Camminare (Le brevi di Valerio 344)

Stefano Catone
Camminare. Lungo i confini e oltre
People Gallarate, 2019

Fra ecosistemi e spazi. A piedi, quelle volte che è capitato. Lo scrittore editore Stefano Catone (Gallarate, 1986) narra circa 35 brevi storie di persone, luoghi, fenomeni, relazioni che si possono incontrare (o reincontrare) camminando, così distinti: confini, acqua, passaggi, vette, frontiere, rifugi, rotte. Soli o in compagnia, qualcuno c’era già passato e ne ha lasciato una traccia, condivisa o conflittuale, comunque raccontabile con semplicità ed emozione, a partire dalle fughe, dalle guerre, dalle persecuzioni. Molti sono gli spunti connessi alle nostre Alpi, di ieri e di oggi, ovviamente. Ma Camminare aiuta a comprendere meglio anche l’unico agglomerato urbano di El Paso – Ciudad Juárez, i Balcani, le linee che i cambiamenti climatici spostano sui monti e nelle valli, toponimia e cartografia. Oggi appare difficile che possa esistere un cammino non condiviso, anche se purtroppo si continuano a costruire muri e barriere.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Happy happy – perché non provare?

Lars-Johan Åge
Happy Happy. Il metodo svedese della negoziazione felice
Longanesi, 2020 (originale 2019)
Traduzione di Andrea Berardini

Di “giallo” ha solo la copertina, eppure ho letto l’estratto di Happy happy (uscito oggi in Italia) con enorme entusiasmo, tanto che ho deciso di parlarne subito.
Cosa mi ha colpito?
Innanzitutto Happy happy dà riscontro a precise esigenze personali e lavorative di questa fase della mia vita; certo, questo in sé non sarebbe un valido motivo per consigliarlo ad altri, giusto? Ma, riflettendo, ho pensato che conoscere questo metodo di negoziazione mi sarebbe servito anche in passato, e probabilmente anche in altre situazioni. Inoltre mi sarebbe stato utile che anche i miei interlocutori avessero conoscenza di certe dinamiche. Quindi, ho pensato, forse non si tratta solo di un’esigenza personale e circoscritta, ma è probabile che anche altri, in diversi contesti, avvertano le stesse difficoltà.
In secondo luogo, perché il testo è scritto in modo molto chiaro (presumo che sia anche merito di una traduzione efficace e rispettosa), il che aiuta, quando si affrontano temi che è necessario “metabolizzare” e assorbire. A fronte del rischio di banalizzare (spero di no, ma ne avrò conferma solo a fine lettura), ricordo innanzitutto a me stessa che ogni cosa, anche la più complessa, deve poter essere spiegata in modo semplice e comprensibile, e che riuscire a farlo è un enorme pregio, non un difetto.

Terzo motivo: perché è una guida pratica alla negoziazione, di pronto utilizzo, che fin dall’inizio svela quali siano i “cinque passi” del metodo happy-happy e le differenze con il tradizionale win-win, a partire da una, fondamentale: il win-win è l’esito auspicato nelle situazioni competitive, ma la maggior parte delle situazioni quotidiane sono collaborative, non competitive. Nelle situazioni collaborative, il risultato della negoziazione non è un punto di arrivo, ma di partenza: per questo motivo è importante chiudere la negoziazione e iniziare la collaborazione in modo soddisfacente per tutte le parti trattanti, e questo può avvenire solo se anche il percorso negoziale è stato condotto positivamente.
Mi è capitato, come penso a molti, di aver “vinto” un risultato o raggiunto un accordo apparentemente win-win nel contenuto, ma di aver sofferto talmente tanto nella fase della trattativa da pensare “ma chi me l’ha fatto fare?”. Ecco, non voglio più sentirmi così.
Date queste premesse ho ritenuto che Happy happy meritasse la mia attenzione e, spero, anche la vostra. Se lo leggerete, lasciate un commento qua sotto per farmi sapere cosa ne pensate.

Nero come la notte (Le gialle di Valerio 227)

Tullio Avoledo
Nero come la notte
Marsilio Venezia, 2020
Noir

Pista Prima, nordest. Febbraio 2020. Molti chiamano la città Pista Prima per via di un vecchio libro in cui uno scrittore aveva così rinominato la sua, prendendo spunto da George Orwell, un luogo a suo tempo molto vivibile e oggi in crisi (come tanti altri). Il peggior quartiere è un quotidiano esperimento di sopravvivenza, “le Zattere”, piaga bubbone pustola ovvero area di un ricco progetto urbanistico abbandonato e di successivi falliti tentativi di riqualificata speculazione, ormai ecomostro acquisito e lontano dal centro con quattro enormi edifici degradati (uno bruciato), canali nebbiosi, strade dismesse, campi spogli, discariche abusive, viadotti incompiuti, tunnel pericolosi, informali mercati, precari insediamenti ovunque nella sterpaglia, centinaia e centinaia di persone periferiche di tutti i generi, tipi, colori, odori e lingue, funzioni, attività. Niente fognature illuminazione servizi, un mondo a parte con regole proprie e un Consiglio di tre che presiede alcune scelte di convivenza minima fra i migranti irregolari. Lì si risveglia Sergio Stokar, malmesso fisicamente (neanche più possibilità di sane erezioni) con vaghi ricordi di quel che era e avvenne. Un poco rimesso in sesto da uno strano medico in uno strano ambulatorio, continuando a sognare i trascorsi di alcol droghe sesso, accettano di farlo rimanere incaricato di diventare una specie di sceriffo. Era un poliziotto forte, capace, famoso e molto fascista razzista, prima di sbroccare. Vien presto fuori che sono state atrocemente uccise delle ragazze, fra di loro una splendida prostituta polacca che lui aveva amato. Ci si mette d’impegno per scoprire i colpevoli, per quel che può, con continue incursioni nella vita urbana che conosciamo, fra criminali di tutte le risme collusi con poteri di ogni tipo.

