Colore vivo (Le varie di Valerio 138)

Nina G. Jablonski
Colore vivo. Il significato biologico e sociale del colore della pelle
Bollati Boringhieri Torino, 2020 (originale 2014)
Scienza e Storia

Ecosistemi umani. Dal principio. La pelle è il punto di incontro tra biologia ed esperienza quotidiana, un prodotto dell’evoluzione percepito nel contesto della cultura. Le sue proprietà, compreso il suo colore, influenzano anche la salute. La nostra pelle rivela l’azione combinata delle principali forze dell’evoluzione: le mutazioni che forniscono le basi per la variazione, la selezione naturale e gli altri meccanismi genetici che ne hanno causato i cambiamenti quando gli esseri umani hanno iniziato a migrare per il mondo. Chiara o scura, ha avuto e ha molte funzioni comunicative e sfumature di significato. Occorre studiarne bene l’origine anatomica, comparare e dibattere, poi valutare come la sua percezione condiziona le nostre vite di ogni giorno e adattarci consapevolmente. Infatti siamo ancora oggi carichi dei pregiudizi instillati nelle nostre menti molti secoli fa: il colore della pelle è stata la principale caratteristica usata per incasellare le persone in “razze” diverse e produrre ideologie razziste. L’associazione del colore con il carattere, così come la classificazione delle persone secondo il colore, sono la più grande fallacia logica compiuta dall’umanità e un potente inganno sociale. Benché largamente riconosciute come pericolose, le gerarchie razziali sono ancora considerate da qualcuno come “fatti di natura” e puntualmente sostenute e promosse. Meglio andare alla radice, or dunque: comprendere tutti i diversi significati del colore della pelle potrebbe aiutarci, come specie, ad andare oltre alla carnagione come valore umano e vedere questa caratteristica come un normale prodotto dell’evoluzione, che in passato ha causato grandi sofferenze. Se siete interessati a scoprire perché il colore è così importante per l’umanità, allora forse questo libro è per voi, qualunque sia il vostro atteggiamento verso le pulsioni razziste che coinvolgono la mente di tutti e le dinamiche dell’intera società. L’ideologia è becera, anche chi si sente razzista o “non razzista ma” potrà manifestarsi con maggior competenza e rispetto.

Da almeno tre decenni la brava antropologa americana Nina Jablonski (Hamburg, New York, 1953) studia e insegna l’evoluzione della biologia del colore della pelle, ha svolto ricerche accurate, ha incrociato riflessioni e opinioni con altri specialisti pure di altre discipline, ha scritto innumerevoli saggi e volumi monografici. Nel 2006 uscì Skin. A Natural History, nel 2014 questo Living Color. The Biological and Social Meaning of Skin Color, opportunamente e finalmente tradotto ora in italiano. La prima parte del libro è dedicata alla biologia del colore della pelle: come la pelle assume il suo colore, come si evolve la pigmentazione, e che cosa significa per la nostra salute. Molti pensiamo di saperne qualcosa, meglio verificare gli aggiornati studi genetici, soprattutto sulla fisiologia della pelle. Ognuno di noi rappresenta un campionario vivente di soluzioni di compromesso trovate dall’evoluzione nella storia delle specie Homo estinte che ci hanno preceduto e della nostra specie sapiens. La pelle è la nostra più estesa interfaccia con il mondo, la sua struttura illustra meravigliosamente il modo di risolvere i problemi tipico dell’evoluzione biologica. Molti stessi problemi di salute oggi comuni (come il cancro alla pelle e la carenza di vitamina D) sono causati da un disallineamento tra le nostre abitudini e la nostra eredità biologica: molti di noi hanno ereditato una carnagione poco adatta alle circostanze attuali e presentano fattori di rischio da conoscere e, possibilmente, prevenire. La seconda parte del libro è dedicata a come percepiamo e affrontiamo le ramificazioni sociali del colore della pelle. Siamo animali visivamente orientati e, pur non essendo geneticamente programmati per avere dei pregiudizi, nel tempo abbiamo sviluppato credenze sbagliate sul colore della pelle, trasmessesi attraverso continenti e oceani. Non si tratta di distinzioni fisiche (c’è un continuum nella nostra specie) ma di gerarchie connesse e presunte, relative a intelligenza, bellezza, temperamento, moralità, potenziale culturale, valore sociale. Fallacie, come l’autrice pazientemente ricostruisce e spiega.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Per antiche strade (Le varie di Valerio 137)

