Mercato nero (Le gialle di Valerio 231)

Gian Mauro Costa
Mercato nero
Sellerio Palermo, 2020
Giallo

Palermo. L’agente semplice Angela Mazzola è in ferie a Torino per abbracciare il 37enne fratello manovale, appena divenuto padre di Salvatore. Quando non è in ospedale da Annalisa e nipotino, gira sola e bella fra mercati e locali, ormai ha imparato che i loschi figuri si possono incontrare ovunque (tanto lì quanto a casa, tanto a Pordenone quanto a Macerata), poi lei è una sbirra sommelier. Il cellulare squilla, il suo pignolo dirigente dell’Antirapina spiega che deve tornare subito in questura, il capo della Mobile in persona l’ha richiesta per collaborare a un caso delicato dalla Sezione Omicidi. In piena movida a Ballarò (di giorno mercati stracolmi, di notte sballo diffuso), tra la folla, mentre era con due ignari amici, un colpo di pistola ha ucciso Ernesto Altavilla, un 39enne single (separato) nobile proprietario terriero. Lei dovrebbe infiltrarsi nei locali del popolare storico quartiere, a partire da quello davanti a cui è avvenuto il delitto, il Benin Café; sembra che non si sia fatto avanti alcun testimone, né emergono plausibili movente o rivendicazione. Angela torna al suo piccolo confortevole attico vista mare e terrazza dell’Acquasanta, riprende la convivenza con la labrador Stella (dopo averla affidata alla cara solidale anziana zia Giuseppina), inforca il motorino Liberty 200 e si getta a corpo morto nell’indagine. Nota disegnato sui muri uno strano simbolo che l’aveva già incuriosita a Torino, un’ascia che spezza le catene strette intorno a un paio di polsi. Conosce presto Jamal, capelli ricci e occhi profondi, il ragazzo di colore che presta servizio nel locale. Quella è zona di nigeriani, forse la vittima frequentava di nascosto una loro connazionale e certo la scritta appartiene all’organizzazione Ascia nera, la Black Axe, formatasi all’inizio presso l’università di Benin City, poi divenuta spesso all’estero una mafia criminale.

L’ottimo giornalista (ora in pensione dalla Rai) e scrittore Gian Mauro Costa (Palermo, 1952) prosegue la bella nuova serie, in terza fissa al passato. La protagonista è ormai poco più che trentenne, infanzia non ricca a Borgo Nuovo, diploma scientifico e leva completati in collegio e con lavoretti vari, lunghi capelli ondulati color rame, viso aggraziato, corpo slanciato (verso il metro e settanta) e muscoloso (per palestra occasionale e corsette mattutine), curve notevoli da “gran figa” (a detta dei colleghi), rockettara (grazie al fratello maggiore), libera e ancora cautamente disponibile a un amore solido. Serve all’autore per raccontare i tanti volti e sospiri della sua straordinaria città, soprattutto i mercati, di giorno e di notte, di affari e malaffari (da cui il titolo). Non a caso, Angela torna di continuo dai colleghi e amici della sua sezione di appartenenza, alle prese con strani furti in una zona ricca in cui la gang di ladri sembrano andare a colpo sicuro. E s’imbatte anche in un grosso furto, antico e segreto, subito dalla famiglia della vittima, con conseguente ricerca fra enormi tesori di opere d’arte varia, acquisiti e collezionati non proprio in forme ortodosse. Insomma, la prostituzione nigeriana non è l’unica pista da seguire per una spigliata intraprendente tipa dotata di grande intuito poliziesco, al di là delle irritualità procedurali. Piatti multietnici e degustazioni alcoliche di ampio genere, dal tamargo alle birre e a vini bianchi, rossi e rosati, sofisticati o beverini che servano. Alla passione si associano le ballate di Bruce Springsteen, Angela ama il blues.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Profughi del clima (Le brevi di Valerio 351)

Francesca Santolini
Profughi del clima. Chi sono, da dove vengono, dove andranno
Rubbettino Soveria Mannelli, 2019