L’ottimo bancario scrittore Tullio Avoledo (Valvasone, provincia di Pordenone, 1957) ancora una volta (dopo quasi una quindicina di romanzi in poco più di 15 anni) affresca un mondo letterario contiguo agli ecosistemi umani reali, cupo e affascinante, compatto e turbinante. La narrazione in prima persona è del 50enne derelitto bipolare investigatore che, però, lui stesso (con frequenti corsivi) ricorda confusamente la moglie e il divorzio (poi Maria Luz e Dolores), non distingue chiaramente gli incubi dai pericoli, e soprattutto non conosce bene cosa è accaduto per farlo rinascere come Lazzaro, cosa di vero o falso c’è nella propria testa sul passato e sul presente, chi e perché in vario modo lo manovra, lo attrae e respinge. Non (gli) mancheranno ovviamente incontri sanguinolenti, snuff movies, complotti, stragi. Innumerevoli i personaggi rimarchevoli efficacemente delineati. Del resto, nel prologo (in terza persona) il 31 dicembre 1999 l’Albanese aveva già accoltellato a morte lo Zingaro per costruirsi un futuro. Per tutti, comunque, del domani non vi è certezza, mentre Sergio tiene almeno fermi il legame verso gli affetti sentimentali e l’odio per l’avidità cinica. Titolo noir (non molto originale) da un verso di Milton. Continui e precisi i tristi riferimenti all’oggi, dai recenti governi della montante marea di merda populista all’ordinanza comunale del 2017 che vieta di dare cibo ai colombi. Ogni tanto appare grappa di qualità, almeno downtown. Suonerie, canzoni e concerti di vario credo politico e musicale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Generazione desaparecida (Le brevi di Valerio 343)

Giordano Vecchietti
Generazione desaparecida. Storie di esili e ritorni di una generazione perduta nel Cile della dittatura militare
Ventura Senigallia, 2019
Romanzo

Cile e Italia. 1973-2019. Martedì 11 settembre 1973 alle 7 e 10 il 25enne Pepe-José sente gli elicotteri e si sveglia di soprassalto. Su richiesta esplicita del Partito, da un paio di settimane vive solo a Valparaiso, lontano dalla famiglia (genitori e tre sorelle). Ascoltando i canali radio trova solo musiche e marce militari, capisce che il golpe è iniziato, deve mettersi al sicuro, nella tasca del giaccone ha una pistola datagli da un caro compagno della scorta del Presidente. Il popolo di Unidad Popular lo aiuta, scappa.
Con acume, freddezza e ironia, Giordano Vecchietti (Ancona, 1959) racconta la storia di un cileno della Generazione desaparecida, uno di loro, uno di noi, che combatte per le sue idee contro la violenza della Storia, “il più grave affronto alla democrazia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con un governo rovesciato, i militari al potere, le deportazioni, le sparizioni di massa, le uccisioni” (Restuccia nella Prefazione), un romanzo bello e verosimile.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… La ragazza col cappotto rosso

Nicoletta Sipos
La ragazza col cappotto rosso
Piemme, 2020

La ragazza col cappotto rosso, nuovo romanzo di Nicoletta Sipos ispirato a una storia vera, riprende molti dei temi di La promessa del tramonto con nuove atroci e dettagliate testimonianze sulla persecuzione nazista in Ungheria e sul successivo e drammatico avvento dell’era comunista e la repentina calata della Cortina di Ferro.
Nives Schwartz, coprotagonista e voce narrante della storia, ignorava che la madre Sara conservasse gelosamente alcuni segreti. Tuttavia dopo la sua morte, inattesa benché fosse ammalata da tempo, sarà costretta a mettere da parte il dolore e ad accollarsi le tante incombenze necessarie per svuotare completamente la casa e ridistribuire i ricordi e le testimonianze di un’intera vita. Ma, quando crederà di aver finalmente portato a termine il suo compito, troverà, seminascosta in cima allo scaffale più alto del ripostiglio, una scatola di latta da biscotti. Dopo averla infilata in un borsone di plastica, la porterà in ufficio e la dimenticherà per giorni prima di trovare il tempo di aprirla. Dentro, solo una vecchia fotografia di due ragazzi sconosciuti, un passaporto ungherese del 1950, altre cianfrusaglie ma anche una lettera in una busta indirizzata a sua madre. Incuriosita, l’aprirà e, benché sconvolta dalla terribile prima frase, continuerà a leggere. Tuttavia forse certi segreti appartengono solo agli altri perché quelle pagine la costringono a confrontarsi all’improvviso con un mondo di spaventose verità, ignorate per più di mezzo secolo.
Una donna, dal tono un’amica, di nome Bekka Kis aveva scritto nel 1965 una lunga lettera a sua madre, confidando le proprie angosce, la indimenticabile sofferenza di essere sopravvissuta alla Shoah, la perdita di coloro che amava e soprattutto la convinzione di non aver saputo impedire, per mero istinto di sopravvivenza o forse per vigliaccheria, la morte di tanti. Da quel momento, Nives sente di dover ritrovare Bekka Kis. Sarà una difficile ricerca, e poi un tuffo nei segreti più intimi della sua famiglia, per riportare alla luce tante incomprensibili verità legate a Bekka, o meglio Rebecca Fischer, l’indomita e decisa protagonista del romanzo, diciassettenne ebrea della buona borghesia, figlia di un antiquario di Szeged. Orfana di madre, il padre, la matrigna e tutta la famiglia non le hanno mai voluto imporre precisi vincoli, Bekka è una specie di sfrenato e scatenato maschiaccio, che ama studiare e dipingere. Capacità che la porteranno prima al collegio ebraico di Budapest poi addirittura farsi accettare all’Accademia nazionale d’arte. Ma siamo nell’autunno del 1943, il resto del mondo è in tumulto e l’innamoramento di Bekka, ricambiato, per il figlio del suo professore di pittura non fermerà la catastrofe che nella primavera del 1944 sta per infrangere il suo universo. Un occasionale viaggio di ritorno a casa per correre al capezzale della nonna materna infatti la farà cadere, a fine maggio, con tutta la famiglia, in una retata nazista, strappandola alla sua vita. È un’indomita ribelle che lotta per sopravvivere con una determinazione che le vale il rispetto dei suoi aguzzini. L’ultimo regalo dei genitori – un bellissimo cappotto rosso – diventerà il suo talismano. L’unico simbolo di quella che pareva una resistenza impossibile, l’unico raggio di speranza quando sembra che non resti più niente.

