Elefante a sorpresa (Le gialle di Valerio 221)

Joe R. Lansdale
Elefante a sorpresa. Un’indagine di Hap&Leonard
Einaudi Torino, 2019 (orig. 2019)
Traduzione di Luca Briasco
Noir

LaBorde. Il gennaio scorso. Tempaccio in East Texas. Freddo, vento, tuoni, lampi, tanta tanta pioggia. Alberi divelti, strade inondate, corrente saltata, dai temporali a un diluvio, a una tempesta, finanche proprio a un uragano. Hap e Leonard hanno finito un lavoro di sorveglianza a San Augustine e stanno tornando a casa. Non c’è nessun’auto per strada, è buio fitto, d’improvviso i fari della loro Prius illuminano una minuta ragazza asiatica albina, a piedi nudi e in pigiama, gli occhi impauriti di un azzurro slavato. La fanno salire dietro, non parla, ha la bocca piena di sangue. Poi sbuca un Suv nero, esce un nero grande e grosso che solleva una pistola e spara. Scappano, vengono inseguiti, rispondono al fuoco, il Suv sbanda e finisce in un fossato pieno d’acqua sul lato della strada. Portano la ragazza in ospedale, qualcuno aveva cercato di tagliare la lingua della giovane, segata quasi a metà. In piena notte avvisano gli agenti di servizio, il Suv c’è ancora, vuoto e identificato come rubato. I nostri due eroi vengono interrogati alla stazione di polizia della piccola città, mentre un bravo poliziotto è piazzato davanti alla porta della ferita, Nikki è già sotto intense cure mediche. Hap avvisa la sua rossa Brett, rintanata a casa con Chance, Reba e Buffy. Le spiega cosa è accaduto, che non sanno niente della ragazza e che intuiscono non sia ancora al sicuro. Tornano in ospedale e fanno bene. Qualcuno la vuole presto morta, sono tanti e molto cattivi, hanno mezzi e coperture potenti, risulteranno disposti a uccidere chiunque si metta di mezzo. C’è poco da indagare, si tratta solo di tentare di salvarla e salvarsi fra le intemperie del pessimo tempo da lupi, senza saperne bene il motivo.

Un nuovo romanzo di botte sanguinanti e sparatorie letali, classico hard-boiled, arricchisce la divertente intelligente serie noir di Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951). Gli allenati ma attempati Hap e Leonard vorrebbero stare tranquilli, rischieranno l’osso del collo e, come al solito, useranno varie volte non solo le arti marziali ma soprattutto il fattore sorpresa, violenza necessaria fatta virtù con l’ironia, trovate un po’ sceme ma piene d’energia, l’elefante come lo chiamano loro (da cui il titolo). Il narratore è ovviamente Hap, al passato. I capitoli sono brevissimi e i dialoghi la fanno sempre da godibili padroni, fra i due, fra i due e altri, fra i due e i cattivi, tenendo presente che il peggiore è questa volta Wilson Keith, il re del crimine di tutto il Texas orientale; più che al figlio si affida alla crema della crema, una squadra di sicari e delinquenti molto armata ed efficiente, forzuti e forzute della High Cotton Gang, pagati per far diventare LaBorde come Juárez all’apice delle guerre di droga. Per la somma giusta ammazzerebbero anche le loro madri. Mentre a loro volta i due si sono subito affezionati a Nikki che pure, forse, non è proprio uno stinco di santa. Sarà arduo contare i morti. Così Hap per tutta l’avventura mantiene il rovello delle sue regole da idealista ferito ed esitante, con un’anima “liberal” e una mira eccelsa: non c’è motivo di ammazzare una persona se non risulta proprio indispensabile, bene cercare giustizia senza agire per rabbia o vendetta e senza distruggere la speranza, meglio non usare sempre e solo pugni e armi per risolvere i problemi gravi. Peraltro un tempo ballava bene e la playlist di Brett merita morbido ascolto: Runaround Sue di Dion, Beach Boys, primi Beatles, Buddy Holly, Johnny Cash e tutti gli dèi del rhythm and blues.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La storia del giallo in 50 investigatori (Le gialle di Valerio 220)

