Processo a Shanghai (Le gialle di Valerio 259)

Qiu Xiaolong
Processo a Shanghai
Marsilio Venezia, 2020 (orig. Inspector Chen and Dee Judge, 2020)
Traduzione di Fabio Zucchella
Noir

Shanghai. Una settimana di un maggio di pochi anni fa. Chen Cao continua a fare sogni bizzarri. L’ex ispettore capo del dipartimento di polizia di Shanghai, uno dei pochi poliziotti capaci e onesti in circolazione, poeta e traduttore, eliotiano e buongustaio, autore di memorabili successi investigativi, casi speciali contro criminali e corrotti, è stato sollevato dall’incarico, rimosso e promosso come privilegiato funzionario del Partito, nominato direttore dell’ufficio per la Riforma del sistema giudiziario, privo di potere reale, ora pure a casa in imposta licenza di convalescenza. Legge, si stanca, salta i pasti, beve troppo caffè, è sempre nervoso e irrequieto. Un amico scrittore gli ha prestato “Poeti e assassini” (1968) del sinologo olandese Robert van Gulik (1910-1967), un libro in inglese, ultimo giallo della serie sul giudice Dee. Lo entusiasma fin dal titolo, tratta di un omicidio ai tempi della dinastia Tang (618-907 d.C.), politicamente corretto rispetto al contemporaneo regime a partito unico. Vecchio Cacciatore, poliziotto in pensione e padre di Yu (l’amico ispettore che lo ha sostituito dopo una lunga collaborazione da vice), lo chiama al numero riservato, proponendogli una consulenza ben retribuita presso un’agenzia di investigazioni: Min Lihua, affascinante raffinata chef e proprietaria di una “cucina privata”, ambita e costosissima, è stata accusata di aver ucciso la propria collaboratrice Qing, dopo che i pochi ospiti di una riuscita serata se ne erano andati. Chen dovrebbe capire cosa consigliare per scagionarla. S’interessa subito al caso, trova similitudini con il romanzo che sta leggendo, incrocia altri scandali con giudici e poeti, si dà da fare fra pericoli e minacce, e altri delitti. Fortunatamente lo aiuta Jin, l’alta slanciata graziosa intelligente giovane segretaria del suo ufficio. Il mistero è in realtà un noir politico, in corso d’opera decide di scrivere anche lui una novella storica sul giudice Dee.

Undicesimo ottimo episodio della magnifica serie ambientata in Cina e scritta in inglese negli Usa dal docente universitario di letteratura in Missouri Xiaolong (“piccolo drago”) Qiu (Shanghai, 1953), in terza fissa sul protagonista e talora sulla sua nuova preziosa assistente: potrebbe essere che siano reciprocamente attratti, nonostante la differenza d’età. I primi episodi erano stati ambientati subito dopo i fatti di Tienanmen (1989), che suggerirono, invece, a Qiu di fermarsi negli Stati Uniti. Ora siamo giunti ai giorni nostri, sappiamo che Chen esprime la vita parallela dell’autore se fosse rimasto in patria. Qui il personaggio conferma la lealtà personale alla verità e sembra aver finalmente capito che le cose in Cina non possono cambiare, nemmeno lentamente, soprattutto per chi apprezza legge e giustizia. Certo, tutto ruota intorno a un’incredibile catena di coincidenze, pure il delitto della camera chiusa; tuttavia le coincidenze diventano circostanze, tutte legate da una lunga e invisibile fune rossa; vale la pena viverle con sagacia e passione, salvando quel che si può. Il contesto è l’accesa lotta di potere che sta infuriando a Pechino, Principi Rossi contro Leghe giovanili, niente di nuovo sotto il sole, sono simili alle fazioni dominanti agli inizi della dinastia Tang. Persistente efficace citazione di proverbi, detti, versi, neologismi e voci tratte da netizen. Ancora una volta il sesso vive un poco nei matrimoni combinati e nella prepotenza maschile, oppure sta tutto nei preliminari (non carnali). Continuo il parallelismo fra Chen Cao, autore e personaggio contemporaneo, e l’enigmatico giudice Dee, ispirazione di un altro eroe letterario. Vino e Maotai (il liquore). Quando gli programmano un seminario nella capitale, Chen osserva che forse è una questione del tipo “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le canaglie (Le brevi di Valerio 401)

