Il borghese Pellegrino (Le gialle di Valerio 245)

Marco Malvaldi
Il borghese Pellegrino
Sellerio Palermo, 2020
Giallo

Firenze e Castello (toscano) di Campoventoso. Ottobre 1900. L’onorevole Paolo Mantegazza, senatore del Regno, medico docente di Fisiologia presso l’Università di Firenze, autore di un gran numero di libri sugli argomenti più diversi (famoso quello sul piacere femminile), alle soglie dei settant’anni sta tenendo una conferenza sulla Vita e disegna col gesso sulla lavagna una linea a ferro di cavallo, allude a una parabola (infanzia, adolescenza, giovinezza, maturità, vecchiaia, decrepitezza). L’aula è gremita, nelle ultime file siede uno dei suoi più cari amici, agghindato in marsina e cilindro, arrivato con molto anticipo e capace di attendere sfogliando un libricino in inglese. Alla fine applausi e baci, si avvicina anche l’amico e regala a Mantegazza ben altro corposo volume, l’esemplare numero uno della quinta edizione del suo capolavoro sul mangiare bene, accresciuta di altre trentacinque ricette, LUI È PELLEGRINO ARTUSI. Romagnolo scapolo gaudente, commerciante a Firenze, ha compiuto 80 anni da pochi mesi e già dal 1891 si è reso immortale pubblicando il libro di cultura alimentare che ha scientificamente unificato l’Italia in cucina. I due chiacchierano amabilmente, il professore vorrebbe fargli conoscere una persona ricca e interessante, Secondo Gazzolo proprietario di un’azienda alimentare. Artusi accetta e li invita a cena. La serata scorre piacevole e si prospettano iniziative commerciali, Gazzolo annuncia che invierà ad Artusi per un assaggio la carne in scatola che sta iniziando a produrre e propone a tutti di trascorrere un weekend nella sua lussuosa tenuta di campagna e di lavoro con il presidente italiano dell’istituzione internazionale che si occupa dei rapporti con l’Impero Ottomano, tal delegato Everardo d’Ancona e con altri importanti ospiti. Le prospettive sembrano ottime in ogni senso, se non fosse che il sabato notte il delegato viene trovato morto asfissiato. Ucciso forse? Dal maggiordomo? O per nascondere una truffa?

Il chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974) è divenuto un apprezzato originale vendutissimo giallista dal 2007 con l’inizio della celebrata divertente serie del BarLume. Nel 2011 iniziò a intervallare le avventure matematiche dei vecchietti di Pineta con altri romanzi di genere e con saggi di natura scientifica. Le divagazioni sono via via divenute prevalenti, per il gusto nostro e di lettori curiosi che cercano intrattenimento e divulgazione. La prima uscita fuori serie fu un romanzo dedicato al baffuto Artusi nel centenario della nascita, ambientato in Maremma nel 1895. Quasi dieci anni dopo l’autore torna a quel protagonista (lui cinque anni dopo), sul quale ha continuato a leggere e riflettere, progettando addirittura di predisporre una sorta di zibaldone enciclopedico di commenti di arti e di scienze varie a partire dal ricettario, ordinato per argomenti e categorie: la sua chimica (molte ricette di Artusi ragionano della composizione materiale degli ingredienti), la linguistica e la politica, i luoghi e il meticciato antropologico di usi e costumi, la chiarezza e la sincerità. Poi si è imbattuto in un passaggio sul delitto perfetto e, a quel punto, ha saggiamente scritto un classico giallo della camera chiusa. Ancora una volta si rispettano tutti i canoni del genere (nel primo capitolo s’annuncia il futuro cadavere) e si sceglie con leggiadria dove e come scherzarci su. La narrazione è in terza varia, più frequente sul compilatore (“scrivo e riporto ricette fatte da altri. Non sono un cuoco”), anche con qualche passo del diario personale di quei giorni, ovviamente in prima persona. Molte delle cose inverosimili che si leggono sono vere. Darwin ricorre bene perché Mantegazza divulgò davvero allora le sue teorie. Circolano brandy, rhum e vino, soprattutto Barolo (anche chinato). Musica olfattiva.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La pista (Le gialle di Valerio 244)

Anne Holt
La pista. La prima indagine di Selma Falck
Einaudi Torino, 2020
Traduzione di Margherita Podestà Heir
Noir

