Come eravamo (Le varie di Valerio 143)

Marco Peresani
Come eravamo. Viaggio nell’Italia paleolitica
Il Mulino Bologna, 2020 (edizione aggiornata, prima ed. 2018)
Scienza, Paleoantropologia

Italia. Pleistocene (fra 2.650.000 e 11.650 anni fa, circa). L’Italia di oggi è un lontano ricordo di quella che era milioni di anni fa, sebbene molti dei caratteri impressi dai mutamenti climatici siano rimasti ben visibili nel paesaggio fisico. Oscillazioni del livello marino e ripetute glaciazioni hanno dato altezze e funzioni diverse alle linee costiere sul Mediterraneo, ad Alpi e Appennini, a fiumi laghi pianure, alla straordinaria biodiversità e varietà geologica, per quanto nel Paleolitico gli ominini necessitassero di poche rocce scheggiabili per mantenere il loro bagaglio tecnologico. Per gli umani di allora vivere senza fissa dimora e coprire vasti territori con continui spostamenti comportava la riduzione al minimo dei materiali da trasportare come armi, utensili e quanto via via evolveva (vestiario, elementi da costruzione per i ricoveri, oggetti di culto, alimenti conservati, contenitori, medicinali). Determinare date o periodi precisi per il popolamento della penisola è impresa incerta e controversa: i ripari erano grotte, caverne, fessure, cavità con acqua potabile non lontano. Si sono spesso trovate tracce di più specie (e comunque di più gruppi umani) stratificate nella stessa superficie: Homo antecessor, Homo heidelbergensis, homo neanderthalensis non necessariamente in ordine cronologico, talora compresenti nel territorio italiano di allora, solo molto dopo noi sapiens, quasi alla fine del Pleistocene. Presso le cave di Apricena (Gargano) vi fu una delle prime presenze ominine nell’Europa occidentale, oltre 780.000 anni fa, all’incirca pure a Monte Poggiolo (appennino romagnolo). Dopo di allora potrebbe anche essere che l’Italia non sia stata abitata per 200.000 anni, le successive frequentazioni antropiche s’inquadrano in una fase climatica più temperata. Nel 2014 a Isernia la Pineta emerse il resto umano più antico, un primo incisivo superiore deciduo di un individuo di 5-7 anni d’età. Vi è una lunga storia prima di arrivare alla fine dell’ultima glaciazione e al Neolitico.

Marco Peresani (Udine, 1963) è associato di Culture del Paleolitico a Scienze Preistoriche e Antropologiche presso l’Università di Ferrara e prosegue, accanto all’attività di ricerca e insegnamento, un’utilissima attività di divulgazione su usi e costumi, luoghi e tempi, sincronie e diacronie delle presenze umane nella penisola (recentemente divenuta Italia), prima che ci fossero coltivatori allevatori, villaggi, strade, lingue e molto prima che Homo sapiens restasse l’unica specie del genere presente in Europa, parlante simbolico e geneticamente meticcia. Dieci capitoli descrivono errante storia manifatturiera e mutevole geografia puntiforme, individuando due momenti di svolta: da una parte 300.000 anni fa la padronanza del fuoco e le grandi rivoluzioni culturali; d’altra parte la diffusione quasi ovunque dei neandertal, veri grandi protagonisti autoctoni del nostro continente prima dell’arrivo dei sapiens. Adeguata trattazione è dedicata al confronto e agli eventuali incontri fra queste ultime due specie umane, compresenti in più parti d’Italia (a partire dalla Puglia) nelle varie tappe dell’ominazione e dell’evoluzione culturale (Uluzziano, Aurignaziano, Gravettiano, Epigravettiano, Mesolitico). Vi è forse un po’ di schematicità classificatoria, esigenza imprescindibile per chi scava e reperta, tuttavia talora inevitabilmente rigida rispetto a mescolanze e intrecci di tempi e luoghi, ai “meticciati” cui spesso si accenna. Ovviamente i fenomeni migratori sono spesso elemento costitutivo della narrazione, sia quelli animali (e vegetali), che quelli strettamente umani, da est nord e sud, le fughe e le conquiste piuttosto che le curiosità e le scoperte, pur continuandosi erroneamente a considerare tutti nomadi i cacciatori raccoglitori paleolitici (il “nomadismo” è cosa di neolitici). Ottimo l’undicesimo e ultimo capitolo con le visite guidate (a cominciare dallo splendido Museo della Preistoria di Nardò) ai siti ben organizzati in molte regioni italiane.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La terra sfregiata (Le varie di Valerio 142)

