DNA (Le varie di Valerio 116)

Manuela Monti e Carlo Alberto Redi
DNA. La vita in tre miliardi di lettere
Carocci Roma, 2020
Scienza

Fattori biotici. Ovunque ci sono. Il DNA è la molecola, con struttura a due eliche a spirale antiparallele avvolte da proteine e quattro basi costitutive, che veicola le informazioni genetiche di tutti gli organismi viventi, vegetali o animali o batteri che siano; lo si sa da poco e saperlo ha cambiato praticamente tutto, con avanzamenti tecnici e applicativi degli umani saperi (innanzitutto biologico, medico, giuridico, filosofico). In particolare, la biologia è divenuta la scienza della sintesi del vivente, configurando nuovi diritti fondamentali (come quello al sapere scientifico, a eliminare gli ostacoli giuridici, economici e culturali che impediscono alle persone di godere delle conquiste della conoscenza) e nuovi doveri (come quello di informarsi correttamente per la vita sociale). All’origine siamo tutti figli della polvere di stelle e tutti deriviamo da LUCA (Last Universal Common Ancestor), si è formato prima l’uovo, mentre la gallina è un’invenzione dell’uovo per propagarsi meglio, poi della riproduzione del vivente si è occupato proprio l’acido desossiribonucleico, usato con l’acronimo inglese scritto maiuscolo. Due ottimi scienziati italiani riassumono in un agile chiaro volume tutto quel che è bene conoscere per alfabetizzarsi sul DNA: la scoperta, la struttura, l’origine, la funzione, l’esclusivo RNA, le tecniche, le conseguenze delle tecniche, la manipolazione, le banche, il DNA antico, oltre il DNA, inserendo utilmente in fondo il glossario essenziale (una cinquantina di termini essenziali), la sintetica bibliografia (una novantina di testi o saggi, con sitografia), gli indici dei nomi e analitico, un grazioso origami colorato del DNA.

La biologa ricercatrice Manuela Monti (Pavia, 1976), che insegna Biologia delle cellule staminali, e il biologo professore Carlo Alberto Redi (Pavia, 1949), che insegna Zoologia, operano entrambi nelle sedi universitarie della loro città, hanno rimarchevoli collaborazioni internazionali e contribuiscono da anni alla pubblicistica scientifica con rigore e coerenza. Nei paragrafi interni ai vari capitoli si e ci dilettano prendendo spunto da ricostruzione storiche ed episodi curiosi per facilitare una narrazione godibile e stimolante. Ovviamente James Watson è più volte citato, dagli spunti biografici al 1951, quando 23enne fa il postdottorato alla stazione zoologica di Napoli e poi conosce Francis Crick, fino poi alle discutibili stravaganti affermazioni sull’Africa, sulle donne, sul razzismo. Interessante la parte dedicata alle differenze fenotipiche (come il colore della pelle) e fisiologiche (come la suscettibilità) tra gli individui della specie umana, che comunque non sono mai grandi e mai possono configurare razze: la variabilità genetica resta altissima (circa l’85%) anche in piccoli gruppi all’interno di ciascuna popolazione. L’invenzione della razza è un potente mezzo di validazione di interessi e poteri di pochi: è nei processi di assoggettamento degli individui e nelle forme di organizzazione sociale che ne derivano che si trova il “cuore di tenebra” del razzismo (come dello schiavismo e dell’olocausto). Non a caso, i due autori, insieme a molti altri studiosi, hanno proposto di abolire l’impiego della parola razza da qualunque atto ufficiale della Repubblica italiana. Opportuni anche i riferimenti a biodiversità e OGM (con tanta buona informazione e ampio corretto esame delle fake news), alle mappe e banche dati (con il progetto sostenuto da Obama nel 2016 per la Precision Medicine Initiative), ai rischi e alle opportunità della manipolazione, ai tanti nessi della genetica con l’amministrazione della giustizia. Meno aggiornato il paragrafo sul DNA antico, ma davvero curioso il caso sulle origini di Cristoforo Colombo (gli autori hanno contribuito a una ricerca italo-spagnola). E ovviamente frequenti sono i richiami (pur generici) al fenomeno migratorio.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il fantasma dei fatti (Le varie di Valerio 115)

