Incontri: George Pelecanos

PelecanosHo iniziato (in tremendo ritardo!) a guardare la serie tv The Wire e ho scoperto che uno degli autori è una mia vecchia conoscenza, George Pelecanos, pluripremiato autore di noir. E mi sono ricordata di una vecchia intervista…
Eccola. Datata ma “ripulita” e attualizzata.

AB – Come è stata la tua infanzia?
GP – Ero un bambino americano di seconda generazione (i miei genitori erano greci) vissuto negli anni in cui Washington era teatro di infuocati riots tra neri e bianchi. Il ricordo di quegli anni ha sicuramente influenzato il mio modo di scrivere.

AB – Quando hai iniziato a scrivere?
GP – La mia carriera è iniziata nel mondo del cinema come produttore e sceneggiatore. Ho deciso di diventare scrittore dopo aver seguito un corso di letteratura poliziesca e riscoperto i vecchi classici: Hammett, Chandler, Ross MacDonald… Da quel momento in poi ho letto tantissimo. Scrivevo di notte, o di mattina presto, mentre continuavo a fare altri lavori per mantenermi.
Ho pubblicato il primo libro, A Firing Offense, a 31 anni: era il 1992. Il protagonista, Nick Stefanos, è abbastanza autobiografico: ha origini greche, beve e ha un lavoro che non gli piace molto.
L’investigatore Derek Strange nasce dopo ed è un personaggio che ho voluto fortemente. Un detective nero che vive e agisce in una comunità che lui protegge ma dalla quale non è accettato.

AB – Hai scritto anche romanzi stand-alone. 
GP – La città che fa da sfondo a tutti i miei romanzi è Washington. Prendo ispirazione da storie reali: in Drama City (Il Guardiano del Buio, in italiano) ad esempio i protagonisti sono Lorenzo e Rachel. Lorenzo ha scontato una pena in carcere e ora per lavoro si prende cura dei cani reduci dagli incontri di dog fighting; Rachel è una poliziotta dalla doppia vita: la notte dà sfogo alle sue angosce dedicandosi all’alcol e agli incontri fortuiti nei bar.

AB – Cosa è cambiato rispetto agli inizi della carriera?
GP – All’inizio ero più libero di scrivere ciò che volevo. Adesso l’editore investe molto di più su di me e quindi vuole essere certo che quello che scrivo sia di gradimento dei lettori. Io tento comunque di raggiungere un’audience vasta, ma senza snaturare la mia arte.

AB – Cosa ti è rimasto dell’anima greca, come uomo e come scrittore?
GP – Il fatto di essere un lavoratore instancabile. Lo vedevo fare a mio padre e lo faccio io.

Giorgio Faletti (1950-2014) R.I.P.

giorgio_faletti_sito-ufficiale_ban_ita1Non sono tra coloro che lo hanno attaccato in vita e si stracciano le vesti dopo la morte: no, a  me i romanzi di Giorgio Faletti erano piaciuti davvero, soprattutto i primi due. Lo avevo anche conosciuto, ai tempi del Falcone Maltese.
Lo saluto con questi due vecchi pezzi, un’intervista del 2005 e una recensione del 2009. E tanto dispiacere. Ciao, Giorgio.

Intervista a Giorgio Faletti (2005)

AB –  Il successo di Io uccido prima, e di Niente di vero tranne gli occhi dopo, ti ha consacrato come uno dei migliori giallisti italiani. Ritieni che questa “etichetta” sia corretta o preferiresti essere considerato un bravo scrittore tout court?
GF – Nella mia carriera ho raccontato a tratti storie molto diverse fra loro. Ho iniziato scrivendo testi comici, successivamente canzoni, infine sono approdato alla letteratura, gialla nella fattispecie. Per questo motivo mi ritengo un narratore che per il momento prova interesse per le storie di suspence. Tuttavia, visto che la mia curiosità è praticamente ingovernabile, non escludo investigazioni in altri settori.
AB – Credi che esista ancora, nei confronti del giallo, una sorta di pregiudizio che lo relega al rango di letteratura “di serie B”?
GF – Sul fatto che ci sia una sorta di ghettizzazione di questo tipo di letteratura è innegabile, ma è altrettanto innegabile che scrittori cosiddetti “di genere” nel tempo abbiano fatto giustizia di molti contemporanei sostenuti da aspirazioni ben più ampie. Esiste a lato, nel contempo, la possibilità che un autore possa sopravvalutare la sua opera e ritenersi portatore di una valenza superiore alla semplice letteratura di intrattenimento.
AB – Negli ultimi tempi abbiamo assistito a un boom del giallo nella letteratura, nel cinema, alla tv. Pensi che sia un fenomeno passeggero o che si tratti di un trend destinato a durare nel tempo?
GF – Il trend ha la possibilità di essere duraturo, sempre che la massificazione non faccia perdere alle proposte la qualità necessaria a interessare. Il giallo si evolve con i tempi: aumentano qualitativamente le prassi di indagine ma allo stesso tempo le vie per commettere un crimine.
AB – Per quanto riguarda i progetti futuri, cosa hai in serbo per i lettori (e non solo per loro)?
GF – Come sempre, storie. Il mio gusto per la contaminazione potrebbe anche far pensare che non siano solo storie legate al thriller…

**

Io sono Dio (2009)

È stata la polemica dell’estate, rimbalzata dai blog ai siti web alla carta stampata. Due blasonate traduttrici, Franca Cavagnoli ed Eleonora Andretta, affermano che l’ultimo romanzo di Giorgio Faletti, Io sono Dio (Baldini Castoldi Dalai), presenta un po’ troppi anglicismi. A sostegno della loro tesi riportano modi di dire che sembrano tradotti con BabelFish, il traduttore automatico. Espressioni incomprensibili per gli italiani ma adatte a un abitante del Bronx. Perifrasi (“il tavolino da notte” per indicare il comodino) che sembrano indicare che il romanzo è stato pensato in inglese. Ma l’autore, si sa, è italianissimo, e per quanto possa avere una certa familiarità con gli States non si giustificherebbe un uso così ampio, e ardito, dell’americano.

