Caos (Le varie di Valerio 114)

Marco Malvaldi e Stefano Marmi
Caos. Raccontare la matematica
Il Mulino Bologna, 2019
Scienza

Numeri. Ovunque. La matematica fornisce un linguaggio che si è rivelato e si rivela straordinariamente efficace nel costruire delle rappresentazioni del mondo in qualche mondo utile, deriva da pensieri astratti per fare fronte ad azioni concrete. Il chimico, grande allegro scrittore e scienziato, Marco Malvaldi (Pisa, 1974) e il fisico, docente di Sistemi dinamici alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Stefano Marmi (Bologna, 1963) riflettono insieme sul caos e sul caso nelle nostre vite, in particolare sulla formalizzazione (recentissima, una trentina d’anni) del concetto matematico di caos, sulla sua distinzione da quello di caso e sull’ubiquità del caos nelle scienze (per questo il titolo è dedicato solo al “caos”). Fin dall’antichità sia caso che caos occupano un ruolo centrale all’interno delle nostre rappresentazioni mentali: entrambi (diversamente) richiamano l’esistenza di fenomeni che sfuggono alla nostra volontà di prevedere e sono stati oggetto di ragionamento in tutti i generi della matematica, soprattutto con la ricerca filosofica sul divenire, sull’evoluzione e sul cambiamento e con l’applicazione del calcolo scientifico delle probabilità che ha trasformato completamente la fisica, la biologia, l’economia e la statistica. Dopo una breve prefazione si susseguono nove capitoli con tanti numeri, equazioni (esistono dalla metà del 1500), derivate, formule, codici la cui (non facile) lettura è un poco aiutata da una leggiadra sintesi iniziale in corsivo, da titoletti esplicativi, da digressioni esemplificative, da citazioni illustri. Continui sono i riferimenti alla storia della matematica e ai grandi studiosi che vi hanno contribuito. L’editing è imperfetto. In fondo si trovano una breve bibliografia moltissimo sintetica e l’utile indice dei nomi di persone.
Si parte ovviamente dalle antiche riflessioni sulle regolarità dei moti dei pianeti e delle stagioni che varie migliaia di anni fa hanno imposto alla nostra specie di cercare (e via via trovare, ora prima ora dopo, ora qui ora là) le dinamiche complicate dietro alcune regole (apparentemente) semplici. Si è subito visto che dalle condizioni iniziali sono sensibilmente dipendenti effetti ed eventi successivi, che alcuni ritmi naturali sono intrinsecamente instabili (anche molti di quelli ciclici o periodici), che per la misurazione serve spesso una qualche approssimazione. Ecco la necessità di modelli di meccanica celeste per l’astronomia moderna, superare la frammentarietà della spiegazione separata del movimento di ogni pianeta di cui si è lentamente scoperta l’esistenza. Ed ecco anche la potenzialità e il rischio del “determinismo”, per quanto in sistemi dinamici e per quanto si considerino sia i comportamenti ordinati e prevedibili che quelli caotici e imprevedibili (questi ultimi generati da almeno una relazione nonlineare). Il caos nasce pure da impercettibili salti, dimenticanze, errori (anche casuali) e poi dalla loro inevitabile amplificazione; si riconosce guardando quella successione di dati con il giusto punto di vista (appunto non lineare). Chiaramente, una serie temporale irregolare non è per forza frutto di un sistema caotico: può anche essere data da un sistema lineare perturbato dall’esterno o può essere propria di un sistema caotico che (per di più) interagisce con una sorgente esterna di disturbo. Caos (determinismo) e caso (rumore) possono determinarsi a vicenda. Scopriamo di conseguenza tanti significati specifici propri della matematica, dal Pi greco all’entropia (diverso da disordine energetico e legato piuttosto alle informazioni di un messaggio), dalle funzioni logaritmiche a quelle binarie, dalle scommesse alle probabilità, dalla ridondanza ai numeri primi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Bacci Pagano. Una storia da carruggi (Le brevi di Valerio 338)

