Nasce La passione per il delitto Channel (segnalazione)

Nasce La passione per il delitto Channel, per ampliare l’offerta culturale dello storico festival che ora aggiunge, all’edizione annuale, un programma in streaming, trasformandolo così in un evento permanente. Un’iniziativa che come sempre parte dal gruppo di volontari che da 19 anni è il motore della manifestazione, per soddisfare un pubblico sempre più esigente di amanti della narrativa gialla e noir. Dopo aver concluso l’edizione 2020, che si è svolta in presenza dal 18 al 24 ottobre, a Villa Greppi di Monticello Brianza – sede dell’omonimo Consorzio che ospita e promuove, insieme all’Associazione La passione per il delitto, il festival – avrà inizio una programmazione di interviste e presentazioni di libri in diretta streaming, che potrà essere seguita sulle pagine Facebook del festival e del Consorzio Villa Greppi. I contributi video rimarranno a disposizione del pubblico e potranno essere visti in diretta o successivamente, anche sul canale YouTube del festival.

Il primo ospite, giovedì 26 novembre alle 18.30, sarà lo scrittore Massimo Carlotto, creatore dell’Alligatore, icona noir della narrativa italiana e internazionale, ora anche cinematografica con la serie tratta dai suoi romanzi.

Gli eventi streaming saranno arricchiti da altri contributi video e rubriche, dedicati a tutto ciò che ruota attorno al mondo della narrativa di genere, per adulti e per ragazzi, con un programma che ogni settimana sarà comunicato attraverso i canali social della manifestazione.

Con questa iniziativa, il festival La passione per il delitto continua a offrire gratuitamente al suo pubblico eventi culturali di alto livello, coinvolgendo sempre più protagonisti.

Monticello Brianza (Lc), 23 novembre 2020

La Debicke e… I Guardiani di Roma

Roberto Genovesi
I Guardiani di Roma. La saga della Legione occulta
Newton Compton, 2020