Luca Mercalli con Daniele Pepino
La terra sfregiata. Conversazioni su vero e falso ambientalismo
Edizioni GruppoAbele Torino, 2020
Scienza

Pianeta Terra. 2020. L’insostenibilità ecologica della corsa verso una crescita infinita in un mondo dalle risorse limitate è un dato acquisito da almeno mezzo secolo. Eppure, le conferenze e gli accordi internazionali che si sono susseguiti non hanno impedito il peggioramento dello stato di salute del pianeta. Il modello capitalistico produce danni ambientali enormi e, insieme, ingiustizie sociali e disuguaglianze crescenti. L’esistenza di alcuni cicli climatici nella storia del mondo non può ignorare la decisiva componente antropica dei cambiamenti attuali. Certo, non possiamo più tornare indietro, tuttavia dobbiamo smettere di perdere tempo e possiamo cercare almeno di contenere il danno, di evitare lo scenario peggiore. La stessa pandemia di Covid-19 che, in questo 2020, sta colpendo milioni di donne e di uomini, ha a che fare, nella sua origine o quantomeno nella sua diffusione, con le alterazioni ambientali in atto. Papa Francesco e Greta Thunberg invocano un’inversione di tendenza, ma sfregi e scempi continuano senza sosta, talora ammantati di ambientalismo da salotto. In un agile volumetto ne discutono due impegnati esperti italiani (piemontesi), un climatologo da sempre presente nel dibattito pubblico, preciso nel seguire e ricostruire il negoziato climatico, e un militante NO TAV attivo nella pratica di rapporti sociali e forme di vita alternativi al pensiero dominante.

L’intervista al noto meteorologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli (Torino, 1966) da parte dell’attivista resistente di Chiomonte (Alta Valsusa) Daniele Pepino (1976) è stata realizzata nella capitale piemontese nel gennaio 2020, poi integrata e aggiornata nel maggio 2020. Viene presentata organizzata in sette capitoli: eventi estremi; sottovalutazione e inadeguatezze; non se ne esce da soli; vero e falso ambientalismo; decrescere o razionalizzare (con un punto interrogativo); politica e movimenti; progresso e sapere scientifico. All’inizio le domande sono brevi (si parte dalla pandemia) e le risposte più argomentate, poi entrambi si dilungano sul proprio punto di osservazione, anche con citazioni colte e azzeccate, e notevole assonanza di vedute. Le ultime pagine sono quelle in cui maggiormente emerge una esplicita differenza di tono fra i due interlocutori: Mercalli chiede di continuare a distinguere la parte buona del progresso da quella cattiva e integrare i saperi. Mercalli soprattutto ribadisce che la scienza oggi ha sufficienti anticorpi per difendersi dalle storture, che pure esistono, e resta una delle poche bussole che abbiamo per il futuro, ancora una volta separando quella buona da quella cattiva.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

TerraFutura (Le varie di Valerio 141)

Carlo Petrini
TerraFutura. Dialoghi con papa Francesco sull’ecologia integrale
Giunti e Slow Food Editore, 2020
Scienza

