La Debicke e… Storia del Giallo Italiano

Luca Crovi
Storia del Giallo Italiano
Marsilio, 2020

Era la lontana primavera del 2002 (18 anni, ormai è diventato maggiorenne) quando Marsilio dava alle stampe Tutti i colori del giallo di Luca Crovi. Il libro riscosse un tale successo da permettere prima la creazione dell’indimenticabile e mai abbastanza rimpianta trasmissione radiofonica su RAI 2 che rallegrava il pranzo degli italiani (dalle 13 alle 14), poi un festival di successo nel Canton Ticino. Nel 2020, sempre con Marsilio e “ça va sans dire” scritto da Luca Crovi, approda nelle librerie e nei circuiti web Storia del giallo italiano, una specie di erede spirituale del primo libro. Sono certa che la lunga stesura di questo testo, un enciclopedico compendio di letteratura gialla italiana “alla Crovi”, brillantemente arricchita da sottili sprazzi di humour, debba essersi rivelata un’impresa titanica. Sia per la mole delle notizie, nomi, esempi, brevi sunti di testi e vari commenti da riportare diligentemente, sia per l’inconscio terrore di dimenticare qualcuno e qualcosa, errore sempre possibile ma certamente involontario, conoscendo l’amico Luca.
Stavolta Crovi ha scelto di parlare di letteratura gialla ripartendo le ben 512 fitte (e scritte piccine piccine, un guaio per i miei occhi, ma per amicizia e vanità si fa questo e altro, visto che nella sua infinità generosità Luca ha citato anche il mio nome) pagine del libro in 18 brevi ma chiari e approfonditi capitoli a tema.
Il prologo è una corposa e approfondita introduzione nella quale cita a ragione, proprio nelle prime frasi, l’intelligente rivendicazione e difesa del genere fatta dal grande Augusto De Angelis, il papà del commissario De Vincenzi, alla fine degli anni Trenta: «Ho voluto e voglio fare un romanzo poliziesco italiano. Dicono che da noi mancano i detectives, mancano i policemen e mancano i gangsters. Sarà, a ogni modo a me pare che non manchino i delitti. Non si dimentichi che questa è la terra dei Borgia, di Ezzelino da Romano, dei Papi e della Regina Giovanna […]. Il romanzo poliziesco è il frutto rosso di sangue della nostra epoca. È il frutto, il fiore, la pianta che il terreno poteva dare….».
Giustissimo, perché il passato della penisola è crudele e ignora ogni etica. Quindi a maggior ragione, come diceva Tancredi, nipote del principe di Salina nel Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», pertanto Luca Crovi ci racconta come gli autori italiani siano riusciti a far nascere, crescere e apprezzare un genere che per troppo tempo veniva visto come avulso, estraneo rispetto al panorama letterario del Belpaese.
Infatti, benché i prodromi della narrativa poliziesca, nera, o thriller, insomma di quello che poi, per colpa delle copertine Mondadori, dal 1959 ha preso il casereccio nome italico giallo, risalgano alla metà del XIX secolo, la stima e il giusto riconoscimento letterario del genere è arrivata molto dopo.
Secondo Luca Crovi, e mi pare che dica bene, il giallo italiano probabilmente è nato come risposta e sulle larghe orme del feuilleton francese. Pubblicato, spesso a puntate, sui quotidiani d’Oltralpe, funzionava alla grande e allora via con Il mio cadavere (1851) del napoletano Francesco Mastriani, che conquista frotte di lettori, seguito in scia nel 1857 dal milanesissimo Emilio De Marchi e il suo Il cappello del prete, apprezzati persino da Benedetto Croce. Saranno pubblicati sui quotidiani milanesi e napoletani, mentre nel 1883 sarà la volta di Firenze e la Nazione con Lucertolo, soprannome del poliziotto Domenico Arganti per la diabolica capacità di infiltrarsi dappertutto, a firma Jarro, ovverosia il giornalista Giulio Piccini. Se poi si guarda al giallo storico, che funziona bene anche nel XXI secolo, all’inizio del XX Luigi Natoli, con lo pseudonimo William Galt, guida la schiera dei precursori con I Beati Paoli, una specie di banda di Robin Hood siciliana, una setta di vendicatori e giustizieri che opera contro coloro che hanno infranto senza scotto la legge. Ma se il fascismo tarpa le ali agli stranieri, lo farà in seguito anche ai giallisti italiani. Ne pagano il fio il grande De Angelis e il suo Commissario de Vincenzi. Si chiudono i Gialli Mondadori. Il regime stabilisce quote obbligatorie. Si vive in un mondo irreggimentato, dominato da adunate, manifestazioni ginniche e sfilate di balilla, i giornali e i libri vengono censurati. I morti ammazzati contaminano il buon nome del Belpaese. E figuriamoci se si può lasciar circolare il “giallo”, il genere principe in cui spesso si rispecchiano i desideri nascosti e le paure della società.
Arriva il dopoguerra, che rivede persino Gadda e il suo Pasticciaccio, pubblica Sciascia, osannato da Calvino, che narra i crimini della Sicilia mafiosa e Scerbanenco assurge alle vette di Duca Lamberti, mentre la crime fiction guadagna in spazio e popolarità. Tornano i Gialli Mondadori conquistando una nuova larga platea di appassionati.
Luca Crovi ripercorre la storia del giallo italiano da un nuovo punto di vista, quello che era temuto temuto dai fascisti come spia dei desideri, dei timori, dei sogni o peggio degli incubi della nazione ma anche, diversamente dalle idee di stampo mussoliniano, come possibile valvola di sfogo e di scarico di passioni represse.
Il fatto che il giallo in Italia abbia sempre funzionato dimostra il suo collegamento con il modo di pensare e di immaginarsi degli italiani e diventa un’eccellente rappresentazione, nel bene e soprattutto nel male, che riassume il Novecento e il primo ventennio del Duemila.
Un compendio anche storico-sociale che va dalla Milano di Augusto De Angelis e Giorgio Scerbanenco, alla Roma di Giancarlo De Cataldo, dal boom degli anni Sessanta al meritato successo di Andrea Camilleri, da Carlo Lucarelli a Massimo Carlotto, da Antonio Manzini a Maurizio de Giovanni e, passando dai legal thriller di Gianrico Carofiglio, ci porta per mano al sottile humour dei gialli di Marco Malvaldi e Francesco Recami, con un occhio attento ai thriller di Giorgio Faletti e Donato Carrisi, senza dimenticare i crimini di altri tempi: la potenza di Eco, Dante di Giulio Leoni, Publio Stazio di Danila Comastri Montanari e via via coloro che hanno scritto di storia o di avventura come Marco Buticchi e Marcello Simoni. E, per par condicio, non dimentica le quote rosa del nero al femminile, Margherita Oggero, Alessia Gazzola, Marilù Oliva, Gabriella Genisi, Rosa Teruzzi, Alice Basso, Mariolina Venezia, e non me ne vogliano altre che non cito. Seguendo un coinvolgente fil rouge, tra successi editoriali e repêchage di autori, magari meno noti, ma che hanno lasciato un segno nel panorama italiano e internazionale, Crovi fa notare differenze e affinità fra trame e personaggi, scenografie e modelli narrativi e alla fine analizza il perché, anche in tempi di spaventosa incertezza come questi che stiamo vivendo, il giallo riesca ancora a farsi leggere e amare dagli italiani, quasi rappresentasse un esorcismo simbolico.
Forse perché una certa realtà, fatta di giustizie e ingiustizie, di atti eroici e azioni criminali, è la colonna portante del giallo italiano.
Un’enciclopedica carrellata attraverso ben due secoli di giallo italiano, senza dimenticare i riferimenti al passato. Con i giusti richiami a Manzoni e i Promessi Sposi, ma anche alla Commedia dantesca, si riportano in scena persino il ‘700 e l’800.
Se siete appassionati di gialli, polizieschi e thriller e avete voglia di leggere un vero e proprio trattato su ogni tipo di delitto e omicidio narrati dalla letteratura italiana negli ultimi 170 anni, Storia del Giallo Italiano  è il vostro libro.
Compratelo subito.

