Madri e no (Le brevi di Valerio 374)

Flavia Gasperetti
Madri e no. Ragioni e percorsi di non maternità
Marsilio Venezia, 2020

Mammiferi sapienti. Ovunque. Alcuni libri trattano di argomenti necessari, Madri e no di Flavia Gasperetti (Roma, 1977) è uno di questi. L’autrice prende di petto una libera scelta della sua vita, non avere figli; riflette sulle ragioni e implicazioni personali e collettive; offre spunti utili, in parte indispensabili, per ognuno di noi, alcuni genitori, tutti madri e padri in potenza. Non è un manifesto dell’orgoglio delle nullipare o delle zitelle, non servirebbe, l’autrice lo sa, basta prendere atto della realtà. Nessuna scelta procreativa può essere propagandata come superiore, più etica o ecologica o femminista o egoista o foriera di felicità. Per decenni anche restare indecisi è una scelta, consapevoli ovviamente che sono comunque le donne a procreare. Non a caso il libro e un capitolo intermedio sull’amore sono dedicati alla madre dell’autrice e spazio rilevante viene assegnato alle questioni demografiche, ai modi diversi di esistere ed essere felici in mezzo agli altri.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Io sono il castigo

Giancarlo De Cataldo
Io sono il castigo
Einaudi, 2020

Il Pubblico Ministero Manrico Spinori, detto a casa e di nascosto in procura il “Contino”, per gli amici Rick, è un gentiluomo di razza, afflitto da nomi e titoli: grande famiglia, sequela di antenati che, come sempre, hanno accumulato terre e denari rubando e facendo fuori nemici e rivali a man bassa. Queste, signori miei non mi raccontino balle, sono sempre state le regole in passato, anzi il dogma che, badate bene, conta allo stesso modo anche oggi. Cambiano le armi, al posto dell’acciaio armi diverse, anche i veleni sono diversi, ma non la sostanza.
Dunque, dicevamo: Manrico Spinori (nome completo Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Spinori della Rocca dei conti di Albis e Santa Gioconda), erede di un nome ma non di una fortuna, visto che l’incontrollabile degenerazione della ludopatia di sua madre, la contessa Elena, ha irrimediabilmente sbriciolato il cospicuo patrimonio paterno. Insomma la sua famiglia ha perso tutto. Compreso palazzo Wan Winkel, la splendida dimora dei suoi avi, nel quale tuttavia il fondo che ne è divenuto proprietario gli consente di continuare ad abitare con la madre, (sotto controllo) amorevolmente accudito da Camillo, da sempre “valletto” di casa. Uomo educato, flemmatico ma fermo, la cinquantina passata, gli piacciono le donne (anche per questo è separato da Adelaide, una bella manager finanziaria di alto livello), ha un figlio Alex aspirante musicista, Manrico Spinori, a detta di superiori e colleghi, è decisamente molto bravo sul lavoro. Poi ha una passione: fin da bambino è uno sfegatato melomane operistico. Si trova proprio al teatro Costanzi durante la prima romana della Tosca di Puccini, ad assistere alla nuova rappresentazione pomeridiana dell’opera, alla fine del secondo atto, con la bella cantante romana che sferra a Scarpia la mortale coltellata, quando il vibrare del cellulare lo costringe a raggiungere un ben diverso teatro di sangue. Un teatro mortale per un incidente lungo via delle Fornaci, che dal Gianicolo scende verso San Pietro. La vittima: maschio, bianco, capelli grigi fermati da un codino, età sui settanta, probabilmente qualcosa di più, abbigliamento stravagante, un completo da scena… Un artista? Non era lui al volante, ma l’autista che si è salvato ed è già stato portato in ospedale. Dai primi riscontri appare evidente che il guidatore ha perso il controllo della macchina, una lussuosa e costosa berlina d’epoca, la Iso Rivolta Fidia dei primi anni ’70, e ben presto verrà fuori che qualcuno l’ha sabotata tagliando il tubo che porta il liquido ai freni. Niente incidente quindi, ma omicidio. Il defunto, l’uomo assassinato, è tale Stefano Diotallevi, in arte Mario Brans o Ciuffo d’oro, cantante decaduto ma riciclatosi alla fine della carriera canora, astutamente e facendo palate di soldi, come potente manager discografico, ospite fisso di alcune catene televisive private. Chi aveva interesse o poteva volere la sua morte?
