La Debicke e… La fuggitiva

Carlo Lefebvre
La fuggitiva
Giunti, 2020

Amsterdam, luglio 2012. Negli uffici di Seleksoft, azienda olandese di rilevanza mondiale specializzata nella creazione di programmi per la scrittura in codice, viene ucciso Mick Hendriks, uno dei loro più brillanti analisti specializzato in crittologia. E poiché Hendriks era al lavoro su un programma segretissimo, la sua inspiegabile morte mette in moto cervelli e risorse dell’intelligence e della polizia. Un indizio, un biglietto con il nome e l’indirizzo di una donna a Parigi, spingerà nove mesi dopo Derreck – l’ispettore olandese incaricato dell’indagine che tre anni prima aveva già ottenuto l’aiuto dei colleghi francesi per risolvere un caso – a chiedere di nuovo l’appoggio di François Gerard, commissario della DCRI, l’intelligence francese. Gerard incarica Moreau, il suo braccio destro, di rintracciare la donna del biglietto, una certa Aidha Youssef…
Tre giorni prima, durante una breve vacanza in lieta compagnia a Epernay, Marna, zona di Champagne, François Gerard ritrova un vecchio e caro amico, l’ispettore Legrand, trasferito là da anni perché ai rischi della polizia parigina ha preferito il quieto tran tran investigativo di una zona del nord ovest. Pochi casi da seguire, praticamente zero cronaca nera, unico fatto strano la recente morte a Châtillon-sur-Marne di Philèmon Fauvre, timido e innocuo contabile con il pallino dell’informatica di un collegio, le Prieurè de Benson, precipitato alle prime luci dell’alba dal campanile in restauro. Il fatto potrebbe essere attribuibile a incidente o suicidio. Il morto aveva solo degli zii, al funerale era presente la sorella, una bellissima ragazza, ma nessuna delle due ipotesi convince l’ispettore Legrand che invece sospetta un omicidio e, per approfondire, vuole andare di persona a Marsiglia, città natale dell’impiegato. E in effetti gatta ci cova perché, proprio la mattina dell’incontro di Gerard con il collega olandese, Legrand gli ha telefonato per informarlo di aver trovato conferme all’ipotesi che il contabile sia stato ucciso.
Ma qualcuno fermerà Legrand con tre colpi di pistola, abbandonandolo in un lago di sangue dietro le scale del Lunick, un alberghetto di quarta categoria a Noailles, Marsiglia. Gerard, pur non trascurando l’indagine con la polizia olandese sul caso Hendriks, la affida per un paio di giorni al suo vice Moreau e parte per Marsiglia alla ricerca dell’assassino del suo vecchio amico. La morte di Legrand è sicuramente collegabile a quella del contabile, gran brava persona ma che nascondeva un imprevedibile mistero, mentre quella di Hendriks rimanda solo a Parigi ma… Ma Aidha, la giovane tunisina collegata con l’informatico, lavorava per un marsigliese. E qualcosa farebbe pensare che possano esserci legami con la morte di Legrand…
