Breve storia del Sudafrica (Le brevi di Valerio 380)

Albrecht Hagemann
Breve storia del Sudafrica
Il Mulino Bologna, 2020 (orig. 2018)
Traduzione di Biagio Forino
Africa

Africa meridionale. Fino ai giorni nostri. Le erette specie umane provengono dal continente nero. Anche Homo sapiens. Tutti noi. E fra le culle dell’umanità vi è quella che oggi si chiama la Repubblica del Sudafrica, circa quattro volte la superficie e quasi la stessa popolazione dell’Italia. Lo storico tedesco Albrecht Hagemann (Detmold, 1954) con Breve storia del Sudafrica offre un testo chiaro, aggiornato e utile. Inizia riferendosi a milioni di anni fa, presta attenzione ai raccoglitori cacciatori boscimani, capiamo di più su bantu, san, khoikhoi, khoisan e poi sui gruppi di comunità locali ai tempi delle prime colonizzazioni europee. I “meticci” erano allora la mescolanza di aborigeni sudafricani e schiavi di pelle scura, poi durante l’apartheid hanno designato ogni incrocio, ogni coloured. Illustra le migrazioni interne, la sconfitta del potere nero e il consolidamento della dominanza bianca, il lungo cammino verso la libertà e la democrazia, Mandela e i successivi Presidenti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Il cacciatore di tarante

Martin Rua
Il cacciatore di tarante
Rizzoli, 2020

Martin Rua, massone, appassionato di esoterismo e di riti che risalgono ad antiche consuetudini locali, ci regala un fantastico giallo avventuroso, ambientato nella cornice di Napoli e del Salento negli anni in cui, al centenario regno borbonico, subentrava il nostalgico e riottoso Mezzogiorno di un regno d’Italia appena costituito.
Siamo nel 1870, l’Italia è stata fatta ma per fare gli Italiani la strada è ancora lunga. Dal 1864 i Savoia hanno spostato la capitale da Torino a Firenze (radendo al suolo le mura e distruggendo interi quartieri della città medioevale e medicea), ma i collegamenti ferroviari Nord-Sud erano ancora precari: servivano diversi cambi e addirittura, per coprire in treno la distanza tra Roma e Napoli, appena 200 Km, ci volevano ben dodici ore. Ma l’assoluta urgenza della missione da compiere richiede la presenza del miglior funzionario piemontese del ramo, Giovanni Dell’Olmo, ispettore di pubblica sicurezza a Torino. L’unico, secondo il prefetto di Torino, conte Costantino Radicati Talice, al quale era giunto tramite il prefetto di Lecce il grido d’aiuto di un proprietario terriero del Salento.
Giovanni Dell’Olmo, spalleggiato dal duca Carlo Caracciolo de Sangro, brillante medico, docente ed esperto tossicologo presso la partenopea Università Federico II, è l’unico in grado di risolvere l’astruso caso delle morti sospette di ben tre donne, uccise da una qualche bestia velenosa… Un ragno, una letale tarantola?
Intanto i due (diciamo) detective, chiamati a collaborare dallo stato sabaudo per far luce sul caso, dovranno superare per prima cosa il loro conflitto intellettuale e di costume tra il nuovo regno piemontese e la borbonica nostalgia del Sud.
