La Debicke e… Bellezza rossa

Arantza Portabales
Bellezza rossa
Solferino, 2019

Bellezza rossa si presenta ai lettori con tutti i crismi del giallo classico alla Agatha Christie. La vittima sacrificale, Xiana Alén, ha appena quindici anni quando viene trovata con la gola tagliata, distesa in un lago di sangue nella sua camera da letto. La scena, dai macabri risvolti teatrali, ricorda la coreografia di La morte rossa, uno dei famosi quadri dipinti da Aurora Sieiro, nonna della morta e celebre artista a livello mondiale. Accade nella tarda serata della vigilia di San Giovanni, il 23 giugno, mentre i genitori di Xiana, Teo Alén e Sara Somoza, la zia Lía, la prozia Amalia e gli amici e vicini di casa Fernando e Inés stavano cenando nel giardino della bella villa. Sei persone attorno a una tavola, una tipica cena dell’alta e ricca borghesia di Santiago de Compostela. Xiana non era con loro, ma in punizione in camera sua perché i risultati scolastici di fine anno si annunciavano disastrosi, con ben sei materie marchiate dall’insufficienza. Ma la famiglia di Xiana non è una famiglia come le altre. Sua nonna, la madre di Sara e Lía, era una grande artista. Lía ha ereditato la sua passione ed è diventata una pittrice di fama internazionale. Anche Xiana mostrava già una straordinaria bravura. Lía e Sara sono gemelle ma, sebbene si assomiglino molto nel fisico, caratterialmente sono agli antipodi. Lía è fragile, delicata ma calda e appassionata, par vivere solo per il suo mondo fatto di colori. Sara, fredda, calcolatrice e dominatrice, conduce una vita normale, si è sposata, ha messo al mondo una figlia e non si è mai interessata d’arte, il tacito marchio di famiglia.
Ma chi ha ammazzato Xiana? Non risultano segni di effrazione, la villa è ben protetta dai sistemi di sicurezza. Le telecamere istallate all’esterno dicono che nessun altro, nella presunta ora dell’omicidio, è arrivato o ha lasciato la dimora. Un agghiacciante particolare striderà ben presto con tutta la storia: buona parte del sangue in cui giace il cadavere era artificiale. Una atroce e simbolica messinscena?
Al commissario Santi Abad e alla sua brava assistente Ana Barroso pare subito evidente che il colpevole debba essere per forza tra i sei commensali del 23 sera. Tutti sono sospettabili: sia la madre, l’affascinante Sara, donna arrivata, alta dirigente al top di un’azienda, che il biondo e bel padre Teo Alèn, funzionario pubblico, sia la zia Lia che la prozia Amalia, che ha cresciuto le nipoti, e non si possono scartare i due vicini ospiti: Ines, notaio, e Fernando, insegnante delle scuole superiori. Avevano tutti l’occasione. Ma chi aveva il movente per un simile delitto? I soldi, il sesso, la rabbia, l’invidia, la gelosia, oppure la follia?
Tra tanti segreti di famiglia, relazioni illecite e ripetuti crolli psichici, pian piano la trama si stringe intorno all’assassino. Santi Abad, il moderno Poirot della situazione, con l’indispensabile appoggio di Ana Barroso deve interrogarli tutti, uno dopo l’altro, per arrivare alla soluzione.
Bellezza rossa è il secondo romanzo di Arantza Portabales tradotto in italiano, dopo Lasciate un messaggio dopo il segnale. Arantza Portabales sa come tenere il lettore ancorato alle pagine, con il suo stile asciutto, veloce e incalzante, efficace e senza sbavature. Stavolta ci regala una trama avvincente ma cruda, tanto che potrebbe stupire la scelta di ambientarla in una città celebre per essere meta di pellegrinaggi frequentati dai credenti cattolici e no. Una città in cui si svilupperà un giallo/noir a forti tinte, come il rosso del sangue che è uno dei protagonisti. La bellezza rossa del titolo, infatti, è la bellezza del sangue, perché ciò che a molti può sembrare disgustoso, riveste invece per le pittrici un fascino speciale, magnetico e inquietante. Molto ben descritti i personaggi che si incrociano e scontrano fra silenzi, accuse, torbide relazioni, complicati interessi e crolli psichici. Le due gemelle per esempio hanno mantenuto fin dall’infanzia una strana relazione, troppo intensa, dipendente, tossica. Una relazione che, pagina dopo pagina, incombe e permea la trama che diventa sempre più inquietante, fino a condurci, in un clima di massima suspense, alla drammatica conclusione. Ma quando tutto sembra finito, si riuscirà finalmente a capire cosa sia successo davvero in quella tragica notte di morte di San Giovanni?
In fondo, pur dopo aver chiuso con successo l’indagine della polizia, Arantza Portabales lascia in sospeso qualcosa di una parte più personale nella sua narrazione. Non la conosciamo come romanziera seriale e ignoro se farà tornare in un nuovo libro Santi Abad e Ana Barroso, ma il finale lascerebbe immaginare un altro romanzo pronto a riprendere la loro storia.
Convincente ed efficace aver preferito la narrazione in prima persona per Lia, la gemella pittrice ossessionata dai timori e dai tanti flash back della memoria.

Arantza Portabales (San Sebastián, 1973), galiziana, dopo gli studi giuridici si è dedicata alla scrittura. La sua prima raccolta di racconti, A Celeste la compré en un rastrillo, è del 2015. Dello stesso anno è il suo primo romanzo Sobrevivindo che ha vinto il XV Premio de Novela por Entregas de la «Voz de Galicia». Bellezza rossa è il secondo romanzo tradotto in Italia, dopo Lasciate un messaggio dopo il segnale (Solferino 2018).

La Debicke e… Le incredibili curiosità di Genova

Laura Guglielmi
Le incredibili curiosità di Genova
Newton Compton, 2019

Ottanta storie per raccontare Genova. Laura Guglielmi ci regala, con questo singolare saggio aneddotico, un colto riassunto su più di mille anni di storia di Genova la Superba. Insomma Le incredibili curiosità di Genova, con la raffinata prefazione di Bruno Morchio, frutto del brio e della bravura di Laura Guglielmi, giornalista, scrittrice e grande conoscitrice della città, è un perfetto compendio di cultura e notizie particolari. L’immagine d’apertura, il testo è illustrato, è stata scattata al tramonto a Castelletto, in quelle giornate in cui il calar del sole incendia le case, ma Le incredibili curiosità di Genova sono un volo su più di mille anni di storia e raccontano, tra l’altro, le imprese medioevali di Guglielmo Embriaco in Terra Santa e la famosa e perfida congiura dei Fieschi – valida dimostrazione che nel farsi guerra gli uni contro gli altri armati i genovesi sono secondi solo ai fiorentini. Ma come dimenticare il sasso rivoluzionario di Balilla e la rivolta antiaustriaca del 1746, gli impetuosi venti del Risorgimento con il vivido ruolo di Mazzini, nonché la grande lotta partigiana? Un racconto a largo spettro, senza veli e che non si tira indietro se c’è qualcosa da criticare. E però si deve riconoscere che, nonostante gli errori, le guerre intestine e i continui alti e bassi, la Superba era diventata così ricca e potente, da essere considerata in alcuni momenti storici persino più strategica di Inghilterra, Spagna o Francia. Una città dal respiro millenario che ha saputo disseminare la sua cultura prima ovunque nel Mediterraneo, spingendosi gloriosamente fino al Mar Nero. Poi, con la scoperta delle Americhe, onore e vanto di Cristoforo Colombo – forse savonese di nascita, secondo Agostino Monti e il suo Mem. di Savona del 1492, ma sicuramente acclamato dai posteri come genovese – al di là dell’oceano. Se immaginiamo la penisola italica come un gigante un po’ sgraziato, sdraiato nel Mediterraneo con le testa appoggiata sulle Alpi verso la Svizzera, le braccia aperte a toccare Francia e Slovenia, e le gambette (Calabria e Puglia) a mollo verso la Tunisia e l’Albania, si potrebbe affermare che Genova è adagiata nel cavo dell’ascella ad ovest (nell’altro, a est, c’è Trieste). Un’ascella prepotente, ricchissima ma parca nello spendere, crudele, dominatrice e spesso invitta. Ma non basta perché Genova, oltre alla sua fama di possente città marinara, è stata per centinaia di anni meta e ambita residenza dei migliori ingegni internazionali che hanno segnata la città con le loro tante importanti testimonianze. E non dimentichiamo lo straordinario sapore dei suoi cibi, a cominciare dal mitico pesto, passando dalla farinata, fino all’inconfondibile e delicato gusto della cima alla genovese. E che dire poi dei tanti cantautori e comici genovesi… Uno tra loro ha addirittura inventato un partito. Uno sguardo ampio e curioso quello di Laura Guglielmi che si allarga anche al Golfo del Tigullio e agli irti monti che la cingono. Tra i fatti più sconosciuti citati nel narrare: il Mar Nero nel Trecento era chiamato addirittura Lago Genovese per le tante colonie mercantili stanziali della Superba e la Lanterna, la torre di 77 metri – 117 metri, sommando lo scoglio su cui è eretta – vero simbolo della città è stata costruita nel medioevo ed è il faro più alto del Mediterraneo. Poi, con una vivace e veloce carrellata e un salto nel tempo, troviamo persino personaggi e luoghi protagonisti della seconda metà del Novecento.
Qualcuna delle curiosità inserite nel libro. Sapete per esempio che:
– i genovesi hanno venduto san Giorgio e il suo drago agli inglesi
– il veneziano Marco Polo scrisse Il milione nelle prigioni genovesi
– Galata era la colonia genovese di Istanbul e l’impero commerciale della repubblica
– Andrea Doria trattava con il corsaro Dragut
– il gioco del lotto è nato a Genova e risale proprio all’ammiraglio Andrea Doria
– i palazzi dei Rolli, patrimonio dell’UNESCO, furono il simbolo dell’ospitalità genovese
– i jeans sono nati a Genova
– alcuni importanti pittori come Rubens e Van Dyck trovarono uno stuolo di committenti per le loro opere proprio a Genova
– la Duchessa di Galliera ebbe una storia familiare molto triste
– Oscar Wilde, nonostante la sua dichiarata omosessualità, era sposato e sua moglie è sepolta al cimitero di Staglieno
– Eugenio Montale, il genovese che vinse il Nobel, era un ragioniere.
– nel 1941 una bomba cadde senza esplodere nella cattedrale di san Lorenzo
– il 25 aprile 1945 Genova si liberò da sola
– un film francese intitolato Le Mura di Malapaga vinse l’Oscar
– lo straordinario mondo dei camalli non esiste più.
Insomma una guida speciale, in cui sfiziosi itinerari si mischiano a vicissitudini internazionali, al cibo, ai luoghi, attraverso un lungo e articolato percorso che dalla storia ci porta alla geografia e alla toponomastica. Si viaggia vorticosamente nel tempo e nello spazio lasciandosi guidare dai nomi dei protagonisti delle ottanta storie di cui si compone l’opera.

Laura Guglielmi è nata a Sanremo ma vive a Genova, dopo aver trascorso alcuni anni a Roma e a Londra. Ha lavorato per le pagine culturali de «Il Secolo XIX» e per diciassette anni ha diretto il web magazine MenteLocale. Inoltre ha collaborato con Radiorai, «D di Repubblica» e «Tuttolibri – La Stampa». Ora è direttore artistico di un Festival letterario, docente universitaria e cura il blog lauraguglielmi.it. Ha curato una mostra su Italo Calvino e il suo paesaggio originario, che è approdata anche alla New York University. Suoi racconti sono usciti su antologie e riviste. La Newton Compton ha pubblicato Le incredibili curiosità di Genova.

La Debicke e… L’urlo dell’innocente

Unity Dow
L’urlo dell’innocente
Le Assassine, 2019

L’urlo dell’innocente di Unity Dow, ministro del Governo del Botswana, è l’ultimo libro della casa editrice Le Assassine per il 2019. Questa giovane casa editrice ha avuto l’attenzione anche delle maggiori testate nazionali per la scelta di trattare letteratura gialla al femminile e, per il momento, di scrittrici unicamente straniere, sia viventi (nella collana Oltreconfine) che non (in quella Vintage).
Per questa ultima uscita dell’anno, l’editrice Le Assassine ha scelto di pubblicare L’urlo dell’innocente, un romanzo di denuncia di Unity Dow, giudice dell’Alta Corte del Botswana, un titolo di grande impatto già noto sul mercato anglosassone.
L’urlo dell’innocente narra la storia di Neo, dodicenne scomparsa in Botswana nei pressi del suo villaggio. Era stata spedita da sua madre a cercare degli asini al pascolo. Dopo un’indagine affrettata, una grande confusione provocata dal fortuito ritrovamento di indumenti bagnati di sangue, poi scomparsi, la locale polizia si limita a riferire alla madre che la ragazzina è stata catturata e uccisa dalle bestie feroci, probabilmente leoni. La faccenda è strana, c’è più di qualcosa che non torna, ma dopo un anno di mugugni e mormorii anche i genitori almeno apparentemente si rassegnano e tutto finisce nel dimenticatoio. Cinque anni dopo tuttavia Amantle Bokaa, una giovane donna da sempre impegnata nel sociale, viene trasferita in quello sperduto villaggio africano per un tirocinio ospedaliero nel locale ambulatorio. E proprio là per caso, nell’aprire la porta di un ripostiglio, troverà una scatola con sopra una misteriosa etichetta. Quella scatola contiene un qualcosa che rimanda al caso ormai archiviato della scomparsa di Neo, lo riapre e spinge a intraprendere nuove indagini per andare fino in fondo e scoprire la verità. Una verità che purtroppo alla fine risulterà ben più terribile e pericolosa di quanto Amantle potesse mai immaginare. Una verità che porta alla luce l’esistenza di antiche e spaventose tradizioni locali. L’urlo dell’innocente non è solo un thriller nato dall’immaginazione dell’autrice, ma una vicenda tragica che si basa su un caso vero o, meglio, su alcuni veri casi collegati a una orrenda serie di omicidi rituali non rinnegati dal potere. La Dow, infatti alza quel sipario per svelarci un mondo lontano, ignoto e magari inimmaginabile da gran parte degli occidentali e attraverso la sua storia riesce non solo a creare suspense ma arriva anche a farci decifrare certi lati oscuri di una società così lontana dalla nostra. Un libro che, oltre a incuriosirci e coinvolgerci nella trama, riesce persino a emozionarci.

Unity Dow, giudice, attivista per i diritti umani, scrittrice e ministro del governo del Botswana, è nata in un’area rurale dove i valori tradizionali erano dominanti; ha frequentato Giurisprudenza all’Università del Botswana e dello Swaziland e poi a Edinburgh in Scozia, suscitando con la sua educazione occidentale un misto di stima, ma anche di sospetto. Impegnata nella difesa dei diritti delle donne, è stata tra le fondatrici di Emagn Basadi, la prima organizzazione femminile del Paese. Si è occupata dei diritti dei gay e ha partecipato anche alla creazione di Aids Action Trust. Prima donna giudice dell’Alta Corte del Botswana, si è impegnata molto per la democratizzazione delle leggi del Paese, per esempio nell’ambito del diritto di famiglia. Personaggio poliedrico, ha dimostrato il suo valore anche come scrittrice; nei suoi libri spesso emergono i conflitti tra i valori occidentali e quelli tradizionali, ma anche i problemi riguardanti i rapporti tra uomo e donna in un continente afflitto dalla povertà come quello africano. Unity Dow ha contribuito al libro Schicksal Afrika (Destino Africa) dell’ex presidente tedesco Horst Koehler (2009), e ha spesso fatto parte di missioni dell’Onu in Sierra Leone e Ruanda. Oltre al conferimento della Legion d’onore francese, Unity Dow è stata menzionata al Women of the World Summit nel marzo 2011 come una delle 150 donne che “scuotono il mondo”. Dal 2013 è entrata in politica e da allora ha più volte rivestito il ruolo di ministro.

La Debicke e… Il maestro di Auschwitz

Otto B Kraus
Il maestro di Auschwitz
Newton Compton Editori, 2020

Basato sulla storia vera del famigerato Blocco 31.
Nel dicembre 1943 i capi delle SS decisero di aprire una sezione speciale, all’interno del campo di Auschwitz, nella quale le condizioni di vita fossero apparentemente migliori, per poter dimostrare agli occhi del mondo e delle organizzazioni umanitarie che le notizie riguardanti Auschwitz non erano veritiere. Il Blocco 31 infatti era tenuto in condizioni più accettabili di tutti gli altri, dovendo essere sempre pronto come esempio in caso di ispezioni da parte della Croce Rossa. Ma l’orrida invenzione nazista, premeditata per coprire la disumana crudeltà, dette modo agli ebrei di creare qualcosa alle spalle dei loro aguzzini, un simbolo di umanità e cultura che riuscirono a portare avanti con orgogliosa determinazione fino alla fine: tentare di alleggerire la detenzione ai tanti bambini prigionieri del campo. Al centro del Blocco 31 infatti c’era una baracca dove i più piccoli, mentre i genitori lavoravano, potevano restare sotto la sorveglianza di alcuni adulti selezionati: un gruppo di ex insegnanti ebrei. Insegnanti che in realtà avrebbero dovuto solo tenerli impegnati in qualche modo, senza far loro lezione. Secondo le SS la cultura, per quelle piccole vittime destinate allo sterminio, era inutile. E invece questi insegnanti, aggirando la consegna e servendosi di una mini biblioteca di pochi volumi, sia requisiti a prigionieri condannati a morte che salvati fortunosamente e comprati al mercato nero all’interno del campo, trasformarono quella baracca in una scuola clandestina, un’oasi di quasi normalità in cui si leggevano i testi e si facevano studiare i bambini. Ma, per non rischiare pesanti e mortali sanzioni, mascherarono le lezioni con cori, falsi giochi ed esercitazioni ginniche. I libri a loro disposizione, otto, tra cui un atlante, una grammatica russa, un testo di algebra e qualche romanzo, che venivano distribuiti agli insegnanti ogni giorno, erano ben poco, ma riuscirono a trasformarsi in un faro, il simbolo di un tempo meno oscuro in cui almeno le parole scritte erano libere.

Questo romanzo è ispirato alla storia di Otto B Kraus che, durante la prigionia al Blocco 31, osò sfidare le inflessibili regole imposte dai nazisti. Una vera storia tratta da un giornaliero diario di orrori che lui, miracolosamente sopravvissuto a quel Blocco e a quella immane tragedia, attribuisce nel romanzo al diario di Alex Ehren, un personaggio inventato.
«C’era così poco spazio sulla cuccetta che, quando uno di noi voleva riposare il fianco, dovevamo girarci tutti in un intreccio di gambe, di petti e di pance vuote come se fossimo un’unica creatura dai molteplici arti, una sorta di divinità indù o di millepiedi. Fra noi nacque una certa intimità, non solo nel corpo ma anche nella mente, perché sapevamo che, pur non essendo nati dallo stesso ventre, saremmo di certo morti insieme.»
Alex Ehren, il protagonista di Il maestro di Auschwitz, è uno dei prigionieri, ma è anche un poeta e diventerà un insegnante nel blocco 31 di Auschwitz-Birkenau, il blocco dei bambini. Ogni giorno che passa la lotta per sopravvivere nel campo di concentramento si fa sempre più dura. Il tempo a disposizione, lo sanno, è contato. Eppure Alex e altri compagni, eletti al compito di intrattenitori, senza pensare alle conseguenze continuano a dare lezione di nascosto ai bambini. Il loro è solo un piccolo gesto di coraggio che ha però un incredibile valore sovversivo, perché è il solo modo per tentare di regalar loro un qualche senso della vita e l’illusione di poter sfuggire alla spaventosa realtà della spietata persecuzione che sperimentano sulla propria pelle. E insegnare ai bambini non è l’unica attività proibita a cui Alex si dedica… Non si possono imprigionare i sogni, il desiderio di fare qualcosa, di battersi a ogni costo per la libertà.
Sebbene Il maestro di Auschwitz sia una storia romanzata con personaggi ideati dall’autore, riesce a spiegare molto bene ai lettori la realtà di allora a Auschwitz-Birkenau. Colpisce e commuove che, nonostante gli orrori che li circondano, riescano in qualche modo ad aggrapparsi alla speranza. Dovevano illudersi di una possibile fine per ciò che stavano sopportando e proprio per questo si sforzavano di dare con la routine un senso di normalità ai bambini, per proteggerli da quanto accadeva intorno a loro.
Libro amaro, triste, difficile, durissimo ma avvincente, che offre al lettore uno spaccato dei mostruosi orrori e delle esperienze dei campi di sterminio della Seconda Guerra Mondiale. Una parte di una memoria collettiva che deve essere preservata e mai dimenticata. E i pochi sopravvissuti dovranno testimoniare sempre l’indomita forza di spirito delle migliaia di ebrei che furono sepolti lì per nessun altro motivo se non la loro fede.

Otto B Kraus è nato il 1 settembre 1921 a Praga, in Cecoslovacchia. Lui e la sua famiglia furono deportati nel maggio del 1942 nel Ghetto Terezin e da lì ad Auschwitz, dove Otto divenne uno dei consiglieri dei bambini nel blocco dei bambini. Il loro campo è stato liquidato dopo sei mesi. I detenuti abili sono stati selezionati dal famigerato dottor Mengele e inviati ai lavori forzati in Germania, il resto – oltre 7000 persone tra cui madri con bambini piccoli, i deboli e gli anziani – sono state uccise nelle camere a gas. Otto fu tra i 1000 uomini inviati al campo di concentramento di Schwarzheide-Sachsenhausen in Germania. Dopo la guerra, Otto tornò a Praga dove apprese che né i suoi genitori né suo fratello erano sopravvissuti. Lui si iscrisse all’università per studiare letteratura, filosofia, inglese e spagnolo. Ha ricevuto una modesta sovvenzione e ha iniziato a ricostruire la sua vita. Incontrò Dita per caso, si ricordò di lei come una delle giovani del Kinderblock ad Auschwitz e diventarono amici. Si sposarono nel 1947 e nel 1949 emigrarono in Israele dove vissero dapprima in un kibbutz per poi trasferirsi nel Villaggio della Gioventù Hadassim dove Otto insegnava inglese. Dita e Otto hanno cresciuto due figli e una figlia. Otto B Kraus è morto il 5 ottobre 2000, a casa, circondato dalla sua famiglia.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2020

Da questo mese incomincerà la sua collaborazione, oltre al nipotino Jonathan che già conoscete, anche la nipotina Jessica. Con il mio aiuto, naturalmente. Un modo per stimolarla a leggere e scrivere. Un modo per trasmettere anche a lei la mia passione per i libri. Forza Jonny! Forza Jessy! E forza a tutti i nonni e ai nipotini del mondo!
Buon Anno!!!

Sherlock Holmes. Donne, intrighi e indagini di Martinelli, Mezzabarba, Nava, Solito, Vesnaver e Voudì, Il Giallo Mondadori 2019.
Uno studio in Hudson di Luca Martinelli
Watson e una delle sue avventure più angoscianti del 1899. La signora Hudson è sparita, “non si trova nel suo appartamento, né in soffitta o nel resto della casa”. Sherlock teme che sia stata rapita. Indizio preoccupante un piccolo triangolo di stoffa bianca appartenuto al grembiule della suddetta. Via alla ricerca sfruttando anche i famosi Irregolari. Forse c’è di mezzo la banda dei testamenti che minaccia “donne anziane e sole che la morte di un parente ha reso beneficiarie di un lascito testamentario”. E qualcuno chiede un riscatto attraverso il “Globe”. Ma Holmes ha già capito tutto proprio dalla lettura del giornale e si appresta a fornire la spiegazione con la solita studiata teatralità.
La dama velata di Giacomo Mezzabarba
Mattina nebbiosa del 1891. Ecco l’arrivo di una donna velata nell’appartamento di Baker Street che ha chiesto l’aiuto di Holmes attraverso una lettera. Una bella signora sposata da due anni con matrimonio combinato. Però a un certo punto si è accorta che a suo marito piaceva un altro tipo di relazioni (alla Oscar Wilde, tanto per intenderci). Ha chiesto il divorzio più volte sempre respinto. Qualche tempo fa, innamorata del giovane Harold, ha intrattenuto con lui un rapporto amoroso. Ma è stato assassinato. Lei è Ann Musgrave, moglie di sir Arthur Boscombe partito per Parigi proprio il giorno precedente l’assassinio. Caso ad hoc per il Nostro con l’aiuto imprescindibile di Watson e i delitti non finiscono… fino a quando il classico grido “Diabolica, Watson! Si tratta di una mente diabolica.” Ci siamo.
Sherlock Holmes e Margherita di Samuele Nava
Una nuova avventura di Sherlock che Watson si affretta a trascrivere. Sono trascorsi tre giorni dalla sua falsa morte tra i gorghi delle cascate di Reichenbach e ora si trova presso le sponde settentrionali del Lago Maggiore. Ha un appuntamento, sotto falso nome di Altamon, con Verri, funzionario di Pubblica sicurezza, per essere introdotto in Italia. Ma c’è un vecchio prete che strappa pagine su pagine di un libro, gettandolo, poi, in acqua. Perché? Ripescatene alcune dal nostro Altamon-Sherlock, trattasi di un libro proibito di Rosmini morto proprio a Stresa nella Villa ducale dove ora si è sistemata la regina Margherita. Gli eventi si susseguono uguali e preoccupanti: scomparsa di una cameriera, di un carabiniere dal posto di guardia e, addirittura, della stessa Margherita di Savoia! Un buon indizio per risolvere il mistero l’aroma di artemisia con l’aiuto di un piccolo cocker inglese.
La scomparsa di lady Freemont di Enrico Solito
Un telegramma dall’ispettore Gregson per il nostro duo Holmes-Watson. Sono convocati a casa del famoso egittologo August John Freemont. All’inizio Freemont non la prende troppo bene, non sapeva di questo intervento del detective. Ma viene convinto dallo stesso Holmes. Il suo racconto: il matrimonio con la più giovane Annie va tutto bene all’inizio, poi “Annie è diventata distratta, svagata”, e un bel giorno è sparita, lasciando un biglietto di addio. Nella casa Harry il maggiordomo, la moglie cuoca e una signora per le pulizie che viene solo alcune mattine. Via in camera di Annie (qui qualcosa non torna) e di Freemont dove c’è un sarcofago con una mummia dentro. Ma mancano i canopi ed è pure scomparso il gatto della cuoca. Per Holmes basta fare due più due e il caso è risolto.
Sherlock Holmes e le ragazze di madame Jai di Elena Vesnaver
Davvero sfortunata la bella lady Edwina Cavendish, duchessa di Glenrose. Le sono capitati una serie di fatti piuttosto macabri: un fantoccio di stoffa abbigliato con una delle sue vestaglie impiccato alla finestra della sua stanza; i suoi abiti sulle grucce completamente tagliati e ultimamente una delle sue cameriere personali ha trovato il corpo senza vita del cane preferito. Holmes pensa che tutti questi incidenti siano solo l’anteprima di qualcosa di più grave. Occorre avvertire del pericolo la duchessa. La quale, tuttavia, rifiuta sdegnosamente il suo aiuto. E si ritroverà morta stecchita con uno spillone per capelli infilato nel cuore. Una brutta storia che ha come protagonisti un pittore di quadri spinti, le “ragazze allegre” di Madame Jai e un quadro molto, ma molto particolare…
Sherlock Holmes e lo scottante segreto della signora Hudson di Alain Voudì
Il giornalista Benjamin (Ben) Mutton in una casa di cura dove si trova la signora Hudson, novantenne, per conoscere da lei una storia scandalosa del 1883. Una storia che la riguarda con suo marito che dilapida rapidamente i beni della famiglia e se ne fugge via. Ma ora è ritornato per ottenere altri soldi minacciandola, addirittura, di adulterio. Le ha rubato un diario dove la moglie ha descritto, con il suo nome attuale Martha Turner, situazioni molto compromettenti. Diario che tra poco sarebbe stato pubblicato, come altri suoi pezzi, dopo l’annuncio al pubblico. Ma c’è l’aiuto del duo Sherlock-Watson a tirarla su. Basta rintracciare il marito e…

Otto racconti che mettono in mostra le doti preziose degli autori capaci di costruire vicende incredibili e intriganti in un contesto dove emergono le caratteristiche peculiari dei maggiori attori: Sherlock e Watson. Le classiche, impreviste deduzioni del primo, i suoi cambi di umore, le strimpellate incredibili (per Watson) del violino, le frecciatine alla sua “spalla”, le sparizioni e riapparizioni improvvise, i travestimenti. Le sorprese e le meraviglie a bocca aperta del secondo, i ricordi sulla sua moglie (quando è morta) e l’ammirazione (quando è viva) “Ebbene sì, dopo anni, la ritengo ancora la cosa più bella che possa essermi capitata”, l’umorismo che deriva dal rapporto fra i due. Ma anche altri personaggi hanno una loro consistenza e vitalità delineata con pochi tratti sicuri in contesti diversi. E non mancano riferimenti alla bellezza dell’italico suolo (una meraviglia del mondo), alla lotta delle donne per i loro diritti, agli amori “particolari” e ai tempi che corrono, “Temo Watson, che questo mondo sia agli sgoccioli: verrà un vento che lo travolgerà.”
…Una lettura veramente piacevole.
Preziosa introduzione e appendice (qui è sviscerato il rapporto di Sherlock con le donne) di Luigi Pachì. Infine per La storia del giallo Mondadori la decima puntata di Mauro Boncompagni sugli anni Settanta. Con Ruth Rendell, Jim Thompson, Bill Pronzini, Collin Wilcox, Nicholas Blake, Patrick Quentin, John Dickson Carr, Patricia Wentford, Rae Foley e Harry Carmichael.

Per l’ultima volta, Kathleen e altri racconti di Cornell Woolrich, Il Giallo Mondadori 2019.
Per l’ultima volta Kathleen
Burke, ex carcerato, è nella pista da ballo per rivedere Kathleen che danza con il nuovo fidanzato. Monta la rabbia, ma basta una matita sul pavimento per farlo cadere e chiedere a Kathleen se vuol essere accompagnata a casa. Così, come ultima volta, e l’invito è accettato. Lungo il percorso il bacio di addio e poi la bella ragazza scompare improvvisamente nel bosco alla ricerca delle chiavi perdute. Inutili i richiami, le urla e tutti i tentativi di trovarla. Tra l’altro sarà pure ritenuto il responsabile della sua morte orrenda. Unico amico Bill Bailey che lo può difendere. Secondo lui basta trovare un tipo vigliacco, con il complesso di inferiorità, afflitto da una gelosia malsana, soggetto a crisi di follia o da qualche infermità congenita e il gioco è fatto. Però…
Provino
Los Angeles. Lettere minatorie all’attrice Martha Meadows. Il poliziotto Galbraith, seppure infastidito (non sopporta questo tipo di personaggi), deve tenerla d’occhio. Via a trovarla sul set dove sta girando una scena. E lì succederà che bruci come una torcia umana, mentre per un attimo è andato a telefonare. Senza che nessuno dei presenti, a cominciare dal regista, sappia spiegare l’accaduto. Ad aiutarlo nella soluzione del misterioso, incredibile evento la macchina da presa e un occhialino…
Una strana eredità
Un uomo e una donna in macchina di notte. L’uomo ha commesso qualcosa di grave. La donna non vuole accettare il denaro che gli offre. Apre la portiera e “Temo di non essere tagliata per… il delitto.” Ora l’uomo è solo. Per strada incontrerà due furfanti che vorranno “ereditare” i soldi che ha con sé sfruttando i suoi documenti. Ma c’è un brutto odore in giro…
La disperata difesa della signora Dellford
“New Cordoba. Lee Randall, un tempo attrice a New York e adesso signora Dellford, è stata accusata di omicidio e in attesa di processo…” Un caso molto “sentito” dal giovane avvocato Lawrence (Larry) Brett che in passato si era innamorato di lei vedendola nelle esibizioni a teatro. Deve aiutarla. Ha ucciso, dicono, suo marito che si celava sotto falsa identità. Dunque il processo in tribunale, le testimonianze, l’odio della gente. Ma Larry chiede che il processo si svolga anche nel luogo dove è avvenuto il fatto. È il metodo più adatto, secondo lui, a ricostruire gli eventi. E qualcosa succederà. Vediamo…
Un problema di balistica
Coleman è accusato dell’omicidio di Edmund Lombard che gli doveva duemila dollari. I poliziotti insistono, lo torchiano, lo picchiano. Niente da fare. Lui è tosto, sicuro di sé, ha una pistola calibro 38 e Lombard è stato ucciso con una calibro 32. Secondo la balistica. Ma c’è qualcosa che non quadra e basta andare dal commesso di una tabaccheria per risolvere il caso.
Il cadavere nel tappeto
La matrigna di Larry è stata uccisa da suo padre, il signor Weeks, che veniva tradito. Ora è stesa sul letto. Il figlio vuole salvarlo e studia un piano. Gli propone di ritornare a New York, mentre lui si occupa di far sparire il corpo. Come? Avvolto in un tappeto per infilarlo nella macchina dell’amante che ha chiamato al telefono. Piano difficile, difficilissimo con la sorella che arriva all’improvviso e tutto il resto… Anche perché il padre vuole autodenunciarsi. Non c’è più niente da fare. Ma…
Notte d’incubo
La signorina Garrity è morta. Ha voluto nel testamento che tutti i suoi gioielli di enorme valore siano riposti con lei nella tomba. Ormai la notizia si è sparsa, la sanno tutti. Anche il duo Chick Thomas e Zabriskie Faccia d’Angelo. Il primo ha un’idea magnifica. Infilare Faccia d’Angelo nella bara della signorina prima del trasporto e poi beccarsi il tesoro “con una bella scorta di lime e scalpelli”. Il secondo non è tanto d’accordo ma, evidentemente il più debole, desiste e accetta. Come andrà a finire?…

Tempo fa, a fine lettura di un altro suo libro, scrissi “Quando leggo Woolrich, non so se capita anche a voi, mi pare di essere trascinato lentamente, come i personaggi dei suoi racconti, verso un qualcosa di oscuro e ineluttabile. Non possiamo fare niente. Tutto è preordinato, già stabilito.” Anche in questi racconti c’è sempre qualcosa di imprevisto e imprevedibile, frutto di un Destino cinico e baro che cambia completamente la prospettiva: un aiuto insperato, uno scambio imprevisto, un incidente fortuito. Ma c’è anche la capacità dell’uomo di risolvere casi e situazioni a prima vista impossibili. Con la forza dell’amore, l’intelligenza, la furbizia, l’osservazione, il colpo d’occhio, la deduzione. Brivido, tensione, paura, sempre sul filo del rasoio e non mancano situazioni comiche, assurdamente grottesche che aprono la bocca al sorriso.

L’ombra cinese di Georges Simenon, Adelphi 2019.
Parigi. Novembre piovigginoso. “Un ufficio come tanti altri. Mobili chiari e carta da parati in tinta unita. E un uomo sui quarantacinque anni, seduto in una poltrona, con la testa reclinata sui fogli sparsi davanti a lui. Un proiettile lo aveva colpito in pieno petto.” Trattasi del signor Couchet, facoltoso industriale fattosi con le sue mani, trovato dalla portinaia dello stabile che ha chiamato Maigret. Dalla cassaforte mancano un sacco di soldi. Primo dubbio: il ladro è anche l’assassino?
Il morto si era separato dalla prima moglie che gli ha dato un figlio, e ora viveva insieme alla seconda tradendola con Nine, una bella ragazza che lavorava come ballerina al Moulin Bleu. Il primo obiettivo di Maigret è interrogare gli abitanti dello stabile per scoprire qualcosa di più sulla vita del defunto (se, per esempio, avesse dei nemici). Ogni tanto, fissando i loro volti, qualche ricordo si affaccia alla sua mente, qualche disagio “quando si è costretti a prendere in considerazione certi aspetti della vita che di solito si preferisce ignorare”. Un palazzo “strano”, una atmosfera “opprimente” con una matta che urla e una che spia.
Dunque, per farla breve, tutto gira intorno a: la prima e la seconda moglie del morto, l’amante del morto, il figlio debosciato del morto, il secondo marito della prima moglie del morto, la vecchia pazza che urla, quella che spia, un uomo e una donna tra i bidoni della spazzatura alla ricerca di un guanto, un ambasciatore sussiegoso… e poi il classico testamento piuttosto “particolare” che mette sul chi vive il Nostro.
Solita capacità del grande Simenon di creare personaggi vivi con pochi tratti, di pennellare con tocchi d’artista gli ambienti del palazzo, chiusi, polverosi, privi di luce, di cattivo odore, addirittura sporchi, claustrofobici e rimbombanti di urla della matta con la pazzia che sembra strisciare lungo le pareti come simbolo premonitore. Abile anche a mettere in risalto la diversa condizione sociale, vedi i parenti del morto contadini e piccoli borghesi e quelli della moglie “eleganti e sobri”.
Al centro Couchet “un uomo sanguigno, energico e grossolano, venuto su dal nulla” che ce l’aveva fatta. Lasciato dalla prima moglie quando ancora non era ricco, sposa una ragazza di buona famiglia e così “Tè, pasticcini, tennis e scampagnate…” e se la spassa con altre donne come Nine. Tutte e tre con caratteristiche psicologiche diverse a creare il fascino inquietante del racconto e la continua tensione. Al centro pure Maigret, il solito acuto osservatore tra una fumata di pipa e l’altra, questa volta di poche parole tra cui il ritornello che si porta appresso ”Bel tipo, quel Couchet!”. Altro personaggio importante il Palazzo claustrofobico (già detto) ma anche… la Finestra. Eh, sì, proprio la Finestra dalla quale si può intravedere un’ombra cinese. Come un occhio vivo, penetrante… e la Sorte, il Destino che se ne frega di tutto e di tutti.

L’impronta del gatto di Augusto De Angelis, Sellerio 2007.
Qui il nostro commissario De Vincenzi “affronta l’assassinio di un depravato milionario venezuelano, vivente a Milano. Il cadavere è trovato proprio sul portone dell’abitazione della vittima. Ma spunta il felino con le sue zampette sporche di sangue e rimette in moto verso una direzione diversa De Vincenzi, che, lento e agile un po’ come un gatto anche lui, ha il genio di profittare delle opportunità del caso”.
Subito un’idea su cui riflettere: il Caso, già “Il Caso! Sempre il Caso era l’alleato di ogni investigatore e il nemico dichiarato dei criminali” dichiara De Vincenzi. Ecco come ci appare: “L’uomo, che apriva la porta della vetrata e che precedeva gli altri due, era bruno, assai distinto, con uno sguardo penetrante e nello stesso tempo quasi stanco, malinconico”. Momenti di difficoltà: “Questa volta il suo metodo psicologico di impregnarsi in un ambiente, per conoscerne il suo abitatore, falliva”. A un certo punto esclama “Un groviglio!” riferendosi alla complessità dell’indagine. Sopraffino lettore, legge anche “L’Autobiografia” di Salomone Maimon che gli resta antipatico per le sue idee sull’occultismo. Tranquillo, ma quando occorre sa essere agile e veloce. Lavoratore instancabile, rimane nel suo ufficio oltre l’orario consueto. Bastano un panino e un bicchiere di birra per andare avanti. Alla fine della storia, ma in genere di tutte le storie che ho letto, De Vincenzi non esulta, non gioisce ma anzi “…sentiva un grande amaro in bocca e un senso di oscura desolazione nel cuore. Un sensitivo, in fondo, un romantico a cui lo studio dell’anima umana, a ogni esperienza, procurava soltanto dolore”.
Passato e presente che si allacciano insieme, il classico assassinio all’interno di una famiglia, la paura che si insinua tra le pieghe della storia. Stile piano, semplice, concreto. E poi l’abilità del commissario. Va bene il Caso ma, come afferma l’avvocato Vercelloni a chiusura del romanzo, “Il Caso! Macché! Una sola cosa occorre ed è rara a trovarsi… Che l’investigatore sia un profondo osservatore e sappia far scaturire la verità dagli elementi psicologici del delitto!”.
In ogni caso (vedete questa parola come si insinua dappertutto…) bravo De Vincenzi! E bravo anche il nostro De Angelis che ebbe a lavorare sotto il fascismo e che può a buon diritto essere considerato il padre (o uno dei padri) del giallo italiano.

I Maigret di Marco Bettalli

L’ispettore Cadavre del 1943
La differenza è nei particolari. Questo Maigret non è particolarmente originale e il giallo, come sempre, è quello che è. Eppure siamo davanti a un autentico capolavoro. Non solo la descrizione del piccolo paese di Saint-Aubin in Vandea immerso nella nebbia invernale è, per così dire, più nitida, precisa, affascinante di quella di tanti altri piccoli luoghi della provincia francese toccati nelle peregrinazioni del commissario (la precisione è frutto anche del fatto che Simenon in quegli anni viveva proprio in quella regione); non solo i personaggi di contorno sono particolarmente “giusti” nelle loro manie, aberrazioni, tristezze di uomini e donne più o meno colpiti dalla vita; non solo la figura di Ca(da)vre è indimenticabile nella sua miseria, nella sua disperazione. A fare veramente la differenza è un Maigret grandioso, un Maigret talmente straordinario da diventare, a un certo punto, una sorta di dio onnipotente: “era una sorta di padreterno, e conosceva quel luogo come se ci vivesse, o meglio, come se fosse stato lui a crearlo”. E, in questo delirio, anche il suo essere sempre dalla parte dei vinti si stempera in una superiorità che gli mostra da lontano le miserie del mondo, di tutto il mondo, e gli impedisce di lottare per i deboli contro i borghesi sempre vincitori. I ricchi, certo – la “combriccola” – alla fine vinceranno come sempre, perché, pur nello schifo delle loro vite segrete che viene mostrato senza risparmio (il falso aristocratico, vero colpevole, ma insomma, anche la ragazzina che va a letto con ben due uomini in pochi mesi, a quei tempi!), sono loro a comandare e non c’è nulla da fare per opporsi; ma anche perché non è che i poveri siano moralmente migliori: dalla madre del morto, che vende il suo dolore per denaro, a tanti altri, illusi, ubriaconi pronti anch’essi a qualsiasi compromesso pur di mettere le mani su due lire. Per il dio Maigret sono tutti umani, profondamente umani nelle loro manchevolezze, ricchi e poveri: e come un dio, egli se ne nutre, delle debolezze altrui, le assimila, con la celebre metafora della spugna, qui descritta con grande vivezza: “in quei momenti sembrava gonfiarsi oltremisura, divenire ottuso e goffo, come insensibile, come cieco e muto, un Maigret che il passante o l’interlocutore ignaro avrebbero potuto scambiare per un mezzo scemo, o per uno sprovveduto …”. Splendido.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il lato nascosto di Pierluigi Porazzi, La Corte editore 2019.
Nuovo romanzo e nuovi protagonisti per Pierluigi Porazzi, di ritorno in libreria con Il lato nascosto. Stavolta lascia a casa Alex Nero, investigatore e personaggio cult, per offrirci una nuova storia dedicata a due “normali” poliziotti, gli ispettori Alba Leone e Ramon Serrano, non giovanissimi, entrambi un po’ in carne, che si sforzano di convivere e far bene nonostante certe fragilità, tante passate pene e diverse problematiche sul piano professionale e familiare. Così diversi eppure così uguali. Single per scelta e necessità lei, suoi compagni di vita una cagnolina e una gatta, Alba Leone è donna sensibile e introspettiva, ma allo stesso tempo forte e capace di impennate e colpi di testa, all’opera poi una stakanovista fatta e sputata. Solo apparentemente in secondo piano lui, Ramon Serrano, abbastanza ipocondriaco e un po’ in crisi nel privato, con moglie, figlio a carico e un matrimonio in fase di stanca, ma che ha cercato di realizzarsi nel lavoro. Lavoro che continua ad amare nonostante gli orrori visti e superati durante la lunga carriera in polizia. Insomma, due anormali “normali” ma con quel pizzico, quanto basta, di umanità in più da farsi subito apprezzare dai lettori. Scenario prescelto: Udine. Sintesi della trama: una giovane donna, Sabrina Lupieri, già nota alla polizia per aver fatto condannare in passato il suo aggressore e stupratore, viene ritrovata strangolata nel suo appartamento. Sulla scena del delitto verranno convocati subito gli ispettori Alba Leone e Ramon Serrano. A prima vista il caso si direbbe lineare: la vittima era una escort di alto livello che frequentava abitualmente diversi personaggi di spicco della città e l’assassino, dopo un rapporto forzato, ha lasciato il suo DNA sul corpo della vittima. Non dovrebbe essere difficile identificarlo, arrestarlo e non ci dovrebbero essere dubbi sull’identità del colpevole. E invece…
Con Il lato nascosto Pierluigi Porazzi ancora una volta si conferma una “garanzia noirista” e, nella sua trama, inanellando una serie di argomenti scottanti, si confronta con il social thriller, descrivendo il continuo e progressivo sgretolamento morale e materiale di questo nostro mondo attuale, senza tuttavia mai rinunciare ai suoi azzeccati colpi di scena e al suo sempre intrigante ritmo narrativo.

Le sette dinastie di Matteo Strukul, Newton Compton 2019.
La migliore definizione che si può dare di questa ultima fatica di Matteo Strukul è chiamarla Il ‘400 al potere. Sissignori, perché il Potere con la P maiuscola domina dalla prima all’ultima pagina: imposto con la forza, usato, gestito (ogni tanto ma non troppo) ma soprattutto maltrattato e calpestato senza pietà dalle famiglie e dalle dinastie reali che se lo contesero ferocemente per tutto un secolo. Delle sette famiglie, definite dinastie all’inizio, solo gli Aragona videro anche a distanza di secoli i loro eredi sedere orgogliosamente sui troni e mantenere direttamente il potere fino ai nostri giorni (Giovanna la pazza, figlia di Giovanni, fratello e successore in Spagna di Alfonso il Magnanimo, fu la madre di Carlo V, l’imperatore che allungò la sua rapace mano sull’Italia conservandola, in buona parte, asservita fino al 1800). Un’efficace carrellata sull’Italia del XV secolo, arricchita dalle sanguinarie descrizioni delle abitudini dei governanti di allora. Sul piatto intrighi, complotti, tradimenti, delitti, barbarie, il tutto mischiato a una ininterrotta e mutevole doppiezza che sfidava a tenzone tutti contro tutti, in un continuo mulinare di scambi di alleanze, favori, ripicche, contrasti ed efferati omicidi. Lo stesso secolo che fu testimone dei più spaventosi affronti all’umana etica contemporaneamente fu nicchia e culla dorata di straordinari e impareggiabili talenti artistici, che regalarono alla penisola imperitura memoria di capolavori di meravigliosa beltà, finanziata dai Signori. Ma da Milano, a Venezia, a Firenze, a Roma e Napoli, quei massimi detentori del potere si alternarono dominando, schiacciando i sudditi, costringendoli a battersi sotto la loro bandiera mentre le alleanze, mutevoli come i tempestosi venti di un uragano, non facevano che girare. Questa è l’Italia del XV secolo, che si vide anche dilaniata e impoverita dalle continue guerre, affamata dalle carestie e spesso stremata dalle epidemie…
Storia vera a fare da cornice a una polposa parte di pura fiction. Donne coraggiose pronte a tutto, meravigliose amanti ma anche donne forti, guerriere dure come l’acciaio. Matteo Strukul ricostruisce generosamente manie, odi, amori, gelosie, affetti, devozioni, vitali legami di dovere. I numerosissimi personaggi costellano le pagine con le loro piccole e grandi vicende personali. Un ventaglio di comprimari inventati rende più corposa la trama e la movimenta senza risparmiarsi. Tanti minuziosi particolari forse in grado di spiegare al lettore che non era così comodo e facile vivere in quei tempi di gloria, ma anche e soprattutto di terrore, per chi non aveva mai voce in capitolo. La storia non è fatta da persone con gli stomaci deboli e non è per stomaci deboli. Ma ricordate sempre: questa, in gran parte, è proprio la vera storia.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Diario di una Schiappa. La legge dei più grandi di Jeff Kinney, Il Castoro 2009.
Questa volta seguiremo insieme Greg, ovvero la nostra Schiappa, durante gli episodi più divertenti. Eccolo, è lì, a scuola con i suoi amici che decidono di fare uno scherzo a un loro compagno di nome Chirag, ovvero fingere che non esista. Adesso ci spostiamo in classe dove la maestra chiede a Greg di contare gli alunni. Lui li conta saltando Chirag che si arrabbia e lo tortura di botte. La solita Schiappa sfortunata!
Continuiamo a seguirlo. Ora è tornato a casa, sta guardando la televisione quando arrivano i suoi genitori per dirgli qualcosa. Ascoltiamoli. Essi partiranno e Greg e i suoi fratelli, Rodrick e Manny, dovranno restare in casa da soli per un intero weekend. Ma appena i genitori escono i tre fratelli organizzano una grande festa. Ecco, stanno arrivando alcuni amici, la casa si riempie sempre di più. Che confusione! A festa finita è tutto un disastro. Adesso, ragazzi, è meglio filare via prima che ritornino i genitori. Continuate voi lettori a seguirlo. Che cosa combinerà ancora?…

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
vi presenterò qualche libro che ho letto, naturalmente con l’aiuto di nonno Fabio. Oggi ecco a voi Bambi di Walt Disney 1997.
Nella foresta è nato il nuovo Principino, cioè il cerbiatto Bambi. È curioso di tutto aiutato dalla mamma e dal coniglio Tamburino. Una volta vede uno stagno in cui è riflessa la sua immagine e quella di una cerbiatta che si chiama Feline con la quale gioca. Poi arrivano i cacciatori, allora fuggono nel bosco ma la mamma sparisce. Incontra il Principe della foresta, il suo babbo, che gli fa sapere che i cacciatori hanno portato via la mamma e ora deve imparare a vivere da solo. Troverà di nuovo Feline, diventata una bella cerbiatta, combatterà contro un cervo maschio e la sposerà. Feline gli farà due cerbiattini e vivranno felici. Che bella storia! Con un po’ di paura dei cacciatori.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… L’ultimo respiro della notte

Ferdinando Pastori
L’ultimo respiro della notte
Edizioni Clandestine, 2019

Ricordi che tornano dall’inferno e fanno male. Quando la memoria torna non fa sconti: «Piove merda dal cielo. Gocce pesanti che, cariche di sabbia proveniente dalle sponde africane del Mediterraneo, esplodono sul parabrezza. La notte è incazzata. Fredda e buia. Il ritmo dei tergicristalli eccessivo e fastidioso…
La vocina che ti parla da dentro, che ti consiglia di muoverti con cautela, si fa più insistente. Se avesse anche un volto, ti lancerebbe un’occhiata colma di disapprovazione. Resta fuori dai guai, dice. Troppo tardi, rispondi…».
A lui piace muoversi da solo, fare il cavaliere solitario. Ma poi il seguito, l’agguato, lo sparo nella notte… E dopo il buio totale, assoluto. Peggio di un incubo, lo sai che qualcuno ti ha fregato e fa male, ma forse non t’interessa più, neppure di saperlo… Basta!
Un nuovo libro di Ferdinando Pastori con un nuovo protagonista, Fosco Pacelli (ma rivedremo anche il suo Fabio Paleari). Fosco Pacelli è un ex poliziotto scampato per miracolo a un colpo di pistola in testa ricevuto nel corso di un appostamento. Un proiettile andandosi a infilare nel lobo temporale ha fatto un bel casino e gli ha regalato mesi di riabilitazione che si sono conclusi con parziali ma spiacevoli amnesie, costanti dolori alla testa e frequenti e sgradevoli sintomi di epilessia che deve controllare con farmaci. E infatti oggi Fosco non è più un ispettore dell’antidroga con l’ufficio in Questura a via Fatebenefratelli. No, è un miracolato, un sopravvissuto che ha fatto i conti con un proiettile incastrato nel cranio, con i ricordi che vanno e vengono come flash back, vittima di un’invalidità permanente che l’ha costretto a lasciare tutto: la sua città, Milano, gli amici, la divisa e trasferirsi a vivere e lavorare a Ibiza. Oggi Fosco vive nell’isola dei sogni, delle vacanze, dell’eterna estate e ha tagliato i ponti con il passato. Una vita tutto sommato non male, un nuovo lavoro con un valido e corretto socio spagnolo che ci sa fare. Insieme gestiscono una società che offre servizi di sorveglianza, rende benino e permette a Fosco di frequentare buoni locali, portarsi a letto giovani turiste e godersi la splendida vista della Play den Bossa e l’azzurro del mare dal suo comodo appartamento. Ma la telefonata che gli annuncia la strana morte di un fraterno amico lo costringerà a tornare in una Milano immersa nell’appiccicosa lava bollente di un agosto fuori del normale e a indagare. Droga, cocaina, tagliata male, l’amico giornalista si faceva da tempo, sempre convinto di sapere e poter smettere a comando. Stava seguendo una pista… Qualcosa di grosso che ha provocato una vendetta? Gli ex colleghi della polizia vorrebbero chiudere sull’incidente ma Fosco non ne è convinto. In casa dell’amico morto, molto abitudinario, mancano i Moleskine con gli appunti degli ultimi tempi e invece saltano fuori precisi indizi, poi ci sono alcune strane coincidenze… Fosco doveva rientrare a Ibiza, invece rimanda e cerca il costoso ma indispensabile aiuto di Paleari, pronto a riciclarsi nei panni di una specie di factotum, battitore libero e investigatore privato senza licenza che lavora sul passaparola e su commissione.
Pacelli si butta, prova a ritrovare il poco buono del passato, a confrontarsi con quanto ha perduto. Gira annusa, corre rischi e cade in trappola. Qualcuno molto crudele e pericoloso intende usarlo come preziosa pedina per scoperchiare una pentola bollente ricolma di pericolosi segreti. Non ha scelta: messo sotto ricatto da un perverso burattinaio, Fosco Pacelli sarà coinvolto di persona, costretto a entrare nel gioco perverso e a interpretare suo malgrado il ruolo dello sfidante.
Un palcoscenico vasto per un inquietante noir che spazia nei diversi quartieri cittadini e che consente all’autore, tramite il protagonista e gli eccellenti comprimari, di dipingere un ritratto senza fronzoli di un certo mondo e di certi aspetti della attuale società milanese.
Ci piace anche Ferdinando Pastori per il convincente taglio noir che riesce a regalare a tutta la storia. Anche se alla fine forse niente è veramente come pare e talvolta gli sviluppi di certe complicate situazioni offrono l’imprevedibilità dell’incertezza. Significativi i continui riferimenti letterari e musicali che accompagnano la narrazione.