Bruno Morchio
Bacci Pagano. Una storia da carruggi
Fratelli Frilli Genova, 2019 (Prima ed. 2004)
Edizione speciale illustrata

L’investigatore privato Bacci Pagano blocca Alma, commessa ai magazzini Coin, bionda fidanzata del suo cliente. L’incarico non è del ricco promesso (cornificato) sposo, ma dell’impersonale Finanziaria che ne cura gli interessi, preoccupata del profilo commerciale dell’amante. Pagano, figlio di un operaio genoano e comunista, è ironico e disilluso. Lasciato dalla moglie, senza vedere la figlia da dieci anni, resta amante della musica di Mozart, della buona enogastronomia oltre che delle donne; Mara, la sua compagna psicologa, lo definisce “analfabeta dei sentimenti” e lui un po’ ci sta; viaggia su vecchia Vespa amaranto 200 PX e non porta mutande; preferisce i perdenti. Qui se la vedrà anche con i seguiti del Genova Social Forum del 2001. Grazie alla mitica casa editrice che lo lanciò, torna in una splendida godibile versione il primo romanzo edito del grande Bruno Morchio (1954), ne aveva già scritti altri (prima rifiutati poi recuperati), ne scriverà poi ancora di bellissimi. E continua.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La casa delle bugie (Le gialle di Valerio 223)

Ian Rankin
La casa delle bugie
Rizzoli Milano, 2019 (originale 2018)
Traduzione di Alberto Pezzotta
Noir

Edimburgo. Dodici giorni del febbraio 2018, da martedì al secondo sabato successivo. Quattro ragazzini di 11 anni trovano casualmente un’auto sotto un canale ai margini del bosco, all’interno del bagagliaio sembra esserci uno scheletro, meglio chiamare la polizia. L’ispettore capo della Omicidi Sutherland, una dei suoi due vice Siobban Shiv Clarke e la patologa della Scientifica Deborah Quant guidano il sopralluogo: il cadavere è maschio, lì dentro da anni dopo aver subito un trauma cranico, con due manette a legargli le caviglie, strano. Il duro onesto circa 70enne sergente in pensione John Rebus, capelli castani e occhi verdi, ex gran fumatore e bevitore, da tempo separato, una figlia lontana, ora più o meno fidanzato con Deborah, chiama l’amica Shiv, cresciuta con lui, e domanda se la macchina era una Polo. È convinto possa appartenere a Stuart Bloom, un esperto investigatore privato di Edimburgo scomparso nel marzo 2006, che a quel tempo aveva come compagno il figlio ricercatore di un detective di Glasgow e lavorava per il proprietario di quei boschi, il produttore cinematografico Jackie Ness, rivale dell’uomo d’affari Adrian Brand (poi divenuto sir) sia caratterialmente sia sulla compravendita di un terreno (futuro studio per girare film o campo per giocare a golf). Le indagini furono un fallimento, i poliziotti commisero errori e furberie (compreso John), la famiglia di Bloom protestò molto. Appena la notizia si diffonde, riprendono le stesse dinamiche di dodici anni prima, la famiglia è sul piede di guerra, il detective Malcom Fox (amico di Shiv e John) viene inviato dai Crimini Gravi a verificare se le lamentele del passato erano fondate, incombe l’Anticorruzione (non si chiama più CCU bensì ACU) anche se vi lavorano proprio due che erano allora sul campo. Poi qualcuno perseguita Clarke su un differente caso recente, telefonate anonime e minacce: chiede aiuto agli amici.