Da qui il dubbio, non esplicitato ma sottinteso: chi è l’autore di Io sono Dio? È davvero Giorgio Faletti, oppure la stesura dell’ultimo best seller è stata affidata a un ghost writer straniero? La polemica, a colpi di articoli sui giornali e sulla carta stampata, procede con diverse cadute di stile da entrambe le parti. Il dubbio è a nostro avviso infondato. Lo stesso Faletti, su La Stampa del 22 agosto, elenca articolatamente i motivi per cui un autore di successo, pubblicato in tutto il mondo da un editore serio, non può ricorrere a mezzi di bassa lega. Di più: lo scrittore dà pienamente conto del linguaggio utilizzato, spiegando che l’uso di anglicismi è giustificato dal fatto che il romanzo si svolge interamente in America.

La spiegazione sembra plausibilissima e non lascia adito a ulteriori sospetti. D’altra parte, aggiungiamo noi, se proprio avesse usato un ghost-writer avrebbe anche potuto pagare i servizi di un buon traduttore che eliminasse le evidenti “sbavature” anglofone. È più facile pensare che l’autore abbia scelto il proprio stile, assumendosene la responsabilità. Una storia ambientata negli Stati Uniti deve, ovviamente, utilizzare un registro e delle espressioni in sintonia con l’ambiente circostante.

Nessun mistero, dunque. Anzi, addirittura un blog arriva a lanciare la notizia che Faletti stesso sarebbe un ghost writer, e che le evidenti analogie strutturali tra i suoi romanzi e quelli di celebri autori americani sarebbero di origine falettiana. Lo scrittore nostrano, insomma, non avrebbe fatto altro che riprendersi il suo ruolo, firmando – finalmente – i libri con il suo nome.

La polemica sembra placarsi solo con la fine dell’estate.

Sarà. Messe a tacere – si spera – le malelingue, ai lettori non rimane che valutare Io sono Dio per ciò che è, nudo e crudo. Un thriller, che inizia durante la guerra in Vietnam e continua nella New York dei giorni nostri. Un pericoloso dinamitardo minaccia di far esplodere una serie di bombe nel centro della città. Sulle sue tracce, un’investigatrice problematica e un reporter in cerca di riscatto dopo aver dovuto rinunciare al premio Pulitzer per aver usato una foto scattata dal defunto fratello. L’indagine procede serrata, i colpi di scena arrivano al momento giusto e, rispetto ai precedenti romanzi di Faletti, mancano le verbose spiegazioni finali. Anche se proprio sul finale il romanzo lascia un po’ a desiderare: se in Io uccido si diceva troppo, qua si dice troppo poco, rendendo il movente dell’assassino un po’ labile (e non sveliamo di più, ma chi ha letto il romanzo avrà probabilmente notato questa piccola pecca).

Sullo stile si può dissertare o dissentire, e non pochi hanno obiettato, ma la lettura è oggettivamente scorrevole e piacevole. Che Giorgio Faletti abbia stile e ironia lo ha già dimostrato nella sua carriera poliedrica e ultraventennale. A riprova di ciò, nel presentare il romanzo l’autore sottolineava come il titolo non avesse alcun riferimento autobiografico.

Nell’insieme, Io sono Dio è una bella prova d’autore per uno scrittore che deve resistere alla sindrome da bestsellerista. Non è facile mantenere ogni volta un livello di vendite da migliaia di copie, conquistare la vetta della classifica e rimanere in cima il più a lungo possibile. Giorgio Faletti si conferma l’unico italiano (alla pari, forse, con Donato Carrisi, che però deve ancora affrontare il banco di prova del secondo romanzo) in grado di competere sullo stesso piano dei grandi thrilleristi stranieri. D’altra parte il debito nei confronti di Jeffery Deaver non è mai stato nascosto, anzi lo scrittore americano è esplicitamente citato (un suo romanzo si trova a casa di un sospettato).

Potrà piacere o non piacere, ma Io sono Dio è ciò che dichiara di essere: un onesto thriller di buon livello scritto da uno dei più letti, e invidiati, scrittori italiani.

