Borderless (Le gialle di Valerio 233)

Veit Heinichen
Borderless
Edizioni e/o, 2020
Noir

Friuli Venezia Giulia. Maggio 2014. La bella bionda alta poliziotta Xenia Ylenia Zannier è del maggio 1976, ha 38 anni, ostinata poliglotta intelligente imprevedibile. Subito dopo l’ultima promozione, ha deciso di rifiutare un allettante incarico investigativo alla DIA e chiesto di tornare nel Nordest. Oggi convive con l’archeologo precario Arne, è commissaria capo a Grado e la parete dello studio personale, ricavato al pianoterra di una villetta, è piena di foto e ritagli del bersaglio delle sue indagini, ufficiali e ufficiose: la senatrice triestina (già da cinque legislature) Romana Castelli de Poltieri, nata nel 1956, di centrodestra da sempre. Un manifesto riassume la complessa corrotta rete di relazioni da lei intessuta con poteri legali o illegali; ora vorrebbe farsi eleggere nuova segretaria generale dell’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, confidando nell’appoggio della Germania; proprio in regione è prevista a breve la cerimonia per le celebrazioni del centenario delle battaglie sull’Isonzo con una visita al sacrario militare di Redipuglia dei cinque confinanti capi di governo (fra i quali la cancelliera), vuole garantirsi uno spettacolare colloquio privato. Xenia appena nata aveva perso i genitori a causa del terremoto; era cresciuta a Gorizia con la zia italiana, il marito sloveno e il loro figlio Floriano, dieci anni più grande; il “fratello maggiore” si era suicidato, finanziere ventenne, ingiustamente accusato e processato per tentato omicidio dopo aver difeso amici sloveni a Trieste da vari neofascisti fra i quali il fratello della futura senatrice; alleati imperversano ancora, Carletto Castelli de Pontieri specula su tutto e milita in Patria Nostra, un’organizzazione xenofoba che tappezza anche Grado di manifesti e slogan contro l’Unione Europea e la Germania. Proprio in quei giorni poi uno scafo lascia sulla spiaggia quaranta profughi del Medio Oriente, qualcuno da lì sta gestendo la rara rotta migratoria, mentre in genere i traffici sul grande golfo riguardano soprattutto le armi durante e dopo la fine della (ex) Jugoslavia, e anche ora. Nel guazzabuglio interconnesso di eventi sociali e criminali Xenia dice la sua.

Veit Heinichen (Villingen-Schwenningen, 1957) è un economista tedesco che ha scelto prima di essere solo un professionista letterario, libraio editore giornalista, poi di trasferirsi nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia dove vive da decenni. In oltre venti anni ha scritto una decina di belle premiate avventure di genere giallo, imperniate sul testardo affascinante capofamiglia Proteo Laurenti, ormai vicequestore quasi sessantenne, che appare anche in questo romanzo per aiutare Xenia. Ma la protagonista è solo lei, per quanto la narrazione proceda in terza varia. Vorrebbero fermarla in tanti, laureata in Scienze Politiche a Padova, refrattaria alla disciplina, eccentrica e claustrofobica patologica, fumatrice nuotatrice camminatrice, allenata nel tiro con la pistola e nel Muk Yan Jong all’aperto, capace di girare di continuo in scooter oppure di ritirarsi tranquilla nella propria piccola barca, sola o bene accompagnata. In parallelo agiscono i vertici in lotta del BND, l’intelligence tedesca, altri rilevanti protagonisti del romanzo, costretti inoltre a cercare di bloccare l’accurata indagine sui traffici illeciti e corrotti di grandi istituti finanziari austriaci e tedeschi collusi con i relativi ministri e governi, condotta da un giornalista di Salisburgo amico di Xenia. Lui la chiama proprio a inizio avventura, preoccupato per la propria sicurezza, sta per andare a palazzo di giustizia per un colloquio con un signor procuratore probabilmente invischiato. Quando esce viene ucciso con un colpo di scimitarra, ma Xenia riceverà quanto le aveva già spedito e Arne creerà un account Hushmail con il nickname Borderless, che è appunto il giustificato titolo del romanzo, insieme giallo, noir mediterraneo, spy-story, memoria storica. Tutto supera ogni limite e resta impossibile da confinare, stiamo sempre tutti anche altrove. Xenia tende a pensare che pure le relazioni affettive esistano solo per non mettere in discussione se stessi e scaricare la colpa sull’altro. Così, vi è un continuo intreccio fra dimensione interstatuale e inter-istituzionale, politica e sociale, criminale e personale. Ad alto livello di qualità. Vista la zona, i vini non sono da meno: prosecco e malvasia, spumante Edi Kante e Nekay.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’inverno più nero (Le gialle di Valerio 232)