Tre diversi piani temporali, 50, 44 e 31 e a. C., e tre diversi scenari, il primo che si serve di continui rimandi a drammatici flash del passato. Una saga horror fantasy poggiata su una trama che, agli occhi stupefatti del lettore, appare persino plausibile, soprattutto perché si avvale di una straordinaria ricostruzione storica e ambientale, e scritta con proprietà di linguaggio impeccabile.
50 a.C. Un legionario che porta ordini di Cesare accompagna uno strano ragazzino muto in un campo di addestramento ai confini dell’Impero. Un’impresa ai limiti dell’impossibile l’aspetta. 44 a. C. Un giuramento per la vita sarà quello stretto da tre ragazzi, già avviati a luminose carriere militari e civili, in una oscura bettola di Apollonia in Epiro, detta l’Antro di Plutone, dove Giulio Cesare li ha spediti per studiare la diplomazia sotto la guida di Apollodoro e la guerra sul campo nel nord della Caonia, agli ordini del giovane generale Quinto Rufo. Vuole fare di loro dei valenti ufficiali o degli abili politici. Obnubilati dal vino e dalla musica, Gaio Ottavio Turino, Gaio Cilnio Mecenate e Marco Vipsanio Agrippa si giurano fedeltà, poi all’alba, ancora ebbri decidono sollecitare il responso degli dei presso l’osservatorio di Teogene, vecchio e reputato astrologo, senza sapere che il destino è in arrivo per mare con la notizia dell’orrendo assassinio di Cesare alle Idi di Marzo. 31 a.C. I prodromi, lo svolgimento e la conclusione di quella che fu la battaglia di Azio, che vide lo scontro navale finale e concluse la guerra di civile tra la flotta di Ottaviano Augusto, al comando di Agrippa, e quella di Antonio e Cleopatra.
Ma non solo: il patto siglato ad Apollonia salderà l’imperitura amicizia tra Ottavio, Agrippa e Mecenate, perché il cammino che porterà i tre amici alla gloria sarà irto di ostacoli, battaglie e tradimenti. Cesare, nella sua lucida valutazione del futuro di Roma, l’aveva temuto e, prima che l’astrologo Teogene riconoscesse nel nipote e figlio adottivo la scintilla dell’imperium, aveva dato incarico al suo soldato più preparato e devoto di vegliare a qualunque costo sulla vita dell’erede designato. Un’impagabile eredità, un arma segreta, un prefetto muto, dotato di inimmaginabili poteri, in grado di riconoscere e ascoltare le voci dei suoi simili e di raccoglierli e addestrarli nella fila della legione meno famosa ma più temibile di tutto l’esercito romano. I piccoli e grandi soldati della Legio Occulta si trasformeranno nell’efficace braccio armato di Augusto e nell’arma più letale per i nemici dell’Urbe. La fumosa leggenda parlerà sempre di loro come dei Guardiani di Roma.
Non conoscevo finora Genovesi e il mio rapporto con questo genere si limitava solo a un altro scrittore, Franco Forte, che l’aveva affrontato in modo eccellente e straordinariamente vivace nella sua saga di Cesare il conquistatore. Saga in cui il nome di colui che fu giudicato il più coraggioso ma anche il più scaltro generale della romanità riecheggia con prepotenza riportandoci alla sua straordinaria epopea e alle conquiste dell’impero
Anche Genovesi ha privilegiato la figura di colui che la storia ha decretato come uno dei suoi massimi rappresentanti dalla notte dei tempi. Anche Genovesi scrive di Caio Giulio Cesare e lo fa compartecipe di una saga con continui richiami alle magie celtiche di R. R. Tolkien ma anche, a mio parere, a uno dei super eroi dei nostri tempi: Daredevil, l’avvocato cieco eroe dei fumetti.
I suoi strani bambini, armi letali, sono allo stesso tempo schiavi e detentori di arcani e potenti poteri che hanno imparato a controllare a beneficio dei loro protettori. Sono loro la Legio Occulta che Giulio Cesare saprà sfruttare e lascerà in eredità ai suoi due successori: prima Antonio, addestrato e ipotizzato, e alla fine al nipote Ottaviano, il prescelto.
Un romanzo corale dal sapore squisitamente epico, dove l’importante coprotagonista e vero burattinaio della situazione, Victor Iulius Felix, con la sua legione ci terranno con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. La realtà storica si intreccia di continuo con elementi fantasy senza tuttavia dimenticare l’essenza umana e psicologica dei vari personaggi. In questo contesto, ben descritto dall’autore, tra i personaggi che mi hanno colpito di più ci sono Jago, il piccolo cieco evocatore di venti; Sibiam, davanti al quale tutti i metalli sono cera molle; Dryantilla, la bella ragazza in grado di far girare le testa a qualunque uomo, che legge il futuro e non vuole essere schiacciata dalla sua amica e rivale, la piccola Livida colma di rancore nei confronti dei vecchi compagni e oggi costretta a operare al servizio di Antonio. Entrambe, chi più chi meno, possono prevedere e quando è possibile modificare gli eventi a venire, e possono infiltrarsi tra i meandri del fato e persino intervenire, fino ad aggiustarne il tiro.
Un romanzo originale, ad ampio respiro, pieno di personaggi, ricco di calibrate descrizioni e di indovinate invenzioni narrative. Insomma un fantastico romanzo fantasy appoggiato su solide basi storiche e dalla trama avvincente e carica di colpi di scena. La trama riprende i fatti realmente accaduti nell’antica Roma, come la minuziosa ricostruzione della battaglia di Azio, e riesce a intrecciarli a elementi fantasy, abilmente introdotti dall’autore, che riescono a incuriosirci e a tenerci con il fiato sospeso fino alla fine.

Roberto Genovesi è giornalista, scrittore, sceneggiatore e autore televisivo. Ha collaborato con i più importanti periodici e quotidiani italiani tra cui «L’Espresso», «Panorama», «TV Sorrisi e Canzoni», «la Repubblica». Insegna Teoria e Tecnica dei linguaggi interattivi e crossmediali in diverse università. Con la Newton Compton, oltre ai primi cinque volumi della saga della Legione occulta (La legione occulta dell’impero romano; Il comandante della Legione occulta; Il ritorno della Legione occulta. Il re dei Giudei, I due imperatori e I guardiani di Roma), ha pubblicato La mano sinistra di Satana; Il Templare nero e la trilogia La legione maledetta (Il generale dei dannati, La fortezza dei dannati e L’invasione dei dannati). I suoi romanzi sono pubblicati anche in Spagna, Portogallo e Inghilterra. Per saperne di più: Il sito di Roberto Genovesi

La Debicke e… Cosa sa Minosse

Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli
Che cosa sa Minosse
Giunti, 2020