Romanzo emozionante e coinvolgente, per la commovente confessione/rivelazione di Bekka alla figlia della sua vecchia amica Sara. La storia di uno splendido amore che è andato oltre la morte ma anche la storia di un percorso durissimo, un lungo e triste percorso che va dalle prime persecuzioni, all’inferno del viaggio verso il campo di smistamento di Auschwitz, alla miracolosa fuga e alle successive infinite scelte e peripezie per salvarsi. Un viaggio nel cuore più fragile e dilaniato della Seconda guerra mondiale, la spiegazioni di quell’inconscio e irrazionale senso di colpa per avercela fatta che solo i sopravvissuti possono provare. Ma sarà anche la storia di un amore più forte della guerra, della separazione. Più forte della morte. Un romanzo che racconta di quel cupo dolore dentro, che in un certo senso segnerà tutta la vita di Bekka. Quel suo sentirsi un granello di sabbia tra milioni di altri sterminati, annientati dalla implacabile e perversa follia di un solo uomo.
Un libro che consiglio: bisogna leggere queste buie pagine di storia anche solo per coltivare la speranza che quanto di orrendo e inutilmente crudele accadde allora non debba ripetersi mai più.

Nicoletta Sipos è sposata, madre di quattro figli e nonna di sei nipoti. Dopo avere vissuto in Ungheria, in Germania e negli Stati Uniti risiede da tempo a Milano. Ha mezzo secolo di esperienza in quotidiani e settimanali. Ha pubblicato Il buio oltre la porta e Perché io no, entrambi per Sperling & Kupfer, e La promessa del tramonto (Premio Giuditta 2018) per Garzanti. Due suoi romanzi – Favola in nero e Storia di Chiara – sono apparsi in tedesco presso Zebulon Verlag.

La signora del martedì (Le gialle di Valerio 226)

Massimo Carlotto
La signora del martedì
Edizioni e/o, 2020
Noir

Una città universitaria e padana del nord. L’ottobre di qualche anno fa (in cui si celebra la festa del patrono). Da poco Bonamente Fanzago (due cognomi storici), simpatico 41enne dal fisico scolpito, ha avuto un ictus e non l’ha detto a nessuno nell’ambiente di lavoro: fa stabilmente l’attore porno di giorno e saltuariamente il gigolò di notte, la concorrenza è giovane e agguerrita, lui si sente ormai perso e piange spesso; nato in un’ambiziosa famiglia benestante, ha rotto ogni ponte con parenti e amici, vive solo da quindici anni presso la pensione Lisbona nella camera numero tre; lì da nove anni tutti i martedì dalle 15 alle 16 incontra una signora che lo paga per essere scopata e/o leccata, lui da un po’ se ne è pure innamorato sebbene non ne conosca nome e attività. Il proprietario dell’alberghetto è Alfredo Guastini, ultrasessantenne magro e delicato, che all’interno del domestico luogo di lavoro si veste da donna e parla declinandosi al femminile; ha trascorsi di checca in Portogallo e nuovi amori da quando è tornato; si è affezionato al fedele cliente, lo spinge a ritirarsi in pensione e decide di seguire di nascosto la signora per aiutarlo (magari a lasciarla e dimenticarsene). Lei si chiama in realtà Alfonsina Nanà Malacrida, era una prostituta e ha fatto il carcere ingiustamente accusata, prima di essere accolta da un avvocato che ne ha scoperto l’innocenza; ora vive con lui in un appartamento che le ha messo a disposizione e, sotto pseudonimo, scrive libri per bambini; quando l’attore si è dichiarato ha deciso di iniziarlo ai distillati. È quasi un incrocio di triangoli e la situazione s’incattivisce; Bonamente, Alfredo e Alfonsina sono costretti ad aggiustare le loro precarie disperate doppie vite; arrabbiature e caso li portano a commettere crimini, a contrapporsi e a nascondersi; fortunatamente interviene un ottimo glaciale esperto investigatore privato con un paio di stivali texani sopra il bordo dei jeans, noto per muoversi sempre ai confini tra legalità e illegalità, che non si smentisce.

Il grande scrittore Massimo Carlotto (Padova, 1956) invecchia bene come i distillati di qualità. Con il nuovo bel romanzo si concede umori inediti nello sfondo criminale del noir e ci fa gustare sapori inconsueti (non così nudi e crudi come nel passato), strabordando i confini del genere per descrivere la morbosa società dello spettacolo e l’acida illegalità che priva i cittadini di diritti e servizi. Narra in terza varia, soprattutto sui magnifici tre naufraghi, mesti ma animati di buoni sentimenti, e cerca di esplorare la sorte o la scelta di avere una doppia seconda vita: ciò che accade a chi ha venduto (in vario modo) il proprio corpo quando diventa vecchio (per l’età o il mestiere) costretto a fare i conti con tutte le declinazioni della sopravvivenza (con note di resistenza, ribellione, sesso, latitanza e goffi tentativi di rimozione del passato) per affrontare una vecchiaia non contemplata dalla stragrande maggioranza delle brave persone. Noi umani tendiamo a creare micro realtà totalmente clandestine o addirittura seconde vite, nella mente o nella pratica. Come al solito, l’autore prima si è lungamente documentato intervistando travestiti e altri vitali doppioviventi, approfondendo le loro tipologie di sotterfugi per non innescare conflitti familiari o di coppia (dall’esito infausto). L’episodio delittuoso che mette in moto il meccanismo narrativo è un po’ diverso dal solito, banale e casuale come spesso accade nella realtà delle coincidenze, utile per raccontare gli effetti collaterali sui tre protagonisti che ne sono coinvolti; qualcuno impara a uccidere, ciascuno si confronta con le bugie e il crimine. Si rovescia così la centralità della relazione tra trama e delitto, privilegiando punti di vista che il genere può talora sacrificare sull’altare dell’intreccio focalizzato su vittima, carnefice, luogo e indagini. Il godibile appassionante scorrere del romanzo diventa l’occasione per decine di acute intrecciate minibiografie. Carlotto non ha usato pseudonimi ed è stato guida e maestro per molti autori, qui suggerisce spunti e appunti autobiografici nella descrizione di Nanà sottoposta al circo della cronaca nera e della tecnica poliziesca. Erudita specifica consulenza per whisky, gin, rum e tequila; generico il rosso abruzzese. In esergo Claudio Lolli, poi la colonna sonora fa canticchiare in più direzioni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2020

Un salutone a tutti i lettori!

