I quattro cantoni (Le gialle di Valerio 228)

Gabriella Genisi
I quattro cantoni
Sonzogno Venezia, 2020
Noir

Bari. Fine autunno, circa un annetto fa. All’alba del 3 dicembre la brava attraente commissaria Lolita Lolì Lobosco, diffidente di carattere e corvina di capelli, madre siciliana e padre napoletano (carabiniere ammazzato davanti casa quand’era piccolina), profilo civetta su Facebook, amica di Montalbano (una vecchia breve storia di passione), ormai 45enne, si sveglia nella casa in affitto sul mare di Giancarlo Caruso, il bel vicequestore separato (con figlio) dai capelli lunghi e brizzolati, con il quale aveva vissuto una mezza storia durante il mandato a Padova e che l’ha raggiunta in Puglia per consolidare il rapporto. Sono presenti sia la gatta Penelope che il cane Buck, vivono con lui, il risveglio è piacevole. Però lei non è ancora pronta a mettersi un uomo nella sua di casa, di scottature ne ha già avute parecchie, sui maschi ormai non fa affidamento affettivo, le brucia ancora il gioco delle tre carte dell’ex marito Michele e del più recente Giovanni Panebianco, narcisista patologico. Poi l’avvisano di un omicidio avvenuto poche ore prima, cambia tutto, ne è totalmente assorbita. Dopo una tortura lenta e raffinata hanno ucciso un fotografo professionista, il 50enne Nanni De Carne, basso e magrolino, trovato appeso a un gancio del soffitto, a testa in giù, bocca imbavagliata e corpo flagellato con un coltello da bistecca. Faceva foto a prostitute nigeriane dalla finestra, aveva materiale pedopornografico, in qualche modo era coinvolto in una rete di ricatti. Bisogna vederci chiaro. All’inizio sembra che siano stati due rom, certo avevano di che vendicarsi, però le prove scarseggiano. Arriva il Ministro che ci mette il carico da undici. Lolita è sconvolta dal clima di odio e razzismo e coinvolta dai drammi della comunità rom e delle bambine violate. Caruso è inspiegabilmente scomparso (con una donna?), Panebianco improvvisamente morto di malattia, tutto turbina intorno con altre uccisioni efferate. Qualcuno di vicino la mette sotto tiro e gioca con lei, agli angoli le pedine, lei al centro, rischia la vita.

Ottava avventura (in dieci anni) della divertente serie (presto in televisione) sull’intraprendente decisa commissaria Lolita (nome popolare evocativo) per la brava scrittrice Gabriella Genisi (Bari, 1965). Il titolo fa appunto riferimento al gioco, nome che la protagonista assegna infine all’intera operazione. La scrittura è cresciuta per stile e maturità, davvero un buon romanzo, leggero ma non leggiadro, complesso al punto giusto. La trama riprende tante questioni d’attualità, il personaggio (che scarica le tensioni al poligono di tiro) e le dinamiche sociali funzionano, dialoghi e battute non annoiano, l’arte c’entra, pochi ingranaggi “gialli” non vengono approfonditi (per esempio il delitto del 1983). In tal senso, anche la nuova protagonista individuata dall’autrice in Salento, “il” maresciallo 28enne Francesca Chicca Lopez, appare frutto di una stessa complementare ottima ricerca letteraria. Sintetica ed efficace la descrizione delle famiglie zingare nei campi rom, distanti dal preteso nomadismo. Appare pure il giustiziere di Macerata a pagina 42. La telefonata con Salvo è tutto un programma! Il rum risulta davvero ottimo con la cioccolata fondente (per quella di Modica è più incerto), per quanto dica Del Giudice, il collega della Digos tornato da Roma. Comunque, come da tradizione, vi sono oltre una decina di reinterpretate succulente ricette pugliesi in fondo, memoria di generazioni di nonne, talora anche con l’abbinamento dei vini (il Negroamaro per esempio) e del vestiario (Loubuotin e Chanel N. 5).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Nero come la notte (Le gialle di Valerio 227)

