Storia del giallo italiano (Le brevi di Valerio 395)

Luca Crovi
Storia del giallo italiano
Marsilio Venezia, 2020
Letteratura

Italia. La narrativa poliziesca si mette in moto subito prima dell’Unità: Mistriani e De Marchi, con due romanzi ambientati a Napoli, sono nomi importanti da citare. Ne seguiranno migliaia di altri, moltissimi dei quali raccontati da Luca Crovi nel documentato saggio Storia del giallo italiano. Si parte dai migliori epigoni del modello francese dei misteri e si prosegue con la notevole diffusione delle collane poliziesche all’inizio del Novecento, per arrivare alla vita moderna quando la letteratura di suspense permette ad autori di diversa estrazione di analizzare la società attraverso tematiche criminali, diffondendosi in ogni città, segnalandosi per non pochi capolavori. L’affresco è minuzioso. La storia e la geografia del contaminato genere meritano ormai un’impresa collettiva di documentazione ed esame, basti pensare agli innumerevoli partecipanti al Premio Scerbanenco nell’ultimo trentennio o alla costante coraggiosa promozione degli autori “di provincia” da parte di Frilli.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Pianeta vuoto (Le varie di Valerio 140)

Darrell Bricker e John Ibbitson
Pianeta vuoto. Siamo troppi o troppo pochi?
Add Torino, 2020 (originale 2019)
Traduzione di Silvia Manzio
Demografia e scienza

Pianeta Terra. In prospettiva. Secondo le stime delle Nazioni Unite è un neonato fra domenica 30 e lunedì 31 ottobre 2011 il settemiliardesimo umano vivente al mondo. Prima eravamo qualcuno meno, poi e anche ora molti di più. Eppure, forse abbiamo già iniziato a non aumentare più. Il grande avvenimento che definirà il XXI secolo si verificherà tra circa tre decenni e sarà l’inversione della rotta moderna e contemporanea: un calo implacabile, generazione dopo generazione, della popolazione umana, il declino demografico dunque. I Paesi in cui la popolazione sta diminuendo sono già più di venti; nel 2050 saranno oltre trentacinque, i più grandi, i più ricchi. Presto anche i più grandi Paesi in via di sviluppo, i cui tassi di fecondità sono già in discesa, inizieranno a ridursi. È probabile che lo stesso sfrenato baby boom africano finisca ben prima di quanto non prevedano i demografi dell’ONU. Due giornalisti canadesi hanno per mesi viaggiato in diverse città nei cinque continenti, parlato con professori e funzionari di Stato, discusso nei campus universitari e nelle baraccopoli, raccolto dati statistici nazionali e internazionali, studiato e comparato le politiche capaci di aumentare il numero di figli per coppia, traendo infine una conclusione che considera sbagliata l’opinione della incontrollata duratura travolgente crescita demografica. La realtà attuale è che in tanti paesi europei e occidentali il numero di abitanti non cresce, anzi declina; già oggi percepiamo poco e assistiamo inermi al calo demografico (appena appena attenuato da immigrazioni sempre più avversate e complicate); nessuno riflette bene e politicamente sugli effetti dello spopolamento assoluto, ancor più evidente all’esterno delle grandi città, rispetto al quale non si potrà che abbracciare, prima o poi, sia l’immigrazione che il multiculturalismo.
