Acqua (Le brevi di Valerio 352)

Ugo Leone
Acqua
Doppiavoce Napoli, 2020

Pianeta Terra. Da circa 4,5 miliardi di anni. Ne siamo fatti al 70 per cento, è il principale alimento quotidiano, condiziona in vario modo le giornate di ogni sapiens (e di ogni altro fattore biotico), ne parlano tutti e ne scrivono quasi tutti, non poteva mancare nella collana La parola alle parole: Acqua. Se ne occupa uno dei docenti di politiche ambientali più competenti ed esperti d’Italia, Ugo Leone (Napoli, 1940), che si sofferma su cose e argomenti cruciali ma di minore diffusione. Parte dall’inizio, dalla formula chimica e dalla storia della vita, poi affronta inframezzando citazioni letterarie e scientifiche: il ciclo dell’acqua, la biodiversità nella distribuzione, i fiumi e i mari, gli inquinamenti, reali dinamiche e pericoli di indisponibilità, l’umano problema della mancata adduzione, l’idropolitica globale e locale, le infrastrutture e le dighe, l’acqua dal sole, il ghiaccio in un bicchiere. Non a caso, la dedica è “in ricordo di Giorgio Nebbia”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… L’Angelo del Grappa

Loris Giuriatti
L’Angelo del Grappa
Rizzoli, 2020

Autopubblicato nel 2013, L’Angelo del Grappa divenne subito un felice caso editoriale locale. Oggi, sette anni dopo, Rizzoli lo ripropone in libreria in una nuova edizione, arricchita da particolari e testimonianze.
L’Angelo del Grappa narra la storia di un adolescente dei giorni nostri che scoprirà, durante una vacanza che cambierà le sue scelte di vita, le vicende di alcuni protagonisti della Grande Guerra, tra cui Antonio Zicchi, di Sorso, paese sardo poco lontano da Sassari, morto combattendo sul Monte Grappa.
Preziosa testimone, e colonna portante della ricerca storica per ricostruire la breve vita e la memoria di Zicchi, è stata Giovanna Zicchi, anche lei sarda, pronipote di Antonio. «Durante la mia infanzia è venuto fuori, di tanto in tanto, il nome di Antonio, … mio nonno (suo fratello) faceva riferimento a lui molto raramente», ha dichiarato Giovanna. «Ma, nel 2006, una sera ho iniziato una ricerca su Internet che mi ha condotto direttamente al sito del Ministero della Difesa. Ho richiesto quindi informazioni su mio zio, che ho ricevuto due mesi dopo, per posta. … Nel 2010 poi, durante un viaggio nel Monte Grappa queste ricerche hanno iniziato a fiorire…». Sul Grappa da anni un’associazione, utilizzando i numerosissimi reperti storici presenti sul Monte, si fa carico di riallacciare lontani e perduti legami familiari e di raccogliere e raccontare le tante microstorie che stavano dietro i soldati caduti in guerra. E Loris Giuriatti, responsabile della scuola professionale Enaip di Bassano, studioso e accompagnatore sui percorsi locali della Grande Guerra nonché membro dell’associazione, si è servito di L’Angelo del Grappa per mettere su carta un’efficace ricostruzione storica che mira ad accostarsi ai giovani con elementi di coraggio, emozioni e verità sapientemente mischiati all’imponderabile velato da toni favolistici.
