La grande livellatrice (Le varie di Valerio 112)

Walter Scheidel
La grande livellatrice. Violenza e disuguaglianza dalla preistoria a oggi
Il Mulino Bologna, 2019 (orig. 2017)
Traduzione di Giovanni Arganese
Storia

Il nostro pianeta con e fra primati umani. Passato, presente e futuro. La disuguaglianza fra gli individui viventi della specie Homo sapiens è pericolosa e crescente. Vi sono oggi persone, famiglie, gruppi, Stati, continenti enormemente più ricchi di altri, capaci di concentrare la teorica ricchezza globale in un esiguo numero di mani. Tuttavia, una simile significativa disuguaglianza ha una storia antichissima alle spalle, da millenni le eccedenze rispetto al minimo indispensabile per la sopravvivenza non sono condivise in modo equilibrato fra gli esseri umani e una prospettiva interculturale, comparativa e a lungo termine appare essenziale per la comprensione dei meccanismi che modellano la distribuzione del reddito e della ricchezza sulla Terra. Vi sono segni e qualità di disuguaglianza pure precedenti il Neolitico, quando certamente (seppur lentamente) la produzione di cibo tramite agricoltura e pastorizia creò una scala quantitativamente tutta nuova di ricchezza e di eccedenze. L’addomesticamento delle fonti alimentari comportò anche l’addomesticamento delle persone. La disuguaglianza politica rafforzò e amplificò la disuguaglianza economica. Per migliaia di anni la “civilizzazione” progressiva e le varie civiltà diffuse quasi mai si caratterizzarono per forme pacifiche di perequazione. Nell’intero arco della storia documentata i momenti di livellamento più marcato sono stati invariabilmente il risultato solo di potenti shock. Quattro diversi tipi di rotture violente hanno appiattito la disuguaglianza: le guerre generali, le rivoluzioni trasformative, i crolli degli stati, le pandemie letali. Considerando la complessiva storia umana del pianeta, solo una o più di queste quattro violente forze (terribili e mortifere) hanno compresso la disuguaglianza materiale.

Grazie a una sterminata bibliografia comparata, a un enorme massa di dati e documentazione, a una limpida riflessione critica globale lo storico Walter Scheidel (Vienna, 1966), nato e formatosi in Austria, poi dal 1999 trasferitosi negli Usa e da tempo docente presso l’autorevole californiana Stanford University, studia alcuni nessi cruciali per comprendere la distribuzione delle risorse materiali all’interno delle società, lasciando consapevolmente in secondo piano alcune questioni definibili oggi come geopolitica: gli aspetti climatico-geografico-ecologici e la disuguaglianza fra le nazioni. Due sono le metriche di base utilizzate: il coefficiente o indice di Gini (ben noto agli scienziati economisti), le percentuali totali di reddito di mercato e netto (disponibile) o di ricchezza (aggiornate da Piketty e ben note agli scienziati sociali). A ragionare di disuguaglianza è però primariamente uno storico, non un filosofo o economista o giurista o sociologo, questo è il grande interesse culturale del volume. Tanto più che la scansione narrativa opportunamente non si condiziona a una convenzionale cronologia. La prima corposa parte segue l’evoluzione della disuguaglianza dall’epoca dei nostri antenati primati fino agli inizi del XX secolo. Le successive parti trattano dei quattro differenti tipi di shock, la seconda (guerre) e la terza (rivoluzioni) affrontando subito di petto il cruento Novecento e risalendo poi indietro nel tempo per cercare eventuali simili antecedenti. La quarta parte esamina specifici casi storici di fallimento dello stato e di collasso sistemico (moderni o antichi). Egualmente la quinta parte documenta esempi molto o poco conosciuti (comunque ad ampia distanza per tempi e luoghi) di mortalità epidemica di massa. Arriviamo così alle domande contemporanee: esistono o possono esistere fattori alternativi (ovvero non violenti) per ridurre le disuguaglianze (sesta parte)? Che cosa ci riserva o potrebbe riservarci il futuro (settima)? Forse le risposte non ci piaceranno, però è meglio valutarle con attenzione. Manca purtroppo un indice degli argomenti (solo i nomi propri), inevitabilmente di migrazioni spesso si parla (più o meno forzate esse stesse).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Caos (Le varie di Valerio 111)

