Mercato nero (Le gialle di Valerio 231)

Gian Mauro Costa
Mercato nero
Sellerio Palermo, 2020
Giallo

Palermo. L’agente semplice Angela Mazzola è in ferie a Torino per abbracciare il 37enne fratello manovale, appena divenuto padre di Salvatore. Quando non è in ospedale da Annalisa e nipotino, gira sola e bella fra mercati e locali, ormai ha imparato che i loschi figuri si possono incontrare ovunque (tanto lì quanto a casa, tanto a Pordenone quanto a Macerata), poi lei è una sbirra sommelier. Il cellulare squilla, il suo pignolo dirigente dell’Antirapina spiega che deve tornare subito in questura, il capo della Mobile in persona l’ha richiesta per collaborare a un caso delicato dalla Sezione Omicidi. In piena movida a Ballarò (di giorno mercati stracolmi, di notte sballo diffuso), tra la folla, mentre era con due ignari amici, un colpo di pistola ha ucciso Ernesto Altavilla, un 39enne single (separato) nobile proprietario terriero. Lei dovrebbe infiltrarsi nei locali del popolare storico quartiere, a partire da quello davanti a cui è avvenuto il delitto, il Benin Café; sembra che non si sia fatto avanti alcun testimone, né emergono plausibili movente o rivendicazione. Angela torna al suo piccolo confortevole attico vista mare e terrazza dell’Acquasanta, riprende la convivenza con la labrador Stella (dopo averla affidata alla cara solidale anziana zia Giuseppina), inforca il motorino Liberty 200 e si getta a corpo morto nell’indagine. Nota disegnato sui muri uno strano simbolo che l’aveva già incuriosita a Torino, un’ascia che spezza le catene strette intorno a un paio di polsi. Conosce presto Jamal, capelli ricci e occhi profondi, il ragazzo di colore che presta servizio nel locale. Quella è zona di nigeriani, forse la vittima frequentava di nascosto una loro connazionale e certo la scritta appartiene all’organizzazione Ascia nera, la Black Axe, formatasi all’inizio presso l’università di Benin City, poi divenuta spesso all’estero una mafia criminale.

L’ottimo giornalista (ora in pensione dalla Rai) e scrittore Gian Mauro Costa (Palermo, 1952) prosegue la bella nuova serie, in terza fissa al passato. La protagonista è ormai poco più che trentenne, infanzia non ricca a Borgo Nuovo, diploma scientifico e leva completati in collegio e con lavoretti vari, lunghi capelli ondulati color rame, viso aggraziato, corpo slanciato (verso il metro e settanta) e muscoloso (per palestra occasionale e corsette mattutine), curve notevoli da “gran figa” (a detta dei colleghi), rockettara (grazie al fratello maggiore), libera e ancora cautamente disponibile a un amore solido. Serve all’autore per raccontare i tanti volti e sospiri della sua straordinaria città, soprattutto i mercati, di giorno e di notte, di affari e malaffari (da cui il titolo). Non a caso, Angela torna di continuo dai colleghi e amici della sua sezione di appartenenza, alle prese con strani furti in una zona ricca in cui la gang di ladri sembrano andare a colpo sicuro. E s’imbatte anche in un grosso furto, antico e segreto, subito dalla famiglia della vittima, con conseguente ricerca fra enormi tesori di opere d’arte varia, acquisiti e collezionati non proprio in forme ortodosse. Insomma, la prostituzione nigeriana non è l’unica pista da seguire per una spigliata intraprendente tipa dotata di grande intuito poliziesco, al di là delle irritualità procedurali. Piatti multietnici e degustazioni alcoliche di ampio genere, dal tamargo alle birre e a vini bianchi, rossi e rosati, sofisticati o beverini che servano. Alla passione si associano le ballate di Bruce Springsteen, Angela ama il blues.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’uomo che amava i libri (Le gialle di Valerio 230)

George Pelecanos
L’uomo che amava i libri
SEM Milano, 2020 (orig. 2018, The Man Who Came Uptown)
Traduzione di Giovanni Zucca
Noir