Manrico Spinori si mette subito al lavoro appoggiato da una squadra investigativa tutta femminile, dove spicca una new-entry in sostituzione del fedele maresciallo Scognamiglio, che lo ha assistito per più di vent’anni: l’ispettrice Deborah Cianchetti. Trentenne, capello scuro tagliato a caschetto, bella da schianto ma sbirresca da morire e dichiaratamente “coatta”, un metro e ottanta di altezza con bicipiti decorati da tatuaggi etnici, che tira di boxe ed è medaglia d’argento agli ultimi campionati interforze di tiro con la pistola libera e, ignorando il freddo, va in giro con il chiodo di pelle nera su maglietta bianca e jeans strettissimi. Se all’inizio Spinori stenta ad adattarsi alla nuova venuta, anche la Cianchetti, spinosa, impulsiva e irruenta, è diffidente: stenta a conciliarsi con quel PM sempre calmo, prudente, dai modi gentili e altolocati, e teme che lui la sottovaluti. Un’indagine parecchio ingarbugliata, farcita di comparse del giro della vittima quali figli, mogli (l’ultima è un’albanese sbarcata a Bari con la «Vlora» nel 1991) e giovani verbose amanti assatanate che si fiondano in dirette televisive d’inchiesta. Non basta, perché poi ci sono i vecchi “compagni di merende” di Brans-Ciuffo d’oro. Presto la reale natura della vittima finisce per venire a galla, e ha ben poco ha a che spartire con l’immagine pubblica che Ciuffo d’oro si era costruito. Brans aveva le mani in pasta in tanta roba e tirava allegramente di cocaina e peggio, pur devolvendo ingenti cifre a una comunità di recupero di tossici. Insomma alla vittima i nemici non mancavano e per il movente c’è solo da scegliere.
Spinori sa che bisogna muoversi con calma, tra rischi di cantonate e false piste. Pur subendo l’assalto alla procura scatenato dai media, affamati peggio di avvoltoi e capitanati da una pasionaria della Tv urlata «d’inchiesta», e la spinta a una rapida chiusura delle indagini, sollecitata dallo stesso vecchio amico Procuratore capo, Spinori tiene botta e fa bene di testa sua. Si confronta con i problemi personali, come bloccare la madre che cerca di giocare online e il figlio entusiasta di aver «scoperto» Frank Zappa, e riesce a trovare un modus operandi anche con la Cianchetti, che vorrebbe mettere tutti al gabbio e menar le mani di continuo, pur senza ignorare l’irresistibile attrazione per Giulia, bella e fascinosa melomane, conosciuta per caso al Costanzi. Potrebbe diventare un amore?
Veleggiando tra spinte passionali degli indagati e morbose rivelazioni sulla vittima, Spinori non deroga al suo credo: «Non esiste esperienza umana – delitto incluso – che non sia già stata raccontata da un’opera lirica. Basta trovarla». Verissimo, e la soluzione gli verrà suggerita proprio da un’opera (non vi dico quale), quando tutti sono convinti di aver incastrato il colpevole, un colpevole ideale: l’orrido trapper «Morte a Credito», che ha persino minacciato pubblicamente Ciuffo d’oro.
E così tutto pronto e scodellato. Media, superiori, colleghi e squadra di polizia tutti contenti? Naaa… troppo facile, troppo scontato.

Con Io sono il castigo Giancarlo De Cataldo porta in scena il suo primo personaggio seriale, Manrico Spinori, in un primo, intelligente e gustosissimo episodio. Affascinante e bon viveur, il “Contino”, il nostro magistrato disponibile, riflessivo, ironico, che sa apprezzare un buon whisky torbato, potrebbe sembrare un uomo d’altri tempi, ma è uno che s’impegna sempre fino all’osso, ci mette la faccia, segue le indagini in prima persona senza interferire ma non demorde mai. Perché Manrico Spinori non accetta il ma e il forse: per lui vale sempre l’opzione «meglio cento delinquenti in libertà che un innocente in galera». Scelta che qualche volta gli insinua persino il tarlo di aver sbagliato mestiere. Ma… a conti fatti no!