La bellissima tunisina Sahar, fuggita dal regime di Ben Alì anche per seguire Farid, il giovane che credeva di amare e con il quale in passato aveva condiviso ideali di lotta, lavora oggi in una deliziosa libreria sul Quai di Marsiglia. A Marsiglia si è creata un piacevole giro di amicizie e passa le serate nei localini alla moda del Panier e di Cours Julien. Vede ancora Farid ogni tanto, ma i loro rapporti sono molto cambiati, soprattutto non lo segue più nelle sue iniziative, perché non approva le sue scelte che teme orientate alla rivolta armata. Fino a quando, una sera, Farid distruggerà la sua vita. Dopo averla attirata con l’inganno in casa sua, dove c’è un uomo, uno spacciatore, con il cranio sfondato, la incastra denunciandola alla polizia. Da quel momento Sahar non avrà altra scelta che fuggire e nascondersi. Tutti gli indizi sono contro di lei, le sue impronte, il suo sangue… Accusata dell’omicidio dello spacciatore, non le resta che una via d’uscita: denunciare Farid e scoprire chi sta dietro di lui e la vuole incastrare.
Per ragioni diverse la squadra del commissario Gerard e la bellissima Sahar perseguono lo stesso obiettivo, che passa per forza attraverso Janssen, il presidente della Seleksoft. Le loro strade corrono parallele e talvolta si sfiorano, ma sembra che non possano mai incontrarsi. Una scacchiera infuocata sulla quale i contendenti avanzano mettendo in campo tutte le loro pedine. Un complicato puzzle, con tracce ambigue: si naviga nei meandri del dark web e sono tanti e contraddittori i falsi indizi che rischiano di portare fuori strada. Salterà fuori che Hendriks aveva lavorato a un complicato progetto di steganografia (ovvero l’innesto, nei pixel di una foto, di informazioni sensibili) commissionato anni prima da un cliente sospetto e perciò mai consegnato. Possibile che questo progetto sia stato sottratto per programmare un attentato fatale? Nella sua disordinata e fantasmagorica fuga tra Francia e Olanda, inconsciamente restia a fidarsi delle forze dell’ordine, Sahar rischia più volte la pelle. Ma insiste caparbia e, barcamenandosi abilmente tra trappole, agguati, travestimenti e incontri erotici, semina una scia di coriandoli di informazioni. Il commissario Gerard è un investigatore logico, abile anzi geniale, tenace nel seguire le sue intuizioni. Ma è anche un uomo stanco dentro, sente gli anni, senza vere certezze personali. Da quando Michelle, la donna che ha amato, l’ha lasciato, ha sporadiche e occasionali frequentazioni femminili, vive con i suoi bastardini Dupin e Maigret, adottati per strada, e si rilassa bevendo dell’ottimo Talisker. Inseguirà Sahar, donna bellissima incontrata per caso a Marsiglia nella libreria dove lei lavorava, che gli farà scoprire il primo importante tassello del caso: il nome di un pericoloso personaggio che si muove dietro le quinte, Garcia, inafferrabile peggio del mago Houdini.
Una scrupolosa ricostruzione ambientale, precisa fino ai minimi dettagli, ci consente di vivere il filo della trama quasi in presa diretta. Un thriller internazionale in cui si naviga con estrema disinvoltura nei tanti misteri del web, con audaci puntate nel dark web, ricettacolo e teatro dei peggiori complotti e turpitudini. Frenetiche azioni cariche di interrogativi e di suspense condotte sul filo del rasoio con l’orologio che scandisce minacciosamente il tempo del diabolico appuntamento con la morte.

