Riccardino (Le gialle di Valerio 249)

Andrea Camilleri
Riccardino
Sellerio Palermo, 2020
Noir
(Volume cartonato anche con la prima stesura del 2005)

Vigata, Montelusa. Novembre 2004. Chi ha ucciso all’alba davanti al Bar Aurora l’impiegato della Banca Regionale Riccardo Lopresti, bello inappuntabile elegante sportivo espansivo, cittadino esemplare e cattolico osservante? Aveva appuntamento con tre inseparabili amici per una giornata da trascorrere insieme; sembra sia arrivata una grossa motocicletta Yamaha 1100 da strada, il conducente con casco integrale gli ha poi sparato due colpi in faccia. Lo strano è che poco prima la vittima aveva sbagliato numero e chiamato a casa il 54enne commissario Salvo Montalbano, presentandosi con un “Riccardino sono!” e ingiungendogli di sbrigarsi. L’indagine parte subito: gli amici erano tutti coetanei (del 1972), si erano conosciuti in prima elementare e non si erano più persi di vista; i giovani “quattro moschettieri” facevano giri e palestra insieme e avevano messo su famiglie intrecciate. Liotta e Licausi avevano sposato le due sorelle di Bonanno, Bonanno quella di Liotta; Lopresti, invece, Else, una tedesca, con la quale però gli altri non mantenevano buoni rapporti, lei sorella minore della sposa di un vigatese. Probabilmente, si capisce subito, Riccardo era amante di una moglie dei tre amici, due geometri e un ragioniere, loro tutti a vario titolo impiegati nella società della miniera Cristallo a Montereale. La vittima aveva fatto anche un’altra telefonata prima di morire. Corna o affari o altro dietro al delitto? Il commissario è molto incerto, sballottato su più fronti, distratto anche dalla voluminosa chiromante chiaroveggente Augustina Tina Macca che denunzia uno strano rumoroso traffico da parte di di un camionista che tutte le notti lascia un pacco nascosto sulla via davanti casa, per poi riprenderlo il giorno dopo con un’auto. Indaga su tutto e si consola mangiando in trattoria da Enzo o quel che Adelina gli lascia in frigo, parlando con Livia al telefono (pur pericolosamente incerta fra Rio e Johannesburg per le vacanze), bevendo whisky a canna.

Per chiudere in bellezza, l’immenso Andrea Camilleri (1925-2019) ha scelto una narrazione tridimensionale, con espliciti riferimenti a Pirandello e ad altri scrittori. Leggerete un impeccabile noir (senza verità e giustizia) imperniato sul solito protagonista (in terza persona fissa), con attorno i suoi mitici fedeli accoliti personaggi (Catarella e Fazio, Enzo e Adelina, la fidanzata Livia e il vice Augello a distanza) ed altre personalità (soprattutto questore, pm e vescovo). Leggerete del complicato locale impatto sociale dei mezzi di comunicazione di massa, in particolare dei rapporti conflittuali con l’immaginario prodotto dall’attore televisivo che interpreta Montalbano e dall’intera serie che stravolge la vita di tutto il paese. Leggerete della pessima relazione ormai instauratasi fra Salvo Montalbano e l’Autore dei romanzi ambientati, hanno opinioni diverse praticamente su ogni questione (eccetto che sullo scrivere o leggere americanate): da una parte sull’indagine, la sua evoluzione, la sua conclusione; dall’altra sulle reciproche biografie, l’invecchiamento e il futuro che, eventualmente, li aspetta. Sono tre le dimensioni, non due! Il vero Montalbano è infastidito dalla popolarità del falso, che gli complica il lavoro di polizia, lo fa sentire insieme bravo attore e inerte spettatore e, soprattutto, è più giovane, fisicamente non gli assomiglia affatto e non deve improvvisare come fa lui, impara la parte e via. Il vero Montalbano ha ormai propri codice e coerenza e sopporta sempre meno le idiosincrasie del pur altrettanto vero Autore che da Roma telefona a Vigata (la sua Porto Empedocle). Dovrà trovare non solo i colpevoli ma pure il modo di liberarsi delle verosimili fiction, una volta per tutte. Camilleri ideò il romanzo nel 2004, comunque come quello conclusivo della serie, voleva essere ironico e autoironico sul personaggio che lo aveva reso famoso nel mondo e gli aveva ingombrato le scritture oltre che la vita. Abbiamo continuato a godere le sue avventure anche dopo, a prescindere, altri diciotto romanzi e vari racconti. Nell’estate 2005 lo consegnò a Elvira Sellerio (1936-2010), amica del cuore e responsabile dell’omonima casa editrice; nell’attesa, Elvira custodì il manoscritto, poi gestito dal figlio quando lei morì e l’autore decise di “sistemarlo” un poco, rimodulandolo nella lingua e nelle sfumature (a 91 anni, nel 2016). Segnalo l’esame di filosofia di Montalbano a pagina 216 e la lettera rivoltagli dall’Autore con le opinioni sul governo del 2004-2005 a pag. 259. Teatralità e musicalità ovunque. Imperdibile.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Non esiste saggezza (Le brevi di Valerio 384)