La diversità di pensiero e visione tra chi viveva nel meridione e chi nel settentrione. Di chi si sentiva liberatore e chi invece non sentiva il bisogno di essere salvato e nell’unione vedeva più una violenza che una possibilità. Realtà diverse che stentavano a conciliarsi ma potevano arrivare a farlo, con l’accettazione e il mutuo rispetto della diversità.
Sarà il caso, per i nostri eroi. Il primo, il piemontese Giovanni Dell’Olmo, è freddo, scattante, razionale e rigoroso, il secondo, Caracciolo de Sangro, padre napoletano e madre salentina, con precisi legami quindi con le ataviche credenze dell’ambiente che dovranno affrontare, uomo malinconico e geniale, ancora legato al vecchio mondo, è di nome e di fatto il discendente ideale di quel Raimondo principe di Sansevero, considerato un secolo prima il principe diavolo. Ma chi può dimenticare l’incredibile opera del Cristo velato, la perla dell’arte barocca che dobbiamo all’ispiratissimo scalpello di Sanmartino e alla fiducia accordatagli dal suo committente? Il fatto che l’opera sia stata realizzata da un unico blocco di marmo, senza l’aiuto di alcuna escogitazione alchemica, conferisce alla statua un fascino ancora maggiore. La leggenda del velo, però, è dura a morire. L’alone di mistero che avvolge il principe di Sansevero e la “liquida” trasparenza dell’impalpabile sudario continuano ad alimentarla.
Insomma sulla carta un’efficace collaborazione tra loro parrebbe impossibile. Tanto per cominciare, però, i due hanno molto in comune, a partire dall’intelligenza e dalla preparazione che li fa i migliori nel loro campo, e anche per questo invidiati, malvisti o addirittura temuti da colleghi e subordinati.
Se il primo è tanto franco da sembrare indisponente, l’altro è chiuso, altero e troppo spesso tormentato da dolorosi fantasmi che affoga nella bottiglia. Conoscendosi meglio, si scopriranno complementari, degni di rispetto, di amicizia leale e sincera tanto da arrivare addirittura a sostenersi l’un l’altro.
Per indagare sulla misteriosa morte di cinque ragazze, “calate” da quella che sembra essere una velenosissima taranta, Dell’Olmo e Caracciolo de Sangro dovranno raggiungere Ariadne, l’epicentro dei decessi, arcaico paesino rurale situato nel profondo Salento, devoto al santo Paolo, dove sorge anche il palazzo del barone Pisanelli, uno dei potenti feudatari del contado.
Proprio là, nei pressi di una grande masseria, in pochi mesi i morsi della taranta sembrano aver “calato” le braccianti che lavorano nei campi del barone, causandone l’avvelenamento e la morte. E proprio là i due protagonisti dovranno fare fronte a una sfida mortale, tra inganni, complotti, folli perversioni e mostruosi delitti. E per raggiungere la verità dovranno districarsi in un dedalo di antiche credenze, culture esoteriche e fanatismi che costringono a fare i conti anche con le insidie mortali di vecchi rivali e di inconcepibili delitti del passato. Un’orrida ragnatela intessuta da ragni umani, pronta a ghermire le prede e che inchioda il lettore fino alla fine. Una pericolosa sfida che potrebbe rivelarsi fatale.