Ecosistemi invivibili. Prima, ora e ancora. Ormai da decenni i “Profughi del clima” sono più dei rifugiati politici e le migrazioni originate da problemi ambientali la maggioranza delle migrazioni forzate. La giornalista esperta di questioni climatiche Francesca Santolini (Roma, 1977) riassume in un agile godibile volume informazioni e prospettive sul nesso tra effetti dei cambiamenti climatici antropici e fuga più o meno lenta di umani dai luoghi di nascita. Gli ecosistemi presi in esame sono significativi: Sahel, Bangladesh, aree secche, aree costiere, Alaska, Kiribati e le 43 isole-Stato, Siria, l’intera Africa. La narrazione è giornalistica divulgativa, niente note, citazioni di libri e testimonianze di esperti come intercalare del testo, nodi giuridici e scenari futuri per sollecitare piena consapevolezza e azioni coerenti. Talora lo stile provoca qualche superficialità terminologica e comparativa. Ottima prefazione di Marco Impagliazzo, postfazione di Giampiero Massolo.

(Recensione Valerio Calzolaio)

La Debicke e… I Cariolanti

Sacha Naspini
I Cariolanti
Edizioni e/o, 2019

Nuova vita per I Cariolanti, il romanzo più cupo e duro di Sacha Naspini: pubblicato alcuni anni fa da Elliot, è appena entrato in catalogo E/O, dopo il successo de Le case del malcontento e la conferma con il thriller psicologico Ossigeno.
Un romanzo terribile, cupo, sanguinario, spietato ma allo stesso tempo struggente.
Un romanzo ben costruito per struttura e narrazione ma che angoscia con la sua spaventosa e palpabile realtà.
Un diario, interrotto appena da brevi punti di vista di altri personaggi, che sa trasformare le parole in immagini per accompagnare e guidare il protagonista verso le tenebre del suo inferno.
Tredici capitoli che fotografano la vita di un disgraziato, una vittima che, a conferma della sua anormale normalità quotidiana di uomo “nato di traverso”, si trasformerà in carnefice.
Aldo, padre di Bastiano, è un disertore della Prima Guerra. Quando ha ricevuto la cartolina di precetto, invece di partire per il fronte ha deciso di sparire con la moglie e un figlio bambino, Bastiano. Per farlo si è servito di una buca che aveva scavato nei boschi e che usava per ammazzare le bestie. Un buca grande a sufficienza da starci in tre, trasformata in un fetido rifugio sotterraneo, con l’acqua, quando piove, che penetra e va a riempire tutti gli spazi che trova. Quanto si può resistere così? Ma si deve, perché Aldo ha fatto questa scelta per non lasciare la sua famiglia. I tre, pigiati dentro la “tana” in cui solo Bastiano di nove anni riesce a stare in piedi, dovranno affrontare per anni l’allucinante barbarie di quella loro vita che non fa sconti e offre freddo, caldo e fame. Soprattutto la fame: la necessità di sopravvivenza non fa ragionare e costringe a ogni atrocità. Il padre si procura del cibo con rapide uscite, ma spesso la famiglia resta digiuna per giorni e quella fame, che scava un buco nella pancia e deve essere placata a ogni costo, li costringe a cibarsi di vermi e persino di carne umana con raccapriccianti pratiche cannibalesche. Per Bastiano sono busse e minacce, se non mangia tutto fino all’ultima briciola.
Passano gli anni, attraverso indicibili incubi, terrori e sofferenze, fino a quando finalmente la guerra finisce. Ormai tarata nel corpo e nello spirito, nel generale disordine e confusione del dopo, la famiglia torna dal nulla, prova a condurre una vita normale, si sistema nella baracca abbandonata vicino alle fontane, il padre l’aggiusta in qualche modo e dice alla povera gente del posto di chiamarsi Aldo Cariolante.
I Cariolanti, minacciati come orrendi mostri a Bastiano nella buca, si trasformeranno nella maschera dietro la quale nascondere la vergogna della fuga, ma anche in una specie di premio per non essere stati scoperti. In paese mancano braccia per lavorare i campi, qualcosa da fare si trova, abbastanza per non morire di fame. Ma la memoria di quella terra che li ha imprigionati non li abbandonerà mai. Quella spaventosa esperienza ha eroso i loro cervelli, ha sconvolto la logica delle loro necessità. Bastiano prova a uscire allo scoperto, cerca di adeguarsi, capire, ma è irrimediabilmente segnato dagli stenti, parla a fatica, sembra un ritardato, il suo vero mondo è ancora là, chiuso dentro quella maledetta buca condizionato dalle continue minacce. Ogni suo impulso è ormai incontrollabile. Si sente solo legato alla natura: i boschi, i cani selvaggi, il suo vero orizzonte, bestiale, si scontra violentemente con le dinamiche del mondo di fuori, quello degli uomini.
Quando conoscerà drammaticamente l’amore, per un breve attimo pare sfiorare la normalità. Ma il destino non fa sconti, i suoi gesti continueranno a essere da bestia selvaggia e la mostruosa tara della buca che è la sua condanna lo chiuderà per anni, pur innocente, in carcere. Di là, per scelta, per uscire da dietro le sbarre, accetterà la ferocia e gli orrori del secondo conflitto mondiale. E neppure il ritorno a casa potrà essere minimamente consolatorio perché un nuovo inferno è in agguato, con alcuni segreti familiari di inaudita crudezza…