(A.B.) (Pubblicato sul Falcone Maltese nel 2009)

“Il calice della vita” di Glenn Cooper

20131125_191946Straordinario successo per la presentazione romana di Il calice della vita (Editrice Nord, 2013) ultimo (per il momento) romanzo dell’americano Glenn Cooper.
Sessant’anni, laurea in medicina e in archeologia, carriera da manager, Cooper si è imposto all’attenzione del pubblico con la trilogia di Will Piper (La biblioteca dei morti, Il libro delle anime, I custodi della biblioteca), dopo la quale ha pubblicato altri quattro romanzi stand-alone di argomento storico-avventuroso nei quali (salvo che in uno) vicende attuali affondano le radici nel passato.
Nel Calice della vita l’autore affronta (e vince) la sfida narrativa di trattare un argomento già oggetto di numerosi romanzi in modo nuovo e avvincente per i lettori. L’argomento è, come si può intuire, la ricerca del Graal, che coinvolge il protagonista Arthur Malory, appassionato “cultore della materia”, quasi a sua insaputa. Al suo fianco una giovane scienziata francese, Claire. Contro di lui la setta dei Khem, che ha tramandato nei secoli la risposta al mistero più grande di tutti ma è priva del “pezzo” più importante.
IMG_933445487147332Come in altri romanzi di Cooper, la trama è compiuta ma la soluzione finale è lasciata all’intuizione del lettore. Sarà questo, o saranno i temi trattati, o la scrittura in stile sceneggiatura, ricca di colpi di scena, fatto sta che i lettori italiani ne sono rimasti catturati.
Moltissimi i giovani presenti che, dopo aver ascoltato l’autore in reverente silenzio, hanno chiesto notizie dei prossimi libri (una nuova trilogia in arrivo) e di eventuali trasposizioni cinematografiche dei primi romanzi.
A seguire, firmacopie chilometrico: per ciascuno dei presenti Cooper ha avuto parole gentili ed è stato disponibile a farsi fotografare con chi lo richiedeva (praticamente tutti!).
Indipendentemente dal merito dei romanzi (ci sono bei romanzi che comunque non riscuotono lo stesso successo) è stato davvero un piacere constatare che esistono autori capaci di muovere centinaia di persone, anche in un giorno di sciopero e freddo eccezionale.
Come ho detto all’inizio della presentazione, vedere tutti quei volti attenti mi lascia sperare che non tutto sia perduto.

L’ipnotista (2012)

l'ipnotistaHo appena visto L’ipnotista, il film di Lasse Hallstrom tratto dall’omonimo romanzo di Lars Kepler. Una sorpresa, visto che le recensioni lo definivano pesante. E invece è proprio come dovrebbe essere, coinvolgente senza effetti speciali, abbastanza aderente al romanzo, con la giusta dose di suspense e ambientazione affascinante (tutto quel bianco non manca mai di colpirmi, ogni volta mi chiedo come sia vivere con l’abitudine al gelo e alla neve).

E mi sono ricordata che nel 2010, in occasione dell’uscita del libro, avevo intervistato gli autori, intervista che – miracoli della tecnologia – sono riuscita a recuperare… Eccola.

lars keplerIntervista telefonica alla coppia di scrittori del momento: Alexander Ahndoril e Alexandra Coelho Ahndoril, autori (con lo pseudonimo di Lars Kepler) del discusso thriller L’ipnotista, appena pubblicato da Longanesi, best seller in Svezia. Dopo le prime scontatissime battute della conversazione (“Piacere, Alexandra”, “Piacere, Alessandra”, “Piacere, Alexander”, “Piacere, Alessandra”, “Oh che bel nome”) passiamo alle domande serie:

AB – Come mai avete deciso di usare uno pseudonimo e da dove viene Lars Kepler?
Alexander – È successo che io e Alexandra abbiamo finito un romanzo – ciascuno con il suo nome – contemporaneamente. Quando hai terminato un romanzo ti prende una sorta di malinconia: vorresti scrivere ma non sai cosa. Ti senti in astinenza, hai una sensazione di vuoto. Vorresti sentirti creativo. Così ci siamo guardati e ci siamo detti: perché non scriviamo qualcosa insieme?
Alexandra – Io e mio marito Alexander siamo entrambi autori pubblicati in Svezia, di narrativa. Volevamo scrivere qualcosa insieme, ma quando abbiamo provato a scrivere per il teatro litigavamo, perché sembrava che la voce di ciascuno dei due cercasse di soverchiare quella dell’altro. Così abbiamo scelto un genere che non fosse né il mio né il suo, e in questo modo siamo riusciti a essere due voci diverse su una pagina bianca, un nuovo autore. Lars è un tributo a Stieg Larsson, e Kepler è lo scienziato (Keplero). Ed ecco il nuovo scrittore.
Abbiamo mandato il manoscritto agli editori anonimamente: volevamo che il manoscritto venisse giudicato in modo imparziale, che chi leggeva non pensasse agli scrittori già noti Alexander e Alexandra. È stato molto liberatorio per noi essere un nuovo scrittore. Volevamo che anche i lettori restassero all’oscuro dei nostri veri nomi, ma l’editore era molto negativo rispetto all’idea di uno pseudonimo, e la stampa ha iniziato a cercarci perché c’era un libro ma non si poteva intervistare l’autore. Così hanno iniziato a cercarci. E una notte di agosto – eravamo nella nostra casa in campagna – hanno bussato alla porta e c’erano i giornalisti e i fotografi con i flash… Game over.

AB – Per entrambi questo è il primo tentativo nel genere thriller. Come mai questa scelta?
Alexandra: Io e Alexander guardiamo moltissimi film, almeno uno ogni sera, e ne discutiamo insieme – della trama, dei personaggi. Penso che la scelta del genere sia stata molto influenzata dal cinema. Siamo stati anche ispirati da Stieg Larsson, che ha innovato il genere. Inoltre i nostri romanzi tengono in gran considerazione la lingua e lo stile. Ma penso che in un crime novel il linguaggio debba essere chiaro, che non debba frapporsi tra la trama e il lettore. Eravamo più interessati all’atmosfera e agli eventi che allo stile.

ipnotistaAB – Sapendo che Alexander è uno scrittore di teatro, non è difficile notare che alcune scene – come quelle della terapia di gruppo – sono costruite come scene di un dramma, sembrano scritte per essere rappresentate su un palcoscenico. Mi sbaglio?
Alexander – Non ci avevo mai pensato ma sì, è possibile di sì.

