo Stefano Labbia, un autore versatile molto interessante e ancora poco conosciuto in Italia, in occasione dell’uscita di due graphic novel, Kremisi e Killer Loop’s.

AB – Dunque, cosa bolle in pentola?
SL – Nell’immediato, l’uscita di due graphic novel. Killer’s Loop sarà autoprodotta con un mini albo da 50 pagine a cura del bravissimo disegnatore Francesco Grieco e distribuita presso il circuito Feltrinelli – Mondadori. Kremisi probabilmente sarà distribuito nel circuito delle fumetterie – librerie specializzate e sarà un volume brossurato. A seguire, il mini albo di Killer Loop’s (Killer Loop’s: Kaos) presenterà i comprimari che ruotano attorno a Kimberly nel suo universo: Vincent, suo cugino, Violet, sua cugina e sorella di Vincent, Jimmi Jones, il team di Safe e i membri de La Distale. In lavorazione c’è un volumen dove finalmente vedremo Kimberly in azione, seppure in storie brevi ed autoconclusive, dal titolo Kimberly Short Stories Volume #1, avrà distribuzione Feltrinelli – Mondadori e avvieremo una campagna di raccolta fondi per sovvenzionarne la produzione e la distribuzione.

AB – Colpisce la sua poliedriticità: poeta, autore di testi per la tv, adesso fumettista nella triplice veste di soggettista, sceneggiatore e disegnatore. Come mai? Nel fumetto ci sono pochi esempi paragonabili al suo. Mi viene in mente Neil Gaiman, come paragone illustre.
SL – Grazie innanzitutto per questa splendida opportunità! Cosa dire al riguardo… ho bisogno di esprimere ciò che ho dentro… ed ogni idea, ogni sensazione, ogni emozione ha un modo diverso di essere veicolata all’esterno. La graphic novel credo che sia un mezzo attraverso cui poter esprimere poesia, sceneggiatura e testi che potrebbero benissimo essere adattati per la tv, in un’unica soluzione. Precisazione: i disegni non sono miei ma di due fantastici giovani disegnatori. Vi ringrazio per l’accostamento: fa sempre piacere, soprattutto se del calibro di Gaiman… Ovviamente è un paragone da prendere con le molle perché io muovo i miei primi passi e di strada da fare per me ce n’è tanta ancora!

AB – Escono, in contemporanea, due suoi lavori con stili molto diversi: un noir stile il Nick Fury di Steranko (ma forse anche Breccia o Miller) e uno di supereroi con grafica più commerciale. Anche qua, come mai ha scelto di cimentarsi con generi e stili così diversi?
SL – Ogni storia richiede le sue circostanze: sono attento – o almeno cerco di esserlo – ad ogni particolare del progetto che creo e curo quasi maniacalmente. Mi metto nei panni del lettore – essendolo tuttora! -: mi piacerebbe leggere una storia del genere? È il mio punto di partenza. Kremisi, ad esempio, è una storia che secondo me mancava nel panorama supereroistico a livello globale. I disegni sono volutamente in stile USA ma non è sarcasmo o provocazione. È solo coerenza stilistica con la storia. Necessità. Nel microcosmo di Kremisi ogni “eroe” non vuole essere tale – salvo rare occasioni. E fondamentalmente, la stragrande maggioranza di loro, fa parte dei così detti “loser” della società… che si ritroveranno poi ad essere l’unica salvezza per il mondo, da quella che sarà un’ondata di criminalità senza precedenti e che viene… da lontano – per inciso… non è del nostro tempo. Al contrario del classico mondo dove supereroi spadroneggiano e dove continue resurrezioni sono possibili… in Kremisi questo non avviene. È il nostro mondo. Quello in cui viviamo. Solo… gli eroi esistono. Ma chi muore non ritorna. Mai più. Killer Loop’s invece è una storia pulp nel vero senso del termine. Kimberly, il protagonista, è un killer per certi versi imbranato. Un imbranato che però vince sempre. O quasi… La rivincita degli imbranati, potrebbe essere un bel titolo per una sua storia! Diciamo, per farla breve, che è una storia dalle tinte noir condita con del buon “sano” black humour.

AB – L’uso della tricromia (bianco nero rosso) era in voga nei fumetti anni 50 stile Fantax; più recentemente lo abbiamo visto in Sin City di Miller e in Morgan Lost in Italia. Si rifà a qualcuno? Perchè? (Se fosse solo per il sangue, prende spunto dal musical Chicago in cui si vedono nastri rossi che escono dalle ferite quando le condannate raccontano i loro omicidi?)
SL – In Italia credo che l’ultimo ad usare la tricromia (ma potrei benissimo esser da Voi smentito) sia stato Ortolani nella ristampa del suo “La lunga notte dell’investigatore Merlo”. Killer Loop’s ha l’esigenza di dire molte cose. Si maschera tra le pieghe del pulp, del noir e vive di black humour. Battute al fulmicotone, lancinanti, si accostano bene, a mio dire, ad ambientazioni e scene dove il rosso… fa la sua parte. Il bianco e nero, però, dice già tutto o almeno ci prova. Diciamo che il rosso è la ciliegina sulla torta! Oh… ho adorato Sin City. Il fumetto. Il / i film… Così, così.

