Clima (Le varie di Valerio 134)

Angelo Tartaglia
Clima. Lettera di un fisico alla politica
Edizioni GruppoAbele Torino, 2020
Scienza

Pianeta Terra. 2020. Alcuni hanno l’irragionevole speranza che dialogando, cercando di capire e di spiegare, ognuno di noi si renda conto che alla fin fine guardare lontano nello spazio e nel tempo è più conveniente del chiudersi in sé stessi; perseguire l’interesse generale salvaguarda anche nel migliore dei modi l’interesse personale e non viceversa. Il grande fisico in pensione Angelo Tartaglia (Foggia, 1943), piemontese d’adozione, già ordinario di Fisica presso il Politecnico di Torino, ha deciso di scrivere una lettera al presidente del Consiglio e, per il suo tramite, alla politica in generale. Coglie l’occasione della maggiore attenzione per la scienza e forse per i temi della sostenibilità, connessa alla drammaticità dell’epidemia che stiamo vivendo, per formulare dubbi e proposte sulle evidenti contraddizioni nella narrazione degli organi di informazione, nelle politiche istituzionali, nelle politiche aziendali. La questione cruciale è quella del clima. Sembra vi sia ormai un consenso generale sul fatto che il rapido mutamento climatico sia un complesso di fenomeni più che reale: da un secolo e mezzo a questa parte vi è stata una crescita della temperatura superficiale del nostro pianeta (circa 1,3 °C dal 1880 a oggi), più marcata nelle regioni artiche che in quelle tropicali, con conseguenti innalzamento del livello medio dei mari (di circa 20 centimetri), aumento dell’intensità e frequenza degli eventi meteorologici estremi, ampie migrazioni forzate di masse di disperati. Tuttavia, “guardandomi intorno, mi pare di non cogliere molti indicatori di politiche di prevenzione/mitigazione, né su scala nazionale né su scala regionale né su altra scala: sembrerebbe quasi che si preferisca intervenire dopo che qualche guaio si è verificato, non prima. Eppure generalmente costa meno prevenire che curare, tanto più che in qualche caso la cura potrebbe risultare impraticabile… Lei, quale strada pensa di seguire?” L’autore suggerisce di muoversi bene e in fretta sulla base di analisi concrete.

È colpa nostra, dobbiamo aver ben chiara la premessa dell’azione: la responsabilità dell’aumento della temperatura risiede nei processi di combustione provocati dall’umanità per ottenere maggiore disponibilità di energia, che immettono nell’aria tanta anidride carbonica e, attraverso una pluralità di fenomeni specifici, riscaldano l’atmosfera. Dunque, non c’è scelta: bisogna abbattere le emissioni di CO2 di origine antropica, tagliare la ricerca (e le relative trivellazioni) di combustibili fossili (anche quella e quelle sostenute dall’Italia o da gruppi italiani), riconsiderare i miti della crescita dei consumi energetici e delle grandi opere. Non sarà l’innovazione tecnologica a salvarci: la tecnologia riguarda le applicazioni della scienza, l’innovazione avviene e avverrà comunque all’interno dei vincoli che le scienze fisiche hanno scoperto e vengono scoprendo. La presenza di limiti fisici invalicabili si esprime con uno slogan semplice e chiaro: non c’è nessun “pianeta B”. Un’azione decisa per ridurre le emissioni appare anche come una questione di giustizia e di redistribuzione della ricchezza: il combinato disposto di crescita e competizione partorisce diseguaglianze crescenti e un tracollo prossimo venturo. Ciò significa anche cambiare le regole del gioco economico. Una transizione ecologica richiede una radicale trasformazione anche nella sfera della consapevolezza, un’azione auto-pedagogica per sconfiggere la triade egoismo-ignoranza-superstizione, ancor più urgente in questi tempi di pandemia Covid-19. L’autore conclude la lettera con le grandi parole di un poeta: le Operette morali di Leopardi hanno ancora molto da insegnare.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Cento Gianni Rodari (Le varie di Valerio 133)

Gianni Rodari
Cento Gianni Rodari. Cento storie e filastrocche. Cento illustratori
Einaudi Ragazzi, 2019 (edizione per il centenario)
Infanzia (di tutte le età)