AB – Come vi siete divisi il lavoro? Chi ha fatto cosa?
Alexandra – Scriviamo come un solo autore. Ogni mattina parliamo della trama, decidiamo cosa scrivere, ognuno siede al suo pc e inizia a scrivere. Poi ci scambiamo i pezzi via mail, e io continuo a scrivere il suo pezzo e lui il mio, fino a quando la scena è completa. Abbiamo scritto tutto insieme, eravamo l’uno nelle frasi dell’altro. Abbiamo lavorato in modo assolutamente paritario e organico.

AB – Penso che le nuove generazioni di scrittori svedesi debbano confrontarsi con antecedenti noti in tutto il mondo, come Sjowall e Wahloo e Stieg Larsson. Si tratta più di un’eredità o di un fardello?
Alexandra – Bella domanda! Siccome io e Alexander siamo una coppia, il confronto con Sjowall e Wahloo è inevitabile… Loro sono una leggenda. Noi siamo cresciuti con i loro libri e certamente ne siamo stati influenzati. Ma siamo lontanissimi per modo di scrivere. I loro libri sono molto buoni ma sono anche molto legati al tempo in cui sono stati scritti. Sono indubbiamente molto importanti per la tradizione. A Stieg Larsson siamo molto debitori, lui ha reso i polizieschi svedesi internazionali in un modo che nessuno aveva fatto prima.

AB – Ok, ora un paio di curiosità, La prima: ho saputo che in una versione iniziale il libro terminava con un’orsa…
Alexandra – Sì! Incredibile, come hai fatto a saperlo? Inizialmente sì, avevamo pensato a un’orsa che si inferociva per proteggere i cuccioli. Ma abbiamo cambiato il finale e abbiamo introdotto il tema dell’acqua perché ci fosse una connessione con le sedute di Erik, quando induce l’ipnosi nei suoi pazienti e nel frattempo immagina di essere nell’acqua. Abbiamo pensato che fosse più elegante, e più coerente con quanto accade prima.

AB – I lettori italiani hanno contestato che, in un momento cruciale di un inseguimento in un cimitero, nottetempo, l’investigatore si scontra con un’anziana signora che era andata a portare una candela sulla tomba di Ingrid Bergman. Innanzitutto, mi confermi che a Stoccolma, come nei paesi anglosassoni, i cimiteri sono aperti anche la notte?
Alexandra – Sì, certamente! In Svezia la gente va al cimitero anche la sera, ed è comune che accendano candele. Siamo in un paese molto buio…

AB – E mi confermi che ci sono persone che ancora visitano la tomba di Ingrid Bergman?
Alexandra – Sì, certo. Non l’abbiamo affatto dimenticata.

AB – Ho notato che il libro è incentrato su problematiche familiari “forti”: il primo omicidio matura in ambiente familiare, i bambini sono abbandonati a sé stessi, Erik ha problemi con la moglie… È un problema molto sentito, quello della perdita del senso della famiglia?
Alexandra – Mi piace che tu l’abbia notato. La famiglia è anche una metafora della società, ci sono famiglie di ogni tipo nell’Ipnotista. Noi abbiamo scritto su ciò che temevamo di più. Abbiamo dei figli e cerchiamo di proteggerli, e ci sentiremmo impotenti e rabbiosi se accadesse loro qualcosa.

AB – E adesso, che succede?
Alexandra – Abbiamo terminato il secondo libro – ne abbiamo in progetto otto – con il detective Joona Linna, e i diritti cinematografici sono già stati acquistati… Siamo stupiti anche noi di questo successo. Ora non rimane che scriverli… Ma abbiamo molte idee, è stato piacevole scrivere questo romanzo insieme, è una cosa fantastica, un nuovo capitolo della nostra vita.

AB – Ed Erik Bark?
Alexandra – Forse Joona ed Erik si incontreranno ancora, nel corso di un’indagine. Chissà…

Simone Sarasso: si chiude la “Trilogia sporca d’Italia”

simone sarassoIn attesa del nuovo romanzo Il paese che amo (Marsilio, di imminente pubblicazione), ripropongo un’intervista di qualche tempo fa per riannodare le trame della storia da dove era rimasta sospesa.