Washington, D.C.. Primavera. Phil Ornazian è un investigatore privato fissato con l’etimologia delle parole, di origine armene, spalle larghe e barba spruzzata di grigio, capelli neri corti, sposato con la deliziosa Sydney, due figli piccoli Gregg (quattro anni e mezzo) e Vic (poco più di tre), due cani incroci di pitbull. Già bassista di un gruppo popolar-metallaro, ora non s’impasticca né s’ubriaca più, lavora per avvocati e, per mantenere meglio la famiglia e assicurare il futuro, arrotonda con rapine a delinquenti (in compagnia del solido possente quasi settantenne Thaddeus Ward). Tramite un altro detenuto fa avere un messaggio a Michael Hudson, dentro per aver fallito nel fregare i soldi a uno spacciatore, sta cercando di aiutarlo nella prospettiva di avere poi ricambiato il favore. Hudson è un 29enne alto con una folta barba e capelli cortissimi, fisico asciutto, tranquillo. Sta in carcere da un anno e, grazie alla trentenne responsabile della biblioteca circolante Anna Kaplan Byrne, ha scoperto i libri (prima mai usati), è divenuto un lettore vorace e partecipa ai gruppi di lettura con cauta perspicacia. Miss Anna, pelle olivastra, capelli neri e occhi screziati di verde, non si trucca per andare in prigione, veste in modo sobrio e pratico, ama profondamente il suo lavoro e vive abbastanza serena col marito avvocato, ancora senza figli. Ornazian, mentre affronta con determinazione uno stupro opera di suprematisti bianchi, riesce a intercedere per Hudson. Lui viene rilasciato quando il testimone (minacciato) si rifiuta di deporgli contro e torna a vivere dalla madre, deciso a trovare un lavoro onesto (prova con successo il lavapiatti al District Line), a rigare dritto, a girare per librerie e biblioteche, a continuare a leggere il più possibile. Ora però deve fare da autista per illegali azioni violente, reincontra per caso Anna, legge molto, affronta nuovi dilemmi della vita.

Il bravissimo autore di origine greca nella capitale americana George Pelecanos (Washington, 1957) ha fatto innumerevoli diversi lavori in gioventù prima di divenire un romanziere premiato e affermato, commentatore giornalistico, soggettista, sceneggiatore, distributore cinematografico, sempre con un’alta qualità di scrittura. Era da un po’ che non veniva tradotto (tanto più che i primi libri non lo sono mai stati) ed è un piacevole meritato grande ritorno sulla scena italiana (dopo il premio Raymond Chandler del 2005). Racconta in terza varia (sui tre protagonisti) la sua città lontana dai luoghi dell’immenso potere politico e la cronaca nera metropolitana dal punto di vista dei piccoli criminali immersi in contesti di miseria, razzismo e corruzione; qui tre (quasi) coetanei con vite parallele solo poco e per caso intersecate, con pulsioni ed eventi che impongono scelte e dinamiche etiche, senza grandi orrori o amori, con l’universale difficoltà di conoscerne davvero la vita interiore. Il titolo americano fa riferimento proprio al trovarsi in centro e al centro (dalle periferie della capitale e dei punti cardinali, dei valori e delle scene); il titolo italiano sottolinea giustamente il potenziale ruolo della lettura ovunque e per tutti. Infatti, alla fine l’autore ringrazia i detenuti del carcere del Distretto di Columbia, con i quali ha interloquito in questi decenni; il testo è ricco di dialoghi relazionali e conversazioni collettive su tanti bei libri, riassunti, citati e sviscerati con sana espressione di differenti opinioni e spunti; i volumi cartacei sono ovunque, un’epidemia di nicchia. Vino di preferenza bianco, chardonnay dopo colazione. La musica di Michael alterna go-go, hip-hop e rhythm ‘n’ blues (grazie ai dischi della madre).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Riti notturni (Le gialle di Valerio 229)

Colin Wilson
Riti notturni
Carbonio Milano, 2019 (orig. Ritual in the Dark, 1960)
Traduzione di Nicola Manuppelli
Noir