Italia democratica e repubblicana. Cento strampalate magistrali splendide filastrocche, favole, avventure, brevi novelle, estratti di racconti, storie di Gianni Rodari, godibili in ogni momento della nostra vita qualunque sia la nostra attuale fase esistenziale. Fatevele leggere se siete in là con gli anni e se vi è capitato già di averle lette voi a figli o nipoti, vi entrerà ancora della musica dentro, comprenderete meglio pensieri o emozioni che erano forse sfuggiti. Nel 2020 ricorrono i due anniversari decisivi per il Maestro Giovanni Gianni Rodari, insegnante elementare, clandestino e partigiano, inviato e cronista, pedagogo, uno dei più grandi scrittori del Novecento, il sesto autore italiano più tradotto al mondo: la nascita povera cento anni fa (Omegna, sul lago d’Orta, 23 ottobre 1920) e la prematura morte quaranta anni fa (Roma, 14 aprile 1980). E proprio cinquant’anni fa nel 1970 vinse il prestigioso Hans Christian Andersen, il premio Nobel per la letteratura per ragazzi. Scriveva per tutti, non visse spensierato, sperimentò generi diversi, inventò linguaggi. L’idea bella di questo volume celebrativo consiste nella selezione di esattamente cento testi di Rodari pubblicando a fianco a sinistra cento diversissime colorate inedite tavole, ciascuna realizzata per l’occasione da un affermato autore contemporaneo, quasi tutti italiani, donne e uomini. L’ordine è quello alfabetico degli illustratori, da Antonella Abbatiello (la filastrocca “Un bambino al mare”) a Margherita Zichella (la fiaba “La domenica mattina”). Non possono più esserci Bruno Munari (1907-1998) ed Emanuele Luzzati (1921-2007), ovviamente ci sono anche Francesco Altan (la filastrocca “Alla formica”) e artiste o artisti che hanno ri-illustrato specifici volumi che escono sempre quest’anno come Beatrice Alemagna (“A sbagliare le storie”), Manuele Fior (“Pianoforte Bill”), Camilla Pintonato (“La freccia azzurra”), Gaia Stella (“Bambini e bambole”), Olimpia Zagnoli (“L’omino di niente”).

Illustrare oggi la geniale fantasia letteraria di Gianni Rodari implica abbinare una danza grafica di vite e colori a una danza di parole pulite ed essenziali, pensate per educare attraverso magia e stupore, tolleranza e accoglienza, il rispetto del diverso, la bellezza dello stare in pace, valori che servono a noi adulti almeno quanto ai bambini e alle bambine. L’intreccio, l’empatia, la sintonia fra testi e tavole stanno non nella corrispondenza materiale, piuttosto nella fedeltà alla sorpresa emotiva e allo scarto cognitivo. Per capirla, la realtà va reinventata, contraddetta, introiettata con la personale accettazione dell’altro e del vivere sociale. Meglio aggiungere un punto interrogativo a ogni regola da rispettare per farla diventare “nostra”. E Giovannino Perdigiorno è un vero punto di riferimento pedagogico. Il volume contiene 56 filastrocche, 28 tratte dal magnifico “F. in cielo e in terra”, 6 da “Prime fiabe e f.”, 3 da “F. lunghe e corte”, 4 da “Il secondo libro delle f.”, 12 da “Il libro degli errori”, una da “I viaggi di Giovannino Perdigiorno” e 2 da “F. per tutto l’anno”; 44 fiabe e storie, 2 da “Fiabe lunghe un sorriso”, una da “Le avventure di Cipollino”, una da “Novelle fatte a macchina”, 37 da “Favole al telefono”, una da “Il libro dei perché”, una da “La freccia azzurra” e una da “Tante storie per giocare”. Le pagine complessive sono quasi trecento visto che circa la metà dei cento testi non si conclude a destra della tavola e si sviluppa su più (sempre poche) pagine. Lo spunto è sempre un oggetto della realtà quotidiana di un bambino, che sia reale o immaginario, che sia a casa o a scuola, tutto animato da un respiro vitale e da un tocco d’artista (con gusto, olfatto, odorato, vista, udito, voce, ascolto), attento a un approccio ironico tanto alla scienza quanto alla tecnologia, senza mai farci la morale. Prendiamo lo spunto del centenario dalla nascita di Rodari e degli altri suoi anniversari del 2020 per rileggerlo tutto, a caratteri grandi e con tanti spazi bianchi sulla pagina. Il portale 100giannirodari.com riporta le pubblicazioni e le iniziative in corso, convegni mostre laboratori creativi, in biblioteche, librerie, musei, luoghi della cultura di tutt’Italia (e non solo). Stanno uscendo su Rodari anche biografie e saggi aggiornati, meglio dare uno sguardo di persona in libreria.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Filastrocche in cielo e in terra (Le varie di Valerio 122)

