La Debicke e… L’eroe riluttante

Michael Dobbs
L’eroe riluttante
Fazi, 2020

Uscito in Inghilterra nel 2010, L’eroe riluttante è stato pubblicato dopo Il giorno dei Lord e Attacco alla Cina. Il protagonista è ancora una volta Harry Jones, atletico parlamentare ed ex soldato irruento e imprevedibile. La serie di Jones, che contempla altri tre libri non ancora tradotti in italiano, è stata scritta da Michael Dobbs, il creatore della trilogia House of Cards.
Michael Dobbs è un ex giornalista ed ex parlamentare che conosce molto bene la politica. Per anni stretto collaboratore di Margareth Thatcher, sino a diventare vice-segretario del partito conservatore, fu ferito nel drammatico attentato alla Lady di Ferro compiuto dall’IRA a Brighton nell’ottobre del 1984, che causò 5 morti e 31 feriti. Dal 2010 fa parte della Camera dei Lords come Baron Dobbs of Wylie. La biografia spiega perché Dobbs sia tanto addentro al Potere e a quante informazioni possa accedere sia a livello locale che internazionale.
In questa terza avventura Harry Jones apprende casualmente, durante un ricevimento dell’ambasciata degli Stati Uniti a Londra, che Zac Kravitz è stato arrestato e torturato dai servizi segreti del Ta’argistan. Harry Jones sa di avere un immenso un debito di riconoscenza verso Zac, vecchio amico americano, ex esponente della Delta Force e suo compagno di avventure negli anni in cui anche lui prestava servizio presso la SAS (Special Air Service). Zac Kravitz infatti dieci anni prima, durante un attentato, aveva salvato Julia, la moglie di Jones, morta in un incidente di montagna poco dopo. La scomparsa di Julia ha molto provato l’inglese allontanandolo dalla politica attiva e dagli incarichi ufficiali. Le molte conoscenze gli garantiscono un giro di frequentazioni di altissimo livello e il cospicuo patrimonio di famiglia gli consente un tenore di vita elevato senza bisogna di lavorare. Non riuscendo ad avere informazioni sulla sorte di Kravitz tramite canali ufficiali, Jones intuisce che la situazione è estrema e la vita del suo amico è in pericolo. Deve fare qualcosa: con un abile colpo di mano trova il modo di infilarsi tra i componenti di una missione britannica in partenza per il Ta’argistan, ufficialmente per fornire aiuto per smaltire i rifiuti radioattivi lasciati dai sovietici. Il Ta’argistan è uno stato poverissimo, nato con la presa di potere di un cosiddetto presidente dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica e incastrato tra Russia, Cina e Afghanistan. Dopo un volo di quasi dieci ore, la missione inglese atterrerà in Ta’argistan. A Jones basterà il primo giorno per intuire quanti sporchi giochi di potere siano coperti sotto il velo dell’apparente democrazia ta’argia. E poco più per sapere che Zac Kravitz giace al limite della resistenza umana nella torre prigione di Askek e, accusato ingiustamente di reati mai commessi, rischia la pena capitale. Non gli resta che cercare segretamente informazioni e appoggio tra i dissidenti locali e mettere a punto un piano per far evadere l’amico. Il tempo stringe e Jones deve improvvisare, per cui può soltanto provare a prendere contatto con un gruppo di ribelli ta’argi, guidato dal giovane Bektour, che con altri giovani vorrebbe sovvertire lo spietato Sistema del presidente Karabaev e del suo braccio destro Amir Beg. Ma la sorveglianza dei Ta’argi è ferrea. Per distrarre le guardie che controllano giorno e notte la delegazione inglese, deve per forza accettare l’improbabile aiuto di Lord Proffitt, ottantenne smaliziato rappresentante della Camera dei Lord, e di Martha Riley testarda e indipendente deputata americana naturalizzata inglese. Tuttavia, quando il suo rocambolesco tentativo di fuga rischierà di fallire, Harry Jones dovrà esporsi di persona per garantire la salvezza di altri. Una scelta azzardata che comporterà imprevedibili conseguenze e potrebbe costargli molto cara. Jones sarà costretto a mettere in gioco la sua vita e quella dei suoi alleati…
I classici e intriganti romanzi di spionaggio, come questo, declinano svariate situazioni narrative quali l’inganno, la fuga, avventure al limite dell’impossibile. Il continuo alternarsi di vittorie e sconfitte, la sempre crescente tensione del ritmo narrativo, la componente drammatica e, ciliegina sulla torta, l’exploit finale che Michael Dobbs dimostra di saper orchestrare magistralmente. Altro elemento a suo favore è l’ottima ricostruzione dei personaggi e addirittura di tutto l’ambiente locale di uno stato inesistente, il Ta’argistan. Talmente reale e diabolicamente plausibile da rasentare la perfezione. Ma l’aspetto più intrigante di L’eroe riluttante sono le macchinazioni geopolitiche sottostanti all’avventura di Harry Jones. Macchinazioni a latere, organizzate dai vari pseudo enti economici e avallate dalla politica occidentale, che si infiltrano nelle istituzioni pubbliche per guadagnare con commesse e concessioni. Ciò nondimeno come ha dichiarato Dobbs, in un’intervista, dal senno della sua personale esperienza “La politica è un brutal business, e non è fatta per persone graziose. Ma d’altra parte se vuoi cambiare il mondo lo devi distruggere. Insomma, se volete dormire sonni tranquilli non scegliete di fare politica”.

