La Debicke e… Io sono il castigo

Giancarlo De Cataldo
Io sono il castigo
Einaudi, 2020

Il Pubblico Ministero Manrico Spinori, detto a casa e di nascosto in procura il “Contino”, per gli amici Rick, è un gentiluomo di razza, afflitto da nomi e titoli: grande famiglia, sequela di antenati che, come sempre, hanno accumulato terre e denari rubando e facendo fuori nemici e rivali a man bassa. Queste, signori miei non mi raccontino balle, sono sempre state le regole in passato, anzi il dogma che, badate bene, conta allo stesso modo anche oggi. Cambiano le armi, al posto dell’acciaio armi diverse, anche i veleni sono diversi, ma non la sostanza.
Dunque, dicevamo: Manrico Spinori (nome completo Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Spinori della Rocca dei conti di Albis e Santa Gioconda), erede di un nome ma non di una fortuna, visto che l’incontrollabile degenerazione della ludopatia di sua madre, la contessa Elena, ha irrimediabilmente sbriciolato il cospicuo patrimonio paterno. Insomma la sua famiglia ha perso tutto. Compreso palazzo Wan Winkel, la splendida dimora dei suoi avi, nel quale tuttavia il fondo che ne è divenuto proprietario gli consente di continuare ad abitare con la madre, (sotto controllo) amorevolmente accudito da Camillo, da sempre “valletto” di casa. Uomo educato, flemmatico ma fermo, la cinquantina passata, gli piacciono le donne (anche per questo è separato da Adelaide, una bella manager finanziaria di alto livello), ha un figlio Alex aspirante musicista, Manrico Spinori, a detta di superiori e colleghi, è decisamente molto bravo sul lavoro. Poi ha una passione: fin da bambino è uno sfegatato melomane operistico. Si trova proprio al teatro Costanzi durante la prima romana della Tosca di Puccini, ad assistere alla nuova rappresentazione pomeridiana dell’opera, alla fine del secondo atto, con la bella cantante romana che sferra a Scarpia la mortale coltellata, quando il vibrare del cellulare lo costringe a raggiungere un ben diverso teatro di sangue. Un teatro mortale per un incidente lungo via delle Fornaci, che dal Gianicolo scende verso San Pietro. La vittima: maschio, bianco, capelli grigi fermati da un codino, età sui settanta, probabilmente qualcosa di più, abbigliamento stravagante, un completo da scena… Un artista? Non era lui al volante, ma l’autista che si è salvato ed è già stato portato in ospedale. Dai primi riscontri appare evidente che il guidatore ha perso il controllo della macchina, una lussuosa e costosa berlina d’epoca, la Iso Rivolta Fidia dei primi anni ’70, e ben presto verrà fuori che qualcuno l’ha sabotata tagliando il tubo che porta il liquido ai freni. Niente incidente quindi, ma omicidio. Il defunto, l’uomo assassinato, è tale Stefano Diotallevi, in arte Mario Brans o Ciuffo d’oro, cantante decaduto ma riciclatosi alla fine della carriera canora, astutamente e facendo palate di soldi, come potente manager discografico, ospite fisso di alcune catene televisive private. Chi aveva interesse o poteva volere la sua morte?
Manrico Spinori si mette subito al lavoro appoggiato da una squadra investigativa tutta femminile, dove spicca una new-entry in sostituzione del fedele maresciallo Scognamiglio, che lo ha assistito per più di vent’anni: l’ispettrice Deborah Cianchetti. Trentenne, capello scuro tagliato a caschetto, bella da schianto ma sbirresca da morire e dichiaratamente “coatta”, un metro e ottanta di altezza con bicipiti decorati da tatuaggi etnici, che tira di boxe ed è medaglia d’argento agli ultimi campionati interforze di tiro con la pistola libera e, ignorando il freddo, va in giro con il chiodo di pelle nera su maglietta bianca e jeans strettissimi. Se all’inizio Spinori stenta ad adattarsi alla nuova venuta, anche la Cianchetti, spinosa, impulsiva e irruenta, è diffidente: stenta a conciliarsi con quel PM sempre calmo, prudente, dai modi gentili e altolocati, e teme che lui la sottovaluti. Un’indagine parecchio ingarbugliata, farcita di comparse del giro della vittima quali figli, mogli (l’ultima è un’albanese sbarcata a Bari con la «Vlora» nel 1991) e giovani verbose amanti assatanate che si fiondano in dirette televisive d’inchiesta. Non basta, perché poi ci sono i vecchi “compagni di merende” di Brans-Ciuffo d’oro. Presto la reale natura della vittima finisce per venire a galla, e ha ben poco ha a che spartire con l’immagine pubblica che Ciuffo d’oro si era costruito. Brans aveva le mani in pasta in tanta roba e tirava allegramente di cocaina e peggio, pur devolvendo ingenti cifre a una comunità di recupero di tossici. Insomma alla vittima i nemici non mancavano e per il movente c’è solo da scegliere.
Spinori sa che bisogna muoversi con calma, tra rischi di cantonate e false piste. Pur subendo l’assalto alla procura scatenato dai media, affamati peggio di avvoltoi e capitanati da una pasionaria della Tv urlata «d’inchiesta», e la spinta a una rapida chiusura delle indagini, sollecitata dallo stesso vecchio amico Procuratore capo, Spinori tiene botta e fa bene di testa sua. Si confronta con i problemi personali, come bloccare la madre che cerca di giocare online e il figlio entusiasta di aver «scoperto» Frank Zappa, e riesce a trovare un modus operandi anche con la Cianchetti, che vorrebbe mettere tutti al gabbio e menar le mani di continuo, pur senza ignorare l’irresistibile attrazione per Giulia, bella e fascinosa melomane, conosciuta per caso al Costanzi. Potrebbe diventare un amore?
Veleggiando tra spinte passionali degli indagati e morbose rivelazioni sulla vittima, Spinori non deroga al suo credo: «Non esiste esperienza umana – delitto incluso – che non sia già stata raccontata da un’opera lirica. Basta trovarla». Verissimo, e la soluzione gli verrà suggerita proprio da un’opera (non vi dico quale), quando tutti sono convinti di aver incastrato il colpevole, un colpevole ideale: l’orrido trapper «Morte a Credito», che ha persino minacciato pubblicamente Ciuffo d’oro.
E così tutto pronto e scodellato. Media, superiori, colleghi e squadra di polizia tutti contenti? Naaa… troppo facile, troppo scontato.