La Debicke e… Fumo e cenere

Abik Mukherjee
Fumo e cenere
SEM, 2020
Traduzione di Alfredo Colitto
In libreria dal 3 settembre 2020

Calcutta, 1921. Ancora oppresso dai dolorosi ricordi legati alla guerra mondiale e alla successiva morte della giovane e adorata moglie, falciata dalla spagnola, il capitano Sam Wyndham sta cercando di far fronte alla sua grave dipendenza dall’oppio. Una dipendenza da combattere a ogni costo, ma che nel frattempo è costretto a nascondere ai superiori delle forze di polizia di Calcutta, perché potrebbe bruciargli la carriera.
Ma proprio mentre è sdraiato in una fumeria d’oppio, appena cosciente, un’incursione della polizia costringe Wyndham a fuggire. Obnubilato dalla droga, mentre cerca di raggiungere il tetto dell’edificio scopre uno sconosciuto, dai tratti mongolici, orribilmente sfigurato e ucciso a coltellate. Per miracolo riesce a nascondersi e, più tardi, a rientrare sfinito nella casa che divide con il suo sergente indiano.
Il giorno dopo, convocato dai superiori per indagare su un orribile omicidio, Sam Wyndham si trova davanti a un cadavere, di una donna stavolta, sfigurato come quello visto la notte prima. Le ferite delle donna, un’infermiera, sono le stesse del suo defunto nella fumeria: gli occhi strappati dalle orbite e due coltellate al petto, provocate da un pugnale, farebbero pensare a un omicidio rituale.
A queste due morti misteriose se ne aggiungono altre. Gli omicidi, eseguiti con identiche modalità, sono stati compiuti in diverse zone della città e a prima vista non risulta alcun legame tra le vittime.
Sembra quasi che ci sia un killer in libertà. Un folle che colpisce a caso? Forse per creare disordini in vista dell’arrivo del principe ereditario? O invece la catena di delitti cela qualcosa di ben più pericoloso, qualcosa che viene da lontano?
Il capitano Wyndham lotta contro il tempo, paventa brutte sorprese, deve riuscire a trovare il bandolo della matassa. Sarà una frenetica, angosciante e disordinata caccia all’uomo, che pare inafferrabile, con l’unico vero appoggio del fidato assistente indiano, il geniale sergente Banerjee.
Il romanzo è ambientato a Calcutta a Natale (fa decisamente freddino), nel 1921, in un momento nella storia in cui le proteste dei nazionalisti, infiammati dal Mahatma Gandhi a chiedere l’indipendenza dall’Impero britannico, sono sempre più accese e tutta la capitale del Bengala è in fermento, pronta a mettere in atto una pacifica manifestazione contro il dominio britannico.
La causa incidentale, che offre l’occasione ideale per una dimostrazione pubblica, sarà la visita ufficiale del principe di Galles.
L’atmosfera è tesa, Wyndham preme perché la visita venga rinviata, spera che le acque si plachino ma la testardaggine inglese e la risposta indiana sono a confronto. Niente da fare, si va avanti con l’insostituibile Banerjee, laureato a Oxford e appartenente a una grande e ricchissima famiglia di avvocati, sostenitori del pacifico movimento di indipendenza, ma che ha prestato giuramento alle forze della polizia imperiale.
Il sergente, gravato da un conflitto emotivo, si trova in imbarazzo ed è inquieto. È combattuto tra il dovere e l’amicizia per il suo diretto superiore, ma non può ignorare del tutto la sua famiglia. E tuttavia si sente moralmente vincolato dall’obbligo di proteggere Sam Wyndham sia da se stesso che dai loro capi.
In realtà il rapporto tra loro, trasformato con il tempo in reciproco rispetto e cordiale familiarità, è arrivato a travalicare la diversa posizione sociale irreggimentata negli schemi dell’epoca.
Mukherjee affronta con intelligenza e grande apertura mentale la perfetta ricostruzione storica e ambientale di quegli anni in India, un altro mondo, diverso, lontano, fatto di sfrenata ricchezza e grande povertà. Descrive luoghi, usanze, tradizioni, profumi e cattivi odori, offrendo al lettore quella che fu la realtà morale e umana dell’India sotto il dominio britannico. Senza pregiudizi nei confronti delle due parti in causa, narra equanimemente tutto il bene e il male di quell’epoca e, più in particolare, quello che fu il determinante ruolo militare e della Polizia Imperiale inglese.
Il personaggio principale, Sam Wyndham, pur imperfetto e perseguitato dai suoi demoni, durante le indagini s’impegna allo stremo, dà tutto se stesso, riuscendo persino a superarsi, forse per la volontà di compensare i propri difetti. Anche l’amicizia con Banerjee è avviata a cambiare, orientandosi su un piano di reciproco rispetto e uguaglianza.
Suspense e una serie di colpi di scena molto ben calibrati, per una trama diversa e intrigante, arricchita da un ottimo uso descrittivo del linguaggio e dalla superba conoscenza della vita e degli usi e costumi nell’India di quei tempi, fanno di Fumo e cenere un’eccellente ricostruzione storico-ambientale, basata su fatti realmente accaduti, anche se un po’ più tardi nel tempo (la visita del principe ereditario a Calcutta fu nel 1930, quindi nove anni dopo).