Luca Crovi
La storia del giallo in 50 investigatori
Centauria, 2019
Letteratura

Pianeta Terra. 1841 (Dupin) – 2013 (Schiavone). Alcuni fanno risalire la figura del primo investigatore al Dio della Bibbia, altri citano i testi di Sofocle, Erodoto, Eliodoro o Le Mille e una notte (900 d. C.), altri ancora Shakespeare o Voltaire. Tutti gli studiosi concordano però che, se si deve trovare un padre nobile e consapevole del genere della detective story, il dito va puntato verso l’americano Edgar Allan Poe e verso il suo eccentrico Auguste Dupin. Dopo di lui un diluvio di personaggi mitici, espressione di tutti i continenti e di quasi tutti i paesi e di molte lingue, uomini e donne (pure italiani ovviamente, una decina), singoli individui o coppie o squadre, narrati in prima o in terza persona, individuati in romanzi seriali o unicum, come (anche solo) nei fumetti e in televisione. Il bravissimo esperto, conduttore radiofonico e fumettologo Luca Crovi (Milano, 1968) ha selezionato cinquanta celebri investigatori, ne ha compilato una scheda essenziale (creatore, data della prima apparizione, descrizione in poche parole, eventuali soprannomi e attori chiamati a interpretarli), ne ha poi narrato sulla base delle fonti certe un godibile arguto ritratto condensabile in una cartella per ciascuno. L’elenco in ordine alfabetico inizia dall’87° Distretto (McBain, 1956) e termina con Nero Wolfe (Stout, 1934). Credo che vi siano solo due di loro che vanno attribuiti alla stessa penna, quella dell’immensa Agatha Christie (Miss Jane Marple 1927 e Poirot 1920). Dai fumetti vengono Batman 1939, Dylan Dog 1986, The Spirit 1940, Dick Tracy 1931; dalla televisione (americana e italiana) i tenenti Colombo 1960 e Sheridan 1959. Apprezzabile il notevole competente equilibrio nella scelta; ogni lettore potrebbe segnalare una propria ingiustificata presenza o assenza, però l’insieme tiene davvero bene conto dei quasi due secoli della articolata storia culturale di un genere di globali successo e diffusione, con protagonisti imprescindibili per quasi ogni letteratura nazionale.

Il volume è un buon regalo per tutti gli appassionati, divertente senza pedanterie. Nell’introduzione l’autore offre spunti curiosi innanzitutto di carattere storico e comparato, con paragrafi essenziali: chi è stato il primo e quali sono stati i primi veri passi; la nascita di Sherlock Holmes; la scuola francese e spagnola; i gialli scientifici, psicologici, a enigma; la semplice arte americana del delitto; l’arrivo dei serial killer; il cambio del mercato e i nuovi private eye; i neri di Goodis, Thompson e Himes; poliziotti indiani, russi e americani; ergastolani e mafiosi; legal e autoptic thriller; la scuola italiana; noir e thriller nordici; fumetto, illustrazione e televisione. Segue la disamina del gergo della suspense, ovvero un piccolo glossario dei termini giallo, hard-boiled, mystery, noir, pulp, thriller, spy-story, procedural, polar. Non poteva mancare prima dell’elenco un ironico originale decalogo delle regole del genere, partendo dalle venti individuate nel 1928 da Wright (S.S. Van Dine). Il tutto corredato da un’accurata grafica (gialla) e da belle illustrazioni a colori di Angelo Montanari; nelle stesse pagine dedicate ai magnifici 50 a destra c’è il testo, a sinistra un disegno specifico, il cappello degli agenti per l’87°, la nuca e la vestaglia con orchidee per Wolfe. Una (parziale) bibliografia completa il bel volume di feconda frequente consultazione, mentre manca l’indice dei nomi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Forse ho sognato troppo (Le gialle di Valerio 219)