Carlo Lucarelli
L’inverno più nero. Un’indagine del commissario De Luca
Einaudi Torino, 2020
Noir

Bologna. Dicembre 1944. Erano tempi in cui la gente moriva, al fronte o schiacciata dalle bombe, veniva arrestata, torturata, uccisa. La mattina dell’uno dicembre il mitico commissario De Luca, vicecomandante della Squadra Autonoma di Polizia Politica, incrocia tre diversi morti ammazzati nell’arco di 400 metri, fra i portici e i vicoli del centro. Lui osserva e s’incuriosisce per l’incredibile coincidenza; da tempo sa che un dettaglio non costituisce una teoria, una pistola non fa l’assassina. A via Senzanome un ingegnere è stato ammazzato di botte; De Luca non è arrivato lì per caso, ha un incarico preciso: infilare di soppiatto nella tasca del cappotto del morto un foglietto (“così finiscono i fascisti”) per intorbidire le acque e incolpare i banditen partigiani. Santi della Criminale è già sul posto e forse non se ne accorge, comunque spiega che sono stati avvisati da qualcuno che aveva sentito colpi d’arma da fuoco e un sottotenente cieco conferma: tre spari e tacchi sul selciato. Si mettono a cercare verso via Nosadello e trovano un morto in uno scantinato di via Fregatette: il corpo nudo, supino, fradicio di un tedesco in uno stagno acquitrinoso da qualche giorno, strangolato; meglio filarsela. Più tardi viene scoperto lì vicino il cadavere del professore universitario Brullo con un buco in un occhio, lo chiamano a dare un’occhiata, potrebbe esserci un sospettato facile. De Luca vorrebbe indagare approfonditamente ma il suo capo Rassetto gli chiede di trovare il Notaio, anello di congiunzione fra Resistenza e Alleati; poi, a farlo parlare, ci avrebbero pensato quelli di un’altra ala della Facoltà di Ingegneria dove lavorano e alloggiano. Con qualche fatica, il più brillante investigatore della polizia italiana (come viene definito) verrà a capo di tutte le complicate vicende umane e politiche, su cui confliggono le varie parti in causa; da sbirro, non da militante.

Il grande poliedrico scrittore, oltre che sceneggiatore e conduttore televisivo, Carlo Lucarelli (Parma, 1960) mantiene desta l’attenzione sul suo primo personaggio, protagonista della trilogia con la quale, a partire da trenta anni fa, esordì nella letteratura di genere noir, dopo aver raccolto tanti materiali per una tesi di laurea in storia contemporanea sul fascismo e sulla polizia della Repubblica di Salò.
Siamo al sesto romanzo con De Luca, nato a Parma come l’autore.
La narrazione è divisa in tre parti (gli omicidi, le indagini, gli assassini), sempre in terza persona fissa: sono il pensare e l’agire del protagonista che osserviamo, un investigatore che si eccita se trova un mistero o una pista e non sopporta l’idea che poi si possa individuare un colpevole sbagliato, più per la sua estetica che per l’effettiva verità (o che per l’esercizio della giustizia). Lui non è redento né redimibile, anche se guarda da un’altra parte rispetto alla dittatura, non alza mai le mani direttamente su nessuno, prova vergogna di non provare abbastanza vergogna e possiede una pietà fredda per ogni persona, anche in quel contesto in cui la violenza è abituale e (quasi) normale. Nessuno dei delitti è quel che sembra, anche quando una prima volta De Luca pensa di averne capito il senso (non coincidente comunque con la versione ufficiale), tutto torna in alto mare e deve ricominciare da capo. L’autore si cimenta con la sfida di tre inchieste parallele, differenti e indipendenti, private e politiche. La vince. A renderle unitarie e comuni sono la città e la guerra, da una parte un centro storico con seicento mila civili sfollati fra coprifuoco e bombardamenti, dall’altra le forze in campo, eserciti istituzioni brigate con poteri scossi e spie infiltrate, in un periodo in cui nessuno ha certezza del futuro e tutti cercano complicità per il dopo. Del resto, Brullo teneva il corso di Biologia delle Razze e il Notaio è proprio un insospettabile. Segnalo l’alto Spagnuolo, segretario particolare del Prefetto. Giravano molti liquori, comunque: Porto, Black Label, anice e chianti. Pure il Trio Lescano cantava Maramao perché sei morto?