Gianni Rodari
Filastrocche in cielo e in terra
Einaudi Ragazzi, 2020 (nuova edizione per il centenario, 1^ ed. 1960 con illustrazioni di Munari)
Introduzione di Luciana Littizzetto
Infanzia (di tutte le età)

Italia democratica e repubblicana. Centouno strampalate magistrali splendide filastrocche di Gianni Rodari, alcune di quattro righe, altre di ottanta, perlopiù con meditate rime, godibili in ogni momento della nostra vita qualunque sia la nostra attuale fase esistenziale. Fatevele leggere se siete in là con gli anni e se vi è capitato già di averle lette voi a figli o nipoti, vi entrerà ancora della musica dentro, comprenderete meglio pensieri o emozioni che erano forse sfuggiti. Sono divise per divertenti argomenti educativi, una bella pagina rossa a separarne sette: la famiglia punto e virgola, la luna al guinzaglio, il vestito di Arlecchino, i colori del mestiere, il mago di Natale, un treno carico di filastrocche, le favole a rovescio. Spesso hanno un obiettivo pedagogico, giusto uno, magari implicito: come si motiva un elemento grammaticale, come si descrive un colore, come si fa l’amore coi numeri, come si memorizza una sequenza o un’operazione, come si traduce un’astronomica notizia di prima pagina. Ma non è obbligatorio, non è sempre necessario sapere perché si gode e a che serve. Il potere è della fantasia e la fantasia va messa al potere. Se fosse vivo dovrebbero inserirlo in ognuna delle task-forse sul Covid-19, inventerebbe il modo giusto per comunicare e responsabilizzare, demistificare frasi fatte e luoghi comuni, evitando moralismi ordini conformismi. Come spiega Littizzetto nell’introduzione del bel volume: “la fantasia e la realtà abbracciate in una danza di parole… Pulite. Essenziali. Non sbrodola mai… È mirabile la sua conoscenza del mondo dei piccoli, la capacità sopraffina di entrare nella loro stessa modulazione d’onda e spargere semi buoni… i valori, quelli che noi, così politicamente corretti e scorrettissimi, diamo ormai per scontati. C’è la tolleranza, l’accoglienza, il rispetto del diverso, la bellezza dello stare in pace… Riprendiamo in mano Rodari. Seminiamolo nelle teste dei nostri bambini”. E degli adulti, non si fa per dire.
Nel 2020 ricorrono i due anniversari decisivi per il Maestro Giovanni Gianni Rodari, maestro elementare, clandestino e partigiano, inviato e cronista, pedagogo, uno dei più grandi scrittori del Novecento, il sesto autore italiano più tradotto al mondo: la nascita povera (Omegna, sul lago d’Orta, 23 ottobre 1920) e la prematura morte (Roma, 14 aprile 1980). Nel 1970 vinse il prestigioso Hans Christian Andersen, il premio Nobel per la letteratura per ragazzi. Ma scriveva per tutti, non visse spensierato, sperimentò generi diversi, inventò linguaggi. Dalla narrazione leggera di tanti piccoli oggetti e mestieri ci ha consegnato uno sguardo allegro e acuto sul mondo, attraverso fiabe, poesie, racconti, romanzi e queste magiche filastrocche, un punto di vista denso di valori semplici e necessari, amicizia solidarietà pace, sempre a partire dalla realtà quotidiana di un bambino, che sia a casa o a scuola, nel parco o in movimento, con attorno oggetti animabili da un respiro vitale, da un tocco d’artista (con gusto, olfatto, odorato, vista, udito, voce, ascolto) attento a un approccio ironico tanto alla scienza quanto alla tecnologia. Scrisse tanto, da educatore democratico e da giornalista militante, inventando la grammatica, l’aritmetica, la storia e la geografia della fantasia: insegnare e imparare giocando e scherzando, delicatamente insieme, disarmati alla pari, con misurata proprietà di parola, senza mai farci la morale. Prendiamo lo spunto degli anniversari per rileggerlo tutto, a caratteri grandi e con tanti spazi bianchi sulla pagina. Verrebbero da fare almeno 101 esempi sulle cose rimarchevoli delle 101 filastrocche contenute nel bel volume rilegato e cartonato, riedito per l’occasione. Le sue filastrocche sono state tradotte in 47 lingue diverse. Il portale 100giannirodari.com riporta tulle le pubblicazioni e le iniziative in corso, convegni mostre laboratori creativi, in biblioteche, librerie, musei, luoghi della cultura di tutt’Italia (e non solo).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La scienza e l’Europa (Le varie di Valerio 121)