Londra. Cinquant’anni fa. L’agitato biondo attraente 26enne Gerard Sorme, aitante aspirante scrittore che supera il metro e ottanta, esce solitario dalla metropolitana di Hyde Park Corner (spesso preferisce la bici). Piove, fa la fila leggendo e poi visita le mostre della pinacoteca. Ha una piccola rendita da cinque anni, non ama lavorare, legge molto e vive poveramente in cerca d’ispirazione. Quel pomeriggio incrocia più volte un uomo ancor più alto, zigomi alti e occhi a mandorla, lunghi e setosi capelli castani e denti irregolari giallastri, circa 30enne forse brutto (viso scarno e butterato) ma in modo piacevole. Di fronte a un dipinto a olio di una ballerina in tutù bianco pensa che l’uomo un po’ gli ricorda Nijinsky, il grande virtuoso ballerino e coreografo russo di origine polacca Vaslav Fomich Nijinsky (Kiev, 28 dicembre 1889 – Londra, 8 aprile 1950). E proprio Nijinsky è il loro primo argomento di conversazione quando l’approccio avviene. Gerard capisce subito che si tratta di un cortese colto strano omosessuale, di provare sia attrazione che repulsione. Si chiama Austin Nunne e, fra l’altro, ha scritto tre ottimi libri, uno su Nijinsky. Il padre risulta disgustosamente ricco, lui è figlio unico, partecipa a tutti i concerti, le opere e i balletti (non solo della città), pilota un aeroplano, guida macchine lussuose o veloci. Vanno a bere alcol da varie parti, poi a casa della dolce zia irreprensibile zia di Austin, Gertrude (circa quarantenne), divisa fra due differenti compagnie, un circolo letterario e i Testimoni di Geova, molto legata alla bella bionda nipote Caroline, quasi 18enne aspirante attrice. Il problema è che qualche maniaco uccide donne peccaminose a Whitechapel. Gerard non lo sapeva ma l’omicidio di cui legge, e di cui tutti parlano nella casa della stanza d’affitto dove ha traslocato, in realtà è già il quarto degli ultimi 11 mesi. L’indagine finisce per coinvolgerlo da vicino.

Il grande saggista e scrittore inglese Colin Wilson (Leicester 1931 – St. Austell, Cornovaglia, 2013) fu personalità poliedrica e complicata. Divenne molto noto fra gli intellettuali europei nel 1956, a nemmeno 25 anni, con un audace saggio d’esordio su alcuni grandi “particolari” artisti della letteratura (e della pittura), The Outsider. Poi scrisse di tutto e di più, fiction e no fiction, all’inizio molti mystery di vario “genere” (e sul genere aveva interessanti peculiari opinioni). La stesura di questo bel verboso romanzo è contemporanea al primo libro, pur se rifinito e pubblicato quattro anni dopo. Siamo nella swinging Londra notturna di fine anni cinquanta, narrazione tutta in terza fissa sulla mente e sulle azioni del giovane sensibile perdigiorno (in parte autobiografico), sui suoi sogni e incubi, sulla sua (già radicata assoluta) idea del mondo e della (eventuale) morale, sulle situazioni esistenziali inconsuete e “al limite” che si trova ad affrontare, un po’ curioso e un po’ travolto da ribrezzo e fascinazione. Si viaggia con lui nel tempo, fra delitti e indagini, possibili indiziati e accurati investigatori. Lo attanaglia il morbo di verificare i morbosi, in un turbinio di pensieri e colloqui (senza virgolette). Sarà protagonista anche di altri due romanzi negli anni successivi e la trilogia viene ora opportunamente riconsegnata ai lettori italiani in questa nuova ottima edizione (e traduzione). Impulsi e diari sessuali incombono. Tante birre, superalcolici di continuo e (talora) qualità, fortunatamente si comincia dal rosso Chianti in un bel ristorante di Soho. Eseguita competente musica classica.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I quattro cantoni (Le gialle di Valerio 228)