Darrell Bricker (1961) e John Ibbitson (1955) sono due studiosi e commentatori politici fieri dell’approccio canadese alla quantità e qualità della vita dei propri cittadini. Nel recente interessante volume a quattro mani si pongono l’obiettivo di sfatare pregiudizievoli miti (alimentati da molti statistici, demografi e politici un po’ ovunque sul pianeta) che circondano la crescita della popolazione. No, non continueremo a produrre esseri umani fino a che il mondo cigolerà sotto il peso di più di undici miliardi di persone; più probabilmente raggiungeremo un picco di nove miliardi e poi inizieremo a calare. No, i tassi di fecondità dei Paesi in via di sviluppo non sono astronomici; molti sono già pari o inferiori alla soglia di sostituzione. No, l’Africa non è un continente condannato alla povertà cronica con una popolazione in costante crescita ma senza le risorse per sostenerla; è un continente dinamico, con economia in continua evoluzione e tassi di fecondità in rapido calo. No, gli afroamericani e i latinoamericani non sommergeranno l’America Bianca (né gli arabi l’Europa) con i loro vertiginosi tassi di fecondità; di fatto la fecondità dei gruppi etnici tendono a uniformarsi a quella del paese d’immigrazione. Il “vuoto” del titolo è enfatico e polemico, concentrato sul “minare” opinioni consolidate; come altre affermazioni e aggettivazioni vanno prese per riflettere e approfondire questioni su cui spesso abbiamo in testa schemi e convinzioni errate. I primi due capitoli servono a contestualizzare evoluzione e pensiero, quanto avvenne nel passato planetario e nella cultura diffusa, pur in modo sintetico e talora impreciso. Il primo narra la “breve storia della popolazione” di Homo sapiens, soprattutto per evidenziare come abbiamo rischiato più volte prima di non esistere, poi di estinguerci o di non preservare il sapere perduto, salvandoci (da eruzioni e terremoti, cambiamenti climatici e pandemie) solo con sapienti movimenti lenti e indispensabili continue migrazioni, spesso guerreggiando e urbanizzandoci sempre più. Il secondo spiega l’emersione culturale del mito dell’esplosione demografica, Thomas Robert Malthus (1766 – 1834) e i suoi figli. I successivi capitoli esaminano i diversi contesti geografici oggi e in prospettiva: Europa, Asia, Africa, Brasile, Stati Uniti, Giappone, Canada e altre aree, intervallando questioni specifiche (i bambini e le nascite, spinte e trazioni delle immigrazioni, l’estinzione culturale delle lingue e dei popoli). Il taglio è demografico e inevitabilmente ridotta l’attenzione verso altri aspetti (climate change, geopolitica del potere, commerci e mercati, oppressioni vecchie e nuove).
(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Troppo freddo per Settembre