Sacha Naspini ha descritto i peggiori lati dell’animo umano senza filtri, senza moralismi né interpretazioni, lasciando il giudizio al lettore. Certo è che I Cariolanti, a metà tra novella tragica e fiaba nera, crudele e poco adatto a stomaci deboli, è un pugno nello stomaco ma molto coinvolgente. Così tanto che bisogna andare avanti a leggere fino in fondo le pagine cariche di miseria, ignoranza e disperazione per capire quanto un’infanzia negata, violata, può condizionare un essere umano rendendolo simile a una bestia.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. Collabora come editor e art director con diverse realtà editoriali. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), I Cariolanti (2009), Le nostre assenze (2012), Il gran diavolo (2014), Le Case del malcontento (2018) e Ossigeno (2019). È tradotto in vari Paesi. Scrive per il cinema.

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DNA (Le varie di Valerio 116)

Manuela Monti e Carlo Alberto Redi
DNA. La vita in tre miliardi di lettere
Carocci Roma, 2020
Scienza

Fattori biotici. Ovunque ci sono. Il DNA è la molecola, con struttura a due eliche a spirale antiparallele avvolte da proteine e quattro basi costitutive, che veicola le informazioni genetiche di tutti gli organismi viventi, vegetali o animali o batteri che siano; lo si sa da poco e saperlo ha cambiato praticamente tutto, con avanzamenti tecnici e applicativi degli umani saperi (innanzitutto biologico, medico, giuridico, filosofico). In particolare, la biologia è divenuta la scienza della sintesi del vivente, configurando nuovi diritti fondamentali (come quello al sapere scientifico, a eliminare gli ostacoli giuridici, economici e culturali che impediscono alle persone di godere delle conquiste della conoscenza) e nuovi doveri (come quello di informarsi correttamente per la vita sociale). All’origine siamo tutti figli della polvere di stelle e tutti deriviamo da LUCA (Last Universal Common Ancestor), si è formato prima l’uovo, mentre la gallina è un’invenzione dell’uovo per propagarsi meglio, poi della riproduzione del vivente si è occupato proprio l’acido desossiribonucleico, usato con l’acronimo inglese scritto maiuscolo. Due ottimi scienziati italiani riassumono in un agile chiaro volume tutto quel che è bene conoscere per alfabetizzarsi sul DNA: la scoperta, la struttura, l’origine, la funzione, l’esclusivo RNA, le tecniche, le conseguenze delle tecniche, la manipolazione, le banche, il DNA antico, oltre il DNA, inserendo utilmente in fondo il glossario essenziale (una cinquantina di termini essenziali), la sintetica bibliografia (una novantina di testi o saggi, con sitografia), gli indici dei nomi e analitico, un grazioso origami colorato del DNA.