Abik Mukherjee, giovane autore indiano, è cresciuto nell’Ovest della Scozia. Tra i suoi romanzi di successo si ricordano: L’uomo di Calcutta (SEM 2018) e Un male necessario (SEM 2019).

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2020

E cento! Sono cento le mie letture al gabinetto! Mai avrei pensato di arrivarci. Un grazie allo splendido sorriso della Buccherina che ha accettato i miei parti matusalemmici. E ora il mio obiettivo è di arrivare a 101. Se tutto va bene…

La fonte delle lacrime di Paul Halter, Il Giallo Mondadori 2020.
19 giugno 1957. Già il remoto paesino di Chartam, arroccato sulla costa settentrionale della Cornovaglia, ha qualcosa di lugubre e sinistro “forse a causa del gemito lancinante del vento”. Ma anche Patrick Markale che ci si sta avviando, alto, biondo, calvo “ha qualcosa di strano nei suoi occhi chiari”, ovvero “qualcosa di magnetico che metteva a disagio e mal si confaceva al resto della sua persona”. È un sensitivo e, come vedremo, riuscirà a ritrovare oggetti perduti, risolvere misteri e predire disastri. Con l’aiuto di un semplice pendolino o anche di un solo bicchiere d’acqua. Il suo obiettivo è ritrovare una misteriosa fonte magica, ovvero la fonte di Sibilla che avrebbe il potere della divinazione.
Altri personaggi: Ruth Kendall, moglie del poliziotto Oliver Kendall. Hanno una figlia adottiva Sandra, molto bella, contesa tra Trevor e John Leighton figli di John e Deborah Leighton. Quest’ultima ha perso il figlio Henry caduto nella falesia per una raffica di vento, ma il corpo non fu mai ritrovato. Ogni notte si alza, corre lungo la falesia e invoca il suo nome. Da un po’ di tempo Sandra, che va spesso nella biblioteca di famiglia, è giù di corda e piange. Perché? Da che cosa è tormentata?…
Il criminologo Alan Twist, munito di pince-nez, “di una magrezza sbalorditiva e dai superbi baffi rossicci” arriva, insieme all’amico ispettore Archibald Hurst “corpulento sessantenne dal volto sanguigno”, proprio nel paesino di Chartam per verificare le supposte doti del sensitivo. Che riuscirà ancora a sorprendere per le sue “intuizioni” sbalorditive e far arrestare, addirittura, i responsabili di certi casi irrisolti del presente e del passato. Incredibile. Un diabolico ciarlatano o un vero e proprio mago che ha già trovato la mitica fonte di Sibilla?…
Mentre Alan Twist sta cercando di capire l’incredibile mistero tra una tirata di pipa e una “succulenta torta di mele”, abbiamo le forze della natura, il vento, la nebbia, la pioggia, il tuono improvviso tese a creare anch’esse un’atmosfera da brivido. Gli avvenimenti precipitano, il morto ammazzato, la scogliera, la terribile scogliera, il dubbio, la luce improvvisa che nasce da una frase involontaria, novello dottor Watson, di Archibald. Ecco, allora, pronto il nostro criminologo a spiattellarci l’incredibile, complessa verità, in cui il mistero, l’occulto e il delitto impossibile vanno felicemente a braccetto come in un giallo classico che si rispetti.
Per I racconti del giallo ecco Cardosa e lo sfratto del caffè Greco di Carlo Parri.
Roma, lunedì 2 settembre. Caldo afoso. Al caffè Greco che sta per essere sfrattato. Cardosa deve risolvere un problema di Matarò. Ha saputo di avere avuto una figlia da una ragazza di borgata che gli aveva detto di abortire. Ora è scomparsa. Bisogna cercarla. Cardosa si ritroverà ferito all’ospedale ma anche da lì continuerà la ricerca avvalendosi di ogni mezzo, consentito o meno, perché c’è invischiato il classico pezzo grosso… E allora occorrerà scatenare un putiferio per fargli fare una mossa falsa.

Una lettera per Sara di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2020.
Dopo il commissario Ricciardi vediamo un po’ che cosa ci ha preparato il nostro Maurizio. Intanto via dagli anni del fascismo. Sempre a Napoli ma nell’aprile di oggi, 2020. Primo incontro con l’ispettore Davide Pardo (ad essere sinceri è il secondo). Niente famiglia, niente figli, solo un gigantesco cane a fargli compagnia, un uomo tranquillo, che vorrebbe essere tranquillo ma il Destino gli ha inflitto “mille sgambetti”. Però alle undici in punto “prende” il caffè. Rito sacro, irrinunciabile. Nel solito bar, il bar di Beppe, dell’enorme Beppe. Tutti i santi giorni. Come quel lunedì di aprile. Ma qui arriva proprio il Destino nella persona di Angelo Fusco, gravemente ammalato e suo superiore di polizia prima della pensione. Desidera avere un aiuto non proprio ortodosso da lui, ovvero parlare con il carcerato Antonio Lombardo in fin di vita che lo ha mandato a chiamare e potrebbe aiutarlo a conoscere la verità sulla scomparsa e la morte della sorella Ada, commessa in una libreria antiquaria, avvenuta trent’anni prima. Per un vecchio libro e una lettera all’interno che aveva rilasciato a qualcuno. Ma…
Abbiamo anche il nuovo personaggio di Sara Morozzi, ex agente segreto e una vita troppo ricca di dolori: la morte del compagno Massimiliano, suo ex superiore, per il cui amore aveva lasciato marito e figlio, morto anche lui in un incidente stradale. Ora amica di Pardo, in stretto rapporto con la nuora Viola che si rivelerà intraprendente e il nipotino Massimiliano. Cervello veloce, attivo, intuitivo, una persona appartata, quasi invisibile ma pronta ad entrare in azione. Tutti e tre si ritroveranno insieme a scoprire il mistero della morte di Ada. E non solo…
Poi ecco il Tempo, altro importante personaggio, con il passato e presente che si alternano, attraverso anche frasette in corsivo a creare certi spazi sentimentali. E ancora le domande che affiorano sul segreto che Antonio Lombardo si è portato nella tomba. Quale segreto? Che cosa ha dato a qualcuno prima di morire? Una lettera? Per chi? E le ombre che si accumulano sul marito di Sara ricordato dalla stessa in un teso incontro con il carcerato. Altre struggenti domande…
Dunque per il nostro trio un viaggio denso di pericoli attraverso i Servizi deviati, la magistratura corrotta, la mafia e tutto il casino che si porta appresso. Ma, soprattutto, ricordi e ricordi, rabbia, dolore, rimpianto, malinconia venata, talora, di un sottile umorismo a renderla più leggera. Amore, amore espresso e amore trattenuto. È la vita che scorre lenta e inesorabile. Con tutto il peso dei suoi drammi esistenziali.
Che cosa ci ha offerto questa volta Maurizio de Giovanni? Un giallo? Un noir? Un thriller? Solo un romanzo, un semplice grande romanzo.