Martin Rua (Napoli, 25 giugno 1976) è uno scrittore e studioso di esoterismo. Si è formato a Napoli, dove si è laureato in Scienze Politiche con una tesi in antropologia culturale. Ha collaborato con varie associazioni per la promozione del patrimonio culturale di Napoli. Ha pubblicato con Newton Compton due serie di successo.
La Malombra, l’inquietante figura che si nasconde nel profondo delle tenebre pronta a uccidere, come l’antica superstizione della Taranta (oggi sfruttata a fini turistici) sono la dimostrazione della permanenza a Sud di antichi riti dionisiaci sacrificali appena celati da credenze più rassicuranti.

Per antiche strade (Le varie di Valerio 137)

Mathijs Deen
Per antiche strade. Un viaggio nella storia d’Europa
Iperborea Milano, 2020 (orig. 2018)
Traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo
Storia

Europa. Dai primi umani in avanti. Qualsiasi cosa possiamo immaginare è già accaduta una volta. Molto prima che i primi viaggiatori calcassero il suolo dell’Europa, il mare aveva già deposto naufraghi sulle sue spiagge: cacciatori che abitavano sulla costa settentrionale dell’Africa quando l’uomo (sapiens) non aveva ancora messo piede nel nostro continente. Dalle parti di Gibilterra uomini e donne erectus già vedevano uccelli migratori volare da una riva all’altra. Il primo gruppo di viaggiatori che raggiunsero poi vivi la costa arrivarono via terra, a piedi, da est, lungo il litorale. Non avevano fretta. Non avevano una meta. Chi viaggia attraverso l’Europa viaggia sempre sulle orme di qualcun altro. Sotto ogni impronta ce n‘è una precedente. Vale pure per i paesi del nord. Nel suolo protopaleolitico del Norfolk recenti tracce di antiche impronte di piedi umani hanno consentito di retrodatare i più antichi insediamenti umani in Inghilterra. C’è la questione dei precursori, Homo antecessor, arrivati forse oltre 800.000 anni fa. Homo heidelbergensis si aggirava per l’Europa già 600.000 anni fa. Tracce successive sono state, inoltre, lasciate dai neanderthal, soprattutto nel sud. Tutti gli europei, se andiamo abbastanza a ritroso nel tempo, sono arrivati da altri luoghi, in genere da originari ecosistemi umani africani. Tutte le specie prima della nostra, tutti i gruppi di ogni specie, tutti i gruppi delle specie mescolatesi. E tutti i nuovi gruppi formatisi si sono rimessi in viaggio, prima o poi, spesso senza obiettivi o punti d’arrivo prefissati. Fu il bisogno di cibo a insegnare loro a viaggiare, le prede in fuga indicarono la via. Grazie alla loro abilità di corridori sono sopravvissuti. Le strade erano le tracce, il mondo un orizzonte che si allargava via via e oltre il quale si nascondeva la loro preda. Il viaggio e il tempo li hanno trasformati in altri uomini (e donne): nuove generazioni, nuove specie, nuove fisionomie, nuove culture, nuovi incroci (fino a diventare tutti meticci).

Lo scrittore e giornalista olandese Mathijs Deen (Hengelo, 1962) narra bene la storia e le storie, con stile aulico e densità documentaria. La lettura scorre piacevole e si impara molto camminando con lui. In questo ottimo romanzo di no fiction l’indispensabile punto di partenza è che le strade europee di ieri, di oggi e di domani coincidono più o meno con le vie battute dai primi pionieri umani, alcune specie del genere Homo fino alla nostra, unica rimasta da circa 40.000 anni. L’autore usa la prima persona con spunti autobiografici e taglio di reportage, cosa ricorda, chi incontra, quanto apprende. Il corposo volume è dedicato al padre, Willem, “l’uomo al volante” che nel 1968 , lungo i cento chilometri verso la casa dei nonni, gli descrisse la E8 come la strada che va da Londra a Mosca, anche se poi l’ufficio di Ginevra delle strade europee gli assegnò la nuova denominazione E30, capace di coprire metà del percorso transcontinentale tra Oceano Atlantico e Oceano Pacifico. Deen visitò quell’ufficio nel 2015, verificò che esiste una rete interconnessa di strade europee regolata a livello centrale, che college territori di clan confinanti, partner commerciali, amici temporanei, nemici giurati e famiglie linguistiche; operativa da migliaia di anni; battuta da migrazioni, commerci e conquiste, pur non appartenendo a una coscienza europea condivisa. I primi tracciati si profilavano sulla carta secondo un disegno logico e visionario, seguivano quasi tutti le antiche vie romane. Così ha studiato, viaggiato, interrogato e connesso, alla ricerca dei principali sentieri e squarci percorsi nel tempo da migranti, mercanti e conquistatori. Ne è uscito un libro affascinante, distinto in otto capitoli. Dopo il primo “precursore” europeo, seguono: il profugo ovvero Il calderone di Obelix, Elba-Danubio (101 a.C.); il brigante ovvero Bulla Felix, Bisanzio-Roma (207 d.C.); il pellegrino, Lougarbrekka-Roma (1025); il cercatore di fortuna, Portogallo-Amsterdam-Stoccolma (1653); il conquistatore, Wassenaar-Smolensk (1812); il corridore, Parigi-Vienna (1902); il figliol prodigo, Leida-Aounour (2016), la realtà, Boekelo-Leersum (2017).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un’altra vita (Le brevi di Valerio 379)