La biologa ricercatrice Manuela Monti (Pavia, 1976), che insegna Biologia delle cellule staminali, e il biologo professore Carlo Alberto Redi (Pavia, 1949), che insegna Zoologia, operano entrambi nelle sedi universitarie della loro città, hanno rimarchevoli collaborazioni internazionali e contribuiscono da anni alla pubblicistica scientifica con rigore e coerenza. Nei paragrafi interni ai vari capitoli si e ci dilettano prendendo spunto da ricostruzione storiche ed episodi curiosi per facilitare una narrazione godibile e stimolante. Ovviamente James Watson è più volte citato, dagli spunti biografici al 1951, quando 23enne fa il postdottorato alla stazione zoologica di Napoli e poi conosce Francis Crick, fino poi alle discutibili stravaganti affermazioni sull’Africa, sulle donne, sul razzismo. Interessante la parte dedicata alle differenze fenotipiche (come il colore della pelle) e fisiologiche (come la suscettibilità) tra gli individui della specie umana, che comunque non sono mai grandi e mai possono configurare razze: la variabilità genetica resta altissima (circa l’85%) anche in piccoli gruppi all’interno di ciascuna popolazione. L’invenzione della razza è un potente mezzo di validazione di interessi e poteri di pochi: è nei processi di assoggettamento degli individui e nelle forme di organizzazione sociale che ne derivano che si trova il “cuore di tenebra” del razzismo (come dello schiavismo e dell’olocausto). Non a caso, i due autori, insieme a molti altri studiosi, hanno proposto di abolire l’impiego della parola razza da qualunque atto ufficiale della Repubblica italiana. Opportuni anche i riferimenti a biodiversità e OGM (con tanta buona informazione e ampio corretto esame delle fake news), alle mappe e banche dati (con il progetto sostenuto da Obama nel 2016 per la Precision Medicine Initiative), ai rischi e alle opportunità della manipolazione, ai tanti nessi della genetica con l’amministrazione della giustizia. Meno aggiornato il paragrafo sul DNA antico, ma davvero curioso il caso sulle origini di Cristoforo Colombo (gli autori hanno contribuito a una ricerca italo-spagnola). E ovviamente frequenti sono i richiami (pur generici) al fenomeno migratorio.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Storia dell’Adriatico (Le brevi di Valerio 350)

Egidio Ivetic
Storia dell’Adriatico. Un mare e la sua civiltà
Il Mulino Bologna, 2019

Il mare orientale del Mediterraneo nella tettonica delle placche e fra ecosistemi umani. Per capire un mare occorre affrontare tre livelli e i connessi ecosistemi: elemento liquido, costa, territori gravitanti. L’Adriatico (dall’agglomerato umano meridionale di “Adria”) risulta il corridoio che unisce geologicamente tre continenti, storicamente Oriente e Occidente. 12.000 anni fa la pianura arrivava alle acque di fronte agli attuali Abruzzo e Dalmazia, poi cambiò. Il bravo storico Egidio Ivetic (Pola, 1965) racconta splendidamente una Storia dell’Adriatico come mare chiuso di rotte e passaggi, traffici e migrazioni, conflitti e mescolanze. La narrazione è cronologica, pur essendo alta l’attenzione per le diversità geografiche e i cambiamenti climatici. Ricchi gli apparati di note e bibliografico. Poi una sintesi dei periodi e delle date cruciali (soprattutto dai primi insediamenti greci fino al 2017 del Montenegro nella NATO), carte, toponimi e indice dei nomi (non di argomenti).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’uomo che amava i libri (Le gialle di Valerio 230)

George Pelecanos
L’uomo che amava i libri
SEM Milano, 2020 (orig. 2018, The Man Who Came Uptown)
Traduzione di Giovanni Zucca
Noir