Pianeta umano. Realtà trascorse e scenari futuri. La crisi ecologica della Terra è la crisi stessa della civiltà tecnico-scientifica e costituisce il capo d’accusa fondamentale a uno dei miti del nostro tempo: il progresso. La ragione della perversità di certi meccanismi in atto è costituita dalla concezione meramente economica o economicistica dello sviluppo, concepito ingenuamente quanto irresponsabilmente come un processo rettilineo, quasi automatico e di per sé illimitato. Le tecnologie e le scienze naturali nascondono sempre precisi interessi umani e non prescindono mai da determinati valori. Le civiltà occidentali hanno maturato l’egemonia di una sorta di concezione dicotomica tra cultura e natura, tra coscienza e mondo della vita: tale dicotomia conduce a una visione del tutto strumentale della natura, considerata come oggetto esterno su cui l’uomo può esercitare indiscriminatamente il proprio dominio e non piuttosto come habitat o ecosistema entro cui si svolge la vita umana, perciò come dimensione costitutiva del proprio essere e del proprio divenire. Il capitolo quarto dell’enciclica papale Laudato si’ del 2015 è dunque intitolato “Un’ecologia integrale” e affronta con rigore scientifico e religiosità moderna necessità e urgenza per tutti gli umani, per tutti i sapiens, credenti e non credenti, di tornare all’armonia con la Terra tenendo conto del contesto post-industriale in cui ci troviamo. Monsignor Domenico Pompili è il vescovo di Rieti e un amico di Slow Food: fin dal 2013 ha favorito l’incontro diretto fra il papa e un agnostico, fra un cattolico e un ex comunista, fra un argentino e un italiano, fra un teologo e un gastronomo. Prima una telefonata, poi scambi epistolari, poi incontri sulle comunità di sostegno all’enciclica promosse da Slow Food, poi tre diverse conversazioni dedicate nell’arco di tre anni, infine un bel volume che ne raccoglie i testi, integrandoli con altre riflessioni e documenti.

Il fondatore di Slow Food e ora presidente della relativa struttura internazionale Carlo Carlin Petrini (Bra, Langhe, 1949) e papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio (Flores, Buenos Aires, 1936), firmano un volume interessante e stimolante. Dopo la prefazione di Pompili la struttura è distinta in due corpose parti. Nella prima leggiamo i dialoghi fra le due personalità svoltisi il 30 maggio 2018, il 2 luglio 2019 (prima della pandemia Covid-19) e il 9 luglio 2020 (dopo la morte di Luis Sepúlveda, da entrambi molto citato e col quale la prima chiacchierata si apre). Nella seconda parte vi sono approfondimenti e spunti su cinque cruciali tematiche, frutto di riflessioni individuali ma coerenti e parallele: biodiversità, economia, migrazioni, educazione, comunità; ogni volta un’introduzione di Petrini, seguita da ampi stralci di Esortazioni Apostoliche, lettere e messaggi ufficiali di papa Francesco. I ricavi del libro saranno destinati al progetto di promuovere ad Amatrice un Centro studi dedicato all’ecologia integrale, chiamato “Casa Futuro – Centro Studi Laudato si’”, in un edificio lesionato dal terremoto. Integrale vuol dire per entrambi che occorre affrontare insieme la crisi ecologica e le diseguaglianze sociali, che la biodiversità è valore insieme degli ecosistemi e delle culture (come afferma da quasi tre decenni anche l’apposita Convenzione Onu), che il meticciamento è costitutivo della nostra specie e può renderci tutti più a nostro agio in ogni modo e mondo. L’uso delle parole e i riferimenti scientifici sono accurati ma non precludono una lettura agile, chiara, piacevole. Le migrazioni sono ovunque, nel testo e nella realtà, opportunamente senza tanti pregiudizi e prefissi.

(Recensione Valerio Calzolaio)

Pianeta vuoto (Le varie di Valerio 140)

Darrell Bricker e John Ibbitson
Pianeta vuoto. Siamo troppi o troppo pochi?
Add Torino, 2020 (originale 2019)
Traduzione di Silvia Manzio
Demografia e scienza