Andrea Fenoglio
Un’altra vita. Al di là dei bla bla sui braccianti africani
Fusta Saluzzo, 2019
Romanzo documentario

Saluzzo, Italia. Ora. Andrea Fenoglio (Pinerolo, 1977) è un documentarista che normalmente ha narrato attraverso immagini e qui sceglie invece parole scritte e prima persona, un libro insieme inchiesta storico-giornalistica sulla struttura PAS di Saluzzo (Prima Accoglienza Stagionali) e resoconto biografico di due ragazzi, Lassé Dramé dal Mali, Casimir Yobouet Yao dalla Costa d’Avorio. La frase che apre e chiude Un’altra vita è di Luchese, un testimone di Revelli in Il mondo dei vinti: “Chi non emigra non è gente”. La immagina detta da padre a figlio negli anni Trenta, proprio dove la rivoluzione verde del dopoguerra fece decollare la coltivazione di frutta. Per la raccolta, negli anni sessanta ai montanari e agli amici di famiglia si unirono gli studenti; dagli anni novanta albanesi, polacchi, magrebini, cinesi; da poco più di un decennio, braccianti neri stagionali di origine africana. Il cuore del testo sono le identità e i diritti, la libertà di migrare e il diritto di restare.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Lo Specialista

Shi Heng Wu
Lo Specialista
Time Crime, 2020

Lo Specialista è un assassino di professione, un killer internazionale, il più preciso, disumano e affidabile. Un metro e novanta di altezza, occhi e capelli chiari, vegetariano, sempre misurato nel cibo, si allena ogni giorno per ore ed è esperto di arti marziali che pratica con sciolta naturalezza. Non beve alcol, bagna appena le labbra nel bicchiere se il personaggio che deve interpretare lo richiede per forza. Più gelido ed efficace di un robot, diventa maniacale nello studiare a fondo i particolari e immedesimarsi nel ruolo prima di intraprendere un nuovo incarico. Un uomo senza nome e senza volto, vista la sua eccezionale capacità di riciclarsi sotto infinite maschere e diverse personalità. Nessuno sa da dove venga, il mistero più fitto copre le sue origini e nessuno conosce il suo vero nome. Chi lo cerca e vuole i suoi servigi invia una mail criptata tramite un intermediario. Lo Specialista si cela sotto diverse identità tutte fittizie, tutte utili, tutte transitorie, tutte subito abbandonate come un vestito vecchio. Lo Specialista accetta incarichi estremi in ogni parte del mondo. E uccide, se necessario senza scalpore, ovunque, comunque e senza mai tirarsi indietro. Le sue imprese letali, di solito volte a eliminare ricchi personaggi talmente abietti da meritare solo la malasorte, richiedono una complicata architettura e la disponibilità di complici efficienti e affidabili. Qualche “distrazione” durante le “missioni”, la sua socia (amante?), la bionda, bellissima e micidiale Eve. E non si fa mai mancare un’impeccabile via di fuga. Poi rientra segretamente nella sua anormale normalità, fa ritorno alla sua tana, alla sua vita da eremita scandita dal cibo (poco e sobrio), dalla corsa giornaliera di almeno dieci chilometri, dalla meditazione e dai continui durissimi allenamenti in discipline orientali. La tana è una specie di bunker costruito dentro un immenso capannone dismesso, in una zona industriale della più estrema banlieue parigina, ben protetto da spesse mura. Un rifugio che gode del confortevole ristoro offerto da un giardino verdeggiante, ma anche la sicurezza di una via di fuga, un lungo tunnel sotterraneo che porta in un altro piccolo capannone, un ex magazzino. Insomma un uomo che per anni ha vissuto solo per uccidere e la cui unica debolezza pare essere Jeanne-Marie, giovane madre single che vive in un barcone sulla Senna.
Ma a un certo punto nella mente dello Specialista succede “qualcosa”. Da tempo è afflitto da strane e ricorrenti visioni che lo perseguitano. Stress? Un campanello d’allarme che gli insinua il desiderio di una svolta, di uno stop. Che sia arrivato il momento di rifiutare un nuovo incarico, di dire di no? Non gli servono soldi, possiede un vero e proprio tesoro nascosto nei paradisi fiscali. Potrebbe smettere, certo, può farlo quando vuole: erano questi i patti fin dall’inizio.
E quando il suo intermediario, l’unico che ha mai incontrato di persona, vuole affidargli la missione di togliere di torno un giudice americano scomodo, facendolo saltare in aria con tutta la famiglia durante un tragitto in macchina, qualcosa scatta. Il punto ideale per l’esplosione sarebbe una galleria lungo il percorso: quando l’intermediario gliene mostra la foto, il buio della galleria colpisce lo Specialista, gli richiama un’ossessiva visione che da qualche tempo continua a inquietarlo. In quel momento lo Specialista decide di tirarsi indietro e annuncia al mediatore che intende smettere. Di non contare più su di lui, di dimenticarlo.
Ma scoprirà molto presto e a sue spese che non può farlo. Da crudele e invitto cacciatore diventa preda, bersaglio di altri killer come lui.
C’è una fatwa sulla sua testa perché in quegli anni, in un qualche momento, ha involontariamente acquisito informazioni pericolose per i committenti dei suoi omicidi, informazioni che, se diffuse, potrebbero incriminarli.
E allora capisce che l’unica possibilità di sopravvivenza è sparire subito, senza lasciare traccia. Ci prova, fugge, arriva a Tokyo, cerca aiuto in un vecchio e fidato complice. Ma gli altri l’hanno preceduto, la sua morte è stata commissionata alla Yakuza che gli tende un agguato. Lo evita ma… si lascerà coinvolgere in un attacco, verrà gravemente ferito e poi soccorso da un celebre maestro Shaolin, intrigato dal fatto che lo Specialista utilizzi con disinvoltura gli stili più segreti del kung-fu e parli l’antichissimo cinese.
Un incontro che lo costringerà a diventare lui stesso un monaco e maestro Shaolin e a scoprire la sua vera essenza, rimandandolo al passato, alla Cina del VI secolo, alla genesi che l’avrebbe condotto al Male ma anche, forse, a una possibile resurrezione.