L’opale di Nonio di Jackson Gregory, Il Giallo Mondadori 2020.
Intanto la villa isolata, ovvero la Casa dell’Opale, è un mostruoso, bizzarro edificio che sorge in una notte tempestosa, squassata dal vento e squarciata da lampi. Qui, a ricevere gli ospiti del proprietario Mainwaring Paar, c’è il dottor Andregg, una figura allampanata e lugubre, dall’aspetto malaticcio e dalla faccia cadaverica. Gli invitati, poi, sono in numero di tredici, che non porta proprio bene. Inoltre la villa racchiude la storia di due uomini uccisi a colpi di pugnale a causa di una gemma infausta, l’Opale di Nonio, appartenuta a un senatore romano. Inizio davvero poco rassicurante…
Tra gli invitati abbiamo il detective dilettante Paul Savoy che dovrà vedersela con una serie di fatti raccapriccianti e inspiegabili. Intanto tutti gli ospiti portano con loro una o più gemme di inestimabile valore sulle quali pesano strane leggende e il padrone di casa, che ha messo un bel milione di dollari in cassaforte per uno di tali gioielli, è impaurito, sicuro che qualcosa di grave accadrà.
Tutto concorre a creare un clima di suspense e paura, la luce di una lampada che si spenge, fino all’angoscioso e terribile grido “Assassino!” che risuona per tutto il palazzo. In breve è stato ucciso proprio Mainwaring Parr con un grosso coltello da caccia piantato all’altezza del cuore e un altro ospite, il detective Herman Dicks, sembra agli sgoccioli della vita con il cranio spaccato. Gli eventi straordinari sono appena cominciati… Impossibile comunicare con l’esterno, la linea telefonica è interrotta, ed ecco uno scoppio improvviso, la cassaforte saltata e i soldi spariti. Ma, soprattutto, spariscono anche il morto e il moribondo! Non si trovano né dentro né fuori. Incredibile…
L’eccentrico Paul Savoy, che “rimugina” meglio in un ambiente di colore azzurro, ammirato e allo stesso tempo disprezzato da qualcuno (una testa balzana, un venditore di fumo a cui manca più di una rotella), ora sembra avere capito tutto. Prevede, addirittura, l’arrivo di due nuovi personaggi e le domande fioccano numerose: perché hanno ucciso Parr e Dicks? Perché hanno fatto saltare la cassaforte? Come si spiega la scomparsa delle salme? Dove sono nascoste? Qualcosa, anzi tutto non quadra. Per lui ci deve essere un nesso con i fatti avvenuti prima del delitto, con gli avvenimenti che l’hanno preceduto.
Un bel rompicapo mentre i vari personaggi, egregiamente costruiti nelle loro diversità, si scontrano fra loro, un pazzo con la barba bianca gira nei dintorni, un ospite pauroso grida di continuo, le teorie si accavallano e complicano se si aggiunge la possibilità che esistano dei passaggi segreti. A un certo punto “Eureka!” grida Paul, scattando in piedi, “Ho trovato!” Ma il bello deve ancora venire.
Alla fine della incredibile, surreale vicenda la lunga, interminabile soluzione dello stesso detective dilettante che lascia gli astanti radunati a bocca spalancata. E anche il lettore, con la voglia di rileggere tutto daccapo per vedere se…
Lo abbiamo già visto con L’isola dei delitti pubblicato dalla Mondadori che mica c’è da fidarsi troppo delle isole. Specialmente se sono piccole, ricche di rocce e di anfratti, battute da forti venti e impietosi uragani. Va a finire che ci scappa il morto o una sequela di morti da perdere il conto.
Di tutt’altro stampo, invece, L’isola. Una storia misteriosa di Charlotte Link, Corbaccio 2008. Niente ventacci, niente tempeste, niente nebbie o cieli grigi e mari in burrasca. L’isola di Sylt, che fa parte delle Frisone, propaggine più settentrionale della Germania, è un vero paradiso naturale con sole a volontà e paesaggi da strappare il classico urlo di gioia. Ad essere sinceri non sempre che qualche volta spira “un vento fresco, piuttosto freddino per una notte d’agosto” e il sole è coperto dalle nuvole. Ma insomma rispetto alle precedenti un vero bigiù.
Il protagonista, che racconta la storia in prima persona, ha nei suoi confronti sentimenti contrastanti. Attratto dal profumo del vento, dalle onde del mare del Nord, dalle case con i tetti di paglia, dai muretti bassi che delimitano le proprietà, dalle rose selvatiche e dalle passeggiate lungo la spiaggia bagnata. Ma anche irritato dalla ostentazione di ricchezza dei suoi frequentatori. Qui è venuto con la sua compagna Clara innamorata perdutamente dell’isola (è lei che ogni anno insiste per andarci) a trascorrere le vacanze. Ma Clara ad un certo punto scompare, attratta (secondo lui) da un “vecchio pancione” pieno di grana che le ha fatto la corte e ora si trova certamente a Parigi…
E qui inizia un vero e proprio scandaglio nei sentimenti e nelle elucubrazioni del protagonista (di cui non è detto il nome) tutto teso a sviscerare il suo rapporto con Clara, a metterne in luce i suoi lati positivi e negativi, a cercare una risposta alla sua fuga. Con classico finale a sorpresa (ma non troppo per i lettori più smaliziati).
Libretto agile di ottanta pagine con illustrazioni del mare di Horst Meyer. Da leggersi dopo il solito Malloppone presuntuoso.