Michael Dobbs è nato nel 1948 ed è un membro del Partito Conservatore inglese. Tra i diversi incarichi rivestiti durante la carriera politica si ricorda quello di capo dello staff del partito durante il secondo governo Thatcher (1986-1987). Dal 2010 è membro della Camera dei Lord. La trilogia di House of Cards, pubblicata integralmente da Fazi Editore, ha venduto milioni di copie nel mondo. Dobbs ha partecipato alla produzione e alla sceneggiatura della famosa serie omonima. È in fase di lavorazione anche una serie tv ispirata ai thriller politici che hanno come protagonista Harry Jones.

La Debicke e… La donna della palude

Martin Long
La donna della palude
Tre60, 2020
Traduzione di Francesca Maria Gimelli

Tian Haifeng, ispettore della Divisione Investigativa Criminale di Nanchino, viene inviato nel villaggio di Fuling dove il cadavere di una donna è stato rinvenuto in un campo. Il proprietario del campo, un contadino che stava scavando nella torbiera per prelevare materiale per riscaldarsi, ha tirato fuori con la pala i resti mummificati di una donna vecchi di secoli. Il corpo è abbastanza ben conservato, la morta indossa ricche vesti e calzari di pelle, ma i tratti somatici appartengono indiscutibilmente a una donna di origini occidentali. Comunque si tratta di una mummia, quindi non resta che rivolgersi al Museo di Nanchino e sollecitare l’appoggio del dipartimento dell’Antiquariato. Il corpo della torbiera viene prelevato dalla squadra del professor Bei Huangli, eminente archeologo, e portato al Museo di Nanchino.
Tian Haifeng, nella sua lunga carriera, ha visto un numero di morti tale da non riuscire a tenerne il conto; sa bene che il ritrovamento della mummia non è di competenza della Divisione criminale ma degli esperti di Archeologia. Ciò nondimeno questa donna, ritornata alla luce dopo secoli, gli ha fatto scattare qualcosa. Deve saperne di più. E poi perché del ritrovamento si è appena fatto cenno nei notiziari? Non gli resta che andare a chiedere al Museo, dove si scontra con un nebuloso muro di mezze risposte. E, come se non bastasse, poco dopo la mummia viene distrutta da un incendio e con le ceneri scompare ogni traccia della sua esistenza. Indispettito da ordini superiori, che gli imporrebbero di chiudere in fretta la faccenda, Haifeng decide invece di occuparsi comunque del caso. Scoprirà che il contadino, prima di chiamare la UPS (Ufficio di pubblica sicurezza di Nanchino) aveva rubato qualcosa di prezioso al cadavere e che l’aveva rivenduto a caro prezzo a uno straniero residente nello Xinjiang, la regione degli Uiguri, lontanissima e a Nord Ovest della Cina. E scoprirà che dietro l’incendio che ha provocato la distruzione della mummia ci sono forti indizi di un crimine, ma la sua indagine provocherà il richiamo dei suoi superiori e l’ordine di allontanarsi dal suo posto di Pechino per un corso di aggiornamento. Bloccato sul caso, non gli resta che seguire la tenue traccia legata al prezioso rubato e scegliere lo Xinjiang come sede del suo trasferimento provvisorio. Là, sul palcoscenico dei perenni scontri tra i musulmani Uiguri, perseguitati dal regime, e le forze di sicurezza cinesi, Haifeng si renderà conto di aver portato alla luce molto più di una semplice mummia: i tratti caucasici riscontrabili nella donna della torbiera proverebbero la presenza di colonizzatori indoeuropei prima della comparsa dei cinesi, un vero scacco per la incensante propaganda governativa. Ma quando nuovi fortunati scavi archeologici nello Xinjiang porteranno alla luce altre mummie, queste invece con tratti somatici Hancinesi, Tian Haifeng si renderà di essere finito in un torbido intrigo politico orchestrato dalla propaganda centrale e che vorrebbe stravolgere le sorti della regione. Forse troppo per un semplice ispettore e tuttavia ormai non può tirarsi indietro. Non gli resta che andare avanti, battersi e affrontare il pericolo. Ma tra falsi storici, insabbiamenti e sanguinosi omicidi, la posta in gioco è irraggiungibile. Per ora la verità deve rimanere sepolta, in attesa e nella speranza di un diverso futuro.
Un coraggioso e coinvolgente giallo di denuncia quello di Martin Long, che affonda la lama letteraria nella corruzione, complicità ai livelli più alti, mafiosa prevaricazione che hanno per tanti decenni distinto (e continuano a distinguere) le azioni del potere cinese. Tutto appare mostruosamente condizionato, dal più umile commerciante, dal più semplice agente di polizia fino ai gradini più alti della gerarchia dello stato. Chi, poi, è contro, deve essere tolto di mezzo, eliminato senza pietà. E tutto deve essere sempre subordinato all’esaltazione della Cina e del suo popolo. Un giallo coinvolgente che porta anche al centro dell’attenzione dei lettori il caso dei musulmani Uiguri, una minoranza etnica e religiosa con caratteristiche fisiche piuttosto diversificate che presentano sia tratti prettamente indoeuropei che mediorientali e asiatici. Un’etnia che il regime cinese perseguita da anni tanto che nel 2018 si sono intensificate le polemiche sulla “detenzione” di un gran numero di uiguri in campi di “trasformazione attraverso l’educazione” e sull’esatta natura di questi campi. Il governo cinese sostiene che si tratta di istituzioni educative ma, nel 2018, il magazine quotidiano online Bitter Winter ha pubblicato dei video che sostiene filmati all’interno dei campi e che mostrano strutture simili a prigioni. E anche sulle finalità di questa politica esistono diverse polemiche. La Cina afferma che le misure di “rieducazione” sono necessarie per prevenire la radicalizzazione e il terrorismo, mentre studiosi occidentali pensano che ciò che preoccupa il governo sia la rinascita religiosa nella regione che ha colto le autorità di sorpresa.

