Il metodo del dottor Fonseca (Le gialle di Valerio 255)

Andrea Vitali
Il metodo del dottor Fonseca
Einaudi Torino, 2020
Noir

Spatz, ai confini di una nazione e del tempo. Piovoso fine ottobre. Alle sette di mattina un agente della sezione investigativa statale riceve la telefonata del capo. Deve presentarsi subito in ufficio (al quinto dei sei piani), dovrà partire in missione. Tra gli ispettori della struttura il suo capo si porta in giro il soprannome di Maiale, grasso e roseo, arti corti e grossi, sguardo freddo, sempre chiuso in ufficio, sempre seduto alla scrivania, senza segretaria. Sei mesi prima aveva punito l’agente per aver sparato senza motivo, ferendo un passante: servizio solo d’ufficio (al quarto), battere a macchina verbali e denunce, raccogliere e schedare segnalazioni varie. Ora gli ridà finalmente un incarico esterno, lontano dalla capitale, a circa trecento chilometri. C’è stato un omicidio a Spatz, paesotto a millesettecento metri d’altezza in un distretto di montagna vicino al confine settentrionale del Paese (ristrutturato in ottanta distretti), incassato fra due cime, il Salter e il Danzas, ultimo insediamento prima di una zona di rispetto, non appartenente a territori nazionali. Il caso sembra semplice: il colpevole dovrebbe essere un minorato, fratello della vittima 23enne; ha tre giorni di tempo per verificare e tornare. Parte. Poca gente per strada e in giro, scarsa popolazione anche all’arrivo, quasi tutto chiuso. C’è un’osteria con alloggio, il proprietario ha solo un altro cliente, alto magro pallido, tal Ermini. L’agente arriva e legge il verbale della guardia cantonale, i due erano orfani e vivevano insieme, c’è qualcosa che non lo convince. Proprio la guardia lo va subito a trovare per aggiornarlo, accompagnato dal presidente del costituendo consorzio turistico. L’omicida è ancora latitante, va trovato. A cena conosce Ermini, affranto, ha portato il fratello nella clinica dove da dieci anni un mitico professore opera i casi più disperati nel mondo, quelli senza speranza; i quattro edifici sono collocati nella zona cuscinetto, chiamata “terra morta”. Misteri e pericoli incombono.

Settantesimo volume e cinquantesimo romanzo (circa) in trent’anni per il medico scrittore Andrea Vitali (Bellano, Lago di Como, 1956), ulteriore gradevole esperimento letterario drammaturgico e gotico, senza una data certa (né trascorsa né futura) o un contesto paesaggistico istituzionale vero (ispirato alla val Bregaglia in Svizzera), originariamente pubblicato a puntate (in versione un poco differente) nell’agosto 2009 su “La provincia”, antico e molto letto quotidiano a diffusione locale nelle “sue” province di Como, Lecco e Sondrio. Il bravissimo scrittore allora faceva ancora il medico “condotto” di Medicina Generale e iniziava a virare la inesauribile vocazione per lo scrivere con più frequenza verso il genere giallo noir. Abbiamo subito all’inizio il morto ammazzato e l’investigatore depresso, la narrazione è in prima persona al passato, l’indagine rivoluzionerà la vita anonima del giovane diplomato elegante agente di bell’aspetto, spaesato in un periferico disabitato luogo di montagna, necessitato a verificare pure episodi di telepatia o telestesia. Sarà aiutato da un (altro) maiale. I personaggi citati si contano sulle dita di due sole mani, quelli che il protagonista lì incontra (vivi) sulle dita di una (sei a essere precisi). I capitoli sono brevi e brevissimi, lo stile figurativo ed evocativo; niente cellulari, tv, cinema, quotidiani; dialoghi brevi e contingenti anche quando a parlare tanto è soprattutto uno, un diario o una voce o una comunicazione a distanza. L’azzeccata copertina evoca il panorama descritto, spettrale e lunare, con al centro l’incombente enorme clinica dei misteri, ove il professore e il dottor Fonseca hanno evoluto originali metodi di lavoro (da cui il titolo). Bevande e musiche spartane.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La distanza più breve (Le gialle di Valerio 254)