Autore della “Trilogia Sporca d’Italia” (due terzi già pubblicati, il rimanente terzo sta per arrivare in libreria), Simone Sarasso, novarese, classe 1978, si è letteralmente imposto nel panorama noir italiano con il primo romanzo, Confine di Stato, uscito dapprima con una piccola casa editrice, la EffeQu, poi notato e ripubblicato da Marsilio, che lo ha messo sotto contratto per l’intera Trilogia. Nel 2009 ha visto la luce Settanta, una straordinaria “cavalcata a pelo” su un decennio di misteri della storia italiana, fino al sequestro Moro. Il tutto raccontato in chiave “fiction”, con nomi modificati (ma personaggi perfettamente riconoscibili) e una rielaborazione romanzesca laddove c’erano lacune da colmare. E negli anni Settanta di lacune da colmare ce n’erano tante…

AB – Settanta, romanzo ucronico e secondo volume della Trilogia, è decisamente più imponente del primo e strutturato in modo diverso. Cominciamo con i credits: chi ringrazi per questa tua avventura letteraria?
SS – Un bel po’ di colleghi scrittori: Wu Ming 1 per aver scritto il memorandum sul NIE (New Italian Epic, n.d.i.), Gianni Biondillo per avermi insegnato la lingua degli italiani, Antonio Scurati perché sa bene che cos’è l’epica e Alessandro Bertante (un po’ più degli altri, permettetemi) perché non è solo un grandissimo scrittore ma un vero e proprio fratello maggiore.

AB – Salta agli occhi la differenza tra Confine di Stato e Settanta, anche nella grafica, oltre che nell’impianto narrativo. Eppure ci si aspetterebbe una certa uniformità tra i volumi della trilogia. Come mai questo cambiamento di rotta?
SS – Cambia il periodo, cambia l’estetica collegata a quel periodo e, soprattutto, cambia il mio modo di scrivere. La Trilogia segna un’evoluzione del Paese ma, soprattutto, è lo specchio della mia crescita come autore: più s’impara più si cambia. E finisce che il volume 1 sia molto diverso dal volume 3 (e nemmeno il 2 assomigli agli altri…)

AB – Ci sono evidenti influssi della cinematografia, della letteratura e dei fumetti dell’epoca. Cultore, semplice appassionato o…? Che rapporto c’è tra la scrittura e le altre arti?
SS – Per tutta la vita ho sognato di occuparmi di cinema: sono un grande appassionato di action movie di tutte le epoche, con un particolare occhio di riguardo agli anni Settanta. Ultimamente mi è capitato di scrivere per la televisione e ho capito che la mia vera vocazione è la letteratura e la mia autentica passione sono i romanzi. L’unico mondo in cui si può controllare realmente ogni singolo particolare è quello della carta stampata: quando si crea dal nulla una storia, si ha libertà di decidere le inquadrature, di occuparsi dei dialoghi, di scegliere la fotografia… Nel cinema (che pur è fortemente presente col suo influsso nella mia narrativa), nemmeno il regista ha tutte queste libertà. Figuriamoci lo sceneggiatore…

AB – Andrea Sterling, questo “cattivo-non cattivo” che muove le sorti d’Italia. Credi davvero in una regia occulta dietro la Storia italiana degli ultimi cinquant’anni? Di un solo uomo o di un gruppo di potere? O non c’è, forse, solo molta stupidità e poca lungimiranza in chi, per caso o per calcolo, si è trovato a gestire il potere?
SS – Che la gestione del potere e della cosa pubblica negli ultimi quarant’anni in Italia non sia stata  impeccabile mi pare che sia sotto gli occhi di tutti. Personalmente non credo che ci sia, dietro ai Misteri Italiani, una regia  unica per le decine di eventi tragici che hanno dilaniato il Paese (sarebbe un’ipotesi veramente troppo romanzesca…). Di sicuro, a studiare montagne di documenti più o meno de-secretati, viene il sospetto che più di una volta il potere si sia servito dell’eversione armata extraparlamentare per sovvertire l’ordine costituito. E che spesso queste alleanze siano sfuggite di mano a chi le aveva messe in piedi.

AB – Quale molla ti ha spinto alla scrittura della Trilogia?
SS – L’indignazione. Io voglio continuare a raccontare i misteri più oscuri della storia patria perché solo così le vittime innocenti non saranno mai dimenticate. Raccontare è resistere, non dimentichiamocelo mai…

AB – Come ti sei documentato per la parte storica?
SS – A cascata: sono partito dalla rete, ho ficcato il naso nelle biblioteche e nelle emeroteche e alla fine mi sono fatto strada in mezzo alla polvere degli archivi.

AB – Quale dei personaggi ha qualcosa di te?
SS – Questa è davvero una bella domanda. Di primo acchito risponderei “nessuno”, visto che ho sempre detto di non volermi occupare – come scrittore – del mio ombelico. Tuttavia, più scrivi più ti accorgi che inevitabilmente qualcosa di te scivola nei tuoi personaggi. Non necessariamente qualcosa che ha a che vedere con quello che sei, ma magari con quello che vorresti essere. Io non ho mai avuto desiderio di rapinare le banche in vita mia, ma credo che un po’ dell’impulsività di Ettore Brivido, il mio bandito gentiluomo, mi appartenga. Così come la testardaggine di Domenico Incatenato – il magistrato che indaga sul lato oscuro di Sterling – o l’esuberanza di Nando Gatti – l’attore di poliziottesco che prende un po’ troppo sul serio il suo mestiere – sono “cose mie”. Capita, persino tra scrittore e protagonista, di assomigliarsi un po’: dopo essere stati insieme per così tanto tempo (la lavorazione di Settanta è durata quasi due anni…) è naturale.

AB – Hai scelto di usare il dialetto – su consiglio di Gianni Biondillo. Come ti sei trovato?
SS – Molto bene. Quella del dialetto è stata una mia fissa fin da quando ho letto il primo libro di Gianni. Appena ho interiorizzato il meccanismo mi sono “sfogato”: il nuovo romanzo ne è imbottito…

AB – A proposito di consigli: quali autori ti hanno influenzato e quali consiglieresti a un pubblico di lettori appassionati del genere?
SS – I miei maestri sono i Wu Ming, Giuseppe Genna, Giancarlo De Cataldo, Don Winslow, Valerio Evangelisti, Glen Duncan e James Ellroy.