Michel Bussi
Forse ho sognato troppo
Edizioni e/o Roma, 2019
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca (ed. fr. 2019, J’ai dû rêver trop fort)

Bacino della Senna e Parigi, Montréal, Los Angeles, Barcellona, Giacarta. Settembre 2019 (e autunno 1999, venti anni prima). Nathalie Nathy, minuta bella brunetta, chiacchierona e festaiola, occhi grigi con riflessi verdi (azzurri se si sente innamorata), ribelle ciuffo a scopino, ha quasi 53 anni e da trenta fa l’hostess di volo Air France nel mondo, quindici giorni ogni mese in perenne jet lag. Da 27 è sposata con Olivier, corpulento affascinante falegname silenzioso e affidabile che ha anche costruito la bella casa di legno in cui vivono a Port-Joie sulle rive del fiume; hanno due figlie, Laura 26enne infermiera con coniuge e due gemelli piccoli, Margot 18enne liceale conflittuale, tutti i suoi amati familiari punti fermi. Con la piccola Honda Jazz blu fa spesso i centoventi chilometri, avanti e indietro, che li separano dall’aeroporto di Roissy. Questa volta è pensierosa, stanno accadendo eventi strani e curiose coincidenze: in particolare, il calendario delle tratte del mese prevede tre successive destinazioni (Quebec, California, Indonesia) esattamente identiche a quelle toccate nel mese che le aveva cambiato la vita fra settembre e ottobre del 1999. Quel dì, prima di imbarcarsi per Montreal, al confine fra i Gate M ed N, le era capitato di sentire un esile affascinante ragazzo suonare la chitarra, berretto scozzese rosso, lunghi capelli ricci, viso raffinato, con amore reciproco a prima vista. Scoprì che era al marginale seguito dei Cure (gruppo ristretto e vero staff in business class), scambiando poi poche parole in volo, rivedendosi castamente in città senza riuscire a fare a meno di desiderarsi. Si chiama Ylian, poi per un mese si amarono e incontrarono di nascosto, non lo ha più rivisto, hanno stipulato un complicato contratto (pure di non cercarsi), ognuno per la sua strada. Fu la prima (e ultima) scappatella, mantiene pochi simbolici segni, nel cuore qualcosa di profondo conturbante indimenticabile. Improvvisamente ora tutto la riporta indietro nel tempo, forse c’è del male dietro casi e appuntamenti, qualcuno congiura alle sue spalle: lui stesso oppure amiche colleghe, altro personale di bordo, il marito, le figlie, o chi, come e perché?

Finalmente un romanzo d’amore, anzi il romanzo degli amori per il magnifico scrittore Michel Bussi (Louviers, 1965), professore universitario di Rouen (Normandia) e direttore di ricerca al Cnrs francese. In quattordici anni ha pubblicato tredici divertenti corpose avventure, oltre la metà delle quali ormai tradotte in italiano, tutte senza protagonisti seriali, ambientate in originali ecosistemi biodiversi e appartenenti al genere policier o giallo. Forse anche questo in parte lo è. Però, qui la cifra fondamentale è la travolgente passionale relazione amorosa, sessuale matrimoniale genitoriale amicale, anche se ovviamente non mancano tracce musicali, contorni noir, investigazioni dilettantesche, avventurosa epica, scientifica geografia, segreti degli affetti e colpi di scena, commedia e tragedia. Come nelle altre occasioni, la trama è ben arzigogolata, la vicenda narrata da Nathalie in prima al presente sia nel 1999 che nel 2019, con brevi incursioni in terza su altri, l’amante, il marito, il produttore, la collega. La solida professionalità scientifica consente all’autore di fare campionari delle possibili coincidenze della vita, in relazione poi a contingenti libere scelte dei personaggi in un tourbillon di ossessioni ed emozioni. Staremo sognando troppo (da cui il titolo)? Il filo conduttore è una canzone, belle sentite parole che Ylie dedicò quel dì all’amata e al loro breve incontro, lentamente ne ricostruiamo il lungo testo. Il romanzo ha una dedica significativa, “alle vittime degli tsunami in Indonesia”: si siano essi svolti nel 1999, nel 2004, nel 2006, nel 2018, nel 2019, o in tutti questi anni e in altri ancora, gli eventi meteorologici estremi climatici e geomorfologici sono sconvolgimenti che segnano di continuo grandi popoli e innumerevoli vite individuali, si facciano o meno poi concerti celebrativi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Nozze (Le gialle di Valerio 218)

