Una lettera per Sara (Le gialle di Valerio 240)

Maurizio de Giovanni
Una lettera per Sara
Rizzoli Milano, 2020
Noir

Napoli. Aprile 2020. Un lunedì mattina alle 11 il vecchio afflitto ex vicecommissario Fusco interrompe il sacro irrinunciabile rito del caffè dell’ispettore Davide Pardo nel solito anonimo locale. Era stato suo superiore e lo aveva aiutato in un momento cruciale, ora ha un tumore allo stomaco all’ultimo stadio e gli chiede di favorire, con procedura poco ortodossa, il colloquio con l’anziano detenuto 67enne Antonino Nino Lombardo che lo ha mandato a chiamare e sta messo pure peggio. Pardo è perplesso, ancora non sa che c’è un qualche nesso con una storia del maggio 1990, circa trent’anni prima: era scomparsa la brava calma ingenua commessa di una libreria antiquaria, dopo aver rinvenuto per caso nella guida Things Seen In The Bay of Naples una lettera scritta con grafia elementare nella quale si parlava di un regalo da consegnare a Maddalena, libro venduto da un figlio in cerca di una dose e riacquistato a seimila lire da un padre affannato e scortese, proprio per riprendere quel prezioso foglio. Come ogni lunedì sera Sara Mora Morozzi cucina a casa di Viola, la madre del nipotino Massimiliano, ex compagna del defunto figlio, fotografa e investigatrice nata, un appuntamento cui partecipa, in qualità di amico e zio acquisito, anche Pardo che racconta quanto gli è accaduto; il nome del carcerato dice qualcosa a Sara, ha un vago ricordo di un teso accalorato incontro col suo superiore e poi compianto amore Massimiliano Tamburi, dialogo che lei aveva seguito e interpretato a distanza. Torna a casa e va a verificare nel segreto archivio cartaceo ereditato proprio dal capo della segreta unità dei Servizi dove lavoravano, non trova nulla, molto strano. Prova a rivolgersi all’amico ed ex collega cieco Andrea Catapano, in pensione da sette anni; un lieve tremore del mento le fa capire che ne sa qualcosa ma lui dichiara di non ricordare nulla al riguardo. C’è una catena di segreti e misfatti da svelare e qualcosa che mette in crisi la fiducia sincera di Sara per l’amore.

Consolida il successo la nuova interessante serie di Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958): Sara risolve anche tristi antichi intrighi, ancora nella stessa città contemporanea del tifosissimo autore. Mora era una brillante graduata della Polizia di Stato, sposata con prole, prima di entrare nella sede napoletana dell’unità speciale che veglia sulla sicurezza nazionale (fra misteriosi rituali e codici oscuri) e di innamorarsi del bravo leale democratico Capo, Massimiliano Tamburi, più vecchio di 23 anni, intensamente ricambiata. Per lui aveva abbandonato un marito fedele e un pargolo piccolo, conducendo poi con fermezza e coerenza un’altra esistenza in coppia, nel lavoro e fuori, finché si era ammalato. Sara aveva lasciato tutto, ritirata a invisibile vita privata per assisterlo. Da qualche anno sono morti prima Massi, 76enne, indi Giorgio, il figlio (abbandonato) in un incidente stradale. Lei ha ormai circa 55 anni, si è nascosta da tutto e tutti, pur colta e vivace, riservata e sostanziosa, finché non ha scoperto il nipotino. La narrazione è più che altro in terza persona, al passato sui vari personaggi alle prese con vicende (antiche e contemporanee) destinate a intersecarsi per il tramite di un ragazzo poco più che ventenne, dagli occhi scuri e penetranti, i ricci neri, la pelle olivastra, all’inizio conflittuale poi oggettivamente alleato rispetto alla squadra di Sara. La lettera del titolo appare nella prima scena, ma non è l’unica che contrassegna il romanzo e i destini intrecciati: vi sono quella non scritta che Lombardo consegna a un infermiere prima di morire (con conseguente senso di colpa di Pardo), quella forse indirizzata a Sara stessa dal reticente Massimiliano (all’insaputa pure dell’amica e attuale responsabile Teresa Bionda Pandolfi), quella con i risultati delle analisi del sangue del nipotino che annuncia un tema del prossimo romanzo della serie. Viola si difende dalla pessima madre con Marvin Gaye e Mamas & the Papas.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Una perfetta bugia (Le gialle di Valerio 239)