Pietro Greco
La scienza e l’Europa. Volume 5: dal secondo dopoguerra a oggi
Prefazione di Giulio Giorello
L’Asino d’oro Roma, 2019
Storia e scienza

Europa. 1943-2015. Nella prima metà del secolo scorso, l’Europa è stata sconvolta una guerra civile durata oltre trenta anni, alla cui fine si è profondamente modificata la sua posizione nel mondo, l’antico primato risulta andato perduto. L’asse scientifico e la capacità d’innovazione, conseguentemente la centralità geopolitica, si spostano poi nel Nord America e, in misura minore, in Unione Sovietica. Nei primi anni della seconda metà del secolo, l’Europa sembra voler e poter risorgere dalle proprie ceneri, ben presto riesce lentamente ad affermare il nuovo modello di welfare: una progressiva integrazione istituzionale e un diffuso benessere sociale, entrambi fondati sulla produzione di nuova conoscenza e sulla collaborazione fra Stati. Eppure emergono via via anche i limiti e le contraddizioni del processo e soprattutto una nuova incrinatura nel rapporto con la scienza: all’inizio del XXI secolo, la spesa dell’Europa in ricerca è inferiore a quella media del resto del mondo, per la prima volta nella sua storia dopo la rivoluzione scientifica del Seicento. Sono cresciute sia la diffidenza verso la conoscenza che le spinte centrifughe dei nazionalismi. Appare in crisi lo stesso concetto di solidarietà, aleggiano ovunque sentimenti di ostilità e di odio, manifestazione di un’inquietudine profonda, cui si potrà far fronte solo ricercando con determinazione una nuova sostenibilità, sociale ed ecologica. Come spiega Giorello nell’introduzione del bel volume sul rapporto contemporaneo fra scienza ed Europa: “emanciparsi dai pregiudizi potrebbe sembrare un lusso da intellettuali privilegiati. Ma è proprio grazie a tale liberazione che si possono ottenere, in tempi più o meno brevi, quei successi a livello pratico – dalla ingegneria alla medicina – che fanno emergere migliori condizioni di vita. Senza illusioni, ma con sobria lucidità; senza privilegi, o meglio senza alcuna forma di discriminazione”.