Mathijs Deen
Per antiche strade. Un viaggio nella storia d’Europa
Iperborea Milano, 2020 (orig. 2018)
Traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo
Storia

Europa. Dai primi umani in avanti. Qualsiasi cosa possiamo immaginare è già accaduta una volta. Molto prima che i primi viaggiatori calcassero il suolo dell’Europa, il mare aveva già deposto naufraghi sulle sue spiagge: cacciatori che abitavano sulla costa settentrionale dell’Africa quando l’uomo (sapiens) non aveva ancora messo piede nel nostro continente. Dalle parti di Gibilterra uomini e donne erectus già vedevano uccelli migratori volare da una riva all’altra. Il primo gruppo di viaggiatori che raggiunsero poi vivi la costa arrivarono via terra, a piedi, da est, lungo il litorale. Non avevano fretta. Non avevano una meta. Chi viaggia attraverso l’Europa viaggia sempre sulle orme di qualcun altro. Sotto ogni impronta ce n‘è una precedente. Vale pure per i paesi del nord. Nel suolo protopaleolitico del Norfolk recenti tracce di antiche impronte di piedi umani hanno consentito di retrodatare i più antichi insediamenti umani in Inghilterra. C’è la questione dei precursori, Homo antecessor, arrivati forse oltre 800.000 anni fa. Homo heidelbergensis si aggirava per l’Europa già 600.000 anni fa. Tracce successive sono state, inoltre, lasciate dai neanderthal, soprattutto nel sud. Tutti gli europei, se andiamo abbastanza a ritroso nel tempo, sono arrivati da altri luoghi, in genere da originari ecosistemi umani africani. Tutte le specie prima della nostra, tutti i gruppi di ogni specie, tutti i gruppi delle specie mescolatesi. E tutti i nuovi gruppi formatisi si sono rimessi in viaggio, prima o poi, spesso senza obiettivi o punti d’arrivo prefissati. Fu il bisogno di cibo a insegnare loro a viaggiare, le prede in fuga indicarono la via. Grazie alla loro abilità di corridori sono sopravvissuti. Le strade erano le tracce, il mondo un orizzonte che si allargava via via e oltre il quale si nascondeva la loro preda. Il viaggio e il tempo li hanno trasformati in altri uomini (e donne): nuove generazioni, nuove specie, nuove fisionomie, nuove culture, nuovi incroci (fino a diventare tutti meticci).

Lo scrittore e giornalista olandese Mathijs Deen (Hengelo, 1962) narra bene la storia e le storie, con stile aulico e densità documentaria. La lettura scorre piacevole e si impara molto camminando con lui. In questo ottimo romanzo di no fiction l’indispensabile punto di partenza è che le strade europee di ieri, di oggi e di domani coincidono più o meno con le vie battute dai primi pionieri umani, alcune specie del genere Homo fino alla nostra, unica rimasta da circa 40.000 anni. L’autore usa la prima persona con spunti autobiografici e taglio di reportage, cosa ricorda, chi incontra, quanto apprende. Il corposo volume è dedicato al padre, Willem, “l’uomo al volante” che nel 1968 , lungo i cento chilometri verso la casa dei nonni, gli descrisse la E8 come la strada che va da Londra a Mosca, anche se poi l’ufficio di Ginevra delle strade europee gli assegnò la nuova denominazione E30, capace di coprire metà del percorso transcontinentale tra Oceano Atlantico e Oceano Pacifico. Deen visitò quell’ufficio nel 2015, verificò che esiste una rete interconnessa di strade europee regolata a livello centrale, che college territori di clan confinanti, partner commerciali, amici temporanei, nemici giurati e famiglie linguistiche; operativa da migliaia di anni; battuta da migrazioni, commerci e conquiste, pur non appartenendo a una coscienza europea condivisa. I primi tracciati si profilavano sulla carta secondo un disegno logico e visionario, seguivano quasi tutti le antiche vie romane. Così ha studiato, viaggiato, interrogato e connesso, alla ricerca dei principali sentieri e squarci percorsi nel tempo da migranti, mercanti e conquistatori. Ne è uscito un libro affascinante, distinto in otto capitoli. Dopo il primo “precursore” europeo, seguono: il profugo ovvero Il calderone di Obelix, Elba-Danubio (101 a.C.); il brigante ovvero Bulla Felix, Bisanzio-Roma (207 d.C.); il pellegrino, Lougarbrekka-Roma (1025); il cercatore di fortuna, Portogallo-Amsterdam-Stoccolma (1653); il conquistatore, Wassenaar-Smolensk (1812); il corridore, Parigi-Vienna (1902); il figliol prodigo, Leida-Aounour (2016), la realtà, Boekelo-Leersum (2017).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La dittatura dell’economia (Le varie di Valerio 136)