Bruno Arpaia
Il fantasma dei fatti
Guanda, 2020
Romanzo

Usa, Europa e Italia. Prima. Il 3 settembre 1978 Tom K il Greco riceve cautamente nella sua casa di vacanza prossima al Grand Lake o Lac Grand in Québec due agenti della Cia provenienti dalla sede centrale a Washington, il capo George e un altro giovane addetto. Il 61enne è solo, la moglie già ripartita, pure le tre figlie tornate nelle rispettive residenze. Lo interpellano per cercare di capire cosa dirà nei giorni successivi alla Hsca, la House Select Committee on Assassinations, la Commissione della Camera dei Rappresentanti che sta indagando ancora sugli omicidi di John Kennedy e Martin Luther King. Era stato chiamato a giugno ma si era detto indisponibile, non ha lasciato mai nulla per iscritto, devono proprio parlarci di persona. Forse. Un uomo chiamato Thomas Hercules Karamessines risulta davvero come professionale dirigente dell’Agenzia, nato a New York il 25 luglio 1917 da una famiglia di origini greche, fin dal 1942 arruolato nei servizi segreti e subito freddamente operativo in Grecia durante la guerra mondiale e poi la guerra civile. Presto si traferì in Italia, tornato in patria seguì o guidò tutte le operazioni coperte della Compagnia, sia nei casi del Vietnam e del Cile che rispetto alla cattura di Che Guevara. Forse in gran parte visse così. Nel nostro paese era stato capo della stazione Cia di Roma dal 1958 al 1963, e, proprio in quel periodo, ebbero tragicamente luogo quattro vicende umane che avrebbero ridimensionato e azzerato il grande ruolo italiano nell’elettronica, nel nucleare e nelle biotecnologie e compromesso una prestigiosa autonomia energetica e politica. Vi erano in vario modo coinvolte personalità straordinarie: Enrico Mattei, Mario Tchou, Felice Ippolito, Domenico Marotta. Forse il declino fu in parte risultato di una qualche cospirazione internazionale? Karamessines avrebbe potuto dirci qualcosa a riguardo (sulla base delle tante incerte tracce emerse nei decenni seguenti)? Chi può dirlo? Appare coraggioso e utile che qualcuno ci abbia finalmente provato con serietà e acume.

Bruno Arpaia (Ottaviano, 1957) pubblica nel 2020 una gran bella storia! In esergo Antonio Muñoz Molina nel metodo e, soprattutto, il Leonardo Sciascia investigatore su Majorana nel merito: “Abbiamo avuto, al di là della ragione, la razionale certezza che, rispondenti o no a fatti reali e verificabili, quei… fantasmi di fatti che convergevano su uno stesso luogo non potevano non vere un significato”. E che ci fosse un significato era ed è anche l’opinione del sobillatore di Arpaia, il più bravo giornalista scientifico italiano, un altro Greco, Pietro (Barano d’Ischia, 1955). Il romanzo ha infatti due trattazioni parallele con personaggi del tutto differenti ma entrambe in prima persona: da una parte l’agente inesperto racconta il plausibile colloquio canadese in cui vengono ricostruiti tanti accertati casi storici della geopolitica internazionale dal (fattivo) punto di vista dell’intelligence americana (spesso divisa all’interno e con risvolti presidenziali), con doviziosa attenzione a quelli italiani (da De Lorenzo a Gelli); dall’altra parte l’autore ricostruisce l’evoluzione per quasi undici anni del tarlo contagioso trasmessogli dall’amico saggista in un dopocena del 27 giugno 2008 a spasso per Chianciano, con le successive ricerche accurate documentarie e bibliografiche alla ricerca di sensati espedienti narrativi, inframezzate dalle attività personali della ricca vita relazionale o professionale (scrittore, traduttore, operatore culturale) e delle relative precarie soddisfazioni finanziarie. Per esteso è citato il lucido articolo pubblicato da Arpaia su Repubblica il 25 ottobre 2014: L’inesorabile scomparsa dello scrittore medio. Era stato scritto (come questo romanzo) da un vero grande scrittore. Molti dei suoi precedenti testi fanno parte del racconto, quelli scritti in corso di contagio (l’interesse per la fisica quantistica, la cultura che si mangia, il futuro delle migrazioni da deserti e siccità incipienti) e i pregressi (anni di piombo, Walter Benjamin), come anche le traduzioni dallo spagnolo e i suggerimenti di cari colleghi giornalisti e scrittori (spiccano D’Avanzo e Taibo II). I progressi delle ricerche sono accompagnati dalla citazione di saggi, documenti e ricostruzioni, per una bibliografia completa ma non burocratica. Si cena greco (ovviamente), prima del Crown Royal Black. Loro beati, George canticchia Pete Seeger, Tom preferisce opere liriche e inni patriottici.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Droga (Le varie di Valerio 114)