Il miglior giornalista scientifico italiano vivente, a lungo formatore dell’intera categoria, il chimico Pietro Greco (Barano d’Ischia, 1955) ha completato un’opera immensa, il rapporto della piccola e marginale appendice occidentale dell’Eurasia con la scienza, partendo dalla motivata tesi che per millenni la situazione della seconda è stata principale causa dei successi e delle crisi della prima. L’ottima narrazione del quinto e ultimo saggio alterna con chiarezza e profondità la sintetica ricostruzione storica, i fenomeni e gli eventi della geopolitica, con la disamina degli avanzamenti nelle varie discipline scientifiche, comparando sempre il quadro europeo rispetto a quello mondiale. I primi tre capitoli descrivono la situazione degli esausti popoli europei “dopo la catastrofe” e fino al 1989: avevamo perso tutti, “noi” europei (oltre ai mortiferi risultati dei campi di battaglia militare); vi fu subito un enorme massa di migrazioni forzate che in meno di dieci anni ricollocarono ben cinquanta milioni di persone fra i vari Stati del continente; paure e divisioni rallentarono progetti comuni con la splendida eccezione del Conseil européen pour la recherche nucléaire, il Cern a Ginevra dal 1954 (su spinta italiana); si concretizzarono poi le tappe del noto processo di integrazione, che però non tenne abbastanza conto del dramma della guerra fredda e della svolta tecnologico-produttiva realizzata negli Stati Uniti, soprattutto grazie alla nuova “società della conoscenza” impostata da Vannevar Bush, consigliere presidenziale. Il quarto capitolo contiene sette minuziosi godibili paragrafi, ciascuno dedicato a una disciplina della scienza europea: fisica, matematica, chimica, biologia molecolare, medicina e salute, neuroscienze, medicina della mente (qui forse è parziale il quasi esclusivo riferimento a Fagioli). Gli ultimi due capitoli valutano presente e futuro: lo smarrimento europeo e la crescente crisi a partire dal 1991 (e fino almeno al 2008), anche nel confronto con la conquistata nuova centralità asiatica, in particolare della Cina, il quinto; i punti deboli da controllare e i punti di forza da sviluppare per un effettivo rilancio dell’Europa, basato sul ritorno alla scienza e al welfare State, il sesto. Prezioso indice finale dei nomi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Giulio fa cose (Le varie di Valerio 120)

Paola Deffendi e Claudio Regeni, con Alessandra Ballerini
Giulio fa cose
Feltrinelli Milano, 2020

Febbraio 2016-dicembre 2019. Giulio sta facendo ancora molte belle cose. Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni (Trieste, 15 gennaio 1988 – Cairo, 3 febbraio 2016) è stato sequestrato e poi torturato e ucciso in Egitto mentre svolgeva un dottorato di ricerca per l’università di Cambridge, dove lavorava. Da quando i genitori Claudio Regeni e Paola Deffendi andarono prima a cercarlo poi a riprenderne le spoglie da riportare a Fiumicello, in Friuli Venezia Giulia, dove ancora vivono, ogni cosa e ogni anfratto della loro esistenza sono stati ricoperti da un velo polveroso che filtra tutto. Nulla poteva essere più lo stesso. Raccontano così ora con lucido nitore questi quattro anni. Hanno iniziato accanto alla figlia Irene (cui il libro è dedicato) e al loro straordinario avvocato Alessandra Ballerini, un nuovo percorso, faticoso e doloroso: la ricerca della verità, di tutte le verità, sugli assassini e i mandanti dell’omicidio di un ragazzo europeo di 28 anni (appena compiuti), colto e affettuoso, serio e onesto, cresciuto con valori e principi sani, abituato ed educato a viaggiare e ad adattarsi, al rispetto delle differenze nelle radici. Conosceva bene sei lingue, stava arrivando alla settima, e con la mamma parlava spesso su Skype in dialetto bisiaco-triestino. Al terzo anno di liceo sostenne e superò l’esame a Duino per entrare nel Collegio del Mondo Unito, 18 sedi nel mondo, scelse il New Mexico. Tornato in Europa, si laureò a Leeds, si specializzò a Cambridge, ottenne uno stage a Vienna e un tirocinio al Cairo per l’Unido, iniziò a lavorare a Oxford cominciando infine il dottorato ancora a Cambridge, nel dipartimento di Development Studies. Da lì partì per un’ultima ricerca sui sindacati egiziani. Non è più tornato vivo. Le massime autorità istituzionali egiziane sono coinvolte nella sua sparizione e nel suo omicidio; per anni hanno manovrato, depistato, occultato, in modo di impedire la verità e la giustizia che, accanto ai genitori, chiedono larga parte dell’opinione pubblica in tanti paesi del mondo, quel “popolo giallo” che è protagonista militante del libro. Giulio continua a fare cose per il loro e il nostro tramite. Non demordiamo, nonostante gli ostacoli.