Con Io sono il castigo Giancarlo De Cataldo porta in scena il suo primo personaggio seriale, Manrico Spinori, in un primo, intelligente e gustosissimo episodio. Affascinante e bon viveur, il “Contino”, il nostro magistrato disponibile, riflessivo, ironico, che sa apprezzare un buon whisky torbato, potrebbe sembrare un uomo d’altri tempi, ma è uno che s’impegna sempre fino all’osso, ci mette la faccia, segue le indagini in prima persona senza interferire ma non demorde mai. Perché Manrico Spinori non accetta il ma e il forse: per lui vale sempre l’opzione «meglio cento delinquenti in libertà che un innocente in galera». Scelta che qualche volta gli insinua persino il tarlo di aver sbagliato mestiere. Ma… a conti fatti no!

Giancarlo De Cataldo è nato a Taranto e vive a Roma. Per Einaudi Stile libero ha pubblicato Teneri assassini (2000); Romanzo criminale (2002 e 2013); Nero come il cuore (2006, il suo romanzo di esordio); Nelle mani giuste (2007); Onora il padre. Quarto comandamento (2008); Il padre e lo straniero (2010); con Mimmo Rafele, La forma della paura (2009); Trilogia criminale (2009); I Traditori (2010); con Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli, Giudici (2011); Io sono il Libanese (2012 e 2013); con Massimo Carlotto e Gianrico Carofiglio, Cocaina (2013); Giochi criminali (2014, con Maurizio de Giovanni, Diego De Silva e Carlo Lucarelli); Nell’ombra e nella luce (2014); con Carlo Bonini, Suburra (ultima edizione, SL 2017) e La notte di Roma (2015); con Steve Della Casa e Giordano Saviotti, la graphic novel Acido fenico (2016); nel 2018 ha pubblicato L’agente del caos. Ha curato le antologie Crimini (2005) e Crimini italiani (2008). Nel 2019 sono usciti Alba nera (Rizzoli) e Quasi per caso (Mondadori). Insieme a Graziano Diana ha diretto il documentario Il combattente. Come si diventa Pertini, tratto dal suo libro omonimo (Rizzoli 2014). Nel 2020 ha pubblicato per Einaudi Io sono il castigo. Un caso per Manrico Spinori.

La Debicke e… L’estate di Piera

Piera Degli Esposti e Giampaolo Simi
L’estate di Piera
Rizzoli, 2020

Con atmosfere e particolari che richiamano il grande Hitchcock di Paura in palcoscenico, del famosissimo La finestra sul cortile e del Sipario strappato, L’estate di Piera è una commedia nera dolceamara scritta dal duo Piera Degli Esposti e Giampaolo Simi, che racconta con intelligente ironia un complesso intrico di menzogne, istinti, reazioni e verità tanto tipico della razza umana.
Una storia in cui, fin dall’inizio, si sa esattamente cosa è successo e perché: è la versione più classica di quella che gli anglosassoni definiscono inverted-story, e cioè un crime in cui l’identità dell’omicida è subito dichiarata. Il successivo sviluppo pian piano arriverà a sondare la sua personalità, la sua psicologia, la capacità di arrangiarsi e le motivazioni morali del suo vissuto. Di come una leggerezza, un nonnulla, l’abbia trasformato prima in artefice e poi in vittima delle sue azioni. La storia poi racconterà il lato di chi ha scelto di indagare e vuole risolvere il mistero e incriminare il colpevole.
Infatti la protagonista della storia, contraltare dell’assassino, è Piera Drago, grande attrice e osannata icona del teatro italiano. Piera Drago è una donna forte, sicura e allergica alle convenzioni. Non ama la casta, i potenti, e sa bene quanto spesso il palcoscenico sia simile alle realtà. Infatti durante la recitazione si rappresenta la commedia umana: si ama, si odia, si tradisce e si arriva persino a uccidere. Tutto fa spettacolo… Poi ci si rialza e si va a salutare e ringraziare il pubblico, tanto era solo una finzione.
La grande attrice ha un preciso scopo: sfidare Shakespeare e mettere in scena la prima rappresentazione al femminile del Riccardo III in un teatro abbandonato e occupato da giovani. Opera mitica che i due scrittori trasformeranno quasi in un ossessivo tormentone che riuscirà a coinvolgere e plagiare anche Alex Riccomanno, l’assassino.

Un percorso narrativo a due in una Roma bollente, soffocata nella speranza di una pioggia rigeneratrice, che parte dal Sushi Bar, un locale di Piazza Navona. Alex, quarantenne assistente sottopagato di un senatore, viene abbordato da Chiara. Bella bruna disinibita, bevono insieme, si fanno una striscia di neve. Per Alex, da solo a Roma ma da anni fidanzato con Elisabetta, che ogni settimana lo raggiunge dal paesino in Toscana, è un’occasione da prendere al volo. La ragazza Chiara, è molto disponibile, lo precede per le scale del bed&breakfast dove lei alloggia e nessuno li vede entrare. Chiusa la porta della camera, con la droga che lo fa sentire un leone, Alex sbrocca. Va forte, troppo forte, esagera e alla fine Chiara cade a terra. La scuote ma niente da fare… è morta. E ora? Alex è nei guai, deve fare qualcosa. Si agita freneticamente, comincia a cancellare ogni traccia. Per fortuna il cellulare della ragazza è spento. Bisogna distruggerlo e far sparire il corpo.
È notte fonda ormai, ma l’afa non fa respirare l’attrice Piera Drago. Il pensiero del suo progetto teatrale, interpretare il Riccardo III, la spinge a cercare frescura affacciandosi alla finestra del suo bell’appartamento al quarto piano che guarda sul cortile del vecchio Palazzo del Governo. Negli ultimi vent’anni Piera ha assistito con dispiacere al progressivo sfacelo del cortile, abbandonato alle erbacce, con il porticato trasformato in un laido rifugio clandestino, fino a quando steccati e blocchi di cemento ne hanno certificato la chiusura e poi l’abbandono. Con la luna piena, un uniforme chiarore le consente di distinguere un’ombra che trascina qualcosa, poi alza la grata del pozzo, solleva un grosso sacco nero e infine, dopo averlo faticosamente lasciato cadere, si dilegua… Quella fortuita visione la convince di aver assistito a qualcosa di terribile. Un delitto? Probabile, anzi Piera ne è talmente sicura da farsi accompagnare da Dolores, sua scettica ma solerte collaboratrice, alla polizia e sporgere denuncia. All’inizio, ad affiancarla nella macchinosa indagine destinata a trasformarsi in un duello psicologico con l’assassino, ci sarà solo l’ispettore Grossmeier, poliziotto di Bolzano arrivato da poco nella Capitale, che per di più parla male l’italiano. Grossmeier, che mal si confronta con l’indolenza e la mancanza di puntualità romana, diventerà l’insostituibile spalla dell’attrice. Ma sarà solo grazie a lei che, andando a spulciare tra il viavai dei clienti del B&B al primo piano del palazzo, potrà finalmente indirizzare le indagini nella giusta direzione e risolvere il mistero della morta buttata nel pozzo.