Marco Malvaldi e Stefano Marmi
Caos. Raccontare la matematica
Il Mulino Bologna, 2019
Scienza

Numeri. Ovunque. La matematica fornisce un linguaggio che si è rivelato e si rivela straordinariamente efficace nel costruire delle rappresentazioni del mondo in qualche mondo utile, deriva da pensieri astratti per fare fronte ad azioni concrete. Il chimico, grande allegro scrittore e scienziato, Marco Malvaldi (Pisa, 1974) e il fisico, docente di Sistemi dinamici alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Stefano Marmi (Bologna, 1963) riflettono insieme sul caos e sul caso nelle nostre vite, in particolare sulla formalizzazione (recentissima, una trentina d’anni) del concetto matematico di caos, sulla sua distinzione da quello di caso e sull’ubiquità del caos nelle scienze (per questo il titolo è dedicato solo al “caos”). Fin dall’antichità sia caso che caos occupano un ruolo centrale all’interno delle nostre rappresentazioni mentali: entrambi (diversamente) richiamano l’esistenza di fenomeni che sfuggono alla nostra volontà di prevedere e sono stati oggetto di ragionamento in tutti i generi della matematica, soprattutto con la ricerca filosofica sul divenire, sull’evoluzione e sul cambiamento e con l’applicazione del calcolo scientifico delle probabilità che ha trasformato completamente la fisica, la biologia, l’economia e la statistica. Dopo una breve prefazione si susseguono nove capitoli con tanti numeri, equazioni (esistono dalla metà del 1500), derivate, formule, codici la cui (non facile) lettura è un poco aiutata da una leggiadra sintesi iniziale in corsivo, da titoletti esplicativi, da digressioni esemplificative, da citazioni illustri. Continui sono i riferimenti alla storia della matematica e ai grandi studiosi che vi hanno contribuito. L’editing è imperfetto. In fondo si trovano una breve bibliografia moltissimo sintetica e l’utile indice dei nomi di persone.
Si parte ovviamente dalle antiche riflessioni sulle regolarità dei moti dei pianeti e delle stagioni che varie migliaia di anni fa hanno imposto alla nostra specie di cercare (e via via trovare, ora prima ora dopo, ora qui ora là) le dinamiche complicate dietro alcune regole (apparentemente) semplici. Si è subito visto che dalle condizioni iniziali sono sensibilmente dipendenti effetti ed eventi successivi, che alcuni ritmi naturali sono intrinsecamente instabili (anche molti di quelli ciclici o periodici), che per la misurazione serve spesso una qualche approssimazione. Ecco la necessità di modelli di meccanica celeste per l’astronomia moderna, superare la frammentarietà della spiegazione separata del movimento di ogni pianeta di cui si è lentamente scoperta l’esistenza. Ed ecco anche la potenzialità e il rischio del “determinismo”, per quanto in sistemi dinamici e per quanto si considerino sia i comportamenti ordinati e prevedibili che quelli caotici e imprevedibili (questi ultimi generati da almeno una relazione nonlineare). Il caos nasce pure da impercettibili salti, dimenticanze, errori (anche casuali) e poi dalla loro inevitabile amplificazione; si riconosce guardando quella successione di dati con il giusto punto di vista (appunto non lineare). Chiaramente, una serie temporale irregolare non è per forza frutto di un sistema caotico: può anche essere data da un sistema lineare perturbato dall’esterno o può essere propria di un sistema caotico che (per di più) interagisce con una sorgente esterna di disturbo. Caos (determinismo) e caso (rumore) possono determinarsi a vicenda. Scopriamo di conseguenza tanti significati specifici propri della matematica, dal Pi greco all’entropia (diverso da disordine energetico e legato piuttosto alle informazioni di un messaggio), dalle funzioni logaritmiche a quelle binarie, dalle scommesse alle probabilità, dalla ridondanza ai numeri primi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Tu chiamale, se vuoi… (Le varie di Valerio 110)

Ranieri Polese
Tu chiamale, se vuoi… Citazioni, echi, lasciti letterari nelle canzoni italiane
Archinto, 2019
Musica e letteratura