Oslo. Dicembre 2017. Selma Mariska Falck è allo sbando. Già atleta ai massimi livelli (due volte argento olimpico di pallamano), 1,78 per 68, poi ammirata avvocata di fama, uno dei volti più famosi della Norvegia, nominata nel 2015 donna più elegante del paese, appena compiuti 51 anni all’insaputa di tutti si è ridotta in un tugurio sul lastrico per ammanchi di gioco (sedici milioni di corone, dieci valgono circa un euro). Ha comunque perso marito, figli (un 19enne e una 23enne), casa e affari, si mantiene con qualche vizioso poker segreto ed è pure ormai da tempo fisiologicamente incapace di piangere. Intanto, un uomo è rinchiuso in una cella con una parete che si avvicina e rimpiccolisce sempre più le dimensioni della stanza, vorrebbe uccidersi ma non sa come fare, è claustrofobico e terrorizzato; mentre la famosa 23enne sciatrice di fondo della nazionale Hege Chin Morell è risultata inspiegabilmente positiva ai test antidoping, siamo alla vigilia delle Olimpiadi invernali di PyeongChang, un disastro. Per varie ragioni nessuno cerca l’uomo mentre tutti parlano della ragazza. E il 55enne potente ricchissimo padre impone a Selma una scommessa, visto che dedica la vita alla irreprensibile figlia e Selma aveva sottratto i soldi persi proprio a lui quando lo aveva come cliente (obbligata presto a restituirglieli, non si sa come, insieme all’abilitazione all’esercizio della professione e all’impegno assoluto di non giocare mai più): ora dovrebbe invece aiutare Hege prima che ci sia l’ultima selezione, ha tempo circa un mese e, se riesce a dimostrare il sabotaggio e a farla scagionare, non dovrà ridargli niente. Un’impresa quasi impossibile, tanto più che, poche ore dopo, il miglior fondista viene trovato morto e subito si scopre che probabilmente pure lui aveva assunto sostanze proibite. Sembra davvero che qualcuno sia seriamente intenzionato a diventare criminale e assassino.

L’ottima scrittrice norvegese Anne Holt (Larvik, 1958), laureata in legge, giornalista dal 1984, avvocato dal 1994, ministro della giustizia nel biennio 1996-97, ha pubblicato complessivamente circa una ventina di gialli. Abbandona qui (dopo dieci avventure) la serie Wilhelmsen, iniziata nel 1993, e segue un’altra pista, la nuova serie con una inedita spettacolare protagonista. Selma ha un unico vero amico, il puzzolente barbone Einar Falsen, residente da undici anni in più scatoloni, di dimensioni diverse, sparsi in quattro posti differenti di Oslo, nei quali patisce fame (spesso) e freddo (di rado). Era stato un poliziotto molto abile e intuitivo, aveva pure scritto il banale caotico L’Abc dell’investigatore, poi aveva ucciso un pessimo uomo (che se lo meritava, secondo loro), Selma lo aveva difeso ma lui aveva comunque scelto di abbandonare ogni interesse terreno e vagabondare, da tempo non parla più con nessuno (esclusa lei), dissociato ma presente. Che straordinaria coppia per risolvere misteri! La narrazione è in terza varia, inframezzata talora dalla sceneggiatura che sta redigendo l’uomo sornione che progetta misfatti. I personaggi tendenzialmente seriali sono presentati lentamente, via via che si dipana questa prima avvincente avventura, interessante anche per la descrizione dell’ambiente dello sci di fondo (in quel paese lo sport per antonomasia, primordiale, un’essenza identitaria che unisce radicali e razzisti), delle federazioni sportive (le “gang”) e del doping (combattuto con sistemi inaffidabili che non tutelano gli atleti). Un presuntuoso furbo intellettuale intruso di quel mondo aveva scritto nel 1985 un romanzo vendutissimo e premiatissimo intitolato “Piste dimenticate”, da cui il titolo anche di questo. E si ragiona tanto sui bugiardi, sul saper mentire e sulle varie infedeltà che richiedono tempo ed energie. Hege legge Elena Ferrante. Selma canticchia gli Abba e beve solo enormi quantità di Pepsi Max senza zucchero, Einar brandy. Però circola vino rosso. Da gustare.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Vittima numero 2117 (Le gialle di Valerio 243)

Jussi Adler-Olsen
Vittima numero 2117
Marsilio Venezia, 2020 (orig. 2019)
Traduzione di Maria Valeria D’Avino ed Eva Valvo
Noir