Ecco un libro che vale la pena leggere e regalare, una preghiera laica, un dolore necessario. L’amore per il figlio ha spronato i genitori a testimoniare con forza l’esigenza di scoprire i responsabili di un crimine efferato. Da oltre due anni la Procura di Roma ha documentato le responsabilità nel sequestro di almeno cinque ufficiali del National Security Agency e li ha iscritti nel registro degli indagati, ma tutto sembra essere tornato normale nei rapporti fra Italia ed Egitto, non c’è alcuna conseguenza concreta, le indagini sono a un punto morto per la mancata collaborazione del presidente Al Sisi. La morte di Giulio riguarda Paola e Claudio personalmente in modo definitivo, lo sanno bene, non potranno dimenticarlo mai e, insieme, riguarda ogni genitore che subisce ingiustizia, ogni italiano all’estero, ogni giovane che vuole lavorare in pace e autonomia ovunque nel mondo, ogni elettore che comprende la necessità di valutare con onestà intellettuale i comportamenti istituzionali e le relazioni internazionali. Molte frasi commuovono certo, l’obiettivo è comunque sempre quello di farci capire, indignare, partecipare. Scrivono: “abbiamo visto tutto il male del mondo sul suo corpo. Ma tutto il male del mondo è anche quello che è attorno a Giulio: omertà, paura, intrighi, depistaggi. Il coraggio è andare avanti, giorno dopo giorno, sapendo che esiste tutto questo”. Hanno scelto una forma letteraria molto efficace, oltrepassando generi e convenzioni: la mamma Paola racconta la storia della loro famiglia e spesso mette fra virgolette riflessioni e ricordi del papà Claudio o ricostruisce a nome di entrambi, orgogliosi e rispettosi delle capacità del figlio, anche quando magari era stato “un intransigente rompiscatole”; seleziona gli argomenti trattati con cultura, i viaggi insieme (soprattutto l’ultimo, drammatico); gli incontri con i rappresentanti istituzionali pro-tempore (segnalandone sempre pregi e difetti, maggiore o minore sincera solidarietà), con le personalità religiose e culturali, con i giornalisti, con vecchi e nuovi amici, con tanti cittadini per strada o nelle assemblee; le amarezze e le angosce, in particolare la ferita del ritorno dell’ambasciatore italiano; la lista delle parole e delle associazioni di idee più spesso usate nella nuova famiglia allargata che si è creata (con la costante presenza di Alessandra, competente e magica). Spiegano come è nata l’espressione che dà il titolo al volume e si rivolgono a tutti quelli che sanno e che non hanno ancora osato parlare “perché Giulio fa cose, ma non può fare tutto lui”! Completano il libro oltre cinquanta minuziose preziose pagine sui fatti con la cronologia delle date relativi alle indagini, alle richieste e alle inchieste, abbastanza avanzate in Italia (per quanto possibile) e molto boicottate o rinviate in Egitto, e l’intero testo della lunga articolata risoluzione approvata dal Parlamento Europeo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La danza della parola (Le varie di Valerio 119)

Giulio Giorello
La danza della parola. L’ironia come arma civile per combattere schemi e dogmatismi
Mondadori Milano, 2020
Scienza

Parole e gesti umani. Da sempre. Cosa sia l’ironia più o meno lo sappiamo tutti: una battuta o una replica o una faccetta o un movimento ridicoli che introducono uno o più elementi inusuali e/o inattesi e/o ambigui e/o contrastanti rispetto a quello che avevamo appena ascoltato, visto, letto, percepito. Ovvero un modo di mettere in discussione la comprensione data per scontata di parole e gesti. Uno strumento di umana conoscenza. Uno sguardo diverso. Un modo di catturare l’attenzione. Non è per forza legata al linguaggio parlato o scritto, può derivare da azioni, comunque e sempre serve a far emergere qualcosa che non ci aspettavamo e a far riflettere su quanto era arrivato ai nostri occhi od orecchi. In linea di massima non attiva espressioni volgari, anzi è un antidoto colto alla volgarità (che quasi sempre è invece assenza di cultura), relativizza con scherzo ogni assoluta verità o certezza, gli schemi precostituiti. Sorriso e riso possono esserci certo, eppure l’ironia vuole soprattutto colpire, terremotare un concetto per non renderlo statico dogma. Dunque, talora può essere aggressiva, soprattutto quando si accompagna al sarcasmo o alla satira, pur mantenendosi sempre a distanza dalla violenza, sia fisica che psicologica. Anzi, contribuisce proprio a contenere gli sfoghi, a regolarli, ad articolarli, a non utilizzarli come un randello per mettere a tacere l’interlocutore (anche quando è un avversario). Non è mai una critica distruttiva fine a sé stessa, ha una discriminante componente creativa di scossa, ribaltamento, completamento rispetto al punto di vista che la sollecita. Non è solo un modo di operare, è un modo di vivere; non riguarda solo le cose che uno fa, ma quello che uno è; pertanto non la si può praticare e amare se non la si applica di continuo pure a sé stessi. Solo così si e ci libera davvero, migliora la nostra esistenza terrena e i luoghi sociali che frequentiamo.