Angelo Carotenuto
Le canaglie
Sellerio Palermo, 2020
Romanzo

Roma. 1971-1977. Negli ultimi dieci anni la Lazio ha vinto varie Coppe Italia o supercoppe di calcio, recentemente sta andando molto bene anche in campionato. Gli scudetti risalgono al 1974 e al 2000. Complessivamente ha preso parte a 78 delle 89 edizioni disputate nella Serie A a girone unico, vincendo quei due titoli. La squadra degli anni settanta fu protagonista per molte consecutive stagioni, ne resta mitica memoria in tanti tifosi. Presidente era l’italoamericano Lenzini; in campo scendevano perlopiù il portiere Pulici, i difensori Martini, Oddi, Petrelli e Wilson (capitano), i centrocampisti Frustalupi, Nanni e Re Cecconi; davanti D’Amico, Garlaschelli e “Giorgione” Chinaglia; allenatore Maestrelli. Il bravissimo competente raffinato giornalista sportivo Angelo Carotenuto (Napoli, 1966) ha scelto il documentato romanzo Le canaglie per raccontare quei folli maledetti anni a Roma, attraverso i mesti ricordi di un testimone Paparazzo, ironico e malinconico, Marcello Traseticcio.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La morte è il mio mestiere (Le gialle di Valerio 258)

Michael Connelly
La morte è il mio mestiere
Piemme Milano, 2020 (orig. 2020 Fair Warning)
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir

Los Angeles. L’anno scorso. L’attraente Christina Tina Portrero, occhi e capelli neri, 44 anni nonostante l’aspetto giovanile, rimorchia un bel tipo prestante al bar, si fa riaccompagnare a casa con l’auto elettrica, poi giusto un po’ di sesso, appena sufficiente. Lui finisce, butta il preservativo, torna a letto, l’abbraccia da dietro e le gira il collo di centottanta gradi, dislocazione atlanto-occipitale (DAO) o decapitazione interna.
Jack McEvoy torna a casa dopo aver consegnato al direttore della pubblicazione online per cui lavora un interessante pezzo sul re dei truffatori (il quale a pagamento sta addirittura insegnando la sua arte) e trova due poliziotti che lo aspettano, stanno indagando sull’omicidio e hanno trovato il suo nome nella rubrica della vittima, un anno prima avevano trascorso insieme la notte da lui dopo essersi incontrati al Mistral, un locale della zona.
Il giornalista s’incuriosisce, indaga in giro, va su un sito di coroner e pone questioni, si fa dare l’incarico per un articolo, viene arrestato per intralcio alla giustizia, ma scopre una pista davvero importante. Forse non è l’unica vittima uccisa spezzandole il collo (anche quando sono stati simulati incidenti o cadute), forse c’entra in qualche strano modo un esame del dna che Tina aveva fatto (come altre vittime) presso una società molto economica, forse c’è un mercato di profili genetici particolari, forse c’è un serial killer ben mascherato da anni in circolazione. Jack chiede aiuto al suo grande amore Rachel Walling, la donna che quattro anni prima aveva perso (insieme al lavoro) per aver messo sé stesso e la sua storia davanti a tutto il resto. Lei era un agente FBI e ora fa noiose remunerative ricerche private di background, accetta e si trovano entrambi a correre rischi mortali, L’Averla (uccello che attacca le prede alle spalle) trama nell’ombra.