Lasciata la città e la sua confusione, Maurizio e Marta si sono concessi una domenica di relax sull’Appennino, una serena scorribanda in cerca di fresco, aria buona e verde, nonostante il pieno agosto, e una colazione con i fiocchi in una trattoria consigliata da un amico. Cibo ottimo e a buon mercato da “Gianni” e, dopo mangiato, cosa c’è di meglio che una gita con la macchina arrampicandosi più in su per la montagna? Il caos della città è lontano, i tornanti ombreggiati si snodano in mezzo al bosco: poi Marta grida di fermarsi. Ha visto qualcosa di interessante, e infatti in fondo a un viottolo che degrada verso una radura si erge un’immensa quercia che domina una ruvida casa-torre medievale di pietra, tipica di quella zona dell’Appennino. La casa, evidentemente abbandonata da tempo, non è certo in buone condizioni: persiane che pendono, porte sbilenche, ma l’aspetto è affascinante, l’imponente quercia che la sovrasta maestosa pare almeno centenaria. Marta e Maurizio sono incantati. Quella casa sembra messa là, in sonno, solo in attesa di loro. E dunque il posto che sognavano, per scrivere in pace e vivere lontano dai ritmi assurdi della grande città, potrebbe esistere, anzi esiste, perché appeso al muro c’è un cartello con sopra scritto “in vendita”. Cartello che li convincerà a telefonare il giorno dopo all’agenzia, per scoprire che l’edificio torre si chiama Pietrapesa, e poi decidere di vendere la loro casa in città, affrontare i lavori di restauro e finalmente trasferirsi. Insomma la coppia, la cinquantina lui, scrittore di mestiere, qualche anno di meno lei, crede di aver realizzato un sogno: Marta potrà occuparsi del giardino mentre Maurizio si trasformerà nel signore della torre, intento a scrivere il suo nuovo romanzo. Sarà proprio così che approdano, in poco tempo e senza traumi, tra gli Appennini, restii a condividere la scelta con i rustici abitanti del paese vicino e decisi a godersi Pietrapesa. Ma scopriranno subito di non essere soli: dalle viscere della cantina – che i villici chiamano “l’inferno” – spunta un gattino che, in virtù del suo pelo nerissimo, potrà fregiarsi con l’appellativo di Minosse (mitico re di Creta e giudice infernale dantesco). Un gattino che farà presto a trasformarsi in gattone e diventare quasi il padrone di casa.
Ma qualcosa non quadra dopo il loro trasferimento. Una notte dopo l’altra, alcuni strani fenomeni cominceranno a far loro compagnia: rumori in casa, ombre fruscianti in giardino, luci che si accendono nel buio, Minosse che gonfia il pelo e soffia come se avesse davanti un nemico sconosciuto…
Accadimenti che disturbano e impediscono ai padroni di casa di dormire, ma soprattutto impauriscono Marta. Lui, Maurizio, è di cattivo umore e non vuole intralci al lavoro, lui deve scrivere e dare qualcosa di buono all’editore. Isolina, la loro brava governante locale, consiglia di andare dal Professore, che conosce tutti i misteri della zona, forse lui saprà, potrà dare spiegazioni… Ma certe risposte, che collegano l’antica casa a vicende di sangue, bieche esecuzioni intorno alla “quercia di Pietrapesa”, spingono lo scrittore a cercare conferme da Don Simone, il parroco. Ma lui è un religioso, un razionale che non crede al paranormale e alle leggende. E neppure Maurizio crede a un possibile aspetto ultraterreno dei fenomeni di Pietrapesa. Non resta che farsi furbi e trovare una spiegazione moderna in grado di svelare quella tangibile presenza domestica, ma basterà? O il finale, ribaltando alcune solide certezze, si divertirà a regalare altro spazio alla fantasia? Con due pezzi da novanta dietro la penna, non ci aspettavamo certo una storia banale né uno scontato racconto del mistero. La vera protagonista del racconto è la paura, umana ma giusta. Paura di disgrazie, di carestie, di calamità, e oggi tanto attuale, di epidemie. Paura dell’ira di Dio, dell’Apocalisse. Ma anche elemento importante, anzi essenziale per sopravvivere. Questa di Guccini e Macchiavelli è una piccola grande favola da trasformare in un regalo per tutti, da mettere sotto l’albero o nella calza.