Una trama originalissima, avvolgente e affascinante in cui la seduzione del male, la politica e i sogni si trasformano nella scivolosa e pericolosa china che porterà Alex Riccomanno al suo epilogo. Uomo ossessionato dalle lusinghe del potere, pieno di contraddizioni umane, continuerà a rivivere il dramma dentro di sé. Si sente un personaggio unico, artefice e conduttore dei giochi, in un tetro noir che ha sullo sfondo un Riccardo III di Shakespeare al femminile, che diventerà per lui una vera e propria ossessione. E che trascinerà anche lui, inesorabilmente, in fondo al pozzo, come la sua vittima.

Piera Degli Esposti è la più importante attrice italiana. Ha lavorato con Antonio Calenda, Giancarlo Cobelli e Ida Bassignano nel teatro, i fratelli Taviani, Pier Paolo Pasolini, Lina Wertmüller e Giuseppe Tornatore nel cinema, Riccardo Milani e Giacomo Campiotti in tv. Più volte in cinquina, vince il David di Donatello per L’ora di religione di Marco Bellocchio e Il divo di Paolo Sorrentino. Nel 1980 ha collaborato con Dacia Maraini al libro Storia di Piera, ispirato ai fatti della sua infanzia, da cui nel 1983 è stato tratto il film omonimo diretto da Marco Ferreri.
Giampaolo Simi è scrittore e sceneggiatore. I suoi libri hanno ricevuto vari premi e sono stati tradotti in Francia (nella «Série noire» di Gallimard e presso Sonatine) e in Germania (Bertelsmann). Ha pubblicato tra l’altro Cosa resta di noi (Premio Scerbanenco 2015), La ragazza sbagliata (2017) e I giorni del giudizio (2019).

La Debicke e… Sa morte secada

Nicola Verde
Sa morte secada
Fratelli Frilli, 2020
In libreria il 2 giugno

Sul finire degli anni Sessanta, il maresciallo dei carabinieri Carmine Dioguardi viene mandato a prestare servizio a Bonela, paesino di una Sardegna in piena trasformazione economica dove il nuovo, vale a dire la costruzione di una moderna fabbrica, deve trovare il modo di convivere con una civiltà risalente ai nuraghi. Sono gli anni in cui questa terra era considerata ancora selvaggia e fuori del mondo, ma sono anche gli anni di grandi mutamenti sociali ed epocali. Carmine Dioguardi, uso ad ubbidir tacendo, ha accettato il trasferimento di buon grado ma lo considera incomprensibile e immagina sia dovuto a un mero errore burocratico ai piani alti del Ministero. Da qui la iniziale sensazione di provvisorietà con la quale, già dal suo sbarco sull’isola, si accosterà a questo “mondo antichissimo eppure nuovo”. Con lui a Bonola è arrivata Ines, sua moglie. La coppia, che si avvicina alla mezz’età, non ha figli ma questa mancanza, invece di inasprirli, ha forse maggiormente rinsaldato il reciproco legame di affetto. Ines è la compagna, amica e confidente, placida colonna portante di un felice matrimonio. Con la sua presenza riesce persino a far sentire a casa Dioguardi, che si sente mal trapiantato in una terra dove si parla una lingua che non capisce, della quale ancora non conosce gli usi e i costumi. Si confronta con una splendida ma ambigua Sardegna, dura di scorza, ma sincera, che vorrebbe restare selvaggia e invece è costretta a subire il tallone della modernità rappresentato dalle installazioni della petrolchimica in costruzione. Una Sardegna ancora superstiziosa, oscura, che si sente oltraggiata e perciò potrebbe farsi violenta.
Presto un efferato omicidio sconvolge la tranquilla vita di Bonela. Il cadavere del piccolo Cosimo Frau, di soli quattro anni, viene trovato sopra un idolo dell’età nuragica, quasi si trattasse di un orrendo rituale magico. Il cadaverino del bambino, ucciso con una pietra e mezzo spolpato dagli animali selvatici, è stato ritrovato a Fardighei, dove già tanto tempo prima era stata abbandonata, a mo’ di sacrificio al fiume, una testa umana. Cosimo era figlio di Natalia Frau, una bella ragazza del paese, violentata da adolescente, che si è trasferita a Sassari, dove si mantiene prostituendosi. Il bimbo era affidato alla sorella maggiore Costantina, che da giorni ne aveva denunciato la scomparsa. Cosimo era figlio del peccato. In paese si mormorava che fosse addirittura figlio del preide Bertula, il parroco di Bonela, un brutto tipo “che ama il latte d’asina” e pratica l’usura. Un prete pieno di nemici di cui tutti hanno paura. Per saperne di più su quel barbaro omicidio, Carmine Dioguardi, il “forestiero”, si incaponisce, incontra persino il temuto bandito Farore e va fino a Sassari a interrogare l’amore giovanile di Natalia, che da anni si è trasformato nel suo cane da guardia. Le sue indagini si scontrano e si mischiano con le farneticazioni di Costantina, nel tentativo di andare “finzas a sa morte secada”, cioè fino a tagliare la morte, fino in fondo, e arrivare a capire quanto può diventare profonda l’insondabile e animalesca follia della mente umana.
Sa morte secada è un giallo a tinte noir, con un terribile delitto, immerso nel difficile ambiente di una Sardegna silenziosa, omertosa, capace di custodire brutti segreti, seguito dalle difficili ricerche per individuare il colpevole. E il comandante della stazione dei carabinieri, il maresciallo, dovrà imparare sbagliando a individuare il cammino della verità di una spaventosa tragedia.
Ripubblicare un romanzo pone davanti a un bivio. Sa morte secada era uscito la prima volta nel 2004, ben sedici anni fa. Se da una parte l’autore ha la soddisfazione di ripresentare un romanzo di successo a un nuovo pubblico, più giovane, più maturo, più interessato o comunque diverso, dall’altra deve affrontare il rischio di essere giudicato non più in grado di dire o scrivere altro. Non è il caso di Nicola Verde, e comunque non si può e non di deve mai rinunciare a riproporre qualcosa che si ritiene buono.
Negli ultimi anni gli editori ci hanno abituato alla strategia consumistica di bruciare ciò che pubblicano nello spazio di una stagione, decretando la rapida scomparsa non solo della (troppa) roba messa in circolazione per motivi di marketing, ma anche di ottimo materiale che, magari, non è riuscito a emergere nelle vetrine o sui banchi delle librerie.
Nessuno mi leva dalla testa che certi libri, meritatamente considerati grandi capolavori del passato, ai nostri giorni, senza un marketing adeguato o smisurate spinte economiche alle spalle, non avrebbero retto alla minacciosa sfida delle classifiche e magari sarebbero finiti nel dimenticatoio.
Grazie a Nicola Verde e al suo editore Frilli per aver permesso il ritorno in libreria di Sa morte secada, un romanzo raffinato che cattura fin dalla prima pagina ed esce ancora oggi decorato dalla prefazione dell’indimenticabile Luigi Bernardi