Gianrico Carofiglio
Non esiste saggezza. Edizione definitiva
Einaudi Torino, 2020
Racconti

Non esiste saggezza è la raccolta di dodici testi di Gianrico Carofiglio (Bari, 1961), certo lo scrittore italiano di maggior successo nell’ultimo decennio, già in parte uscita nel 2010 per Rizzoli e ripubblicata ora in “edizione definitiva” da Einaudi, con l’aggiunta di due testi, quello uscito nel volume collettaneo “Cocaina” e un inedito, l’ultimo. La narrazione coglie l’occasione, una svolta, un imprevisto, un caso giudiziario, un inciso, un riferimento letterario, o una meritoria divertente intervista immaginaria a Tex Willer (ha letto il primo nel 1970, a nove anni, in quinta elementare; gli ha cambiato la vita); lo stile resta unitario e limpido, quello che abbiamo imparato a riconoscere e apprezzare nei romanzi.
Il titolo generale è ancora lo stesso del primo racconto, tratto da una poesia di Anna Achmatova: “la saggezza non esiste/ non esiste vecchiezza/ e forse/ nemmeno la morte”, i versi della scrittrice sono il filo conduttore di un breve incontro ad Amsterdam.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Sentenza artificiale

Barbara Baraldi
Sentenza artificiale
ChiareLettere, 2020

Barbara Baraldi affronta per la prima volta una trama dal sapore fantascientifico che mi rimanda subito al celebre “Io robot” del grande Isaac Asimov. E allora concedete a me, per anni maniacale cultrice di fantascienza, di avanzare poche righe. Per quanto attiene al potere e all’utilità delle macchine nel nostro mondo, oggi siamo inchiodati a due opposte profezie: una tecnoutopista, l’altra scettica e catastrofista. La prima, ottimistica e illuminista, guarda al macchinismo come una liberazione (dalle costrizioni materiali, dalla pericolosità del lavoro) e si basa sul sapere sociale e la conoscenza (tecnologica) applicati. La seconda, la catastrofista, è invece molto condizionata dal timore che le più straordinarie tecnologie, magari legate al nucleare, possano sfuggire al controllo dell’umanità e segnarne la fine. E fu proprio Isaac Asimov, scienziato e futurologo, con il bestseller della letteratura fantascientifica Io robot, a metterci davanti agli occhi il peggior dilemma del macchinismo: l’uomo replicherà, secondo Asimov per il 2035, il proprio cervello in un androide. Ma a quel punto il “cervello positronico” (l’antimateria di cui Asimov immagina fatta la mente dei robot) sarebbe in grado di ingaggiare una sfida finale col cervello umano. Nella fantascienza di Asimov, l’uomo può difendersi dal sopravvento dei robot programmandone il software con algoritmi embedded di autocensura e autocontrollo (che nel suo romanzo la Baraldi inserisce e maneggia con perizia).
Ma in uno dei racconti di Asimov, il robot androide Viki (Virtual Interactive Kinetic Intelligence) sfugge al controllo umano… Fa pensare. Insomma, potremmo rischiare davvero il sopravvento delle macchine intelligenti sull’uomo?
La trama di Sentenza artificiale ci regala una splendida, inarrestabile avventura dai ritmi rapidissimi, tutta in salita, per presentarci un futuro prossimo plausibile in cui la maggioranza del governo italiano, sulla spinta di una formidabile pressione economica e mediatica, sta per votare una riforma, la più grande innovazione nella giurisprudenza dall’epoca della riscoperta del Codice giustinianeo. Un riforma per affidare la giustizia italiana a LexIA, l’algoritmo di “sentenza artificiale” in grado di rivoluzionare il processo penale. LexIA è in grado di valutare ogni aspetto del caso, dalle circostanze alle prove, dalle testimonianze alle attenuanti, ignorando le ingerenze politiche nella magistratura e la pressione dell’opinione pubblica, E, se non bastasse, può anche eliminare gli errori giudiziari e, di conseguenza, i risarcimenti milionari che andrebbero a gravare sulla spesa pubblica. Insomma LexIA è un algoritmo in grado di emettere la sentenza senza alcun intervento dell’intelligenza, della