Italia, fin da quando c’è un italiano che può essere musicato. Da sempre i parolieri italiani hanno saccheggiato grandi autori della nostra letteratura, con una preferenza assoluta per Dante, subito dopo per Petrarca e Leopardi. La storia della contaminazione fra belle opere poetiche e canzonette potrebbe iniziare dai libretti d’opera, un popolare genere ottocentesco con regole e strutture rigide ove la letteratura cosiddetta alta si cristallizzava più o meno consapevolmente e s’irradiava nello stesso parlato quotidiano di uomini e donne che in parte non l’avevano prima frequentata. Termini e parole, aggettivazioni ed espressioni migrarono e migrano da eccelsi scrittori alla musica leggera (reminiscenze, imitazioni, allusioni, citazioni), per uno scambio in genere unidirezionale, salvo sporadiche eccezioni: citazioni o echi delle canzoni nei testi letterari sono cose rarissime. E, comunque, una direzione inversa dello scambio vale molto negli ultimi cinquanta anni dai brani musicali verso il cinema o i titoli dei libri. Certo è che andrebbe più e meglio studiata la lingua d’uso nei testi delle canzoni italiane, simile ai libretti d’opera e lontana dal parlato almeno fino alla prima metà del secolo scorso (rime, assonanze, tronche, accenti finali, metrica tradizionale e dislocazione irrituale): fior, cuor, sol, amor. Il bravissimo giornalista, saggista e critico Ranieri Polese (Pisa, 1946) scrive da decenni di cinema e musicultura per molti autorevoli quotidiani e settimanali. Qui ci regala una deliziosa introduzione a un tema su cui poco si riflette, il lascito culturale del componimento poetico nella musica leggera, ciò che resta della letteratura alta come eco in altre forme culturali e come influenza nell’immaginario collettivo. Scopriamo con godibile stile come tanti colti temi, parole, usi, modelli canonici si sono insinuati nelle canzoni che amiamo e canticchiamo, qualunque sia il genere musicale che ha successo di vendita in un certo periodo storico o che crediamo di preferire.

Dante è il “Top of the Pop”, il più citato fra i classici della letteratura italiana. Le tracce della Divina Commedia (perlopiù l’Inferno, perlopiù Paolo e Francesca) e dello stesso illustre personaggio sono innumerevoli (talora in connessione con riferimenti a Firenze). Polese esamina un campione di trenta testi 1922-2013 (con un antefatto del 1859), riferiti sia al tradizionale canzoniere (che vede separati compositore, autore, interprete) sia alla stagione dei cantautori: per ogni brano si riportano il verso o i versi in cui è chiara la citazione letteraria, sottolineandone gli specifici aggiornati valori linguistici e le varie possibili ulteriori funzioni (ironia, parodia, stereotipia, invettiva). Visto che per larga parte del secolo scorso la canzone fu essenzialmente e principalmente canzone d’amore (infelice, perso, artificiale), non si può poi che riconoscere un sostanziale strutturale debito verso Petrarca. Polese ricerca nomi, animali, elementi naturali e situazioni che ricorrevano allora nel Canzoniere (Rerum Vulgarium Fragmenta) e tornano ora, qua e là, nei testi delle canzoni: Laura; usignoli passeri rondini capinere; data anniversario, anno mese giorno ora, stagione in cui… ci è accaduto qualcosa di sentimentale; il tempo che passa o è proprio passato; acqua chiara come pure, talora, lacrime d’addio; il bagno di Diana (nuda quindi). Infine è Leopardi che, prima un poco usato nel melodramma ottocentesco, indi praticamente assente nel canzoniere fino alla metà degli anni cinquanta, dai Sessanta diventa una presenza costante. Polese registra l’effetto Infinito almeno dal 1956, cita e commenta cronologicamente più di trenta testi di successive canzoni, aggiungendo ancora quelle che abbinano versi leopardiani all’amore assoluto o carnale, oppure al Cosmo. Nell’appendice l’autore confronta Il sabato del villaggio e La canzone dell’amore perduto (quando De André correggeva Leopardi) e accenna alle influenze di testi stranieri nelle canzoni italiane attraverso tre casi (Françoise Sagan, Baudelaire, Saffo). La lettura è piacevole, offre un’intelligente griglia critica e suggerisce molti altri spunti o ricerche, anche per personale interesse biografico.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’infinita scienza di Leopardi (Le varie di Valerio 109)

Giuseppe Mussardo e Gaspare Polizzi
L’infinita scienza di Leopardi
Scienza Express Trieste, 2019