Maurizio de Giovanni
Nozze
Einaudi Torino, 2019
Noir

Napoli. Febbraio. Il cadavere è quello di una promessa sposa, trovata morta nuda sopra levigate rocce di tufo di una piccola grotta sul mare mentre il suo abito bianco pronto per il matrimonio, ampio e setoso, con merletti e veli, ondeggiava ancora lì davanti in acqua. Si chiamava Francesca Valletta, 28 anni, doveva sposarsi il giorno dopo, era previsto un grande ricevimento a Villa Smeraldo, in collina. Lavorava in una ditta di import-export, col marito avevano deciso che si sarebbero poi stabiliti a Milano da lui. La scena del crimine è in centro, arrivano i due più bei poliziotti del commissariato di Pizzofalcone, il Cinese Giuseppe Lojacono, ispettore imponente atletico asciutto calmo, zigomi alti e occhi a mandorla d’aspetto orientale, e la Rossa Elsa Martini, vicecommissaria da poco in forze tra i Bastardi, capelli rosso scuro e occhi verdi, asciutta flessuosa sostanziosa rabbiosa, appariscente senza trucco e senza vezzo. Chiamano subito la pm Laura Piras, che sempre li aveva aiutati in passato e che ha un’intensa riservata relazione d’amore con Lojacono. Il fatto è che, dopo due anni di fidanzamento, il promesso sposo era Giovanni Sorbo, terzogenito di Emiliano, 67enne presunto patriarca dell’omonimo clan, feroce e potente pregiudicato, con vari processi a carico in corso per molteplici delitti per i quali non è stata ancora dimostrata la diretta responsabilità e, dunque, a piede libero e sotto continua tenace osservazione dell’Antimafia, lì capitanata dal famoso telegenico Diego Buffardi, sostituto procuratore addetto alla specifica direzione distrettuale. Il vicequestore Luigi Gigi Palma mette al lavoro tutti i Bastardi, vengono interrogati colleghi e familiari, ognuno a suo modo scopre qualcosa, hanno poco tempo per trovare chi è stato prima che il caso passi di mano. Le donne hanno una marcia in più, come spesso.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) è giunto al nono romanzo della sua ottima e contemporanea serie; a inizio 2017 e fine 2018 i personaggi li abbiamo visti su RaiUno, ormai hanno anche quei volti e posture dinamiche. Nel 2020 saranno ancora in prima serata televisiva, le riprese sono iniziate nel novembre 2019. La seconda stagione si era conclusa con l’esplosione di un’auto davanti al ristorante dove la squadra al completo stava festeggiando la conclusione di un’indagine complicata, avendo finalmente chiarito una vicenda oscura di traffici criminali che aveva fatto sospettare proprio dell’ispettore Lojacono. Che non sono stati sterminati lo conferma il nuovo bel romanzo, imperniato su una complicità non scontata fra le investigatrici che colgono l’occasione per riflettere con gli altri sulla loro personale vita di coppia (da cui il titolo). Elsa sola con una splendida intelligente matura ignara figlia 11enne, la gravidanza frutto del sesso di una sera con un padre che non sa nulla e che lavora nella stessa Napoli, lo incontriamo anche noi. Laura innamorata ma, delusa dall’antico triste passato, refrattaria a dare pubblicità e struttura alla coppia pur essendo entrata in sintonia con la figlia di lui, la quasi maggiorenne Marinella. Alessandra Alex Di Nardo contenta di aver avuto la forza di vivere per conto proprio e ancora incapace di spiegare ai genitori (soprattutto al padre generale) che ama appassionatamente persone del suo stesso sesso, ormai da anni la brava bizzosa Rosaria Martone, dirigente della polizia scientifica molto utile all’indagine. Ottavia Calabrese, vicesovrintendente grande esperta informatica, prigioniera di una vita casalinga assorbita dal figlio malato in compagnia di un eccelso marito che però non ama, mentre rimpiange di non potersene costruire una nuova con Palma essendosi entrambi sinceramente dichiarati amore. Un poco i maschi le aiutano, anche Francesco Hulk Romano e Marco Serpico Aragona (pensierosi sui propri affetti) e soprattutto il quasi pensionato convalescente sostituto commissario, il Presidente Giorgio Pisanelli: era compagno di scuola e calcetto di Emiliano Sorbo, le sue nozze (con la moglie ormai morta) sono senza fine. Jazz in sottofondo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Quasi per caso (Le gialle di Valerio 217)