capacità decisionale e dell’etica umana. Promotore e sponsor della rivoluzionaria metodologia è Aristotile Damanakis, imprenditore e filantropo, fondatore e amministratore delegato della LegTech, società creatrice del programma, ex avvocato penalista, poi affermatosi nel campo dei servizi informatici per gli uffici legali e i tribunali, settore privatizzato di recente. Ma durante la conferenza stampa in una grande aula del Tribunale di Roma, una pacifica manifestazione dell’opposizione, i Responsabilisti, degenera in attacco rivoluzionario e provoca disordini disastrosi. Alcuni sicari vestiti di nero e mascherati raggiungono la sala delle conferenze. Damanakis viene assassinato e Colbran, ex giudice di Corte d’Assise, fondatore e portavoce del movimento dei Responsabilisti, ritrovato vicino al cadavere con un pistola fumante in mano, viene accusato del delitto.
Sono passati due anni, ogni resistenza alla messa a punto del progetto di LexIA è stata superata, il programma verrà introdotto a giorni. Il primo caso ufficiale su cui dovrà pronunciarsi sarà la colpevolezza di Saverio Colbran, accusato dell’omicidio di Aristotile Damanakis, ma la giovane e brillante informatica e analista ministeriale Cassia Niro, che da alcuni mesi sta lavorando al progetto, ritiene di aver scoperto un’anomalia nel sistema. Anomalia che, a suo vedere, potrebbe mettere a rischio il corretto funzionamento dello stesso. Cassia è sicura che qualcosa o qualcuno abbia sia pur brevemente interferito con la sandbox di protezione di LexIA. Ligia al dovere e all’azienda informa il suo capo e fa rapporto scritto su quando ha individuato. Dritta e decisa fino al midollo, immagina un’interferenza o un errore umano. Non può certo prevedere che, dal momento in cui ha reso noti i suoi dubbi, la sua vita sarà in pericolo. Qualcuno vuole interferire sulla riforma della magistratura ed è pronto a uccidere pur di manipolare le sentenze. Da quel momento Cassia si trasforma in bersaglio per qualcuno disposto a tutto pur di coprire le proprie tracce. Perché come lei è riuscita a vedere l’anomalia, così chi controllava quell’anomalia ora sa di lei.
Cassia, imbattibile hacker, sarà costretta a confrontarsi con un avversario di cui non riesce a indovinare fino in fondo le mosse. Ma il coraggio, la volontà, l’intelligenza, la convinzione, il senso di amicizia, di appartenenza e l’emozione umana a lungo andare possono trasformarsi nella carta vincente che ti può regalare la partita. E sarà infatti Cassia, in una spasmodica corsa per fermare il tempo, a sorprenderci con una serie di colpi di scena.
L’autrice fa pensare alla sua Cassia: “Nessuna macchina potrà mai competere con la flessibilità della nostra mente”.
E noi oggi in questo mondo, dove mille diversi input condizionano e governano le nostre giornate, anche senza la spada di Damocle di LexIA a incombere sulle nostre teste, speriamo che abbia davvero ragione, anche se un perverso angolino della nostra mente continua a chiedersi: chi comanda e decide veramente?
Applauso a Barbara Baraldi nell’aver scelto di portare avanti una trama potente, straordinariamente scenografica, in bilico sul doppio binario scientifico ed etico. Immaginate per un attimo che una macchina possa arrivare a sostituire un intero apparato di giustizia, che possa farsi garante di una giustizia priva di componenti pregiudiziali o soggettive, asettica e super partes: la vorremmo? Questo è il vero dilemma etico che ci affida Sentenza artificiale.
I grandi progressi della scienza e della tecnologia pongono sempre il quesito sui limiti entro i quali ne è consentita la messa in pratica. In Sentenza artificiale LexIA prende decisioni sulla base della riproduzione astratta di una realtà che non capisce. LexIA infatti è un’intelligenza priva di empatia, non in grado di distinguere tra il “bene” e il “male” come li intendiamo noi, e non può prescindere dalle idee e convinzioni dei suoi progettisti….