Giancarlo De Cataldo è nato a Taranto e vive a Roma. Per Einaudi Stile libero ha pubblicato Teneri assassini (2000); Romanzo criminale (2002 e 2013); Nero come il cuore (2006, il suo romanzo di esordio); Nelle mani giuste (2007); Onora il padre. Quarto comandamento (2008); Il padre e lo straniero (2010); con Mimmo Rafele, La forma della paura (2009); Trilogia criminale (2009); I Traditori (2010); con Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli, Giudici (2011); Io sono il Libanese (2012 e 2013); con Massimo Carlotto e Gianrico Carofiglio, Cocaina (2013); Giochi criminali (2014, con Maurizio de Giovanni, Diego De Silva e Carlo Lucarelli); Nell’ombra e nella luce (2014); con Carlo Bonini, Suburra (ultima edizione, SL 2017) e La notte di Roma (2015); con Steve Della Casa e Giordano Saviotti, la graphic novel Acido fenico (2016); nel 2018 ha pubblicato L’agente del caos. Ha curato le antologie Crimini (2005) e Crimini italiani (2008). Nel 2019 sono usciti Alba nera (Rizzoli) e Quasi per caso (Mondadori). Insieme a Graziano Diana ha diretto il documentario Il combattente. Come si diventa Pertini, tratto dal suo libro omonimo (Rizzoli 2014). Nel 2020 ha pubblicato per Einaudi Io sono il castigo. Un caso per Manrico Spinori.

Lo splendore del niente e altre storie (Le brevi di Valerio 373)

Maria Attanasio
Lo splendore del niente e altre storie
Sellerio Palermo, 2020

Calacte. 1693-1789. Maria Attanasio (Caltagirone, 1943) è passata dalla poesia alla prosa per raccontare la sua città della Sicilia interiore, in provincia di Catania, a una settantina di chilometri dalla costa. I sette racconti qui assemblati erano già stati editi tra il 1994 e il 2014, tutti riferiti a protagoniste vissute e a vicende accadute tra due e quattro secoli fa. L’autrice spiega la raccolta oltre che con una breve introduzione (“Frammenti di un’oscurata genealogia”) con accurate “notizie” finali che mostrano la ricerca documentaria su cronache e leggi dell’epoca, innanzitutto sul terremoto del 1693, sulla norma per sopprimere i gatti di metà Settecento e sulle periodiche invasioni d’insetti e di cavallette. In Lo splendore del niente e altre storie le figure femminili (Catarina, Francisca, Annarcangela, Ignazia e le altre) prendono sempre spunto da tracce di donne ribelli realmente esistite: mogli innamorate, pittrici, baronesse, avvelenatrici, badesse, braccianti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La pista (Le gialle di Valerio 244)

Anne Holt
La pista. La prima indagine di Selma Falck
Einaudi Torino, 2020
Traduzione di Margherita Podestà Heir
Noir

Oslo. Dicembre 2017. Selma Mariska Falck è allo sbando. Già atleta ai massimi livelli (due volte argento olimpico di pallamano), 1,78 per 68, poi ammirata avvocata di fama, uno dei volti più famosi della Norvegia, nominata nel 2015 donna più elegante del paese, appena compiuti 51 anni all’insaputa di tutti si è ridotta in un tugurio sul lastrico per ammanchi di gioco (sedici milioni di corone, dieci valgono circa un euro). Ha comunque perso marito, figli (un 19enne e una 23enne), casa e affari, si mantiene con qualche vizioso poker segreto ed è pure ormai da tempo fisiologicamente incapace di piangere. Intanto, un uomo è rinchiuso in una cella con una parete che si avvicina e rimpiccolisce sempre più le dimensioni della stanza, vorrebbe uccidersi ma non sa come fare, è claustrofobico e terrorizzato; mentre la famosa 23enne sciatrice di fondo della nazionale Hege Chin Morell è risultata inspiegabilmente positiva ai test antidoping, siamo alla vigilia delle Olimpiadi invernali di PyeongChang, un disastro. Per varie ragioni nessuno cerca l’uomo mentre tutti parlano della ragazza. E il 55enne potente ricchissimo padre impone a Selma una scommessa, visto che dedica la vita alla irreprensibile figlia e Selma aveva sottratto i soldi persi proprio a lui quando lo aveva come cliente (obbligata presto a restituirglieli, non si sa come, insieme all’abilitazione all’esercizio della professione e all’impegno assoluto di non giocare mai più): ora dovrebbe invece aiutare Hege prima che ci sia l’ultima selezione, ha tempo circa un mese e, se riesce a dimostrare il sabotaggio e a farla scagionare, non dovrà ridargli niente. Un’impresa quasi impossibile, tanto più che, poche ore dopo, il miglior fondista viene trovato morto e subito si scopre che probabilmente pure lui aveva assunto sostanze proibite. Sembra davvero che qualcuno sia seriamente intenzionato a diventare criminale e assassino.