Tullio Avoledo
Nero come la notte
Marsilio Venezia, 2020
Noir

Pista Prima, nordest. Febbraio 2020. Molti chiamano la città Pista Prima per via di un vecchio libro in cui uno scrittore aveva così rinominato la sua, prendendo spunto da George Orwell, un luogo a suo tempo molto vivibile e oggi in crisi (come tanti altri). Il peggior quartiere è un quotidiano esperimento di sopravvivenza, “le Zattere”, piaga bubbone pustola ovvero area di un ricco progetto urbanistico abbandonato e di successivi falliti tentativi di riqualificata speculazione, ormai ecomostro acquisito e lontano dal centro con quattro enormi edifici degradati (uno bruciato), canali nebbiosi, strade dismesse, campi spogli, discariche abusive, viadotti incompiuti, tunnel pericolosi, informali mercati, precari insediamenti ovunque nella sterpaglia, centinaia e centinaia di persone periferiche di tutti i generi, tipi, colori, odori e lingue, funzioni, attività. Niente fognature illuminazione servizi, un mondo a parte con regole proprie e un Consiglio di tre che presiede alcune scelte di convivenza minima fra i migranti irregolari. Lì si risveglia Sergio Stokar, malmesso fisicamente (neanche più possibilità di sane erezioni) con vaghi ricordi di quel che era e avvenne. Un poco rimesso in sesto da uno strano medico in uno strano ambulatorio, continuando a sognare i trascorsi di alcol droghe sesso, accettano di farlo rimanere incaricato di diventare una specie di sceriffo. Era un poliziotto forte, capace, famoso e molto fascista razzista, prima di sbroccare. Vien presto fuori che sono state atrocemente uccise delle ragazze, fra di loro una splendida prostituta polacca che lui aveva amato. Ci si mette d’impegno per scoprire i colpevoli, per quel che può, con continue incursioni nella vita urbana che conosciamo, fra criminali di tutte le risme collusi con poteri di ogni tipo.

L’ottimo bancario scrittore Tullio Avoledo (Valvasone, provincia di Pordenone, 1957) ancora una volta (dopo quasi una quindicina di romanzi in poco più di 15 anni) affresca un mondo letterario contiguo agli ecosistemi umani reali, cupo e affascinante, compatto e turbinante. La narrazione in prima persona è del 50enne derelitto bipolare investigatore che, però, lui stesso (con frequenti corsivi) ricorda confusamente la moglie e il divorzio (poi Maria Luz e Dolores), non distingue chiaramente gli incubi dai pericoli, e soprattutto non conosce bene cosa è accaduto per farlo rinascere come Lazzaro, cosa di vero o falso c’è nella propria testa sul passato e sul presente, chi e perché in vario modo lo manovra, lo attrae e respinge. Non (gli) mancheranno ovviamente incontri sanguinolenti, snuff movies, complotti, stragi. Innumerevoli i personaggi rimarchevoli efficacemente delineati. Del resto, nel prologo (in terza persona) il 31 dicembre 1999 l’Albanese aveva già accoltellato a morte lo Zingaro per costruirsi un futuro. Per tutti, comunque, del domani non vi è certezza, mentre Sergio tiene almeno fermi il legame verso gli affetti sentimentali e l’odio per l’avidità cinica. Titolo noir (non molto originale) da un verso di Milton. Continui e precisi i tristi riferimenti all’oggi, dai recenti governi della montante marea di merda populista all’ordinanza comunale del 2017 che vieta di dare cibo ai colombi. Ogni tanto appare grappa di qualità, almeno downtown. Suonerie, canzoni e concerti di vario credo politico e musicale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La signora del martedì (Le gialle di Valerio 226)