Nicola Verde è nato a Succivo (CE) l’1/3/51, è sposato e ha un figlio. Attualmente vive a Roma. Vincitore di alcuni prestigiosi premi dedicati al giallo, alla fantascienza e al fantastico, è presente in numerosissime antologie (Giallo Mondadori, Hobby & Work, Del Vecchio, Perdisa, Dario Flaccovio, Robin, Delos ecc.).

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2020

Per ora ci siamo salvati…

La signora del martedì di Massimo Carlotto, edizioni e/o 2020.
Primo personaggio l’attore porno e gigolò Bonamente Fanzago. A quarantun anni si deve difendere con le unghie e con i denti dalla concorrenza. Ovvero dai negri che sono meglio equipaggiati (in quel senso). Già colpito da un ictus prende delle medicine che lo buttano giù e ha una sola cliente, la signora del martedì (secondo personaggio) che regolarmente viene a visitarlo nel suo letto proprio in quel giorno della settimana dalle quindici alle sedici alla pensione Lisbona. Solo che, dopo un po’, si innamora di lei entrando in depressione. Inizio scoppiettante, nel senso della scrittura veloce e ironica che ha facile presa sul lettore e l’avrà sino alla fine.
Terzo personaggio il proprietario della suddetta pensione signor Alfredo Guastini, un ultrasessantenne travestito che si traveste, appunto, da donna, amico sincero di Bonamente e innamorato del professor Federico Bassi. Fino a quando… fino a quando il suddetto Bassi deve rinunciare agli incontri per via dei figlioli. E allora, unico suo scopo, quello di aiutare l’amico e difenderlo dalla signora del martedì…
La signora del martedì, dicevo, Alfonsina Malacrida, accusata ingiustamente dal commissario Michele Pagano dell’uccisione dell’avvocato Tommaso Fontana per averlo travolto con la macchina. Sua triste, desolante storia. Assolta, condannata, di nuovo assolta e di nuovo condannata a suo tempo per l’uccisione dell’amante quando era conosciuta con il nome di Nanà. Al momento della nuova accusa scrive libri per bambini sotto pseudonimo, inventa fiabe ma si porta dietro il marchio infamante dell’assassina. Aveva incontrato l’avvocato Fontana che si era presa cura di lei, erano andati a vivere insieme e diventati amici, veramente amici, non amanti. E ora, oltraggiata anche dai social, non le resta altro che “rannicchiarsi su se stessa”.
Non manca il classico giornalista nelle vesti di Pietro Maria Belli che ce l’ha fina con la sopracitata “Alfonsina Malacrida, la cagna, puttana e spacciatrice ora scrittrice di fiabe di successo” perché, secondo lui, non ha pagato abbastanza. È venuto il momento “di chiudere i conti”. Si mette quindi a indagare per questa sua sciagurata ossessione.
Una storia che lascia in secondo piano la parte squisitamente poliziesca per mettere al centro il sesso, la passione, l’amore, l’amicizia, i rimpianti e i pianti. Tutti a cercare conforto in qualcosa, in qualcuno, dentro situazioni ormai sfilacciate, dentro matrimoni falliti dove non c’è possibilità di separarsi anche per questioni economiche, dove a una gioia può contrapporsi un dolore. Si parte con il sesso e si finisce per rimanere aggrappati alle variegate maglie del Sentimento (con la esse maiuscola) che diventa il vero, più forte personaggio. E se si viene accusati, seppure innocenti, non c’è scampo, si verrà sicuramente messi alla gogna dai moderni mezzi di comunicazione. Ma, in fondo, potrebbe arrivare sempre qualcuno ad aiutarci. Qualcuno che calzi, magari, in questo caso, degli stivali texani a noi piuttosto conosciuti…
Ah la vita, la vita!

I cerchi nell’acqua di Alessandro Robecchi, Sellerio 2020.
Milano, settembre 2020. “Il sovrintendente Ghezzi è già una sagoma che si allontana, il passo svelto, imbocca il vialone che va verso Porta Garibaldi, una figurina in marcia verso i grattacieli, illuminata da lampioni e fari in movimento, da luci bianche che tagliano tutto con righe dritte, spigoli nella notte”. È appena uscito dalla casa del bellimbusto, ricco e viziato autore televisivo Carlo Monterossi, personaggio principale di diverse inchieste dell’autore, a cui ha raccontato un paio di storie che hanno coinvolto lui stesso e l’amico poliziotto Carella.
Che cosa era successo? Qualche settimana prima una visita inaspettata della prostituta Franca (fossette, fossette…) dopo addirittura trent’anni, la donna di un certo Salina Pietro, ladro di professione, praticamente il suo primo arresto. Ora è sparito da più di una settimana e la “vecchia amica” chiede il suo aiuto per ritrovarlo. Allo stesso tempo il vicequestore Gregori vuole capire che cosa frulla nella testa di Pasquale Carella che gli ha chiesto, cosa mai avvenuta prima, un bel po’ di giorni di vacanza. E non è tutto. Sta frequentando locali notturni poco raccomandabili, gioca grosse somme ai tavoli del Giambellino e gira su auto lussuose. Qualcosa non quadra… Carella è coinvolto dentro un fatto personale, un vecchio conto da regolare con un energumeno magnaccia che diversi anni prima ha mandato all’ospedale una ragazza diventata sua amica. A ciò si aggiunga il clamoroso fatto del giorno, ovvero l’inspiegabile delitto dell’antiquario incensurato Amedeo Crodi, trovato morto a furor di botte nel suo magazzino-laboratorio senza che siano stati portati via denaro e ricchi oggetti.
I due si ritroveranno insieme. Diversi. Tarcisio Ghezzi “poco meno di sessant’anni, poco più di ottantaquattro chili”, prende i malviventi e li porta dal magistrato. Fine. Pasquale Carella, invece, completamente acceso da sacro furore, è disposto a tutto. Proprio a tutto. “Carella cerca ogni balordo come se gli avesse scopato la fidanzata”. Due casi paralleli che finiranno per convogliare in un’unica indagine.
Praticamente un intreccio di giallo classico, di investigazione con i soliti dubbi e tormenti personali e di giallo d’azione alla maniera hard boiled americana dove non mancano minacce, violenza, scontri, sparatorie in una Milano feroce “tra bar, la mala, strozzinaggio, i gironi infernali di spacciatori, trafficanti, truffatori, uomini di fiducia, boss, galoppini”.
I cerchi nell’acqua del titolo rappresentano “una scia di dolore che non è possibile calcolare. Il sassolino nell’acqua ferma produce un cerchio, poi un altro, poi un altro, i cerchi si allargano. Il morto è morto, cazzi suoi, ma il dolore per la sua morte si contagia come una brutta scabbia”. Tra una pausa e l’altra, come sottofondo in casa di Carlo Monterossi, la canzone Memphis in June di Nina Simone.
La scrittura fila via liscia che è un piacere attraverso il volteggiare sinuoso delle parole che si muovono quasi motu proprio intorno ai tratti somatici, agli umori, ai sentimenti dell’animo, ai ricordi, ai momenti di brutale ferocia. Leggerezza, ritmo, che non vuol dire faciloneria espressiva. È la forza di una concatenazione verbale in continuo movimento senza perdere in profondità.