Il magnifico scrittore ex giornalista Michael Connelly (Filadelfia, 21 luglio 1956) abbandona di tanto in tanto l’eccelsa epopea Bosch (22 romanzi) e si concentra su altri protagonisti (sempre seriali, spesso intrecciati, quasi una quindicina di libri finora). Questa volta vuol parlare anche delle dinamiche attuali del giornalismo e recupera il suo principale alter ego, il bravo reporter cocciuto e un po’ fissato, che cerca le verità nascoste e che scrive romanzi sulle proprie storie, ben conosciuti da altri personaggi e da milioni di lettori, questo è il terzo. Connelly ne sta già sceneggiando la trasposizione cinematografica. Vediamo in diretta tutte le nuove frontiere digitali della professione, un mestiere che l’autore difende nel nome democratico della libertà e della giustizia (esplicitamente contro Trump): “il giornalismo, in genere, consiste solo nel raccontare situazioni ed eventi di interesse pubblico. È raro che conduca alla caduta di un politico corrotto, al cambiamento di una legge o all’arresto di un violentatore. Quando questo accade, però, la soddisfazione è immensa.” La narrazione è in prima persona al passato, con prologo e brevi spezzoni in terza su L’Averla e un altro criminale. Fair Warning (il titolo americano) significa “giusto avvertimento”, adempiere il duro giornalismo d’inchiesta in difesa dei consumatori, il sito e il relativo direttore esistono davvero. L’incipit del primo romanzo con Jack (Il Poeta) è il titolo italiano di questo, il protagonista si guadagna la vita sul fatto che altri uccidano, resta sempre coinvolto in omicidi, ha imparato a sue spese a occuparsene e a scriverne. Raccogliamo pure molte notizie aggiornate sull’industria dei test genetici e del dna, incapace di governarsi da sola, ma attualmente poco o nulla dotata di una supervisione pubblica da parte del governo. Scopriamo infine il movimento di pessimi maschi che odiano le donne nel dark web, dove imperversano pseudonimi e il vocabolario misogino degli inquietanti “incel” (involuntary celibate), involontariamente celibi o casti, che ce l’hanno con gli stessi “slayer”, uomini con vite sessuali normali. Vodka Martini per Jack, ovunque, con chiunque; Grace Kelly, By the Grave, come sigla finale del programma nel podcast.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le vie militari romane (Le brevi di Valerio 400)

Giovanni Brizzi
Andare per Le vie militari romane
Il Mulino Bologna, 2020
Storia

Antica Italia. Oltre 2000 anni fa. Il termine strada indica vie “lastricata”, di pietre o ghiaia. I Romani ne furono artefici in quantità e qualità, ampiezza e tecnica (molto più dei Greci), spesso sovrapponendole a tragitti preesistenti. Le consideravano strumenti di organizzazione del territorio e controllo militare, collegamenti fra comunità importanti soprattutto per la manodopera, promotrici di scambi commerciali ed economie integrate. Il reticolo viario dell’impero toccò l’estensione di 53 mila miglia solo con gli assi principali. In Le vie militari romane l’emerito docente di Storia romana Giovanni Brizzi (Bologna, 1946) ne descrive le funzioni, spiega come si costruivano e cosa si incontrava lungo il percorso, poi ne esamina alcune in particolare, con l’ausilio di significative foto, tre fra le più note consolari: Appia (312 a.C.), verso Capua e poi Brindisi; Flaminia (220 a.C.) verso Fano e l’Adriatico; Emilia (187 a.C.) dal mare verso la pianura padana e il Nord.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… La casa dei bambini perduti