Copenaghen, Barcellona, Nicosia e varie città tedesche. Settimane di fine 2018 (da ultimo). Nella capitale catalana il 33enne Joan Aiguader medita il suicidio, non riesce a sfondare da giornalista, è ricco di creditori, vede sull’enorme display digitale installato dal comune che il numero dei profughi annegati nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno ha appena raggiunto 2080 e stanno aggiornandolo con i corpi restituiti dalle onde quella mattina a Cipro. Ruba un po’ di soldi alla ignara ex e corre a prendere l’aereo. Sulla spiaggia di Avia Napa ce ne sono altri 36 e lui è particolarmente colpito da quello di una donna anziana, vittima numero 2117. Vi scrive sopra un pezzo, il migliore mai scritto, e l’Hores del dia il giorno dopo lo pubblica, solo che viene subito fuori da tutte le testate internazionali che quella signora era stata pugnalata sul barcone prima del naufragio, il giornale gli concede cinquemila euro e quindici giorni per andare a fondo della storia. La sua vita è così destinata a essere stravolta. Nella capitale danese il 53enne Carl Mørck e i suoi assistenti della sezione Q fanno la solita insolita vita, un loro collega più anziano è deceduto nell’ospedale dove era ricoverato. Si tratta di Lars Bjørn, lui e il compianto fratello Jess mentori di Assad, ex rifugiato dall’Iraq e ormai il collega più amato da Carl. Nessuno di loro sa (ancora) che il concittadino ragazzino Alexander, vittima di bulli e da mesi chiuso in camera nel suo mondo virtuale, ha letto un articolo su quella donna uccisa e ha deciso di vendicarla, farà una strage di ipocriti e indifferenti, dentro e fuori casa quando arriverà all’uccisione 2117 del gioco di cui è campione, Kill Sublime (è già a 1970 vittorie). Assad ha un secondo trauma in poche ore, conosceva l’anziana senza vita sulla spiaggia, decenni prima era stata una specie di madrina in Siria, non ha mai raccontato agli altri la sua vita precedente e intuisce che il trucido terrorista assassino ha due veri obiettivi d’odio: un attentato terrificante in Europa e lui stesso.

Il grande scrittore danese Carl Valdemar Jussi Henry Adler-Olsen (Copenaghen, 1950) è giunto all’ottava avventura della nuova avvincente serie (2007-2019), affronta qui con sensibilità e acume il dramma dei regimi mesopotamici, delle migrazioni forzate, del terrorismo fondamentalista, delle crisi psicotiche adolescenziali occidentali in un’unica trama ben congegnata. Il titolo ruota intorno al numero che intreccia tempi e luoghi. La narrazione è al passato in terza varia, su buoni e cattivi, comprimari e comparse assurti a protagonisti. Lo stile è secco, talora rudimentale, non lirico, coerente con vicende e pensieri terribili. Il tramite principale questa volta è una figura importante delle avventure precedenti, lo conoscevano e conoscevamo come Assad, in realtà è Zaid al-Asadi, ha una moglie e tre figli (due donne) prigioniere che non vede da tempo immemorabile (il più piccolo mai incontrato), non sapeva nemmeno che fine avessero fatto, le ha forse riconosciute vive nella foto accanto al cadavere della madrina fra i profughi morti a Cipro. Lentamente il culmine dell’azione si sposta in Germania dove stanno convergendo i terroristi e, in vario modo, tutte le parti in causa; mentre parte della sezione Q (il mitico Carl si sforza di essere ubiquo) rincorre i deliri omicidi (con la spada da samurai) di Alexander. I 61 capitoli sono intitolati ai vari personaggi che si alternano, alcuni ripercorrendo storie risalenti a decenni prima, e scandiscono il countdown verso l’epilogo del giorno 0. Al ricevimento dopo il funerale del giorno 10 Carl afferra un’intera bottiglia di rosso e sparisce con lei. Il giorno dopo si rimpinza di tavolette di Ritter Sport. Cosa non si fa per sopravvivere!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Io sono il castigo (Le gialle di Valerio 242)

Giancarlo De Cataldo
Io sono il castigo. Un caso per Manrico Spinori
Einaudi, 2020
Giallo