L’abate nero di Edgar Wallace, Il Giallo Mondadori 2020.
Mettiamo subito un po’ d’ordine. Intanto siamo al castello di Fossaway nel villaggio di Chelfordbury nel Sussex. Qui vivono il conte lord Harry Alford, proprietario della tenuta, e il fratello Richard (Dick) suo reale amministratore, entrambi innamorati della stessa ragazza Leslie Gine, al momento fidanzata di Harry. Poi abbiamo Arthur Gine, avvocato, fratello e tutore di Leslie, che sta prosciugando tutto il suo patrimonio con i debiti di gioco ed è costretto a chiedere aiuto al suo capufficio Fabran Gilder, anche lui innamorato di Leslie. Dunque tre uomini che girano intorno a una ragazza che sembra propendere, sin dall’inizio, verso Dick. E un certo Thomas Luck, il domestico della famiglia, con un passato piuttosto oscuro alle spalle…
A complicare la situazione abbiamo un tesoro che un avo degli Alford avrebbe nascosto da qualche parte e che Harry ricerca incessantemente studiando vecchi documenti, ovvero mille verghe d’oro e una mitica ampolla contenente l’elisir di lunga vita risalente, addirittura, al tempo degli aztechi. Alla sua ricerca partecipa anche Mary Wenner, l’ex segretaria di Harry, cacciata da Dick perché sospettata di voler sposare il fratello solo per interesse.
A tutto ciò si aggiunge il fatto più inquietante della storia, la maledizione dell’abate di Chelfordbury che nel medioevo era stato ucciso su ordine del secondo conte. Ed ora sembra ricomparso, come fantasma, tra le rovine dell’antica abbazia a suscitare terrore…
Il sergente Puttler arriva a pagina novantatré. Alto, magro, sulla quarantina, la fronte bassa, il labbro superiore stirato e lungo, le braccia che quasi raggiungono le ginocchia. Insomma una specie di scimmia. Chiamato da Dick proprio per avere un aiuto in un momento piuttosto difficile, anche se al fratello è stato presentato come un valutatore della sua tenuta, ma non avrà quel peso nella storia che ci si potrebbe aspettare. Intanto viene fuori un omicidio e la sparizione della stessa Leslie. Dove sarà? Qualcuno l’avrà rapita?…
Tutto gira intorno al tesoro, all’ampolla della vita eterna, al misterioso abate nero (Chi è? Perché appare solo in certi momenti?), al denaro e ai sentimenti d’amore contrastanti che provocano scontri tra alcuni personaggi. E poi il buio, la pioggia, la nebbia, la paura, la pazzia, urla, sinistre apparizioni, sotterranei, cunicoli che mettono brividi. Scrittura veloce, capitoletti brevi, brevissimi con continui colpi di scena, una commistione di giallo, gotico, rosa che fila via spedito fino all’ultima riga.
Per I racconti del giallo abbiamo Nel Brunello c’è il tranello di Fiammetta Rossi e Melania Soriani.
Montapicino 2018. Morte del cavaliere Sigismondo Brogi, proprietario di una vigna. Sembra una morte normale per infarto ma c’è qualcuno che non ci crede e allora il maresciallo Ivana Proietti è costretta ad indagare. Saltano subito agli occhi diversi sospettati ed è sparita una boccetta di calcio gluconato, la medicina giornaliera del defunto, proprio quella del lunedì, il giorno della sua dipartita. Poi c’è pure il fatto che il Brunello di Montapicino non è DOC… e allora basta la classica riunione finale per chiudere il caso. Con un gradito invito per la nostra Ivana…