Maurizio de Giovanni
Troppo freddo per Settembre
Einaudi, 2020
In libreria dal 15 settembre 2020

Già comparsi in alcuni racconti pubblicati da Sellerio, con Dodici rose a Settembre Maurizio de Giovanni aveva fatto diventare Mina Settembre e i suoi irresistibili comprimari gli interpreti di un romanzo.
In questo momento che risente ancora della paura vissuta da tutti per mesi, e in cui quella paura ancora serpeggia malevola per le strade, de Giovanni, facendo una scelta di leggerezza, con Troppo freddo per Settembre porta in scena in una nuova tragicommedia il suo irresistibile ventaglio di maschere farsesche. Un ventaglio che, suggerendo il sorriso, si muove agilmente sul palcoscenico di Napoli, una città sovente mater dolorosa o, come la Pietà michelangiolesca, una vittima straziata dalla tragedia.
Ma una città dai tanti volti: spesso criminale, crudele, spietata verso i deboli che de Giovanni ci fa scoprire nelle sue pagine, arricchite dal fiorito e ironico dialetto, lo stravagante ma polposo linguaggio in uso ai suoi personaggi di ogni livello sociale. Insomma un ventaglio che, con le variegate sfaccettature delle sue storie, si allarga fino a diventare quasi un vessillo, un emblema della tante difficoltà della vita.
Ma torniamo alla nostra trama.
Dunque, per chi non avesse ancora conosciuto Gelsomina Settembre detta Mina, sulla quarantina, assistente sociale presso il Consultorio Quartieri Spagnoli Ovest, mi pare doveroso chiarire che Mina nasce come una bella signora borghese napoletana, laureata, che lavora nei Quartieri Spagnoli. Il suo è un oneroso e malpagato impegno, anche morale, che la coinvolge in casi astrusi che vogliono giustizia.
Ma Maurizio de Giovanni non sarebbe lui se non ci regalasse una sorpresa. Tanto per cominciare Mina Settembre è una tosta che pur a Napoli, e messa confronto con una perenne carenza di personale, riesce in qualche modo a far fronte al suo lavoro nonostante gli impicci vari e le riottose trascuratezze da parte della varie aziende collegate, vere regine del passacarte.
E ora, veniamo al suo “team”, un improvvisato gruppo d’assalto in termini guerreschi. Sul posto di lavoro pieno di buona volontà, sempre a disposizione ma da lei spesso demoralizzato (ex fidanzatissimo con una collega in missione in Darfour) il “dottore”, il ginecologo Domenico «chiamami Mimmo» Gammardella, bello come il sole, secondo la nostra quasi un gemello di Robert Redford, assolutamente ignaro degli effetti del suo fascino perché la perversa insicurezza affettiva di Mina non le concede di dargli spazio; abbiamo poi Giovanni «Rudy» (da Rodolfo Valentino, per chi ne dubitasse) Trapanese, il cerbero portiere dello stabile, occhi e orecchie ben aperti che vede e sa tutto, il quasi nano che si crede un adone con gli occhi sempre “appizzati” sulla sofferta e conturbante quarta di seno e più, croce e delizia di Mina. A contorno, le ineguagliabili vecchie amiche di sempre, con le quali Mina condivide una inestinguibile complicità dai tempi di scuola, senza dimenticare l’ex marito, ancora incensato dalla sua impeccabile madre, il magistrato De Carolis, arrogante e perfettino rompiscatole, anche se ogni tanto riesce a conciliare le leggi con la giustizia, e il suo aiutante e vittima, il maresciallo Gargiulo.
E di giustizia e indagini si dovrà parlare quando l’anziano Gravela Giacomo, professore di Lettere in pensione, viene ritrovato senza vita in una gelida mattina di gennaio. Nella sua morte c’è qualcosa di strano. Primo, perché il vecchio signore dormiva al freddo appena mitigato dal tepore di una stufa in una soffitta del condominio. Mentre la famiglia, e cioè il figlio, la nuora e i nipoti, stavano di sotto comodi e al caldo, lui era relegato in soffitta e nessuno si occupava di lui, a parte la nipotina decenne. Secondo, perché il professore è morto avvelenato dal monossido di carbonio provocato dalla stufa accesa. Il tubo era ostruito da qualcosa che pareva un nido, ma è davvero difficile trovare una rondine d’inverno…
E quando, la mattina dopo, una vecchia signora va al consultorio a chiedere l’aiuto a Mina Settembre, lei prende di petto quella che ritiene una buona causa, coinvolge il riluttante Gambardella e parte alla carica. Insomma vuole saperne di più, indagare. Poco importa se, per farlo, dovrà fare domande pericolose su una famiglia dal nome pesante e ben noto. Di quelle che, da sempre, nei vicoli della città vecchia decidono ogni cosa e non perdonano i ficcanaso. Mina non si ferma davanti a nulla. Poi, quando tutto parrebbe perduto, riesce a trasformare in leoni persino il dottor Gambardella e Rudy il portinaio, trascinandoli con sé in quella che vede come una missione salvifica, in parallelo all’inchiesta della magistratura dell’ex marito De Carolis. Infine, per sbrogliare definitivamente la situazione, non le resta, con una bella dose di faccia tosta, fortuna e un pizzico di follia, che coinvolgere in un ardito colpo di teatro le sue amiche più care.
Un inverno freddo e ventoso, più freddo del solito a Napoli, che introduce fatti, cose, persone e poi strade, vicoli, paesaggi da ricordare e la fluida prosa di Maurizio de Giovanni, che ancora una volta ci regala momenti speciali di reale irrealtà.

La cassa refrigerata (Le gialle di Valerio 256)

Francesco Recami
La cassa refrigerata. Commedia nera n. 4
Sellerio Palermo, 2020
Noir