Giancarlo De Cataldo
Quasi per caso
Mondadori Milano, 2019
Giallo

Torino e Roma. Aprile 1849. Durante la guerra lampo del re Carlo Alberto contro l’Austria e la rapida (non indolore) sconfitta, il 29enne Emiliano Mercalli di Saint-Just, maggiore dei Regi Carabinieri, si era battuto con onore vicino Pavia, fianco a fianco con i bersaglieri; arresosi a un battaglione di cacciatori austriaci aveva scontato una breve prigionia prima di tornare a casa con tutti gli uomini che gli erano stati affidati. Il maggior generale Negri gli assegna una licenza di quindici giorni, solo che è complicato organizzare in un battibaleno e celebrare le nozze con Naide Malarò, avvenente canzonettista, già attrice di teatro e ora studentessa di medicina, il grande amore della sua vita. Manda ad avvisarla l’attendente valdostano Pierre, ma lei non c’è, è partita per Roma “dove si combatte per la libertà”, fra i seguaci di Giuseppe Pippo Mazzini. Che ci vada anche lui sembra proprio diplomaticamente impossibile, senonché Camillo Benso conte di Cavour, quarantenne basso e pingue, imprenditore economista politico, lo fa portare a Palazzo Reale: insieme allo stesso nuovo giovane re Vittorio Emanuele II lo autorizzano di persona. Gli danno tutti i lasciapassare e le autorizzazioni necessari e affidano l’incarico di ritrovare un antico compagno d’arme di sua maestà e di portare un riservato messaggio agli accoliti repubblicani insorti, proprio mentre Francia e grandi potenze stanno vedendo come scendere in campo a difesa del papa Pio IX e riconquistare Roma. L’amico del re, il conte Aymone Fleury si è innamorato della magnifica principessa Matilde, sposata con il nobile Ottaviani-Augusti e occorre riportarlo indietro a ogni costo. A Roma, tuttavia, è tutta un’altra vita, la priorità è rintracciare l’intrepida Naide e convincere anche lei a tornare. Senonché, a un certo punto, si trova il cadavere del principe marito, Aymone è il colpevole indiziato numero uno. Non sarà l’unico caso d’omicidio da risolvere né l’unica complicazione da sbrogliare per l’aitante Emiliano.