Papa Francesco
La dittatura dell’economia
(a cura di Ugo Mattei, prefazione di Luigi Ciotti)
Edizioni GruppoAbele, 2020
Religione e Politica

Globo. Dal 13 marzo 2013. Gli interventi dei papi sono per i fedeli della Chiesa Cattolica sia magistero che dottrina, sia guida che ispirazione; per i fedeli e per tutti gli altri anche documenti di analisi e confronto. Fin dall’inizio del suo pontificato papa Francesco ha cercato un dialogo con cristiani e credenti di altre fedi, con laici e atei, un dialogo che molti di noi considerano interessante e fertile, sulla religione e su tutto il resto. Bella idea, dunque, quella di raccogliere una selezione di documenti e interventi papali su un tema vasto e compatto: l’uomo, la terra, la giustizia, l’economia. Sono testi scritti tra il 2013 e il 2017, prima e dopo la splendida fruttuosa enciclica Laudato si’ del maggio 2015 (da cui pure sono tratti ampi stralci), selezionati per offrire un filo organico di pensiero e la possibilità di commenti sui vari aspetti. Si parte dalla citazione parziale dell’Esortazione Apostolica del primo anno e si prosegue con altri discorsi a eventi pubblici o messaggi. La riflessione dell’autore, il papa, Jorge Mario Bergoglio (Flores, Buenos Aires, 1936), viene presentata attraverso otto capitoli appositamente titolati, annotati alla fine di ciascuno da brevi chiari scientifici approfondimenti di Ugo Mattei (Torino, 1961), professore di Diritto Civile all’Università di Torino e di Diritto internazionale e comparato all’Università della California che li connette a grandi personalità (Gramsci, Polanyi, Schumacher, Rodotà, Fanon, Hannah Arendt, Olivetti), si definisce un teorico e militante benicomunista laico agnostico e firma anche un’impegnata introduzione dichiarandosi “con Francesco contro la dittatura dell’economia”.

La prefazione di Luigi Ciotti (Pieve di Cadore, 1945) sottolinea innanzitutto la “bellezza” dei testi papali che, attingendo alla dottrina sociale della Chiesa e alla “radicalità” del Vangelo, affrontano le questioni e i drammi del nostro tempo, lucidi e lungimiranti se confrontati ai silenzi, agli slogan, al cinico opportunismo di gran parte della politica. Chiamata in causa è l’etica, la coerenza tra le parole e le azioni. Uno dei concetti chiave è la “conversione ecologica”, scoprire che l’altro prima che davanti è dentro di noi, ci abita come emozione e come coscienza, come quell’alter ego vitale (ecologico) senza il quale non può esserci alcun “io”. Papa Francesco denuncia l’economia come sistema che “divinizza” il mercato, una struttura “idolatrica” imperniata sul “feticismo del denaro”, con devastanti effetti di disgregazione sociale e devastazione ambientale. Serve pertanto la responsabilità di ciascuno di noi, credenti o meno, in un impegno coerente e collettivo per il cambiamento, rivedendo secondo criteri di giustizia non solo la distribuzione ma la stessa produzione di ricchezza. I titoli dei capitoli: la globalizzazione dell’indifferenza; terra, casa e lavoro; la nostra casa comune; seminatori di cambiamento; la saggezza dei quartieri popolari; capitalismo e società degli scarti; la solidarietà non basta; c’è lavoro e lavoro. Spesso richiamato risulta il fenomeno migratorio contemporaneo, mai il termine “meticciato” che comincia ad apparire con precisione e argomentazione nei testi papali del 2019-2020.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Atlante delle migrazioni (Le varie di Valerio 135)

Giovanna Ceccatelli (con Stefania Tirini e Stefania Tusini)
Atlante delle migrazioni. Dalle origini dell’uomo alle nuove pandemie
Edizioni Clichy Firenze, 2020
Storia e scienza