AB – Infine, e brevemente: chi è Simone Sarasso?
SS – Un artigiano della parola (e, talvolta, dell’immagine) che lavora un sacco. Tutto qua.

Confine di Stato in ebook
Settanta in ebook

La luce che illumina il mondo di Paola Ronco (e un po’ di revival)

la luce che illumina il mondoCorreva l’anno 2009 quando parlavo di Corpi estranei (vedi sotto) di Paola Ronco concludendo “Con quest’ottima esibizione di scrittura e contenuti, la Ronco si candida a diventare una delle scrittrici più promettenti dei prossimi anni. Da seguire con molta attenzione.”
Dopo quasi quattro anni Paola Ronco è tornata a pubblicare: La luce che illumina il mondo (Indiana, 2013) è uscito a giugno, in tempo per farsi leggere sotto l’ombrellone anche se, va detto, la lettura non è affatto consolatoria.
Riporto la scheda, per dare un’idea: “L’architettura di una città rispecchia l’anima dei suoi abitanti, le stratificazioni sociali emergono dal grigiore di periferie dormitorio, volontariamente dimenticate ai limiti del comune interesse. La società guarda altrove, verso il lusso degenere delle isole felici dove il potere brinda al sicuro dei propri privilegi. Sumonno non fa eccezione. Neppure l’ennesima alluvione che colpisce i quartieri più poveri, seminando distruzione, riesce a smuovere i politici corrotti dalle loro mire individualiste. Sono due le fazioni che si dividono la città: da un lato il sindaco ad interim e imprenditore Costanzo Neri con i figli, il mondano e crudele Ramsete e il riservato e spirituale Osiride; dall’altro il re del crimine Florestano Leoni e la sua affascinante e pericolosa donna, Melissa. Ai padroni di Sumonno si oppone una serie di figure ciniche e scoraggiate ma ancora combattive: Maurilio, cliché del vecchio giornalista moralmente irreprensibile; Maria Sole, ex terrorista condannata a una vita in carcere; Toni, la silenziosa e tormentata guardia del corpo di Ramsete, raccordo inconsapevole dei destini di molti personaggi. C’è poi chi crede di dover riportare il bene attraverso una violenza simbolica. Gli adepti di un setta di ispirazione medievale, i Neo-catari, si danno fuoco per le strade in nome di un fanatico idealismo, ma anche loro rischiano di diventare pedine invischiate nelle trame di potere che permeano la città“.

paola roncoDopo l’edificante e anche un po’ inquietante lettura ho scambiato due parole con l’autrice:

AB – La luce che illumina il mondo è un romanzo che si colloca a metà tra fantascienza e allegoria. Come mai hai scelto un’ambientazione reale (Genova, immagino, sotto il nome fittizio di “Sumonno”) ma futuristica?
PR – In realtà la città di Sumonno è una mia invenzione, volutamente non caratterizzata né riferita ad alcuna città esistente, se non inconsciamente. Ho scelto il nome come omaggio alle mie origini sarde; il termine sta a significare in dialetto ‘il mondo’. Quello che ho cercato di fare, in questo romanzo, è stato raccontare la realtà distanziandomene, usando una città fittizia e un tempo indefinito. È una cosa su cui ragiono da molto tempo, e che compariva in un certo senso già nel mio primo romanzo, Corpi estranei; trovo interessante trasportare vicende ben riconoscibili in un altro tipo di contesto.

AB – Fra le ipotesi ragionevolmente plausibili riguardo al futuro c’è quella della catastrofe totale: come va intesa? Palingenesi, purificazione o semplicemente destino ineluttabile?
PR – Non credo di essere l’unica ad avere la sensazione, ogni volta che leggo le notizie, di un’umanità decisa a farla finita con ogni mezzo possibile; tra guerre, incuria, disprezzo assoluto per le risorse e la qualità della vita, pare che non ci sia proprio l’intenzione di cercare una via d’uscita. Eppure, nonostante tutto, io rimango convinta che ciascuno sia responsabile della propria personale palingenesi, e che spesso da una situazione di azzeramento possano nascere opportunità impreviste.

AB – La protagonista femminile è la conturbante e turbata Melissa: perché il suo “importante cognome” non viene mai menzionato?
PR – Ho pensato che non fosse necessario citarlo esplicitamente; così come a noi basta sentir parlare di cavalieri e avvocati per capire, agli abitanti di Sumonno basta sentire il nome di Melissa, per sapere che non è il caso di scherzare.

AB – Il pragmatismo di Costanzo, l’edonismo di Ramsete, lo spiritualismo di Osiride, il potere/controllo (con mezzi leciti e illeciti) di Florestano: nulla di tutto ciò rende un amministratore un buon governante. Forse perché alla fine guardano solo a sé stessi, ai loro interessi, e non alla collettività?
PR – A un certo punto del romanzo il giornalista Maurilio Sori, idealista disilluso, dice qualcosa di molto simile; è come se nessuno dei potenti di Sumonno avesse una visione d’insieme, un piano a lungo termine per amministrare la città. Tutti guardano al loro orizzonte ristretto, alla contingenza, al tornaconto immediato; si governa improvvisando, andando avanti per emergenze e allarmi, puntando a far sentire isolati e fragili i cittadini. Tristemente, per raccontare la morte di una collettività non mi sono dovuta inventare niente.