Furto d’identità di Boileau-Narcejac, Il Giallo Mondadori 2019.
Trattasi di diciotto racconti (se non ho contato male) alla maniera di certi grandi autori del poliziesco dove incontreremo tanti amati beniamini rimasti nei nostri cuori. Impossibile parlare di tutti. Vediamo, allora, cosa si può fare.
Intanto si parte da Sherlock Holmes. Anno 1889 “particolarmente gravido di crimini.” Il collezionista di monete John Bancroft chiede il suo aiuto. Ama la signorina Maisy perseguitata da lettere minatorie che a un certo punto scompare lasciando tracce di sangue. Dopo una breve perlustrazione sul luogo dell’accaduto per Sherlock tutto è molto semplice e sa pure indicare l’aspetto, il lavoro e l’abuso di cocaina dell’assassino lasciando Watson a bocca spalancata. Scontro finale e relativa sorpresa…
Altro grande personaggio Padre Brown che si trova a sciogliere il mistero di una seduta di spiritismo, dove ci scappa il morto colpito da un coltello infilato tra le scapole. Per lui basta ripetere la seduta, questa volta con la sua presenza, per smascherare l’assassino…
Potremo poi incontrare il distinto Lord Peter Wimsey alle prese con il cognato ispettore Parker che sospetta la signorina Mary dell’uccisione di lady Ballister. Come figlia gelosa della nuova moglie del padre. E c’è pure una lettera della suddetta, fuggita, che ammette l’omicidio. Ma Peter Wimsey è tosto, non si lascia fuorviare, anche perché ci sono certi pidocchi in giro…
A risolvere il mistero di un mostro che affoga i pescatori a Loch Bliss arriva il piccoletto belga Hercule Poirot “dai modi cerimoniosi e quasi timidi”. Ritenuto pure vanitoso e un po’ matto. Per lui, comunque, il mostro esiste davvero, ha due braccia e due gambe e “il cervello di un demonio”. Occorre solo osservare attentamente un vecchio pescatore maldestro che sta lanciando l’esca…
Con certi palloncini rossi appesi a determinati appartamenti dove ci scappa il morto se la deve vedere, invece, Ellery Queen. Tra l’altro contro una banda di gangster. Mica facile. Ma lui potrebbe sfruttare proprio un palloncino rosso per sciogliere l’enigma…
Tra i vari personaggi famosi non manca certo Maigret. Trattasi della sua penultima indagine. Non sta bene, è stanco e febbricitante. Deve scoprire l’assassino di Marcenac, genero dei Dufaure-Verneuil, ucciso con un colpo di pistola che non si trova. Per l’ispettore Janvier si tratta della moglie fuggita con l’amante. Chiaro, lapalissiano. Ma non per Maigret. Parlando con i membri della famiglia e osservando bene il luogo del delitto si può giungere alla verità. Vedi pantofole che mancano e un certo odore di cloroformio…
Anche la stazza voluminosa di Nero Wolfe con il simpatico aiutante Archie è presente in questa pregevole raccolta attirato da impossibili orchidee rosse e dal risolvere il caso di sir Lawrence Tyndall che ha messo a punto una macchina capace di bloccare un motore, anche aereo, a chilometri di distanza. Bersagliato da attentati e furti nella sua casa fino alla sua uccisione. Ma certo l’assassino non può sfuggire al voluminoso, infallibile detective. C’è il passo dell’anatra che risolve il mistero…
A rappresentare il giallo prettamente d’azione, il thriller insomma, con la sua efferata brutalità e ferocia abbiamo, per esempio, Andy alla maniera di James Hadley Chase. Un ragazzo, un giovane ladro che piano piano scopre la sua insita violenza…
Non manca neppure la spy-story con Sua Altezza Serenissima Malko Linge preso dal problema dei gopher (giuro)…
e neppure il racconto prettamente umoristico dove Ange e Sandrine cercano di far fuori il nonno Pepé. Ma i nonni non sono mica così tonti…
E poi ce ne arriveranno altri come Lupin, Nestor Burma, Simon Templar…
E qui mi fermo. Per parlare di tutti ci vorrebbe un libro intero. Tanti nostri eroi con le loro straordinarie caratteristiche ben riprodotte dagli autori a svelare astuzie diaboliche e crimini efferati. Cervello e movimento spesso compagni di frizzante avventura, personaggi ben calibrati, vivi, concreti immersi in una ambientazione ottimamente costruita dove anche il tempo ha la sua parte nel creare un’atmosfera di suspense e di paura (il vento che fischia, la pioggia a raffica…), oppure i classici passi nel buio e pericoli inaspettati che possono venire anche da un cane fedele. Vi troviamo violenza e brutalità ma pure sorriso e ironia sparsi al punto giusto, dubbi, incertezze, la luce che si accende improvvisa, le “spalle” incredule a rendere ancor più geniali i veri protagonisti. E poi il denaro, l’invidia, l’amore, la passione, e altri oscuri sentimenti che spingono al delitto. D’accordo, qualche volta gli autori esagerano nel creare meccanismi estremamente complicati, al limite del credibile ma sono pur sempre piccoli nei di fronte all’eccellenza di tutto il resto.
Un furto d’identità ben congegnato e riuscito.
Per La storia del Giallo Mondadori l’undicesima puntata su Gli anni Ottanta di Mauro Boncompagni.
Questa volta incontreremo Stuart Kaminsky, Robert B. Parker, James Crumley, Tony Hillerman, Pierre Boileau e Thomas Narcejac, Margaret Doody, Anne Perry, Peter Lovesey, Leo Bruce, Rupert Croft-Cooke insieme alle puntuali osservazioni del nostro Mauro.