Washington, D.C.. Primavera. Phil Ornazian è un investigatore privato fissato con l’etimologia delle parole, di origine armene, spalle larghe e barba spruzzata di grigio, capelli neri corti, sposato con la deliziosa Sydney, due figli piccoli Gregg (quattro anni e mezzo) e Vic (poco più di tre), due cani incroci di pitbull. Già bassista di un gruppo popolar-metallaro, ora non s’impasticca né s’ubriaca più, lavora per avvocati e, per mantenere meglio la famiglia e assicurare il futuro, arrotonda con rapine a delinquenti (in compagnia del solido possente quasi settantenne Thaddeus Ward). Tramite un altro detenuto fa avere un messaggio a Michael Hudson, dentro per aver fallito nel fregare i soldi a uno spacciatore, sta cercando di aiutarlo nella prospettiva di avere poi ricambiato il favore. Hudson è un 29enne alto con una folta barba e capelli cortissimi, fisico asciutto, tranquillo. Sta in carcere da un anno e, grazie alla trentenne responsabile della biblioteca circolante Anna Kaplan Byrne, ha scoperto i libri (prima mai usati), è divenuto un lettore vorace e partecipa ai gruppi di lettura con cauta perspicacia. Miss Anna, pelle olivastra, capelli neri e occhi screziati di verde, non si trucca per andare in prigione, veste in modo sobrio e pratico, ama profondamente il suo lavoro e vive abbastanza serena col marito avvocato, ancora senza figli. Ornazian, mentre affronta con determinazione uno stupro opera di suprematisti bianchi, riesce a intercedere per Hudson. Lui viene rilasciato quando il testimone (minacciato) si rifiuta di deporgli contro e torna a vivere dalla madre, deciso a trovare un lavoro onesto (prova con successo il lavapiatti al District Line), a rigare dritto, a girare per librerie e biblioteche, a continuare a leggere il più possibile. Ora però deve fare da autista per illegali azioni violente, reincontra per caso Anna, legge molto, affronta nuovi dilemmi della vita.

Il bravissimo autore di origine greca nella capitale americana George Pelecanos (Washington, 1957) ha fatto innumerevoli diversi lavori in gioventù prima di divenire un romanziere premiato e affermato, commentatore giornalistico, soggettista, sceneggiatore, distributore cinematografico, sempre con un’alta qualità di scrittura. Era da un po’ che non veniva tradotto (tanto più che i primi libri non lo sono mai stati) ed è un piacevole meritato grande ritorno sulla scena italiana (dopo il premio Raymond Chandler del 2005). Racconta in terza varia (sui tre protagonisti) la sua città lontana dai luoghi dell’immenso potere politico e la cronaca nera metropolitana dal punto di vista dei piccoli criminali immersi in contesti di miseria, razzismo e corruzione; qui tre (quasi) coetanei con vite parallele solo poco e per caso intersecate, con pulsioni ed eventi che impongono scelte e dinamiche etiche, senza grandi orrori o amori, con l’universale difficoltà di conoscerne davvero la vita interiore. Il titolo americano fa riferimento proprio al trovarsi in centro e al centro (dalle periferie della capitale e dei punti cardinali, dei valori e delle scene); il titolo italiano sottolinea giustamente il potenziale ruolo della lettura ovunque e per tutti. Infatti, alla fine l’autore ringrazia i detenuti del carcere del Distretto di Columbia, con i quali ha interloquito in questi decenni; il testo è ricco di dialoghi relazionali e conversazioni collettive su tanti bei libri, riassunti, citati e sviscerati con sana espressione di differenti opinioni e spunti; i volumi cartacei sono ovunque, un’epidemia di nicchia. Vino di preferenza bianco, chardonnay dopo colazione. La musica di Michael alterna go-go, hip-hop e rhythm ‘n’ blues (grazie ai dischi della madre).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La notte della svastica (Le brevi di Valerio 349)

Katharine Burdekin
La notte della svastica
Sellerio Palermo, 2020 (orig. inglese 1937, prima ed. it. Editori Riuniti 1993)
Traduzione di Alfonso Geraci
Con una nota finale di Domenico Gallo

L’inglese Katharine Penelope Cade Burdekin (1896-1963) è una scrittrice finora poco conosciuta in Italia. Pubblicò dieci romanzi per una casa editrice socialista tra il 1922 e il 1940, poi non trovò più un editore (per altri sei) e un altro libro uscì postumo nel 1989 per una casa editrice femminista, tutti esplicitamente antifascisti e contrari alla morale convenzionale.
Dopo i primi, dal 1934 scelse uno pseudonimo maschile, Murray Constantine, col quale anche La notte della svastica fu firmato, ambientato settecento anni dopo il trionfo del Nazismo in un pianeta dominato da due imperi, il tedesco e il giapponese, in piena Guerra Fredda, quando il nuovo Credo aveva deificato Hitler.
Eppure uscì prima del 1940 e della seconda guerra mondiale!
Ammoniva sul conflitto fra dittatura e verità, fra superstizione e scienza, oltre che sui nessi fra violenza e sessualità maschile, fra totalitarismo e sessismo.
Una rimarchevole meritoria riscoperta, utile la biobibliografia in fondo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)