Martin Long, per anni alla testa del dipartimento degli studi superiori di Lingue a Parigi, è oggi uno scrittore a tempo pieno. Amante della cultura cinese, parla fluentemente mandarino, ha viaggiato in Cina visitando città, piccoli villaggi e comunità rurali al fine di raccogliere materiale per i suoi romanzi. La donna della palude è il primo libro della serie dedicata all’Ispettore superiore Tian Haifeng.

La Debicke e… Fuga da Parigi

Stephen Harding
Fuga da Parigi
Newton Compton, 2020

Fuga da Parigi è un’emozionante storia vera del 1943 nella Francia occupata. Il protagonista è Joe Cornwall, un ragazzone di 26 anni alto quasi un metro e novanta, ottimo tiratore che, quando si era arruolato, lavorava nella fattoria della nonna vicino a Wenatchee, capoluogo della contea di Chelan nello Stato di Washington. Dopo mesi di addestramento a terra sul suolo americano, era finalmente partito con la sua squadra per l’Inghilterra. Là, imbarcato come mitragliere su una B-17, una Fortezza volante americana, combatteva in prima linea nei cieli dell’Europa ancora in mano ai tedeschi di Hitler.
Fuga da Parigi è la vera storia di Joe e di altri aviatori statunitensi, equipaggi di quattro B-17 che furono abbattuti sulla Francia occupata dai tedeschi il 14 luglio 1943 (anniversario della presa della Bastiglia) durante una pericolosa missione che aveva come bersaglio l’aeroporto parigino di Le Bourget, quartier generale delle forze naziste. Dei pochi che riuscirono a lanciarsi con il paracadute o a sopravvivere a un atterraggio di fortuna, una parte fu catturata dai tedeschi e rimase prigioniera fino alla fine della guerra, ma altri, più fortunati, riuscirono a dileguarsi nella campagna. Gli aviatori, con addosso solo un piccolissimo kit in dotazione per dimostrare di non essere spie tedesche, trovarono appoggio presso dei contadini francesi. Povera gente che solo per il fatto di aiutarli rischiava la vita propria e della famiglia. Gli americani sapevano dell’esistenza, in Francia, di diversi gruppi della Resistenza in continuo contatto con gli alleati. Gruppi che comprendevano uomini armati partigiani (maquisards), editori di giornali e cinegiornali clandestini e abili spie. La battaglia aerea nei cieli della Somme, avvenuta intorno alle otto della mattina di Festa Nazionale francese, aveva avuto molti testimoni. Ai sopravvissuti in fuga non restava che sperare di essere trovati e salvati. E lo furono. Joe Cornwall, dopo giorni di attesa nascosto in una fattoria, fu fatto salire su un treno e, munito di falsi documenti e miracolosamente riunito a tre commilitoni, spedito in terza classe a Parigi. Solo da Parigi infatti, tramite la Spagna o la Svizzera, c’era modo di organizzare una qualche fuga dalla Francia. Nella capitale, dove le truppe tedesche pattugliavano ferocemente le strade e gli agenti della Gestapo piantonavano ogni angolo, gli americani trovarono riparo temporaneo; Joe Cornwall fu sistemato nella casetta a due piani dei Morin, Georges, sua moglie Denise e la loro unica figlia Yvette, una coraggiosa famiglia parigina di membri attivi della Resistenza che viveva e lavorava nell’Hotel des Invalides. Nascosto proprio sotto il naso dei nemici, nello straordinario complesso di edifici e monumenti militari che ospita la tomba di Napoleone e in cui i funzionari tedeschi avevano stabilito i loro uffici.
La sua condizione è simile a quella di decine di altri aviatori alleati abbattuti: nascondersi e aspettare… Ma mentre la Resistenza si faceva carico di pianificare ed eseguire azzardati piani di fuga, il pericolo di delazione e di essere scoperti dai nazisti non faceva che crescere…
Basato su documenti desecretati da archivi ufficiali, su racconti, memorie personali e materiali ufficiali americani, francesi e tedeschi, sulle interviste fatte dall’autore ad alcuni dei testimoni chiave, o a loro figli ed eredi, sui fatti realmente accaduti, Fuga da Parigi ci riporta alle più classiche e dolorose ambientazioni della storia durante la Seconda Guerra Mondiale. Stephen Harding tratteggia con immediatezza un ritratto vivido e indimenticabile della Parigi occupata dai nazisti e dei sacrifici di una banda di combattenti della Resistenza che rischiarono la vita per gli aviatori alleati.
Un libro che riesce ad appassionare come un thriller.
Una storia straordinaria e avvincente che ci fa rivivere il drammatico e quotidiano combattimento aereo nei cieli dell’Europa dei coraggiosi piloti Alleati contrapposti alle forze dell’Asse, le ansie, le angosce, i pochi momenti di leggerezza e una dolce ma impossibile storia d’amore, vissuta dai protagonisti in una Parigi occupata e tuttavia sempre una delle città più belle del mondo. Una città indomita, ma piegata dagli invasori dove al fianco dei più biechi collaborazionisti operavano senza concedersi tregua i coraggiosi combattenti della resistenza francese impegnati in una vitale, pericolosa e perenne guerra sotterranea con i mostri nazisti che occupavano la loro patria.
Onore al merito e alle innumerevoli vittime della Resistenza francese torturate e trucidate dai nazisti. Gente della Resistenza che non si tirò mai indietro e ogni giorno a costo della vita collaborò con i servizi segreti alleati (Office of Strategic Services e Special Operations Executive), specialmente nel fornire informazioni sul Vallo Atlantico e nel coordinare i sabotaggi e le altre azioni utili a contribuire al successo dello sbarco in Normandia.

Stephen Harding è autore di nove libri di storia moderna, uno dei quali è già in produzione per diventare un film. È attualmente redattore capo della rivista «Military History» e vive nel nord della Virginia.