Un classico romanzo giallo storico per lo scrittore giudice Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), che riprende e rilancia il protagonista del caso Diaul del settembre 1848. Siamo alla vigilia dell’attacco dell’esercito francese il 30 aprile alla Repubblica Romana, che resistette eroicamente fino alla definitiva caduta del 4 luglio. La classe non è acqua (forse vermut), bella anche la copertina. Narrazione magistrale, in terza fissa su Emiliano: avvincente come avventura sociale, curiosa e frastagliata come mistero giallo, divertita e divertente sulla Roma dell’epoca. In quella concatenazione di eventi cospirano la perversione umana e il caso (da cui il titolo), mescolandosi come un composto chimico di rara perfezione, al fine di alterare la realtà, manipolarla, renderla incomprensibile. Il caso stesso finirà per dare una mano all’indagine, insieme alla bella personalità del solito amico Gualtiero de Lancefroid, sperimentatore di (varie) droghe e (pessimo) suonatore di violino. Ci s’imbatte in innumerevoli patrioti realmente esistiti, nella dialettica calotipi-daggherrotipi per il primo reportage fotografico di guerra dell’Ottocento, negli utili piccioni viaggiatori usati Da Mazzini per scambiarsi pizzini con Cavour, nei mitici locali l’Osteria della Lepre, i Caffè Greco e dei Crociferi, l’albergo Cesari, in pozioni e veleni, in condizioni del manto stradale che lasciano alquanto a desiderare, nella prima pasta alla carbonara (all’inizio con generici pezzi di selvaggina, poi col guanciale) e nella famosa porchetta di Ariccia, nel consigliere giudice Saraceni (a pag. 180), in un Riccetto “trasteverino der vicolo der Cinque” e in altri amabili abituali luoghi e modi (romani) di dire e agire. Con l’autentico Carpano (al gusto di artemisia), l’Elixir di China e il rum d’importazione competono alla grande i bianchi vinelli dei Castelli Romani. Ormai s’intona Fratelli d’Italia (Mameli era lì) e si canticchia il Va’ pensiero!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le sigarette del manager (Le gialle di Valerio 216)

Bruno Morchio
Le sigarette del manager. Bacci Pagano indaga in val Polcevera
Garzanti Milano, 2019
Noir

Genova. Primavera 2019. Donatella Sampò chiede a Bacci Pagano di ritrovarle il marito Oreste Mari scomparso da sei mesi. Per illustrargli il caso lo invita a casa sua, in via San Biagio, a San Quirico, in piena valle del Polcevera. La mattina dopo l’investigatore privato prende la Vespa e si dirige sul posto. La strada non è una strada qualunque. Passa sotto il moncone di un ponte che otto mesi fa è crollato con uno schianto e ha fatto 43 morti. Lei lo accoglie in vestaglia e ciabatte, sciatta. Ha grandi e malinconici occhi verdi, capelli lisci di colore ramato, tante efelidi sul volto senza trucco. La pista del sequestro sembra esclusa, è (o era?) un imprenditore in bancarotta, sull’azienda grava un debito di un milione di euro. Viveva nell’oro ma la moglie e il loro figlio non vedevano un soldo. Lei sapeva che lui spendeva alla grande e aveva amanti; era costretta a fare lavoretti di colf a ore per mangiare e mandare a scuola Marco. Eppure gli è ancora legata. E, addirittura, la segretaria continua ad aprire gli uffici in centro, i due ingegneri collaboratori sottopagati sono contenti di averlo conosciuto, ai tre vecchi amici di scuola manca enormemente, chi lo ha conosciuto descrive un piccolo genio, generoso e cortese. Bacci si incuriosisce, sa che probabilmente non sarà nemmeno pagato, indaga a fondo. Forse anche per distrarsi: Essam, il 30ene ragazzo della figlia, sta per laurearsi e insiste a voler lasciare il promettente mestiere di grande cuoco per lavorare con lui; Aglaja tornerà da Parigi per festeggiare e non ha un parere diverso; sente che a 65 anni non è più il tempo di azioni sul campo hard-boiled e Pertusiello è già andato in pensione. Poi, scuficchiando nel suicidio di un negoziante besagnino del 2015, negli affari della ‘ndrangheta e nei crimini (antichi e moderni) della valle, conosce una maestra che insegna a Bolzaneto, anche lei in Vespa, Giulia Corsini e l’interesse cresce.

