Uno. Il battito invisibile – Giulio Busi

Giulio Busi
Uno. Il battito invisibile
Il Mulino Bologna, 2022
Storia e Filosofia
Recensione di Valerio Calzolaio

Da Mosè ai giorni nostri. Non in un solo luogo. Partiamo da un quadro, I giocatori di dadi (1650-1651), dipinto dal francese caravaggista Georges de La Tour (1593-1652): al lume di candela raffigura cinque personaggi intorno a un tavolo, tre gettano contemporaneamente i dadi (piccoli cubi con numeri sulle sei facce), come sfida a probabilità e caso i lanci danno lo stesso risultato, esce sempre l’uno. L’autore si è avventurato in un angolo sperduto della campagna inglese, nello Yorkshire presso il Preston Hall Museum, voleva vedere il quadro di persona per iniziare un colto viaggio nomade, metaforico e reale, di avvicinamento all’Uno. Ha a che fare con la memoria non meno di quanto c’entri con il futuro, fa confluire diversi stati dell’essere in un bacino comune, richiede letture ma anche visite. Appare evidentemente impossibile rinvenire una prova archeologica o documentaria per una narrazione astratta e intenzionalmente fuorviante. S’inizia dal libro dell’Esodo ma è un esodo dall’esodo (da e verso il deserto). Mosè esce di via, supera i confini della sua vita di pastore. Si arresta, vede, si avvicina. L’Uno è fuor-viante, porta a interrompere il cammino, a trasgredire il sentiero, ad abbandonarlo, ad avvicinarsi. E a fare da guida sarà il numero cardinale più astratto e universale, icona dell’inconoscibile, limite non oltrepassabile, punto d’avvio e di meta. Certo è che da quel tempo antico, da almeno due millenni e mezzo l’Uno filosofico ha trovato una sua voce, frutto di una ribellione, della decisione consapevole, e controcorrente, di chi volle lasciarsi alle spalle una tradizione religiosa divenuta ormai obsoleta, e scelse la via dell’astrazione, della sobrietà concettuale, divenne “unizzatore” (Senofane, Parmenide, poi Plotino e i platonici del Rinascimento). E via dicendo, ambizioni e naufragi filosofici.

Esperto di mistica ebraica e di storia rinascimentale, docente (a Berlino) di Giudaistica, il colto filologo Giulio Busi (Bologna, 1960) compie un bel viaggio alla sorgente nascosta del legame invisibile che ci vincola al tutto. Eḥad in ebraico, ekam in sanscrito, wāḥid in arabo, hen in greco, l’Uno è inizio e meta ideale della ricerca, il segno assiduo dell’Altro che si fonde a noi, del tutto che ci guida e chiama a sé. L’uno è imprendibile, la sua ricerca risulta il necessario segno delle nostre incompletezza e imperfezione. Gli undici capitoli sono agili e scorrevoli, densi di citazioni con poche note finali. L’uno e i molti prende l’avvio in un pomeriggio indiano, s’immerge in una preghiera antica, per poi innalzarsi verso il cielo sefirotico. L’autore illustra propri materiali viaggi e mistici incontri per spiegare il concetto in forma di saggio. Ogni volta s’incontrano ecosistemi e dei, eroi e Spiriti, profezie e sventure, arti e musiche (John Cage per esempio), sculture e dipinti, figure maschili e figure femminili. Se andremo davvero oltre, potremo finalmente percepirlo, il battito invisibile (sottotitolo). Il volume ben inaugura l’interessante avvincente collana dedicata a “storie di numeri”, impregnata di cultura matematica non solo scientifica: numeri non solo per contrare ma anche per raccontare, un caleidoscopio di narrazioni e suggestioni, dalla filosofia alla teologia, dalla storia alla geografia, dalla psicologia alla storia dell’arte.

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