La storia, infatti, è stata resa fruibile in virtù della creazione di un abile intreccio generazionale e di un pizzico di indispensabile fantasia.
Come protagonista, interprete e filo conduttore, l’autore ha scelto Angelo, un diciassettenne, un adolescente scontento come tanti. Vive a Padova, la sua famiglia gode di buona situazione finanziaria, il padre conduce un florido pastificio familiare e madre e padre si attendono da lui solo che si faccia onore a scuola per poi laurearsi e prendere in mano l’azienda. Ma Angelo fa orecchie da mercante, detesta studiare, i suoi voti sono una frana, ama la musica, i videogame, è appassionato di street art ma soprattutto, come buona parte dei suoi coetanei, è perennemente incollato allo smartphone. Anche quest’anno vorrebbe passare l’estate nella bella villa sulle colline padovane per poter facilmente raggiungere gli amici in città come sempre, ma stavolta i suoi genitori hanno altri progetti. Tutta la famiglia si concederà una bella vacanza sul Monte Grappa, in una baita splendida ma sperduta nel nulla mediatico e senza connessione a Internet. Insomma Angelo si trova tagliato fuori dagli amici e dal suo mondo, in un posto splendido ma lontano da tutto e da tutti, dove il tempo pare rallentare pigramente e incontrare un coetaneo diventa impossibile. Tra le aride cime dei monti sono rimasti solo i caprioli e i pochi esseri umani con cui parlare sono i “veci”, arroccati nelle malghe, che collezionano i cimeli della Prima guerra mondiale. Angelo, si annoia, vaga come un’anima in pena, protesta. Non sa ancora che la montagna persegue misteriosi intenti e ha scelto proprio lui come custode di alcuni segreti. Durante una passeggiata in cui ha rischiato di perdersi, diventerà l’affidatario e il custode di una scatola per maschere antigas che contiene un quadernetto, il diario tenuto da un soldato nel 1918. Il soldato aveva diciannove anni, era poco più grande di lui, si chiamava Antonio ed era arrivato sul Grappa dalla Sardegna. Un ragazzo con un fucile in spalla e la paura nel cuore. Angelo comincia a leggere, Antonio scrive della sua casa, dei suoi affetti ma gran parte di quelle pagine, che narrano di trincee, di combattimenti, di ritirate, di incontri e di prese di coscienza degli orrori della guerra, è ancora nascosta là fuori, tra le rocce e nel fitto verde dei boschi. Angelo vorrebbe capire, ritrovare le tracce di Antonio, provare a riunire i tasselli della sua vita. Ma da dove cominciare? Grazie a circostanze imponderabili e al sollecito aiuto di Gabriele, un giovane ricercatore, Angelo imparerà a farsi guidare dalla voce della montagna e scoprirà che la Storia vista da vicino, lontano dal gelido distacco delle spiegazioni scolastiche, può farsi viva, reale e trasformarsi in una drammatica ed emozionante avventura.