La Debicke e… Il giallo di Villa Nebbia

Roberto Carboni
Il giallo di Villa Nebbia
Newton Compton, 2020

Si apre con un crudele e inspiegabile doppio omicidio – che nel prosieguo si potrà ancorare a circa dieci anni prima – e si passa al primo capitolo, nell’inverno del 1978, mentre l’Italia sta vivendo la spaventosa stagione degli anni di piombo, annichilita dagli avvenimenti quotidiani, agghiaccianti e sanguinari, che fanno da cornice a una storia fiorita lontano da tutto e tutti e stranamente fuori dal tempo. Il cinquantenne Piero Bianchi è solo un povero fallito. Era partito bene, Piero: aveva preso una laurea, godeva di una certa agiatezza ereditata dal padre, piccolo impresario edile, si era sposato e aveva una figlia. Ma poi per Sasso Marconi, il suo paese, era diventato una specie di paria. Per anni infatti si era ubriacato giorno e notte, ovunque e senza freni, forse per tacitare insoddisfazione e incontrollabili demoni, trascurando lavoro e famiglia al punto da rendere la convivenza quasi impossibile. E quando finalmente aveva trovato la forza e la volontà di disintossicarsi, la vita gli aveva regalato solo ferite: l’incomprensibile suicidio della moglie e il successivo allontanamento della figlia fuggita via, lontano, che rifiutava di parlare con lui. I suoi compaesani e vicini di Sasso Marconi lo trattano da assassino e non perdono occasione per attaccarlo a parole e con i fatti, danneggiandogli persino la casa con atti di vandalismo. Sarà anche e soprattutto per allontanarsi, per fuggire da quella continua gogna giornaliera, che quando legge l’annuncio che a Villa Nebbia stanno cercando un custode per la proprietà, si presenta per avere il lavoro. L’accoglierà con grande diffidenza l’avvocato Emidio, che tuttavia il giorno dopo glielo affiderà, corredato da una fatiscente casetta semidiroccata come alloggio. Emidio è l’ex marito di Ilde, l’anziana proprietaria di Villa Nebbia. Ilde è stata rimessa in libertà da poco e giudicata clinicamente inoffensiva, dopo aver scontato nove anni in un manicomio criminale per aver trucidato il compagno e la di lui figlioletta. A oggi nella grande casa vive con lei solo Maria Sole, la nipote allora bambina e testimone del delitto. Ciò nondimeno Piero, che non desidera altro che un po’ di tranquillità e allontanarsi dai compaesani, accetta lo stesso l’incarico. Sarà l’occasione per intraprendere una nuova vita e chiudere definitivamente i conti con il passato. Ci sono tante cose da fare nella proprietà…
Ma una volta trasferito comincia a farsi delle domande. Intanto ha sempre l’impressione che qualcuno si aggiri continuamente tra la casa e il giardino… Vede il lucore di torce che denunciano presenze notturne nel bosco limitrofo, nella villa si accendono improvvisamente luci in stanze ufficialmente vuote. Possibile che si stia lasciando suggestionare dalle spaventose voci legate a quel posto? Certo è che superare il cancello della proprietà è come entrare in un altro mondo, un mondo quasi irreale. C’è la giovane Maria Sole, per la quale Piero prova contemporaneamente tenerezza e apprensione per il suo carattere, talvolta schietto e dolce, altre volte indifferente o peggio ostile. E la zia, tornata libera ma ammalata e prigioniera del suo letto, ma sarà vero? Insomma una serie di contraddizioni che lo frastornano. E poi perché Villa Nebbia, una dimora in rovina, cela cantine modernissime, ristrutturate alla perfezione? Un surreale rudere che cade a pezzi assurge al ruolo di protagonista celando la maledizione e il male dei suoi proprietari. E chi sono mai questi padroni che non si vogliono far vedere, e quando lo fanno si comportano come in preda a un incantesimo, accomunati dalla paura o dall’odio?
Piero, in cerca di un’impossibile pace, irrimediabilmente coinvolto in prima persona, si ritroverà in un guaio del quale non immagina lontanamente la portata, con i morti che, uno dopo l’altro, si accalcano nel passato e nel presente, tutti in qualche modo legati al destino dell’antica dimora. Qual è mai il segreto proibito di Villa Nebbia?
Un trionfo del gotico puro, con presenze che si muovono di notte in giardino (fantasmi?) e altre entità sconosciute che spiano. Compariranno misteriosi ordini e minacce scritte sui vetri, colpetti di avvertimento che intimoriscono. Stranezze e incognite che provocano affanno, angoscia, dubbi. Incertezza, inquietudine? Preparatevi a smarrirvi nella nebbia, mai un titolo fu così parlante, e immergetevi nelle parole e frasi del misterioso “giallo di Villa Nebbia“. Un romanzo che occhieggia a storie e ad atmosfere di altri tempi, ma bravamente sorretto da una gelida trama, fatalmente avvincente. C’è un assassino che si muove preciso e letale, una trappola pronta a scattare e imprigionare un innocente, la polizia sembra solo un altro minaccioso nemico…
Con la colonna sonora, sinistramente scandita, di Tu mi fai girar… come fossi una bambola, all’epoca gran successo di Patty Pravo, Roberto Carboni, finora collaudato noirista, si è divertito stavolta (immagino) a concepire e scrivere un tragico ma accorto giallo goticheggiante che intinge il biscotto nel trascendentale.