La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, Einaudi 2019.
Bari, febbraio 2014. “Ciao, Guido. Non mi riconosci? Sono Lorenza”. È proprio Lorenza, Lorenza Delle Foglie che si presenta davanti all’avvocato Guido Guerrieri dopo tanto tempo dalla loro relazione. Dopo ventisette anni. Cambiata. Non più bella e affascinante. Ora alta, magra, dai capelli grigi. Un’altra. Il Tempo, il Tempo, uno dei personaggi principali della storia…
Chiede aiuto. Suo figlio Jacopo Cardace è stato condannato ingiustamente per omicidio di primo grado, e l’avvocato Costamagna che lo aveva difeso è morto. Via alla lettura degli incartamenti e della sentenza in cui, però, “si motivava in modo adeguato la condanna che pareva del tutto fondata”. Una brutta gatta da pelare.
Non c’è tempo da perdere, l’avvocato inizia il lavoro coadiuvato dalla collega Consuelo (sempre dalla parte delle vittime) e dal duo investigativo Tancredi-Annapaola, quest’ultima la sua fidanzata-non fidanzata molto più giovane. Un primo aspetto da tenere presente: la difesa di Costamagna, che durante quel periodo non stava bene, è debole e deficitaria. Altro punto da sondare: le polveri da sparo ritrovate sui vestiti del ragazzo spacciatore…
Narrazione in prima persona da un Guerrieri cambiato, un uomo più maturo che ha lasciato da parte perfino le sigarette e cucina meglio di prima (spaghetti all’assassina). Gran parte del libro è dedicata al nuovo processo, agli interrogatori dei testimoni e dell’accusato, agli scontri accusa-difesa, insomma alle sottigliezze dell’una e dell’altra parte dove la verità, quella vera, sembra irraggiungibile. Si mette in rilievo l’importanza e la difficoltà del sistema giudiziario, le soluzioni che vanno trovate di volta in volta attraverso “la capacità di convivere con l’incertezza, con l’opacità del reale.” Come a dire niente è perfettamente sicuro. “Tutto diventa quotidianità, le persone fascicoli e carte.”
Accanto alle indagini e al processo i ricordi dei genitori, i ricordi di se stesso e dei suoi cambiamenti, la storia con Lorenza completamente diversa da lui, sempre pronta a provocarlo, a manipolare i discorsi. Belle, invece, le loro conversazioni sui libri, soprattutto sulle fiabe che fanno capire il lato oscuro dentro di noi. Poi ad un certo punto il distacco improvviso, così, senza un motivo logico.
Qualche momento di relax con Mr. Sacco o al ristorante Il piede di porco di Orazio. Spaghetti con frutti di mare e liquore al finocchietto selvatico per finire, altrimenti all’Osteria del Caffellatte, nonostante il nome una libreria di Ottavio, spunti sul bullismo, chiacchierata con un cliente che cura i problemi esistenziali attraverso la filosofia.
Indagine, ricordi, vita reale ma il lettore è sempre con la mente al rapporto Guido-Lorenza per sapere come finirà, se ci sarà qualcosa di nuovo, di inaspettato. Con il Tempo a muovere le fila della vita. A scorrere lento o veloce secondo le età. A farci cambiare o restare ancora noi stessi.

Natale di sangue di Augusto de Angelis, Leo Bruce e Edgar Wallace, Il Giallo Mondadori 2019.
Il do tragico di Augusto de Angelis
“Il do maggiore fu preso di slancio, con agilità e fu tenuto con sciolta franchezza. Una voce d’oro”. Per poco, che ad un tratto la voce della bella soprano Sofia Milena Scimanova, che canta la romanza della Lucia “Quando rapita in estasi” negli studi dell’EIAR, si spezza. È successo qualcosa. Qualcosa di strano perché si è come addormentata. Portata nella sala d’aspetto ad un certo punto va via la luce e… si scoprirà in seguito essere stata uccisa con uno spillone nel cuore. Abitava all’hotel Bristol dove, guarda caso, è arrivato anche il gangster americano Romney Bypas alias Kid Tiger. Altro fatto strano sei buste azzurre recapitate a sei destinatari che provocano in loro grande terrore. Bel guazzabuglio per il commissario De Angelis della squadra Mobile di Milano interessato soprattutto al “mistero dell’anima umana”, alla “psicologia delle persone che egli studiava con accanimento, con passione, con sofferenza…” Caso strano e complesso, numerosi, troppo numerosi gli indiziati “Nove persone attorno a una addormentata. Cinque minuti di oscurità e una di quelle nove persone compie il delitto. Quale di esse?” Occorre conoscere bene la personalità di Sofia, interrogare tutti i testimoni, verificare le loro affermazioni, scoprire i legami con le buste azzurre e Kid Tiger. Mentre, tra l’altro, scoppia un incendio al Bristol proprio nelle stanze dove abitava l’uccisa. La quale, aggiungo, era stata sottoposta a ipnosi per addormentarsi a una certa ora, e questo avviene proprio mentre canta la summenzionata romanza… Caso strano, complesso e difficilissimo ma niente può sfuggire al nostro commissario seguace imperterrito di Freud.
Capolavoro di Augusto De Angelis che costruisce un plot ottimamente congegnato attraverso anche una grande cura nella costruzione variegata, non priva di humor, dei personaggi a partire dalla stessa, affascinante, diabolica Sofia, per continuare con gli altri, ognuno con le sue particolari caratteristiche.
Diario di un assassino di Leo Bruce
Si parte proprio dal diario di un assassino. Egli ucciderà senza un movente e non verrà mai scoperto. Su un lungomare di un piccolo centro balneare, con un martello che già possiede, durante una sera buia di novembre e dicembre. Allora conoscerà “la sublime sensazione di essere un assassino”. Un assassino di un delitto perfetto.
Si passa all’hotel Queen Victoria di Selby-on-Sea. Arriva un tizio strano. Un presunto morto, dichiara di essere alle due ragazze dell’hotel. Si riempie di whisky e via sul lungomare. Qui, seduto su una delle pensiline, viene trovato morto davvero dal poliziotto Sitwell con il cranio fracassato da un grosso martello ai suoi piedi. Ecco pronto il lavoro per l’ispettore John Moore e per l’amico Carolus Deene “Professore Emerito di Storia presso la Queen’s School di Newminster”, profondo conoscitore e appassionato di alcuni dei più celebri delitti del passato. Seguiremo lui e i suoi metodi basati sulla logica. Intanto il morto è Ernest Rafter, odiato collaborazionista per aver passato informazioni ai giapponesi e creduto davvero morto. Via alla ricostruzione dell’accaduto. Colloqui con i familiari, con le ragazze del locale, ricostruzione metodica dei suoi ultimi movimenti e dei passanti che erano circolati a quell’ora sul luogo del delitto. Ricostruzione precisa, dettagliata, ma manca il movente. Manca davvero un movente credibile. E arriva un altro delitto con le stesse modalità di esecuzione. Beh, ora qualcosa si incomincia ad intravedere. Che sia il Caso, il Destino, un elemento imponderabile a fornire l’indizio utile?… Ci penserà Carolus a sbrogliare l’incredibile matassa.
Il caso Chopam di Edgar Wallace
E il Caso, l’Imprevisto è proprio il personaggio principale di questo racconto. Alphonse o Alphonso Riebiera è un uomo che ci sa fare con le donne. Specie se maritate. Le conquista e le ricatta fino a quando il marito di una di esse non scopre il suo “gioco”. Allora gliela farà pagare cara. E infatti verrà trovato ucciso da un colpo di pistola sparato da un tizio a sua volta ucciso da lui. Ma qualcosa non quadra. L’assassino doveva essere il marito e invece… Cosa è veramente successo?…
Ancora una scelta oculata e ben calibrata del nostro Mauro Boncompagni. Tre capolavori ambientati durante le feste natalizie tra psicologia, logica ed evento inatteso a creare interesse, attenzione, sgomento nel lettore attratto da plot assolutamente intriganti. Sempre tenuto sul chi vive dentro atmosfere incerte e nebulose costruite con garbo, leggerezza e ironia. Il tutto presentato all’inizio con una bella ed efficace introduzione.