Roma. Novembre 2019. Il melomane sostituto procuratore della repubblica di Roma Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Rick Contino Spinori della Rocca dei conti di Albis e Santa Gioconda sta godendosi un calice di vino nel foyer del Teatro Costanzi, è appena finito il secondo atto della Tosca (col cadavere caldo di Scarpia), ma il cellulare vibra, lui è di turno, legge il messaggio e prende rapidamente un taxi per raggiungere la scena di un decesso cruento. Trova il cadavere di un personaggio famoso vittima di un incidente stradale sul tratto discendente di via delle Fornaci dal Gianicolo verso San Pietro, era a bordo ma non guidava una Iso Rivolta Fidia del 1973, notevole macchina d’epoca, roba costosa da collezionisti. Un testimone oculare aveva avvertito un botto e poi un urlo, l’auto schiantata sulle antiche mura, il passeggero senza cintura sbalzato dall’abitacolo, l’autista coperto di detriti e sangue uscito dallo sportello accartocciato. Spinori si fa portare dalla macchina di servizio all’ospedale Santo Spirito, dove era stato ricoverato il conducente, Gilberto Mangili, tuttofare del testaccino signor Stefano Diotallevi, in arte Mario Brans o Ciuffo d’Oro, settantaquattro anni, cantante pop nei Sessanta, poi bravo e sincero intrattenitore nel mondo dello spettacolo, ancora molto attivo come produttore discografico e conduttore televisivo, sempre donnaiolo. Sembra non ci sia molto da indagare, finché presto non viene fuori che qualcuno aveva tagliato il tubo che porta il liquido ai freni, la Fidia era stata sabotata, si tratta di un omicidio e bisogna scovare chi e perché ha ucciso. Nello stendere la lista di potenziali nemici (interessati ai soldi o illuse esordienti, “priffe o pelo”) si capisce che i nomi non mancano, Diotallevi aveva il vizio delle ninfette, era moralista e strafatto, al limite il colpevole poteva essere provvisto di coscienza. Tutti gli investigatori hanno altre beghe: Spinori una madre 76enne un po’ svampita, il bel figlio Alex aspirante musicista e Maria Giulia Lodi, una nuova affascinante conoscenza femminile, alta e mora, informatica.

“Ho cercato a lungo un personaggio che potesse tenermi compagnia per molti libri. Ora l’ho trovato”, spiega nella fascetta gialla il bravo magistrato e grande scrittore Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956). L’autore non è un melomane di gioventù (ben conosce Cohen e Zappa), a un certo punto ha riscoperto l’impatto emozionante con l’opera lirica, che gli ha scombussolato la vita e, ora, anche l’identità letteraria. Manrico (dal “Trovatore”) è un gran bel personaggio, perfetto per mescolare l’esperienza professionale e la passione musicale di De Cataldo con due differenti generi narrativi. Il credo è rigoroso: “non esiste esperienza umana – delitto incluso – che non sia già stata raccontata da un’opera lirica. Bisogna individuarla. E rimettere al centro della scena il melodramma della realtà”. Si comincia con due cadaveri, così, come da copione giallo. Seguono tutti i riti dell’indagine, sia letterari che istituzionali. Uno degli investigatori, però, ovvero il garantista protagonista, è concentrato sulla ricerca dell’opera (lirica) giusta di riferimento per quel caso reale, altrimenti non tutto potrà tornare. Ecco perché mantiene sempre la calma e ha una prodigiosa statistica di successi. Certo, l’unica altra fonte potrebbe essere Shakespeare (peraltro molto musicato da Verdi), qui comunque siamo soprattutto fra melomani che si fanno l’occhiolino, anche se il godimento è per tutti, rockettari compresi, basta avere il piacere di intrattenersi con letture intelligenti. La narrazione è in terza fissa al passato, con toni divertiti e romaneschi. Il titolo è tratto dal “Rigoletto”, ma ho contato almeno altre dieci opere esplicitamente citate con simpatia e arguzia, musiche e libretti di tanti. Spinori non è De Cataldo, è sì gentiluomo ma per antiche origini nobiliari (ricche e ora dilapidate), è sì affascinante e godereccio ma separato e frivolo, è sì immerso in turbinanti storie di vita ma ha una madre ancora ludopatica, non scrive capolavori e altri romanzi ma ha un autore che si fa il verso per suo tramite (pure descrivendolo alto e bello). Vero è che i punti di vista di entrambi sul lavoro giudiziario a piazzale Clodio tendono ad assomigliarsi (anche sulle intercettazioni invadenti e sui vizi mediatici), non può che diventare uno splendido personaggio seriale mite e ironico, contornato da una variegata squadra di donne, tre poliziotte, la gentile coordinatrice Vitale, la bassa sarda Orru, la nuova bella “fascista” Cianchetti, e l’efficiente segretaria Brunella. Un goccio di Sancerre per addolcire la pillola, bollicine per festeggiare. Whisky torbato (e non rum) col cioccolato fondente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Usciti di Senna (Le gialle di Valerio 241)