Massimo Carlotto
La signora del martedì
Edizioni e/o, 2020
Noir

Una città universitaria e padana del nord. L’ottobre di qualche anno fa (in cui si celebra la festa del patrono). Da poco Bonamente Fanzago (due cognomi storici), simpatico 41enne dal fisico scolpito, ha avuto un ictus e non l’ha detto a nessuno nell’ambiente di lavoro: fa stabilmente l’attore porno di giorno e saltuariamente il gigolò di notte, la concorrenza è giovane e agguerrita, lui si sente ormai perso e piange spesso; nato in un’ambiziosa famiglia benestante, ha rotto ogni ponte con parenti e amici, vive solo da quindici anni presso la pensione Lisbona nella camera numero tre; lì da nove anni tutti i martedì dalle 15 alle 16 incontra una signora che lo paga per essere scopata e/o leccata, lui da un po’ se ne è pure innamorato sebbene non ne conosca nome e attività. Il proprietario dell’alberghetto è Alfredo Guastini, ultrasessantenne magro e delicato, che all’interno del domestico luogo di lavoro si veste da donna e parla declinandosi al femminile; ha trascorsi di checca in Portogallo e nuovi amori da quando è tornato; si è affezionato al fedele cliente, lo spinge a ritirarsi in pensione e decide di seguire di nascosto la signora per aiutarlo (magari a lasciarla e dimenticarsene). Lei si chiama in realtà Alfonsina Nanà Malacrida, era una prostituta e ha fatto il carcere ingiustamente accusata, prima di essere accolta da un avvocato che ne ha scoperto l’innocenza; ora vive con lui in un appartamento che le ha messo a disposizione e, sotto pseudonimo, scrive libri per bambini; quando l’attore si è dichiarato ha deciso di iniziarlo ai distillati. È quasi un incrocio di triangoli e la situazione s’incattivisce; Bonamente, Alfredo e Alfonsina sono costretti ad aggiustare le loro precarie disperate doppie vite; arrabbiature e caso li portano a commettere crimini, a contrapporsi e a nascondersi; fortunatamente interviene un ottimo glaciale esperto investigatore privato con un paio di stivali texani sopra il bordo dei jeans, noto per muoversi sempre ai confini tra legalità e illegalità, che non si smentisce.

Il grande scrittore Massimo Carlotto (Padova, 1956) invecchia bene come i distillati di qualità. Con il nuovo bel romanzo si concede umori inediti nello sfondo criminale del noir e ci fa gustare sapori inconsueti (non così nudi e crudi come nel passato), strabordando i confini del genere per descrivere la morbosa società dello spettacolo e l’acida illegalità che priva i cittadini di diritti e servizi. Narra in terza varia, soprattutto sui magnifici tre naufraghi, mesti ma animati di buoni sentimenti, e cerca di esplorare la sorte o la scelta di avere una doppia seconda vita: ciò che accade a chi ha venduto (in vario modo) il proprio corpo quando diventa vecchio (per l’età o il mestiere) costretto a fare i conti con tutte le declinazioni della sopravvivenza (con note di resistenza, ribellione, sesso, latitanza e goffi tentativi di rimozione del passato) per affrontare una vecchiaia non contemplata dalla stragrande maggioranza delle brave persone. Noi umani tendiamo a creare micro realtà totalmente clandestine o addirittura seconde vite, nella mente o nella pratica. Come al solito, l’autore prima si è lungamente documentato intervistando travestiti e altri vitali doppioviventi, approfondendo le loro tipologie di sotterfugi per non innescare conflitti familiari o di coppia (dall’esito infausto). L’episodio delittuoso che mette in moto il meccanismo narrativo è un po’ diverso dal solito, banale e casuale come spesso accade nella realtà delle coincidenze, utile per raccontare gli effetti collaterali sui tre protagonisti che ne sono coinvolti; qualcuno impara a uccidere, ciascuno si confronta con le bugie e il crimine. Si rovescia così la centralità della relazione tra trama e delitto, privilegiando punti di vista che il genere può talora sacrificare sull’altare dell’intreccio focalizzato su vittima, carnefice, luogo e indagini. Il godibile appassionante scorrere del romanzo diventa l’occasione per decine di acute intrecciate minibiografie. Carlotto non ha usato pseudonimi ed è stato guida e maestro per molti autori, qui suggerisce spunti e appunti autobiografici nella descrizione di Nanà sottoposta al circo della cronaca nera e della tecnica poliziesca. Erudita specifica consulenza per whisky, gin, rum e tequila; generico il rosso abruzzese. In esergo Claudio Lolli, poi la colonna sonora fa canticchiare in più direzioni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La seconda vita di Nick Mason (Le gialle di Valerio 225)

Steve Hamilton
La seconda vita di Nick Mason
Einaudi Torino, 2019 (originale 2016)
Traduzione di Anna Martini
Noir