Peter Swanson
Una perfetta bugia
Einaudi Torino, 2020 (orig. 2018, All the Beautiful Lies)
Traduzione di Letizia Sacchini
Noir

Maine, maggio. Tra meno di una settimana Harry dovrebbe festeggiare la laurea a New Chester (Connecticut): tesi pronta, esami finiti, formalità espletate, si sente concentrato e preoccupato. Improvvisamente lo chiama Alice Moss, la seconda moglie del padre: Bill è morto cadendo dalla scogliera, era sull’alto sentiero dove andava a camminare quasi tutti i giorni. Harry parte subito per Kennewick dove la coppia viveva in una vecchia magione vittoriana (ribattezzata la Signora in grigio), un poco restaurata subito dopo la sua partenza per il college. Il padre amava i libri, soprattutto i gialli; prima possedeva una libreria antiquaria col socio Ron nel West Village a New York, poi un tumore aveva ucciso la prima moglie Emily, lui aveva aspettato il diploma del figlio e poi, pur mantenendo alcuni legami, s’era trasferito a nord, nella zona in cui era nato (il Maine); lì aveva conosciuto la bella Alice (di 13 anni più giovane), che lavorava in un’agenzia immobiliare, mai sposata e senza prole, e aperto un negozio di libri per i villeggianti, i turisti e i pochi cittadini. Non si capisce proprio come mai sia caduto, ben presto però la polizia si orienta sull’ipotesi di omicidio, Bill aveva preso una gran botta in testa mentre camminava. Harry è sempre più inquieto, la morbida prosperosità di Alice lo turbava già prima, ora lei è ancor più accogliente e seduttiva, eppure dubita che sia completamente sincera. Inoltre, al funerale vede Grace, una graziosa ragazza 25enne che sembra aver condiviso tempo e interessi con Bill, forse addirittura una relazione amorosa, e che comunque gli nasconde qualcosa. Scopre così di non aver ben compreso le storie sentimentali dell’amatissimo padre e di essere a un punto di svolta delle sue. Ombre e ossessioni, cadaveri e segreti riguardano pure il passato e ora s’infittiscono, molti mentono, tutti sentono il pericolo e qualcuno ha in programma nuovi omicidi.

Il bravo scrittore americano Peter Swanson (Concord, Massachusetts, 1968) ha forse due costanti finora: Old e New England, vari protagonisti a incastro con tranelli dietro l’angolo, sempre nuovi. Conferma qualità di fantasia e abilità di scrittura, anche il nuovo libro è avvincente e compatto, un torbido noir. Il romanzo ha due parti, ognuna con differenti protagonisti, si alternano Harry e Alice nella prima, Caitlin (la sorella gemella eterozigote di Grace) e Jake (l’uomo legato ad Alice adolescente) all’inizio della seconda, vari per il resto. La narrazione è tutta in terza persona al passato, ma affronta e alterna due periodi temporali distanti, le odierne luttuose avventure di Harry e i lontani trascorsi affettivi di Alice. Tutto funziona in modo abbastanza oleato e realistico, le bugie possono essere sia belle che brutte. Non è uccidere il problema, casomai cambiare sé stessi e le vittime. Sono ovviamente continui i riferimenti ad autori e opere di genere giallo: sulla scia del padre (ucciso nemmeno 50enne), Harry appena può sceglie il police procedural di Ed McBain, anche se poi deve far quasi tutto da solo per capire se e come cavarsela. Bill spiega così il piacere assoluto per il genere: “Non sono mai riuscito a fidarmi di un libro che non si aprisse con un cadavere”, una regola stilistica che per decenni molti hanno mantenuto (compresi McBain e, pure qui, l’autore). Segnalo il Phone Finder per localizzare cellulare e persone tramite computer. Nelle relazioni a due l’indifferenza conferisce potere, a futura memoria, meglio archiviate tale dinamica prima possibile. Riempire il vuoto con le domande è sintomo d’egoismo. Si beve tanto e in ogni occasione, mini e superalcolici, ognuno con gusti variegati e legati al momento; il buon vino non si smentisce mai, Primitivo per festeggiare in barca. Jake e Alice ascoltavano i Genesis; Bill preferiva Frank Sinatra e Bob Dylan.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La locanda del Gatto nero (Le gialle di Valerio 238)