Carlo Lefebvre, professore ordinario fuori ruolo di Geografia Economico-Politica presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Project leader di programmi e progetti d’investimento, membro di Commissioni per la Presidenza del Consiglio, è autore di numerosi saggi e monografie. La fuggitiva è il suo primo romanzo.

La Debicke e… I valori che contano

Diego De Silva
I valori che contano (avrei preferito non scoprirlo)
Einaudi, 2020

Confesso che ci contavo e l’aspettavo al varco: è tornato Vincenzo Malinconico, l’avvocato d’insuccesso preferito dagli italiani.
Perché piace tanto questo grande antieroe? Forse perché non è un pallone gonfiato o perché incarna quella puntina di profonda e reale umanità che alberga in ognuno di noi, anche nel più sfegatato arrivista.
E poi basta con la storia che tutti parlano male di lui: il vento ha girato, il nostro esilarante e irresistibile protagonista ha cambiato completamente ambiente e squadra. È recente la sua inimmaginabile ascesa ai fasti dell’Olimpo, accolto nel faraonico studio dell’amico e collega Benny Lacalamita, erede di una schiatta di legali, ed eletto a matrimonialista. Ma Malinconico è sempre lui, con i suoi dubbi e le sue chilometriche e incerte riflessioni che lo portano a sottovalutarsi. Alla sua maniera un eroe, che ha scelto di duellare con i fatti e gli irrazionali imprevisti della vita avendo come uniche armi la sua innata sensibilità e una congenita dose di humour.
Malinconico è forse il personaggio meglio riuscito di Diego De Silva, un personaggio in grado di fare grande un libro con un simbiotico mix tra ironia e grande intelligenza, un personaggio in cui giganteggia impavido quello spiritaccio autocritico che ti consente sempre di riderti addosso. Impresa non facile in una letteratura (come quella italiana) dove si pretende di privilegiare sempre l’impegnato meditativo, serioso. Un personaggio a cui capita di trovare in mutande, sul pianerottolo davanti alla porta di casa, una ragazza seminuda che assomiglia a Pippi Calzelunghe senza trecce. Chiede aiuto, vuole entrare, è appena scappata da una retata in una specie di bordello di lusso al quarto piano del suo condominio. Un personaggio, Malinconico, che la fa entrare, racconta persino delle balle al carabiniere che viene a bussare per cercarla, e si fa riconoscere come avvocato…
Ma la ragazza è una specie di bomba a mano, pronta a innescare un vortice di rischiose cariche esplosive, e Vincenzo Malinconico ha tirato su la spoletta senza pensarci: ora, sempre con il dito appoggiato sulla spoletta, sarà costretto ad accollarsela fino alla fine. È cosí, più o meno, che parte I valori che contano (avrei preferito non scoprirlo), il romanzo in cui Malinconico, per tenere alto il pennone dello studio Lacalamita, oltre a patrocinare i complicati interessi delle fuggitiva in mutande – che scopriremo essere la molto incasinata e malmostosa figlia del sindaco – dovrà accollarsi anche la difesa del padre e giocarsela davanti al giudice.
Ma De Silva è bravo anche a prestare con pudore al suo personaggio ricordi diretti, vissuti ed emozioni, timori e sensazioni provate, cogliendo dalla sua esperienza quanto può e deve far sorridere. Perché anche ai personaggi dei romanzi succede lo stesso che alle persone: hanno una famiglia o una specie, si innamorano, si lasciano, si leccano le ferite, si danno da fare, ridono, si divertono, vivono e si ammalano: ohimè. La malattia costringerà Malinconico a fare amicizia con medici e terapie, spingendolo a guardarsi dentro, a cercare di migliorarsi, addirittura a riflettere sullo scotto da pagare per vivere e su quelli che sono i valori che contano.
Un continuo vortice di pensieri da cui verrà fuori, a fatica come sempre e alla sua maniera che fa di lui una persona perbene, normale e senza troppe virtù. Ma i suoi valori contano negli affetti, e qui vedi il rapporto caldo, pur se talvolta teso e problematico, con l’attuale compagna Veronica, e con le sue ex (la moglie Nives e Alessandra Persiano), con i figli, Alfredo e Alagia, ai quali è legatissimo ma non invadente, con l’impudenza del gatto, chiamato Alfonso Gatto, oh sì la poesia ha il suo peso e la Salute ormai è da scrivere con la maiuscola. Poi ci sono, e non è cosa da poco, gli amici, i colleghi e, tra tutti, domina pantagruelico, incontrastato, ingombrante ma insostituibile spalla al bisogno, l’avvocato Beniamino “Benny” Lacalamita, arricchito dalla compita vecchia segretaria, afflitta dal nome di Addolorata, nome che non a caso l’immemore subconscio di Malinconico costringe a storpiare in Affranta, Contrita o Angustiata.
E infine largo ai clienti: delizia, ma più spesso croce del nostro avvocato tuttofare Malinconico, perché – e il sottotitolo lo spiega chiaramente – talvolta certe cose sono come i valori: avrei preferito non scoprirlo…
Intendiamoci, Diego De Silva è un signor scrittore e non da ieri, ma è stata la serie di romanzi con Vincenzo Malinconico e le sue tragicomiche ma umanissime avventure/sventure a regalargli l’affetto del grande pubblico, ammaliato dalla simpatia e capacità di empatia del suo protagonista. E questo, tra tutti, mi pare il capitolo più intimo e coinvolgente di tutta le serie.
La frase che in I valori che contano è una specie di tormentone “…i titoli di coda della vita in comune”, detta e ripetuta in altro e diverso contesto dall’avvocato Vincenzo Malinconico, si trasforma alla fine da dissacrante in consolatoria, in emblema dello spirito e dell’essenza stessa del romanzo: bello da scoprire e da leggere.