Recanati e Cosmo. 1798-1837, prima e dopo. Una strenna più che un saggio. Della biografia di Leopardi si sa già molto. Di storia della scienza si sa ogni giorno qualcosa in più, per definizione. Leopardi, poi, ha scritto molto con riferimento a varie scienze e sulla sua scientifica filosofia si continua a dibattere da un secolo e mezzo. Eppure, mancava finora una riflessione come quella articolata nel bel volume intitolato alla “infinita scienza”, ovvero alla ricercata poesia del ragionamento leopardiano e alla cura terminologica del narrare leopardiano, nel contesto della nobile letta biblioteca e dell’evoluzione scientifica successiva. Gli autori, dopo aver ricordato sommariamente le tappe principali della vita dell’illustre recanatese, distinguono con rigore tre grandi temi: l’astronomia, o più in generale la cosmologia, ovvero la scienza del cosmo e delle sfere celesti; la chimica, la scienza della materia e delle sue innumerevoli trasformazioni; l’infinito in tutte le sue molteplici accezioni, anche quelle di una disciplina matematica che meno interessava Leopardi. Colpiscono il ritmo e lo stile del testo. Dichiaratamente e continuamente intrecciano temi scientifici e citazioni accurate, lo stato dell’arte al momento delle letture e delle fascinazioni di Leopardi (quel che poteva o non poteva avere in qualche modo studiato o valutato o sperimentato lui stesso con strumenti del laboratorio) e le intuizioni o le carenze connesse agli sviluppi seguiti alla sua morte, con intermezzi e parentesi sui nomi dei grandi scienziati o sul succo delle grandi scoperte nelle varie Fisiche scienze e la segnalazione degli eventuali possibili ulteriori approfondimenti in materia. Le questioni dotte vengono spiegate con semplicità, sia quando il riferimento è al grande autore della letteratura italiana, sia quando è alla disciplina. Ogni parte si chiude con oltre una decina di pagine di foto e immagini antiche e moderne, disegni ritratti grafici con a fianco la ripetizione poeticamente appropriata di brevi passi del testo.

Il docente di fisica teorica Giuseppe Mussardo (Sogliano Cavour, 1959) e il filosofo della scienza Gaspare Polizzi (Trapani, 1955) illuminano il notissimo profilo di Giacomo Leopardi con una luce diversa e da un’altra angolazione. Leopardi visse meno di 40 anni, la sua corposa “Storia dell’Astronomia” fu iniziata nel 1811 quando aveva 13 anni e completata nel 1813, il suo componimento più noto è il breve “Infinito” del 1819, elaborato nella sofferenza quando ne aveva 21 e affinato fin quasi alla morte. Occorre essere accorti quando si compara l’età in specifici ecosistemi umani di secoli fa con i ritmi biologici e culturali di oggi. Gli autori sottolineano l’evidente enorme contrasto tra le opere giovanili e quelle della maturità: “nulla fino a sedici anni preannuncia quello che sarà dopo”. All’interno di un passaggio cruciale di svolta (verso i 16 anni probabilmente), dovendo pur distinguere almeno due grandi fasi del pensiero e della scrittura, l’interesse per la scienza non è una novità e non viene abbandonato, resta grande e costante. Questi sono, dunque, gli elementi da sottolineare: sempre un pensiero e un’attitudine scientifici leopardiani, evoluzione del ruolo assegnato alle scienze nella riflessione sulla vita e nello scorrere dell’esistenza. Erudizione e poesia appaiono destinate a intrecciarsi. Il mondo non ha un unico senso e forse non ha proprio senso, nel viverlo e per sentirlo Leopardi considera l’approccio scientifico indispensabile, aiuta a limitare miti e pregiudizi (anche quando s’accorge che può creare maggiore infelicità), si ciba di verifiche empiriche che continuamente aggiornano e aggiustano le conoscenze vitali (anche quando sottolinea che esistono comunque le circostanze e altre biodiverse dimensioni della realtà, indecifrate o proprio indecifrabili). Giusto e bello. Infinitamente poeticamente infelice. “Qual sarà quel felice, il quale si creda d’esser felice abbastanza?… Chi è colui, che voglia esser felice per un certo lasso di tempo, e non più?… E questo desiderio di vita, che non ha termine alcuno, ove si fermi, e riposi, che altro è se non desiderio di eternità?”