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Mercato nero (Le gialle di Valerio 231)

Gian Mauro Costa
Mercato nero
Sellerio Palermo, 2020
Giallo

Palermo. L’agente semplice Angela Mazzola è in ferie a Torino per abbracciare il 37enne fratello manovale, appena divenuto padre di Salvatore. Quando non è in ospedale da Annalisa e nipotino, gira sola e bella fra mercati e locali, ormai ha imparato che i loschi figuri si possono incontrare ovunque (tanto lì quanto a casa, tanto a Pordenone quanto a Macerata), poi lei è una sbirra sommelier. Il cellulare squilla, il suo pignolo dirigente dell’Antirapina spiega che deve tornare subito in questura, il capo della Mobile in persona l’ha richiesta per collaborare a un caso delicato dalla Sezione Omicidi. In piena movida a Ballarò (di giorno mercati stracolmi, di notte sballo diffuso), tra la folla, mentre era con due ignari amici, un colpo di pistola ha ucciso Ernesto Altavilla, un 39enne single (separato) nobile proprietario terriero. Lei dovrebbe infiltrarsi nei locali del popolare storico quartiere, a partire da quello davanti a cui è avvenuto il delitto, il Benin Café; sembra che non si sia fatto avanti alcun testimone, né emergono plausibili movente o rivendicazione. Angela torna al suo piccolo confortevole attico vista mare e terrazza dell’Acquasanta, riprende la convivenza con la labrador Stella (dopo averla affidata alla cara solidale anziana zia Giuseppina), inforca il motorino Liberty 200 e si getta a corpo morto nell’indagine. Nota disegnato sui muri uno strano simbolo che l’aveva già incuriosita a Torino, un’ascia che spezza le catene strette intorno a un paio di polsi. Conosce presto Jamal, capelli ricci e occhi profondi, il ragazzo di colore che presta servizio nel locale. Quella è zona di nigeriani, forse la vittima frequentava di nascosto una loro connazionale e certo la scritta appartiene all’organizzazione Ascia nera, la Black Axe, formatasi all’inizio presso l’università di Benin City, poi divenuta spesso all’estero una mafia criminale.

L’ottimo giornalista (ora in pensione dalla Rai) e scrittore Gian Mauro Costa (Palermo, 1952) prosegue la bella nuova serie, in terza fissa al passato. La protagonista è ormai poco più che trentenne, infanzia non ricca a Borgo Nuovo, diploma scientifico e leva completati in collegio e con lavoretti vari, lunghi capelli ondulati color rame, viso aggraziato, corpo slanciato (verso il metro e settanta) e muscoloso (per palestra occasionale e corsette mattutine), curve notevoli da “gran figa” (a detta dei colleghi), rockettara (grazie al fratello maggiore), libera e ancora cautamente disponibile a un amore solido. Serve all’autore per raccontare i tanti volti e sospiri della sua straordinaria città, soprattutto i mercati, di giorno e di notte, di affari e malaffari (da cui il titolo). Non a caso, Angela torna di continuo dai colleghi e amici della sua sezione di appartenenza, alle prese con strani furti in una zona ricca in cui la gang di ladri sembrano andare a colpo sicuro. E s’imbatte anche in un grosso furto, antico e segreto, subito dalla famiglia della vittima, con conseguente ricerca fra enormi tesori di opere d’arte varia, acquisiti e collezionati non proprio in forme ortodosse. Insomma, la prostituzione nigeriana non è l’unica pista da seguire per una spigliata intraprendente tipa dotata di grande intuito poliziesco, al di là delle irritualità procedurali. Piatti multietnici e degustazioni alcoliche di ampio genere, dal tamargo alle birre e a vini bianchi, rossi e rosati, sofisticati o beverini che servano. Alla passione si associano le ballate di Bruce Springsteen, Angela ama il blues.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’uomo che amava i libri (Le gialle di Valerio 230)