Yokomizo Seishi
La locanda del Gatto nero
Sellerio Palermo, 2020 (orig. 1973)
Traduzione di Francesco Vitucci
Giallo

Giappone, sobborghi di Tokyo. Primavera 1947. Una lettera dell’investigatore privato Kindaichi (cognome) Kosuke (nome), un trasandato circa 35enne non molto alto con fitta chioma di capelli, viene recapitata a Okayama presso l’abitazione di Y, scrittore di gialli, lì sfollato qualche anno prima. Si erano incontrati nell’autunno 1946, mentre era iniziata la pubblicazione a puntate su un’importante rivista di un bel romanzo di Yokomizo sul celebre caso del koto (strumento musicale dal suono ruvido) e dell’uomo con tre dita, con protagonista proprio Kindaichi. Erano restati qualche giorno insieme a chiacchierare, elucubrando sul genere giallo. Il delitto narrato era della tipologia della camera chiusa e l’autore stava pensando di scriverne altri con differenti tipologie classiche di omicidi. Kindaichi raccontò di quanto gli era accaduto sull’isola di Gokumon, accordando il permesso di scriverne in futuro e riconoscendo di fatto Yokomizo come biografo ufficiale. Mesi dopo arriva la lettera e, tre giorni dopo, pure un plico di documenti relativo a un caso occorso poche settimane prima all’investigatore in un distretto remoto della capitale, tra febbraio e marzo 1947, ai margini di una linea ferroviaria periferica. Finalmente si è cimentato in un caso con un cadavere senza volto, tipologia ambita. Dalla storia vera vien fuori un altro discreto romanzo. Tutto inizia fra il piccolo giardino della Locanda del Gatto nero in un quartiere a luci rosse e l’adiacente cimitero del tempo buddista Rengein situato più in alto. Il giovane bonzo rinviene un corpo di donna, il volto è irriconoscibile causa putrefazione di quasi un mese, c’è anche un’accetta nel fango. Arriva l’agente Nagatanigawa che conosce bene la zona, una settimana prima la coppia che gestiva il locale aveva venduto e si era trasferita, il nuovo proprietario lo stava ancora ristrutturando e di sera era chiuso. Non sarà facile per i poliziotti ricostruire chi è la donna morta e cosa è davvero successo, almeno finché non giunge l’aiuto dell’eccentrico investigatore privato sollecitato con affanno da amici.

La necessità di conoscere meglio le storie nazionali del genere di matrice occidentale mystery, detective story, crime, thriller, noir, policier riguarda anche il Giappone. Il genere giallo è entrato progressivamente a far parte di tutte le letterature nazionali, soprattutto nel corso dell’ultimo secolo. Ogni cultura e ogni autore aggiungono qualcosa di proprio, anche se vi è sempre una fase, perlopiù iniziale, dove il genere viene rivisitato da molti autori nella propria lingua, ripercorrendo tuttavia la sua evoluzione storica anglosassone di regole e strappi alle regole, trucchi e tipologie per una continua sfida col lettore. In Giappone, uno dei propulsori fondatori, come editor prima e come grande scrittore poi, fu Yokomizo Seishi (1902 – 1981), anche premi letterari sono a lui dedicati. Scrisse decine di romanzi, molti divenuti film o serie tv, quasi tutti attorno a un personaggio, celeberrimo in patria e in vario modo resuscitato dopo la morte dell’autore. In italiano fu pubblicato un romanzo nel Giallo Mondadori negli anni Ottanta. Prima con Il detective Kindaichi (2019), ora con La locanda del gatto nero (2020) Sellerio sta opportunamente riproponendo i classici esordi investigativi di Yokomizo (originali del 1973), divertenti e godibili, per quanto sembrino datati alcuni espedienti letterari o anche piantina e mappa della scena del crimine. Originale ovviamente è l’ambientazione storica, gran parte dei personaggi protagonisti della vicenda risentono della seconda guerra sino-giapponese: il quartiere si era ingrandito grazie a un’imponente fabbrica di munizioni e aveva poi risentito dei poco puliti commerci e traffici connessi; i gestori della locanda erano tornati dalla Cina, costretti a rimpatriare a conflitto iniziato, e si erano dovuti adattare in vario modo. Il titolo fa riferimento al gatto preesistente alla locanda, protagonista anche nella macchinazione. L’epilogo del romanzo è una nuova lettera all’autore di commento dell’investigatore. Segue un breve glossario che spiega alcuni oggetti tipici, meno abituali per noi lettori non giapponesi. La birra è sfiatata, meglio il sakè caldo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Tracce dal silenzio (Le gialle di Valerio 237)