Luigi Ciotti
Droga. Storie che ci riguardano
EGA – Edizioni GruppoAbele, 2020

Italia. Da quasi cinquant’anni, in particolare. Fin dall’inizio a Torino il Gruppo Abele disse “no” alle droghe con nettezza e intransigenza. E diede aiuto ai drogati. A quel tempo era in vigore una legge sulla droga che portava al carcere o al manicomio. Nel 1973 don Ciotti mise in piedi il “Molo 53” in via Verdi, primo spazio in Italia aperto giorno e notte, gestito insieme ad alcuni generosi medici e farmacisti contrari all’imposizione di denunciare le persone tossicodipendenti. Sulla base dell’esperienza sul campo, nel 1974 attivò la cascina Abele a Murisengo (da cui il nome del gruppo) e, nel giugno 1975, con la tenda in piazza Solferino fece partire un digiuno collettivo distribuendo materiali per proporre una via che combattesse davvero e meglio la diffusione dell’eroina nelle scuole, le morti per overdose, la criminalizzazione dei giovani tossicodipendenti. Arrivarono consensi e contatti da tutt’Italia, i Ministeri competenti furono indotti a incontrare il Gruppo Abele e altre comunità di volontari, le forze sociali e politiche si scossero, a fine anno fu approvata una legge nuova (685) che finalmente considerava il consumatore di droga una persona da aiutare non un delinquente da incarcerare, e istituiva una rete di servizi. Molte sostanze psicoattive legali e illegali sono poi passate sotto i ponti. Il Gruppo Abele è una delle più importanti realtà di militanza per i diritti civili d’Italia e d’Europa. Il suo fondatore e animatore resta un sacerdote (la strada come parrocchia) ormai famoso nel mondo, don Ciotti. Ora Pio Luigi Ciotti (Pieve di Cadore, 1945) ci consegna un testo semplice e chiaro per fare il punto sulla lotta alle droghe nel nostro paese, con comparazioni internazionali, divulgazioni scientifiche, indirizzi normativi. Partendo sempre dal vissuto delle persone, per questo è un libro da leggere, meditare e consigliare. L’obiettivo è una consapevolezza diffusa del problema in ogni ambito, per la propria vita e per i contesti sociali, senza la strumentalità di messaggi facili e di mali assoluti.