George Pelecanos
L’uomo che amava i libri
SEM Milano, 2020 (orig. 2018, The Man Who Came Uptown)
Traduzione di Giovanni Zucca
Noir

Washington, D.C.. Primavera. Phil Ornazian è un investigatore privato fissato con l’etimologia delle parole, di origine armene, spalle larghe e barba spruzzata di grigio, capelli neri corti, sposato con la deliziosa Sydney, due figli piccoli Gregg (quattro anni e mezzo) e Vic (poco più di tre), due cani incroci di pitbull. Già bassista di un gruppo popolar-metallaro, ora non s’impasticca né s’ubriaca più, lavora per avvocati e, per mantenere meglio la famiglia e assicurare il futuro, arrotonda con rapine a delinquenti (in compagnia del solido possente quasi settantenne Thaddeus Ward). Tramite un altro detenuto fa avere un messaggio a Michael Hudson, dentro per aver fallito nel fregare i soldi a uno spacciatore, sta cercando di aiutarlo nella prospettiva di avere poi ricambiato il favore. Hudson è un 29enne alto con una folta barba e capelli cortissimi, fisico asciutto, tranquillo. Sta in carcere da un anno e, grazie alla trentenne responsabile della biblioteca circolante Anna Kaplan Byrne, ha scoperto i libri (prima mai usati), è divenuto un lettore vorace e partecipa ai gruppi di lettura con cauta perspicacia. Miss Anna, pelle olivastra, capelli neri e occhi screziati di verde, non si trucca per andare in prigione, veste in modo sobrio e pratico, ama profondamente il suo lavoro e vive abbastanza serena col marito avvocato, ancora senza figli. Ornazian, mentre affronta con determinazione uno stupro opera di suprematisti bianchi, riesce a intercedere per Hudson. Lui viene rilasciato quando il testimone (minacciato) si rifiuta di deporgli contro e torna a vivere dalla madre, deciso a trovare un lavoro onesto (prova con successo il lavapiatti al District Line), a rigare dritto, a girare per librerie e biblioteche, a continuare a leggere il più possibile. Ora però deve fare da autista per illegali azioni violente, reincontra per caso Anna, legge molto, affronta nuovi dilemmi della vita.

Il bravissimo autore di origine greca nella capitale americana George Pelecanos (Washington, 1957) ha fatto innumerevoli diversi lavori in gioventù prima di divenire un romanziere premiato e affermato, commentatore giornalistico, soggettista, sceneggiatore, distributore cinematografico, sempre con un’alta qualità di scrittura. Era da un po’ che non veniva tradotto (tanto più che i primi libri non lo sono mai stati) ed è un piacevole meritato grande ritorno sulla scena italiana (dopo il premio Raymond Chandler del 2005). Racconta in terza varia (sui tre protagonisti) la sua città lontana dai luoghi dell’immenso potere politico e la cronaca nera metropolitana dal punto di vista dei piccoli criminali immersi in contesti di miseria, razzismo e corruzione; qui tre (quasi) coetanei con vite parallele solo poco e per caso intersecate, con pulsioni ed eventi che impongono scelte e dinamiche etiche, senza grandi orrori o amori, con l’universale difficoltà di conoscerne davvero la vita interiore. Il titolo americano fa riferimento proprio al trovarsi in centro e al centro (dalle periferie della capitale e dei punti cardinali, dei valori e delle scene); il titolo italiano sottolinea giustamente il potenziale ruolo della lettura ovunque e per tutti. Infatti, alla fine l’autore ringrazia i detenuti del carcere del Distretto di Columbia, con i quali ha interloquito in questi decenni; il testo è ricco di dialoghi relazionali e conversazioni collettive su tanti bei libri, riassunti, citati e sviscerati con sana espressione di differenti opinioni e spunti; i volumi cartacei sono ovunque, un’epidemia di nicchia. Vino di preferenza bianco, chardonnay dopo colazione. La musica di Michael alterna go-go, hip-hop e rhythm ‘n’ blues (grazie ai dischi della madre).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Riti notturni (Le gialle di Valerio 229)