Una fiction intrigante sorretta da una serie di scatole chiuse: omicidi, identità, monasteri, viaggi reali e viaggi nel tempo, rese più sfiziose anche dalla presenza di Mauro Baldrati in veste ufficiale di “curatore”, cioè di colui che avrebbe raccolto il racconto di Shi Heng Wu, il monaco, per poi scriverlo, interpretandolo in alcuni punti a suo modo, senza che l’io narrante, il “reale” protagonista, l’ex assassino di professione, abbia mai voluto metterci mano. Per cui Shi Heng Wu sarebbe lo pseudonimo dello Specialista.
Ah, il loro primo incontro sarebbe avvenuto in un raduno di Hare Krishna degli anni ’90 in una bella villa sui colli fiorentini…
Attualmente gli Hare Krishna hanno il loro più importante centro italiano a San Casciano Val di Pesa, a Villa Vrindavana…

Mauro Baldrati è nato a Lugo di Romagna nel 1953, vive a Bologna. Collaboratore di Lotta Continua e redattore di Frigidaire a Roma, nei primi anni Ottanta si è trasferito a Milano, dove ha lavorato per circa un decennio come fotografo free-lance per le maggiori riviste e agenzie. Suoi racconti sono stati pubblicati in varie antologie, sulla rivista Delitti di carta, sul periodico Segretissimo. Ha pubblicato, con altri autori, il saggio La rivolta dello stile (Franco Angeli 1984), i romanzi Vita complicata di Jimi (Déjà vu, 1993), La città nera (Perdisa 2010), Professional Killer (Anordest 2013). Ha curato l’antologia Love Out (Transeuropa 2012), ed è redattore del sito politico-letterario Carmilla. Con Io sono El Diablo nel 2018 fa il suo esordio nel catalogo Nero Italiano.