Veneto. Settembre 1992. La piccola folla di una ventina di persone attende davanti al portone d’ingresso della villetta monofamiliare. Vi viveva Maria Carrer, nata a Zenson di Piave il 10 febbraio 1910 e deceduta due giorni prima, il 4 settembre 1992, a 82 anni. L’incaricato delle pompe funebri apre la casa poco dopo le 15 e consente così l’accesso disordinato alla camera ardente, il feretro sulla sinistra del soggiorno in una bara di lusso color bianco avorio, sormontata da un monumentale coperchio refrigerante Body Freeze, con un oblò sulla parte anteriore. I presenti si raccolgono vicino alla salma, in silenzio, forse compresi nel cordoglio, pur avendo poco o nulla conosciuto la morta in vita. Non ci sono parenti stretti, nemmeno amici, giusto la donna delle pulizie e altri che avevano fatto lavoretti o servizi per lei, una donna con bimbo, curiosi imboscati, ipocriti affaristi, cinici illusi, soprattutto compaesani ovviamente. Tutti comunque pensano che era tirchia e ricchissima, non aveva conti in banca, forse ha nascosto i soldi dentro casa in qualche anfratto, basterebbe trovarli (magari fra i libri o nei bagni) senza farsi scoprire. Perlopiù cominciano scompostamente a cercare, facendo finta di niente, accampando frasi di circostanza e addirittura intascando oggetti. Il fatto è che fuori incombono nubifragio e tempesta e dentro si scatenano risse e disagi, ognuno preso da conflitti familiari, competizioni, innamoramenti, in una ricerca individuale di denaro e senso. Tanti sfruttano l’occasione: coniugi per mandarsi a quel paese in pubblico, coetanei sconosciuti per promettersi amore reciproco, colonnelli in pensione per comandare ancora, amanti o furbi per nascondersi, estranei per capirci qualcosa, altri per altro. Finché non ci scappa il morto ammazzato, un primo, un secondo, un terzo. Il quadro criminale precipita dentro, mentre l’alluvione avanza fuori, va via pure la luce, acqua e fango lambiscono porte e finestre. Sono proprio isolati dal mondo civile?

L’irriverente divertente scrittore satirico toscano Francesco Recami (Firenze, 1956), noto in passato soprattutto per romanzi e racconti dedicati ai condomini di una casa di ringhiera a Milano, continua la nuova serie toscana di favole (incubi) noir, giunta al quarto episodio, ancora in terza varia, questa volta ad ambiente rigido e fisso, l’interno della casa con la refrigerata cassa (da cui il titolo), quasi con la macchina da presa in mano, lì nel backstage dell’inedito spettacolo drammaturgico in corso, momenti di massa e primi piani, dialoghi e riflessi. La stessa struttura del romanzo è organizzata in trenta “scene”, ognuna con la specificazione di quante sono le persone presenti, viventi e defunte, in totale minimo 22 massimo 24 (anche se poi l’ultima riguarda solo 2 di loro, un anno dopo). La protagonista non è la vittima, molto odiata e poco frequentata, che possedeva alcune farmacie e poi aveva liquidato tutto. I protagonisti siamo noi, le dinamiche di persone in un gruppo e in un ambiente chiusi, come nascono gli schieramenti di pragmatisti e utilitaristi, oppure di trasversali e opportunisti; come si approvano mozioni d’ordine; come si individuano capidelegazione, comitato dei probiviri, giunta esecutiva, servizio d’ordine, delegazioni; come non si entra o non se ne esce vivi o almeno sani di mente. La villetta aveva una cantinetta, per altro, una cinquantina di bottiglie di vino, che hanno un senso in quella regione, alle quali andrà trovato un senso in quel contesto. Per i soldi a nessuno viene in mente Edgar Allan Poe, non tutti conoscono i fondatori del genere che amano leggere, giallo o mystery che sia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… 1794

Niklas Natt och Dag
1794
Einaudi,
Traduzione di G. Diverio, B. Fagnoni e S. Forlani