Partiamo dal sottotitolo, “storie che ci riguardano”. Dopo il prologo che illustra il quadro aggiornato del problema e ribadisce di cominciare da scuole e famiglie per affrontarlo (suggerendo di continuare sempre il confronto con gli operatori e di non parificare il trattamento penale di droghe pesanti e droghe leggere), ognuno dei 13 capitoli dell’agile volumetto inizia con una o più testimonianze (solo l’ultimo, con una citazione di papa Francesco), qualcuno che racconta il proprio stretto doloroso rapporto con la tossicodipendenza, invitandoci appunto a farcene tutti carico con accoglienza, riconoscimento, corresponsabilità. Dopo uno o più casi veri narrati (di ieri e di oggi), vengono illustrati i dati ufficiali, le definizioni tecniche, i nessi istituzionali. Di droghe è meglio parlare al plurale: ognuna ha le sue proprietà, produce effetti e danni di tipo diverso, possiede differenti gradi di pericolosità, prevede specifiche modalità di assunzione, mostra circuiti di reperibilità e di spaccio spesso differenziati. E alcune sono pure legali come tabacco e alcol. Cambiano le età d’iniziazione (perlopiù precoce); internet ha accentuato le solitudini psicologiche e materiali (per le quali non siamo “educati” a ridurre il danno); la millenaria storia di usi e abusi strumentali delle sostanze psicoattive mescola medicina, religione, ricreazione, dipendenza, schiavitù; tutto sempre con tante troppe morti, non diminuite da scelte proibizionistiche e leggi repressive; chiedere tempestivamente aiuto è l’opzione decisiva, cui devono corrispondere strutture adeguate, all’assistenza non alla detenzione; la vicenda della legislazione italiana è contraddittoria e va esaminata alla luce dei numeri e dei risultati, serviva e serve educare di più e punire di meno (i singoli consumatori); il connesso problema dell’AIDS è diminuito ma non scomparso; alla radice continua a guadagnare chi gestisce il narcotraffico, un’industria di morte che impiega milioni di persone ma ne arricchisce poche centinaia (in connessione con gli imprenditori di potere e denaro, oltre che con chi investe sulla paura invece che sulla conoscenza); la legalizzazione di alcune sostanze (viste la permanenza di tabacco e alcol e l’invasione di quelle sintetiche) potrebbe sottrarre profitti ai traffici e aiutare dissuasione dal consumo. Conclusione: la cultura del limite non è rinuncia ma scoperta di felicità.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La grande livellatrice (Le varie di Valerio 112)

Walter Scheidel
La grande livellatrice. Violenza e disuguaglianza dalla preistoria a oggi
Il Mulino Bologna, 2019 (orig. 2017)
Traduzione di Giovanni Arganese
Storia

Il nostro pianeta con e fra primati umani. Passato, presente e futuro. La disuguaglianza fra gli individui viventi della specie Homo sapiens è pericolosa e crescente. Vi sono oggi persone, famiglie, gruppi, Stati, continenti enormemente più ricchi di altri, capaci di concentrare la teorica ricchezza globale in un esiguo numero di mani. Tuttavia, una simile significativa disuguaglianza ha una storia antichissima alle spalle, da millenni le eccedenze rispetto al minimo indispensabile per la sopravvivenza non sono condivise in modo equilibrato fra gli esseri umani e una prospettiva interculturale, comparativa e a lungo termine appare essenziale per la comprensione dei meccanismi che modellano la distribuzione del reddito e della ricchezza sulla Terra. Vi sono segni e qualità di disuguaglianza pure precedenti il Neolitico, quando certamente (seppur lentamente) la produzione di cibo tramite agricoltura e pastorizia creò una scala quantitativamente tutta nuova di ricchezza e di eccedenze. L’addomesticamento delle fonti alimentari comportò anche l’addomesticamento delle persone. La disuguaglianza politica rafforzò e amplificò la disuguaglianza economica. Per migliaia di anni la “civilizzazione” progressiva e le varie civiltà diffuse quasi mai si caratterizzarono per forme pacifiche di perequazione. Nell’intero arco della storia documentata i momenti di livellamento più marcato sono stati invariabilmente il risultato solo di potenti shock. Quattro diversi tipi di rotture violente hanno appiattito la disuguaglianza: le guerre generali, le rivoluzioni trasformative, i crolli degli stati, le pandemie letali. Considerando la complessiva storia umana del pianeta, solo una o più di queste quattro violente forze (terribili e mortifere) hanno compresso la disuguaglianza materiale.