Colin Wilson
Riti notturni
Carbonio Milano, 2019 (orig. Ritual in the Dark, 1960)
Traduzione di Nicola Manuppelli
Noir

Londra. Cinquant’anni fa. L’agitato biondo attraente 26enne Gerard Sorme, aitante aspirante scrittore che supera il metro e ottanta, esce solitario dalla metropolitana di Hyde Park Corner (spesso preferisce la bici). Piove, fa la fila leggendo e poi visita le mostre della pinacoteca. Ha una piccola rendita da cinque anni, non ama lavorare, legge molto e vive poveramente in cerca d’ispirazione. Quel pomeriggio incrocia più volte un uomo ancor più alto, zigomi alti e occhi a mandorla, lunghi e setosi capelli castani e denti irregolari giallastri, circa 30enne forse brutto (viso scarno e butterato) ma in modo piacevole. Di fronte a un dipinto a olio di una ballerina in tutù bianco pensa che l’uomo un po’ gli ricorda Nijinsky, il grande virtuoso ballerino e coreografo russo di origine polacca Vaslav Fomich Nijinsky (Kiev, 28 dicembre 1889 – Londra, 8 aprile 1950). E proprio Nijinsky è il loro primo argomento di conversazione quando l’approccio avviene. Gerard capisce subito che si tratta di un cortese colto strano omosessuale, di provare sia attrazione che repulsione. Si chiama Austin Nunne e, fra l’altro, ha scritto tre ottimi libri, uno su Nijinsky. Il padre risulta disgustosamente ricco, lui è figlio unico, partecipa a tutti i concerti, le opere e i balletti (non solo della città), pilota un aeroplano, guida macchine lussuose o veloci. Vanno a bere alcol da varie parti, poi a casa della dolce zia irreprensibile zia di Austin, Gertrude (circa quarantenne), divisa fra due differenti compagnie, un circolo letterario e i Testimoni di Geova, molto legata alla bella bionda nipote Caroline, quasi 18enne aspirante attrice. Il problema è che qualche maniaco uccide donne peccaminose a Whitechapel. Gerard non lo sapeva ma l’omicidio di cui legge, e di cui tutti parlano nella casa della stanza d’affitto dove ha traslocato, in realtà è già il quarto degli ultimi 11 mesi. L’indagine finisce per coinvolgerlo da vicino.

Il grande saggista e scrittore inglese Colin Wilson (Leicester 1931 – St. Austell, Cornovaglia, 2013) fu personalità poliedrica e complicata. Divenne molto noto fra gli intellettuali europei nel 1956, a nemmeno 25 anni, con un audace saggio d’esordio su alcuni grandi “particolari” artisti della letteratura (e della pittura), The Outsider. Poi scrisse di tutto e di più, fiction e no fiction, all’inizio molti mystery di vario “genere” (e sul genere aveva interessanti peculiari opinioni). La stesura di questo bel verboso romanzo è contemporanea al primo libro, pur se rifinito e pubblicato quattro anni dopo. Siamo nella swinging Londra notturna di fine anni cinquanta, narrazione tutta in terza fissa sulla mente e sulle azioni del giovane sensibile perdigiorno (in parte autobiografico), sui suoi sogni e incubi, sulla sua (già radicata assoluta) idea del mondo e della (eventuale) morale, sulle situazioni esistenziali inconsuete e “al limite” che si trova ad affrontare, un po’ curioso e un po’ travolto da ribrezzo e fascinazione. Si viaggia con lui nel tempo, fra delitti e indagini, possibili indiziati e accurati investigatori. Lo attanaglia il morbo di verificare i morbosi, in un turbinio di pensieri e colloqui (senza virgolette). Sarà protagonista anche di altri due romanzi negli anni successivi e la trilogia viene ora opportunamente riconsegnata ai lettori italiani in questa nuova ottima edizione (e traduzione). Impulsi e diari sessuali incombono. Tante birre, superalcolici di continuo e (talora) qualità, fortunatamente si comincia dal rosso Chianti in un bel ristorante di Soho. Eseguita competente musica classica.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I quattro cantoni (Le gialle di Valerio 228)

