La cassa refrigerata (Le gialle di Valerio 256)

Francesco Recami
La cassa refrigerata. Commedia nera n. 4
Sellerio Palermo, 2020
Noir

Veneto. Settembre 1992. La piccola folla di una ventina di persone attende davanti al portone d’ingresso della villetta monofamiliare. Vi viveva Maria Carrer, nata a Zenson di Piave il 10 febbraio 1910 e deceduta due giorni prima, il 4 settembre 1992, a 82 anni. L’incaricato delle pompe funebri apre la casa poco dopo le 15 e consente così l’accesso disordinato alla camera ardente, il feretro sulla sinistra del soggiorno in una bara di lusso color bianco avorio, sormontata da un monumentale coperchio refrigerante Body Freeze, con un oblò sulla parte anteriore. I presenti si raccolgono vicino alla salma, in silenzio, forse compresi nel cordoglio, pur avendo poco o nulla conosciuto la morta in vita. Non ci sono parenti stretti, nemmeno amici, giusto la donna delle pulizie e altri che avevano fatto lavoretti o servizi per lei, una donna con bimbo, curiosi imboscati, ipocriti affaristi, cinici illusi, soprattutto compaesani ovviamente. Tutti comunque pensano che era tirchia e ricchissima, non aveva conti in banca, forse ha nascosto i soldi dentro casa in qualche anfratto, basterebbe trovarli (magari fra i libri o nei bagni) senza farsi scoprire. Perlopiù cominciano scompostamente a cercare, facendo finta di niente, accampando frasi di circostanza e addirittura intascando oggetti. Il fatto è che fuori incombono nubifragio e tempesta e dentro si scatenano risse e disagi, ognuno preso da conflitti familiari, competizioni, innamoramenti, in una ricerca individuale di denaro e senso. Tanti sfruttano l’occasione: coniugi per mandarsi a quel paese in pubblico, coetanei sconosciuti per promettersi amore reciproco, colonnelli in pensione per comandare ancora, amanti o furbi per nascondersi, estranei per capirci qualcosa, altri per altro. Finché non ci scappa il morto ammazzato, un primo, un secondo, un terzo. Il quadro criminale precipita dentro, mentre l’alluvione avanza fuori, va via pure la luce, acqua e fango lambiscono porte e finestre. Sono proprio isolati dal mondo civile?

L’irriverente divertente scrittore satirico toscano Francesco Recami (Firenze, 1956), noto in passato soprattutto per romanzi e racconti dedicati ai condomini di una casa di ringhiera a Milano, continua la nuova serie toscana di favole (incubi) noir, giunta al quarto episodio, ancora in terza varia, questa volta ad ambiente rigido e fisso, l’interno della casa con la refrigerata cassa (da cui il titolo), quasi con la macchina da presa in mano, lì nel backstage dell’inedito spettacolo drammaturgico in corso, momenti di massa e primi piani, dialoghi e riflessi. La stessa struttura del romanzo è organizzata in trenta “scene”, ognuna con la specificazione di quante sono le persone presenti, viventi e defunte, in totale minimo 22 massimo 24 (anche se poi l’ultima riguarda solo 2 di loro, un anno dopo). La protagonista non è la vittima, molto odiata e poco frequentata, che possedeva alcune farmacie e poi aveva liquidato tutto. I protagonisti siamo noi, le dinamiche di persone in un gruppo e in un ambiente chiusi, come nascono gli schieramenti di pragmatisti e utilitaristi, oppure di trasversali e opportunisti; come si approvano mozioni d’ordine; come si individuano capidelegazione, comitato dei probiviri, giunta esecutiva, servizio d’ordine, delegazioni; come non si entra o non se ne esce vivi o almeno sani di mente. La villetta aveva una cantinetta, per altro, una cinquantina di bottiglie di vino, che hanno un senso in quella regione, alle quali andrà trovato un senso in quel contesto. Per i soldi a nessuno viene in mente Edgar Allan Poe, non tutti conoscono i fondatori del genere che amano leggere, giallo o mystery che sia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… 1794

Niklas Natt och Dag
1794
Einaudi,
Traduzione di G. Diverio, B. Fagnoni e S. Forlani