Grazie a una sterminata bibliografia comparata, a un enorme massa di dati e documentazione, a una limpida riflessione critica globale lo storico Walter Scheidel (Vienna, 1966), nato e formatosi in Austria, poi dal 1999 trasferitosi negli Usa e da tempo docente presso l’autorevole californiana Stanford University, studia alcuni nessi cruciali per comprendere la distribuzione delle risorse materiali all’interno delle società, lasciando consapevolmente in secondo piano alcune questioni definibili oggi come geopolitica: gli aspetti climatico-geografico-ecologici e la disuguaglianza fra le nazioni. Due sono le metriche di base utilizzate: il coefficiente o indice di Gini (ben noto agli scienziati economisti), le percentuali totali di reddito di mercato e netto (disponibile) o di ricchezza (aggiornate da Piketty e ben note agli scienziati sociali). A ragionare di disuguaglianza è però primariamente uno storico, non un filosofo o economista o giurista o sociologo, questo è il grande interesse culturale del volume. Tanto più che la scansione narrativa opportunamente non si condiziona a una convenzionale cronologia. La prima corposa parte segue l’evoluzione della disuguaglianza dall’epoca dei nostri antenati primati fino agli inizi del XX secolo. Le successive parti trattano dei quattro differenti tipi di shock, la seconda (guerre) e la terza (rivoluzioni) affrontando subito di petto il cruento Novecento e risalendo poi indietro nel tempo per cercare eventuali simili antecedenti. La quarta parte esamina specifici casi storici di fallimento dello stato e di collasso sistemico (moderni o antichi). Egualmente la quinta parte documenta esempi molto o poco conosciuti (comunque ad ampia distanza per tempi e luoghi) di mortalità epidemica di massa. Arriviamo così alle domande contemporanee: esistono o possono esistere fattori alternativi (ovvero non violenti) per ridurre le disuguaglianze (sesta parte)? Che cosa ci riserva o potrebbe riservarci il futuro (settima)? Forse le risposte non ci piaceranno, però è meglio valutarle con attenzione. Manca purtroppo un indice degli argomenti (solo i nomi propri), inevitabilmente di migrazioni spesso si parla (più o meno forzate esse stesse).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Caos (Le varie di Valerio 111)

Marco Malvaldi e Stefano Marmi
Caos. Raccontare la matematica
Il Mulino Bologna, 2019
Scienza