I Maigret di Marco Bettalli

L’amica della signora Maigret del 1950
“Erano passate da poco le dieci del mattino, un mattino di marzo. L’aria era frizzante…”: inizia così una trama dalle complicazioni inenarrabili, in cui ha un ruolo di una certa importanza la signora Maigret, “nonnetta un po’ cicciona” nella sorprendente e irriverente descrizione di un tassista, inizialmente coinvolta suo malgrado mentre aspetta placidamente che arrivi l’ora di entrare dal dentista, perché le viene affidata per qualche ora, con modalità sorprendenti, la custodia di un bambino. Il personaggio principale, il rilegatore Steuvels, tirchio, coltissimo e indiziato di un crimine orribile, emana un certo fascino, così come la storia stessa, prima dello scioglimento, mantiene una notevole tensione e si legge con grande piacere: per alcune pagine sembra, se così si può dire, un vero giallo e non il solito Maigret, peraltro in gran forma. Lo scioglimento, come sempre avviene, non è di grande interesse e si consuma di gran fretta: troppi sono i personaggi che, compressi nelle 150 pagine tradizionali del libro, fanno appena a tempo a essere presentati. Esordio nella saga del giovane Lapointe (“Sei ambizioso?” “Sì, commissario. Vorrei fare una carriera come la sua”).

Maigret e la stangona del 1951
La stangona (tradotto anche con “la spilungona”) del titolo è una prostituta ormai sistemata e di una certa età, sposata a uno scassinatore di casseforti d’altri tempi. La sua figura serve solo a “fare colore” e, soprattutto, a introdurre Maigret in una storia sorprendente, affascinante, cupa, che contrasta con il caldo opprimente dell’estate parigina. I due protagonisti sono un dentista grasso e inetto e sua madre, spaventoso esempio di personaggio su cui si esercita con enorme cattiveria e intrinseco godimento la misoginia congenita di Simenon. Un po’ come la Valentine di Maigret e la vecchia signora (> n.27), la decrepita signora Serre è un mostro, avvelenatrice delle malcapitate mogli del figlio imbelle e pronta a sacrificare persino il figlio stesso alla sua tranquillità. La descrizione delle case e delle abitudini della borghesia marcia e depravata è un cavallo di battaglia di Simenon, che anche in questo caso non si smentisce. Ne deriva un romanzo scorrevole, intelligente e piacevole. La vecchia megera finirà i suoi giorni in galera; il figlio, dopo un breve periodo in carcere, finalmente potrà concedersi i suoi piccolissimi vizi senza lo sguardo indagatore della mamma.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Ultimo respiro di Robert Bryndza, Newton Compton 2020.
Ritroviamo per la quarta volta, e non ci spiace, Erika Foster, protagonista della serie di Bryndza, una donna forte, testarda, decisa, che sa farsi rispettare e combatte per affermarsi professionalmente. Sempre la Foster? Beh, carta vincente non si cambia e Robert Bryndza, dopo l’indubbio successo di La donna di ghiaccio, La vittima perfetta e La ragazza nell’acqua, fa risalire in scena l’ispettore capo Foster, slovacca di origine, bionda, molto alta, una donna sola benché ancora giovane. Erika è vedova: suo marito Mark, poliziotto come lei, è morto con quattro colleghi durante una tragica retata antidroga comandata proprio da lei. Erika ha perso molto: non solo un marito, ma anche quello che aveva rimandato troppo a lungo, e cioè un futuro per loro due insieme, dei figli. Ha dovuto battersi per riprendersi nel fisico e nel morale, per tornare al lavoro e riuscire a mascherare la sua fragilità emotiva, anche se per ora non ce la fa ad accettare l’idea di un altro uomo nella sua vita. Dopo aver risolto brillantemente l’ultimo caso, non essendo stata promossa sovrintendente (e lei credeva di meritarlo), è finita alla sezione di polizia di Bromley, bella cittadina di origini medievali e oggi fulcro del borgo più esteso della Grande Londra a sud della capitale, con un piede nel Kent e ampie zone residenziali dotate di splendidi giardini. Tuttavia, quando il corpo di una ragazza, barbaramente straziato, viene ritrovato in un cassonetto poco lontano da casa sua, sarà Erika Foster, in compagnia del detective James Peterson, tra i primi a raggiungere la scena del crimine, dove trovano il detective Kate Moss che ha già lavorato in squadra con lei. Ma il problema è che Erika non è più in forza alla Omicidi, la sua presenza è fuori posto e viene allontanata. Il fatto la fa arrabbiare anche perché vorrebbe tornare a far parte della sezione investigativa distaccata alla centrale di West End. Ciò nondimeno quel delitto la intriga: il suo istinto di detective e la sua innata testardaggine l’hanno portata a inquadrarne le caratteristiche. Una vittima giovane e carina, il suo cadavere massacrato che presentava segni evidenti di torture, crudelmente inflitte e protrattesi per giorni, prima di essere uccisa con una fatale incisione dell’arteria femorale: sono particolari che rivelano il possibile collegamento con un omicidio irrisolto avvenuto quattro mesi prima. Anche allora il cadavere di una ragazza, di vent’anni appena, era stato abbandonato come spazzatura in un cassonetto, straziato allo stesso modo e con un’identica orrenda incisione dell’arteria femorale. Secondo Erika l’assassino potrebbe essere lo stesso. Dovrà riuscire a ogni costo tornare a far parte della squadra Omicidi, anche se vorrà dire ingoiare il suo orgoglio e scusarsi con l’uomo che, superandola nella carriera, l’ha costretta a trasferirsi in periferia: il Soprintendente Sparks. Quando una drammatica svolta del destino le darà l’opportunità di condurre le indagini, la coglierà al volo e si ritroverà ancora una volta a lavorare gomito a gomito con James Peterson e Kate Moss. Le loro minuziose indagini fanno individuare qualche traccia. Si comincia a parlare di assassino seriale ma la definitiva conferma verrà dal fatto che un’altra ragazza, la terza, viene rapita. Come le altre, era andata a un appuntamento con qualcuno conosciuto via web. L’assassino infatti, di volta in volta adotta una falsa identità e intreccia su FaceBook amicizia le sue vittime, giovani donne carine che vogliono farsi strada nella vita, costruendosi attorno con diabolica abilità una falsa personalità, talmente ben calcolata da ingannarle e farle cadere in trappola. Non basta: studia, prima i percorsi per i delitti e riesce a coprire le tracce.
Robert Bryndza come aveva fatto con il suo spaventoso Cannibale di Nine Elms (I cinque cadaveri), mette il lettore faccia a faccia con l’assassino e il suo punto di vista. Fin dall’inizio ne conosciamo il nome, le idee e le mosse. E sappiamo anche che non ha nessuna vera giustificazione. È solo un essere spietato e malvagio, uno psicopatico privo di morale e possibilità di redenzione, insomma un mostro. Nessun trauma subito nell’infanzia può giustificare l’aberrazione delle sue azioni. Ma un mostro estremamente lucido e determinato, o almeno pare. Come faranno Erika e la sua squadra a catturare un’ombra che sembra inafferrabile?…