Lorenza Ghinelli
Tracce dal silenzio
Marsilio Venezia, 2019
Noir

Rimini, pare. Giugno 2018. Nina da un anno è divenuta sorda, ora ha dieci anni, di giorno porta un audioprocessore, un impianto cocleare a pile. Quella notte non lo ha ma si sveglia lo stesso, sente come una musica uscire, allegra e inquietante, dal citofono della casa, confusamente intuisce che sta accadendo qualcosa. La mattina dopo si scopre che più o meno alla stessa ora è stato ucciso un ragazzo in un parco abbastanza distante, sgozzato e amputato del mignolo. I genitori sono molto presenti, le stanno sopra pur non andando più d’accordo fra loro; Sara, la madre architetta, imputa a Marco Panni, il padre insegnante, una responsabilità nell’incidente stradale della figlia. Nina viene subito portata dal medico per capire cosa è accaduto al suo udito, perché ha sentito qualcosa senza apparecchio. L’impianto è perfetto, l’esame audiometrico uguale al precedente, forse Nina conserva alcuni suoni nella memoria uditiva della sua precedente vita, il dottor Ascanio le tranquillizza, poi trova un espediente per restare solo con Sara, hanno intrecciato una segreta relazione ormai da vari mesi. Lauro, la vittima dell’omicidio, era stato incolpato di violenza carnale nei confronti di una coetanea, ma poi le accuse erano cadute per mancanza di prove; frequentava la stessa scuola del 16enne Alfredo, l’ottimo protettivo fratello maggiore di Nina, lui alle prese con una timida adolescenza e con frequenti episodi di bullismo verso altri e altre. La famiglia ha traslocato da poco, hanno per vicina di casa l’84enne Rebecca Fattori che vive con l’anziano pezzato Furia e alleva conigli, perseguitata ancora da drammatici ricordi della guerra, 73 anni prima. Nina ha perduto l’amata nonna, le si affeziona, Rebecca l’aiuta con la gatta Carmilla (come la rivista italiana online) e a fare le torte, nasce proprio un rapporto intenso, mentre cresce un clima di misteri, ricatti, aggressioni. Anche l’assassino è ancora in agguato, per altro con lo studente non era stata la sua prima volta.

La brava scrittrice multimediale Lorenza Ghinelli (Rimini, 1981) esordì con un successo dieci anni fa, ha mantenuto alta la qualità letteraria, torna ora alle iniziali atmosfere allusive da favola noir. La narrazione è in terza persona su due piani temporali: la complicata convivenza dei protagonisti di oggi, soprattutto i componenti della famiglia Panni, soprattutto fratello e sorella da una parte, al passato; i drammi e la breve biografia parallela di Rebecca bimba e del fidanzato della sorella maggiore uccisa, in corsivo e meno frequentemente, dall’altra parte, al presente. Il testo trasuda senza compiaciuti fronzoli le paure o la follia dei personaggi, spesso radicati nel loro maturo percorso infantile (da cui la copertina). La violenza è sempre dietro l’angolo, di diverse origine e forma, perlopiù drammaticamente compassionevole (non quella dei fascisti), e non mancano i colpi di scena. L’autrice riesce con acume e garbo a dar conto della sordità acquisita di una giovinetta e dell’universo di nuove sensazioni, in evoluzione fra macchine uditive e ricostruzioni mentali (da cui il titolo). Si bevono alcolici di vario tipo, più per emotività che per gusto. Il brano chiave proviene del passato ma assorbe il presente: Enzo, Aita e Trio Lescano interpretano “Ma le gambe” (1938), grazie a un jukebox Wurlitzer 850 Peacock.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I cerchi nell’acqua (Le gialle di Valerio 236)