Chicago. Luglio 2016. A sorpresa e all’insaputa di tutti il bel bianco 35enne Nick Mason, ben rasato e dall’aria pulita, magro con muscoli tonici, alto circa 1,80, esce dall’enorme terribile penitenziario Terre Haute nell’Indiana occidentale, vent’anni prima del previsto. Vi è stato cinque anni, dentro aveva conosciuto da poco più di un anno il potente nero Darius Cole, fuori si mette al suo servizio per il tramite dell’ispanico Marcos Quintero (con tatuaggi della gang messicana numero uno). Non è propriamente in libertà ora, inizia la sua seconda vita di mobilità condizionata, niente male all’inizio. Riceve diecimila dollari in contanti, una Mustang nera 390 GT Fastback del 1968, una magnifica villa a Lincoln Park (con piscina, palestra, sala da biliardo, frigo e guardaroba pieni delle cose giuste, una coinquilina e telecamere interne), un cellulare da tenere acceso e al quale sempre rispondere, esaudendo poi la richiesta. Dovrà uccidere, lo ha capito subito. Nella prima vita non era un killer, piuttosto un ladro. Cresciuto senza padre in un povero quartiere d’irlandesi, aveva presto smesso di studiare e iniziato a rubare con i due amici fraterni Eddie e Finn, dapprima auto poi l’incasso di spacciatori isolati o altro. Finché non si era innamorato e sposato con Gina, diventando padre di Adriana e cercando di mettere davvero la testa a posto. Un apparente furbo amico di Finn aveva però proposto un ricco facile colpo al porto, avevano accettato ed erano stati traditi, Finn morto, lui in carcere senza dir nulla sugli altri, abbandonato da tutti e costretto a divorziare. Scopre che la moglie e la figlia stanno bene (con un altro, allenatore di calcio), ma arriva il primo incarico (un poliziotto corrotto), poi il secondo (un boss estorsore) e capisce che passato e presente vanno affrontati insieme, qualunque sia la vita che gli spetti. È improbabile che saprà trovare una strategia d’uscita.

Avvincente e affascinante il nuovo bel romanzo dell’affermato scrittore americano Steve Hamilton (Detroit, 1961), ottimamente narrato in prima con un continuo meticoloso intreccio fra le varie fasi delle vite di Nick: l’infanzia senza punti di riferimento e l’apprendistato alle botte e alla microcriminalità di quartiere, i sei anni a rubare macchine e i due di rapine agli spacciatori, la scelta di tirarsi fuori e di rigare dritto, il matrimonio e i lavori precari, la paternità responsabile e l’acquisto della casa, la scommessa e l’arresto; poi il penitenziario, cercare ogni giorno di rendersi invisibile, di salvare la pelle, di non provocare tensioni, di non pensare al futuro e all’altrove, l’incontro con Cole e i suoi libri; infine le prime inattese settimane da assassino dilettante forse vocato, incontrando gli antichi affetti, amici e nemici vecchi e nuovi, e altrettanti poliziotti eroici o corrotti sulle sue tracce dopo che la condanna è stata incredibilmente annullata ed è uscito da uomo libero con la fedina pulita. Racconta e magari sopravvive per ora, sta nelle cose e nella sua grande riconosciuta capacità di adattamento (negli Usa è già uscito il seguito, Exit Strategy). Nick è cresciuto dandosi di continuo regole per cavarsela sulla base delle esperienze fatte, un proprio regolamento accuratamente elaborato e rifinito nel corso degli anni. Le regole precise e rigide durano finché la realtà glielo consente, cambiano o vengono integrate alle prove dell’esistenza e dei nuovi problemi affrontati, le ha limitate al minimo in prigione (giusto restare vivo). Molta birra Goose Island; Bruce Springsteen in testa e nel cuore, in esergo e nel bar (anche a Lauren piace).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Gleba (Le gialle di Valerio 224)