Ancora un ottimo romanzo, 22esimo della serie, dello straordinario scrittore scozzese Ian Rankin (Cardenden, Fife, 1960) in terza varia, soprattutto sugli investigatori, per quanto nessuno di loro proprio sulla stessa lunghezza d’onda. Un incastro perfetto di cold cases, nuove trame, intrecci paralleli, antico e moderno nel lavoro di polizia. Nel 2006 si era occupata del caso Bloom la vicina Sezione investigativa del quartier generale della Lothian and Borders Police di Fettes Avenue, guidata da Bill Rawlston (che allora aveva una relazione con una collega e ora è vedovo di una fumatrice, malato di tumore quasi all’ultimo stadio), con Rebus e altri cinque sei poliziotti ai suoi ordini. Veniva detta la “Grande Casa” ma, come Rebus spiega a Malcom “nelle famiglie mentono tutti – e noi eravamo una famiglia. Dentro e fuori la Grande Casa, ci raccontavamo balle a vicenda, e spesso anche a noi stessi.” Non è cambiato nulla (da cui il titolo): “tutti continuano a pararsi il culo, a pugnalare gli altri alle spalle e a far finta di essere impegnati quando non hanno niente da fare”. E tante bugie vengono dette dietro le mura domestiche, segreti e tradimenti, altrettante famiglie disfunzionali enormi e infelici. Come quelle coinvolte nell’omicidio di una 17enne qualche mese prima, che Clarke aveva apparentemente affrontato e risolto, una soluzione sensata che nasconde però ulteriori torbidi intrecci come Rebus scopre, scavando e trovando così il modo di affrontare i colleghi corrotti anche in relazione allo stesso insospettabile colpevole del caso principale. Ancora Rebus a suo modo riuscirà infine a farlo confessare, tutti immersi nella criminalità. Non c’è redenzione che tenga, tanto più che pure la Brexit potrà risultare una miniera d’oro per chi è pronto a capitalizzare sui disastri. Più vino (Merlot e Pinot grigio) che birra per i non astemi. Encomiabile colonna sonora, Brian Eno per pensare.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Giallo e Scacchi (1) di Fabio Lotti