Diego De Silva, scrittore, giornalista e sceneggiatore napoletano. Con Einaudi ha pubblicato i romanzi La donna di scorta (2001, precedentemente pubblicato da Pequod Edizioni nel 1999), Certi bambini (2001, Premio Selezione Campiello, Premio Brancati e Premio Bergamo), Voglio guardare (2002), Da un’altra carne (2004), Non avevo capito niente (2007, Premio Napoli – Libro dell’anno; finalista premio Strega), Mia suocera beve (2010), Sono contrario alle emozioni (2011), Mancarsi (2013), Terapia di coppia per amanti (2015), Divorziare con stile (2017), Superficie (2018). Ha ricevuto tra gli altri premi anche il Premio Nazionale Letterario Pisa ex aequo di Narrativa nel 2003.

La Debicke e… Sotto scorre il fiume

Paola Sironi
Sotto scorre il fiume
Todaro, 2020

Una nuova e sfiziosa indagine per la squadra “Desbrujà rugne” sullo sfondo della città metropolitana di Milano, sotto il tallone dall’ennesima esondazione del Seveso. La protagonista è Annalisa Consolati, ispettore di Polizia divisa tra il lavoro e le cure del padre Patrizio, affetto da una parafrenia senile che lo fa vivere alternando una muta e tranquilla e inerte realtà a momenti di logorroica agitazione, nella sua inconsapevole capacità di cercare sempre un lieto fine consolatorio anche alle trame cinematografiche più tragiche, tanto che ormai è soprannominato “il continuatore di film”. Principale motivo per cui Annalisa si è fatta trasferire dalla squadra Omicidi al reparto Problem Solving o “Desbrujà rugne” della Questura di Milano, guidata dal gigantesco e pragmatico commissario Elia Mastrosimone. Nonostante il fardello del padre, l’ispettore Consolati divide felicemente un appartamentino in zona Niguarda con la saggia e serena Minerva, sua compagna, figlia di ricchi produttori di cinepanettoni che disdegna il patrimonio familiare e preferisce fare la libera professionista e restauratrice di mobili antichi. La squadra di polizia di cui fa parte l’ispettore Annalisa Consolati, oltre al capo, il commissario citato sopra, è composta da due colleghi ispettori come lei: la vivace e disinvolta Caterina Cederna e Vilnev Rosaspina, così iscritto all’anagrafe dal padre – sfegatato tifoso del pilota canadese Villeneuve ma ignaro della corretta grafia del suo nome – dopo la morte del suo idolo. Vilnev, abile smanettone al computer, pacioso nella vita e nelle decisioni, quando si mette al volante e accende la sirena diventa quasi più spericolato del suo semi omonimo.
Quella mattina, dopo che il Seveso ne ha fatta una delle sue tracimando e ricoprendo le strade di una sottile patina melmosa, il traffico della zona in tilt suggerisce ad Annalisa di evitare la macchina, farsi una passeggiata e andare a prendere la metro lilla per arrivare in questura. Ma ben presto la squadra “Desbrujà rugne” viene rispedita da Mastrosimone proprio in zona Niguarda perché sull’argine del Seveso, nel punto in cui il fiume s’infila nel sottosuolo di Milano, è stato ripescato un polpaccio umano sul quale il medico legale, con una sommaria ripulita, ha evidenziato un tatuaggio che poi risulterà essere l’albero sefirotico, e cioè la rappresentazione simbolica dell’albero della vita nella cabala ebraica. Un pezzo di cadavere, probabilmente. Il ritrovamento della testa e in seguito di altri pezzi del corpo permetteranno di identificare la vittima come Lea Guastalla, quarantatreenne madre di un adolescente e moglie del cittadino canadese Isaac Kelmann. Una donna tranquilla, con poche innocenti frequentazioni solo femminili, senza grilli per la testa e apparentemente priva di segreti. Perché allora un omicidio tanto agghiacciante?
La storia è complicata, ci sono di mezzo indizi, un serie di dubbi da risolvere e la squadra “Desbrujà rugne”, che comincia a vagliare un ventaglio di possibili testimoni e colpevoli, si troverà purtroppo sotto il fuoco dei riflettori per l’ingenuità di Vilnev durante l’interrogatorio di una testimone.
A causa di una giornalista troppo subdola, che si è intrufola e cerca lo scoop, Mastrosimone dovrà mettere sotto pressione quello che parrebbe il colpevole. Oddio, nella vita potrebbe succedere, ma nei libri gialli è meglio di no, perché quel colpevole è veramente troppo facile, “troppo perfetto”, piazzato là apposta, senza neppure una sbavatura, tutto che rema contro di lui.
Ma con un giro piuttosto trasversale, che vede l’intervento di un informatore buon conoscente della Consolati, le tre colonne della squadra Problem Solving, con l’aiutino dell’intuizione di Minerva e delle cinematografiche illuminazioni paterne, riusciranno in qualche modo a sbrogliare la faccenda.
Romanzo gradevole, che fa sorridere e riesce ad affrontare con leggerezza anche il lato più granguignolesco della situazione: Paola Sironi ci regala una bella storia che potrebbe essere nata dall’immaginazione del padre della sua protagonista, Patrizio Consolati.