Loris Giuriatti vive a Bassano del Grappa, dove lavora come insegnante e responsabile di un centro di formazione professionale. Nel tempo libero si occupa di promuovere il “suo” monte Grappa accompagnando i visitatori in percorsi dedicati alla Grande Guerra. Questo è il suo primo romanzo.

Come ti costruisco un romanzo poliziesco (Le lunghine di Fabio Lotti)

Ormai sono tutti uguali. Quasi tutti uguali. I romanzi polizieschi, via. Si tratti di mystery, thriller, noir poco importa. Partiamo dal personaggio principale. Uomo o donna che sia. Prima domanda e prima decisione. Che cosa gli facciamo fare? Le risposte sono sempre le stesse: poliziotto/a, avvocato/essa, detective, giornalista oppure qualche amico/a del commissario di turno. Ma va bene anche un tipo qualsiasi che covi in se l’arte struggente di scovare assassini.
Scelto il lavoro ora creiamo il personaggio. Partiamo dall’uomo. Qui ci si può sbizzarrire come ci pare. Sia dal punto di vista fisico che del comportamento, del suo “essere” in definitiva. Meglio se solo che male o bene accompagnato, qualche tic, qualche fissazione, qualche tormento che lo caratterizzi. Naturalmente in stretto rapporto con la disgrazia per renderlo più vicino a noi che siamo pieni di disgrazie. Non so, tanto per dirne una, che abbia perso la moglie in un incidente stradale o che gli abbiano assassinato i genitori o abbia, come minimo, una sorella impasticcata. E la salute? Dove la mettiamo la salute? Di casi ne abbiamo già millanta. C’è chi soffre d’insonnia, chi di colite, chi ha l’ulcera, chi ha mal di cuore (angina pectoris), chi è cieco, chi in carrozzella, chi senza palle (alla lettera), chi ha devastanti sensi di colpa (di solito reduci militari) e aggiungetevi pure altre malattie a vostro piacimento senza tema di sbagliare. Lo stesso vale per la donna poliziotta, detective o anche semplice cittadina attratta inesorabilmente dai casini del crimine. Che sia impantanata, magari, in un matrimonio in crisi o già andato a male, così la facciamo del tutto simile ai millanta esseri femminili in giro per il mondo. Per quanto riguarda gli orientamenti sessuali niente problema. Anzi, se lesbica va pure di moda.
Per costruire un buon romanzo poliziesco occorre, dunque, un passato che ritorni funesto a tormentare il protagonista anche nei momenti più felici, o meno miserevoli della sua esistenza. Magari consolato da un altro personaggio allietato da altrettante disgrazie che in due si patisce meglio. E, a proposito degli altri personaggi, devono essere completamente diversi fra loro, con qualcuno, portatore sano di dialetto stretto (siculo, sardo, toscano…), a dare sorridente vivacità al linguaggio e diventare la macchietta simpatica del racconto. Immancabili, poi, le alte sfere a rompere i coglioni al povero detective di turno. E fai qui e fai là e fai presto, non c’è tempo da perdere altrimenti… Se mancassero le alte sfere a rompere i coglioni la vita del nostro detective sarebbe troppo banale, troppo facile via. Essenziale anche il classico bischero che viene infilato in gattabuia senza che c’entri un’acca con il terribile misfatto. Così sembra tutto compiuto, tutto risolto. A meno che il classico bischero in gattabuia non sia il vero assassino. Ma il lettore medio conosce anche questa eventualità per cui, quando si trova di fronte il classico bischero in gattabuia, sorride sornione fra sé e sé come a dire non ci casco mica, furbetto di un autore!
La trama, naturalmente, deve essere complessa e incasinata al punto giusto e con un finale così imprevedibile da far esclamare al solito lettore allibito “Ma che bella trovata!”, oppure talmente incasinata e incredibile da fargli comunque esclamare “Ma che bella stronzata!” In ogni caso bisogna farlo esclamare, pena la non riuscita del parto sanguinoso. Sanguinoso perché sangue ci dev’essere spruzzato per ogni dove. Altrimenti che noia che barba che noia alla Mondaini.
Tuttavia non bastano la trama e i personaggi per ottenere un buon risultato. Oggi bisogna infilarci anche la cucina. Se non ci si infila la cucina, la buona cucina siamo perduti. Il libello non venderà una copia. Dunque armatevi di pazienza e tirate fuori qualche ricetta deliziosa, magari tipica del luogo dove si svolgono gli avvenimenti. Ricetta condita, naturalmente, da qualche ottimo ed efficace strizzabudella. Fate ingozzare soprattutto il personaggio principale, fategli strabuzzare gli occhi che il lettore si diverte a vederlo su di giri. E bisogna infilarci anche il classico salto sul letto, soprattutto alla maniera del che ci do che ci do che ci do senza il quale il racconto perderebbe quel brividino sensuale attizzante la fantasia del citato lettore. Se poi i salti sul letto sono due o tre ancora meglio.
Per quanto riguarda il luogo in cui ambientare la storia maledetta basta scegliere quello in cui vivete. Ormai non c’è più posto libero dove siano avvenuti efferati crimini cartacei da sbrogliare. Tutta la penisola italiana è stata occupata. Anche il sottoscritto per i suoi tre libercoli ha fatto così. Visto che vive vicino a Siena la scelta del luogo misfattifero (mio conio) è stata proprio questa città adatta, tra l’altro, ad essere esaltata per le sue bellezze artistiche. E qui ne approfitto spudoratamente per citarli che la faccia tosta non mi manca: Partita a scacchi con il morto, Chi ha ucciso il campione del mondo? Scacchi e crimine e La diabolica setta di Caissa. Scacchi e sesso in collaborazione con il Maestro di scacchi Mario Leoncini.