Barbara Baraldi è autrice di thriller e sceneggiature di fumetti. Pubblica per Giunti editore la serie “Aurora Scalviati, profiler del buio” di cui fanno parte i romanzi Aurora nel buio (2017), Osservatore oscuro (2018) e L’ultima notte di Aurora (2019). Nel corso della sua carriera ha pubblicato romanzi per Mondadori, Castelvecchi, Einaudi e un ciclo di guide ai misteri della città di Bologna per Newton & Compton. Tra il 2014 e il 2015 ha collaborato con la Walt Disney Company come consulente creativa. Dal 2012 scrive per la serie “Dylan Dog” di Sergio Bonelli Editore. È vincitrice di vari premi letterari, tra cui il Gran Giallo città di Cattolica e il Nebbia Gialla. È trai protagonisti di Italiannoir, documentario sul thriller italiano prodotto dalla Bbc. I suoi libri sono accolti con favore dalla critica e dal pubblico e sono pubblicati in vari paesi, tra cui Germania, Inghilterra e Stati Uniti. Dal 2010 tiene lezioni e corsi di scrittura creativa per adulti e ragazzi in collaborazione con le scuole secondarie di primo e secondo grado.

Come la pioggia sul cellofan (Le gialle di Valerio 248)

Grazia Verasani
Come la pioggia sul cellofan
Marsilio Venezia, 2020
Noir

Bologna. Fine estate. Dopo un anno di convivenza, l’irreprensibile giudizioso Luca Bruni, dirigente della questura a capo della squadra Mobile, ha lasciato la graziosa conciliante Giorgia Cantini, esperta titolare di una piccola agenzia di investigazioni private, incallita fumatrice e bevitrice, impulsiva atea solitaria. Lui aveva avuto una bella infatuazione, ora è tornato sui suoi passi, ha radunato le proprie poche cose mentre lei era fuori, ha lasciato le chiavi sul tavolo e se n’è andato senza lasciare un biglietto. Tre mesi prima il figlio Mattia aveva avuto un grave incidente con una settimana di coma, è ancora in convalescenza, la madre Giusi aveva vietato a Giorgia di fargli visita, Bruni non si era opposto e anzi aveva progressivamente scelto di tornare in “famiglia”. Lei si compiange e si ubriaca spesso. Un amico la distrae suggerendole un lavoro: la famosa pop star alcolista cocainomane Furio Salvadei ha una devota ammiratrice non più giovanissima, la 44enne Adele Fossan residente a Mestre ed ex proprietaria di un negozio di abbigliamento. Si è fatta troppo insistente, è stata già ammonita dalla polizia; il musicista è in piena crisi artistica ed esistenziale, se ne vorrebbe liberare senza ricorrere a forza e giustizia. Giorgia va a trovarlo in un appartamento da capogiro, che uomo! Vicino ai cinquanta, niente di artificiale, capelli folti e castani schiariti dal sole, setto nasale deviato in modo fascinoso, occhi marroni luminosi; un fratello quasi altrettanto affascinante. L’incarico si rivela meno facile del previsto: si tratta di uno stalking intermittente, la donna molestatrice è sfuggente enigmatica strana mutevole. A Giorgia, in parallelo, viene anche chiesto di verificare la biografia della possibile futura nuora di una riccona. E poi ci scappa un omicidio.