Presento qualche spunto su un binomio, che si trova spesso nella letteratura poliziesca, di cui mi occupo da molto tempo e che vorrei far conoscere anche ai lettori di questo blog.
In primis gli scacchi come arma del delitto. La regina del giallo Agatha Christie fu una delle prima a capire cosa succede nell’animo tormentato degli scacchisti. In Poirot e i quattro fa usare all’omicida un pezzo degli scacchi (il “Testa d’uovo” in un altro giallo dichiara “È difficile vincermi a questo giuoco”) per uccidere il suo avversario. L’Alfiere di Re del Bianco è attraversato da un elettrodo e il circuito elettrico si chiude nella casa b5, così quando il suo conduttore sposta l’Alfiere proprio in quella casa, come è solito fare, viene fulminato e muore di paralisi cardiaca (li mortacci!). Idea affascinante, talmente affascinante che è stata poi ripresa pari pari da Roberto Berna in L’avventura del vice-campione mondiale di scacchi, il Giallo Mondadori 1962, ripubblicato nel 1986 con la piccola variante della scossa elettrica che si becca, questa volta, nella casa b4, e da Roberto Gravina in Eterodelitto (si copia dappertutto!) dove l’omicidio avviene attraverso un metodo ancor più subdolo e sottile. Con un vermicida liquido e trasparente l’assassino ricopre l’Alfiere nero che serve per uccidere, non un antipatico avversario ma evidentemente una ancor più antipatica mogliera. In questo caso, però, il colpevole non viene scoperto e il fatale Bishop (alla lettera il vescovo ma nella terminologia scacchistica si tratta sempre dell’Alfiere) è posto in una piccola vetrina a perenne memoria del sublime misfatto. Ecco qualche spunto per gli scacchisti che vogliono usare a loro vantaggio questa nuova, incredibile arma…
D’altra parte che tra gli scacchi e il giallo, e viceversa, ci sia un feeling del tutto particolare anche da un punto di vista del ragionamento logico, questo è un dato di fatto confermato da diverse personalità. “Il giallo è come una partita a scacchi: assassino, vittima e complice si muovono sempre secondo una logica ferrea come pedine su una scacchiera; poi arriva il detective che conosce le regole del giuoco e riesce immancabilmente ad acciuffare il colpevole” scrive la giornalista Paola Sorge su Repubblica del 10 febbraio 2005, presentando La promessa di Friedrich Dürrenmatt che in realtà si svolge in maniera diversa dal giallo tradizionale. Un personaggio del bel romanzo La tavola fiamminga di Arturo Pérez-Reverte afferma “Io dico che, più che con l’arte della guerra, gli scacchi sono strutturalmente correlati con l’arte dell’assassinio”. E già che siamo in tema di citazioni non posso tralasciare il bell’articolo di Alberto Miatello Le straordinarie analogie tra pensiero scacchistico e indagine poliziesca pubblicato su L’Italia Scacchistica del maggio 2005, che mette bene in rilievo i diversi punti di contatto tra le due attività mentali.
Il giallo non è un’opinione. Come la matematica. Ce lo spiega Carlo Toffalori in Il matematico in giallo. Con l’appetitoso sottotitolo Una lettura scientifica del romanzo poliziesco. Che la matematica, ovvero il ragionamento logico e scientifico, stia alla base di questo genere letterario lo sappiamo fin dalla sua nascita, quando il “padre” Edgar Allan Poe tirò fuori dal cilindro delle invenzioni quell’Auguste Dupin che del ragionamento matematico, appunto, fece l’arma principale dei suoi successi investigativi… Fra matematica e logica non potevano mancare diversi riferimenti al gioco degli scacchi che si introducono con grande sicurezza in questo contesto così perfetto e razionale. Libro godibilissimo.
Talvolta gli assassini si firmano proprio con i pezzi degli scacchi. “Alfiere” è lo pseudonimo usato da uno di questi per una serie di delitti in L’enigma dell’Alfiere di S.S. Van Dine. Il campione di tiro con l’arco J.C. Robin viene assassinato con una freccia nel campo di tiro situato nella villa del fisico Bertrand Dillard. Il famoso Philo Vance (ricordo una bella interpretazione di Giorgio Albertazzi alla TV negli anni che furono) è chiamato a risolvere il mistero. Si tratta della prima vittima di una serie di omicidi sulla scena dei quali viene trovato un Alfiere nero.
Lo stesso accade in La Scacchiera del delitto di David Keith Cohler. New York. A poche ore di tempo l’una dall’altra, muoiono tre famosi atleti, un giocatore di baseball, un fantino, una tennista, mentre un pugile rimane gravemente ferito dall’esplosione di un pacco dono. Accanto alle vittime viene trovato un pezzo degli scacchi: un Cavallo per il fantino e il pugile, una Donna per la tennista, un Alfiere per il giocatore di baseball. Durante un incontro di basket arriva un messaggio di sfida: Adesso che conoscete le regole, possiamo cominciare a giocare.
Se non sono gli scacchi sono i loro antenati che si intrufolano nelle storie di morti ammazzati. Il bel romanzo di Danila Comastri Montanari Cui prodest? è ambientato nella Roma del I secolo d.C. Un serial killer uccide giovani schiavi ma commette l’errore di sgozzare Glauco, il copista greco di Publio Aurelio Stazio. L’assassino lascia come firma un pezzo del gioco dei latruncoli, l’antico gioco degli scacchi romano. Le indagini portano il lettore a conoscere ambienti diversi, dalle fabbriche di scarpe, dalle terme ai postriboli, dalla caserma dei vigiles agli scarichi di immondizia, alle caldaie degli ipocausti dove gli schiavi fuochisti si logoravano in un lavoro durissimo, ai circoli di latruncoli dove dei veri e propri maestri giocano da professionisti, puntando sesterzi e facendo puntare su di loro il pubblico stesso.