Roberto Carboni è nato a Bologna nel 1968 e vive sulle colline di Sasso Marconi. È autore di numerosi romanzi e docente di scrittura creativa a tempo pieno. Nel 2015 è stato premiato con il Nettuno d’Oro (in precedenza attribuito, tra gli altri, a Lucio Dalla e Carlo Lucarelli), nel 2016 con il premio speciale Fondazione Marconi Radio Days (precedentemente premiati Enzo Biagi, Lilli Gruber). Nel 2017 ha vinto il Garfagnana in Giallo, nella sezione Romanzo Classic. Nel 2018 è stato vincitore del SalerNoir Festival di Salerno.

Acqua (Le brevi di Valerio 352)

Ugo Leone
Acqua
Doppiavoce Napoli, 2020

Pianeta Terra. Da circa 4,5 miliardi di anni. Ne siamo fatti al 70 per cento, è il principale alimento quotidiano, condiziona in vario modo le giornate di ogni sapiens (e di ogni altro fattore biotico), ne parlano tutti e ne scrivono quasi tutti, non poteva mancare nella collana La parola alle parole: Acqua. Se ne occupa uno dei docenti di politiche ambientali più competenti ed esperti d’Italia, Ugo Leone (Napoli, 1940), che si sofferma su cose e argomenti cruciali ma di minore diffusione. Parte dall’inizio, dalla formula chimica e dalla storia della vita, poi affronta inframezzando citazioni letterarie e scientifiche: il ciclo dell’acqua, la biodiversità nella distribuzione, i fiumi e i mari, gli inquinamenti, reali dinamiche e pericoli di indisponibilità, l’umano problema della mancata adduzione, l’idropolitica globale e locale, le infrastrutture e le dighe, l’acqua dal sole, il ghiaccio in un bicchiere. Non a caso, la dedica è “in ricordo di Giorgio Nebbia”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… L’Angelo del Grappa