Numeri. Ovunque. La matematica fornisce un linguaggio che si è rivelato e si rivela straordinariamente efficace nel costruire delle rappresentazioni del mondo in qualche mondo utile, deriva da pensieri astratti per fare fronte ad azioni concrete. Il chimico, grande allegro scrittore e scienziato, Marco Malvaldi (Pisa, 1974) e il fisico, docente di Sistemi dinamici alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Stefano Marmi (Bologna, 1963) riflettono insieme sul caos e sul caso nelle nostre vite, in particolare sulla formalizzazione (recentissima, una trentina d’anni) del concetto matematico di caos, sulla sua distinzione da quello di caso e sull’ubiquità del caos nelle scienze (per questo il titolo è dedicato solo al “caos”). Fin dall’antichità sia caso che caos occupano un ruolo centrale all’interno delle nostre rappresentazioni mentali: entrambi (diversamente) richiamano l’esistenza di fenomeni che sfuggono alla nostra volontà di prevedere e sono stati oggetto di ragionamento in tutti i generi della matematica, soprattutto con la ricerca filosofica sul divenire, sull’evoluzione e sul cambiamento e con l’applicazione del calcolo scientifico delle probabilità che ha trasformato completamente la fisica, la biologia, l’economia e la statistica. Dopo una breve prefazione si susseguono nove capitoli con tanti numeri, equazioni (esistono dalla metà del 1500), derivate, formule, codici la cui (non facile) lettura è un poco aiutata da una leggiadra sintesi iniziale in corsivo, da titoletti esplicativi, da digressioni esemplificative, da citazioni illustri. Continui sono i riferimenti alla storia della matematica e ai grandi studiosi che vi hanno contribuito. L’editing è imperfetto. In fondo si trovano una breve bibliografia moltissimo sintetica e l’utile indice dei nomi di persone.
Si parte ovviamente dalle antiche riflessioni sulle regolarità dei moti dei pianeti e delle stagioni che varie migliaia di anni fa hanno imposto alla nostra specie di cercare (e via via trovare, ora prima ora dopo, ora qui ora là) le dinamiche complicate dietro alcune regole (apparentemente) semplici. Si è subito visto che dalle condizioni iniziali sono sensibilmente dipendenti effetti ed eventi successivi, che alcuni ritmi naturali sono intrinsecamente instabili (anche molti di quelli ciclici o periodici), che per la misurazione serve spesso una qualche approssimazione. Ecco la necessità di modelli di meccanica celeste per l’astronomia moderna, superare la frammentarietà della spiegazione separata del movimento di ogni pianeta di cui si è lentamente scoperta l’esistenza. Ed ecco anche la potenzialità e il rischio del “determinismo”, per quanto in sistemi dinamici e per quanto si considerino sia i comportamenti ordinati e prevedibili che quelli caotici e imprevedibili (questi ultimi generati da almeno una relazione nonlineare). Il caos nasce pure da impercettibili salti, dimenticanze, errori (anche casuali) e poi dalla loro inevitabile amplificazione; si riconosce guardando quella successione di dati con il giusto punto di vista (appunto non lineare). Chiaramente, una serie temporale irregolare non è per forza frutto di un sistema caotico: può anche essere data da un sistema lineare perturbato dall’esterno o può essere propria di un sistema caotico che (per di più) interagisce con una sorgente esterna di disturbo. Caos (determinismo) e caso (rumore) possono determinarsi a vicenda. Scopriamo di conseguenza tanti significati specifici propri della matematica, dal Pi greco all’entropia (diverso da disordine energetico e legato piuttosto alle informazioni di un messaggio), dalle funzioni logaritmiche a quelle binarie, dalle scommesse alle probabilità, dalla ridondanza ai numeri primi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Tu chiamale, se vuoi… (Le varie di Valerio 110)

Ranieri Polese
Tu chiamale, se vuoi… Citazioni, echi, lasciti letterari nelle canzoni italiane
Archinto, 2019
Musica e letteratura

Italia, fin da quando c’è un italiano che può essere musicato. Da sempre i parolieri italiani hanno saccheggiato grandi autori della nostra letteratura, con una preferenza assoluta per Dante, subito dopo per Petrarca e Leopardi. La storia della contaminazione fra belle opere poetiche e canzonette potrebbe iniziare dai libretti d’opera, un popolare genere ottocentesco con regole e strutture rigide ove la letteratura cosiddetta alta si cristallizzava più o meno consapevolmente e s’irradiava nello stesso parlato quotidiano di uomini e donne che in parte non l’avevano prima frequentata. Termini e parole, aggettivazioni ed espressioni migrarono e migrano da eccelsi scrittori alla musica leggera (reminiscenze, imitazioni, allusioni, citazioni), per uno scambio in genere unidirezionale, salvo sporadiche eccezioni: citazioni o echi delle canzoni nei testi letterari sono cose rarissime. E, comunque, una direzione inversa dello scambio vale molto negli ultimi cinquanta anni dai brani musicali verso il cinema o i titoli dei libri. Certo è che andrebbe più e meglio studiata la lingua d’uso nei testi delle canzoni italiane, simile ai libretti d’opera e lontana dal parlato almeno fino alla prima metà del secolo scorso (rime, assonanze, tronche, accenti finali, metrica tradizionale e dislocazione irrituale): fior, cuor, sol, amor. Il bravissimo giornalista, saggista e critico Ranieri Polese (Pisa, 1946) scrive da decenni di cinema e musicultura per molti autorevoli quotidiani e settimanali. Qui ci regala una deliziosa introduzione a un tema su cui poco si riflette, il lascito culturale del componimento poetico nella musica leggera, ciò che resta della letteratura alta come eco in altre forme culturali e come influenza nell’immaginario collettivo. Scopriamo con godibile stile come tanti colti temi, parole, usi, modelli canonici si sono insinuati nelle canzoni che amiamo e canticchiamo, qualunque sia il genere musicale che ha successo di vendita in un certo periodo storico o che crediamo di preferire.