Il grande epistemologo filosofo della scienza Giulio Giorello (Milano, 1945) spiega meravigliosamente che “l’ironia è una specie di danza della parola” (azzeccato delizioso titolo del volume, ispirato da Nietzsche): “un’arte difficile… perché bisogna, nello stesso tempo, avere considerazione per gli altri, e saper ridere di sé. Se ci si considera tutti una massa di imbecilli, è inutile cercare di comunicare con una forma sottile di ironia”. Ironizzare su qualcosa di detto o visto va preso in considerazione solo se abbiamo interesse e rispetto per chi ha parlato o agito; e bisogna poi esserne ben capaci, affinché costui prenda in “seria” considerazione la nostra ironia. Nello stesso tempo, se poi non sappiamo ironizzare su noi stessi meritiamo scarsa considerazione dagli altri. Arma civile certo, e però a doppio taglio, ibrida. L’agile volume è distinto in tre parti: meno brevi le prime due sui fumetti, grande antica passione dell’autore da Topolino a Paperino, da Tex a Linus (del resto in copertina c’è un “Bang!”), e sui ballerini che danzano con le parole, più o meno virtuosi (soprattutto contemporanei, soprattutto nella letteratura gialla); la terza è dedicata a due mitici scrittori, Robert Musil e James Joyce. Per finire la conclusione (“nel solco dell’Illuminismo”), le poche note numerate nel testo, i ringraziamenti (ma non l’indice dei nomi, che avrebbe molto incuriosito). Non è un trattato sull’ironia, non c’è nulla di sistematico; piuttosto uno zibaldone di riflessioni e citazioni di un autore colto e poliedrico, ironico e autoironico, scienziato e letterato. Giorello danza con le parole e narra avendo come filo alcune domande: c’è ancora, in giro, l’ironia?, cosa la elimina?, cosa la ripristina?, si può insegnare? Le risposte sono aperte, argute, stimolanti. Si parla spesso di politica e di religione; fra l’altro Giorello spiega perché nelle scuole non farebbe l’ora periodica di religione ma metterebbe il presepe ogni Natale. Opportunamente i romanzi gialli sono riassunti senza problemi di spoiler. Segnalo l’antinomia logica inventata secoli fa da Cervantes (maestro di “pensiero ironico” secondo Vázquez Montalbán, aggiungo), molto utile in questi decenni per ogni migrante di passaggio fra paesi confinanti. Significativa la parte sulla complicata ironia del calzolaio che fa le scarpe (a pag. 88-89).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La legge del sognatore (Le varie di Valerio 118)

Daniel Pennac
La legge del sognatore
Feltrinelli, 2020 (originale 2020)
Traduzione di Yasmina Melaouah
Romanzo