Loris Giuriatti
L’Angelo del Grappa
Rizzoli, 2020

Autopubblicato nel 2013, L’Angelo del Grappa divenne subito un felice caso editoriale locale. Oggi, sette anni dopo, Rizzoli lo ripropone in libreria in una nuova edizione, arricchita da particolari e testimonianze.
L’Angelo del Grappa narra la storia di un adolescente dei giorni nostri che scoprirà, durante una vacanza che cambierà le sue scelte di vita, le vicende di alcuni protagonisti della Grande Guerra, tra cui Antonio Zicchi, di Sorso, paese sardo poco lontano da Sassari, morto combattendo sul Monte Grappa.
Preziosa testimone, e colonna portante della ricerca storica per ricostruire la breve vita e la memoria di Zicchi, è stata Giovanna Zicchi, anche lei sarda, pronipote di Antonio. «Durante la mia infanzia è venuto fuori, di tanto in tanto, il nome di Antonio, … mio nonno (suo fratello) faceva riferimento a lui molto raramente», ha dichiarato Giovanna. «Ma, nel 2006, una sera ho iniziato una ricerca su Internet che mi ha condotto direttamente al sito del Ministero della Difesa. Ho richiesto quindi informazioni su mio zio, che ho ricevuto due mesi dopo, per posta. … Nel 2010 poi, durante un viaggio nel Monte Grappa queste ricerche hanno iniziato a fiorire…». Sul Grappa da anni un’associazione, utilizzando i numerosissimi reperti storici presenti sul Monte, si fa carico di riallacciare lontani e perduti legami familiari e di raccogliere e raccontare le tante microstorie che stavano dietro i soldati caduti in guerra. E Loris Giuriatti, responsabile della scuola professionale Enaip di Bassano, studioso e accompagnatore sui percorsi locali della Grande Guerra nonché membro dell’associazione, si è servito di L’Angelo del Grappa per mettere su carta un’efficace ricostruzione storica che mira ad accostarsi ai giovani con elementi di coraggio, emozioni e verità sapientemente mischiati all’imponderabile velato da toni favolistici.
La storia, infatti, è stata resa fruibile in virtù della creazione di un abile intreccio generazionale e di un pizzico di indispensabile fantasia.
Come protagonista, interprete e filo conduttore, l’autore ha scelto Angelo, un diciassettenne, un adolescente scontento come tanti. Vive a Padova, la sua famiglia gode di buona situazione finanziaria, il padre conduce un florido pastificio familiare e madre e padre si attendono da lui solo che si faccia onore a scuola per poi laurearsi e prendere in mano l’azienda. Ma Angelo fa orecchie da mercante, detesta studiare, i suoi voti sono una frana, ama la musica, i videogame, è appassionato di street art ma soprattutto, come buona parte dei suoi coetanei, è perennemente incollato allo smartphone. Anche quest’anno vorrebbe passare l’estate nella bella villa sulle colline padovane per poter facilmente raggiungere gli amici in città come sempre, ma stavolta i suoi genitori hanno altri progetti. Tutta la famiglia si concederà una bella vacanza sul Monte Grappa, in una baita splendida ma sperduta nel nulla mediatico e senza connessione a Internet. Insomma Angelo si trova tagliato fuori dagli amici e dal suo mondo, in un posto splendido ma lontano da tutto e da tutti, dove il tempo pare rallentare pigramente e incontrare un coetaneo diventa impossibile. Tra le aride cime dei monti sono rimasti solo i caprioli e i pochi esseri umani con cui parlare sono i “veci”, arroccati nelle malghe, che collezionano i cimeli della Prima guerra mondiale. Angelo, si annoia, vaga come un’anima in pena, protesta. Non sa ancora che la montagna persegue misteriosi intenti e ha scelto proprio lui come custode di alcuni segreti. Durante una passeggiata in cui ha rischiato di perdersi, diventerà l’affidatario e il custode di una scatola per maschere antigas che contiene un quadernetto, il diario tenuto da un soldato nel 1918. Il soldato aveva diciannove anni, era poco più grande di lui, si chiamava Antonio ed era arrivato sul Grappa dalla Sardegna. Un ragazzo con un fucile in spalla e la paura nel cuore. Angelo comincia a leggere, Antonio scrive della sua casa, dei suoi affetti ma gran parte di quelle pagine, che narrano di trincee, di combattimenti, di ritirate, di incontri e di prese di coscienza degli orrori della guerra, è ancora nascosta là fuori, tra le rocce e nel fitto verde dei boschi. Angelo vorrebbe capire, ritrovare le tracce di Antonio, provare a riunire i tasselli della sua vita. Ma da dove cominciare? Grazie a circostanze imponderabili e al sollecito aiuto di Gabriele, un giovane ricercatore, Angelo imparerà a farsi guidare dalla voce della montagna e scoprirà che la Storia vista da vicino, lontano dal gelido distacco delle spiegazioni scolastiche, può farsi viva, reale e trasformarsi in una drammatica ed emozionante avventura.

Loris Giuriatti vive a Bassano del Grappa, dove lavora come insegnante e responsabile di un centro di formazione professionale. Nel tempo libero si occupa di promuovere il “suo” monte Grappa accompagnando i visitatori in percorsi dedicati alla Grande Guerra. Questo è il suo primo romanzo.

Come ti costruisco un romanzo poliziesco (Le lunghine di Fabio Lotti)