1794 di Niklas Natt och Dag è il secondo romanzo storico-poliziesco con protagonista Jean Michel Cardell, detto Mickel, veterano della guerra russo-svedese, gigantesco e ruvido ex marinaio che ha perso un braccio nella battaglia di Svensksund e l’ha sostituito con una protesi di legno. 1794, romanzo aspro, difficile e molto più amaro del precedente, è suddiviso in quattro stagioni: inverno, estate , primavera e autunno, secondo i diversi fatti, tempi e punti di vista legati a Cardell stesso, ai suoi collaboratori o protetti e agli altri numerosi personaggi che affollano le oltre cinquecento pagine della corposa trama. Il vento della rivoluzione soffia impetuoso verso la monarchie del Nord. Non sono ancora passati due anni dalla morte di re Gustavo III, colpito a tradimento in un attentato che inneggiava al tirannicidio, al Teatro Reale di Stoccolma dove il 16 marzo 1792 si era recato per prendere parte al ballo in maschera. La Svezia, dopo la morte del sovrano, è mano all’imbelle fratello e reggente Carlo di Södermanland, per conto del nipote quattordicenne Gustavo IV, ma in pratica governata dal barone Reuterholm. Con la recente guerra contro la Russia la nazione è sprofondata in una situazione di estrema povertà e insicurezza di cui soffre soprattutto la popolazione. Nelle taverne e nei crocicchi, tuttavia, si mormora che tutto stia per cambiare. Il generale Armfelt, finlandese, fedele amico del re deceduto, pare che si stia apprestando a tornare dall’esilio e intraprendere una rivalsa sui suoi avversari. E Magdalena Rudenschöld è sulla bocca di tutti. Era l’amante di Armfelt, ma gli è rimasta fedele e ha iniziato a cercare alleanze tra i gustaviani. È stata arrestata per la cospirazione contro la reggenza ed è rinchiusa in prigione a Kungshuset, condannata per alto tradimento, ma…
Il possente sbirro Jean Michel Cardell, che non si è ancora ripreso dalla recente perdita del suo aiutante e amico Cecil Winge, minato dalla tubercolosi, vivacchia in qualche modo con il magro stipendio di guardia civica e cerca di lenire il dolore con alcol e risse da taverna. Sarà a lui che la signora Colling, una dignitosa contadina mandata dal segretario Blom del servizio civico, andrà a chiedere aiuto per risolvere l’omicidio di sua figlia Linnea. Della sua morte sono stati accusati i lupi, che l’avrebbero assalita e sbranata durante una passeggiata notturna nel bosco. Ma il cadavere era orribilmente martoriato e il marito è scomparso. Voci della zona parlano di barbaro omicidio. Dicono che, durante la prima notte di nozze, la ragazza sarebbe stata prima crudelmente torturata dal suo nobile marito Erik Tre Rosor e poi uccisa. La madre della ragazza vorrebbe saperne di più ma Cardell nicchia, è incerto se accettare o no lo spinoso incarico. Poi, ricordando che l’inchiesta dell’anno prima con Cecil Winge ha offerto nuovo impulso alla sua vita, togliendolo dall’abulia e dall’orrore dei ricordi di guerra, decide di impegnarsi e cominciare a indagare. E lo farà con il traballante supporto di Emil Winge, fragile fratello minore del defunto Cecil, dopo averlo costretto a forza a disintossicarsi da uno spaventoso e conclamato alcolismo.
L’intricato e difficile caso penale, che si rivelerà pian piano in tutta la sua angosciante, orrenda e abominevole premeditazione, finirà per intrecciarsi con la vicenda privata di Anna Stina, una giovane e infelice protetta di Cardell, già vittima della barbarie carceraria dell’epoca. L’autore infatti, oltre a catapultare il lettore nel Settecento con un calibrato stile narrativo e un eloquente linguaggio pittorico che regalano alla lettura crescente tensione, riesce a riportare in vita l’antica e cupa Stoccolma con la sua povera realtà e le terribili cattive condizioni sociali e igieniche dell’epoca. Le descrizioni, molto lucide e concrete, sono supportate da una meticolosa ricostruzione sociale, storica e ambientale di un periodo di inimmaginabile declino dei valori umani. Niklas Datt och Dag ha studiato e ricostruito scrupolosamente il contesto storico e lo ha inserito nella trama mantenendo altissimo il livello di tensione narrativa dal principio alla fine. Come nel precedente romanzo, ha messo in relazione gli eventi storici con la fiction. Si impara molto sul torbido passato della Svezia, oggi spesso additata a superbo modello. Si ricorda persino il crudele ruolo del regno dei Vasa nella tratta degli schiavi delle colonie, che funge anche da sfondo storico per un brutale omicidio. Un libro duro ma perfettamente in linea con la storia e i suoi tempi. 1794 infatti, la seconda parte della trilogia che Natt och Dag dedica alla Stoccolma della fine del ‘700, si rivela più cupa e tragica della precedente, introducendo un insolito e mostruoso caso criminale, che porta alla luce la peggiori aberrazioni della società svedese di allora. Violenza, follia, corruzione, sadismo: l’autore ha condensato tutte le abominazioni dell’esistenza umana in un thriller poliziesco da cui nessuno esce indenne nel corpo e nell’anima.