Pianeta Terra. In prospettiva. Secondo le stime delle Nazioni Unite è un neonato fra domenica 30 e lunedì 31 ottobre 2011 il settemiliardesimo umano vivente al mondo. Prima eravamo qualcuno meno, poi e anche ora molti di più. Eppure, forse abbiamo già iniziato a non aumentare più. Il grande avvenimento che definirà il XXI secolo si verificherà tra circa tre decenni e sarà l’inversione della rotta moderna e contemporanea: un calo implacabile, generazione dopo generazione, della popolazione umana, il declino demografico dunque. I Paesi in cui la popolazione sta diminuendo sono già più di venti; nel 2050 saranno oltre trentacinque, i più grandi, i più ricchi. Presto anche i più grandi Paesi in via di sviluppo, i cui tassi di fecondità sono già in discesa, inizieranno a ridursi. È probabile che lo stesso sfrenato baby boom africano finisca ben prima di quanto non prevedano i demografi dell’ONU. Due giornalisti canadesi hanno per mesi viaggiato in diverse città nei cinque continenti, parlato con professori e funzionari di Stato, discusso nei campus universitari e nelle baraccopoli, raccolto dati statistici nazionali e internazionali, studiato e comparato le politiche capaci di aumentare il numero di figli per coppia, traendo infine una conclusione che considera sbagliata l’opinione della incontrollata duratura travolgente crescita demografica. La realtà attuale è che in tanti paesi europei e occidentali il numero di abitanti non cresce, anzi declina; già oggi percepiamo poco e assistiamo inermi al calo demografico (appena appena attenuato da immigrazioni sempre più avversate e complicate); nessuno riflette bene e politicamente sugli effetti dello spopolamento assoluto, ancor più evidente all’esterno delle grandi città, rispetto al quale non si potrà che abbracciare, prima o poi, sia l’immigrazione che il multiculturalismo.
Darrell Bricker (1961) e John Ibbitson (1955) sono due studiosi e commentatori politici fieri dell’approccio canadese alla quantità e qualità della vita dei propri cittadini. Nel recente interessante volume a quattro mani si pongono l’obiettivo di sfatare pregiudizievoli miti (alimentati da molti statistici, demografi e politici un po’ ovunque sul pianeta) che circondano la crescita della popolazione. No, non continueremo a produrre esseri umani fino a che il mondo cigolerà sotto il peso di più di undici miliardi di persone; più probabilmente raggiungeremo un picco di nove miliardi e poi inizieremo a calare. No, i tassi di fecondità dei Paesi in via di sviluppo non sono astronomici; molti sono già pari o inferiori alla soglia di sostituzione. No, l’Africa non è un continente condannato alla povertà cronica con una popolazione in costante crescita ma senza le risorse per sostenerla; è un continente dinamico, con economia in continua evoluzione e tassi di fecondità in rapido calo. No, gli afroamericani e i latinoamericani non sommergeranno l’America Bianca (né gli arabi l’Europa) con i loro vertiginosi tassi di fecondità; di fatto la fecondità dei gruppi etnici tendono a uniformarsi a quella del paese d’immigrazione. Il “vuoto” del titolo è enfatico e polemico, concentrato sul “minare” opinioni consolidate; come altre affermazioni e aggettivazioni vanno prese per riflettere e approfondire questioni su cui spesso abbiamo in testa schemi e convinzioni errate. I primi due capitoli servono a contestualizzare evoluzione e pensiero, quanto avvenne nel passato planetario e nella cultura diffusa, pur in modo sintetico e talora impreciso. Il primo narra la “breve storia della popolazione” di Homo sapiens, soprattutto per evidenziare come abbiamo rischiato più volte prima di non esistere, poi di estinguerci o di non preservare il sapere perduto, salvandoci (da eruzioni e terremoti, cambiamenti climatici e pandemie) solo con sapienti movimenti lenti e indispensabili continue migrazioni, spesso guerreggiando e urbanizzandoci sempre più. Il secondo spiega l’emersione culturale del mito dell’esplosione demografica, Thomas Robert Malthus (1766 – 1834) e i suoi figli. I successivi capitoli esaminano i diversi contesti geografici oggi e in prospettiva: Europa, Asia, Africa, Brasile, Stati Uniti, Giappone, Canada e altre aree, intervallando questioni specifiche (i bambini e le nascite, spinte e trazioni delle immigrazioni, l’estinzione culturale delle lingue e dei popoli). Il taglio è demografico e inevitabilmente ridotta l’attenzione verso altri aspetti (climate change, geopolitica del potere, commerci e mercati, oppressioni vecchie e nuove).
(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’ordine nascosto (Le varie di Valerio 139)

Merlin Sheldrake
L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi
Marsilio Venezia, 2020 (orig. Entangled Life. How Fungi Make Our World, Change Our Minds and Shape Our Futures)
Traduzione di Anita Taroni e Stefano Travagli
Scienza