Tersite Rossi
Gleba
Pendragon Bologna, 2019
Noir

La grande città italiana. Un anno di questi tempi. È settembre. Paolo Marchini ha 17 anni e frequenta la sede italiana della scuola internazionale Frank Banno; intitolata al suo fondatore americano, proprietario di Blackwater, il più ricco fondo d’investimento del mondo; gestita da un network di altri fondi, punta di diamante di un esperimento sociale nel sistema educativo globale, una psicoevoluzione condivisa che promuove il progressivo inaridimento dell’amigdala (il centro di controllo cerebrale delle emozioni). Per Paolo è dura, non può essere l’amore ad aiutarlo. Adriana Costantini ha 43 anni e fa apparentemente solo l’impiegata addetta ai controlli di dati della logistica in un immenso magazzino di spedizione merci; il marito se n’era andato depresso dopo il licenziamento; lei vive sola e fuma tanto, sfruttata sul lavoro (anche sessualmente dal figlio del patron), mentre di notte diventa la “compagna Diana” in procinto di diventare membro effettivo delle nuove Brigate Rosse e di partecipare a una cruenta azione armata. Per Adriana è dura, la regia è sconosciuta e imprevedibile, potrebbe andare verso quella scuola. Amina Benabdellah ha 17 anni (era amica di Paolo all’inizio delle superiori), figlia di immigrati marocchini nata in Italia; papà Noureddine operaio tre anni prima investito durante uno sciopero da un camion dell’azienda sotto gli occhi dell’altro figlio maggiore Kemal; bella e intelligente ma scontrosa e persa fra alcol, musica assordante, canne, sesso, finché il fratello non la porta sulla via del fondamentalismo islamico suicida e di una strage in quella scuola. Per Amina è dura, non è l’unico modo di interpretare il Corano, altri affetti sono un pochino più sinceri e veri. Enrico Calopresti ha 44 anni ed è un insegnante presuntuoso, palestrato e arrapato; insegna in tutt’altra scuola (ora pure ad Amina con e senza velo); vive infelicemente sposato con la spenta (forse) ragioniera Valeria. Sarà dura per lui e per tutti capire qualcosa degli eventi.

Tersite (antieroe omerico) Rossi è un collettivo di scrittura (prevalentemente due, Mattia e Marco) con all’attivo già tre bei romanzi d’inchiesta sulla sera della “trattativa” Stato-Mafia, sui Sinistri della deriva assolutista e sulla grande crisi economico-finanziaria esplosa nel 2007-2008 e causata dall’interessata finanza speculativa. La narrazione è in terza varia, nella prima parte (autunno) separatamente sui quattro protagonisti che si frequentano e talora s’incrociano, nella seconda (inverno) e terza parte (primavera) cronologica e intrecciata verso le fatidiche date del 5 e del 12 giugno, correndo qualche rischio di descrizione eccessivamente didascalica e pedagogica. Pur con qualche incastro forzato, la struttura è molto ben articolata. Per ogni aspetto (la scuola degli uomini-macchina, il brigatismo aggiornato, il terrorismo jihadista, il ruolo strategico e complottistico dei servizi segreti nella geopolitica, interessi dinamiche vittime del lavoro sfruttato) alle spalle vi sono attente documentazioni sulla realtà e numerose fonti bibliografiche (citate dopo l’epilogo) che spiegano e giustificano l’apocalittica prospettiva in cui miliardi di esseri umani potrebbero essere asserviti al progetto “nuova gleba” (da cui il titolo). Non a caso il prologo accenna al 1917, quando il ministro inglese degli Esteri Balfour esamina i possibili giovamenti per l’Impero derivabili dal conflitto fra ebrei e arabi e dall’eventuale Stato di Israele; al 1961, quando il 12enne portamazze Frank Banno acquisisce sul campo da golf il segreto per la ricchezza, annullare le emozioni; al 2004, quando l’ex brigatista Cinzia (ora collaboratrice di giustizia) non esclude il ritorno delle BR prima o poi; a ieri, quando Assunta, addetta alle pulizie appena licenziata dopo 21 anni, estrae di tasca l’accendino e si dà fuoco. Nella colonna sonora da Simon & Garfunkel a Bruce Springsteen, da Lou Reed a Paolo Conte.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La casa delle bugie (Le gialle di Valerio 223)

Ian Rankin
La casa delle bugie
Rizzoli Milano, 2019 (originale 2018)
Traduzione di Alberto Pezzotta
Noir