Un mondo di ferro di Marco Bettalli, Laterza 2019.
Il regalo più bello di Natale è stato questo libro dell’amico Marco, professore di Storia greca all’Università di Siena (anche ottimo giocatore di scacchi), che mi ha riportato indietro nel tempo ai miei studi di Storia moderna con il prof. Giorgio Spini (lo cito sempre con ingenuo, fanciullesco entusiasmo). Un libro, lo dico subito, bello, raffinato, elegante. Di gradevole lettura su un argomento così complesso e fascinoso come la guerra nel mondo antico.
Intanto l’autore nella Introduzione chiarisce subito le sue scelte: niente storia evenemenziale disposta cronologicamente; niente storia antiquaria; niente storia decisa dalle strategie dei comandanti. Piuttosto storia vista dal basso, ovvero “l’analisi del fenomeno guerra all’interno delle società antiche”.
Poi ci inoltriamo, sotto la sua esperta guida, nel passato. In un passato lontano di guerre, di assedi, di lotte per mare e per terra. Di eserciti greci, romani, macedoni, persiani, cartaginesi ognuno con le proprie caratteristiche, con i propri punti di forza e debolezza. Di nomi fascinosi e roboanti che ci riportano ai nostri studi fanciulleschi: Epaminonda, Milziade, Ciro il Giovane, Filippo V, Scipione l’Africano, Tito Quinzio Flaminino, Claudio Marcello, Alessandro Magno, Annibale e via di seguito, tanto per citarne alcuni sparsi nel tempo in qua e là. Di nomi, ancor più fascinosi degli storici che hanno raccontato quei momenti drammaticamente terribili e stupendi: Plutarco, Senofonte, Polibio, Strabone, Erodoto, Tucidide, eccetera, eccetera.
Quanti nomi, quante storie! Con la guerra piantata saldamente al centro. La guerra di Troia, le guerre persiane e del Peloponneso, quelle di Alessandro Magno e quella, epica, di Annibale. Vista nelle sue varie sfaccettature, come educazione, esaltazione, fine a se stessa e terrore. Intorno ad essa i generali, i soldati (opliti, psilòi, peltasti, mercenari), le armi, le tattiche, il rapporto con la religione (vedi il timore degli dei, i sacrifici, gli oracoli, gli indovini), con la società, la sua cultura, la sua arte (poesia, filosofia, teatro, storia) e le sue classi sociali (aristocratici, proprietari terrieri, poveri derelitti). Una guerra di uomini (ci sarebbero volute migliaia di Lisistrate per cercare di fermarla) necessaria e inevitabile, quasi fenomeno naturale collegato alla vita. Una guerra “etica”, individuale e di massa, a stretto contatto con la politica (le due sfere “in larga misura coincidono”), attraverso la quale si scopriva il valore del singolo, della persona, il valore del coraggio e dell’obbedienza, per risolvere certi problemi, certi inevitabili contrasti. Una vera manna di arricchimento per moltissime persone insieme ad una marea stupefacente di derelitti e di morti.
Lo studio è accurato, accuratissimo, ricco di fonti e citazioni (anche in chiave moderna) corredato, alla fine, da cartine, cronologia e incredibile bibliografia. Un racconto dotto e complesso senza mai cadere nel pesante, attraverso una esposizione leggera, limpida, veloce, incasellata dentro brevi capitoli. Ascoltiamo il nostro Marco Bettalli proiettati in un mondo lontano. In un mondo di ferro. Con un chiaro, semplice, passionale intento “Il mondo antico era quello che era, né più bello né più brutto del nostro. Era solo diverso, e mi piacerebbe che queste pagine mettessero in risalto un po’ di questa diversità e servissero, almeno in piccola parte, a comprendere l’universo mentale dei suoi abitanti. Non per renderli scioccamente più vicini: ma per lasciarli là dove si trovano, con grande rispetto e, perché no, anche un po’ d’amore”.
Leggendo il libro talvolta sembra davvero di essere lì, con i grandi del passato, ad assistere, meravigliati, alle loro storie, ai fatti che hanno vissuto, visto o studiato. A seguire, da lontano, le operazioni di un assedio, lo scontro di una battaglia navale o campale, le gesta eroiche di un grande condottiero. Oppure ad aspettare intrepidi e ansiosi, insieme agli altri soldati, sotto pesanti armature e il caldo asfissiante, l’arrivo del nemico, pronti a combattere e morire per qualcosa in cui crediamo o ci hanno fatto credere.
Dello stesso autore ricordo anche Mercenari. Il mestiere delle armi nel mondo greco antico, Carocci 2013.