L’assassino ci vede benissimo di Christian Frascella, Einaudi 2020.
Terzo capitolo con Contrera, protagonista completamente fuori dalle righe di Frascella. Capelli sale e pepe, una lingua affilata che taglia e cuce anche a sproposito, una innata capacità di farsi male a ogni costo e farne anche a chi gli vuol bene. Per dabbenaggine, ingenuità, vigliaccheria, ma da questo immane cocktail di sovrana incoscienza fanno capolino anche generosità e quella dannata puntina che gli rode e lo costringe a volere per forza aggiustare certe cose. Tutto questo in una persona che ha fatto il poliziotto, si è fatto cacciare per corruzione e solo grazie ai buoni uffici del vecchio e caro amico carabiniere Baseggi ha ottenuto la patente di investigatore privato. Euro in tasca pochi, anzi quasi zero, e meno male che il gran cuore della sorella, nonostante i musi del marito, da sei anni gli offra ospitalità nel secondo letto in camera del figlio maggiore, ora liceale. I cronici problemi economici hanno costretto Contrera a istallare un ufficetto, leggasi un tavolino e una sedia di plastica, per ricevere i clienti in una lavanderia a gettoni gestita da Mohamed, un magrebino, che in cambio chiede un occhio di riguardo per i suoi connazionali. Di fianco al tavolino c’è anche un piccolo frigo pieno di birre Corona, a suo esclusivo uso e consumo (tanto i musulmani non bevono alcol).
Di solito, salvo pericolose azioni in cui il caso e la sfortuna l’hanno coinvolto, costringendolo a trasformarsi in una specie di supereroe, tira a campare con ciò che racimola con pedinamenti di mariti infedeli o mettendo alle corde piccoli truffatori. Contrera è immerso fino al collo in un mare di bugie. Intanto la sua ex, rimasta incinta dopo la loro unica e ultima sciagurata scopata. Lei questo bambino se lo vuol tenere, incasinando la sua vita, quella della figlia adolescente Valentina, dai capelli colorati e abbastanza sbandata, e quella di Contrera e di Erika, sua rossa compagna con prole. Come dimenticare il genio dodicenne Luca? A loro, quel fifone codardo di Contrera non ha ancora trovato il coraggio di confessarlo. Senza contare che in questa specie di carosello infernale riesce a coinvolgere anche Paola, l’accondiscendente e ospitale sorella, e Giada, la nipotina… Insomma dovrebbe fare alla svelta qualcosa ma, prima che possa anche immaginare un qualsiasi piano strategico per trovare una soluzione diplomatica, zac le rogne a cascata. Oddio, se l’è andate a cercare: prima tentando con poco successo di bloccare la fregatura di una concessionaria a un bravo marocchino, poi, per provare a dimostrare che il cognato fa le corna alla sorella, rivede Eddie (ricordate il gigante nero e le faccende di Mafia Nigeriana di Il delitto ha le gambe corte) che ha portato via la bella moglie di Basim, il kebebbaro di via Spontini, e ci ha pubblicamente litigato. Poi, come se non bastasse, accompagna la sua ex a fare l’ecografia, litiga con la figlia e infine si trova con la valigia per strada perché Giada, la sua cocca, si è beccata la varicella e lui non l’ha mai fatta. Insomma, mentre medita se chiedere rifugio alla rossa amica Erika, una sera di novembre, tanto nebbioso che sembra di essere a mollo in un bicchiere di acqua e anice, non trova di meglio che andarsi a mangiare un kebab proprio da Basim, approfittarne per annusare il vento e nel frattempo fare due chiacchiere con un elegante cliente, un professore di musica e habitué del multietnico locale. E sarà solo una corsa in bagno, fulminato dal peperoncino, a salvargli la pelle durante l’incursione di un uomo incappucciato con un fucile in mano che fa fuori kebabbaro e musicista. Stavolta c’è mancato poco. Verrà fuori che il principale sospettato del delitto è il suo amico Eddie, un metro e novanta, nero come la notte in una miniera di carbone. Avrebbe il movente e per di più è senza alibi…
Contrera deve darsi una mossa e cercare di scoprire il vero colpevole prima che la faccenda giri male. Anche perché Sergione, il peggiore razzista sulla faccia di Barriera di Milano, ex solido quartiere operaio torinese che da anni si è trasformato in babele, una specie di avamposto aperto al resto del mondo, ha scatenato la Ronda, un squadraccia di residenti e forze dell’ordine in incognito che, esasperati dalle continue violenze nel quartiere, hanno deciso di rimettere le cose a posto a fucilate.
Ambientato nello spazio di ventiquattro frenetiche ore, il terzo capitolo della serie di Contrera è una scoppiettante e incontenibile combinazione di humour, ritmo e indispensabile intelligenza investigativa, a metà tra detective story e commedia, con un ritmo incontenibile e colpi di scena sparati senza economia fino all’epilogo, come fuochi di artificio. Contrera eccellente, anzi geniale come detective, è un disastro per tutto il resto. Un uomo costretto a convivere con le proprie contraddizioni, che boccheggia affannosamente mentre in cerca di aiuto confessa al lettore i suoi sbagli, la sua cronica incapacità di cambiare, il tutto forse dovuto a un rapporto di affetto mai veramente risolto e accettato con i genitori. Nonostante l’incondizionata ammirazione per il padre, che sapeva essere un grande poliziotto.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Il segreto di Leonardo di Geronimo Stilton, PIEMME 2019.
In questo libro Benjamin e Trappy, i nipotini di Geronimo, devono andare a fare una gita a Vinci per ammirare le opere meravigliose di Leonardo da Vinci. Però la loro insegnante, che li doveva portare in gita, si è ammalata e così Geronimo si ritrova in aereo ad accompagnarli lui stesso…
Una volta giunti a destinazione inizia il divertimento. Vanno a visitare un museo e in una scultura Trappy scorge un piccolo cassetto… Lo aprono e dentro trovano una mappa con degli indizi per trovare il tesoro di Leonardo. Allora Geronimo e i suoi nipotini decidono di provare a cercarlo. Una ricerca lunga, difficile, pericolosa tra tunnel, sotterranei, castelli molto alti, foreste buie e paurose e torrenti impetuosi. Lo troveranno?
Vi consiglio di leggere questo libro non solo perché è buffo, divertente e con personaggi allegri e a volte goffi, ma anche perché insegna molte cose su come era la vita al tempo di Leonardo Da Vinci!!!