Edimburgo. Dodici giorni del febbraio 2018, da martedì al secondo sabato successivo. Quattro ragazzini di 11 anni trovano casualmente un’auto sotto un canale ai margini del bosco, all’interno del bagagliaio sembra esserci uno scheletro, meglio chiamare la polizia. L’ispettore capo della Omicidi Sutherland, una dei suoi due vice Siobban Shiv Clarke e la patologa della Scientifica Deborah Quant guidano il sopralluogo: il cadavere è maschio, lì dentro da anni dopo aver subito un trauma cranico, con due manette a legargli le caviglie, strano. Il duro onesto circa 70enne sergente in pensione John Rebus, capelli castani e occhi verdi, ex gran fumatore e bevitore, da tempo separato, una figlia lontana, ora più o meno fidanzato con Deborah, chiama l’amica Shiv, cresciuta con lui, e domanda se la macchina era una Polo. È convinto possa appartenere a Stuart Bloom, un esperto investigatore privato di Edimburgo scomparso nel marzo 2006, che a quel tempo aveva come compagno il figlio ricercatore di un detective di Glasgow e lavorava per il proprietario di quei boschi, il produttore cinematografico Jackie Ness, rivale dell’uomo d’affari Adrian Brand (poi divenuto sir) sia caratterialmente sia sulla compravendita di un terreno (futuro studio per girare film o campo per giocare a golf). Le indagini furono un fallimento, i poliziotti commisero errori e furberie (compreso John), la famiglia di Bloom protestò molto. Appena la notizia si diffonde, riprendono le stesse dinamiche di dodici anni prima, la famiglia è sul piede di guerra, il detective Malcom Fox (amico di Shiv e John) viene inviato dai Crimini Gravi a verificare se le lamentele del passato erano fondate, incombe l’Anticorruzione (non si chiama più CCU bensì ACU) anche se vi lavorano proprio due che erano allora sul campo. Poi qualcuno perseguita Clarke su un differente caso recente, telefonate anonime e minacce: chiede aiuto agli amici.

Ancora un ottimo romanzo, 22esimo della serie, dello straordinario scrittore scozzese Ian Rankin (Cardenden, Fife, 1960) in terza varia, soprattutto sugli investigatori, per quanto nessuno di loro proprio sulla stessa lunghezza d’onda. Un incastro perfetto di cold cases, nuove trame, intrecci paralleli, antico e moderno nel lavoro di polizia. Nel 2006 si era occupata del caso Bloom la vicina Sezione investigativa del quartier generale della Lothian and Borders Police di Fettes Avenue, guidata da Bill Rawlston (che allora aveva una relazione con una collega e ora è vedovo di una fumatrice, malato di tumore quasi all’ultimo stadio), con Rebus e altri cinque sei poliziotti ai suoi ordini. Veniva detta la “Grande Casa” ma, come Rebus spiega a Malcom “nelle famiglie mentono tutti – e noi eravamo una famiglia. Dentro e fuori la Grande Casa, ci raccontavamo balle a vicenda, e spesso anche a noi stessi.” Non è cambiato nulla (da cui il titolo): “tutti continuano a pararsi il culo, a pugnalare gli altri alle spalle e a far finta di essere impegnati quando non hanno niente da fare”. E tante bugie vengono dette dietro le mura domestiche, segreti e tradimenti, altrettante famiglie disfunzionali enormi e infelici. Come quelle coinvolte nell’omicidio di una 17enne qualche mese prima, che Clarke aveva apparentemente affrontato e risolto, una soluzione sensata che nasconde però ulteriori torbidi intrecci come Rebus scopre, scavando e trovando così il modo di affrontare i colleghi corrotti anche in relazione allo stesso insospettabile colpevole del caso principale. Ancora Rebus a suo modo riuscirà infine a farlo confessare, tutti immersi nella criminalità. Non c’è redenzione che tenga, tanto più che pure la Brexit potrà risultare una miniera d’oro per chi è pronto a capitalizzare sui disastri. Più vino (Merlot e Pinot grigio) che birra per i non astemi. Encomiabile colonna sonora, Brian Eno per pensare.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Ah l’amore l’amore (Le gialle di Valerio 222)

Antonio Manzini
Ah l’amore l’amore
Sellerio Palermo, 2020 (in libreria dal 9 gennaio)
Noir