AB – I Neo-Catari: una religione che discende da un fanatismo. Ma anche questo culto di nicchia non smuove le coscienze. Non c’è nulla che possa risvegliarci?
PR –
Uno dei temi che ho cercato di trattare in questo romanzo è il bisogno di salvezza che appartiene a ognuno di noi. Tutti i personaggi, in un certo senso, non fanno altro che cercare questo: la religione, il potere, il sesso, la ricerca del trascendente sono solo dei mezzi, il fine resta lo stesso. Il problema è che in molti, ancora e sempre, non hanno il coraggio di mettersi a cercare la propria luce.

AB – Infine: nei ringraziamenti finali, oltre ad amici e colonna sonora, citi anche le sigarette fumate nel percorso. Paole’, 4.700?! Quando smettiamo di fumare? (Parlo anche per me, eh).
PR – Tengo a precisare, sia per mamma e papà che per il mio medico curante, che si tratta di un calcolo approssimativo, spalmato su un tempo molto lungo; questo romanzo mi ha preso degli anni di vita. E comunque, sia chiaro, io e te possiamo smettere quando vogliamo, no? :-p

E questo invece è quello che dicevo a proposito di Corpi estranei (Perdisa, 2009)

corpi estraneiLo dico subito e mi tolgo il pensiero: Corpi estranei è un noir. Vero. È noir nell’accezione correntemente più accreditata, cioè è il racconto di una vicenda criminale dal punto di vista della vittima – o delle vittime, e no, non è un errore, leggendo il romanzo capite anche il perché -, con un’attenta critica sociale e un finale tutt’altro che consolatorio.
Ambientato a Torino, si svolge in otto giorni consecutivi, scanditi dal racconto dei tre protagonisti: l’agente Cabras, Silvia e Alessia.
Mauro Cabras lavora come amministrativo, dopo “ciò che gli è accaduto” durante una missione operativa. Tutti i colleghi sono molto gentili e solidali con lui, tormentato dai dolori al ginocchio. Postumi anche quelli di “ciò che gli è accaduto”.
Silvia lavora in un’agenzia di P.R. e sta per andare a convivere con il fidanzato, Luciano, collega di Cabras. Ma ha una relazione con il suo capo, Umberto, sposato. Ed è tormentata da una tremenda nausea e da attacchi di panico che fa fatica a dominare e che la rendono facile vittima nel suo ambiente di lavoro.
Alessia è una studentessa universitaria e lavoratrice precaria. Convive con Silvestro, il suo fidanzato dj, e con Aldo, studente e “compagno”. E anche Alessia ha un malessere fisico, non riesce a respirare, è convinta di essere gravemente malata dopo “ciò che le è accaduto”. Però si arrabatta, tra esami universitari e ricerche di lavoretti part-time.
Ciò che accomuna i tre personaggi è il G8 di Genova di due anni prima. Corpi estranei è la storia del “dopo”, raccontata attraverso le conseguenze che chi c’era ha subito e continua a subire. L’impossibilità di riprendere una vita normale dopo “ciò che è accaduto”. La compassione di chi non c’era o c’era, ma è stato più fortunato. L’incapacità di dire agli altri, e perfino a se stessi, cosa si prova, come si sta.
Poi c’è la vicenda attuale, quella degli anonimi “giustizieri”, una banda che uccide gli emarginati di Torino: tossici, barboni, marocchini. Occupano le prime pagine di giornali e telegiornali. E non tutti ne biasimano l’operato.
Non si può rivelare oltre della densa trama, degli spunti di riflessione che la Ronco offre al lettore sia sulla psicologia dei personaggi che sulle inquietanti vicende di cronaca.

Paola Ronco racconta che, pur non essendo presente a Genova (città nella quale oggi vive), ha raccolto molte testimonianze dirette su quanto è accaduto nei giorni del G8. Lo spunto nasce da una foto – non molto nota – che offre una prospettiva diversa, e inquietante, sui fatti. Iniziato come racconto breve sull’agente Cabras, che nella prima stesura era un “duro” tagliato con l’accetta, Corpi estranei si è poi arricchito (anche su consiglio di Luigi Bernardi) con le voci di Silvia e Alessia, fino a diventare un romanzo compiuto e – come lo definisce Monica Mazzitelli – maturo sotto il profilo della scrittura.

Paola Ronco descrive un efficace quadro della realtà e degli stati d’animo di una generazione, quella dei trent-equalcosa-enni, gravata da una situazione politica e sociale difficile e senza prospettive. Senza note di ottimismo, se non quello che può nascere dalle risorse individuali.