Alessandro Robecchi
I cerchi nell’acqua
Sellerio Palermo, 2020
Noir

Milano. Settembre 2020. Carlo Monterossi, portatore sano di blues dylaniano e di autentici guai (pur avendo orrore della violenza), vivacchia ancora con il programma Crazy Love (che lo ha reso famoso e benestante) e frequenta con crescente affetto Bianca Ballesi, la carina spigliata produttrice televisiva, ormai 41enne. Una sera d’autunno ha lasciato libero creativo spazio culinario alla moldava religiosissima Katrina, vivandiera governante assistente chef, e invitato la sua fresca e fragrante compagna (o congiunta che dir si voglia) e la meno giovane coppia di Tarcisio e Rosa Ghezzi, il sovrintendente (59 anni e 84 kg) con cui spesso ha simpaticamente collaborato e la sua casalinga dolce signora Rosa. S’inizia con gamberi e champagne, poi si prosegue alla grande con tante portate già pronte, fino al caffè. I due uomini si spostano su divano e poltrona dello studio piccolo. Si danno del lei. Monterossi si scusa per non aver saputo aiutare Ghezzi, pur avendo provato, per un torto da raddrizzare tramite tv. Il poliziotto comincia a buttar là qualcosa. Non smette più. “Che ne sa… di quello che c’è là fuori… Parla di ingiustizie e miserabili come se li avessi visti davvero. Ma non è così. Lei ne fa caricature… la sua causa nobile non la capisco. Io ho solo storie ignobili con cui sporcarmi le mani”. Carlo è sorpreso ma interessato, resta seduto e ascolta, il racconto è lungo, riguarda due vicende parallele. Poche settimane prima, un’attempata attraente prostituta faceva la posta a Tarcisio sotto casa, il compagno era sparito; lui se lo ricorda, nel 1990 il Salina era stato il primo arresto da agente, un ladro incappato nel doppio allarme della gioielleria; dopo la sentenza del processo si era impegnato ad andare a trovarla per proteggerla prima che lui uscisse per buona condotta; ora deve assolutamente ritrovarlo. Però è scomparso anche il solitario collega 43enne Pasquale Carella, in cerca di un vero violento delinquente appena uscito di galera, lo odia per vari soprusi e vuol fargliela pagare.

Il giornalista e autore televisivo Alessandro Robecchi (Milano, 1960) continua la serie metropolitana d’alta qualità, inventando ogni volta ottimi romanzi con impasti culturali e sociali differenti, densi e appassionanti, emotivamente tesi e ben stesi. La narrazione è in terza varia al presente, qui il contesto è la casa di Carlo, chi racconta con lucida mestizia è Ghezzi, l’affettuoso coprotagonista è Carella visto che i due poveri dolenti colleghi sono legati nella lotta al crimine, senza carrierismi, diversamente perbene leali stanchi, e i casi finiscono per sovrapporsi. Il filo delle storie è riassunto nel malinconico titolo: il sassolino nell’acqua ferma produce un cerchio, poi un altro, poi un altro, i cerchi si allargano; cerchi concentrici di dolore, delle perdite, delle nostalgie, delle ingiustizie, tutti li abbiamo; che fatica, che pena! All’inizio il caso di Ghezzi è più un giallo investigativo privato, il caso di Carella un noir hard-boiled privato, il primo è spinto da un’antica pudica attrazione e da indizi misteriosi, il secondo dalla rabbia cieca per non aver potuto salvare una o più delle donne ferite dal feroce possente magnaccia. Quasi subito, però, il vicequestore incarica il buon riservato Ghezzi di trovare il Carella messosi sulla cattiva strada, tutti gli altri poliziotti della questura sono impegnati nel clamoroso caso ufficiale, in prima pagina sulla stampa, l’inspiegabile delitto di un rispettato incensurato restauratore e antiquario, Amedeo Crodi, trovato morto, picchiato forte nel suo magazzino-laboratorio, con tanti soldi e ricchi oggetti lasciati lì, non un furto comunque. Ci penseranno loro, scarpinando per la grande biodiversa Milano, non senza amarezze. Ovviamente siamo accompagnati da meno Dylan del solito, Carlo sceglie a caso dalla playlist del computer che comanda lo stereo, qualcosa di sottofondo per riempire le poche pause del racconto: esce la voce di Nina Simone, Memphis in June.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La fiamma nel buio (Le gialle di Valerio 235)