I Maigret di Marco Bettalli

Le vacanze di Maigret del 1948
L’abbiamo già visto in pensione, in “esilio”, in missione o nella sua Parigi. Ora Maigret è in vacanza a Les Sables, località di mare in Vandea, ben conosciuta da Simenon che vi soggiornò un anno, e l’ambientazione è funzionale a introdurre mille situazioni che suscitano il sorriso: perché Maigret, in realtà, è antitetico al concetto di vacanza, non va al mare, non ha hobby, odia il sole e il caldo, non legge, non sa che fare e, in buona sostanza, beve come una spugna. In questo caso, poi, la cosa si complica per l’improvviso attacco di appendicite della signora Maigret, utile solamente a veicolare l’inizio del caso e a scatenare Simenon nella descrizione rispettosa quanto velenosa delle suore che dominano nel piccolo ospedale di provincia. Al di là di tutte le amenità e delle consuete punzecchiature sociali, con il commissario particolarmente insofferente della buona borghesia e a suo agio con pescivendole e gente da poco, il giallo, ancora una volta non giallo (il colpevole è il primo e unico sospettato fin dalle prime pagine), è a tinte foschissime, con l’uccisione a sangue freddo di una ragazzina e varie altre atrocità; tutto si basa sulla figura affascinante quanto improbabile del dottor Bellamy, eccezionalmente intelligente e irrimediabilmente malato d’amore e di gelosia per la sua bella moglie. Il duello ingaggiato con Maigret lo perderà, ovviamente: ma è evidente che, in qualsiasi altro caso – bastava che il commissario andasse in vacanza in qualche altro posto… – l’avrebbe fatta franca.

Firmato Picpus del 1944
Legato a ricordi infantili (è l’unico Maigret con Gino Cervi, TV fine anni 60, del quale mi ricordi qualcosa), è un bel Maigret ambientato nella Parigi accaldata d’agosto, con tutti gli ispettori e i luoghi comuni tradizionali al loro posto. Indimenticabile nel titolo (Picpus non è che una pubblicità di una ditta di traslochi in rue Picpus, entrata per caso nella trama: in romanzi successivi apparirà curiosamente come la via dove abita il dottor Pardon, amico fidato di Maigret), ha uno splendido inizio: Maigret aspetta nervoso l’assassinio preannunciato di un’indovina, l’evento si verifica puntualmente e la polizia, quando accorre sulla scena del delitto vi trova… un vecchio suonato e incappottato nonostante il caldo afoso dell’estate. Il giallo, che ci rivelerà le schifose trame di una vecchia signora, una di quelle figure intrise di cattiveria sorda, profonda e irredimibile che Simenon è maestro nel tratteggiare, tende poi un po’ a ingarbugliarsi in una macchinosità che l’autore riesce a stento a controllare. Lo scioglimento, col violentissimo temporale d’estate che fa da spartiacque e il finale con il vecchio, che si rivela di grande umanità e simpatia, coccolato al ristorante da un Maigret soddisfatto, è molto bello: l’umanità fa schifo, ma c’è per fortuna chi la comprende e, con i mezzi che ha a disposizione, punisce i colpevoli e premia le persone per bene.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Nozze per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2019.
Un proverbio dice: nozze bagnate nozze fortunate, ma queste Nozze, l’ultimo capitolo dei Bastardi di Pizzofalcone, non potranno essere fortunate perché bagnate di sangue la sera della vigilia. Il momento che avrebbe dovuto essere speciale, di festa, si trasforma in una tragedia. È inverno e anche a Napoli fa freddo, il vento s’incunea gelido sotto le vesti e magari piove… E poi una data di febbraio, decisa da un giorno all’altro, quasi un capriccio.
Ma gli sposi non badano a spese. Gente danarosa con casa residenziale in collina, fanno parte di quel mondo che può andarsi a cercare, se lo desidera, il caldo altrove, o magari il mare in lontane spiagge tropicali. E allora perché no! Affari loro. Ma quel momento, che avrebbe dovuto essere meraviglioso, si è trasformato in una tragedia. L’abito nuziale della futura sposa, che galleggia sull’acqua, ha destato l’attenzione di Costanza Giaquinto, ottantanove anni compiuti e tutta una vita passata nell’antico palazzo tirato su nel Seicento, oggi trasandato ma ancora in piedi.
Un dedalo di stanze edificato sul tufo di un piccolo promontorio naturale, che si sporge sull’azzurro del golfo, sovrastando una piccola spiaggia privata corredata da un anfratto, una grotta artificiale frequentata spesso dagli innamorati e dove, ai suoi tempi, l’originaria padrona del palazzo incontrava gli amanti. La vecchia signora affacciata alla finestra in quel pomeriggio di febbraio ha visto «che la corrente che spingeva acqua dalla riva al largo recava una grande macchia bianca. Qualcosa di ampio e setoso, con merletti e veli. Un abito da sposa. Che andava via, in direzione dell’isola simile a una figura di donna». Ha chiamato la badante per farsi portare il cappotto, è scesa con lei per vedere meglio e da vicino e nella grotta ha trovato una bella ragazza, nuda, immobile, distesa supina sulle lisce rocce di tufo, morta… Un nuovo caso per la squadra di poliziotti più scombinata ma infallibile della questura partenopea: i Bastardi di Pizzofalcone…