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Errore (Le varie di Valerio 108)

Giulio Giorello e Pino Donghi
Errore
Il Mulino Bologna, 2019
Scienza

Science fiction e no fiction. Da sempre. Sugli schermi dei nostri PC talora compare un messaggio difficile da ignorare. “System error”. Obsolescenza ed errori sono programmati, non si aggiustano, bisogna resettare e ricominciare, spegnere e riaccendere. Al tempo della società controllata dagli algoritmi, se cadiamo in una situazione imprevista dalla procedura, è impossibile per l’utente ritornare dentro una qualche configurazione gestita, se ne deve occupare il dio-architetto-progettista. La trilogia cinematografica di Matrix lo aveva già mostrato sul grande schermo: l’errore è proprietà e funzione della programmazione originaria, prescinde dal concreto operare e dalle eventuali improbabili emozioni sia degli schiavi che dei ribelli. L’imprecisione corrisponde a imperfette libertà ed emozioni, la perfezione è a prova di errore. Bizzarro. Homo sapiens e la straordinaria civiltà che è riuscito a costruire sono frutto della sua naturale propensione alla scoperta di nuovi mondi e all’altrettanto ineludibile attitudine al racconto, dipendono in sostanza dagli innumerevoli errori di trascrizione genetica alla base di quel processo evolutivo scoperto da Darwin e ben interpretato dai successivi filosofi della scienza capaci di elogiare proprio gli errori (Mach e Popper soprattutto). Conoscenza ed errore dipendono da medesimi meccanismi psichici e solo il risultato permette (transitoriamente) di distinguerli. L’errore è il motore stesso della ricerca, un’impresa collettiva (di colleghi e rivali, falsi e veri, per scelta o per caso) e mai solo individuale. Per questo la politica dovrebbe ispirarsi un poco di più al dibattito scientifico, almeno nella modalità argomentativa di ciascun protagonista e gruppo di parte, consapevole che ogni azione e ogni progettualità producono conseguenze, sovente inattese, qualche volta sgradevoli. Triste ma frequente che si dia purtroppo torto a quest’ineccepibile esigenza.

Con garbo e stile il grande epistemologo Giulio Giorello (Milano, 1945) e l’eccellente divulgatore scientifico Pino Donghi (Roma, 1957) tornano sulla potenza euristica dell’Errore. Non è un trattato organico, non è un compendio esaustivo. L’agile volumetto parte dall’attualità informatica e dall’immaginario collettivo per introdurre la svolta dell’evoluzionismo che struttura la biologia, anticipa e indirizza la genetica. Senza errori non c’è evoluzione, senza errori non c’è progresso della conoscenza. Le idee buone vengono dalla tradizione filosofica, dalle letture spregiudicate, dalle intuizioni creative degli scienziati. Un significativo capitolo è dedicato alla meraviglia biologica del nostro corpo e agli errori in medicina, rari, non augurabili e spesso prevenibili, ma mai inconcepibili. Come in tutte le attività umane, periodici errori sono inevitabili, di regola non causati dalle azioni di un singolo e tantomeno intenzionali. Certo, c’è sempre una responsabilità (colpevolezza) basata sull’elemento della scelta, proprio la riflessione sulle circostanze (talora attenuanti) degli errori nell’esercizio della relazione fra medico e paziente, fra sanità e pubblico, costituiscono un’insostituibile occasione per il miglioramento del sistema stesso, oltre che per la corretta valutazione dell’innegabile individualità della risposta a trattamenti e cure ed eventualmente per risarcire le vittime occasionali. Gli autori giustamente sottolineano come sia cruciale in medicina (e, per certi versi, in politica, aggiungo) l’erronea percezione del potere del medico (dell’amministratore e del dirigente) nella relazione terapeutica (e associativa). Ogni scienza è una grande arte dell’approssimazione. Conta il principale fattore umano, pensare: il volume si chiude con l’esemplare citazione del caso (2009) del pilota americano di aerei Sullenberger meravigliosamente portato al cinema da Eastwood e Hanks (2016), Sully. Sfruttiamo al meglio il grande futuro che l’errore ha davanti a sé.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La vita bugiarda degli adulti (Le varie di Valerio 107)