Niklas Natt och Dag discende dalla piú antica famiglia aristocratica svedese vivente . Vive a Stoccolma con la moglie e i figli. Nel 2019 Einaudi ha pubblicato 1793, il suo esordio e primo libro di una trilogia su Stoccolma che ha cambiato il thriller storico. Nel 2020 ha pubblicato il secondo libro, 1794.

I truffatori (Le brevi di Valerio 394)

Jim Thompson
I truffatori
HarperCollins Milano, 2020
(originale The Grifters 1963; prima edizione italiana, Fanucci 2010)
Traduzione di Anna Martini
Noir

California. Anni sessanta. Roy Dillon arriva alla sua auto e vomita. Ha appena ricevuto nello stomaco un violentissimo colpo con una mazza segata dal giovane commesso del negozietto dove aveva messo a segno il venti, uno dei trucchetti classici (insieme allo schiaffo e al cubetto) dei piccoli delinquenti. Si ferma la polizia, se la cava, va a rifugiarsi in una camera a sud. Vive di truffe e raggiri, sta con Moira, è proprio nei guai. Scoprendolo chissà come, si presenta la giovane madre Lilly (solo 14 anni in più), che non vorrebbe aiutare lui e non sopporta lei, ma ha bisogno di denaro. Ricominciano le avventure criminali e vitali. Un po’ come le avete viste nel bel film tratto dal romanzo, Rischiose abitudini di Stephen Frears, con i tre interpretati da John Cusack, Annette Bening, Anjelica Huston. I truffatori è un altro straordinario romanzo del mitico scrittore e sceneggiatore americano James Myers Jim Thompson (1906-1977), riedito in Italia per la goduria degli appassionati.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Una luce in fondo al tunnel – Le lunghine di Fabio Lotti