Morte a corte di Rhys Bowen, Il Giallo Mondadori 2020.
Questa volta la quarta di copertina viene a fagiolo per introdurre la storia: “Lady Georgiana Rannoch è a corto di soldi. Pur essendo trentacinquesima nella linea di successione al trono britannico, è costretta a lavorare per guadagnarsi da vivere. Tuttavia non può accettare lavori tali da mettere in imbarazzo la Corona, che d’altra parte non le offre alcun sostegno finanziario. Un’occasione irrinunciabile le si presenta quando il principe Giorgio, quarto figlio del re, abituato alla bella vita e oggetto di pettegolezzi non proprio edificanti, si appresta a convolare a nozze con la principessa Marina di Grecia. Nientemeno che la regina in persona ingaggia lady Georgiana come dama di compagnia della promessa sposa. Tra i suoi compiti, aiutare la principessa ad ambientarsi nell’alta società londinese, portarla a fare acquisti o a teatro, e magari smentire qualunque maldicenza sul futuro marito. Il tutto complicato dal fatto che Kensington Palace, la residenza assegnata alla titolata ospite, risulta popolato da entità soprannaturali…”
Ecco il punto. E la nostra lady, che racconta la storia in prima persona, se ne rende conto quando vede una donna con un lungo abito bianco attraversare un’arcata che porta a un corridoio come se scivolasse senza far rumore. E lì sparire. La cosa si ripete più avanti quando scorge ancora qualcosa di bianco steso sotto la torre dell’orologio. Solo che questa volta non si tratta di un fantasma (si credeva fosse quello della Principessa Sofia) ma di un morto, più precisamente di una morta soffocata dopo avere sorseggiato un whisky con Veronal (lo si scoprirà in seguito), ovvero Bobo Carrington, una delle donne più affascinanti e in vista di Londra. Ma che ci faceva lì? Tra l’altro con una gravidanza recente portata a termine, secondo il medico della polizia, di circa tre mesi. E dove si trova il bambino?
Le indagini sono affidate all’ispettore capo di Scotland Yard Pelham che chiede l’aiuto di Georgiana in modo da indagare con tatto, senza creare scompiglio nelle alte sfere e provocare uno scandalo nazionale. Già sospettati il principe Giorgio e, addirittura, Darcy O’Mara, il fidanzato della stessa Georgiana. Ma non mancheranno anche altri fra cui la contessa Irmtraut. Indagine davvero difficile dentro un mondo nobiliare con le sue etichette, le sue stravaganze e i suoi lati bui nascosti, in una società assai diversa dove convivono “gentiluomini con bombetta e ombrello” e madri che accompagnano “a scuola bambini tutti pelle e ossa”. E Georgiana al centro della scena, intraprendente, sicura, ma anche impressionata dalle dicerie sui fantasmi, con una madre piuttosto “vispa”, un fratello cortese sposato a una donna scostante, un nonno affettuoso, la cameriera Queene servizievole (anche lei ha visto qualcosa di strano), la sua amica Belinda molto “aperta” con l’altro sesso e il fidanzato Darcy O’Mara “bello, in una maniera quasi impossibile.”
La Nostra si infila dappertutto, anche nelle feste e dove si gioca alla roulette russa, finge di essere un’altra persona, chiede, ascolta, rimugina, in contrasto con il sentimento d’amore verso il fidanzato (si sente tradita) e sarà perfino lei stessa sospettata! Scontro finale pericoloso con entrata in scena dei fantasmi. D’altra parte se esistono…

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret al Picrats del 1951
Un Maigret molto classico. Freddo e pioggia, ambiente dei locali notturni di Montmartre, squadra degli ispettori al completo (con il giovane Lapointe che, si viene a scoprire, era addirittura innamorato della spogliarellista defunta!), con l’aggiunta del triste Lognon. Tal Arlette, sensualissima “stella” del Picratt’s, locale notturno a conduzione familiare, viene strangolata, e a seguire anche una contessa drogata all’ultimo stadio. La lenta marcia di avvicinamento al colpevole, tal Oscar, fascinoso ex-cameriere, è inesorabile. Il giallo è appena accennato, in compenso le figure di contorno sono fantastiche: da Fred, il padrone del Picratt’s, al Grillo, ad altre appena accennate. Il sesso domina sovrano, molto più dello stesso alcool, pur presente in dosi massicce: quasi tutti sono irrimediabilmente sessuomani, mentre le donne o accettano passivamente, o raggiungono straordinari livelli di ninfomania, come, a quanto pare, entrambe le defunte. Lo spogliarello integrale, marchio di fabbrica del Picratt’s, viene descritto a lungo un paio di volte. A ciò si aggiungono due categorie descritte certo non in modo politically correct (non era stato ancora inventato…): i drogati e i “pederasti”, umanità reietta presentata senza la minima pietà, con un disgusto profondo, viscerale e privo di sfumature. Un mondo abbastanza orribile, sul quale Maigret veglia con grande calma e serenità, del tutto a proprio agio con chi, almeno, non raggiunge i vertici dell’abiezione, come, per esempio, i coniugi tenutari del Picratt’s.