Elena Ferrante
La vita bugiarda degli adulti
Edizioni e/o Roma, 2019

Napoli. Fine inverno 1992 – fine primavera 1995. Giovanna Trada è nata il 3 giugno 1979, quando i genitori Andrea e Nella avevano lui 32 e lei 30 anni. L’esile padre è professore di storia e filosofia nel liceo più prestigioso di Napoli, intellettuale abbastanza noto in città, disponibile a molto richieste lezioni private per arrotondare il modesto stipendio; la madre insegna latino e greco in un altro liceo, corregge bozze di storie e romanzetti rosa, e talora ne scrive, per arrotondare a sua volta. Vivono nei quartieri benestanti, in cima a San Giovanni dei Capri al Rione Alto (sopra il Vomero); le hanno spiegato tutto sulla sincerità e sul sesso, leggono tantissimo, fanno spesso riunioni importanti fuori e dentro casa, sono legati ai colti benestanti coetanei Mariano e Costanza con le due figlie Angela e Ida, pensano con cura se devono dire qualcosa, cercando di mantenere sempre gentilezza e proprietà di linguaggio. Una sera di febbraio 1992, Giovanna, che è in terza media e non va molto bene a scuola pur studiando molto, ascolta per caso una frase che nella loro camera il padre (due anni prima di andarsene poi di casa) dice sottovoce alla madre a commento dell’informazione sul deludente risultato dei colloqui con gli insegnanti. “L’adolescenza non c’entra”, Giovanna “sta facendo la faccia di Vittoria”, ovvero della brutta e malvagia sorella minore (quasi 40enne). La dodicenne si sente sconvolta e ferita in un periodo di fragilità e svogliatezza: da un anno ha avuto le prime mestruazioni, si vergogna per come si sente cambiare dentro e fuori (odori e languori, seno in crescita, capelli e peli in trasformazione), adora i genitori e soprattutto il padre che le hanno dipinto una zia pessima povera sciatta, infrequentabile, tenendola dunque a distanza, nei quartieri bassi con gli altri parenti. Impara a dire bugie, decide di conoscere Vittoria e diventa Giannina, per la zia e per un po’. Vittoria, in realtà, è alta e bella, vive nel ricordo del grande amore Enzo insieme alla di lui moglie vedova Margherita e ai figli del matrimonio, Tonino, Corrado e la splendida Giuliana fidanzata con il mitico Roberto di cui s’invaghisce, primo vero amore.

Chiunque sia, Elena Ferrante è napoletana di fatto e diritto, forse; nata nella prima metà degli anni cinquanta, forse; oggi probabilmente la più brava scrittrice italiana, certo quella di maggior meritato successo, nazionale e internazionale. I suoi romanzi sono ruvidi e trasudano lividi, slabbrature, smargini. Narra meravigliosamente in prima, un continuo flusso di coscienza momentanea e retrospettiva, in questo caso in parte un filo di un racconto adolescenziale reinterpretato, in parte un dolore arruffato e senza redenzione. Affronta i momenti essenziali di tre anni importanti, individueremo poco del prima e sapremo nulla del dopo, solo che Giovanna è viva e pensa ancora molto. Con acume e interesse incontreremo alcune di quelle persone che la circondarono allora, non i compagni di classe e i docenti al liceo del Vomero, non altri amici e conoscenti inevitabilmente frequentati, solo le relazioni essenziali e funzionali. Non è e non ha un’amica geniale, impara sola a non essere più bambina. Scopre il chiacchiericcio supponente dei colti, gli amori molesti, i giorni dell’abbandono, la genitorialità e la figliolanza oscure, le frantumaglie della coscienza adulta in cui sta entrando, chi fugge e chi resta, i mille modi di stare (male) al mondo, la vita bugiarda a tratti di tutti i grandi piccoli uomini (e donne), da cui il titolo. A ogni nitido ricordo delle scoperte di quegli anni, accenna a quel che “oggi” potrebbe forse aggiungere, da donna, 25 anni dopo. Non fa sconti: lei e ogni personaggio risultano ovviamente “impuri”, doppi o plurivalenti nei comportamenti concreti e nella comunicazione affettiva. L’autrice è stata capace di inventare un genere letterario proprio, al confine di tanti e questa è la forte continuità con i quattro volumi che l’hanno resa famosa nel mondo. Così non manca nemmeno un filo noir, un “falcone maltese” luogo tutto il racconto, il braccialetto d’oro, di origine e influsso contrastanti. Si fanno azioni che sembrano azioni e invece sono simboli. E alcuni pensieri sprigionano a volte una forza latente, afferrano immagini contro la tua volontà, te le spingono per una frazione di secondo sotto gli occhi. Da leggere!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il paradosso della bontà (Le varie di Valerio 106)