Dunque riepiloghiamo. Per buttar giù un buon romanzo poliziesco basta:
1) un detective, maschio o femmina, incasinato da diversi punti di vista;
2) il passato che ritorna funesto);
3) qualche personaggio “particolare” a suscitar sorriso;
4) superiori che martellino i coglioni al detective di turno;
5) il classico bischero in gattabuia;
6) la buona cucina e l’altrettanto classico salto sul letto;
7) un luogo da esaltare dove avvengono i misfatti;
8) una trama incasinata, incasinatissima con un finale incredibile, diciamo pure impossibile che tanto è lo stesso.

E il gioco è fatto. In bocca al lupo!

P.S.
Dimenticavo! Infilateci anche internet che oggi va tanto di moda.

Mercato nero (Le gialle di Valerio 231)

Gian Mauro Costa
Mercato nero
Sellerio Palermo, 2020
Giallo

Palermo. L’agente semplice Angela Mazzola è in ferie a Torino per abbracciare il 37enne fratello manovale, appena divenuto padre di Salvatore. Quando non è in ospedale da Annalisa e nipotino, gira sola e bella fra mercati e locali, ormai ha imparato che i loschi figuri si possono incontrare ovunque (tanto lì quanto a casa, tanto a Pordenone quanto a Macerata), poi lei è una sbirra sommelier. Il cellulare squilla, il suo pignolo dirigente dell’Antirapina spiega che deve tornare subito in questura, il capo della Mobile in persona l’ha richiesta per collaborare a un caso delicato dalla Sezione Omicidi. In piena movida a Ballarò (di giorno mercati stracolmi, di notte sballo diffuso), tra la folla, mentre era con due ignari amici, un colpo di pistola ha ucciso Ernesto Altavilla, un 39enne single (separato) nobile proprietario terriero. Lei dovrebbe infiltrarsi nei locali del popolare storico quartiere, a partire da quello davanti a cui è avvenuto il delitto, il Benin Café; sembra che non si sia fatto avanti alcun testimone, né emergono plausibili movente o rivendicazione. Angela torna al suo piccolo confortevole attico vista mare e terrazza dell’Acquasanta, riprende la convivenza con la labrador Stella (dopo averla affidata alla cara solidale anziana zia Giuseppina), inforca il motorino Liberty 200 e si getta a corpo morto nell’indagine. Nota disegnato sui muri uno strano simbolo che l’aveva già incuriosita a Torino, un’ascia che spezza le catene strette intorno a un paio di polsi. Conosce presto Jamal, capelli ricci e occhi profondi, il ragazzo di colore che presta servizio nel locale. Quella è zona di nigeriani, forse la vittima frequentava di nascosto una loro connazionale e certo la scritta appartiene all’organizzazione Ascia nera, la Black Axe, formatasi all’inizio presso l’università di Benin City, poi divenuta spesso all’estero una mafia criminale.