1794 di Niklas Natt och Dag è il secondo romanzo storico-poliziesco con protagonista Jean Michel Cardell, detto Mickel, veterano della guerra russo-svedese, gigantesco e ruvido ex marinaio che ha perso un braccio nella battaglia di Svensksund e l’ha sostituito con una protesi di legno. 1794, romanzo aspro, difficile e molto più amaro del precedente, è suddiviso in quattro stagioni: inverno, estate , primavera e autunno, secondo i diversi fatti, tempi e punti di vista legati a Cardell stesso, ai suoi collaboratori o protetti e agli altri numerosi personaggi che affollano le oltre cinquecento pagine della corposa trama. Il vento della rivoluzione soffia impetuoso verso la monarchie del Nord. Non sono ancora passati due anni dalla morte di re Gustavo III, colpito a tradimento in un attentato che inneggiava al tirannicidio, al Teatro Reale di Stoccolma dove il 16 marzo 1792 si era recato per prendere parte al ballo in maschera. La Svezia, dopo la morte del sovrano, è mano all’imbelle fratello e reggente Carlo di Södermanland, per conto del nipote quattordicenne Gustavo IV, ma in pratica governata dal barone Reuterholm. Con la recente guerra contro la Russia la nazione è sprofondata in una situazione di estrema povertà e insicurezza di cui soffre soprattutto la popolazione. Nelle taverne e nei crocicchi, tuttavia, si mormora che tutto stia per cambiare. Il generale Armfelt, finlandese, fedele amico del re deceduto, pare che si stia apprestando a tornare dall’esilio e intraprendere una rivalsa sui suoi avversari. E Magdalena Rudenschöld è sulla bocca di tutti. Era l’amante di Armfelt, ma gli è rimasta fedele e ha iniziato a cercare alleanze tra i gustaviani. È stata arrestata per la cospirazione contro la reggenza ed è rinchiusa in prigione a Kungshuset, condannata per alto tradimento, ma…
Il possente sbirro Jean Michel Cardell, che non si è ancora ripreso dalla recente perdita del suo aiutante e amico Cecil Winge, minato dalla tubercolosi, vivacchia in qualche modo con il magro stipendio di guardia civica e cerca di lenire il dolore con alcol e risse da taverna. Sarà a lui che la signora Colling, una dignitosa contadina mandata dal segretario Blom del servizio civico, andrà a chiedere aiuto per risolvere l’omicidio di sua figlia Linnea. Della sua morte sono stati accusati i lupi, che l’avrebbero assalita e sbranata durante una passeggiata notturna nel bosco. Ma il cadavere era orribilmente martoriato e il marito è scomparso. Voci della zona parlano di barbaro omicidio. Dicono che, durante la prima notte di nozze, la ragazza sarebbe stata prima crudelmente torturata dal suo nobile marito Erik Tre Rosor e poi uccisa. La madre della ragazza vorrebbe saperne di più ma Cardell nicchia, è incerto se accettare o no lo spinoso incarico. Poi, ricordando che l’inchiesta dell’anno prima con Cecil Winge ha offerto nuovo impulso alla sua vita, togliendolo dall’abulia e dall’orrore dei ricordi di guerra, decide di impegnarsi e cominciare a indagare. E lo farà con il traballante supporto di Emil Winge, fragile fratello minore del defunto Cecil, dopo averlo costretto a forza a disintossicarsi da uno spaventoso e conclamato alcolismo.
L’intricato e difficile caso penale, che si rivelerà pian piano in tutta la sua angosciante, orrenda e abominevole premeditazione, finirà per intrecciarsi con la vicenda privata di Anna Stina, una giovane e infelice protetta di Cardell, già vittima della barbarie carceraria dell’epoca. L’autore infatti, oltre a catapultare il lettore nel Settecento con un calibrato stile narrativo e un eloquente linguaggio pittorico che regalano alla lettura crescente tensione, riesce a riportare in vita l’antica e cupa Stoccolma con la sua povera realtà e le terribili cattive condizioni sociali e igieniche dell’epoca. Le descrizioni, molto lucide e concrete, sono supportate da una meticolosa ricostruzione sociale, storica e ambientale di un periodo di inimmaginabile declino dei valori umani. Niklas Datt och Dag ha studiato e ricostruito scrupolosamente il contesto storico e lo ha inserito nella trama mantenendo altissimo il livello di tensione narrativa dal principio alla fine. Come nel precedente romanzo, ha messo in relazione gli eventi storici con la fiction. Si impara molto sul torbido passato della Svezia, oggi spesso additata a superbo modello. Si ricorda persino il crudele ruolo del regno dei Vasa nella tratta degli schiavi delle colonie, che funge anche da sfondo storico per un brutale omicidio. Un libro duro ma perfettamente in linea con la storia e i suoi tempi. 1794 infatti, la seconda parte della trilogia che Natt och Dag dedica alla Stoccolma della fine del ‘700, si rivela più cupa e tragica della precedente, introducendo un insolito e mostruoso caso criminale, che porta alla luce la peggiori aberrazioni della società svedese di allora. Violenza, follia, corruzione, sadismo: l’autore ha condensato tutte le abominazioni dell’esistenza umana in un thriller poliziesco da cui nessuno esce indenne nel corpo e nell’anima.

Niklas Natt och Dag discende dalla piú antica famiglia aristocratica svedese vivente . Vive a Stoccolma con la moglie e i figli. Nel 2019 Einaudi ha pubblicato 1793, il suo esordio e primo libro di una trilogia su Stoccolma che ha cambiato il thriller storico. Nel 2020 ha pubblicato il secondo libro, 1794.