Paola Sironi, nata nel 1966 a Milano, vive nell’hinterland milanese e attualmente è analista funzionale presso una società di credito. Ha pubblicato tre libri con Todaro Editore: “Bevo grappa” (2010), “Nevica ancora” (2011), “Il primo a uccidere” (2013), e uno con Eclissi Editrice “Gelati dagli sconosciuti” (2016), romanzi seriali che hanno come protagonisti i quattro fratelli Malesani. Nel 2018 ha pubblicato “Donne che odiano i fiori”, primo romanzo della serie dedicata alla squadra “Desbrujà rugne” della Questura di Milano. È inoltre autrice della commedia teatrale “La staffetta perenne”, rappresentata nel 2017.

La Debicke e… Uccidere ancora

Patricia Gibney
Uccidere ancora
Newton Compton, 2020
Traduzione di Laura Miccoli

Un incipit da paura, che regala subito alla storia un angosciante sapore di cold case, nel capitolo “Anni Settanta: la figlia”. Poi, con un salto nel tempo di ben quarantacinque anni (2015), si arriva in un ottobre freddo e funestato da una pioggia torrenziale a Carnmore, zona tranquilla della periferia di Ragmullin, cittadina irlandese circondata da laghi. A notte fonda una chiamata alla Garda (la polizia irlandese) ha portato l’ispettore Lottie Parker (ormai alla terza apparizione da protagonista dei romanzi di Patricia Gibney) e il sergente Mark Boyd a recarsi a indagare in una bella casa, un vecchio fabbricato colonico ristrutturato, dove è stato appena scoperto il corpo di una donna, riverso in una pozza di sangue. La scena del crimine presenta tracce evidenti di colluttazione e racconta una brutale aggressione: ci sono stoviglie rotte, sedie fracassate e un cadavere disteso bocconi, martoriato e con la camicia strappata. Cosa può avere scatenato una rabbia tanto feroce? La porta non presenta segni di effrazione, l’assassino doveva avere la chiave o conoscere bene la vittima. L’omicidio è stato scoperto da Emma, la figlia diciassettenne della padrona di casa Marian Russel, che tornando a casa, dopo aver passato la serata con un’amica, ha intravisto il caos dalla finestra della cucina e ha chiesto aiuto. Si scoprirà presto che la vittima non è sua madre Marian, ma sua nonna Tessa Ball. Marian invece è misteriosamente scomparsa. Era forse lei la vittima designata? Marian Russell è separata dal marito Arthur, per il quale aveva anche preteso una ingiunzione di allontanamento dal tribunale. Il primo indiziato dunque è proprio Arthur, che prima è introvabile e in seguito, quando verrà fermato, si professa innocente, tanto che la polizia, non avendo precise prove a suo carico, non può incriminarlo.
Tocca a Parker e Boyd affrontare le indagini. Parker affida Emma alla vicina e fa mettere la casa sotto sorveglianza: se la vittima è stata oggetto di uno scambio di persona, forse tutta la famiglia è in pericolo.
La pressione dei superiori e dell’opinione pubblica su Parker e Boyd aumenta quando Marian Russell viene abbandonata fuori dall’ospedale, brutalmente mutilata, e l’incendio di un cottage poco lontano provoca la morte di uno dei due giovani che si trovava all’interno e terribili ustioni al secondo.
Non basta, perché poco dopo anche Emma Russell scompare.
L’indagine si trasformerà in una frenetica corsa contro il tempo: se vogliono impedire all’assassino di uccidere ancora, Parker e Boyd dovranno riportare a galla il passato della comunità e Lottie dovrà affrontare anche il proprio passato, legato alla memoria di suo padre e al perché si è tolto la vita quando lei aveva cinque anni. A costo di scontrarsi con i suoi personali fantasmi di alcool e droga, Lottie dovrà smontare una rete di intrighi e bugie per arrivare a fermare un’orrenda sequenza di omicidi legati a qualcosa di terribile avvenuto tanti anni prima. Qualcosa di crudele e inimmaginabile, provocato dal perbenismo e dalla più bieca prevaricazione.
Un romanzo avvincente, denso di tanti e variegati personaggi e tante situazioni alle quali talvolta si stenta a tenere dietro, spesso duro, inflessibile, amaro e che vira ineluttabilmente alla tragedia, ambientato nel mezzo di una delle peggiori tempeste che Ragmullin e l’Irlanda tutta abbiano mai affrontato (paragonabile al famoso ciclone Ofelia). Un romanzo che fa parte di una serie, per cui pensiamo che Lottie Parker, la protagonista, tornerà a trovarci. La sua vita personale è abbastanza incasinata ma la sua famiglia rappresenta oggi il lato più positivo. Con due bravi ragazzi in crescita e un nipotino figlio della più grande che le riempie la casa, si avvia a raggiungere un minimo di serenità. Insomma comincia ad accettare il lutto della morte del marito, anche se cerca di negare i sentimenti che prova per Mark Boyd, il suo sergente e partner.