La Debicke e… Le incredibili curiosità di Genova

Laura Guglielmi
Le incredibili curiosità di Genova
Newton Compton, 2019

Ottanta storie per raccontare Genova. Laura Guglielmi ci regala, con questo singolare saggio aneddotico, un colto riassunto su più di mille anni di storia di Genova la Superba. Insomma Le incredibili curiosità di Genova, con la raffinata prefazione di Bruno Morchio, frutto del brio e della bravura di Laura Guglielmi, giornalista, scrittrice e grande conoscitrice della città, è un perfetto compendio di cultura e notizie particolari. L’immagine d’apertura, il testo è illustrato, è stata scattata al tramonto a Castelletto, in quelle giornate in cui il calar del sole incendia le case, ma Le incredibili curiosità di Genova sono un volo su più di mille anni di storia e raccontano, tra l’altro, le imprese medioevali di Guglielmo Embriaco in Terra Santa e la famosa e perfida congiura dei Fieschi – valida dimostrazione che nel farsi guerra gli uni contro gli altri armati i genovesi sono secondi solo ai fiorentini. Ma come dimenticare il sasso rivoluzionario di Balilla e la rivolta antiaustriaca del 1746, gli impetuosi venti del Risorgimento con il vivido ruolo di Mazzini, nonché la grande lotta partigiana? Un racconto a largo spettro, senza veli e che non si tira indietro se c’è qualcosa da criticare. E però si deve riconoscere che, nonostante gli errori, le guerre intestine e i continui alti e bassi, la Superba era diventata così ricca e potente, da essere considerata in alcuni momenti storici persino più strategica di Inghilterra, Spagna o Francia. Una città dal respiro millenario che ha saputo disseminare la sua cultura prima ovunque nel Mediterraneo, spingendosi gloriosamente fino al Mar Nero. Poi, con la scoperta delle Americhe, onore e vanto di Cristoforo Colombo – forse savonese di nascita, secondo Agostino Monti e il suo Mem. di Savona del 1492, ma sicuramente acclamato dai posteri come genovese – al di là dell’oceano. Se immaginiamo la penisola italica come un gigante un po’ sgraziato, sdraiato nel Mediterraneo con le testa appoggiata sulle Alpi verso la Svizzera, le braccia aperte a toccare Francia e Slovenia, e le gambette (Calabria e Puglia) a mollo verso la Tunisia e l’Albania, si potrebbe affermare che Genova è adagiata nel cavo dell’ascella ad ovest (nell’altro, a est, c’è Trieste). Un’ascella prepotente, ricchissima ma parca nello spendere, crudele, dominatrice e spesso invitta. Ma non basta perché Genova, oltre alla sua fama di possente città marinara, è stata per centinaia di anni meta e ambita residenza dei migliori ingegni internazionali che hanno segnata la città con le loro tante importanti testimonianze. E non dimentichiamo lo straordinario sapore dei suoi cibi, a cominciare dal mitico pesto, passando dalla farinata, fino all’inconfondibile e delicato gusto della cima alla genovese. E che dire poi dei tanti cantautori e comici genovesi… Uno tra loro ha addirittura inventato un partito. Uno sguardo ampio e curioso quello di Laura Guglielmi che si allarga anche al Golfo del Tigullio e agli irti monti che la cingono. Tra i fatti più sconosciuti citati nel narrare: il Mar Nero nel Trecento era chiamato addirittura Lago Genovese per le tante colonie mercantili stanziali della Superba e la Lanterna, la torre di 77 metri – 117 metri, sommando lo scoglio su cui è eretta – vero simbolo della città è stata costruita nel medioevo ed è il faro più alto del Mediterraneo. Poi, con una vivace e veloce carrellata e un salto nel tempo, troviamo persino personaggi e luoghi protagonisti della seconda metà del Novecento.
Qualcuna delle curiosità inserite nel libro. Sapete per esempio che:
– i genovesi hanno venduto san Giorgio e il suo drago agli inglesi
– il veneziano Marco Polo scrisse Il milione nelle prigioni genovesi
– Galata era la colonia genovese di Istanbul e l’impero commerciale della repubblica
– Andrea Doria trattava con il corsaro Dragut
– il gioco del lotto è nato a Genova e risale proprio all’ammiraglio Andrea Doria
– i palazzi dei Rolli, patrimonio dell’UNESCO, furono il simbolo dell’ospitalità genovese
– i jeans sono nati a Genova
– alcuni importanti pittori come Rubens e Van Dyck trovarono uno stuolo di committenti per le loro opere proprio a Genova
– la Duchessa di Galliera ebbe una storia familiare molto triste
– Oscar Wilde, nonostante la sua dichiarata omosessualità, era sposato e sua moglie è sepolta al cimitero di Staglieno
– Eugenio Montale, il genovese che vinse il Nobel, era un ragioniere.
– nel 1941 una bomba cadde senza esplodere nella cattedrale di san Lorenzo
– il 25 aprile 1945 Genova si liberò da sola
– un film francese intitolato Le Mura di Malapaga vinse l’Oscar
– lo straordinario mondo dei camalli non esiste più.
Insomma una guida speciale, in cui sfiziosi itinerari si mischiano a vicissitudini internazionali, al cibo, ai luoghi, attraverso un lungo e articolato percorso che dalla storia ci porta alla geografia e alla toponomastica. Si viaggia vorticosamente nel tempo e nello spazio lasciandosi guidare dai nomi dei protagonisti delle ottanta storie di cui si compone l’opera.