Terra. Da milioni di anni e ancora. Migrare, muoversi in lungo e in largo sul nostro pianeta, è un fenomeno primordiale, irreversibile e universale, che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi. Tutti anche oggi abbiamo come antenati, originari e condivisi, un uomo e una donna di colore. Pregiudizi, luoghi comuni, stereotipi possono essere corretti, ridimensionati, o addirittura sconfessati da numeri, documenti e dati oggettivi. Per fare un atlante delle migrazioni umane bisogna dunque partire dalla paleontologia e dalla genetica, passando attraverso la storia e la geopolitica, per arrivare a ricostruire le cause e gli effetti, generali e contingenti, della situazione attuale, a livello internazionale ma soprattutto riguardo alla realtà in continuo mutamento del nostro paese. Le migrazioni, con la loro millenaria evoluzione e la loro planetaria geografia, possono aiutarci a ripensare il passato e a immaginare un diverso futuro. L’Africa è il più probabile luogo d’origine degli ominidi e della specie umana, l’intera popolazione “sapiente” cresciuta e giunta fino a oggi è discesa da un piccolo gruppo iniziale di africani neri. Migrazioni, accoppiamenti, discendenze familiari e continue forme di spostamento, rimescolamento e meticciato hanno prodotto infinite variazioni collettive e individuali. Senza la curiosità dei viaggiatori, il coraggio degli esuli e le speranze dei migranti il mondo sarebbe ancora un mosaico di culture chiuse, limitate e autoreferenziali. Quello della preservazione identitaria rischia di diventare l’ultimo baluardo dell’ignoranza etnocentrica e del sospetto securitario, che fingono di non vedere come niente nel mondo globalizzato e nella nostra vita quotidiana sia ormai specificamente appartenente a una singola cultura “etnica” o nazionale. Fra i diritti degli esseri umani, nostri e dei migranti, c’è o dovrebbe esserci anche quello di scegliere e modificare la propria identità, anzi di “inventarla” e trasformarla nel tempo, con un paziente e creativo lavoro di bricolage.

L’esperta sensibile sociologa Giovanna Ceccatelli, professore ordinario dell’Università di Firenze, ha svolto anche corsi sulla cooperazione e sulla mediazione dei conflitti, poi su razzismo, omofobia e altre forme di esclusione. Pure sulla base dell’esperienza di ricerca e didattica, a fine 2012 ha promosso e fondato con altri studiosi una bella casa editrice indipendente, Edizioni Clichy, per la quale esce ora un suo interessante corposo testo multidisciplinare che affresca con competenza e acume le tracce multidirezionali del fenomeno migratorio. Il bel volume non vuole essere un testo scientifico, piuttosto soltanto un racconto divulgativo e ben orientato, una lettura della realtà che viviamo basata su delle idee, culturalmente e scientificamente strutturate, e su dei valori, cioè su una visione etica della realtà presente e della storia. Ognuno dei cinque capitoli esamina una prospettiva mantenendo comunque continui riferimenti agli aspetti quantitativi e qualitativi dell’attualità, senza grafici o tabelle. Il primo (più breve) capitolo ricostruisce gli albori di Homo sapiens sulla terra e sottolinea come migrazioni e mescolanze siano state caratteri specifici e permanenti, dei quali vi sono impronte in ognuno di noi viventi oggi ovunque. Il secondo capitolo si concentra sugli ultimi millenni e poi sulla svolta delle scoperte e delle colonizzazioni, in particolare quelle europee del Nuovo Mondo, le Americhe e non solo. Il terzo capitolo è il più lungo e articolato: “la situazione attuale; cause ed effetti dei nuovi movimenti migratori”. Si parte ovviamente dai processi di decolonizzazione e dei migranti “di ritorno” per affrontare le dinamiche recenti dei disastri sociali e ambientali, in particolare le urgenze dei cambiamenti climatici antropici globali e i limiti degli aiuti allo sviluppo. Il quarto capitolo (“il ritorno dei muri e delle frontiere, norme di protezione e di difesa”, con il supporto della ricercatrice Stefania Tusini) ha un approccio più giuridico, dalla Dichiarazione Universale del 1948 alle claudicanti norme comunitarie; il quinto (“l’Italia del presente e quella di un possibile futuro”) più sociologico, sempre corredato di dati e riferimenti ineccepibili, dalla mitologia politico-culturale (l’invasione che non c’è, la sicurezza che non c’è) ai tanti imprevisti valori delle migrazioni. Un glossario degli acronimi e delle fonti con sitografia (con il supporto della ricercatrice Stefania Tirini), una bibliografia essenziale e un’inedita filmografia completano il testo.