Michel Bussi
Usciti di Senna
Edizioni e/o, 2020 (orig. 2008, Mourir sur Seine)
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Noir

Rouen, Normandia. 4-14 luglio 2008. Una mattina dell’ottobre 1983 Muriel era nel fuoristrada con marito e figlia lungo la valle e l’estuario della Senna, li stava accompagnando a immergersi nei misteri del fiume, lui sub esperto e parecchio ossessionato. Lei, nell’attesa di vederli riemergere, era solita passeggiare nei piccoli paradisi verdi. Quella volta la caletta era vicina al marais, a un terreno paludoso pieno di uccelli, una meraviglia! Il fatto fu che da una settimana si era aperta la caccia e Muriel non lo sapeva. La trovarono cadavere in una pozza di fango e sangue. In un attimo la figlia Marine fece in tempo a fissare l’orrore della spaventosa tragedia; quel giorno il suo sconvolto padre iniziò una lenta inesorabile discesa nella follia, che sarebbe diventata omicida col precipitare degli eventi. Venticinque anni dopo nella stessa magnifica area della Normandia, da Rouen verso l’oceano, si svolge la quinta edizione dell’Armada, la seconda più importante manifestazione popolare di Francia (dopo il Tour), esperienza avviata nel 1989 e ripetuta in genere ogni cinque anni (ma talora anche quattro o sei). Magnifici originali velieri ed equipaggi da tutto il mondo, otto milioni di visitatori (tantissimi ogni giorno in fila per salire a bordo), eccezionale copertura mediatica, trecento volontari permanenti che diventano migliaia nei dieci giorni della manifestazione, mille ricevimenti ufficiali e milioni di bagordi informali, parate gioiose dei marinai in divisa sul ponte e in città, trenta battelli per mini crociere e gite, serate danzanti, fuochi d’artificio, amori. La mattina del 10 luglio avvisano il commissario Gustave Paturel che uno splendido ricco marinaio messicano è stato trovato morto, pugnalato sul lungosenna. Sulla scena arriva anche Maline Abruzze, la giornalista del più importante settimanale regionale. Dettagli e indizi sono molto confusi, la maledetta scia di sangue sembra non arrestarsi.

Il magnifico scrittore Michel Bussi (Louviers, 1965), professore universitario di Rouen (Normandia) e direttore di ricerca al Cnrs francese, ha pubblicato dal 2006 quattordici divertenti corpose avventure, tutte senza protagonisti seriali, ambientate in originali ecosistemi biodiversi, non solo della sua regione, e appartenenti al genere policier o noir. Oltre la metà dei romanzi ormai sono tradotti in italiano: dopo una sporadica apparizione nel 2014, dal 2016 le Edizioni e/o alternano la pubblicazione delle novità (è atteso il recente Au soleil redouté) con la proposizione dei primi romanzi. Questo è il godibilissimo terzo (2008) con un titolo tradotto con acuto rispondente gioco di parole. Come nelle altre occasioni, la trama risulta ben arzigogolata, ricca degli onesti trucchi e dei rovelli culturali del genere, impasto manipolato di irrazionalità e logica (anche per i lettori), questa volta attorno a cronache e finzioni connesse ai tesori dei pirati e alle utopie degli anarchici. La narrazione è in terza varia e minuziosamente cronologica sui vari protagonisti, con particolare affetto sui due che indagano, affiatati a distanza, il buon capo poliziotto di mezz’età, padre divorziato che non riesce a stare coi due amati figli (lasciati dalla ex moglie per andare alle Maldive), la reporter esperta e segnata dalla vita, single quasi 37enne che subito s’intende (non solo a letto) con l’affascinante meticcio responsabile stampa Olivier (originario di Réunion). Il bello è che l’autore è un ottimo geografo, s’intende di scienza e di storia, è attento con le citazioni di luoghi, tempi e termini, ci consegna pagine preziose di informazioni e leggende della Senna atlantica. Vien voglia di partire. Anche la musica è meticcia, il massimo della “creolitudine” se così di può dire (come afferma il primo dei due curiosi personaggi che arrivano dalla capitale, l’aitante giornalista di Le Monde e il criminologo esperto di serial killer). Per bere non ci si fa mancare nulla: vini e champagne, whisky e rum.

(Recensione di Valerio Calzolaio)