Gabriella Genisi
I quattro cantoni
Sonzogno Venezia, 2020
Noir

Bari. Fine autunno, circa un annetto fa. All’alba del 3 dicembre la brava attraente commissaria Lolita Lolì Lobosco, diffidente di carattere e corvina di capelli, madre siciliana e padre napoletano (carabiniere ammazzato davanti casa quand’era piccolina), profilo civetta su Facebook, amica di Montalbano (una vecchia breve storia di passione), ormai 45enne, si sveglia nella casa in affitto sul mare di Giancarlo Caruso, il bel vicequestore separato (con figlio) dai capelli lunghi e brizzolati, con il quale aveva vissuto una mezza storia durante il mandato a Padova e che l’ha raggiunta in Puglia per consolidare il rapporto. Sono presenti sia la gatta Penelope che il cane Buck, vivono con lui, il risveglio è piacevole. Però lei non è ancora pronta a mettersi un uomo nella sua di casa, di scottature ne ha già avute parecchie, sui maschi ormai non fa affidamento affettivo, le brucia ancora il gioco delle tre carte dell’ex marito Michele e del più recente Giovanni Panebianco, narcisista patologico. Poi l’avvisano di un omicidio avvenuto poche ore prima, cambia tutto, ne è totalmente assorbita. Dopo una tortura lenta e raffinata hanno ucciso un fotografo professionista, il 50enne Nanni De Carne, basso e magrolino, trovato appeso a un gancio del soffitto, a testa in giù, bocca imbavagliata e corpo flagellato con un coltello da bistecca. Faceva foto a prostitute nigeriane dalla finestra, aveva materiale pedopornografico, in qualche modo era coinvolto in una rete di ricatti. Bisogna vederci chiaro. All’inizio sembra che siano stati due rom, certo avevano di che vendicarsi, però le prove scarseggiano. Arriva il Ministro che ci mette il carico da undici. Lolita è sconvolta dal clima di odio e razzismo e coinvolta dai drammi della comunità rom e delle bambine violate. Caruso è inspiegabilmente scomparso (con una donna?), Panebianco improvvisamente morto di malattia, tutto turbina intorno con altre uccisioni efferate. Qualcuno di vicino la mette sotto tiro e gioca con lei, agli angoli le pedine, lei al centro, rischia la vita.

Ottava avventura (in dieci anni) della divertente serie (presto in televisione) sull’intraprendente decisa commissaria Lolita (nome popolare evocativo) per la brava scrittrice Gabriella Genisi (Bari, 1965). Il titolo fa appunto riferimento al gioco, nome che la protagonista assegna infine all’intera operazione. La scrittura è cresciuta per stile e maturità, davvero un buon romanzo, leggero ma non leggiadro, complesso al punto giusto. La trama riprende tante questioni d’attualità, il personaggio (che scarica le tensioni al poligono di tiro) e le dinamiche sociali funzionano, dialoghi e battute non annoiano, l’arte c’entra, pochi ingranaggi “gialli” non vengono approfonditi (per esempio il delitto del 1983). In tal senso, anche la nuova protagonista individuata dall’autrice in Salento, “il” maresciallo 28enne Francesca Chicca Lopez, appare frutto di una stessa complementare ottima ricerca letteraria. Sintetica ed efficace la descrizione delle famiglie zingare nei campi rom, distanti dal preteso nomadismo. Appare pure il giustiziere di Macerata a pagina 42. La telefonata con Salvo è tutto un programma! Il rum risulta davvero ottimo con la cioccolata fondente (per quella di Modica è più incerto), per quanto dica Del Giudice, il collega della Digos tornato da Roma. Comunque, come da tradizione, vi sono oltre una decina di reinterpretate succulente ricette pugliesi in fondo, memoria di generazioni di nonne, talora anche con l’abbinamento dei vini (il Negroamaro per esempio) e del vestiario (Loubuotin e Chanel N. 5).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Nero come la notte (Le gialle di Valerio 227)