Gabriella Genisi
I quattro cantoni
Sonzogno Venezia, 2020
Noir

Bari. Fine autunno, circa un annetto fa. All’alba del 3 dicembre la brava attraente commissaria Lolita Lolì Lobosco, diffidente di carattere e corvina di capelli, madre siciliana e padre napoletano (carabiniere ammazzato davanti casa quand’era piccolina), profilo civetta su Facebook, amica di Montalbano (una vecchia breve storia di passione), ormai 45enne, si sveglia nella casa in affitto sul mare di Giancarlo Caruso, il bel vicequestore separato (con figlio) dai capelli lunghi e brizzolati, con il quale aveva vissuto una mezza storia durante il mandato a Padova e che l’ha raggiunta in Puglia per consolidare il rapporto. Sono presenti sia la gatta Penelope che il cane Buck, vivono con lui, il risveglio è piacevole. Però lei non è ancora pronta a mettersi un uomo nella sua di casa, di scottature ne ha già avute parecchie, sui maschi ormai non fa affidamento affettivo, le brucia ancora il gioco delle tre carte dell’ex marito Michele e del più recente Giovanni Panebianco, narcisista patologico. Poi l’avvisano di un omicidio avvenuto poche ore prima, cambia tutto, ne è totalmente assorbita. Dopo una tortura lenta e raffinata hanno ucciso un fotografo professionista, il 50enne Nanni De Carne, basso e magrolino, trovato appeso a un gancio del soffitto, a testa in giù, bocca imbavagliata e corpo flagellato con un coltello da bistecca. Faceva foto a prostitute nigeriane dalla finestra, aveva materiale pedopornografico, in qualche modo era coinvolto in una rete di ricatti. Bisogna vederci chiaro. All’inizio sembra che siano stati due rom, certo avevano di che vendicarsi, però le prove scarseggiano. Arriva il Ministro che ci mette il carico da undici. Lolita è sconvolta dal clima di odio e razzismo e coinvolta dai drammi della comunità rom e delle bambine violate. Caruso è inspiegabilmente scomparso (con una donna?), Panebianco improvvisamente morto di malattia, tutto turbina intorno con altre uccisioni efferate. Qualcuno di vicino la mette sotto tiro e gioca con lei, agli angoli le pedine, lei al centro, rischia la vita.

Ottava avventura (in dieci anni) della divertente serie (presto in televisione) sull’intraprendente decisa commissaria Lolita (nome popolare evocativo) per la brava scrittrice Gabriella Genisi (Bari, 1965). Il titolo fa appunto riferimento al gioco, nome che la protagonista assegna infine all’intera operazione. La scrittura è cresciuta per stile e maturità, davvero un buon romanzo, leggero ma non leggiadro, complesso al punto giusto. La trama riprende tante questioni d’attualità, il personaggio (che scarica le tensioni al poligono di tiro) e le dinamiche sociali funzionano, dialoghi e battute non annoiano, l’arte c’entra, pochi ingranaggi “gialli” non vengono approfonditi (per esempio il delitto del 1983). In tal senso, anche la nuova protagonista individuata dall’autrice in Salento, “il” maresciallo 28enne Francesca Chicca Lopez, appare frutto di una stessa complementare ottima ricerca letteraria. Sintetica ed efficace la descrizione delle famiglie zingare nei campi rom, distanti dal preteso nomadismo. Appare pure il giustiziere di Macerata a pagina 42. La telefonata con Salvo è tutto un programma! Il rum risulta davvero ottimo con la cioccolata fondente (per quella di Modica è più incerto), per quanto dica Del Giudice, il collega della Digos tornato da Roma. Comunque, come da tradizione, vi sono oltre una decina di reinterpretate succulente ricette pugliesi in fondo, memoria di generazioni di nonne, talora anche con l’abbinamento dei vini (il Negroamaro per esempio) e del vestiario (Loubuotin e Chanel N. 5).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Nero come la notte (Le gialle di Valerio 227)