Laura Guglielmi è nata a Sanremo ma vive a Genova, dopo aver trascorso alcuni anni a Roma e a Londra. Ha lavorato per le pagine culturali de «Il Secolo XIX» e per diciassette anni ha diretto il web magazine MenteLocale. Inoltre ha collaborato con Radiorai, «D di Repubblica» e «Tuttolibri – La Stampa». Ora è direttore artistico di un Festival letterario, docente universitaria e cura il blog lauraguglielmi.it. Ha curato una mostra su Italo Calvino e il suo paesaggio originario, che è approdata anche alla New York University. Suoi racconti sono usciti su antologie e riviste. La Newton Compton ha pubblicato Le incredibili curiosità di Genova.

Il mappamondo di Giacomo (Le brevi di Valerio 337)

Gilberto Lonardi
Il mappamondo di Giacomo. Leopardi, l’antico, un filosofo indiano, il sublime del qualunque
Marsilio Venezia, 2019

Da Recanati (anche) verso est. Leopardi (1798-1837). Sono decenni che l’ottimo professore di Storia della letteratura italiana Gilberto Lonardi (Verona, 1937) rivolge attenzione e studio al sommo recanatese, cercandolo dalla sponda della prima modernità, per varie vie, nell’antico. Questo è il terzo volume di una trilogia e riflette in particolare sulla definizione proposta da Gioberti per Leopardi e Vico, solitari risplendenti “soli nomadi”. Lo stesso titolo ne deriva, uno sguardo orizzontale, del mappamondo più che del calendario, che privilegia la forma-spazio e consente meglio di sottolineare le influenze (spesso poco approfondite in passato) dei libri presenti in biblioteca sull’Oriente, tra Persia e India, Ahriman e Buddha. Il bel libro (pur con linguaggio troppo autoreferenziale) è suddiviso in cinque parti (da cui i sottotitoli) e undici capitoli, alcuni dedicati a singoli componimenti, l’ultimo che aiuta a capire perché il titolo “Canti” fu scelto nel 1831.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Ah l’amore l’amore (Le gialle di Valerio 222)

Antonio Manzini
Ah l’amore l’amore
Sellerio Palermo, 2020 (in libreria dal 9 gennaio)
Noir