Tullio Avoledo
Nero come la notte
Marsilio Venezia, 2020
Noir

Pista Prima, nordest. Febbraio 2020. Molti chiamano la città Pista Prima per via di un vecchio libro in cui uno scrittore aveva così rinominato la sua, prendendo spunto da George Orwell, un luogo a suo tempo molto vivibile e oggi in crisi (come tanti altri). Il peggior quartiere è un quotidiano esperimento di sopravvivenza, “le Zattere”, piaga bubbone pustola ovvero area di un ricco progetto urbanistico abbandonato e di successivi falliti tentativi di riqualificata speculazione, ormai ecomostro acquisito e lontano dal centro con quattro enormi edifici degradati (uno bruciato), canali nebbiosi, strade dismesse, campi spogli, discariche abusive, viadotti incompiuti, tunnel pericolosi, informali mercati, precari insediamenti ovunque nella sterpaglia, centinaia e centinaia di persone periferiche di tutti i generi, tipi, colori, odori e lingue, funzioni, attività. Niente fognature illuminazione servizi, un mondo a parte con regole proprie e un Consiglio di tre che presiede alcune scelte di convivenza minima fra i migranti irregolari. Lì si risveglia Sergio Stokar, malmesso fisicamente (neanche più possibilità di sane erezioni) con vaghi ricordi di quel che era e avvenne. Un poco rimesso in sesto da uno strano medico in uno strano ambulatorio, continuando a sognare i trascorsi di alcol droghe sesso, accettano di farlo rimanere incaricato di diventare una specie di sceriffo. Era un poliziotto forte, capace, famoso e molto fascista razzista, prima di sbroccare. Vien presto fuori che sono state atrocemente uccise delle ragazze, fra di loro una splendida prostituta polacca che lui aveva amato. Ci si mette d’impegno per scoprire i colpevoli, per quel che può, con continue incursioni nella vita urbana che conosciamo, fra criminali di tutte le risme collusi con poteri di ogni tipo.

L’ottimo bancario scrittore Tullio Avoledo (Valvasone, provincia di Pordenone, 1957) ancora una volta (dopo quasi una quindicina di romanzi in poco più di 15 anni) affresca un mondo letterario contiguo agli ecosistemi umani reali, cupo e affascinante, compatto e turbinante. La narrazione in prima persona è del 50enne derelitto bipolare investigatore che, però, lui stesso (con frequenti corsivi) ricorda confusamente la moglie e il divorzio (poi Maria Luz e Dolores), non distingue chiaramente gli incubi dai pericoli, e soprattutto non conosce bene cosa è accaduto per farlo rinascere come Lazzaro, cosa di vero o falso c’è nella propria testa sul passato e sul presente, chi e perché in vario modo lo manovra, lo attrae e respinge. Non (gli) mancheranno ovviamente incontri sanguinolenti, snuff movies, complotti, stragi. Innumerevoli i personaggi rimarchevoli efficacemente delineati. Del resto, nel prologo (in terza persona) il 31 dicembre 1999 l’Albanese aveva già accoltellato a morte lo Zingaro per costruirsi un futuro. Per tutti, comunque, del domani non vi è certezza, mentre Sergio tiene almeno fermi il legame verso gli affetti sentimentali e l’odio per l’avidità cinica. Titolo noir (non molto originale) da un verso di Milton. Continui e precisi i tristi riferimenti all’oggi, dai recenti governi della montante marea di merda populista all’ordinanza comunale del 2017 che vieta di dare cibo ai colombi. Ogni tanto appare grappa di qualità, almeno downtown. Suonerie, canzoni e concerti di vario credo politico e musicale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)