L’ottima scrittrice norvegese Anne Holt (Larvik, 1958), laureata in legge, giornalista dal 1984, avvocato dal 1994, ministro della giustizia nel biennio 1996-97, ha pubblicato complessivamente circa una ventina di gialli. Abbandona qui (dopo dieci avventure) la serie Wilhelmsen, iniziata nel 1993, e segue un’altra pista, la nuova serie con una inedita spettacolare protagonista. Selma ha un unico vero amico, il puzzolente barbone Einar Falsen, residente da undici anni in più scatoloni, di dimensioni diverse, sparsi in quattro posti differenti di Oslo, nei quali patisce fame (spesso) e freddo (di rado). Era stato un poliziotto molto abile e intuitivo, aveva pure scritto il banale caotico L’Abc dell’investigatore, poi aveva ucciso un pessimo uomo (che se lo meritava, secondo loro), Selma lo aveva difeso ma lui aveva comunque scelto di abbandonare ogni interesse terreno e vagabondare, da tempo non parla più con nessuno (esclusa lei), dissociato ma presente. Che straordinaria coppia per risolvere misteri! La narrazione è in terza varia, inframezzata talora dalla sceneggiatura che sta redigendo l’uomo sornione che progetta misfatti. I personaggi tendenzialmente seriali sono presentati lentamente, via via che si dipana questa prima avvincente avventura, interessante anche per la descrizione dell’ambiente dello sci di fondo (in quel paese lo sport per antonomasia, primordiale, un’essenza identitaria che unisce radicali e razzisti), delle federazioni sportive (le “gang”) e del doping (combattuto con sistemi inaffidabili che non tutelano gli atleti). Un presuntuoso furbo intellettuale intruso di quel mondo aveva scritto nel 1985 un romanzo vendutissimo e premiatissimo intitolato “Piste dimenticate”, da cui il titolo anche di questo. E si ragiona tanto sui bugiardi, sul saper mentire e sulle varie infedeltà che richiedono tempo ed energie. Hege legge Elena Ferrante. Selma canticchia gli Abba e beve solo enormi quantità di Pepsi Max senza zucchero, Einar brandy. Però circola vino rosso. Da gustare.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il fattore umano (Le brevi di Valerio 372)

Graham Greene
Il fattore umano
Sellerio Palermo, 2020 (orig. 1978)
Con una nota di Enrico Deaglio
Cura e postfazione di Domenico Scarpa
Traduzione di Adriana Bottini

Londra. Anni settanta. Maurice Castle è uno stimato funzionario dei servizi MI6, vi lavora ormai da trent’anni. Una svolta l’ha avuta nel Sudafrica dell’apartheid, è tornato con una giovane amata moglie bantu e il figlio nero di lei. Ha scelto di riprendere casa nei luoghi natii di campagna, a Berkhamsted, ci mette meno di un’ora in treno per andare e tornare dall’ufficio; è il responsabile della Sezione 6 che segue gli affari africani. Viene scoperta una fuga di informazioni e inizia una storia di indagini e tradimenti con un certo peso da assegnare forse a Il fattore umano, una magistrale spy-story del grande scrittore e diplomatico inglese Graham Greene (Berkhamsted, 1904 – Corsier-sur-Vevey, Svizzera, 1991), meritoriamente riproposta da Sellerio con aggiornati filtri critici. Il filo narrativo riguarda la slealtà, a chi e cosa riferirla, agli inevitabili tragici disperati incoerenti conflitti di molti fra vizi e virtù, patria e pianeta, interessi e famiglia, valori e fedi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)