La protagonista del nuovo bel romanzo dello psicologo e psicoterapeuta Bruno Morchio (Genova, 1954) è la valle del Ponte Morandi, per oltre un secolo grande distretto industriale, spina dorsale dell’identità operaia imprenditoriale della città e della Liguria. Ora il paesaggio è segnato da gusci fossili privi di vita. Si incontrano ancora file di palazzi di pregio, dimore gentilizie e piccoli borghi deliziosi, accanto a atroce decrepita edilizia popolare, verde invecchiato e strutture abbandonate, criminalità di periferia, tombe per gente onesta. Bacci la considera comunque meravigliosa. E sottolinea di continuo valori e limiti sia del passato che del presente, non una linearità di bello e brutto, ricco e povero, comunisti e leghisti. La narrazione è sempre in prima persona, tredicesima avventura dell’ottima serie, impregnata del noir dei caruggi. Anche il ricercato è un tipo complesso che lascia tracce di profumo diverso, comunque di sigarette da fumatore incallito (tra 2 e 3 pacchetti al giorno di Chesterfield), non ha neppure la laurea di ingegneria ma piglio ed egemonia di un manager che non si schioda dalla sua valle (da cui il titolo). Ognuno dei 23 capitoli ha l’intestazione di un magnifico verso di poesia o canzone, citato dai personaggi o coerente con la narrazione, dai mitici corali multiculturali Caproni e De André a Shakespeare e Scott Fitzgerald. Sesso e amore, dopo aver raschiato il fondo dell’esistenza, sospendono il tempo degli orologi e pur raramente regalano uno stato di grazia incantata. Significative le funzioni igienica del futuro e apotropaica dei riti di elaborazione del lutto (figlia-padre). Peraltro Aglaja (e l’autore) masticano senza dirlo come pane le figure retoriche della lingua: metafora, allegoria, litote, sinestesia, allitterazione, iperbole, antonomasia, anastrofe, sineddoche, metonimia, ossimoro e via introiettando. Per fortuna, ci sono giovani avvocate penaliste che difendono migranti, poveracci e sfigati d’ogni tipo, a pag. 95. Amatriciana e champagne Clicquot, formaggi e Orvieto, pollo in casseruola e barbaresco (portato), acciughe e Sauvignon, pesce e ribolla gialla. Bacci ama la musica classica (grazie al padre).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La misura del tempo (Le gialle di Valerio 215)

Gianrico Carofiglio
La misura del tempo
Einaudi, 2019
Noir

Bari. Febbraio 2014. Delle Foglie, una nuova cliente, chiama in studio e prende un urgente appuntamento col bravo noto avvocato cinquantaduenne Guido Guerrieri. Sarà per caso proprio Luciana? La ragazza con la quale lui aveva avuto una breve intensa relazione fra il marzo e il settembre 1987, più grande, bella e affascinante? Sì, è Luciana quella signora che si presenta puntuale e dimostra più dei 57 anni che ha, capelli corti grigi impregnati di nicotina (come gli abiti), alta magra sbiadita, irriconoscibile. Il figlio 25enne Jacopo Cardace si trova in carcere da oltre due anni con una condanna in primo grado per un omicidio del 2011. Qualche settimana prima è morto l’anziano ammanicato legale che lo aveva seguito, un ottimo professionista che si era presto ammalato, non garantendo più un’assistenza adeguata. La prima udienza del processo di appello risulta già fissata, dopo appena sedici giorni. Per ragioni anche economiche, Luciana ha deciso di cambiare avvocato. Insegna precaria nella scuola, si arrabatta con altri lavoretti ma non ha più soldi per acconti e pagamenti immediati. Guido, pur dubbioso nel metodo e nel merito, accetta e chiede subito il rinvio, una remissione in termini. Coinvolge la cara collega andino-barese Consuelo, che ha un approccio sempre dalla parte delle vittime, e i due investigatori privati spesso usati dallo studio, Tancredi e Annapaola, il primo ex poliziotto, la seconda ex giornalista ed ex atleta che incidentalmente sarebbe inoltre la sua fidanzata (più giovane di oltre 10 anni). Luciana gli ha detto che al momento dell’omicidio il figlio era con lei, non dovrebbe e non potrebbe essere colpevole. Non sa se crederle e tutti i collaboratori sono scettici sulla causa. Va a trovare Jacopo e non gli resta proprio simpatico, certo spacciava ed era legato in qualche modo a piccoli criminali (come lo stesso ucciso), le prove in mano all’accusa sono abbastanza circostanziate. Eppure ognuno ha diritto alla difesa: deve provarci e ce la mettono tutta, qualunque sia la verità, qualunque sia la sentenza.