Una luce in fondo al tunnel
Con dubbio incorporato…
Gli scrittori di romanzi polizieschi intesi in senso lato sono ottimisti o pessimisti nei riguardi dell’animo umano? Stando ai loro parti mostruosi di morti ammazzati da tutte le parti verrebbe da considerarli più pessimisti dei filosofi più pessimisti. In molti casi il nero dell’uomo persiste fino all’ultima pagina. In altri, invece, proprio al termine dei loro massacri, ecco spuntare una luce nel buio. Una luce in fondo al tunnel.
Naturalmente non è una novità ed il sottoscritto riporta solo qualche esempio tratto da passate letture. Partiamo da Perfidia di James Ellroy, un librone mastodontico che mette angoscia solo a guardarlo. Spunti veloci. Los Angeles. Sta arrivando la seconda guerra mondiale. Quattro rapine in un mese e uno stupratore in giro. Alla loro caccia Hideo Ashida, giapponese di seconda generazione, laureato in biologia e chimica, poliziotto insieme a Pinker, Blanchard, Meeks e altri personaggi più o meno citati in precedenti libri dell’autore. Poi ecco quattro giapponesi sventrati della famiglia Watanabe, quattro spade sporche di sangue. Suicidio o omicidio? Non la faccio lunga. Tradimenti, documenti falsi, accordi illegali, barbarie, si uccide, ci si ammazza di botte, si sfrutta l’altro amico o nemico, impasticcamenti, droghe, sesso dappertutto, il marcio dell’uomo che dilaga come una puzzolente chiazza di petrolio nell’America in guerra. Mitragliate di parole a getto continuo, a volte anche nelle parti basse.
Ma l’amore, il sentimento d’amore, quello vero, quello del cuore? Si può trovare in questo orrido miscuglio di merda? Si può trovare. In fondo. Proprio in fondo all’ultima pagina. William Parker, uno dei tanti poliziotti fradici (alcolizzato), entra in casa di Katherine Ann Lake (infiltrata). Un colpo di vento attizzò la fiamma del camino e illuminò di rosso i suoi capelli. Parker sentì l’odore della prateria e disse: Katherine, amore. Come a dire che c’è sempre speranza. Speriamo.
Si continua con Scarafaggi di Jo Nesbø. Bangkok, gennaio 1998. Dim, prostituta sventurata come tante altre. Appuntamento con un cliente. Solo che lo trova “sdraiato sul letto a pancia in giù” con un coltello che spunta dalla giacca. Un pezzo grosso, Atle Mones, diplomatico norvegese, cosa assai spiacevole per l’attuale governo. Occorre qualcuno che vada laggiù e risolva il caso “in silenzio”, ovvero Harry Hole sbevazzone spilungone dai capelli chiari tagliati corti. Accetta solo se gli danno mano libera sul caso dello stupro della sorella down non risolto. Tra una indagine e l’altra, non priva di movimento, di suspense e pericolo per il nostro Harry, ecco spiattellata una società dove emergono: la prostituzione di ogni genere compresa quella infantile, i gay, i travestiti, le scommesse, la boxe thailandese (colpi con ogni arto), i fumatori d’oppio, i combattimenti di galli a porte chiuse. Relazioni sessuali a go-go e situazioni inconcepibili rese del tutto normali, polizia marcia o che chiude un occhio. Scontri e scontri, botte da orbi e pistolettate. Finale in crescendo (Harry si incazza di brutto) e una specie di sogno provocato dall’oppio. Una ragazza, quella di cui si era innamorato in piedi, sulla veranda. Un tuffo nell’acqua. Poi si fece silenzio e l’acqua verde rifletté nuovamente il cielo, come se lei non fosse mai esistita. Lui aspirò un’ultima volta prima di sdraiarsi sulla stuoia di bambù e chiudere gli occhi. Poi sentì il battere smussato delle bracciate. Ah, l’amore…
L’incanto delle sirene di Gianni Biondillo. Milano, settembre e caldo boia. L’ispettore Ferraro in piscina per togliersi qualche chilo di troppo (la figlia Giulia lo tratta come una palla di lardo), lui che, giovanotto secco secco, era chiamato Chiodo dagli amici del quartiere. Vorrebbe defilarsi un po’ da tutto ma questa volta deve vedersela con l’omicidio di una modella, una di quelle “sirene” o “divinità iperuranie” che volteggiano sinuose nella sfilata di moda del noto Varaldi. In effetti il colpo di fucile (un M24 SWS con mirino ottico) doveva toccare proprio a lui ma si è chinato al momento giusto a raccogliere delle orchidee. Da qui l’indagine che Ferraro conduce soprattutto per l’insistenza di una vecchia amica nel mondo della moda, Luisa Donnaciva, con la quale si ritrova abbracciato nella doccia come dieci anni prima (corsi e ricorsi storici). Una pista potrebbe essere quella di uno sgarro che il suddetto Varaldi avrebbe fatto a chi gli forniva la droga.
Accanto all’indagine la storia di Aisha, nove anni, riccioli ribelli e due occhioni azzurri (Occhiblù) e il fratello Mu’ammar costretti a lasciare il proprio paese bombardato per l’Italia dove vive un altro fratello. La bambina si ritroverà sola lungo il viaggio, avrà l’aiuto del clochard Baffo (Oreste) che vuole ritornare a casa perché sente giungere la sua fine e anche quello della prostituta Marta che accoglie i suddetti al momento del bisogno (da fiaba).
Al termine di un quadro desolante della nostra società (non sto a raccontarvi tutto) arriva Ferraro che nulla lo turba, nulla lo infastidisce. Lui non crede alla storia della livella. Siamo tutti diversi, anche nella morte. Ma qualcosa all’improvviso si rompe nel suo petto proprio davanti ad una bara. Ferraro si accorse che stava singhiozzando, sempre più forte. Senza freni.
Senza ragione apparente di Grazia Verasani. Siamo a Bologna con l’investigatrice Giorgia Cantini. Caso da seguire un suicidio di uno studente senza ragione apparente come da titolo. Ma la madre vuole vederci chiaro. Allora via attraverso il mondo degli adolescenti, il loro rapporto con il sesso, le trasgressioni, le inquietudini, incertezze e paure. Le indagini per scoprire la verità sono un pretesto per un altro tipo di indagine sugli altri e su noi stessi, sulla nostra umanità. Finale con rete ingarbugliata di sentimenti, tristezza grigia e piovosa come il tempo con qualche sprazzo di luce.
Alla fine del libro Mattia, il figlio sedicenne del capo della Omicidi Luca Bruni, compagno attuale dell’investigatrice Giorgia Cantini, corona il suo sogno d’amore con Celeste. In prima persona dalla suddetta Oh, cazzo dico ad alta voce, e mi sfrego gli occhi ridendo. Oh, cazzo. Poi mi metto a piangere.
Qualcosa che si smuove dentro di noi, un raggio di speranza, una luce in fondo al tunnel, dicevo. Magari con pianto liberatorio.
P.S.
Piccolo dubbio. Speranza vera dello scrittore o trucchetto per “sciogliere” il lettore dopo l’esposizione di tanto male e tenerselo caro per il futuro? D’accordo, sono cattivo.