Francesco Guccini: cantautore mito di più di una generazione, anche la sua attività di scrittore si configura come una delle esperienze più originali e suggestive della scena letteraria italiana dell’ultimo decennio. Sporadicamente anche attore, autore di colonne sonore e di fumetti. Fino alla metà degli anni Ottanta ha insegnato lingua italiana al Dickinson College di Bologna, scuola off-campus dell’Università della Pennsylvania. Ha anche lavorato come docente presso la sede bolognese della Johns Hopkins University (Washington, DC, USA). La sua vita si è svolta tra Modena, Pàvana e Bologna. Tra i suoi libri si ricordano: Cronache epifaniche (Feltrinelli 1989, ripubblicato da Mondadori nel 2013), Vacca di un cane (Feltrinelli, 1993), Storie d’inverno (Mondadori 1994), La legge del bar e altre comiche (Comix, 1996), Un altro giorno è andato (Giunti 1999), Cittanova Blues (Mondadori, 2003), L’uomo che reggeva il cielo (Libreria dell’orso 2005), Icaro (Mondadori 2008), Non so che viso avesse la storia della mia vita (Mondadori 2010), Dizionario delle cose perdute (Mondadori 2012) e Il piccolo manuale dei giochi di una volta (Mondadori 2015), Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto (Mondadori 2015), Magnifici malfattori. Storia illustrata dei briganti toscani (Baldini + Castoldi 2018), Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto (Giunti Editore 2019). Con Loriano Macchiavelli ha scritto per Mondadori la raccolta di racconti Lo spirito e altri briganti (2002) e numerosi romanzi tra cui Macaronì (Mondadori 1997), Un disco dei Platters (Mondadori 1998), Questo sangue che impasta la terra (Mondadori 2001), Tango e gli altri (2007), Malastagione (Mondadori 2011), La pioggia fa sul serio (2014), Tempo da elfi. Romanzo di boschi, lupi e altri misteri (Giunti Editore 2017) e Che cosa sa Minosse (Giunti 2020).

Loriano Macchiavelli: Ha frequentato l’ambiente teatrale come organizzatore, come attore e, infine, come autore; alcune sue opere teatrali sono state rappresentate da varie compagnie italiane. Dal 1974 si è dedicato al genere poliziesco e ha pubblicato numerosi romanzi divenendo uno degli autori italiani più conosciuti e letti. Da alcuni dei suoi romanzi sono stati tratti sceneggiati televisivi per la Rai. Il suo personaggio più conosciuto, Sarti Antonio, è entrato anche nel fumetto (Orient Express) con una serie di avventure tratte dai romanzi. Inoltre numerosi scritti sono stati tradotti all’estero. Dal 1997 scrive a quattro mani romanzi gialli con Francesco Guccini. Assieme a Marcello Fois e Carlo Lucarelli ha fondato il “Gruppo 13” e con Renzo Cremante ha fondato e dirige la rivista Delitti di Carta che si occupa esclusivamente di poliziesco italiano. Vincitore di numerosi premi (Gran Giallo Città di Cattolica, premio Tedeschi, XIV edizione del Premio di letteratura per l’infanzia, Premio letterario Alassio, Police film festival, edizione 2007 del Premio Scerbanenco…) ed è stato finalista in numerosi altri (Premio Ennio Flaiano, nel Premio città di Ostia…).

Lo sport di domani (Le varie di Valerio 148)

Flavio Tranquillo
Lo sport di domani. Costruire una nuova cultura
Add Torino, 2020
Sport

Italia. Ora. Le 174 pagine del Piano per il rilancio “Italia 2020-2022” elaborato dal Comitato di esperti in materia economica e sociale coordinato da Vittorio Colao contengono oltre 75.000 parole, non contemplano la parola “sport”, che pure riempie in vario modo una parte significativa della vita di milioni di concittadini e vale l’1,7% del PIL (30 miliardi) che è discutibile pietra di paragone di tutto quel Piano. Lo sport è ormai più aggregatore delle ideologie e più identitario delle religioni, può abbattere ostacoli e costruire cultura, può essere rischioso e discriminatore, poderoso fattore di ulteriori diseguaglianze sociali. Non basta nemmeno chiedere una rigorosa discontinuità politico-istituzionale, ci vuole una rigenerazione complessiva di tutti i settori connessi, con l’obiettivo di formare persone con una migliore cultura sportiva, fondata su apprendimento ed esperienze. La questione essenziale è aggredire con strumenti distinti sia la componente dilettantistica che quella professionistica, ingiustizie e corruzione non sono esclusive di una delle due. Lo sport di base con finalità sociali e ludico-atletiche (educazione fisica insegnata molto e bene come diritto e obbligo scolastico primario, poi praticata a volontà) e lo sport commerciale con criteri economico-finanziari meritocratici (praticato da chi ci vive e guadagna, talora poco, talora molto, talora forse troppo), facendo ognuno bene il proprio lavoro, possono dar vita a un sistema valido e coerente, in cui i vitali agonismo e competizione hanno tempi e modi circoscritti ed educabili, formano alla socialità e ai beni comuni. Ci si può provare proprio ai tempi della pandemia da Covid-19, che impone prudenza e misura (anche nel tifo) per un insieme di pratiche che devono prioritariamente garantire sicurezza delle persone, regolarità delle gare, impatto economico.