La scrittrice e cantautrice, attrice e doppiatrice Grazia Verasani (Bologna, 1964) confeziona l’ennesimo bel noir, come sempre narrato in prima persona al presente dalla riuscita protagonista. Scrive buone storie e musiche da oltre trent’anni, il primo romanzo con Cantini nel 2004 (ne furono tratti un film da Salvatores e una serie televisiva). Questo è il sesto, a quattro anni dal precedente; la vita cartacea scorre più lenta, è trascorso solo un anno dalla vicenda narrata nel 2016. Ora che è tornata sola, Giorgia incontra di nuovo molti dei soliti interessanti amici, sempre aiutata dalla mitica Genzianella. Il titolo parte dalla pioggia persistente della stagione e riprende un effetto sensoriale, gli involucri che ci proteggono e separano dal fastidio e dal dolore, in un contesto dove tutto appare disilluso, falsato da miti e tecnologie. La stalker e l’investigatrice sono donne disperate e lottano insieme a noi, nell’ombra, in un continuo rimando di citazioni cinematografiche e letterarie, perlopiù di testi e film di genere giallo e noir. Come epitaffio della sua storia d’amore Giorgia sceglie, comunque, Françoise Sagan: “per un istante furono sul punto di conoscersi”. La gioia di veder cadere chi è salito in cima si chiama Schadenfreude, lo sapete? Come spesso, la lotta interiore è, invece, a metà tra il senso di colpa e lo scaricabarile. Liquori, birra e vino in gran quantità, anche amarone e traminer. Pure molta musica, compreso il pezzo di Dalla che piaceva alla scomparsa sorella Ada: “leva il tuo sorriso dalla strada e fai passare la mia malinconia”. Beati quelli che ci riescono.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La pantera delle nevi (Le brevi di Valerio 383)

Sylvain Tesson
La pantera delle nevi
Sellerio Palermo, 2020 (orig. 2019)
Traduzione di Roberta Ferrara
Ecologia

Tibet. Qualche anno fa. Durante la proiezione del film sul lupo abissino, il giornalista e grande viaggiatore Sylvain Tesson (Parigi, 1972) incontra il regista e fotografo Vincent Munier e decidono di andare insieme ad avvistare un animale che vive sugli altipiani a nord del Tibet, La pantera delle nevi, Panthera uncia, accompagnati da Marie, compagna cineasta di Munier, e Léo, aiutante di campo e filosofo.
Tesson era già noto come narratore giramondo di solidi principi: l’imprevisto non si presenta mai spontaneamente, bisogna andare a cercarlo dappertutto; il movimento stimola l’ispirazione; la noia corre meno velocemente di un uomo che ha fretta. Il volume racconta in prima persona la loro splendida toccante avventura, il lento avvicinamento, il “sagrato” lassù nella gelida montagna, l’apparizione infine. La Terra è un museo ma Homo sapiens non ne è il custode, anzi inquina, distrugge, estingue ecosistemi e specie (altre). Il libro ha vinto il Prix Renaudot del 2019.

(Recensione di Valerio Calzolaio)