Le letture di Jessica

Oggi vi presento Le più belle storie delle mille e una notte di Fulvia degli Innocenti, Gribaudo 2019.
Tra tutte queste ho scelto Alì Babà e i quaranta ladroni e Il sogno del povero.
Su un albero Alì Babà vede dei ladroni che entrano dentro una grotta con le parole magiche “Apriti sesamo!”. Dopo che sono usciti ci va anche lui e trova tante monete d’oro. Poi ci va il fratello Kasim che però non riesce ad uscire perché non ricorda la formula magica e viene ucciso dai ladroni. Ma Alì, con l’aiuto della sua schiava, riuscirà a vendicarsi.
Il sogno del povero. Un uomo è molto povero. Gli dicono che se vuole diventare ricco deve andare al Cairo. Viene scambiato per un ladro e messo in prigione. Il capo della polizia gli racconta un sogno, cioè di essere andato in una casa in fondo alla via e di avere trovato un tesoro. Il povero va nella sua casa e trova davvero un forziere pieno di monete d’oro.
Che fortuna!

La Debicke e… Il passato non muore

Lee Child
Il passato non muore
Longanesi, 2020
Traduzione di Adria Tissoni

La fortunatissima serie di Jack Reacher è iniziata nel 1997 con Zona pericolosa, primo romanzo uscito negli Stati Uniti, denso d’azione e di lotte all’ultimo sangue come quelli che si sono susseguiti fino al ventitreesimo libro, pubblicato ora in Italia con il titolo Il passato non muore.
Ex maggiore della polizia militare, biondo, grande e grosso, introverso, Reacher è alto quasi due metri, una specie di armadio tutto ossa e muscoli. Non lo si può definire bello o attraente, interessante forse. Non si cura del vestire, porta con sé solo l’indispensabile e non possiede un cellulare. D’abitudine si sposta a piedi o in autostop. Il mondo in cui si muove è pieno di insidie, e per di più si trova coinvolto e si coinvolge spesso in situazioni in cui le forze dell’ordine sono costrette a muoversi con i piedi di piombo. Reacher, potendo contare sulla notevole stazza, fisico atletico e statura (ancora mi chiedo come sia stato possibile lasciarlo interpretare sullo schermo da Tom Cruise) e sulle notevoli capacità affinate come ex ufficiale ed ex combattente delle forze speciali, deve riuscire a cavarsela in ogni possibile contesto. Perché lui non sopporta soprusi e ingiustizie e chi lo fa arrabbiare lo fa a suo rischio e pericolo.
Stavolta Jack Reacher è in vacanza: sta viaggiando in autostop dal Maine verso Boston e il Massachusetts quando per caso si trova nelle vicinanze di Laconia, un paesino del New Hampshire. Laconia è per lui solo il nome di un posto dove, secondo ricordi tramandati in famiglia, è nato e cresciuto suo padre, un eroico marine morto e sepolto da trent’anni nel cimitero di Arlington. Ma suo padre, Stan Reacher, rimasto orfano, ha lasciato Laconia appena diciassettenne per arruolarsi durante gli ultimi sprazzi della II Guerra Mondiale. Da quel giorno ha vissuto e combattuto sempre lontano, all’estero, e non ha mai rimesso piede nel paese d’origine né mantenuto contatti con altri membri della sua famiglia.
La curiosità di vedere Laconia e sapere qualcosa di più dell’infanzia e delle origini del padre spinge Jack Reacher a optare per una breve deviazione, magari per fare qualche ricerca all’anagrafe cittadina e al catasto. Prende alloggio in un motel ma alle tre di notte viene svegliato da rumori che vengono dalla strada. Una ragazza, dopo aver completato il turno da cameriera in un cocktail bar, rischia di subire violenza da un ricco bullo cittadino. Reacher va in soccorso della ragazza, carica l’aggressore di botte e l’abbandona sanguinante per strada. (Si scoprirà che il mancato stupratore fa parte di una facoltosa famiglia che cerca vendetta, tanto che la polizia consiglierà a Reacher di accelerare al massimo le sue ricerche genealogiche e cambiare aria).
Ma secondo gli uffici anagrafici e immobiliari e il catasto della cittadina, stranamente, nessun ragazzo di nome Stan Reacher è mai stato residente a Laconia, mentre forse è possibile che abbia vissuto poco lontano, negli annessi rurali collegati a una fabbrica di lavorazione dello stagno. E ci sono alcuni aspetti strani e oscuri della vita di suo padre che inducono Jack ad andare più a fondo… perché il passato non muore mai. Contemporaneamente due ragazzi canadesi, Shorty e Patty, per un guasto alla loro vecchia Honda, sono stati costretti a fermarsi in uno strano motel nelle vicinanze di Laconia, i cui gestori sembravano molto disponibili. Ma la giovane coppia non sa cosa li aspetta. Stanno per vivere l’inferno. Si troveranno bloccati, prigionieri di uno strano motel in mezzo al nulla, intrappolati in un agghiacciante gioco con la loro vita in palio. Perché l’America può avere molte facce, spesso perverse, e la profonda provincia può nascondere ovunque trappole fatali. E sarà a questo punto che la storia di Jack Reacher, fortuitamente finito nel città natale di suo padre dove cerca di districarsi tra i segreti di famiglia, comincia a intrecciarsi con quella di due ragazzi canadesi in viaggio con una enorme valigia (contenente il piccolo tesoro che dovrebbe regalar loro il futuro che desiderano) finiti in un agguato mortale.
La suspense è tutta in salire, la posta in gioco è tragicamente reale: durante una lunga e drammatica notte di sangue, riusciranno Jack Reacher e i due ragazzi a sconfiggere gli avversari? Se mai volessimo contestare l’invincibilità di Reacher e il fatto che le sue avventure siano legate sempre a uno schema fisso, dobbiamo tener presente sia le tante qualità del nostro eroe, sia la forza di questa ottima narrativa popolare in cui i punti chiave non sono quelli in cui sta accadendo qualcosa di inatteso, ma quelli in cui ci confrontiamo con quanto già sappiamo, ci aspettiamo accada e ci compensa per avere comprato il libro. E alla fine, dopo aver brillantemente risolto questo difficile e pericoloso caso, Jack Reacher “arrivò alla strada secondaria che andava da nord a sud. Scelse un punto, si mise nel canalino di scolo e sollevò il pollice”… Ormai pronto a partire per la sua ventiquattresima avventura.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto da notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