Le memorie di Maigret del 1950
D’accordo, Simenon è in grado di rendere piacevole anche la lista della spesa. Inoltre, leggendo queste pagine si vengono a scoprire tante cose belle su Maigret (penso soprattutto all’infanzia, con i racconti sulla morte per parto della madre; molto carino anche la narrazione dei goffi approcci a Louise, la futura signora Maigret) e, per di più, si ha anche un quadro ritengo plausibile della criminalità a Parigi nei primi anni Cinquanta (Simenon sicuramente si sarà informato a dovere). Senza contare che l’incontro tra Simenon ventiquattrenne e lo stesso Maigret più o meno quarantenne, e il dipanarsi della loro amicizia, è raccontato con finezza. Ma, e vengo finalmente al ma: che senso ha tutto questo? Delle volte si ha l’impressione che Simenon, nel suo lussuoso eremo americano, abbia voluto vuotare i cassetti: perché scrivere un Maigret senza trama, senza alcun giallo, basato per di più su un’incongruenza (Maigret non è uno scrittore – a casa sua non ha neppure una scrivania e la cosa che odia di più è scrivere i rapporti! Figuriamoci se si mette a puntualizzare mille particolari, scrivendo qualcosa di simile alle sue memorie), è una cattiveria nei confronti del lettore: grande per i lettori occasionali, che nulla capiscono di quel che leggono (e un romanzo dovrebbe ambire a essere leggibile di per sé), ma tutto sommato irritante anche per i milioni di seguaci del commissario.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Un nuovo e per me inatteso Bruno Morchio nel nuovo libro Dove crollano i sogni, Rizzoli 2020. Non ho ritrovato la colta e perspicace melanconia di Bacci, né l’avventurosa volontà di Il greco, sempre pronto a battersi. Niente di tutto questo, e invece un amaro e inquietante romanzo noir che pesca nel torbido dominato dal carattere della protagonista e voce narrante Blondi, nomignolo di Ramona, esoticheggiante rimando alle telenovelas televisive sudamericane, una ragazza bionda con gli occhi azzurri, bella come un fiore, figlia di madre single che si affanna a fare le pulizie in una casa di riposo e affoga la sua solitudine nel vino cattivo. Amaro, inquietante ma non per questo meno squisitamente realistico. La protagonista Blondie, poco più che bambina, un fiore cresciuto nel fango ma ricca di saputa ignoranza, è indurita da una strana quotidianità di nullafacente indifferenza, con rituali quali vedersi regolarmente con gli amici, fumare qualche spinello ogni tanto e scopare con il suo ragazzo. Per cui già un aborto alle spalle. Un personaggio multiplo, una ragazzetta mal cresciuta o un’astuta allieva delle male lezioni impartite da Youtube e dalla strada? Ma a me, che bazzico di storia, richiama la normale, consueta e scontata fino allo scorso secolo, mostruosa crudeltà dei fanciulli di tutti i tempi, sanguinari protagonisti o vittime ma sempre schierati in prima fila davanti alle esecuzioni. Un romanzo, che a tratti non può e non vuole fare sconti, ambientato in Val Polcevera, quella valle da dove fino a pochi giorni fa si vedeva il ponte ancora tagliato in due ma lì, lì, quasi pronto a ricongiungersi. Diventato forse l’unico vero simbolo in questo nostro oggi, in questa Italia percossa e ferita dalla pandemia, di una chance di rinascita, di una possibile uscita dal tunnel. Ma torniamo a Dove crollano i sogni, un noir classico che strizza l’occhio ai libri di Simenon, ambientando l’azione nei mesi di tragica vigilia del crollo del Ponte Morandi, mentre ci narra il retroscena da cui scaturirà un omicidio. Blondi, diciassette anni, è nata e cresciuta a Certosa, lo squallido quartiere ex industriale fatto di casamenti sbrecciati a quattro piani. Dalla periferia della Certosa il mare non si vede. Là la gente tira solo a campare tra i capannoni dismessi e gli scheletri di fabbriche della vecchia Genova operaia che non c’è più, all’ombra del grande ponte autostradale. Blondi non ha mai conosciuto suo padre. Di lui sa appena che era un marinaio e ha abbandonato sua madre prima della sua nascita. Blondi fa coppia stabile con il bello e arrapato Cris, un imbranato che sogna di comprarsi una moto ma non sa far altro che vivere alle spalle del padre e contestare, rifiutando il lavoro dello zio, stimato proprietario di una falegnameria. Un mezzo sbandato senza testa che passa da una canna a un “tirello” di ero. Loro due ragazzi non hanno mai finito gli studi e frequentano insieme una compagnia di sbandati, salvo forse un vecchio compagno di scuola di Cris, che fa il ragioniere e un muratore peruviano, a conti fatti l’unico ad avere davvero la testa sul collo. Da due anni, dopo avere letto, rubata e poi preziosamente conservata una patinata rivista di qualità, Blondi sogna solo di andarsene in Costa Rica. Perché a Certosa non c’è alcun posto al sole, alcun roseo futuro per lei che abita con la madre in un misero bilocale di periferia. La sua esistenza è tutta là, imprigionata o peggio inchiodata all’asfalto, tra le panchine dei giardinetti e il bar di Carmine, ritrovo degli ultras della Sampdoria, a bere e fumare fino a notte con improbabili amici. Salvo quelle scappate del venerdì e del sabato in centro, con la metro o il motorino, a sbavare davanti alle vetrine per poi la sera scendere nei vicoli vicini al porto, dove impazza la movida, a bere alcol, comprare ganja a poco prezzo, e dopo anche sedersi a guardare il mare di notte. Ma Blondi vuole altro. Lei mira ad altro. Lei vuole fuggire in Costa Rica e iniziare là una nuova vita. Epperò, per poterlo fare, ci vogliono i soldi, abbastanza soldi per pagare il biglietto aereo e arrivati là altri soldi per ricominciare. Ma per averli, occorre trovarli. O prenderli, ma allora bisogna creare l’occasione giusta. O sapersela creare a ogni costo, anche inventandola. Se si è veramente privi di anima e disposti a tutto pur di tagliare la corda, sembra persino facile scordare ogni scrupolo, ogni dubbio, ma proprio tutto e andare avanti fino in fondo, a occhi aperti. Un personaggio da manuale Blondi, costruito con straordinaria e plausibile genialità a tavolino. Un personaggio che ha imparato molto bene a fingere, a muoversi e ad agire pericolosamente. Un diabolico noir, Dove crollano i sogni, ambientato in zone e quartieri di Genova, ormai contaminati dalle nere dita della mafia. Una confessione in diretta che ci rivela il baratro in cui potrebbe facilmente sprofondare certa gioventù priva di innocenza e umanità. Una gioventù priva di altruismo, senza arte né parte, senza ideali, senza speranza e che soprattutto non ha modo e non riesce a imparare a vivere. Si può cambiare qualcosa? Attenti però perché è la stessa gioventù che, come tutti noi, ha dovuto affrontare la sfida del coronavirus, la drammatica peste nera del 2020. Molti hanno reagito bene e gli altri? Avranno imparato qualcosa? Avremo noi imparato qualcosa, o almeno imparato abbastanza da riportare qualcuno dei tanti, troppi giovani sbandati e lasciati in balia di se stessi a pensare e vivere in un altro modo?
Bruno Morchio è nato nel 1954 a Genova, dove vive e ha lavorato come psicologo e psicoterapeuta. È autore, tra l’altro, di una fortunata serie gialla che ha per protagonista l’investigatore privato Bacci Pagano. Per Rizzoli ha pubblicato Il testamento del Greco (2015) e Un piede in due scarpe (2017).

Pandemia di Laurence Wright, Piemme 2020.
Sorpresa, sorpresa, è uscito il 5 maggio e parla, figuratevi un po’, di una spaventosa pandemia provocata da un virus che somiglia tanto al Covid-19. Scritto dallo scrittore, giornalista sceneggiatore e premio Pulitzer Lawrence Wright, reso celebre dal suo Le altissime torri (in inglese: “The Looming Towers”), un bestseller sugli attentati dell’11 settembre poi trasformato anche in una serie televisiva. Insomma, uno che ci sa fare eccome coi disastri di ogni genere. Quale sarà la risposta del pubblico? Ci saranno quelli più schiacciati e provati dai mesi sotto il fatale tallone del Coronavirus che non ne vorranno sapere. Forse ci sarà chi preferirà ridere, leggere magari di impossibili e stravaganti avventure invece di avvinghiarsi all’orrore di descrizioni di morti spaventose. Ciò nondimeno non ho idea del livello di ritorno del masochismo umano, esaltato da un quinquennio almeno di orrori in diretta su You Tube. E se invece nelle affollate “chiese degli adoratori del complotto” si pensasse a metterlo sugli altari per esorcizzarlo? Non mi pronuncio, anche perché Pandemia è un polposo mix di fantapolitica mischiata alla guerra batteriologica con in più, a far da fil rouge, l’americanissima famiglia americana di un rachitico (per colpa dei genitori) ma straordinario scienziato, destinato a salvare una parte di mondo (naturalmente sotto la bandiera a stelle e strisce). Insomma, tanta roba tutta insieme per un romanzo parascientifico su un virus devastante che inizia in Asia prima di diventare globale…

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
questa volta niente Geronimo e niente Schiappa ma vi presenterò Delitti esemplari di Max Aub, Sellerio 2006.
Questo libro parla di vari delitti commessi da tante persone in cui è spiegato il motivo, il luogo e il modo in cui sono avvenuti. Per esempio: una signora spara ad un altro signore del suo condominio perché continua a russare e non la fa dormire; un signore ammazza con una pietra una signora perché lei ha riso di lui quando è scivolato su una buccia d’arancia; due amici si sono dati appuntamento in città alle sette ma quello più giovane arriva tre ore dopo e l’altro lo scaraventa sotto il primo autobus che passa. Come potete vedere negli esempi l’autore esagera sempre a raccontare le ragioni del delitto, anche per far sorridere il lettore. E dunque si può sorridere anche di morti ammazzati.