(Recensioni di Valerio Calzolaio)

Clima (Le varie di Valerio 134)

Angelo Tartaglia
Clima. Lettera di un fisico alla politica
Edizioni GruppoAbele Torino, 2020
Scienza

Pianeta Terra. 2020. Alcuni hanno l’irragionevole speranza che dialogando, cercando di capire e di spiegare, ognuno di noi si renda conto che alla fin fine guardare lontano nello spazio e nel tempo è più conveniente del chiudersi in sé stessi; perseguire l’interesse generale salvaguarda anche nel migliore dei modi l’interesse personale e non viceversa. Il grande fisico in pensione Angelo Tartaglia (Foggia, 1943), piemontese d’adozione, già ordinario di Fisica presso il Politecnico di Torino, ha deciso di scrivere una lettera al presidente del Consiglio e, per il suo tramite, alla politica in generale. Coglie l’occasione della maggiore attenzione per la scienza e forse per i temi della sostenibilità, connessa alla drammaticità dell’epidemia che stiamo vivendo, per formulare dubbi e proposte sulle evidenti contraddizioni nella narrazione degli organi di informazione, nelle politiche istituzionali, nelle politiche aziendali. La questione cruciale è quella del clima. Sembra vi sia ormai un consenso generale sul fatto che il rapido mutamento climatico sia un complesso di fenomeni più che reale: da un secolo e mezzo a questa parte vi è stata una crescita della temperatura superficiale del nostro pianeta (circa 1,3 °C dal 1880 a oggi), più marcata nelle regioni artiche che in quelle tropicali, con conseguenti innalzamento del livello medio dei mari (di circa 20 centimetri), aumento dell’intensità e frequenza degli eventi meteorologici estremi, ampie migrazioni forzate di masse di disperati. Tuttavia, “guardandomi intorno, mi pare di non cogliere molti indicatori di politiche di prevenzione/mitigazione, né su scala nazionale né su scala regionale né su altra scala: sembrerebbe quasi che si preferisca intervenire dopo che qualche guaio si è verificato, non prima. Eppure generalmente costa meno prevenire che curare, tanto più che in qualche caso la cura potrebbe risultare impraticabile… Lei, quale strada pensa di seguire?” L’autore suggerisce di muoversi bene e in fretta sulla base di analisi concrete.

È colpa nostra, dobbiamo aver ben chiara la premessa dell’azione: la responsabilità dell’aumento della temperatura risiede nei processi di combustione provocati dall’umanità per ottenere maggiore disponibilità di energia, che immettono nell’aria tanta anidride carbonica e, attraverso una pluralità di fenomeni specifici, riscaldano l’atmosfera. Dunque, non c’è scelta: bisogna abbattere le emissioni di CO2 di origine antropica, tagliare la ricerca (e le relative trivellazioni) di combustibili fossili (anche quella e quelle sostenute dall’Italia o da gruppi italiani), riconsiderare i miti della crescita dei consumi energetici e delle grandi opere. Non sarà l’innovazione tecnologica a salvarci: la tecnologia riguarda le applicazioni della scienza, l’innovazione avviene e avverrà comunque all’interno dei vincoli che le scienze fisiche hanno scoperto e vengono scoprendo. La presenza di limiti fisici invalicabili si esprime con uno slogan semplice e chiaro: non c’è nessun “pianeta B”. Un’azione decisa per ridurre le emissioni appare anche come una questione di giustizia e di redistribuzione della ricchezza: il combinato disposto di crescita e competizione partorisce diseguaglianze crescenti e un tracollo prossimo venturo. Ciò significa anche cambiare le regole del gioco economico. Una transizione ecologica richiede una radicale trasformazione anche nella sfera della consapevolezza, un’azione auto-pedagogica per sconfiggere la triade egoismo-ignoranza-superstizione, ancor più urgente in questi tempi di pandemia Covid-19. L’autore conclude la lettera con le grandi parole di un poeta: le Operette morali di Leopardi hanno ancora molto da insegnare.

(Recensione di Valerio Calzolaio)