Patricia Gibney proviene dal cuore dell’Irlanda. Ha tre figli e, dopo la perdita del marito, ha cominciato a scrivere a scopo terapeutico. La sua passione è diventata un’occupazione a tempo pieno quando ha deciso di affiliarsi all’Irish Writers Centre e ha cominciato a fare sul serio. Della serie incentrata sul personaggio di Lottie Parker, la Newton Compton ha già pubblicato L’ospite inatteso e Le ragazze scomparse. Per saperne di più: patriciagibney.com

La Debicke e… La follia dei Flood

Jess Kidd
La follia dei Flood
Bompiani, 2020
Traduzione di Sergio Claudio Perroni

Dopo la morte di sua moglie Mary Cathal Flood, artista in pensione, ingegnere meccanico e commerciante di curiosità, si è lasciato andare e ha cominciato ad accumulare oggetti di ogni tipo, senza buttare via nulla. È una sindrome nota e pare che spesso sia provocata dalla solitudine o dalla paura di perdere i propri ricordi. Cathal Flood lo ha fatto per tanti, troppi anni, trasformando Bridlemere, la sua splendida dimora vittoriana a quattro piani, in una specie di mostruoso e immenso immondezzaio. Oggi all’esterno, abbandonati qua e là in quello che un tempo era un bel giardino, si ergono cumuli informi di materassi sventrati, vecchie batterie di automobili e pile di rottami arrugginiti, ma anche, l’interno, la sua tana, è diventato praticamente inabitabile. Da anni infatti Flood ha smesso di lavarsi e di pulire la casa, che è diventata un vero e proprio letamaio, invaso dai gatti e dalle pulci che banchettano allegramente. Suo figlio Gabriel vorrebbe costringerlo a trasferirsi in una residenza protetta per anziani, ma lui rifiuta. Tuttavia è ormai sotto il controllo dell’assistenza di zona e l’unica possibilità che gli resta, per continuare a vivere a Bridlemere, è accettare che qualcuno venga a mettere ordine e preparargli da mangiare.
Maud Drennan è un’assistente dei servizi sociali vicina ai quaranta, un donnino cocciuto di poco più di un metro e sessanta, senza grilli per la testa, che, dopo che il suo predecessore era stato scacciato da Flood a colpi di mazza da hurling (una specie di hockey sul prato), ha coraggiosamente accettato l’incarico di prendersi cura del vecchio gigantesco (più di un metro e novanta), testardo e strampalato caprone. Il suo lavoro si rivelerà subito duro e sgradevole e Maud sospetta che le sia stato affibbiato perché, essendo lei irlandese come il padrone di casa, si pensa che abbia miglior probabilità di riuscire a comunicare con lui e tenerlo a bada.
Da giorni al lavoro, armata di grembiulone usa e getta, guanti di gomma extra-robusti e maschera contro la puzza e le spore, è faticosamente riuscita a ripulire parte del pianterreno, la cucina e il bagno. Ma ben presto Maud scoprirà che c’è ben altro nell’incasinata dimora, oltre ai topi morti nelle tazze da tè, la Barbie smembrata che sembra una specie di installazione artistica, la merda spiaccicata sulla parete a mo’ di composizione astratta e il coperchio della tazza incastrato nel water. Bridlemere comincia pian piano a esibire oscuri segreti. Sembra quasi che dietro ogni pezzo di spazzatura spunti una storia. Ben presto si imbatterà