Ormai sono tutti uguali. Quasi tutti uguali. I romanzi polizieschi, via. Si tratti di mystery, thriller, noir poco importa. Partiamo dal personaggio principale. Uomo o donna che sia. Prima domanda e prima decisione. Che cosa gli facciamo fare? Le risposte sono sempre le stesse: poliziotto/a, avvocato/essa, detective, giornalista oppure qualche amico/a del commissario di turno. Ma va bene anche un tipo qualsiasi che covi in se l’arte struggente di scovare assassini.
Scelto il lavoro ora creiamo il personaggio. Partiamo dall’uomo. Qui ci si può sbizzarrire come ci pare. Sia dal punto di vista fisico che del comportamento, del suo “essere” in definitiva. Meglio se solo che male o bene accompagnato, qualche tic, qualche fissazione, qualche tormento che lo caratterizzi. Naturalmente in stretto rapporto con la disgrazia per renderlo più vicino a noi che siamo pieni di disgrazie. Non so, tanto per dirne una, che abbia perso la moglie in un incidente stradale o che gli abbiano assassinato i genitori o abbia, come minimo, una sorella impasticcata. E la salute? Dove la mettiamo la salute? Di casi ne abbiamo già millanta. C’è chi soffre d’insonnia, chi di colite, chi ha l’ulcera, chi ha mal di cuore (angina pectoris), chi è cieco, chi in carrozzella, chi senza palle (alla lettera), chi ha devastanti sensi di colpa (di solito reduci militari) e aggiungetevi pure altre malattie a vostro piacimento senza tema di sbagliare. Lo stesso vale per la donna poliziotta, detective o anche semplice cittadina attratta inesorabilmente dai casini del crimine. Che sia impantanata, magari, in un matrimonio in crisi o già andato a male, così la facciamo del tutto simile ai millanta esseri femminili in giro per il mondo. Per quanto riguarda gli orientamenti sessuali niente problema. Anzi, se lesbica va pure di moda.
Per costruire un buon romanzo poliziesco occorre, dunque, un passato che ritorni funesto a tormentare il protagonista anche nei momenti più felici, o meno miserevoli della sua esistenza. Magari consolato da un altro personaggio allietato da altrettante disgrazie che in due si patisce meglio. E, a proposito degli altri personaggi, devono essere completamente diversi fra loro, con qualcuno, portatore sano di dialetto stretto (siculo, sardo, toscano…), a dare sorridente vivacità al linguaggio e diventare la macchietta simpatica del racconto. Immancabili, poi, le alte sfere a rompere i coglioni al povero detective di turno. E fai qui e fai là e fai presto, non c’è tempo da perdere altrimenti… Se mancassero le alte sfere a rompere i coglioni la vita del nostro detective sarebbe troppo banale, troppo facile via. Essenziale anche il classico bischero che viene infilato in gattabuia senza che c’entri un’acca con il terribile misfatto. Così sembra tutto compiuto, tutto risolto. A meno che il classico bischero in gattabuia non sia il vero assassino. Ma il lettore medio conosce anche questa eventualità per cui, quando si trova di fronte il classico bischero in gattabuia, sorride sornione fra sé e sé come a dire non ci casco mica, furbetto di un autore!