Michael Connelly
La fiamma nel buio. Il nuovo thriller con Bosch & Ballard
Piemme, Mondadori Milano, 2020 (orig. 2019)
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir

Hollywood, Los Angeles. Marzo 2019. Il mancino Hieronymus Harry Bosch è ormai in pensione da oltre tre anni, da sei settimane ha subito l’operazione al ginocchio e si sposta col bastone anche quando decide che vuole assistere a distanza al funerale del suo mentore John Jack Thompson, quarant’anni nel Los Angeles Police Department, capace di insegnare il mestiere e in particolare a riconoscere i bugiardi. Da novellino, più di tre decenni prima, Bosch si era trovato a lavorare in coppia con Thompson e lo ricorda con ammirazione e affetto. La vedova Margaret avvisa Harry di avere a casa qualcosa che il marito ha lasciato proprio per lui, il fascicolo antico (venti anni) di un irrisolto omicidio di un ragazzo in un vicolo frequentato da spacciatori. Se lo porta a casa, lui prende ogni caso sul personale, quella stessa notte cerca di capire perché il “quaderno” sia stato preso dall’ufficio e tenuto occultato, soprattutto se ci siano elementi per trovare ora il colpevole. La giovane Renée Ballard è da tutt’altra parte, sulla scena dell’incendio di una tenda di nylon che contiene il cadavere bruciato di un giovane senzatetto. Forse non è una morte sospetta, arrivano dall’Unità Incendi Dolosi e la allontanano visto che se ne occupano loro. Lei finisce il turno (sempre quello di notte), poi torna nella tenda in spiaggia dove dorme con Lola, mezza boxer e mezza pitbull. Bosch, la mattina dopo, prima chiede una mano all’amica detective in carica che accetta subito aggiornandolo in parallelo sulle proprie indagini, poi va a trovare Mickey Haller, il fratellastro ottimo avvocato, per chiedere consiglio legale sulla diagnosi appena ricevuta di leucemia mieloide cronica, che è stata contratta sul lavoro e merita forse un risarcimento, anche per lasciare abbastanza dollari alla cara figlia Maddie se cure e chemio non dovessero funzionare. Nell’attesa segue il processo in corso e la difesa del reo confesso (di aver ucciso un bravo giudice di corte d’appello), c’è qualcosa che non gli quadra, i casi si accavallano.

Il magnifico scrittore ex giornalista Michael Connelly (Filadelfia, 1956) continua a seguire l’eccelsa epopea Bosch (in solitario o con altri), ben consapevole che autore e mitico personaggio (pure in apprezzata serie televisiva) stanno invecchiando insieme e che, per l’azione, serve ormai una coprotagonista; così la terza persona della pulsante narrazione alterna i due, anche quando s’incontrano e, nel sottotitolo, la nuova serie è riferita a entrambi. Le vite di Bosch & Ballard tornano a incrociarsi dopo i positivi risultati dell’anno precedente (e del relativo romanzo); i due hanno quasi due generazioni di distanza ma, per varie autonome ragioni, sono ossessionati esclusivamente dall’attività investigativa. Siamo pienamente nel campo del romanzo noir filone police procedural, Connelly è maestro nel tener conto di regole, riti, gergo del mestiere di poliziotto nella città dello spettacolo e della corruzione, e soprattutto nella Divisione Hollywood. Questa volta particolarmente alto è il numero di casi investigati, alcuni connessi come loro stessi scoprono con accorte incrociate personali indagini. E tanti altri casi vengono accennati, evocati, sintetizzati, a esempio il maniaco nel quartiere di Maddie alla Chapman o la ragazza inspiegabilmente scomparsa e uccisa nel 1982 (di cui presto si occuperanno se sopravvivono), tanti spari nel buio (da cui il titolo) o cose così, come fa un ottimo esperto cronista per richiamare analogie culturali, metafore letterarie e distrazioni narrative delle esistenze e della vita umana. Utili informazioni sui disturbi schizoaffettivi, sui portapranzo per scolari, sulla gang Rolling ’60 Crips e sul fuoco che non si accende per (eventuali) figli gay. La bottiglia di vodka serve anche a rintracciare una possibile killer, mentre Bosch converte Ballard all’uso frequente e competente del jazz, anche se lei, per mantenere la concentrazione quando ha appuntamento con l’avventura, preferisce ascoltare i Muse, i Black Pumas, i Death Cab Gour Cutie.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Grosso guaio a Roma Sud (Le gialle di Valerio 234)