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
oggi vi presento La bambina della noce, Edizioni del Baldo 2015.
Una bambina, di nome Mignolina, nasce da un guscio di noce. È alta come dieci formiche. Vuole cercare una casa dove vivere con una mamma ed un papà. Allora prima va dalle rane, poi da un uccellino, poi dai conigli, poi dalla gallina e infine riesce ad arrivare dai genitori. Durante questi incontri impara un sacco di cose e alla fine diventa sempre più grande come una vera bambina. Che bello!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… L’ultima storia

John Grisham
L’ultima storia
Mondadori, 2020
Traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe

L’ultima storia prende avvio nel bel mezzo di un micidiale uragano estivo. Siamo in piena estate su Camino Island (nome di fantasia di un isola alla moda a sud della Florida, arricchita da splendide dimore vittoriane in cui realmente l’autore soggiorna durante la stagione estiva), dove la gente vive rilassata, si dedicano ad attività poco impegnative e partecipa a splendide cene irrorate da vini di qualità. In questo contesto molto tranquillo, dove non accadono crimini e non si ricorda la data dell’ultima rapina, Grisham inserisce la sua storia. L’isola è abituata ad affrontare tempeste e tutti gli abitanti sono preparati e, soprattutto, assicurati. Ordinaria amministrazione dunque? No invece, perché stavolta, dopo aver girato minacciosamente per giorni nella zona, tastando qua e là, sull’isola sta per abbattersi un vero e proprio inferno di nome Leo, spaventoso uragano “sfascia tutto” di livello 5 con venti a oltre duecento chilometri all’ora. Il governatore dello stato è corso ai ripari. Dopo aver allertato i soccorsi, ha ordinato agli abitanti l’immediata evacuazione dell’isola, collegata alla terraferma da una lunga passerella a doppia corsia. Passerella che per ore è stata intasata da interminabili file di auto e mezzi in fuga stracarichi di persone e cose. La maggior parte dei residenti e turisti infatti, a scanso di ogni rischio, ha mollato tutto per cercare un rifugio sulla costa, meno sottoposta alle conseguenze del cataclisma. La maggior parte ma non Bruce Cable, noto libraio, moderno mecenate e ricco collezionista di libri antichi, oltre che indefesso animatore della vita culturale dell’isola, che ha deciso di spostare al primo piano tutto il materiale del suo celeberrimo negozio e proteggere l’edificio con solide barriere. Insime a Nick Sutton suo collaboratore e brillante studente universitario, ha deciso di rimanere sul posto, rifugiandosi nella sua solida villa vittoriana. Villa che nei secoli ha già superato indenne altri distruttivi uragani. Secondo i puntuali bollettini trasmessi via radio, Leo infuria per ore e rispetta le regole, sfasciando ogni cosa o quasi. Abbatte pali della luce, alberi, taglia linee telefoniche, danneggia gravemente case, alberghi e negozi e fa diverse vittime. Tra queste Nelson Kerr, noto scrittore di thriller, ex avvocato, coetaneo e amico di Bruce, che da pochi anni ha comperato un bella casa dalle parti dell’Hotel Hilton e si è trasferito a vivere a Camino Bay. L’hanno trovato Bruce e Nick durante la ricognizione dopo la tempesta, morto e accasciato contro il muro di mattino sul retro della sua abitazione. Ucciso da diversi colpi alla testa. Il vento faceva volare rami dappertutto, dunque tutto farebbe pensare a un incidente, ma alcuni particolari non quadrano. Secondo Nick Sutton, mente fina e accanito giallista, le ferite di Nelson sembrano provocate da altro, e alcune macchioline scure in salotto farebbero pensare che l’ex avvocato scrittore sia stato ucciso là. Chi può averlo ucciso? E perché? La polizia locale, che d’abitudine si limita a perseguire ladruncoli e fermare le stramberie di qualche ubriaco, non è certo in grado di occuparsi di un omicidio, soprattutto in un momento di emergenza che vede tutti impegnati altrove. E dato che la temperatura esterna media è di 35°, bisogna far recuperare presto il corpo e portarlo in un obitorio sulla terraferma. Tutte ragione che spingeranno Bruce a impegnarsi di persona e a intraprendere una sua indagine. Nelson Kerr, che in passato aveva patteggiato con l’FBI rivelando segreti appresi durante la sua professione, nella sua “seconda vita” si era dedicato alla scrittura di romanzi di denuncia che avevano avuto molto successo. Quando è stato ucciso stava appunto finendo un nuovo misterioso thriller. E se la sua morte fosse in qualche modo collegabile a quanto contenuto in quell’ultimo romanzo, quell’ultima storia, ancora inedito?
Indagine lunga, molta pericolosa, che finirà per scoperchiare un pentolone infernale di menzogne, inganni, trabocchetti e tradimenti.
Il nome di John Grisham è legato ai legal thriller e, anche in questo caso, l’autore inserisce elementi legati a quel mondo, ma stavolta si serve soprattutto della finzione narrativa per affrontare problematiche tragiche e reali, seguendo anche un preciso tracciato di critica al sistema e a certi cliché sugli abitanti dei diversi Stati americani. Grisham ci regala una storia piena di colpi di scena, che si muove agilmente nell’ampia zona grigia tra legalità e illegalità. Un terreno fertile per spiegare come certe situazioni, a volte un po’ al limite del verosimile, possano trasformarsi in realtà. Romanzo ben costruito, imprevedibile, originale e da leggere,

John Grisham è autore di trentaquattro romanzi, un saggio, una raccolta di racconti e sette romanzi per ragazzi, tutti bestseller editi da Mondadori. Le sue opere sono tradotte in quarantaquattro lingue. Vive in Virginia e in Mississippi.