Le sigarette del manager di Bruno Morchio, Garzanti 2019.
Dopo una telefonata di richiesta di aiuto, Bacci Pagano, il detective dei carruggi, sfida il meteo di una capricciosa primavera che minaccia pioggia, sale sulla Vespa e si mette in strada. Sono passati otto mesi dal crollo del ponte Morandi, che ha fatto 43 morti, e quella non è una strada qualunque perché passa proprio sotto il monumentale troncone, triste e muto testimone dell’umana incuria. È la strada che porta in Val Polcevera e, invasa dalle pozzanghere, corre di fianco alle acque impetuose del torrente. Di là Bacci imbocca via San Biagio, che si arrampica sulla collina alle spalle dell’IperCoop e del centro commerciale e, approfittando della panoramica dello scenario, osserva incuriosito, già conscio della negatività di ciò che vede, le ferite inferte negli ultimi trent’anni alla valle: sono pochi gli stabilimenti ancora in funzione e gli scheletrici fossili dei gusci industriali testimoni d’un operoso passato offrono uno scarno paesaggio da archeologia industriale. Una periferia quasi irriconoscibile, torpida, immersa in un ignorante, complice sopore e con i sensi annacquati dalle colorate offerte dalle multinazionali. Poi la lottizzazione fatta di decorose villette a schiera, sovrastata da verdi e boscose colline dominate dai forti di Begato e del Fratello Minore. La sua cliente, Donatella Sampò, madre di un ragazzino di tredici anni e moglie di Oreste Mari, imprenditore scomparso sei mesi prima e sotto accusa per bancarotta fraudolenta, che abita in una delle villette, gli apre la porta. Descrive la sparizione del marito quasi come un classico spunto da barzelletta: una sera alle sette Oreste Mari lascia borsa e telefonino all’ingresso ed esce di casa dichiarando di essere rimasto senza sigarette. Non è più tornato. E nessuno, secondo lei, né fisco, né polizia lo sta veramente cercando….
Con Le sigarette del manager Bruno Morchio offre una diversa visibilità a uno dei luoghi più tormentati della sua terra, la val Polcevera, ferita gravemente dalla tragica caduta del ponte e martoriata dal susseguirsi di eventi climatici. E si serve di Bacci Pagano, il suo personaggio cult, per gridare a gran voce spregiudicate e scomode critiche ai “nemici”, quella nuova genia umana fatta di collusione malavitosa con gli uomini d’oro della ‘ndrangheta che spadroneggia nelle vite e negli umani affetti e interessi.

I cinque cadaveri di Robert Bryndza, Newton Compton 2019.
Londra 1995: un mostruoso serial killer, per la stampa “Il Cannibale di Nine Elms”, uccide barbaramente ingenue adolescenti. Gli scenari sono da grand guignol e il soprannome non è casuale: il killer, infatti, prima morde selvaggiamente le sue vittime fino a staccare larghi brandelli di carne da cosce e schiena, poi le asfissia con un busta di plastica stretta attorno al collo da una corda sottile, fermata da un nodo elaborato, con una serie di giri che si intersecano fino a formare un piccolo gomitolo chiamato “a pugno di scimmia”.
Kate Marshall ha venticinque anni, è una giovane detective bella e ambiziosa e da sedici mesi fa parte della squadra di polizia di assegnata al caso, chiamato in codice Operazione Hemlock. Un caso che da due anni ha messo la polizia con le spalle al muro. Infatti, benché il Cannibale abbia già colpito mortalmente quattro volte, sembra introvabile e inafferrabile. Nessuna traccia certa di lui. Kate Marshall però è convinta che non bisogna abbassare la guardia: prima o poi, nel suo delirio di onnipotenza, il killer commetterà un errore fatale. Non sbaglia e sarà proprio lei a catturarlo, ma la situazione che si verrà a creare, invece di essere per lei motivo d’orgoglio, arriverà a compromettere la sua carriera in polizia, la sua reputazione e per un pelo non ci rimetterà anche la vita…
Robert Bryndza, dopo l’indiscutibile successo della sua precedente serie thriller divisa in tre volumi e interpretata da una tosta e convincente Erika Foster, con I cinque cadaveri inaugura una nuova serie con protagonista Kate Marshall, personaggio forte ma inquieto, una donna con le stimmate che ha rischiato e continua a rischiare il tutto per tutto, anche la vita, stringendo i denti per sopportare ciò che verrà.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
ecco a voi il Diario di una Schiappa. Si salvi chi può! di Jeff Kinney, il Castoro 2013.
Oggi tocca proprio a me, Greg Heffley la Schiappa, raccontarvi qualcosa delle mie avventure. Jonny è malato e non può scrivere. Dunque… Questa volta mi sono cacciato in un bel guaio. Dovevo cominciare a fare qualche soldo per comprare i regali di Natale a tutta la mia famiglia. Allora mi sono messo al lavoro e ho appeso dei poster sul muro della scuola con della colla verde super forte. Nei poster ho scritto che avrei spalato la neve dei vialetti per 5 euro. Ma appena appesi i cartelloni si è messo a nevicare e sul muro sono rimaste solo tre grandi macchie verdi. Qualche giorno dopo la scuola è stata chiusa per una forte nevicata e adesso io sono qui, a casa sotto le coperte, sapendo che al rientro a scuola mi aspetterà una supermegaextra punizione.
Adesso vi racconto qualche altra stupidaggine di cui mi devo occupare… L’altro giorno non sapevo cosa fare quando ho trovato un gioco da tavolo sui trucchi di magia. Ho deciso di farne vedere uno a mio fratellino Manny e poi lui lo ha rifatto con gli occhiali di Mamma, ma non è andata molto bene perché li ha rotti. Come al solito la ramanzina me la sono beccata IO.
Andiamo avanti. Oggi Mamma mi ha chiesto di preparare un hot dog a Manny ed è quello che ho fatto. Appena cotto ci ho messo una linea perfettamente dritta di senape. Ma Manny è scoppiato in lacrime, ed io non capivo quale fosse il mio errore visto che la linea era drittissima. Dopo un po’ è arrivata Mamma e mi ha detto che Manny vuole la senape nel lato CORTO dell’hot dog.
Roba da matti!!!

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
Oggi vi presento Hänsel e Gretel dei Fratelli Grimm, Giunti 2017.
Ai margini del bosco c’è una piccola casetta dove vivono un taglialegna con la seconda moglie e due bambini. Il primo si chiama Hänsel, la seconda Gretel. Sono molto poveri e la matrigna dice ogni giorno al marito di portare i due marmocchi nel bosco e lasciarceli. La prima volta riescono a ritornare a casa perché Hänsel ha fatto cadere dei sassolini bianchi lungo la strada. La seconda volta, però, non riescono a tornare a casa perché sulla strada ha lasciato le briciole di pane mangiate dagli uccellini. I due ragazzi si perdono nel bosco e tremano di paura. Ad un certo punto trovano una casa fatta di dolci e abitata da una strega che li vuole mangiare belli grassi. Ma essi sono furbi e riescono a fuggire dopo avere spinto la strega nel forno. Poi trovano un cofanetto pieno zeppo di monete d’oro, la matrigna muore, ritrovano il loro babbo e diventano la famiglia più felice del mondo. Un racconto in certi momenti pauroso con un bel finale felice. Leggetelo!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti