Voci nel silenzio (Le gialle di Valerio 264)

Bruno Morchio
Voci nel silenzio. Dalla quarantena, Bacci Pagano e gli spettri del passato
Garzanti Milano, 2020
Noir

Genova. Aprile 2020 e giugno 1998. La telefonata arriva all’investigatore privato Bacci Pagano di mattino, ai primi di aprile, nel mezzo del lockdown decretato dal governo per contrastare la diffusione della malattia Covid-19. La consegna di restare a casa (che per lui coincide con l’ufficio) non gli pesa particolarmente: ne ha passate così tante che ha un’alta capacità di sopportazione, la contingente salute è abbastanza buona e migliora tra fornelli, buone letture, quotidiani esercizi ginnici, film e serie TV. Esce davvero raramente, comunque con mascherine, guanti, dotato di comprovate incombenze o scuse certificate. Certo, ha da poco iniziato la bella relazione con la maestra elementare Giulia Corsini che abita nella diga bianca di Begato e non possono vedersi, però si sentono spesso e volentieri (anche per il sesso a distanza). Certo, la figlia Aglaja è bloccata a Parigi, lavora all’università appassionatamente e, comunque, si tranquillizzano con le reciproche videochiamate. La ragazza che lo interpella si presenta come Lara, figlia del 62enne Giuseppe Bortoli, un cliente di ventidue anni prima; è morto da pochi giorni chiedendole di consegnare a Pagano una riservata lettera in busta chiusa; il giorno dopo gliela fa recapitare nella cassetta. Bacci la legge e ripensa alla torbida vicenda di depistaggi, infiltrazioni e terrorismo che molto lo coinvolse nell’estate del 1998. La lettera gli chiede però soprattutto di indagare a pagamento sugli ultimi mesi prima della morte nel 2001 a Nuoro (causa soffocamento) di Marina Tanzi, malata di tumore, compagna di Bortoli (in coppia dal 1989, incontratisi a Berlino alla caduta del muro), mamma di Lara (nata il 21 marzo 1999, cresciuta dal padre e dall’amata nonna Rosa, morta da due anni); una veneta che Bacci aveva ben conosciuto a Cuba, poco più che ventenni. Scopre un’altra dinamica torbida, fra servizi italiani e stranieri, ex brigatisti e assassini, che gli impone di riesumare anche i dubbi del passato.

Ci è riuscito e non era semplice. Il nuovo ottimo romanzo dello psicologo e psicoterapeuta Bruno Morchio (Genova, 1954) torna al suo famoso e bel protagonista seriale e descrive un’indagine a distanza di tempo e di spazi per la pandemia in corso. Bacci Pagano lo conosciamo: ironico e disilluso 66enne, figlio di operaio genoano e comunista; amante della musica di Mozart, della buona enogastronomia e dei perdenti; autista (quando viaggiava) di vecchia Vespa amaranto 200 PX; non indossatore (quando usciva) di mutande; segnato da un’ingiusta giovanile quinquennale prigionia e da brutti successivi incidenti del mestiere (con permanenti cicatrici corporali), oltre che da lunghi rapporti con donne. Tutte interessanti: la moglie, che lo lasciò senza vedere la figlia per dieci anni; Mara, la sua compagna psicologa, che lo definì “analfabeta dei sentimenti”; ora Giulia, saggia e vespaiola eventuale anche lei. La narrazione è sempre in prima persona al presente, quattordicesima avventura dell’ottima serie noir. La professione dell’autore emerge dall’acuta introspezione su sogni e dialoghi che il protagonista compie, mai artefatta, sempre connessa alla trama narrativa. Dopo il prologo, vi è una netta esplicita partizione: dieci capitoli dedicati al dipanarsi del caso del 1998, tutti introdotti dai passi della lettera d’incarico inviatagli da un uomo che non aveva mai stimato e che pure aveva professionalmente aiutato; dodici ulteriori capitoli, con il provetto investigatore che conduce accurate ricerche internet, riflettuto studio di foto e meditate telefonate agli interlocutori giusti. Lo aiutano due maschi ex, il sempre caro irsuto Totò Pertusiello, già capo della sezione omicidi in pensione, e l’antica guardia carceraria sarda Virgilio Loi, col quale erano poi cresciuti legami e libere frequentazioni affettive, pure familiari. Segnalo l’Asinara, a pag. 137 e 146. Grandi vini: Vermentino o Pigato col pesce, Granaccia col pesto, il rosso Cannonau e la Malvasia, oltre a rum e vodka.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Una pistola in vendita (Le gialle di Valerio 263)

Graham Greene
Una pistola in vendita
Sellerio Palermo, 2020 (originale 1936)
(prima ed. it. Mondadori 1956, con questa traduzione 2000)
Traduzione di Adriana Bottini
Noir
Con una nota di Giancarlo De Cataldo
Cura e postfazione di Domenico Scarpa

Londra. Gennaio 1936. Raven (“Corvo”) è un brutto (ugly) sociopatico sicario londinese nemmeno trentenne, smilzo e mingherlino, ben riconoscibile per un orribile deforme labbro leporino. Genitori morti in modo cruento (padre impiccato, madre suicida), terribile degradante infanzia in collegio, già in una banda nel giro delle corse dei cavalli, da poco prova a sopravvivere accettando somme non eccelse per uccidere. Qui un paffuto intermediario gli offre 250 sterline (solo 50 come anticipo) per assassinare in Cecoslovacchia un buon ministro socialista, in modo da provocare davvero lo scoppio della guerra che tanti considerano imminente. Ha una lettera di presentazione, il mandante conosceva in passato bene chi va eliminato; Raven spara e poi liquida con freddezza anche la vecchia segretaria; torna nella capitale inglese, riceve il resto dei soldi, ma scopre presto che erano banconote rubate, la polizia ha i numeri di serie e trova facilmente le sue tracce. Scappa in stazione dove casualmente si trova proprio la giovane ragazza promessa sposa del sergente investigativo Jimmy Mather che guida le ricerche. Anne è diretta verso nord, a Nottwich (rivisitazione di Nottingham), dove lavoricchia precaria come ballerina di seconda fila in teatro; Raven scopre che lì sta andando con lo stesso treno pure l’intermediario; il mandante è un locale potente insospettabile Gran maestro, uomo d’affari e trafficante d’armi; gli investigatori ben presto rintracciano il killer e lo seguono; all’inizio nessuno sapendo degli altri. Ne succederanno di cotte e di crude, prima che qualcuno torni vivo a Londra.

Grande Graham Greene, straordinario scrittore e diplomatico inglese (Berkhamsted, 1904 – Corsier-sur-Vevey, Svizzera, 1991), meritoriamente riproposto da Sellerio con aggiornati filtri critici! Il primo romanzo risaliva al 1929, il primo thriller al 1932 (subito piaciuto al grande pubblico); questo è il settimo libro e il secondo thriller; lo terminò il 4 gennaio 1936 e uscì poi a giugno successivo negli Usa (This Gun for Hire) e a luglio in patria, col titolo che aveva pensato (insieme a uno pseudonimo che l’editore sconsigliò), scelto e confermato, A Gun for Sale. Bipolare, dopo un’infanzia e un’adolescenza turbolente nonostante la famiglia benestante e colta, dopo aver preso comunque una laurea in storia e svolto attività redazionali a Nottingham e a Londra presso The Times, a quel tempo l’autore faceva il giornalista intermittente e in giro per il mondo, aspirante scrittore a tempo pieno. La splendida narrazione è in terza varia, sul crinale di esistenze pericolosamente noir, tra spy story, melodramma ed entertainment, proprie ancora una volta di un’umanità balbuziente, spaventata, cupa, dolente, buffa e vitale. L’unica certezza sembra l’incertezza, l’ineluttabile squilibrio della vita. Siamo fra le due guerre e in tutt’Europa si sente arrivare il nuovo virulento conflitto sulla base di voci e impressioni esatte ma sfuggenti, realistiche ma ipotetiche. La lettura è assolutamente consigliata, iniziate e non potete credere che sia trascorso quasi un secolo e che si scrivano ancora oggi tanti “gialli” come se un certo ritmo limpido, lineare e avvincente non fosse stato già sacralizzato.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Gli ultimi giorni di quiete (Le gialle di Valerio 262)

Antonio Manzini
Gli ultimi giorni di quiete
Sellerio Palermo, 2020
Noir

Abruzzo. Novembre 2016. Nora, capelli biondi e lisci, rigorosa minuta 64enne con padre generale di corpo d’armata, è stata a trovare per tre giorni la bella famiglia della cugina ad Ancona e sta tornando a casa con l’interregionale verso la natia Pescara, dove a casa l’aspetta il marito Pasquale Camplone, capelli ancora neri, silenzioso meticoloso 65enne proprietario di una tabaccheria, con padre avvocato. La loro vita è stata travolta poco più di dieci anni prima, l’unico figlio Corrado era morto il 12 marzo 2010 quando stava sostituendo il padre in negozio e aveva cercato di impedire una rapina, avrebbe compiuto 29 anni il prossimo 29 novembre. Sul treno Nora s’accorge che è salito un uomo con i Ray-Ban seduto di fronte a una donna con la “Settimana enigmistica” sui quattro posti oltre il corridoio centrale alla sua sinistra. Dopo una galleria lui si toglie gli occhiali da sole e lei lo riconosce: è il ladro, l’assassino di Corrado, Paolo Dainese, pupille nere, bruno, capelli neri ricci e bianchi alla radice, bocca piccola e carnosa, barba di tre giorni, 38 anni. Scende alla stazione di Roseto e lei, con qualche esitazione, prova a seguirlo, ma lo perde presto di vista. In un turbinio di pensieri riesce a prendere un treno successivo, si butta a letto con lo sguardo fisso, Pasquale la raggiunge e si fa dire cos’è successo, restano impietriti, il mondo si è fermato di nuovo. Il giorno dopo l’amico avvocato ricostruisce cosa può essere accaduto: Corrado era stato sbattuto contro uno spigolo, l’incensurato Dainese era riuscito ad ottenere il preterintenzionale, aveva preso 14 anni ma, fra appello, buona condotta e permessi annuali, sì, poco dopo cinque anni di prigione poteva star fuori. Nora e Pasquale vivono ormai percorsi separati, ognuno decide di far qualcosa a suo modo, lei scopre dove e con chi vive libero l’assassino, si trasferisce a Roseto; lui si procura una pistola senza matricola, riattiva la moto Guzzi; Paolo Dainese non potrà prescinderne.

Dal 2013 l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964) è divenuto uno degli scrittori italiani più seguiti e apprezzati, famoso per i nove godibilissimi romanzi oltre a vari racconti dell’eccelsa sospesa serie Schiavone e per le relative tre serie televisive. Aveva realizzato e poi pubblicato belle storie anche prima, iniziando come regista e sceneggiatore, poi con una pièce per il teatro, “Sangue Marcio” (2005), cui era seguito “La giostra dei criceti” (2007). E ha continuato anche in parallelo con il successo travolgente della serie Schiavone, attraverso godibili narrazioni di vario genere. La vicenda del nuovo interessante romanzo urgeva da tempo, tutto avviene in terza persona al passato, varia sui tre protagonisti, soprattutto separatamente sui due coniugi: in lei matura una lucida autodistruzione, in lui un’inedita aggressività. Lo spunto è una storia vera, circa quindici anni fa l’autore incontrò un padre disperato per aver casualmente rivisto l’assassino di sua figlia; in casi simili ogni risposta non può che essere solitaria e personale, Manzini ha scritto per approfondire e capire; qui è la madre Nora a decidere che deve arrivare l’ultimo giorno di quiete per Dainese (da cui il titolo), antipatiche dinamiche e curiosi intrecci sono di triste angosciosa plausibile invenzione. Tutti e tre scendono in un inferno relazionale di provincia, condizionato solo un poco da altri personaggi di contorno, pur vitali e significativi: Francesca, la sorella di Nora, con Danilo, il figlio ragazzone ritardato ed epilettico; la nuova compagna acconciatrice e i suoi parenti, datori di lavoro nell’officina d’auto dove Dainese è in prova. Lo stile risulta asettico, secco e viscerale, coerente con la storia, mai ironico, lieve, musicale. Marito e moglie balbettano ormai in orbite diverse, sei anni grigi e uguali con azioni inerti, senza vita, lei nel profondo materno, lui più combattuto; amici e congiunti non sono d’accordo e sostengono scelte alternative, ma ci sono forse solo piccoli eventuali pertugi per farsi ancora qualche domanda e provarci davvero.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Verità imperfette (Le gialle di Valerio 261)

Jeffery Deaver
Verità imperfette. Due nuovi casi per Colter Shaw
Rizzoli Milano, 2020 (originale 2020)
Traduzione di Sandro Ristori
Giallo

Indiana e Kansas. Estate 2019. Colter Shaw di mestiere fa il localizzatore, ovvero insegue ricompense, materiali e affettive. In genere, cerca le persone che qualcuno vuole ritrovare, valutando caso per caso, non lavora per criminali, risulta allergico alle burocrazie. Ha 31 anni, parla solo sobrio e composto, sorride molto raramente, è permanentemente leale e irrequieto; uno da non prendere alla leggera, talento da vendere nello sviscerare ogni tipo di indizio, calcola gli eventuali nessi di causa ed effetto e le probabilità dei possibili eventi futuri. Sfiora il metro e ottanta, capelli biondi corti, occhi blu con spruzzate di grigio, carnagione chiara, corporatura imponente e compatta, spalle larghe, muscoli tesi, cicatrici su guancia, coscia e (più grande) collo; vive solo in un camper (Winnebago), se può gira in moto (Yamaha da cross), affitta berline anonime e servizievoli. Il padre gli ha insegnato il grande Libro del Mai, l’arte della sopravvivenza in condizioni estreme o inattese; prima o poi dovrà scoprire perché era stato perseguitato, ora sceglie altre urgenze. A fine agosto il divorziato 52enne Ronald Ron Matthews, titolare in difficoltà di un’impresa di attrezzature industriali di Indianapolis, gli chiede per diecimila dollari di ritrovare la 29enne pittrice e nuova moglie Evelyn Maude Evie Fontaine, scomparsa da due giorni probabilmente di propria volontà, dopo tredici mesi di matrimonio. A fine luglio la madre gli chiede di ritrovare la 19enne Emma Cummings, scappata da casa dopo che due giorni prima le aveva trovato un po’ di erba nei Levi’s e forse diretta in prima battuta da una compagna di scuola a Humble, dove però Colter si trova preliminarmente coinvolto nelle trattative per uno strano caso di ostaggi, che non può esimersi dall’affrontare con vicesceriffo e sceriffo.

L’eccelso scrittore americano di thriller Jeffery Deaver (Glen Ellyn, Illinois, 6 maggio 1950), dopo altri cicli ed esperienze narrative (dal 1988) e lo straordinario successo della serie con Lincoln Rhyme (1997-2018), ben conosciuto in 24 lingue e oltre centocinquanta paesi, pure al cinema, insiste con il nuovo affascinante personaggio. Durante il 2020, l’anno della pandemia, ha scritto ancor di più: la nuova avventura di Lincoln di prossima uscita, un’altra avventura (il terzo romanzo) di Colter ambientata nell’estate dello stesso anno dei precedenti, questi due racconti lunghi pubblicati in coppia. Come al solito i testi dell’autore hanno meccanismi perfettamente oleati, ormai ritmi e linguaggi delle serie televisive, meno chiacchiere e più azione, dialoghi godibili ed essenziali. In entrambi i casi la verità è nascosta e stratificata (imperfetta nel titolo italiano); come in ogni giallo alla fine tutti i nodi si sciolgono e si ricomincia da capo. Segnalo che in seconda di copertina si scrive frettolosamente che la prima vicenda si svolge a Chicago. La terza persona è fissa su Shaw, la narrazione serve a presentarcelo come un amante del viaggio alle prese con gli incredibili casi della vita, forte e veloce di mano e di cervello, figlio di un survivalista (quelli che si preparano alla futura terribile emergenza, qualsiasi sia quella che certamente arriverà), cresciuto all’aria aperta senza tv e internet, coperto per esigenze di ricerca sulla rete dalla lontana collaboratrice Mack. Ha letto molto e il genere noir è presto divenuto il suo preferito, per situazioni e immagini. Il contrario di gentilezza è cattiveria, lui è gentile e incorruttibile. Poca musica e birra a volontà, di marca o artigianale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Charcoal Joe (Le gialle di Valerio 260)

Walter Mosley
Charcoal Joe
Bompiani Giunti, Firenze Milano, 2020 (orig. 2016)
Traduzione di Fabrizio Coppola
Noir

Los Angeles. Maggio 1968. Il 48enne afroamericano Ezekiel Porterhouse Easy Rawlins è in splendida forma. Ne sentivamo molto la mancanza. Da tre mesi ha avviato la propria agenzia investigativa WRENS-L in un quartiere bianco, con due dei migliori detective che conosce, l’ebreo Saul Lynx e Tinsford “Whisper” Natly, negro di St. Louis, soci alla pari, con una deliziosa receptionist meticcia, Niska Redman. Ognuno gestisce i propri casi da seguire, alla bisogna si aiutano. Non beve più, fuma solo una sigaretta al giorno, si sposta a piedi quando può. Ha due amati figli e una donna meravigliosa, Bonnie, hostess Air France, alla quale proprio quella sera ha deciso di donare un anello in oro e platino con un diamante da mezzo carato tagliato in modo strepitoso, per chiederle di sposarlo. Arriva nel suo ufficio Raymond Mouse Alexander, il fraterno amico 47enne, spregevole killer psicopatico, che non ha mai avuto un’occupazione onesta in tutta la vita e che ancora si guadagna la ricca sopravvivenza con una gang internazionale di rapinatori, lavorando come guardaspalle, picchiatore e tuttofare. Ora ha una nuova interessante prospettiva occupazionale e un messaggio d’emergenza da recapitargli: il pessimo potente Charcoal Joe si è beccato tre mesi di prigione per aver reagito a uno sprezzante commento razzista e ha comunque urgente bisogno di far scagionare un ragazzo 22enne laureato in Fisica, ingiustamente accusato di omicidio. Mouse consegna a Easy cinquemila dollari e lo invita a farsi spiegare tutto da Joe il giorno dopo al penitenziario. Risposta: “Cheddar o Blue?… vorrei solo sapere che formaggio avete messo in questa trappola.” Il caso nasconde sordide tresche di varie criminalità organizzate con tanti soldi di mezzo. Bonnie lo ama ma se ne va, lasciandolo per un re storpio in sedia a rotelle. Ne capiteranno di tutti i colori (non solo della pelle).

Walter Mosley è in splendida forma. Ne sentivamo molto la mancanza. L’eccelso scrittore statunitense Walter Ellis Mosley (Los Angeles, 12 gennaio 1952), padre bibliotecario scolastico e madre impiegata ebrea, laureato in scienze politiche, da trent’anni scrive intensi bellissimi testi di tutti i generi. Il primo romanzo della serie Easy risale al 1990 (Devil in a Blue Dress, Sonzogno 1991), portato sullo schermo da Denzel Washington nel 1995; ne seguirono altri tredici, tuttavia cinque degli ultimi otto non sono stati mai tradotti e l’ultima versione in italiano risaliva al 2010, dieci anni fa. Un peccato: lode a chi lo riconsegna alle nostre librerie e ai concittadini lettori. La narrazione è in prima al passato, lo stile curato e pastoso, i dialoghi si confermano scoppiettanti e godibili, la trama un noir disincantato, mescolando varie minute altre storie ed emozioni, non solo violenza e denaro. Tanti muoiono. Siamo in un’altra epoca, si fa l’amore spesso nonostante le delusioni e ci si ferma dove capita a cercare un telefono con le monetine. Niente computer e molte antiche forme di razzismo: “è incredibile come due persone possano arrivare a odiarsi senza sapere nulla dell’altra.” Ci accorgiamo che BlackLiverMatter è slogan necessario da quasi due secoli; qui il punto di vista è nero, o meglio marrone (le infinite sfumature del marrone sono descritte nei dettagli meticci) con la rabbia misurata, le cento intelligenti battute e i mille espedienti per non farsi sopraffare. L’autore cita spesso Darwin, anche esplicitamente. Confacenti titolo e copertina. Segnalo l’accumulatore compulsivo, a pagina 330, l’economia dell’amore, a pagina 372, e la duratura pozione di Mama Jo che fa concentrare su una cosa solo abbandonando le altre preoccupazioni. Qualche inghippo di lettura, causa traduzione o editing. Vino rosso e grande musica, nero o classica che sia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)