Tullio Avoledo
Nero come la notte
Marsilio Venezia, 2020
Noir

Pista Prima, nordest. Febbraio 2020. Molti chiamano la città Pista Prima per via di un vecchio libro in cui uno scrittore aveva così rinominato la sua, prendendo spunto da George Orwell, un luogo a suo tempo molto vivibile e oggi in crisi (come tanti altri). Il peggior quartiere è un quotidiano esperimento di sopravvivenza, “le Zattere”, piaga bubbone pustola ovvero area di un ricco progetto urbanistico abbandonato e di successivi falliti tentativi di riqualificata speculazione, ormai ecomostro acquisito e lontano dal centro con quattro enormi edifici degradati (uno bruciato), canali nebbiosi, strade dismesse, campi spogli, discariche abusive, viadotti incompiuti, tunnel pericolosi, informali mercati, precari insediamenti ovunque nella sterpaglia, centinaia e centinaia di persone periferiche di tutti i generi, tipi, colori, odori e lingue, funzioni, attività. Niente fognature illuminazione servizi, un mondo a parte con regole proprie e un Consiglio di tre che presiede alcune scelte di convivenza minima fra i migranti irregolari. Lì si risveglia Sergio Stokar, malmesso fisicamente (neanche più possibilità di sane erezioni) con vaghi ricordi di quel che era e avvenne. Un poco rimesso in sesto da uno strano medico in uno strano ambulatorio, continuando a sognare i trascorsi di alcol droghe sesso, accettano di farlo rimanere incaricato di diventare una specie di sceriffo. Era un poliziotto forte, capace, famoso e molto fascista razzista, prima di sbroccare. Vien presto fuori che sono state atrocemente uccise delle ragazze, fra di loro una splendida prostituta polacca che lui aveva amato. Ci si mette d’impegno per scoprire i colpevoli, per quel che può, con continue incursioni nella vita urbana che conosciamo, fra criminali di tutte le risme collusi con poteri di ogni tipo.

L’ottimo bancario scrittore Tullio Avoledo (Valvasone, provincia di Pordenone, 1957) ancora una volta (dopo quasi una quindicina di romanzi in poco più di 15 anni) affresca un mondo letterario contiguo agli ecosistemi umani reali, cupo e affascinante, compatto e turbinante. La narrazione in prima persona è del 50enne derelitto bipolare investigatore che, però, lui stesso (con frequenti corsivi) ricorda confusamente la moglie e il divorzio (poi Maria Luz e Dolores), non distingue chiaramente gli incubi dai pericoli, e soprattutto non conosce bene cosa è accaduto per farlo rinascere come Lazzaro, cosa di vero o falso c’è nella propria testa sul passato e sul presente, chi e perché in vario modo lo manovra, lo attrae e respinge. Non (gli) mancheranno ovviamente incontri sanguinolenti, snuff movies, complotti, stragi. Innumerevoli i personaggi rimarchevoli efficacemente delineati. Del resto, nel prologo (in terza persona) il 31 dicembre 1999 l’Albanese aveva già accoltellato a morte lo Zingaro per costruirsi un futuro. Per tutti, comunque, del domani non vi è certezza, mentre Sergio tiene almeno fermi il legame verso gli affetti sentimentali e l’odio per l’avidità cinica. Titolo noir (non molto originale) da un verso di Milton. Continui e precisi i tristi riferimenti all’oggi, dai recenti governi della montante marea di merda populista all’ordinanza comunale del 2017 che vieta di dare cibo ai colombi. Ogni tanto appare grappa di qualità, almeno downtown. Suonerie, canzoni e concerti di vario credo politico e musicale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La signora del martedì (Le gialle di Valerio 226)