Il metodo del dottor Fonseca (Le gialle di Valerio 255)

Andrea Vitali
Il metodo del dottor Fonseca
Einaudi Torino, 2020
Noir

Spatz, ai confini di una nazione e del tempo. Piovoso fine ottobre. Alle sette di mattina un agente della sezione investigativa statale riceve la telefonata del capo. Deve presentarsi subito in ufficio (al quinto dei sei piani), dovrà partire in missione. Tra gli ispettori della struttura il suo capo si porta in giro il soprannome di Maiale, grasso e roseo, arti corti e grossi, sguardo freddo, sempre chiuso in ufficio, sempre seduto alla scrivania, senza segretaria. Sei mesi prima aveva punito l’agente per aver sparato senza motivo, ferendo un passante: servizio solo d’ufficio (al quarto), battere a macchina verbali e denunce, raccogliere e schedare segnalazioni varie. Ora gli ridà finalmente un incarico esterno, lontano dalla capitale, a circa trecento chilometri. C’è stato un omicidio a Spatz, paesotto a millesettecento metri d’altezza in un distretto di montagna vicino al confine settentrionale del Paese (ristrutturato in ottanta distretti), incassato fra due cime, il Salter e il Danzas, ultimo insediamento prima di una zona di rispetto, non appartenente a territori nazionali. Il caso sembra semplice: il colpevole dovrebbe essere un minorato, fratello della vittima 23enne; ha tre giorni di tempo per verificare e tornare. Parte. Poca gente per strada e in giro, scarsa popolazione anche all’arrivo, quasi tutto chiuso. C’è un’osteria con alloggio, il proprietario ha solo un altro cliente, alto magro pallido, tal Ermini. L’agente arriva e legge il verbale della guardia cantonale, i due erano orfani e vivevano insieme, c’è qualcosa che non lo convince. Proprio la guardia lo va subito a trovare per aggiornarlo, accompagnato dal presidente del costituendo consorzio turistico. L’omicida è ancora latitante, va trovato. A cena conosce Ermini, affranto, ha portato il fratello nella clinica dove da dieci anni un mitico professore opera i casi più disperati nel mondo, quelli senza speranza; i quattro edifici sono collocati nella zona cuscinetto, chiamata “terra morta”. Misteri e pericoli incombono.

Settantesimo volume e cinquantesimo romanzo (circa) in trent’anni per il medico scrittore Andrea Vitali (Bellano, Lago di Como, 1956), ulteriore gradevole esperimento letterario drammaturgico e gotico, senza una data certa (né trascorsa né futura) o un contesto paesaggistico istituzionale vero (ispirato alla val Bregaglia in Svizzera), originariamente pubblicato a puntate (in versione un poco differente) nell’agosto 2009 su “La provincia”, antico e molto letto quotidiano a diffusione locale nelle “sue” province di Como, Lecco e Sondrio. Il bravissimo scrittore allora faceva ancora il medico “condotto” di Medicina Generale e iniziava a virare la inesauribile vocazione per lo scrivere con più frequenza verso il genere giallo noir. Abbiamo subito all’inizio il morto ammazzato e l’investigatore depresso, la narrazione è in prima persona al passato, l’indagine rivoluzionerà la vita anonima del giovane diplomato elegante agente di bell’aspetto, spaesato in un periferico disabitato luogo di montagna, necessitato a verificare pure episodi di telepatia o telestesia. Sarà aiutato da un (altro) maiale. I personaggi citati si contano sulle dita di due sole mani, quelli che il protagonista lì incontra (vivi) sulle dita di una (sei a essere precisi). I capitoli sono brevi e brevissimi, lo stile figurativo ed evocativo; niente cellulari, tv, cinema, quotidiani; dialoghi brevi e contingenti anche quando a parlare tanto è soprattutto uno, un diario o una voce o una comunicazione a distanza. L’azzeccata copertina evoca il panorama descritto, spettrale e lunare, con al centro l’incombente enorme clinica dei misteri, ove il professore e il dottor Fonseca hanno evoluto originali metodi di lavoro (da cui il titolo). Bevande e musiche spartane.

(Recensione di Valerio Calzolaio)