Aosta. Fine 2013. Il 21 dicembre il vicequestore Rocco Schiavone è stato operato d’urgenza, hanno dovuto asportargli un rene dopo che aveva subito una grave ferita durante la sparatoria di qualche giorno prima quando, all’alba insieme alla sua squadra, aveva arrestato la banda di falsari e rapinatori responsabili di un duplice omicidio a Saint Vincent. Nessuno sa da quale pistola sia partita la pallottola, la brava responsabile della Scientifica Michela Gambino non ha ancora potuto esaminare la questione, intanto lui è stato definito eroe e ha ricevuto encomi. Mentre è convalescente e insofferente in ospedale (fuma sigarette e canne al freddo sulle scale esterne, non mangia il vitto e va avanti con caffè e brioche o fette di panettone e tavolette di cioccolato, gira di continuo e tratta male molti), il giorno di Natale la stessa équipe effettua un’altra nefrectomia radicale ma un’improvvisa emorragia e un errore trasfusionale provocano la morte del paziente, Roberto Sirchia, noto e benestante industriale della zona. Schiavone riflette sui casi della vita, però ha conosciuto l’ottimo affidabile primario Filippo Negri, basso e cicciottello, naso grosso e capelli bianchi, pacato e sensibile, non è convinto di sue responsabilità nell’accaduto. Rocco è fuori servizio, dalla questura arrivano Antonio Scipioni (appena vincitore del concorso da viceispettore) e Ugo Casella, per indagare e sequestrare il materiale. Si fa informare circa i primi interrogatori e verifiche, butta là domande in giro, esplora metodi e percorsi dell’ospedale, vede confermati i suoi dubbi e informa il magistrato Baldi e il questore Costa. Mentre un uomo stanzia fuori nell’ombra, il pericolo Baiocchi resta aperto, neve e Capodanno incombono sugli affetti di tutti, sarà presto proprio Rocco a dirigere le indagini e a risolvere il caso. A suo modo.

Nono godibilissimo romanzo dell’eccelsa sospesa serie Schiavone per l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964), originale anche perché concepita come opera unica “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato quindici mesi valdostani del suo personaggio romano, sempre con uno straordinario meritato successo (anche in tv, terza serie terminata nell’ottobre 2019). Tutto avviene in terza persona varia al passato. Accanto al dipanarsi noir vi sono le vicende d’amore dei vari personaggi, non a caso il titolo riprende la canzone di Luigi Tenco portata al successo quasi cinquant’anni fa da un album dal vivo di Ornella Vanoni: “Ah… l’amore l’amore, quante cose ti fa fare l’amore; ah… l’amore l’amore, quante parole ti fa dire l’amore”. Rocco ha ripreso a parlare spesso con Marina (l’amatissima moglie morta oltre sei anni prima) e ha qualche nuovo parziale palpito per la giornalista Sandra Buccellato, ex moglie proprio di Costa. Il 30enne Antonio è alle prese con le tre fidanzate 28enni che vivono sposate con altri a Senigallia, due sorelle e una cugina frequentate in parallelo (a fatica) senza commistioni (finora). Il pugliese Ugo s’arrovella rispetto al se e al come dichiararsi alla quieta pratica bionda Eugenia che vive ormai sola col figlio grandicello al piano di sopra (la figlia studia a Torino), da mesi donna dei suoi sogni diurni e notturni (che a tavola mette orecchiette e Primitivo di Manduria). Michela se la fa fra scienziati, con l’anatomopatologo Alberto, entrambi utili a scoprire la verità peraltro. Baldi toglie e mette di continuo la foto della moglie sulla scrivania. Italo Pierron è ancora innamorato del gioco, ludopatico senza remissione di peccati (come barare a poker con complici per spennare altri). Anche i provvisori coinquilini di Rocco hanno nuovi amori: il giovane Gabriele si sta invaghendo di una compagna di scuola, Marghi; la mamma Cecilia sta scegliendo di trasferirsi a Milano all’ufficio comunicazione del Fai (dove è andato a lavorare Maurizio Vento). D’Intino e Deruta poi… Non finisce qui. Nevica.

(Recensione di Valerio Calzolaio)