Vincenzo Maimone
La distanza più breve. Finale di partita per Costante e Serravalle
Frilli Genova, 2020
Noir

Acireale. Estate. Sono ormai trascorsi tre mesi dall’esplosione che ha sconvolto la vita di Tancredi Serravalle. Il killer Gregorio Tringali ha ucciso la moglie Camilla, azionando il telecomando a pochi metri dalla macchina, rimanendone ferito e rendendosi poi irreperibile. Da quel giorno la figlia Chiara, otto anni e lunghi capelli castani, si rifiuta di salire in automobile e riempie pensieri e preoccupazioni del padre, un bravo professore ancor più smarrito nel periodo di vacanze lavorative. L’amico commissario Giacomo Costante, dotato di uno splendido Panama di Paglia Toquilla regalatogli dalla compagna Carla, sente il peso del senso di colpa (da parecchio non riesce a chiamare Tancredi) e dei casi ancora irrisolti, i due voluminosi faldoni dell’esplosione (la pratica rischia di essere archiviata la settima successiva) e del delitto dell’onorevole Mastroeni, una faida non certo conclusa. L’altro onorevole, Adolfo Collura, mediocre ambizioso rampollo in carriera di una facoltosa famiglia di palazzinari, viene convocato dal reggente della cosca per lungo tempo dominante della zona, don Sebastiano Bastianazzo Capodicasa, suo protettore. Il fatto è che lo manda a chiamare anche l’ex compagno di Bocconi (un quindicennio prima) Michele Borrello che, fra piste di polveri bianca e squillo fenomenali, gli propone di tradire e porta solidi argomenti, non solo un ricatto. Collura gli si accoda e viene di fatto variamente coinvolto in omicidi e attentati. Costante indaga con acume e trova il tempo di incontrare finalmente l’amico, proprio quando Giacomo si rifà vivo con ulteriori drammatiche minacce. Tancredi e Chiara vorrebbero frequentare Caterina, sarà una corsa non solamente contro il tempo.

Il colto professore associato di filosofia politica Vincenzo Maimone è nato (nel 1970) e si è laureato a Messina, lavora all’università di Catania, risiede e ambienta i suoi romanzi ad Acireale, bella e anticamente potente, quasi a metà strada fra i due capoluoghi. Oltre che con famiglia, cucina e moto si diletta efficacemente nella letteratura di genere con il duo Costante-Serravalle giunti alla quinta avventura, godibile spunto per commentare le contraddittorie cronache contemporanee di una terra amata, armata e complicata. I finali di partita corrono paralleli a breve distanza (da cui titolo e sottotitolo): la palpitante vicenda personale di Serravalle, la criminale guerra mafiosa di fronte a Costante. La narrazione è in terza varia su una decina dei personaggi protagonisti, seriali o meno, buoni e cattivi, amici e nemici, destinati a uccidere o a morire o a tornare. Si sottolinea la similitudine tra la filosofia e l’indagine poliziesca, sono entrambe forme di investigazione che hanno bisogno dell’attenzione ai dettagli per poter progredire e per poter individuare la soluzione migliore. Hanno, dunque, assoluta necessità di un irrispettoso affettuoso interlocutore (oltre alla sacralità del porsi sempre dubbi), il demone socratico per Tancredi, Carla per Giacomo. A sua volta (omicida) il padre morto per il killer. Segnalo la Timpa, soprattutto a pag. 39. Whisky e birra in buona quantità. Wish You Were Here dei Pink Floyd quando i due amici si reincontrano al bar.
(Recensione di Valerio Calzolaio)

Una Cadillac rosso fuoco (Le gialle di Valerio 253)

Joe R. Lansdale
Una Cadillac rosso fuoco
Einaudi Torino, 2020 (originale 2020, More Better Deals)
Traduzione di Manuela Francescon
Noir