Dante è il “Top of the Pop”, il più citato fra i classici della letteratura italiana. Le tracce della Divina Commedia (perlopiù l’Inferno, perlopiù Paolo e Francesca) e dello stesso illustre personaggio sono innumerevoli (talora in connessione con riferimenti a Firenze). Polese esamina un campione di trenta testi 1922-2013 (con un antefatto del 1859), riferiti sia al tradizionale canzoniere (che vede separati compositore, autore, interprete) sia alla stagione dei cantautori: per ogni brano si riportano il verso o i versi in cui è chiara la citazione letteraria, sottolineandone gli specifici aggiornati valori linguistici e le varie possibili ulteriori funzioni (ironia, parodia, stereotipia, invettiva). Visto che per larga parte del secolo scorso la canzone fu essenzialmente e principalmente canzone d’amore (infelice, perso, artificiale), non si può poi che riconoscere un sostanziale strutturale debito verso Petrarca. Polese ricerca nomi, animali, elementi naturali e situazioni che ricorrevano allora nel Canzoniere (Rerum Vulgarium Fragmenta) e tornano ora, qua e là, nei testi delle canzoni: Laura; usignoli passeri rondini capinere; data anniversario, anno mese giorno ora, stagione in cui… ci è accaduto qualcosa di sentimentale; il tempo che passa o è proprio passato; acqua chiara come pure, talora, lacrime d’addio; il bagno di Diana (nuda quindi). Infine è Leopardi che, prima un poco usato nel melodramma ottocentesco, indi praticamente assente nel canzoniere fino alla metà degli anni cinquanta, dai Sessanta diventa una presenza costante. Polese registra l’effetto Infinito almeno dal 1956, cita e commenta cronologicamente più di trenta testi di successive canzoni, aggiungendo ancora quelle che abbinano versi leopardiani all’amore assoluto o carnale, oppure al Cosmo. Nell’appendice l’autore confronta Il sabato del villaggio e La canzone dell’amore perduto (quando De André correggeva Leopardi) e accenna alle influenze di testi stranieri nelle canzoni italiane attraverso tre casi (Françoise Sagan, Baudelaire, Saffo). La lettura è piacevole, offre un’intelligente griglia critica e suggerisce molti altri spunti o ricerche, anche per personale interesse biografico.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’infinita scienza di Leopardi (Le varie di Valerio 109)

Giuseppe Mussardo e Gaspare Polizzi
L’infinita scienza di Leopardi
Scienza Express Trieste, 2019