Richard Wrangham
Il paradosso della bontà. La strana relazione tra convivenza e violenza nell’evoluzione umana
Bollati Boringhieri Torino, 2019
Scienza

Terra. Da centinaia e decine di migliaia di anni. In tutto il mondo gli esseri umani sembrano possedere la stessa propensione sia alla generosa virtù che alla perfida violenza, una combinazione paradossale di altruismo ed egoismo. Tradizionalmente esistono due spiegazioni: l’elemento innato sarebbe la docile tolleranza ma poi la vita sociale corrompe; l’elemento innato sarebbe l’aggressiva cattiveria ma poi cerchiamo di migliorarci, dovendo convivere. Entrambe risultano parzialmente giuste e parzialmente sbagliate. Per capire meglio il mix comportamentale può essere utile ricordare che la selezione naturale favorisce un’ampia gamma di inclinazioni e studiare quali e come si sono affermate fra gli altri animali, soprattutto fra uccelli e mammiferi, ancor più fra i primati come noi; in particolare, è sorprendente e significativo che bonobo e scimpanzé mostrino opposte prevalenze. Da indagini interdisciplinari comparate è così emersa un’essenziale distinzione fra due differenti tipi di comportamenti aggressivi violenti, intesi come gamma complessa di abilità biologiche ed emozioni: quelli reattivi (a caldo, difensivi, impulsivi, rabbiosi, affettivi) e quelli proattivi (a freddo, offensivi, premeditati, mirati, bellici). Noi sapiens abbiamo evoluto un valore ridotto dei primi ed elevato dei secondi. Differiscono non solo per spiegazione e frequenza, ma anche per il modo in cui sono visti dall’opinione pubblica e dalla legge (per esempio come colpa o dolo). Entrambe le aggressività, poi, ebbero una svolta fondamentale con lo sviluppo sapiente del linguaggio articolato e simbolico.

Il famoso primatologo inglese Robert Walter Wrangham (1948), docente di Antropologia Biologica all’Università di Harvard, pubblica un libro sull’ampiezza dello spettro morale nell’evoluzione del genere umano. Nel primo capitolo documenta le differenze comportamentali tra specie umane, scimpanzé e bonobo: l’aggressività si è evoluta in modo diverso in ciascuna specie. Nel secondo individua la domanda chiave: perché abbiamo la virtù di una scarsa aggressività reattiva e il vizio di una notevole aggressività proattiva? Seguono una decina di approfonditi capitoli: le somiglianze tra animali domestici ed esseri umani (forse anche noi una versione addomesticata di un antico progenitore); i nessi tra l’insorgenza di nuovi caratteri fisici e di alcune modifiche comportamentali mansuete, di riduzione dell’aggressività reattiva; il caso dei bonobo come specie autodomesticata; il possibile caso dei sapiens come originariamente (da 300.000 anni) già contrassegnati da una sindrome da domesticazione; la differente evoluzione connessa a come si è impedito agli individui maschi alfa (“naturalmente” aggressivi) di dominare sempre e comunque sugli altri (grazie alle femmine o ad altri accorgimenti sociali); l’impiego della pena capitale nelle società umane (su media o ampia scala), ovvero l’esecuzione come pressione selettiva per costringere i dominanti a conformarsi alle norme della convivenza di gruppo; la comparazione fra due differenti specie umane come neanderthal e sapiens; il ruolo della morale e delle connesse critica e reputazione; la complementarietà dell’evoluzione verso l’aumento dell’aggressività proattiva e di società gerarchiche e dispotiche; la guerra e le guerre rispetto a tutto ciò. La conclusione ritorna appunto sul paradosso del binomio umano bontà-cattiveria, da cui il titolo. La natura umana è una chimera, la combinazione di tendenze contrapposte. La sfida più difficile è la capacità sociale coalizionaria, ridurre la nostra capacità di compiere la violenza organizzata; anche per questo Wrangham, pur consapevole di alcuni benefici che la pena capitale portò in un lontano passato, si schiera da tempo e nettamente per la sua attuale illegittimità e inutilità. Completano il volume ricche note, ampissima bibliografia, discreto indice analitico.

(Recensione di Valerio Calzolaio)