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) è oggi probabilmente il più bravo scrittore italiano, certo quello di maggior meritato successo (considerando Camilleri fuori quota, per più ragioni). I suoi romanzi sono levigati e trasudano tersa legalità. Ha svolto a lungo funzioni di magistrato (dal 1986 al 2008) e iniziò la carriera letteraria (2002) con un protagonista avvocato, appunto Guido Guerrieri. Sono rapidamente seguite altre tre avventure sempre edite da Sellerio (2003, 2006, 2010), poi più scadenzate altre due per Einaudi (2014 e 2019). Negli ultimi 15 anni vi sono stati anche altri nove romanzi, racconti lunghi, saggi sulle parole e la scrittura, sugli interrogatori e l’investigazione, sceneggiature, drammaturgie; una ricerca appropriata dei termini da usare o togliere, uno stile denso e chiaro. Ora siamo tornati da Guerrieri a Guerrieri, il sesto romanzo della serie è un atteso ottimo ritorno. La narrazione è ancora in prima persona: il nitido competente senso del diritto sia dell’autore che del protagonista non hanno nulla di assolutamente certo o giusto. Sono un modo di stare al mondo, non l’unica e diritta via. Le testimonianze inconsapevoli, gli occhi chiusi, i ragionevoli dubbi, le provvisorie perfezioni (e le inevitabili imperfezioni), equilibri e squilibri, le spiegazioni accettabili e le plurime versioni delle mutevoli verità sono parte della realtà, una realtà che ha sempre una variabile in più rispetto alle previsioni normative, alla pubblica amministrazione, all’esercizio della giuris-prudenza, come pure rispetto alle diverse funzioni dell’accusa e della difesa, entrambe interpretabili bene e male, comunque finalizzate a un giudizio equo. Guerrieri è cambiato; i suoi pensieri mentre lavora risultano maturi, colti; ha smesso di fumare, cucina ancor meglio e si apre un gran vino (Cacc’e Mmitte di Lucera). Emerge così di continuo una riflessione sul tempo (accelera con l’età?, lo stupore diventa un antidoto? l’invecchiamento è lineare?), da cui il titolo. Il minuzioso racconto processuale (splendidi interrogatori compresi, saggiamente limitati, oltre a una significativa avvocatesca lezione ai giovani magistrati in tirocinio) si alterna con la memoria dettagliata dei mesi della relazione di 27 anni prima fra l’appena laureato Guido e la bella ragazza che cantava Neil Young a una festa, facendosi poi lei avanti (con un talento naturale per le fallacie). Gli avvocati che hanno finito di parlare in un processo delicato sono come gli scrittori che hanno terminato un libro: bisognosi di conferme. Confermato: Guerrieri e Fenoglio si stimano (a pag. 29) e Carofiglio ha realizzato un gran bel romanzo, si è divertito a scrivere e ci consente una straordinaria coinvolgente goduria. Da leggere!

(Recensione di Valerio Calzolaio)