in due misteriose fotografie di Gabriel, figlio di Flood, scattate nel giardino di Bridlemere negli anni ’70, quando era ancora un bambino. Nella prima dà la mano a una bambina che Maud presume sia sua sorella, sebbene nessuno l’abbia mai menzionata, mentre nella seconda è con sua madre, Mary Flood, morta, almeno secondo i rapporti ufficiali, in un incidente domestico. Ma nelle due foto sia il volto della bambina che quello della madre sono stati bruciati. Strano e inquietante. Perché?
Praticamente plagiata da Renata, sua amica e padrona di casa, in realtà un travestito ed ex aiutante glamour di un mago morto sulla scena che vive davanti ai gialli televisivi e soffre di agorafobia, Maud comincia a indagare per scoprire gli oscuri segreti di Bridlemere. Passando attraverso un varco nella “Grande Muraglia di annate su annate di National Geografic” che blocca l’accesso ai piani superiori, va di sopra e comincia a scoprire i primi indizi: camere con tappezzerie scarlatte, vecchi ritagli di giornale, altre fotografie… La morte della moglie di Cathal, Mary, che è caduta dalle scale e si è rotta il collo, è stata davvero un incidente? Che cosa è successo a Marguerite, la figlia sconosciuta di Flood? E come tutto questo può essere collegato alla misteriosa sparizione nel 1985 di Maggie Dunne, una studentessa di quindici anni? Durante la lunga ricerca della verità Maud dovrà anche fare i conti con un suo angosciante mistero irrisolto: la scomparsa della sorella maggiore Deirdre quando Maud aveva appena sette anni. Nella sua indagine la povera Maud sarà accompagnata dalla presenza mistica di vari santi legati al folklore cattolico celtico, consulenti impiccioni, pasticcioni e sempre riluttanti a dare una mano. Straordinarie le caratterizzazione che l’autrice, Jess Kidd, fa di alcuni personaggi come Cathal Flood, meravigliosamente inquietante ed enigmatico e la padrona di casa di Maud, Renata, che la prima volta si presenta ai lettori “come una farfalla New Age che spunta dal suo bozzolo al pian terreno”. E di Biba Morel, la datrice di lavoro di Maud, una specie di cupido dell’assistenza sociale, vestita con un abito a vita alta e avvolta da una sciarpa floreale.
Ma non dirò altro, non voglio spoilerare.
Andate a leggere La follia dei Flood, secondo romanzo di Jess Kidd, un mix giallo-nero dal sapore gotico, con Bridlemere di volta in volta pauroso castello di Barbablù o vecchia dimora vittoriana dai troppi segreti pericolosi che assomiglia al castello di Manderlay. Un gustoso romanzo che dalla campagna dell’Irlanda occidentale ci trasporta all’ovest di Londra per narrarci una storia che vede la protagonista costretta a trasformarsi in investigatrice dilettante per riuscire a sbrogliare una commedia nera legata a una misteriosa saga di famiglia.

Jess Kidd è cresciuta e vive a Londra. Il suo primo romanzo, Lascia dire alle ombre (Bompiani, 2018), è stato finalista agli Irish Book Awards nel 2016 e nello stesso anno l’autrice ha vinto il Costa Short Story Award. Il secondo, La follia dei Flood, è stato finalista del Kerry Group Irish Novel of the Year Award in associazione con la Listowel Writers’ Week.