Recanati e Cosmo. 1798-1837, prima e dopo. Una strenna più che un saggio. Della biografia di Leopardi si sa già molto. Di storia della scienza si sa ogni giorno qualcosa in più, per definizione. Leopardi, poi, ha scritto molto con riferimento a varie scienze e sulla sua scientifica filosofia si continua a dibattere da un secolo e mezzo. Eppure, mancava finora una riflessione come quella articolata nel bel volume intitolato alla “infinita scienza”, ovvero alla ricercata poesia del ragionamento leopardiano e alla cura terminologica del narrare leopardiano, nel contesto della nobile letta biblioteca e dell’evoluzione scientifica successiva. Gli autori, dopo aver ricordato sommariamente le tappe principali della vita dell’illustre recanatese, distinguono con rigore tre grandi temi: l’astronomia, o più in generale la cosmologia, ovvero la scienza del cosmo e delle sfere celesti; la chimica, la scienza della materia e delle sue innumerevoli trasformazioni; l’infinito in tutte le sue molteplici accezioni, anche quelle di una disciplina matematica che meno interessava Leopardi. Colpiscono il ritmo e lo stile del testo. Dichiaratamente e continuamente intrecciano temi scientifici e citazioni accurate, lo stato dell’arte al momento delle letture e delle fascinazioni di Leopardi (quel che poteva o non poteva avere in qualche modo studiato o valutato o sperimentato lui stesso con strumenti del laboratorio) e le intuizioni o le carenze connesse agli sviluppi seguiti alla sua morte, con intermezzi e parentesi sui nomi dei grandi scienziati o sul succo delle grandi scoperte nelle varie Fisiche scienze e la segnalazione degli eventuali possibili ulteriori approfondimenti in materia. Le questioni dotte vengono spiegate con semplicità, sia quando il riferimento è al grande autore della letteratura italiana, sia quando è alla disciplina. Ogni parte si chiude con oltre una decina di pagine di foto e immagini antiche e moderne, disegni ritratti grafici con a fianco la ripetizione poeticamente appropriata di brevi passi del testo.

Il docente di fisica teorica Giuseppe Mussardo (Sogliano Cavour, 1959) e il filosofo della scienza Gaspare Polizzi (Trapani, 1955) illuminano il notissimo profilo di Giacomo Leopardi con una luce diversa e da un’altra angolazione. Leopardi visse meno di 40 anni, la sua corposa “Storia dell’Astronomia” fu iniziata nel 1811 quando aveva 13 anni e completata nel 1813, il suo componimento più noto è il breve “Infinito” del 1819, elaborato nella sofferenza quando ne aveva 21 e affinato fin quasi alla morte. Occorre essere accorti quando si compara l’età in specifici ecosistemi umani di secoli fa con i ritmi biologici e culturali di oggi. Gli autori sottolineano l’evidente enorme contrasto tra le opere giovanili e quelle della maturità: “nulla fino a sedici anni preannuncia quello che sarà dopo”. All’interno di un passaggio cruciale di svolta (verso i 16 anni probabilmente), dovendo pur distinguere almeno due grandi fasi del pensiero e della scrittura, l’interesse per la scienza non è una novità e non viene abbandonato, resta grande e costante. Questi sono, dunque, gli elementi da sottolineare: sempre un pensiero e un’attitudine scientifici leopardiani, evoluzione del ruolo assegnato alle scienze nella riflessione sulla vita e nello scorrere dell’esistenza. Erudizione e poesia appaiono destinate a intrecciarsi. Il mondo non ha un unico senso e forse non ha proprio senso, nel viverlo e per sentirlo Leopardi considera l’approccio scientifico indispensabile, aiuta a limitare miti e pregiudizi (anche quando s’accorge che può creare maggiore infelicità), si ciba di verifiche empiriche che continuamente aggiornano e aggiustano le conoscenze vitali (anche quando sottolinea che esistono comunque le circostanze e altre biodiverse dimensioni della realtà, indecifrate o proprio indecifrabili). Giusto e bello. Infinitamente poeticamente infelice. “Qual sarà quel felice, il quale si creda d’esser felice abbastanza?… Chi è colui, che voglia esser felice per un certo lasso di tempo, e non più?… E questo desiderio di vita, che non ha termine alcuno, ove si fermi, e riposi, che altro è se non desiderio di eternità?”

(Recensione di Valerio Calzolaio)