Un problema da tre cani – S.J. Bennett

S.J. Bennett
Un problema da tre cani. Sua Maestà la regina indaga
Mondadori, 2022
Traduzione di Monica Pavani
Recensione di Patrizia Debicke

Dopo il grande successo di Il nodo Windsor, la regina Elisabetta torna a indagare in Un problema da tre cani, ma stavolta lo scenario si sposta dal Castello di Windsor a Buckingham Palace.
Nel secondo libro della serie, il 2016 si annuncia alla regina come un nuovo annus horribilis. Il referendum sulla Brexit la inquieta, le prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti e l’imminente ristrutturazione del palazzo sembrano avvenimenti densi di difficoltà per una persona, o meglio una personalità, costretta mantenere un’apparenza di imparzialità e riservatezza in ogni momento.
Forse a causa delle molte incertezze che dovrà affrontare nell’immediato futuro, la regina si ritrova a rimuginare sul passato e sulle persone, familiari e amici, che ha perso nel corso degli anni, il che la mette in uno stato d’animo decisamente malinconico mentre vaga per le stanze di Buckingham Palace. Questo prima che il suo segretario privato si imbatta in un cadavere vicino alla piscina del palazzo.
Sir Simon Holcroft, desideroso di migliorare la forma fisica appesantita da qualche stravizio, ha deciso di riprendere a nuotare ma, geloso della sua privacy, ha scelto di recarsi nella piscina del palazzo reale alle 6 del mattino. Una levataccia che non lo ha certo preparato alla scena scioccante: sul bordo di cemento della vasca, in una pozza di sangue, giace il cadavere della governante di lunga data per la famiglia reale, la signora Cynthia Harris, tra le preferite della regina per le sue qualità ma che, per il carattere altezzoso e le malevole osservazioni, era invisa agli altri collaboratori. Secondo l’immediata inchiesta interna, sembra che la signora Harris stesse ripulendo i resti di una allegra serata tenutasi a bordo piscina fino a tardi, quando probabilmente è inciampata su un bicchiere di cristallo che l’ha fatta cadere e battere la testa perdendo i sensi. Purtroppo il bicchiere, frantumandosi nell’impatto, le ha reciso l’arteria sopra la caviglia provocando la morte per dissanguamento.
La stampa, informata dell’accaduto, ha preso subito a bersaglio le principesse Beatrice ed Eugenie accusandole di aver organizzato una festa notturna; le autorità invece, dopo un’indagine lampo, hanno imputato la morte della signora Harris a un tragico incidente. Ma la regina non ne è troppo sicura e teme invece che a Buckingham Palace stia accadendo qualcosa di infausto. Prima della morte della Harris infatti, Sua Maestà si era irritata per uno strano enigma: la scomparsa di un piccolo dipinto del Royal Yacht Britannia realizzato dall’artista australiano Vernon Hooker. Pur non essendo un capolavoro, anzi addirittura scherzosamente criticato dal principe Filippo e da altri esperti di arte, il quadretto aveva un significato speciale per la regina ed era stato appeso nell’anticamera della sua stanza da letto per più di vent’anni. In seguito, probabilmente durante la ristrutturazione del palazzo negli anni ‘90, era stato rimosso, tanto che la regina ne aveva perso le tracce fino a pochi giorni prima quando, quasi per caso, l’aveva rivisto appeso nel corridoio della Semaphore House a Portsmouth. Determinata a riprenderselo a tutti i costi e scoprire come fosse arrivato al Secondo Lord del Mare, la regina Elisabetta aveva incaricato la sua assistente segretaria privata, Rozie Oshodi, di indagare sulla questione.
A complicare maggiormente le cose riguardo alla morte della signora Harris, qualcuno sollecitato oserà aprire bocca e riferire le voci che circolano tra il personale del palazzo. Salterà fuori che la vittima è collegabile a una valanga di lettere anonime che hanno turbato e continuano a turbare l’atmosfera di Buckingham Palace e dei suoi lavoratori. Tuttavia, Sua Maestà, un po’ per affetto nei confronti dei collaboratori, un po’ per la sua segreta passione investigativa corteggiata da oltre settant’anni, ritiene che si stia seguendo una pista sbagliata.