Marzia Musneci
Grosso guaio a Roma Sud
Todaro Lugano, 2020
Noir

Roma. Primavera. I gemelli siamesi congiunti Ezechiele Zek Coglione e Samuele Sam Cacasotto Ciullà si muovono insieme quasi all’unisono, senza organi vitali in comune. Uno e l’altro più o meno impulsivo o arrabbiato, niente o frequenti letture. Orfani a tredici anni, padre mai visto, madre morta di tumore, orfanotrofio fino alla maggiore età e, poi, tenendo fissa la palestra per allenarsi a quattro mani nella boxe, in grado di cavarsela da soli. Di mestiere hanno imparato a industriarsi in periferia: spaccio sotto i ponti, furti di cellulare e computer, aggressioni, scippi, pestaggi su commissione. A parte i lavoretti criminali da mezze tacche violente, il loro triangolo è tutto nel quartiere ai Ponti: casa propria – palestra Vigor (del buon Erminio Minny Morelli) – locale (dell’ottimo eritreo Abdullah Abbedulla e della sua dolce Luz). Quella sera, nel séparé di fondo, il piccolo grasso boss Chick Lanzetta rinvia il precedente incarico (di ammazzare il bravo giudice Antimo Bulldog Salis, stavolta una cosa che non li convinceva tanto) e assegna il compito di dare una scaldata ai coglioni e una rinfrescata alla memoria di un orologiaio. Lo fanno e, soddisfatti, vanno a festeggiare con l’affascinante amica prostituta Irina, in attesa della residua metà dei quattrocento euro. Un paio di giorni dopo scoprono per caso che il negoziante è morto accoltellato, provano a cercare il capo ma incrociano il bel vice ispettore Nick Badile Castillo che li porta in centrale. A questo punto possiedono solo, dunque, poco passato, un brutto presente e un futuro cupo. I poliziotti non sono certi della loro colpevolezza, però certamente c’è qualcuno che ha messo un coltello insanguinato nella loro cucina e sta cercando di incastrarli. Di ucciderli forse. Si tratta di enormi affari immobiliari, di traffici coperti da potenti, di riciclaggio. Fortunatamente il medico in pensione Vittorio Doc Marino sa rattoppare fuori dall’ospedale e l’aitante giornalista Bob Carrezza (che ha capito qualcosa) viene solo malmenato. Meglio allearsi per sfangarla.

La scrittrice romana Marzia Musneci già da oltre dieci anni scrive buoni romanzi e racconti di genere giallo. Nel 2011 ha vinto il Premio Tedeschi con “Doppia indagine”, Il Giallo Mondadori numero 3045. Qui, per l’ottima collana ideata dalle grandi Tecla Dozio e Veronica Todaro, siamo nell’hard-boiled metropolitano con continue scosse e sorprese, maltrattamenti e omicidi. La gradevole irriverente narrazione è in terza varia, pur se molto imperniata sui balordi congiunti, oggettivamente strambi e scanzonati, con azioni sincroniche comuni e due fili di pensieri avviluppati ma non binari o diacronici. Interessante il contesto della Laurentina del quadrante sud (da cui il titolo), via via sempre più lontano dalla malavita del centro, da San Giovanni e dalla Cristoforo Colombo. I personaggi sono tutti a loro modo memorabili, almeno alcuni opportunamente fuori da clichés del genere. Lo stile ha il piccolo limite di essere talora ripetitivo (e i corsivi non sono chiari). La vedova allevia le pene col prosecco, Marino sorseggia Glenmorangie la Santa, a seconda dei locali si preferisce birra o mojito. Splendida la pensierosa preparazione notturna del pane injera. Zek passa dal rap a Mozart, quello delle palle di cioccolata, un’altra cosa dark: “Requiem. Spacca, cazzo. Più dei Muse”!

(Recensione di Valerio Calzolaio)