Aosta. Fine 2013. Il 21 dicembre il vicequestore Rocco Schiavone è stato operato d’urgenza, hanno dovuto asportargli un rene dopo che aveva subito una grave ferita durante la sparatoria di qualche giorno prima quando, all’alba insieme alla sua squadra, aveva arrestato la banda di falsari e rapinatori responsabili di un duplice omicidio a Saint Vincent. Nessuno sa da quale pistola sia partita la pallottola, la brava responsabile della Scientifica Michela Gambino non ha ancora potuto esaminare la questione, intanto lui è stato definito eroe e ha ricevuto encomi. Mentre è convalescente e insofferente in ospedale (fuma sigarette e canne al freddo sulle scale esterne, non mangia il vitto e va avanti con caffè e brioche o fette di panettone e tavolette di cioccolato, gira di continuo e tratta male molti), il giorno di Natale la stessa équipe effettua un’altra nefrectomia radicale ma un’improvvisa emorragia e un errore trasfusionale provocano la morte del paziente, Roberto Sirchia, noto e benestante industriale della zona. Schiavone riflette sui casi della vita, però ha conosciuto l’ottimo affidabile primario Filippo Negri, basso e cicciottello, naso grosso e capelli bianchi, pacato e sensibile, non è convinto di sue responsabilità nell’accaduto. Rocco è fuori servizio, dalla questura arrivano Antonio Scipioni (appena vincitore del concorso da viceispettore) e Ugo Casella, per indagare e sequestrare il materiale. Si fa informare circa i primi interrogatori e verifiche, butta là domande in giro, esplora metodi e percorsi dell’ospedale, vede confermati i suoi dubbi e informa il magistrato Baldi e il questore Costa. Mentre un uomo stanzia fuori nell’ombra, il pericolo Baiocchi resta aperto, neve e Capodanno incombono sugli affetti di tutti, sarà presto proprio Rocco a dirigere le indagini e a risolvere il caso. A suo modo.

Nono godibilissimo romanzo dell’eccelsa sospesa serie Schiavone per l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964), originale anche perché concepita come opera unica “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato quindici mesi valdostani del suo personaggio romano, sempre con uno straordinario meritato successo (anche in tv, terza serie terminata nell’ottobre 2019). Tutto avviene in terza persona varia al passato. Accanto al dipanarsi noir vi sono le vicende d’amore dei vari personaggi, non a caso il titolo riprende la canzone di Luigi Tenco portata al successo quasi cinquant’anni fa da un album dal vivo di Ornella Vanoni: “Ah… l’amore l’amore, quante cose ti fa fare l’amore; ah… l’amore l’amore, quante parole ti fa dire l’amore”. Rocco ha ripreso a parlare spesso con Marina (l’amatissima moglie morta oltre sei anni prima) e ha qualche nuovo parziale palpito per la giornalista Sandra Buccellato, ex moglie proprio di Costa. Il 30enne Antonio è alle prese con le tre fidanzate 28enni che vivono sposate con altri a Senigallia, due sorelle e una cugina frequentate in parallelo (a fatica) senza commistioni (finora). Il pugliese Ugo s’arrovella rispetto al se e al come dichiararsi alla quieta pratica bionda Eugenia che vive ormai sola col figlio grandicello al piano di sopra (la figlia studia a Torino), da mesi donna dei suoi sogni diurni e notturni (che a tavola mette orecchiette e Primitivo di Manduria). Michela se la fa fra scienziati, con l’anatomopatologo Alberto, entrambi utili a scoprire la verità peraltro. Baldi toglie e mette di continuo la foto della moglie sulla scrivania. Italo Pierron è ancora innamorato del gioco, ludopatico senza remissione di peccati (come barare a poker con complici per spennare altri). Anche i provvisori coinquilini di Rocco hanno nuovi amori: il giovane Gabriele si sta invaghendo di una compagna di scuola, Marghi; la mamma Cecilia sta scegliendo di trasferirsi a Milano all’ufficio comunicazione del Fai (dove è andato a lavorare Maurizio Vento). D’Intino e Deruta poi… Non finisce qui. Nevica.

(Recensione di Valerio Calzolaio)