La trama, naturalmente, deve essere complessa e incasinata al punto giusto e con un finale così imprevedibile da far esclamare al solito lettore allibito “Ma che bella trovata!”, oppure talmente incasinata e incredibile da fargli comunque esclamare “Ma che bella stronzata!” In ogni caso bisogna farlo esclamare, pena la non riuscita del parto sanguinoso. Sanguinoso perché sangue ci dev’essere spruzzato per ogni dove. Altrimenti che noia che barba che noia alla Mondaini.
Tuttavia non bastano la trama e i personaggi per ottenere un buon risultato. Oggi bisogna infilarci anche la cucina. Se non ci si infila la cucina, la buona cucina siamo perduti. Il libello non venderà una copia. Dunque armatevi di pazienza e tirate fuori qualche ricetta deliziosa, magari tipica del luogo dove si svolgono gli avvenimenti. Ricetta condita, naturalmente, da qualche ottimo ed efficace strizzabudella. Fate ingozzare soprattutto il personaggio principale, fategli strabuzzare gli occhi che il lettore si diverte a vederlo su di giri. E bisogna infilarci anche il classico salto sul letto, soprattutto alla maniera del che ci do che ci do che ci do senza il quale il racconto perderebbe quel brividino sensuale attizzante la fantasia del citato lettore. Se poi i salti sul letto sono due o tre ancora meglio.
Per quanto riguarda il luogo in cui ambientare la storia maledetta basta scegliere quello in cui vivete. Ormai non c’è più posto libero dove siano avvenuti efferati crimini cartacei da sbrogliare. Tutta la penisola italiana è stata occupata. Anche il sottoscritto per i suoi tre libercoli ha fatto così. Visto che vive vicino a Siena la scelta del luogo misfattifero (mio conio) è stata proprio questa città adatta, tra l’altro, ad essere esaltata per le sue bellezze artistiche. E qui ne approfitto spudoratamente per citarli che la faccia tosta non mi manca: Partita a scacchi con il morto, Chi ha ucciso il campione del mondo? Scacchi e crimine e La diabolica setta di Caissa. Scacchi e sesso in collaborazione con il Maestro di scacchi Mario Leoncini.

Dunque riepiloghiamo. Per buttar giù un buon romanzo poliziesco basta:
1) un detective, maschio o femmina, incasinato da diversi punti di vista;
2) il passato che ritorna funesto);
3) qualche personaggio “particolare” a suscitar sorriso;
4) superiori che martellino i coglioni al detective di turno;
5) il classico bischero in gattabuia;
6) la buona cucina e l’altrettanto classico salto sul letto;
7) un luogo da esaltare dove avvengono i misfatti;
8) una trama incasinata, incasinatissima con un finale incredibile, diciamo pure impossibile che tanto è lo stesso.

E il gioco è fatto. In bocca al lupo!

P.S.
Dimenticavo! Infilateci anche internet che oggi va tanto di moda.