Ferdinando Pastori è nato a Galliate (NO) nel 1968. Vive e lavora a Milano. Appassionato di letteratura americana, soprattutto del minimalismo di Carver e della corrente post-minimalista di B.E. Ellis, Jay McInerney e Leavitt, predilige la struttura narrativa del racconto per l’intensità, la tensione e le emozioni che si possono condensare in un breve testo. Scrive dal 2003 e con Edizioni Clandestine ha pubblicato Euthanasia, Vanishing Point, No Way Out e Piccole storie di nessuno. Nel 2004 si aggiudica il premio “Roma Noir. Autori, editori, testi di un genere metropolitano” con il racconto “Mantis (come una…)”. Attualmente collabora con il network d’arte indipendente Karpòs.

La Debicke e… La strage

Vito Bruschini
La strage. Il romanzo di Piazza Fontana
Newton Compton, 2012

Milano, piazza Fontana, 12 dicembre 1969. Nella sede centrale della Banca dell’Agricoltura, ancora gremita di gente poco prima dell’ora di chiusura, una bomba esplode con spaventosa violenza: un gigantesco flash di color rosso, una incontenibile palla di fuoco sembra incendiare l’ambiente, e contemporaneamente un boato peggio di mille tuoni comincia a rincorrersi tra le pareti di cristallo travolgendo e frantumando tutto ciò che incontra per la sua strada. Il bilancio dell’attentato ammonterà a diciassette persone morte sul colpo e ottantotto feriti.
Oggi, a cinquant’anni di distanza da quella strage che provocò una insanabile frattura nella recente storia d’Italia, dando il via alla terribile stagione della “strategia della tensione”, si continua a parlare e a interrogarsi sui perché. Molte domande non hanno ancora trovato una risposta definitiva e concreta. Chi orchestrò tutto? Perché, fin dalle prime ore, furono accusati solo gli anarchici? Chi poteva avere interesse in quell’attentato? Quale fu il vero ruolo dei servizi segreti italiani? Possibile che il timore dei diversi equilibri mondiali avesse portato a siglare uno sciagurato patto tra politici italiani e intelligence straniera? Perché non si indagò subito sull’incongruenza dell’esplosione di più bombe alla Banca dell’Agricoltura?
La strage” che si potrebbe definire “La madre di tutte le stragi” narra, in veste di fiction, cambiando dunque i nomi dei protagonisti, dei comprimari e delle comparse, non solo i fatti di quella giornata maledetta, ma un’intera fase capitale per l’Italia, cominciata ben prima del 12 dicembre e proseguita per anni, ricostruita da Vito Bruschini con tempo, pazienza e un immenso ed encomiabile lavoro di documentazione. Un romanzo non autorizzato, una ricostruzione storica velata da un’interpretazione romanzesca per rievocare soprattutto quella che fu la strisciante e dominante sensazione d’angoscia che dilagava e la cupa atmosfera di perenne tensione che avvolse un Paese inerme, annichilito dalla paura ma non ancora piegato. Un romanzo per una vera storia che ci offre una chiave di lettura su uno dei misteri più drammatici della storia repubblicana, perché, anche se potrebbe sembrare un assurdo, la fiction diventa il miglior veicolo per ritrovare la realtà.

Ed è Bruschini con La strage. Il romanzo di Piazza Fontana a farci fare un passo in avanti. Grazie agli sprazzi di inventiva inseriti in un ambito abbondantemente documentato, e grazie soprattutto alla autonomia narrativa della fiction, la strage del 12 dicembre e l’orrore di quei giorni, di quei momenti tanto importanti per l’Italia e dei legami con le vicende degli anni di piombo vengono finalmente spiegati in modo lampante. La strage di Piazza Fontana infatti viene oggi comunemente considerata il primo atto terroristico di quella che fu poi definita la “strategia della tensione”, quella lunga e tragica stagione di stragi e attentati che voleva spingere l’Italia sull’orlo del colpo di stato.
Purtroppo, per questa vile azione nessuno ha pagato e nessuno più sconterà un solo giorno di galera anche se, dopo ben 36 anni di procedimenti, la verità ha potuto emergere dalle sabbie mobili delle procure che per decine di anni si sono rimpallate lo scomodo processo. I tanti e ripetuti gradi di giudizio si sono conclusi solo nel 2005, con la sentenza definitiva della Cassazione che decretò che a organizzare ed effettuare l’eccidio alla banca dell’Agricoltura fu la cellula fascista padovana di Ordine Nuovo e che Franco Freda e Giovanni Ventura ne furono i diretti responsabili.
I due neofascisti tuttavia non poterono essere più processati per il reato loro ascritto perché assolti nel 1987 nel secondo grado di giudizio.
La magistratura non solo non è riuscita a far scontare una pena agli esecutori della strage, ma neppure a dare un volto ai mandanti. La strage del 12 dicembre fu il culmine di una lunga sequenza di attentati in cui i neofascisti padovani coinvolsero cittadini innocenti con lo scopo di creare paura e sgomento. Il loro obiettivo era spingere la gente e i politici a sollecitare leggi speciali e magari anche la sospensione della democrazia, in cambio di ordine e sicurezza. Pochi giorni prima di Piazza Fontana il quotidiano inglese The Observer parlava già di Strategia della tensione in Europa voluta dagli Stati Uniti per assicurarsi governi amici nel continente. Anche tra le alte sfere e i servizi inquinati italiani ci fu la volontà di trovare subito un capro espiatorio negli anarchici, anche se sin dai primi giorni alcuni onesti investigatori e irreprensibili testimoni avevano orientato l’attenzione verso la cellula nera responsabile dell’eccidio.
Si dice che la verità corra su sentieri difficili. E infatti la verità su Piazza Fontana, che ha portato alla sentenza della Cassazione del 2005, è dovuta al ritrovamento, alla fine degli anni Novanta, di un deposito sulla via Appia con oltre centocinquantamila documenti non protocollati e “nascosti” dal famigerato Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno, gestito da Federico Umberto d’Amato con la copertura di funzionari del ministero degli Interni, con il supporto di alcuni apparati dei servizi segreti (che avevano nell’Agente Zeta del SID, Guido Giannettini, il suo uomo di punta) e di uomini politici timorosi di una svolta comunista, tutti al riparo dell’ombrello della CIA.

Vito Bruschini. Artista, designer, giornalista professionista, dirige l’agenzia stampa per gli italiani nel mondo «Globalpress Italia». Con Giorgio Bocca ha scritto le dieci puntate di “Storia degli Italiani – Dall’Unità al Terrorismo” mentre, per il teatro, è stato autore di “Sotto un cielo di bombe”, una rievocazione del primo bombardamento di Roma. Il suo primo romanzo, edito da Newton Compton nel 2009, si intitola The Father. Il padrino dei padrini e parla della storia della mafia dalla Sicilia agli Stati Uniti. In seguito, sempre con Newton Compton, ha pubblicato anche Vallanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno e La strage. Il romanzo di Piazza Fontana, riscuotendo un notevole successo di critica e pubblico. Il suo ultimo romanzo si intitola Educazione criminale. La sanguinosa storia della banda dei Marsigliesi e parla della storia di una delle più spietate bande criminali del secondo dopoguerra.