La Debicke e… Greyhound

C.S. Forester
Greyhound – Battaglia sui mari
Newton Compton, 2020
Traduzione di Nello Giugliano

Greyhound di C.S. Forester (in inglese The Good Shepherd), considerato uno dei migliori romanzi di guerra del XX secolo e fino a ora inedito in Italia, è stato pubblicato da Newton Compton contemporaneamente all’uscita su Apple TV dell’omonimo film con Tom Hanks e la regia di Aaron Schneider. Il film sarebbe dovuto uscire nelle sale cinematografiche questa primavera, ma in seguito ai tanti posticipi per il covid-19 è disponibile solo dal 10 luglio sulla piattaforma di streaming.
Per scrivere Greyhound, una splendida fiction ispirata alla storia reale, C.S. Forester studiò in dettaglio la documentazione militare dell’epoca e raccolse precise testimonianze dirette sulla Battaglia dell’Atlantico avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale.
1942. Nazismo e Fascismo stanno dilagando in Europa senza controllo con il dichiarato intento di assoggettare il mondo, privandolo della libertà. Gli Stati Uniti, che hanno appena dichiarato guerra al Giappone, sono entrati ufficialmente nel conflitto mondiale. A George Krause, Capitano di Fregata al comando del cacciatorpediniere statunitense Keeling, viene dato ordine di guidare il Greyhound, un convoglio formato da 37 navi mercantili battenti differenti bandiere, lungo la rotta che passa tra i mari ghiacciati del Nord Atlantico, controllata dai micidiali U-boot, i sottomarini della flotta nazista. Krause e il suo Keeling possono contare sul risicato appoggio di altre tre navi da guerra, la canadese Dodge, il cacciatorpediniere polacco Viktor e la nave inglese James. Lo scopo del convoglio è raggiungere Derrie (Londonderry, Irlanda del Nord) e portare rifornimenti agli alleati inglesi. Al centro del convoglio naviga la petroliera Hendrikson con un carico in grado di alimentare per un’ora l’intera flotta britannica (un’ora in più per resistere all’attacco nazista). Gli ingredienti per la suspense e l’adrenalina per una bella storia di guerra, insomma un gran romanzo storico, ci sono tutti.
Il convoglio protetto dalla Keeling è un bella preda pronta a essere sbranata da un branco di lupi e cioè dai nazisti. Compito del Keeling e delle altre navi di scorta è difendere il convoglio dagli U-boot nemici, nel punto dell’Atlantico privo di copertura aerea per gli alleati, il pericolosissimo e temuto “Black Pit”. Per farlo, George Krause, al suo primo incarico come comandante di squadra, dovrà sfidare i sommergibili in una situazione di netta inferiorità numerica e completare la sua missione durante 48 interminabili ore ad altissimo rischio. Testardo, stoico, un ufficiale tutto d’un pezzo, disperatamente attaccato al suo posto in coperta ma lucido, non staccherà per ben due giorni…
La sua missione è complicata da numerose altre variabili: il tempo, le condizioni del mare e la natura umana, la più imponderabile. Perché al timone ci sono le mani dell’uomo, gli indicatori sono tenuti sotto controllo dai suoi occhi e sta solo a lui riuscire a stabilizzare l’ago della bussola in condizioni quasi proibitive e controllare i livelli del carburante. Senza considerare che far sì che tutte le imbarcazioni mantengano sempre la rotta con quel clima diventa spesso difficilissimo, ma è indispensabile. E poi il mare in burrasca, sempre più infido, si trasforma in una perfetta copertura per il nemico.
Greyhound descrive minuziosamente, ora per ora, il dramma che si consuma nell’Atlantico attorno al cacciatorpediniere Keeling e la realtà della vita di un marinaio durante un’estenuante missione di guerra: e dunque la fame, la sete, l’incoercibile bisogno di dormire, di andare in bagno, il freddo, il bisogno di sedersi sull’alto sgabello e far riposare i piedi dopo le lunghe ore trascorse sempre in piedi sul ponte. Ma quando ci si trova là, al comando di un convoglio e di poche navi adatte a ingaggiar battaglia contro nemici che, peggio di fantasmi, sembrano saper apparire e scomparire in poco più di un secondo, tutto deve passare in secondo piano. L’unica cosa che conta è fare il proprio dovere, prendere le decisioni, saper azzardare, tentare di anticipare le mosse del nemico, completare la missione e, soprattutto, salvare più vite possibili.
La battaglia dell’Atlantico, che ha avuto luogo dal 1939 al 1945, è considerata la campagna militare navale e aerea che si protrasse più a lungo e con maggiore continuità di tutta la Seconda Guerra Mondiale. Combattere contro i tedeschi richiese al Regno Unito un immane sforzo in termini di energia e materie prime. L’affondamento delle navi mercantili inglesi, di conseguenza, diminuiva le risorse e minacciava la capacità del paese di resistere agli attacchi nemici. Con l’ingresso degli Stati Uniti d’America in guerra, l’obiettivo principe divenne impedire a ogni costo agli U-Boot di affondare gran parte delle navi durante la traversata atlantica, permettendo così l’afflusso di truppe, armi e materiali per organizzarsi, combattere e riuscire finalmente a sconfiggere la Germania.

C.S. Forester (1899-1966) è stato uno scrittore inglese autore di molte storie d’avventura ambientate nel mondo militare e navale. L’autore, molto apprezzato anche da figure come Hemingway e Churchill, con i suoi romanzi ha dato vita al personaggio di Horatio Hornblower, protagonista di molte delle avventure da lui narrate.