L’ottimo giornalista (ora in pensione dalla Rai) e scrittore Gian Mauro Costa (Palermo, 1952) prosegue la bella nuova serie, in terza fissa al passato. La protagonista è ormai poco più che trentenne, infanzia non ricca a Borgo Nuovo, diploma scientifico e leva completati in collegio e con lavoretti vari, lunghi capelli ondulati color rame, viso aggraziato, corpo slanciato (verso il metro e settanta) e muscoloso (per palestra occasionale e corsette mattutine), curve notevoli da “gran figa” (a detta dei colleghi), rockettara (grazie al fratello maggiore), libera e ancora cautamente disponibile a un amore solido. Serve all’autore per raccontare i tanti volti e sospiri della sua straordinaria città, soprattutto i mercati, di giorno e di notte, di affari e malaffari (da cui il titolo). Non a caso, Angela torna di continuo dai colleghi e amici della sua sezione di appartenenza, alle prese con strani furti in una zona ricca in cui la gang di ladri sembrano andare a colpo sicuro. E s’imbatte anche in un grosso furto, antico e segreto, subito dalla famiglia della vittima, con conseguente ricerca fra enormi tesori di opere d’arte varia, acquisiti e collezionati non proprio in forme ortodosse. Insomma, la prostituzione nigeriana non è l’unica pista da seguire per una spigliata intraprendente tipa dotata di grande intuito poliziesco, al di là delle irritualità procedurali. Piatti multietnici e degustazioni alcoliche di ampio genere, dal tamargo alle birre e a vini bianchi, rossi e rosati, sofisticati o beverini che servano. Alla passione si associano le ballate di Bruce Springsteen, Angela ama il blues.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Profughi del clima (Le brevi di Valerio 351)

Francesca Santolini
Profughi del clima. Chi sono, da dove vengono, dove andranno
Rubbettino Soveria Mannelli, 2019

Ecosistemi invivibili. Prima, ora e ancora. Ormai da decenni i “Profughi del clima” sono più dei rifugiati politici e le migrazioni originate da problemi ambientali la maggioranza delle migrazioni forzate. La giornalista esperta di questioni climatiche Francesca Santolini (Roma, 1977) riassume in un agile godibile volume informazioni e prospettive sul nesso tra effetti dei cambiamenti climatici antropici e fuga più o meno lenta di umani dai luoghi di nascita. Gli ecosistemi presi in esame sono significativi: Sahel, Bangladesh, aree secche, aree costiere, Alaska, Kiribati e le 43 isole-Stato, Siria, l’intera Africa. La narrazione è giornalistica divulgativa, niente note, citazioni di libri e testimonianze di esperti come intercalare del testo, nodi giuridici e scenari futuri per sollecitare piena consapevolezza e azioni coerenti. Talora lo stile provoca qualche superficialità terminologica e comparativa. Ottima prefazione di Marco Impagliazzo, postfazione di Giampiero Massolo.

(Recensione Valerio Calzolaio)