Quasi una sessantina d’anni fa, forse il 1964. East Texas, piccole città. Ed Edwards lavora da Smiling Dave, lui e il proprietario vendono auto usate. Dave, cento e rotti chili per appena un metro e sessanta, preferisce restare in ufficio. Ed è molto giovane, quasi un figlioccio capace di far bene a pugni con clienti riottosi, prende commissioni per ogni vendita. Sono abituati a gestire catorci arrugginiti, a contraffare il contachilometri, a sistemare alla meno peggio buchi e difetti (tanto radiatore che cinghia di trasmissione), chiarendo preventivamente che i contratti di vendita non si possono poi rescindere. Dave gli chiede di riprendere la Cadillac rossa che aveva venduto a una coppia, i Craig, lei splendida e il marito bello grosso, l’auto non era male e costava troppo, l’avevano acquistata a rate, ora non pagano. Ci va accompagnato dalla sorella Melinda, graziosa 19enne che vive con la madre alcolizzata in una roulotte, al ritorno ci sarà bisogno di un altro autista. La coppia vive fuori città, hanno un vasto pezzo di terra con un drive-in e un cimitero per animali. Nancy Craig, bionda con gli occhi scuri, li accoglie con rassegnazione, spiega che l’acquirente firmatario è Frank e lui chissà dove si trova, da due mesi via con la macchina, a fare a botte e a scopare da qualche parte. Ed è stato in Corea, ne è segnato, torna a piedi di notte convinto che la Cadillac sia nella rimessa. Proprio così, ma arriva Nancy con un fucile, vanno a letto insieme, Ed non fa brutta figura, almeno sa che le donne hanno il clitoride e lo sa trovare senza bisogno delle istruzioni. Iniziano a vedersi regolarmente, Ed riprende la Caddy ma s’impegna a tenerla, pagandone lui le rate. Molti mesi dopo Nancy suggerisce che se il marito fosse morto o morisse sarebbe l’ideale. Appunto.

Ogni romanzo di Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951) è una garanzia, ripete situazioni letterariamente godibili, con colpi di scena, senza sorprese. E sai cosa leggi! Un classico antico hard-boiled non metropolitano, dinamiche che vengono da lontano, la provincia profonda degli stati non uniti del sud! Questa volta la scorrevole narrazione è svolta in prima empatica persona al passato dal protagonista, ambientata negli anni sessanta: trame e accidenti, truffe e sesso, botte sudate e sparatorie letali; la polizia solo alla fine. Non si parla col cellulare né s’intercettano chiamate, non si cercano tracce di DNA né vi sono scienziati sulle scene dei crimini. Ed sembra bianco ma è nero, questo il filo dello svolgimento e dei dialoghi (eccelsi, come al solito). La mamma è bianca, il padre era nero, alto e virile, povero e forte, manesco e violento; il fratello maggiore Jake appare come il più scuro dei figli, fa l’operaio in fabbrica a Detroit, in qualche modo si è sistemato; Melinda vorrebbe studiare, Ed non sentirsi mediocre e fallito. In giro vengono presi per portoricani, messicani, certe volte italiani, belli prestanti bianchi poveri, nessuno sa che sono di sangue negro, loro hanno bisogno di soldi più o meno tranquilli e, inevitabilmente, finiscono per cercare documenti falsi che li “sbianchino” per sempre, almeno in quelle lande molto razziste dove vince solo chi ha la pelle chiara. Tanto più che ci sono neri chi riforniscono la madre di alcol, tipacci non damerini. Birra a fiumi e pure molto whisky.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Uccido chi voglio (Le gialle di Valerio 252)