Massimo Carlotto
La signora del martedì
Edizioni e/o, 2020
Noir

Una città universitaria e padana del nord. L’ottobre di qualche anno fa (in cui si celebra la festa del patrono). Da poco Bonamente Fanzago (due cognomi storici), simpatico 41enne dal fisico scolpito, ha avuto un ictus e non l’ha detto a nessuno nell’ambiente di lavoro: fa stabilmente l’attore porno di giorno e saltuariamente il gigolò di notte, la concorrenza è giovane e agguerrita, lui si sente ormai perso e piange spesso; nato in un’ambiziosa famiglia benestante, ha rotto ogni ponte con parenti e amici, vive solo da quindici anni presso la pensione Lisbona nella camera numero tre; lì da nove anni tutti i martedì dalle 15 alle 16 incontra una signora che lo paga per essere scopata e/o leccata, lui da un po’ se ne è pure innamorato sebbene non ne conosca nome e attività. Il proprietario dell’alberghetto è Alfredo Guastini, ultrasessantenne magro e delicato, che all’interno del domestico luogo di lavoro si veste da donna e parla declinandosi al femminile; ha trascorsi di checca in Portogallo e nuovi amori da quando è tornato; si è affezionato al fedele cliente, lo spinge a ritirarsi in pensione e decide di seguire di nascosto la signora per aiutarlo (magari a lasciarla e dimenticarsene). Lei si chiama in realtà Alfonsina Nanà Malacrida, era una prostituta e ha fatto il carcere ingiustamente accusata, prima di essere accolta da un avvocato che ne ha scoperto l’innocenza; ora vive con lui in un appartamento che le ha messo a disposizione e, sotto pseudonimo, scrive libri per bambini; quando l’attore si è dichiarato ha deciso di iniziarlo ai distillati. È quasi un incrocio di triangoli e la situazione s’incattivisce; Bonamente, Alfredo e Alfonsina sono costretti ad aggiustare le loro precarie disperate doppie vite; arrabbiature e caso li portano a commettere crimini, a contrapporsi e a nascondersi; fortunatamente interviene un ottimo glaciale esperto investigatore privato con un paio di stivali texani sopra il bordo dei jeans, noto per muoversi sempre ai confini tra legalità e illegalità, che non si smentisce.

Il grande scrittore Massimo Carlotto (Padova, 1956) invecchia bene come i distillati di qualità. Con il nuovo bel romanzo si concede umori inediti nello sfondo criminale del noir e ci fa gustare sapori inconsueti (non così nudi e crudi come nel passato), strabordando i confini del genere per descrivere la morbosa società dello spettacolo e l’acida illegalità che priva i cittadini di diritti e servizi. Narra in terza varia, soprattutto sui magnifici tre naufraghi, mesti ma animati di buoni sentimenti, e cerca di esplorare la sorte o la scelta di avere una doppia seconda vita: ciò che accade a chi ha venduto (in vario modo) il proprio corpo quando diventa vecchio (per l’età o il mestiere) costretto a fare i conti con tutte le declinazioni della sopravvivenza (con note di resistenza, ribellione, sesso, latitanza e goffi tentativi di rimozione del passato) per affrontare una vecchiaia non contemplata dalla stragrande maggioranza delle brave persone. Noi umani tendiamo a creare micro realtà totalmente clandestine o addirittura seconde vite, nella mente o nella pratica. Come al solito, l’autore prima si è lungamente documentato intervistando travestiti e altri vitali doppioviventi, approfondendo le loro tipologie di sotterfugi per non innescare conflitti familiari o di coppia (dall’esito infausto). L’episodio delittuoso che mette in moto il meccanismo narrativo è un po’ diverso dal solito, banale e casuale come spesso accade nella realtà delle coincidenze, utile per raccontare gli effetti collaterali sui tre protagonisti che ne sono coinvolti; qualcuno impara a uccidere, ciascuno si confronta con le bugie e il crimine. Si rovescia così la centralità della relazione tra trama e delitto, privilegiando punti di vista che il genere può talora sacrificare sull’altare dell’intreccio focalizzato su vittima, carnefice, luogo e indagini. Il godibile appassionante scorrere del romanzo diventa l’occasione per decine di acute intrecciate minibiografie. Carlotto non ha usato pseudonimi ed è stato guida e maestro per molti autori, qui suggerisce spunti e appunti autobiografici nella descrizione di Nanà sottoposta al circo della cronaca nera e della tecnica poliziesca. Erudita specifica consulenza per whisky, gin, rum e tequila; generico il rosso abruzzese. In esergo Claudio Lolli, poi la colonna sonora fa canticchiare in più direzioni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La seconda vita di Nick Mason (Le gialle di Valerio 225)