AB – Il supereroe che in un lampo si trasforma è un po’ déjà vu (già in Wonder Woman ma più recentemente in Venom, un simbionte alieno che condivide il corpo con l’organismo ospite): non è un po’ troppo semplificativo rispetto alla necessità di nascondere la propria identità segreta?
SL – Kremisi non è un supereroe. Mi preme ribadire il concetto perché è importante che non passi il messaggio sbagliato. Jackson – questo il suo nome di battesimo – è un afroamericano con un figlio preadolescente che vive a New York. È vedovo e lavora in fabbrica di notte per sbarcare il lunario. Ha i suoi problemi e tutto vuole dalla vita eccetto che diventare un “eroe”. E non lo fa. Almeno non fino in fondo. Un’esplosione di un laboratorio gli dona poteri inimmaginabili. L’incontro / scontro con un criminale lo porta poi ad un punto di rottura con se stesso e che forse, in realtà, si è generato subito dopo l’incidente. Il confine tra Kremisi e Jackson è labile: l’uomo ha il controllo “sull’altro” ed il trasformarsi, per lui, è solamente il cambiare stato mentale, un passaggio dovuto per abbandonare la retorica umana ed il suo metro di giudizio. A Jackson non serve “mutare” in Kremisi per avere poteri. Le sue doti sono sempre con lui. Il cambiamento è solo mentale, perché le decisioni che deve prendere entrano in conflitto con la persona che è davanti agli occhi di tutti. Kremisi invece… non è “umano”. E non usa il nostro stesso metro di giudizio.

AB – Quanto spazio è dedicato e come (flashback?) alla psicologia del killer nel noir? Per certe modalità mi viene in mente Il killer di Jacamon-Matz. A chi o cosa si è ispirato?
SL – Killer Loop’s è nato perché non c’era nulla del genere e ne sentivo il bisogno. Sono un cultore dei comics – principalmente Marvel – sin da tenera età. Se dovessi descrivere Kimberly… Io penso più al Joker o a The Mask, per come si rapporta col mondo. La sua è una storia sofferta: ha perso sua sorella per mano di una gang. Kimberly non è nato killer ma la legge del più forte l’ha tramutato in un assassino prezzolato che comunque ha una (pseudo) morale: non uccide donne o bambini. E cerca, per quanto gli è possibile, di stare dalla parte del più debole. Sembra una sorta di Robin Hood per anime inquiete. Solo che questo è anche il suo unico mezzo di sostentamento…

AB – Quali sono le sue passioni?
SL – Molte. Forse troppe, a dirla tutta… e non riesco nemmeno a dedicar loro il tempo che vorrei! Amo suonare, guardare vecchi film, scrivere (per quello tempo ho deciso di averlo!), giocare ai videogames, leggere (comics e libri!)… se continuo temo che questa risposta sarà più lunga di tutte le altre.

Stefano Labbia, classe 1984, è un autore italiano di origine brasiliana. Nato nella Capitale, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Gli Orari del Cuore nel 2016 per Casa Editrice Leonida. Al lavoro sulla sua prima serie televisiva originale inglese di stampo teen drama, dal titolo “Fear”, di cui è unico ideatore e sceneggiatore, vive attualmente a Londra. Nel 2017 vedrà alla luce la sua seconda silloge poetica dal titolo I Giardini Incantati (Talos Edizioni).
Collabora dal 2016 con i portali 2duerighe.com (sezione spettacolo (cinema e teatro)), MyReviews.it (cinema e libri) e Oubliette Magazine (cinema, arte, teatro, musica).
Scrive, dal 2017, per “Il Nostro”, free press magazine mensile.
Conduce e cura un programma radio dedicato a cultura, poesia, teatro e musica sulla radio indipendente Deliradio.it.
Ha inoltre collaborato alla stesura e all’ideazione di “Rivka” (Serie Italiana – 2016), “Boh” (Sitcom – Distribuita da Extra Tv – Idea, regia e sceneggiatura – 2016), “Butterfly Lies” (2015 / 2016 – UK – idea, soggetto e sceneggiatura), “Safe” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Tv Show – USA – 2015), “Life Goes On” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Film – 2015), “American Inn” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Sitcom – USA – 2015), “(R)Evolution” (Idea, soggetto e sceneggiatura – 2015), “Police Assault” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Tv Show – USA – 2014), “WMW – What Men Wants” (dramedy – UK – 2015 / 2016 – Idea, soggetto e sceneggiatura) e “Strings” (co-autore con Agnese Pagliarani – Sitcom – 2016).

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