Fabio Stassi
Uccido chi voglio
Sellerio Palermo, 2020
Giallo

Roma. Da fine giugno a luglio. Vincenzo Vince Corso, ammalato di letteratura, da oltre vent’anni in graduatoria per insegnare italiano, non è mai passato di ruolo vivacchiando fra precari incarichi e supplenze (o anche collaborazioni giornalistiche con pseudonimo), fino a che si è inventato un mestiere da sperimentare. Da qualche anno ha affittato un appartamentino-studio in via Merulana, un sottotetto all’ultimo piano, dove vive, lavora e si propone come facilitatore emozionale e biblioterapeuta, ricevendo le potenziali clienti senza segretaria o sala d’attesa. È cresciuto a Nizza con la madre Anna, graziosa e solare, e le sue colleghe, cassiere o cameriere o cuoche o inservienti di tante diverse strutture alberghiere, sconosciuto padre di passaggio al quale scrive tutti i giorni una cartolina senza destinatario e con l’indirizzo dell’albergo dell’incontro che lo ha concepito. Niente elettrodomestici e automobile, si arrangia, gira in motorino Malaguti, talora si diletta con il clarinetto o con gli scacchi. Assomiglia un poco a Gérard Depardieu, fisico imponente, pelo grigio, occhi azzurri; e ha pure tradito tutte le donne amate, da ultimo Serena; ora sta con Feng che però è partita per la Cina. La mattina del 29 giugno il portiere Gabriel gli consegna la lettera del detenuto Queequeg che gli vuole parlare di libri. Di ritorno dall’edicola trova la casa a soqquadro, i vinili frantumati, l’amato muto cane Django avvelenato. Nella sala d’attesa dell’ambulatorio veterinario vede arrivare e riandarsene tanti padroni preoccupati, da ultimo un cieco. Sul giornale si parla di uno straniero ucciso a colpi di pistola sul lungomare di Tarquinia, più o meno quando c’era andato lui. Vince comincia a scrivere una lettera al padre. Poi, per giorni, assiste a distanza Django isolato e in coma, mentre strani eventi con ciechi presenti continuano ad avvenirgli intorno, incidenti furti omicidi, oscuri pedinamenti. Il commissario Ingravallo lo sospetta di svariati inghippi. E molte gli chiedono consigli professionali.

Il bibliotecario di origine siciliane Fabio Stassi (Roma, 1962) ha iniziato a scrivere romanzi di vario genere una quindicina d’anni fa, lindi, solidi e ben scritti, colmi di notevoli letture e densi di riferimenti ad altrui scritture, seriali quelli con Corso (protagonista anche di vari racconti), narrati in prima persona al passato, qui ancora con 26 capitoli titolati con le lettere dell’ordine alfabetico dalla Z alla A raggruppate lungo gli otto giorni della vicenda. L’incipit è un lungo “epilogo”, datato 16 dicembre 1959 quando i genitori scoprono un bambino d’improvviso ferito agli occhi. Le chiusure letterarie in corsivo sono due: l’intera completata lettera al padre, l’attentato di Nizza. In fondo al testo c’è l’appendice con libri, canzoni e altri rimedi citati esplicitamente o implicitamente in ogni capitolo, compresi consigli di lettura e origine dei nomi di alcuni personaggi. Segue la “mappa” delle quindici passeggiate romane (cui si aggiunge quella al Museo delle Relazioni Interrotte di Zagabria) descritte nel corso del testo: dai portici di Piazza Vittorio al cimitero acattolico di Testaccio. Contano le sale d’attesa, questa volta più quella del veterinario che quella del biblioterapeuta. Dal Don Chisciotte in poi, il vero protagonista di ogni romanzo è il lettore, si dice e si spiega in un dialogo importante fra carnefice e vittima. Onnipresente Carlo Emilio Gadda (Milano, 1893 – Roma, 1973), anche la tomba. Dedica al grande Gianni Mura, “perché il tuo cuore faceva più rumore di una macchina da scrivere”. Aleggia una congiura di lettori non vedenti tramite il titolo e la copertina. Birra e Tim Collins. Cantautori francesi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Tre passi per un delitto (Le gialle di Valerio 251)

Cristina Cassar Scalia, Giancarlo De Cataldo, Maurizio de Giovanni
Tre passi per un delitto
Einaudi Torino, 2020
Noir