Steve Hamilton
La seconda vita di Nick Mason
Einaudi Torino, 2019 (originale 2016)
Traduzione di Anna Martini
Noir

Chicago. Luglio 2016. A sorpresa e all’insaputa di tutti il bel bianco 35enne Nick Mason, ben rasato e dall’aria pulita, magro con muscoli tonici, alto circa 1,80, esce dall’enorme terribile penitenziario Terre Haute nell’Indiana occidentale, vent’anni prima del previsto. Vi è stato cinque anni, dentro aveva conosciuto da poco più di un anno il potente nero Darius Cole, fuori si mette al suo servizio per il tramite dell’ispanico Marcos Quintero (con tatuaggi della gang messicana numero uno). Non è propriamente in libertà ora, inizia la sua seconda vita di mobilità condizionata, niente male all’inizio. Riceve diecimila dollari in contanti, una Mustang nera 390 GT Fastback del 1968, una magnifica villa a Lincoln Park (con piscina, palestra, sala da biliardo, frigo e guardaroba pieni delle cose giuste, una coinquilina e telecamere interne), un cellulare da tenere acceso e al quale sempre rispondere, esaudendo poi la richiesta. Dovrà uccidere, lo ha capito subito. Nella prima vita non era un killer, piuttosto un ladro. Cresciuto senza padre in un povero quartiere d’irlandesi, aveva presto smesso di studiare e iniziato a rubare con i due amici fraterni Eddie e Finn, dapprima auto poi l’incasso di spacciatori isolati o altro. Finché non si era innamorato e sposato con Gina, diventando padre di Adriana e cercando di mettere davvero la testa a posto. Un apparente furbo amico di Finn aveva però proposto un ricco facile colpo al porto, avevano accettato ed erano stati traditi, Finn morto, lui in carcere senza dir nulla sugli altri, abbandonato da tutti e costretto a divorziare. Scopre che la moglie e la figlia stanno bene (con un altro, allenatore di calcio), ma arriva il primo incarico (un poliziotto corrotto), poi il secondo (un boss estorsore) e capisce che passato e presente vanno affrontati insieme, qualunque sia la vita che gli spetti. È improbabile che saprà trovare una strategia d’uscita.

Avvincente e affascinante il nuovo bel romanzo dell’affermato scrittore americano Steve Hamilton (Detroit, 1961), ottimamente narrato in prima con un continuo meticoloso intreccio fra le varie fasi delle vite di Nick: l’infanzia senza punti di riferimento e l’apprendistato alle botte e alla microcriminalità di quartiere, i sei anni a rubare macchine e i due di rapine agli spacciatori, la scelta di tirarsi fuori e di rigare dritto, il matrimonio e i lavori precari, la paternità responsabile e l’acquisto della casa, la scommessa e l’arresto; poi il penitenziario, cercare ogni giorno di rendersi invisibile, di salvare la pelle, di non provocare tensioni, di non pensare al futuro e all’altrove, l’incontro con Cole e i suoi libri; infine le prime inattese settimane da assassino dilettante forse vocato, incontrando gli antichi affetti, amici e nemici vecchi e nuovi, e altrettanti poliziotti eroici o corrotti sulle sue tracce dopo che la condanna è stata incredibilmente annullata ed è uscito da uomo libero con la fedina pulita. Racconta e magari sopravvive per ora, sta nelle cose e nella sua grande riconosciuta capacità di adattamento (negli Usa è già uscito il seguito, Exit Strategy). Nick è cresciuto dandosi di continuo regole per cavarsela sulla base delle esperienze fatte, un proprio regolamento accuratamente elaborato e rifinito nel corso degli anni. Le regole precise e rigide durano finché la realtà glielo consente, cambiano o vengono integrate alle prove dell’esistenza e dei nuovi problemi affrontati, le ha limitate al minimo in prigione (giusto restare vivo). Molta birra Goose Island; Bruce Springsteen in testa e nel cuore, in esergo e nel bar (anche a Lauren piace).

(Recensione di Valerio Calzolaio)