Massiccio del Vercors. 1954. Un sognatore sogna. Vive con i genitori, ha dieci anni, forse è nato il primo gennaio, a scuola ha sentito che la luce è fatta di acqua. Di notte conversa con il compagno di classe Louis, il suo migliore amico, forse nato il giorno prima (a un millesimo di distanza), spesso ospitato a casa loro. La mamma Moune ha appeso sopra i due lettini un disegno coloratissimo di Federico Fellini, lei è costumista e aveva lavorato per molti film del regista italiano, anche allo Studio 5 di Cinecittà, lo adora. Quella notte il sognatore sogna un’inondazione di luce e di acqua, tutto sembra vero, la città viene sommersa. Quando si sveglia deve sbrigarsi perché hanno in programma un’escursione alla diga per apprendere come immergersi con le bombole e in auto racconta il sogno. Louis commenta che da grande l’amico non potrà che fare lo scrittore (effettivamente comincerà e continuerà sempre nel capanno lì costruito dal padre), mentre per sé stesso prevede il posto di personaggio (effettivamente diventerà Kamo decenni dopo). Non credono molto ai particolari che il piccolo sognatore descrive per rispondere alle domande che gli fanno, così lui decide di trascrivere da quel momento in avanti tutti i sogni che farà; non a caso la maggior parte delle sue trovate narrative sono ricordi che imparerà a trasformare in storie, restando sempre fedele alla casa del Vercors, divenuta il punto di ritrovo fisso della tribù e la cornice di alcuni suoi romanzi. Cinquant’anni dopo quel primo sogno, Louis torna a trovarlo, hanno avuto figli e nipoti, decidono di tornare alla diga dell’infanzia e di noleggiare l’attrezzatura per liberarsi della gravità dell’aria e compiere una gita subacquea come un tempo. Sotto scopre una città sommersa. Sogno o son desto? Fa tutto parte di un sogno? Oppure è proprio la vita che è tutto un teatro?

Evviva Daniel Pennac (Casablanca, 1944)! Riesce di nuovo a stupirci, affascinarci e rapirci in un’epopea onirica, fra metafore e onomatopee, con un gioco di sogni, uno nell’altro come matrioske russe, un nuovo genere letterario più misterioso e immaginifico del noir, più sincero e reale dell’autobiografia. La narrazione è in prima persona e procede attraverso 8 parti e 74 scene separate, cronologiche e di varia lunghezza, nelle quali sia gli eventi da sognatore che quelli da sveglio si integrano di finzioni e realtà, un’unica fiaba magica con il filo rosso del sostanziale omaggio a Fellini, il preferito “regista” della meraviglia e dello sbalordimento, che trascriveva e disegnava i propri sogni e ne parlava con chi di dovere. Come noto, dopo l’adolescenza a Nizza e l’incontro col cinema felliniano, negli anni settanta in un ex convento del Nord da giovane insegnante nella scuola media di sgangherati alunni spediti lì dall’istituzione scolastica a formare le cosiddette “classi differenziate”, Pennac aveva fatto largo uso del far scrivere ogni mattina i sogni della notte precedente su taccuini privati, da raccontare e dettare alla lavagna, ma da non usare nei temi. L’azzeccata copertina e la complice traduzione aiutano a sottolineare l’immaginazione letteraria. Televisione e calvados in albergo a correggere i compiti. Segnalo la fine delle grandi epidemie a pagina 60 (il virus arriverà in Italia col nuovo anno ma nessuno lo aveva riconosciuto). L’anno scorso, nel 2019 Pennac ha avuto l’occasione per definire un progetto teatrale sulla resurrezione del suo mito grande sognatore cinematografico. Nel 2020 ricorre, infatti, il centenario dalla nascita (a Rimini) di Federico Fellini (con celebrazioni e mostre in tutt’Italia): 8 Oscar (14 nomination), 1 Golden Globe, 3 Bafta Awards, 19 David di Donatello, 53 Nastri d’argento, 3 festival di Venezia, 4 di Cannes, 2 di Mosca, quasi una ventina di film e altri episodi di film, film tv, co-regie. Al Piccolo Teatro di Milano il 20 gennaio vi è stata l’anteprima dello spettacolo dedicatogli da Pennac, una meraviglia! Il romanzo è uscito pochi giorni prima, ne integra l’eventuale visione, possiede una drammaturgia diversa, pur altrettanto mirabolante. La rappresentazione è stato prodotta dagli amici dalle Compagnie MIA – Il Funaro di Pistoia, adattata dallo stesso autore con regia di Clara Bauer. Speriamo circoli molto quando si potrà uscire insieme di casa (e l’emergenza della pandemia Covid-19 sarà un poco rientrata).

(Recensione di Valerio Calzolaio)