Il servizio di sicurezza garantisce che la situazione è sotto controllo, ma la sovrana non ne è affatto convinta. Anche perché, stavolta, solo il suo istinto, i suoi occhi e le sue orecchie sono riusciti a percepire invisibili discrepanze nell’atmosfera. Ormai Elisabetta II ha maturato la certezza che a palazzo qualcosa non quadri e quei due incidenti sembrano proprio dar ragione ai suoi timori. Non le resta che affidarsi all’aiuto della assistente segretaria Rozie, il capitano Oshodi, 1,90 di altezza, di origine nigeriana, con una breve carriera nell’esercito come ufficiale di artiglieria e poi un lavoro in banca prima di approdare nel suo staff, e avviare una indagine parallela, segretissima, con la quale riesce, infine, a indirizzare le forze di polizia sulla strada giusta, senza che se ne accorgano.
Con un approccio simile a quello adottato in Il nodo Windsor, gli exploit investigativi della regina in Un problema da tre cani sono più cerebrali che attivi o ricchi di azione. È sempre più consapevole di essere considerata, da coloro che non la conoscono, solo una vecchia sdolcinata e piacevole ma decisamente inconsapevole e fuori dal mondo, e ne approfitta con disinvoltura. Ma, vista la necessità di mantenere le apparenze, non può semplicemente mettersi in testa il cappello di Sherlock Holmes e indagare di persona. Deve fare affidamento sulle sue cellule grigie e sulla fida assistente Rozie. E, invece di fumare tre pipe per risolvere un caso che si prospetta difficile, riflettere durante una bella passeggiata in giardino con i suoi tre inseparabili cani, un corgi e due dorgi.
Ma soprattutto, avvolta nella perfetta ricostruzione dell’architettura sociale e domestica che gira attorno alla sua persona a capo della monarchia più longeva al mondo, deve contare sulla sua straordinaria capacità di far soavemente pressione sulla polizia, sui pezzi grossi dell’MI5/MI6 e sui membri della famiglia reale e, quando l’indagine richiederà il coinvolgimento più diretto, servirsi di Rozie, pronta a fare il lavoro per lei.
Dare alla regina Elisabetta II il ruolo di NeroWolfe/Miss Marple, regalandole Rozie come assistente, consente a S.J. Bennett di fare diventare credibile l’improbabile scenario di una regina nelle vesti segrete di investigatore. E alla fine infatti questo improbabile duetto di donne, così differenti per età e atteggiamento, porterà ancora una volta il lettore a sbrogliare il caso.
Anche se risolvere crimini potrebbe non rispecchiare l’immagine di un monarca regnante, il fatto che la regina debba inserire le sue indagini tra scartoffie, firme di documenti e vari impegni reali apparentemente infiniti suona plausibile, così come il fatto che sia in grado di ottenere così tanto da persone che sottovalutano le sue capacità e sovrastimano la sua riservatezza. Ne viene fuori un ritratto affettuoso della regina, ma particolare, reale, tangibile. E a conti fatti è un’ottima scusa per ambientare un romanzo tra i regnanti più amati e discussi al mondo. Un romanzo nel quale si ha modo di cogliere alcune piccole manie, quali la necessità di mantenere le apparenze, ma che restituisce alla sovrana una dimensione di grande umanità e di scaltrezza, vista la capacità di regnare da quasi settant’anni, superando crisi interne, familiari e internazionali, potendo sempre contare su una popolarità e un consenso personali elevatissimi.

S.J. Bennett è una scrittrice inglese. Ha conseguito un dottorato in letteratura italiana presso l’università di Cambridge e vive a Londra. Esperta appassionata della monarchia britannica, tiene a precisare che questo romanzo è frutto della sua immaginazione: per quel che è dato sapere, la regina in privato non fa l’investigatrice.

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