Roma. Primavera 2019. Il commissario Davide Brandi, giovane speranza dell’ordine pubblico nazionale, arriva sul luogo del delitto. In un palazzo tranquillo, in una zona residenziale del centro, in un bell’appartamento del quartiere Prati, sotto un grande quadro con La Piccola Fiammiferaia, la donna delle pulizie ha trovato il cadavere di una splendida ragazza in négligé, Giada Colonna, ventotto anni, laureata in Storia dell’arte. Cranio devastato da un solo violento colpo alle spalle. Nessun mobile rovesciato o cassetto svuotato. Nessuna traccia di rapina. C’è sperma nella vagina, cercano di ricostruire le ultime chiamate e gli ultimi contatti. Giada aveva un misterioso attempato amante, infine risalgono a Marco Valerio Guerra, basso e tarchiato, occhi grigi e sguardo acuminato, un settantenne ricchissimo e famoso, certo non bello, che li riceve al settimo piano dello stabile della sua Fondazione in via del Corso. E confessa di essere l’autore dell’omicidio con un lungo sproloquio senza interruzioni. Si considera di intelligenza superiore, un’insuperabile intelligenza emotiva coniugata all’altrettanto innata capacità di manipolare le coscienze e di acquisire strumenti funzionali alle strategie, un burattinaio salito alla massima altezza di denaro e potere, che di fronte ha avuto sempre solo marionette, anche coloro che lo stanno ascoltando ora. Era nato in una famiglia aristocratica di facciata (poi in realtà con le pezze al culo), si era sposato ed è sempre restato (senza alcuna fedeltà) con la moglie Anna Carla Santucci, bella alta annoiata figlia di chi poteva garantirgli un forte investimento iniziale, hanno Lorenzo, figlio quarantenne che lui scansa detestandosi a vicenda, da tempo nemmeno lo vede. Giada ha introdotto una crepa nella sua vicenda di esclusivi successi, non se lo aspettava, è disposto a pagarne le conseguenze.

Tre bravi scrittori italiani hanno concertato un romanzo inusuale a tre ingegni e trenta dita. Inizia De Cataldo (Taranto, 1956) raccontando in prima persona il commissario Brandi alle prese con il caso della vita; segue De Giovanni (Napoli, 1958) con la spontanea dichiarazione confessione autobiografia dell’odioso manipolatore e astuto affabulatore Marco Valerio, prima adulato, poi disprezzato da tanti e dai media, ma che vuole restare arbitro dei destini umani; chiude provvisoriamente Cassar Scalia (Noto, 1977) narrando i riflettuti pensieri di Anna Carla, alla quale proprio la sera del delitto il marito aveva telefonato segnalando che era stato lasciato da Giada, mentre Anna Carla era alle Terme dei Papi di Viterbo con due amiche, tutte e tre ben consapevoli delle frequenti amanti di lui, ora reo confesso di un delitto che però non ha commesso, lei ne è convinta. Al secondo conclusivo turno la sequenza è ovviamente diversa: Marco Valerio continua a testimoniare; Anna Carla risponde alle immediate domande del commissario e, nei giorni successivi, intuisce progressivamente i dubbi dell’investigatore sulla verità; Brandi deve capire tutte le crepe della storia prima di tirare le fila, a suo modo, barcamenandosi fra tecniche e trucchi di chi fa l’inquirente con perspicacia. I tre autori hanno scommesso con successo anche con la propria identità letteraria: difficile rintracciare il Libanese o Spinori nello stile di Brandi, Ricciardi o un Bastardo nello stile di Guerra, Guarrasi in Santucci. Il filo unitario di eventi e relazioni tiene, l’esperimento ha funzionato. In auto Anna Carla cerca un canale nostalgico, in ordine di apparizione Fred Bongusto, Gino Paoli, Ornella Vanoni. A Marco Valerio piacciono sesso, macchine sportive e, ovviamente, il brandy.

(Recensione di Valerio Calzolaio)