La Debicke e… I Cariolanti

Sacha Naspini
I Cariolanti
Edizioni e/o, 2019

Nuova vita per I Cariolanti, il romanzo più cupo e duro di Sacha Naspini: pubblicato alcuni anni fa da Elliot, è appena entrato in catalogo E/O, dopo il successo de Le case del malcontento e la conferma con il thriller psicologico Ossigeno.
Un romanzo terribile, cupo, sanguinario, spietato ma allo stesso tempo struggente.
Un romanzo ben costruito per struttura e narrazione ma che angoscia con la sua spaventosa e palpabile realtà.
Un diario, interrotto appena da brevi punti di vista di altri personaggi, che sa trasformare le parole in immagini per accompagnare e guidare il protagonista verso le tenebre del suo inferno.
Tredici capitoli che fotografano la vita di un disgraziato, una vittima che, a conferma della sua anormale normalità quotidiana di uomo “nato di traverso”, si trasformerà in carnefice.
Aldo, padre di Bastiano, è un disertore della Prima Guerra. Quando ha ricevuto la cartolina di precetto, invece di partire per il fronte ha deciso di sparire con la moglie e un figlio bambino, Bastiano. Per farlo si è servito di una buca che aveva scavato nei boschi e che usava per ammazzare le bestie. Un buca grande a sufficienza da starci in tre, trasformata in un fetido rifugio sotterraneo, con l’acqua, quando piove, che penetra e va a riempire tutti gli spazi che trova. Quanto si può resistere così? Ma si deve, perché Aldo ha fatto questa scelta per non lasciare la sua famiglia. I tre, pigiati dentro la “tana” in cui solo Bastiano di nove anni riesce a stare in piedi, dovranno affrontare per anni l’allucinante barbarie di quella loro vita che non fa sconti e offre freddo, caldo e fame. Soprattutto la fame: la necessità di sopravvivenza non fa ragionare e costringe a ogni atrocità. Il padre si procura del cibo con rapide uscite, ma spesso la famiglia resta digiuna per giorni e quella fame, che scava un buco nella pancia e deve essere placata a ogni costo, li costringe a cibarsi di vermi e persino di carne umana con raccapriccianti pratiche cannibalesche. Per Bastiano sono busse e minacce, se non mangia tutto fino all’ultima briciola.
Passano gli anni, attraverso indicibili incubi, terrori e sofferenze, fino a quando finalmente la guerra finisce. Ormai tarata nel corpo e nello spirito, nel generale disordine e confusione del dopo, la famiglia torna dal nulla, prova a condurre una vita normale, si sistema nella baracca abbandonata vicino alle fontane, il padre l’aggiusta in qualche modo e dice alla povera gente del posto di chiamarsi Aldo Cariolante.
I Cariolanti, minacciati come orrendi mostri a Bastiano nella buca, si trasformeranno nella maschera dietro la quale nascondere la vergogna della fuga, ma anche in una specie di premio per non essere stati scoperti. In paese mancano braccia per lavorare i campi, qualcosa da fare si trova, abbastanza per non morire di fame. Ma la memoria di quella terra che li ha imprigionati non li abbandonerà mai. Quella spaventosa esperienza ha eroso i loro cervelli, ha sconvolto la logica delle loro necessità. Bastiano prova a uscire allo scoperto, cerca di adeguarsi, capire, ma è irrimediabilmente segnato dagli stenti, parla a fatica, sembra un ritardato, il suo vero mondo è ancora là, chiuso dentro quella maledetta buca condizionato dalle continue minacce. Ogni suo impulso è ormai incontrollabile. Si sente solo legato alla natura: i boschi, i cani selvaggi, il suo vero orizzonte, bestiale, si scontra violentemente con le dinamiche del mondo di fuori, quello degli uomini.
Quando conoscerà drammaticamente l’amore, per un breve attimo pare sfiorare la normalità. Ma il destino non fa sconti, i suoi gesti continueranno a essere da bestia selvaggia e la mostruosa tara della buca che è la sua condanna lo chiuderà per anni, pur innocente, in carcere. Di là, per scelta, per uscire da dietro le sbarre, accetterà la ferocia e gli orrori del secondo conflitto mondiale. E neppure il ritorno a casa potrà essere minimamente consolatorio perché un nuovo inferno è in agguato, con alcuni segreti familiari di inaudita crudezza…

Sacha Naspini ha descritto i peggiori lati dell’animo umano senza filtri, senza moralismi né interpretazioni, lasciando il giudizio al lettore. Certo è che I Cariolanti, a metà tra novella tragica e fiaba nera, crudele e poco adatto a stomaci deboli, è un pugno nello stomaco ma molto coinvolgente. Così tanto che bisogna andare avanti a leggere fino in fondo le pagine cariche di miseria, ignoranza e disperazione per capire quanto un’infanzia negata, violata, può condizionare un essere umano rendendolo simile a una bestia.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. Collabora come editor e art director con diverse realtà editoriali. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), I Cariolanti (2009), Le nostre assenze (2012), Il gran diavolo (2014), Le Case del malcontento (2018) e Ossigeno (2019). È tradotto in vari Paesi. Scrive per il cinema.