Nicola Arcangeli
La casa dei bambini perduti
Clown bianco, 2020

La casa dei bambini perduti, terzo romanzo di Nicola Arcangeli per Clown Edizioni, è ambientato in Emilia-Romagna, a Rimini; dimenticate le atmosfere nostalgiche degli anni Sessanta del precedente Rimini Graffiti, mette al centro un’infuocata campagna elettorale senza esclusione di colpi.
In questo clima rovente incontriamo già dalle prime pagine Mauro Giani, giornalista a capo di una televisione d’assalto, la 7FuturaTV, intento a perfezionare un dossier che scotta sul candidato considerato vincente, Massimo Biraghi, ex questore con il pelo sullo stomaco e fama di picchiatore. Biraghi è a capo di una lista civica che ha fatto il pieno di consensi nella destra reazionaria e populista, andando a pescare anche nell’orticello di quella parte della sinistra del “fare” e, pur senza essere il candidato di bandiera del maggior partito, ha buone chance di aggiudicarsi le elezioni a presidente dell’Emilia Romagna. Ma Biraghi nasconde altarini e ci sono seri indizi che lo vogliono coinvolto in giri sporchi.
Giani, nell’intento di vederci chiaro, ha scavato a fondo sebbene il clan di Biraghi gli abbia indirizzato allusioni e perfino minacce. Marco Giani va avanti per la sua strada fino alla scomparsa di suo figlio Mirko, nove anni. La mamma lo ha accompagnato a scuola, come tutte le mattine, ma quando il padre va a prenderlo scoprirà che in classe non è mai arrivato. Per Giani non c’è dubbio: Mirko è stato rapito su ordine di Biraghi. Terrorizzato dalle possibili conseguenze sul figlioletto, sceglie di non parlare alla polizia. E tuttavia, nei giorni seguenti, Mirko non torna e anzi scompaiono altri tre bambini. Rapiti anche loro? Il caso verrà affidato a una task force un po’ raccogliticcia della polizia, guidata da Simon Groff, uomo di solidi ideali ma in crisi dopo la morte della moglie per cancro e da mesi schiavo dell’alcol. Simon Groff, da tempo relegato al lavoro da scrivania, stranamente reagisce bene all’incarico e comincia a darsi da fare, rischiando di scoperchiare un maledetto vaso di Pandora. Ma nella alte sfere si rema contro e si cerca di metterlo a tacere. Bisogna andare avanti scansando minacce e ricatti, far fronte al sospetto che qualcuno, dall’interno della task force, miri a scardinarla, ignorare le false piste.
Arcangeli si diverte a riesumare vecchi personaggi dati per morti, a cominciare da Ferrari che non solo è testimone oculare del rapimento di un altro bambino, ma addirittura dichiara a Groff di aver sognato gli altri rapimenti prima che accadessero. Insomma avrebbe delle visioni precognitrici. Arcangeli si serve anche di Tore Renzetti, il trasformista, che, tra semplici cammeo, menzioni o veri e propri ruoli da protagonista, è l’unico personaggio che torna sempre nelle sue storie. Anche a Renzetti dà la facoltà di prevedere in anticipo quanto di terribile deve ancora accadere. Nell’inchiesta si fanno largo le percezioni sensoriali di Ferrari e di Tore Renzetti e il romanzo di Arcangeli diventa un thriller sovrannaturale.
Riusciranno tutti insieme, la raccogliticcia squadra di polizia e i loro indispensabili “veggenti”, a fermare la follia in atto ed evitare che l’atroce piano criminale governato dalla sete di potere possa andare a buon fine.
Anche in La casa dei bambini perduti, come mi si dice avesse fatto nei precedenti libri, Arcangeli ha mischiato l’indagine all’aspetto umano dei suoi personaggi. Ci sono i buoni con la maiuscola, come Simon Groff che, messo all’angolo dal dolore per la morte della moglie Aurora, vuole combattere la dipendenza dall’alcol e riscattarsi anche per sua figlia, e i suoi amici e alleati con i loro affanni giornalieri, e poi i cattivi, i cattivissimi, veri diavoli, dotati al 100 per cento della crudele e incontrollabile protervia del male. C’è anche l’amore, quella cosa che dovrebbe riuscire a sconfiggere la morte. E, non ultimo, l’aspetto politico-sociale che avvicina la trama all’attualità, con le campagne elettorali perennemente avvelenate, gli slogan berciati ogni giorno, scontri a colpi di social network.