Pianeta Terra. Da molto prima di noi. I funghi sono ovunque ma è facile non notarli. Spesso sono microscopici, oppure il loro reticolo (la rete fungine) si trova sotto terra. I funghi sono uno dei regni della vita, una categoria vasta e affollata quanto quella degli altri regni, degli animali e delle piante. Si stima che al mondo esistano tra i 2,2 milioni e i 3,5 milioni di specie di funghi. Negli ultimi decenni è un poco cresciuta la consapevolezza diffusa dei ruoli quantitativo e qualitativo del regno vegetale per la sopravvivenza e la riproduzione in ogni ecosistema, anche umane. Non sempre viene sottolineato abbastanza che oggi il novanta per cento delle piante dipende da specie di funghi micorrizici in grado di connettere gli alberi in reti comuni. Non è mai stata trovata nessuna pianta cresciuta in condizioni naturali priva di funghi, che ne sono una parte costitutiva quanto le foglie e le radici, cruciali per capire il funzionamento degli ecosistemi. E ulteriori specie di funghi fanno molte altre cose essenziali, alcune da milioni di anni. Mangiano le rocce, generano il terreno, creano ecosistemi nuovi, digeriscono le sostanze inquinanti, sopravvivono nello spazio, inducono allucinazioni, producono cibo e medicine, influenzano la composizione dell’atmosfera terrestre, manipolano il comportamento animale. E, soprattutto, ingannano i nostri preconcetti se pensiamo come esempi a campi fondamentali di ricerca della biologia contemporanea: anche gli organismi privi di cervello sviluppano comportamenti sofisticati di problem solving, imponendo un arricchimento delle tradizionali definizioni scientifiche di intelligenza; la simbiosi è una caratteristica costante della vita, di ogni relazione tra forme di vita, imponendo di correggere i concetti dati per scontati di individuo e indipendenza, identità e autonomia.

Il giovanissimo biologo, pianista, micologo e fermentatore inglese Merlin Sheldrake (1991), ricercatore presso lo Smithsonian Tropical Research Institute, dopo tanti articoli scientifici, ha dato alle stampe un volume corposo, interessante e letterariamente godibile, dedicato ai funghi “da cui ho imparato, con gratitudine”. In fondo troviamo un ricco apparato di note, una consistente bibliografia e un utile indice analitico di personalità citate e di argomenti intrecciati. Fra prologo, introduzione ed epilogo (compost) la monografia scorre lungo otto capitoli: attrazione; labirinti viventi; intimità tra sconosciuti; menti miceliari; prima delle radici; world wide web: la rete degli alberi; micologia radicale; dare un senso ai funghi. Non quindi un’enciclopedia di voci o una trattazione sistematica, piuttosto l’esame sorprendente e divertente delle sfaccettature del regno di molte reti di cellule (ramificate e connesse) che s’alimentano introducendo il loro corpo nel cibo. Ognuno cerchi la sua disorientante lente d’ingrandimento, si passa di continuo dalla biologia all’ecologia, ovvero allo studio delle vitali relazioni tra gli esseri viventi. Sono vari i riferimenti al fenomeno migratorio composito di specie, anche radicate, con un parallelismo tra i semi delle piante e le spore dei corpi fruttiferi fungini (migliaia di lanci ogni giorno, inevitabilmente il 99,9% non in un posto dove possano germogliare). A qualcuno possono particolarmente incuriosire i funghi lieviti che sono gli involucri più semplici di vita eucariote e condividono la storia più intima con gli esseri umani. I lieviti ci addomesticarono e indussero alla vita stanziale durante la lunga transizione neolitica: appena entrano in contatto con una soluzione zuccherina tiepida la fanno “fermentare” e dallo zucchero arriva l’ebbrezza dell’alcol (s’iniziò dal miele delle api e dal mosto dell’orzo per i primi prodotti alcolici), oppure “danno vita” ai pani sempre attraverso la fermentazione. Il loro potere trasformativo è stato a lungo personificato come energia divina, furono il motore della sedentarizzazione. Oggi sono diventati strumenti biotecnologici, messi a punto per produrre farmaci come l’insulina oppure i vaccini.

(Recensione di Valerio Calzolaio)