Il competente travolgente commentatore radiotelevisivo delle competizioni di pallacanestro (innanzitutto Nba) Flavio Tranquillo (Milano, 1962) ha scritto un ottimo aggiornato condivisibile testo di indirizzo politico-culturale sullo sport. Andrebbe letto, confrontato, adattato per urgenti scelte pubbliche e private. L’autore insiste su un punto: l’effettiva fruizione del diritto allo sport è costituzionalmente prevista, leggi e decreti dovrebbero garantirne l’accessibilità pubblica a tutti i minori prima e a tutti cittadini poi, senza distinzioni geografiche, socioeconomiche e di genere. Tutt’altra cosa è l’equilibrio finanziario del sistema professionistico, dove vigono criteri e regole dell’economia privata; i soldi ci sono, e molti di più se ne potrebbero trovare; accumularli e spenderli è un mezzo non il fine. Tranquillo ricorda di aver fatto precocemente non il giocatore ma l’arbitro; di essere stato molto tifoso (di Milan e Olimpia), anche da radiocronista; di gestire con pudore la (pur meritata) fama di “cantore” del basket; insomma di “aver fatto e detto abbastanza cazzate per capire che non tutto è chiaro dall’inizio”, tanto che ci ha messo 39 anni per completare gli studi universitari. Nel 2019 si è infine laureato in Economia e Commercio e utilizza nel testo termini e concetti per arricchire di nuova precisa competenza i suoi decenni di esperienze sul campo, dense pure di interviste, letture, ricerche, dialoghi concreti sul ricco mondo americano ed europeo (dove il professionismo ha radici più antiche). Appare sbagliato parlare con disprezzo di sport-spettacolo, si dovrebbe ricondurre il fenomeno ai limiti di un’attività imprenditoriale ad alto valore aggiunto con significativo spessore socioculturale. Imporsi senza arroganza e con stile conta altrettanto o poco più che soccombere senza arrendevolezza e con dignità. L’autore non si dilunga in teorie, fa proposte pratiche sia rispetto a leggi e decreti in discussione nel 2020 sia rispetto alla gestione consapevole della pandemia. Acuta e pungente la parte relativa alle criminogene distinzioni basate sulla nazionalità.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Lockdown (Le brevi di Valerio 414)

Peter May
Lockdown
Einaudi Torino, 2020 (orig. 2020, però)
Traduzione di Alessandra Montrucchio e Carla Palmieri
Thriller

Londra. In piena pandemia. All’alba un operaio spilungone magro e atletico, scavatore al cantiere nell’Archibishop’s Park (stanno costruendo un ospedale) intravede un borsone in fondo a una buca, è stato buttato nella notte, prima non c’era. Lo apre, sbianca, arrivano altri, trovano ossa umane e il teschio di una bimba di origini cinesi. La scena del crimine va sigillata, sospesi i lavori, anche se in tanti spingono per ricominciarli. Viene chiamato l’ispettore MacNeil, scozzese alle soglie della pensione, che da mesi non si fa vedere al lavoro, ubriacandosi spesso. L’omicidio è avvenuto da poco e l’esecutore si è sbagliato, il borsone non andava trovato. Il mandante Mr Smith chiama il sicario capo Pinkie per rimettere a posto le cose. Il fatto è che siamo in piena pandemia, tutto chiuso. Lockdown fu scritto 15 anni fa dal bravo autore e giornalista Peter May (Glasgow, 1951), che fece accurate ricerche su Spagnola e Sars. Ora finalmente è stato pubblicato ed è proprio un bel noir.

Recensione di Valerio Calzolaio