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DNA (Le varie di Valerio 116)

Manuela Monti e Carlo Alberto Redi
DNA. La vita in tre miliardi di lettere
Carocci Roma, 2020
Scienza

Fattori biotici. Ovunque ci sono. Il DNA è la molecola, con struttura a due eliche a spirale antiparallele avvolte da proteine e quattro basi costitutive, che veicola le informazioni genetiche di tutti gli organismi viventi, vegetali o animali o batteri che siano; lo si sa da poco e saperlo ha cambiato praticamente tutto, con avanzamenti tecnici e applicativi degli umani saperi (innanzitutto biologico, medico, giuridico, filosofico). In particolare, la biologia è divenuta la scienza della sintesi del vivente, configurando nuovi diritti fondamentali (come quello al sapere scientifico, a eliminare gli ostacoli giuridici, economici e culturali che impediscono alle persone di godere delle conquiste della conoscenza) e nuovi doveri (come quello di informarsi correttamente per la vita sociale). All’origine siamo tutti figli della polvere di stelle e tutti deriviamo da LUCA (Last Universal Common Ancestor), si è formato prima l’uovo, mentre la gallina è un’invenzione dell’uovo per propagarsi meglio, poi della riproduzione del vivente si è occupato proprio l’acido desossiribonucleico, usato con l’acronimo inglese scritto maiuscolo. Due ottimi scienziati italiani riassumono in un agile chiaro volume tutto quel che è bene conoscere per alfabetizzarsi sul DNA: la scoperta, la struttura, l’origine, la funzione, l’esclusivo RNA, le tecniche, le conseguenze delle tecniche, la manipolazione, le banche, il DNA antico, oltre il DNA, inserendo utilmente in fondo il glossario essenziale (una cinquantina di termini essenziali), la sintetica bibliografia (una novantina di testi o saggi, con sitografia), gli indici dei nomi e analitico, un grazioso origami colorato del DNA.

La biologa ricercatrice Manuela Monti (Pavia, 1976), che insegna Biologia delle cellule staminali, e il biologo professore Carlo Alberto Redi (Pavia, 1949), che insegna Zoologia, operano entrambi nelle sedi universitarie della loro città, hanno rimarchevoli collaborazioni internazionali e contribuiscono da anni alla pubblicistica scientifica con rigore e coerenza. Nei paragrafi interni ai vari capitoli si e ci dilettano prendendo spunto da ricostruzione storiche ed episodi curiosi per facilitare una narrazione godibile e stimolante. Ovviamente James Watson è più volte citato, dagli spunti biografici al 1951, quando 23enne fa il postdottorato alla stazione zoologica di Napoli e poi conosce Francis Crick, fino poi alle discutibili stravaganti affermazioni sull’Africa, sulle donne, sul razzismo. Interessante la parte dedicata alle differenze fenotipiche (come il colore della pelle) e fisiologiche (come la suscettibilità) tra gli individui della specie umana, che comunque non sono mai grandi e mai possono configurare razze: la variabilità genetica resta altissima (circa l’85%) anche in piccoli gruppi all’interno di ciascuna popolazione. L’invenzione della razza è un potente mezzo di validazione di interessi e poteri di pochi: è nei processi di assoggettamento degli individui e nelle forme di organizzazione sociale che ne derivano che si trova il “cuore di tenebra” del razzismo (come dello schiavismo e dell’olocausto). Non a caso, i due autori, insieme a molti altri studiosi, hanno proposto di abolire l’impiego della parola razza da qualunque atto ufficiale della Repubblica italiana. Opportuni anche i riferimenti a biodiversità e OGM (con tanta buona informazione e ampio corretto esame delle fake news), alle mappe e banche dati (con il progetto sostenuto da Obama nel 2016 per la Precision Medicine Initiative), ai rischi e alle opportunità della manipolazione, ai tanti nessi della genetica con l’amministrazione della giustizia. Meno aggiornato il paragrafo sul DNA antico, ma davvero curioso il caso sulle origini di Cristoforo Colombo (gli autori hanno contribuito a una ricerca italo-spagnola). E ovviamente frequenti sono i richiami (pur generici) al fenomeno migratorio.

(Recensione di Valerio Calzolaio)