Corpi nella nebbia di Ian Rankin

corpi nella nebbiaA volte ritornano. In teoria Partitura finale (2007) avrebbe dovuto segnare la fine del ciclo di John Rebus, giunto al traguardo della pensione dopo una carriera da ispettore alquanto travagliata. Ma 60 anni sono oggettivamente pochi per appendere il cappello al chiodo, così, dopo quasi sei anni, arriva Corpi nella nebbia (Longanesi, 2013).
Rebus adesso lavora alla SCRU, Serious Crimes Review Unit, cioè la sezione che si occupa dei cold case. È una sorta di consulente, non più ufficialmente in polizia ma ancora inserito nei ranghi della Lothian and Borders insieme ai colleghi Elaine Robison e Peter Bliss. I suoi rapporti con i capi sono sempre molto travagliati e, come se non bastasse, Malcom Fox della sezione “Lamentele” continua a stargli col fiato sul collo. Nonostante il tentativo di restare defilato, Rebus si trova al centro di un’indagine molto attuale quando uno dei suoi cold case interseca un crimine recente. Si tratta della scomparsa di Annette McKie, avvenuta lungo l’autostrada A9: secondo una certa Nina Hazlitt potrebbe trattarsi dell’ultimo atto di una serie iniziata con la sparizione della figlia, Sally Hazlitt, a Capodanno del 2000, e continuata con altre ragazze senza che nessuno, negli anni, mettesse in relazione i vari casi.
Per Rebus vale la pena indagare; può ancora contare sulla collaborazione degli ex colleghi, prima fra tutti l’ispettore Siobhan Clarke. Ma Rebus è noto per i suoi metodi non convenzionali, così una parte delle informazioni provengono da Cafferty, una specie di boss locale che ritiene di avere un debito, e forse anche un rapporto amichevole, con l’ex ispettore. L’indagine si rivela difficile e penosa, con scarsi indizi, molti sospettati e pochi “capi” inclini ad assecondare le intuizioni di Rebus.
Di Rebus ho sempre trovato affascinante la capacità di riuscire a vivere senza il consenso altrui. È solo, non riscuote molte simpatie, anche quando formula un’ipotesi corretta deve faticare per farsi ascoltare e i meriti vanno sempre a qualcun altro. Eppure lui è soddisfatto così, tanto che sta meditando di rientrare in Polizia… A me questo ruvido scozzese che beve whisky, mangia patatine in busta e si interroga sul significato di una canzone di Jackie Leven (a cui il Corpi nella nebbia è dedicato) fa tanta tenerezza. E sono contenta che Rankin abbia deciso di regalargli un bonus di attività. Finché dura, ce lo teniamo stretto.

Nel 2004, quando uscì in Italia Casi sepolti (Resurrection Men, pubblicato nel 2002, che aveva guadagnato all’autore l’Edgar Award e il titolo di Ufficiale dell’Impero Britannico), avevo intervistato Ian Rankin. Eccolo, sempre attuale.

Il Rebus scozzese

Ian Rankin è nato in Scozia nel 1960. Dopo la laurea all’università di Edimburgo ha svolto una quantità di mestieri disparati, dal tassista al guardiano di porci, fino ad approdare alla scrittura. Il primo romanzo in cui appare l’Ispettore Rebus è Knots & Crosses, del 1987: da allora, i suoi libri sono stati tradotti in 22 lingue e hanno acquistato una crescente popolarità.
Rankin ha vinto numerosi premi e dai suoi libri sono stati tratti film per la TV.

AB – Perché hai scelto il genere noir?
IR – Il noir è il nuovo romanzo sociale. Io ho iniziato a scrivere crime novels per dire qualcosa su Edimburgo, sulla Scozia, sulla società e la cultura in cui viviamo. Volevo mostrare alle persone che Edimburgo non ha solo il castello, i tartan, i kilt, le cornamuse, ma che ci sono anche persone che affrontano problemi, problemi reali. E la figura del poliziotto è ideale per descrivere la società, perché parla con la gente in vista, con i politici, ma anche con gli emarginati e i criminali. Può osservare tutti gli aspetti della società. John Rebus è stato creato esattamente con questo scopo.

AB – Che tipo di uomo è il tuo Ispettore Rebus?
IR – È un uomo che cerca. Credo che se incontrassi John Rebus all’Oxford Bar – il posto dove lui beve, e dove anche io bevo – non ci piaceremmo molto. Lui vede le cose in bianco e nero. È di un’altra generazione, rispetto a me. Non ci assomigliamo.

Ian RankinAB – Cosa pensi della versione televisiva dei tuoi libri?
IR – Non lo so. Quando ho saputo che Rebus sarebbe finalmente diventato un personaggio televisivo, ho deciso di non guardarlo, di non scrivere la sceneggiatura, di non partecipare in nessun modo. Non volevo essere influenzato dalla figura e dalla voce del personaggio televisivo (John Hannah, n.d.r.), che potrebbe interferire con la mia visione del personaggio.

AB – Mi parli del libro cha sta per uscire in Italia, Casi sepolti (Longanesi, in libreria da gennaio 2005)?
IR – John Rebus ha adesso 55 anni, è diventato un po’ più coriaceo, un po’ più cattivo. Il libro inizia con Rebus in punizione perché ha tirato una tazza di tè, piena, addosso al suo capo. Deve quindi tornare in accademia di polizia per un periodo di riaddestramento. L’idea mi è venuta perché il capo della polizia di Edimburgo ha scritto, in una recensione, che se un vero poliziotto si comportasse come Rebus – bevendo così tanto, andando sempre contro le regole – verrebbe sicuramente inviato a fare un corso di recupero presso l’accademia di Polizia. Così io gli ho risposto dicendogli che, se mi avesse permesso di frequentare uno di questi corsi, io avrei scritto un libro in cui Rebus torna all’accademia. E così ho fatto.

AB – Cosa hai in programma per il futuro?
IR – Fin da quando ho iniziato a scrivere questa serie, avevo deciso che Rebus sarebbe vissuto “in tempo reale”: nel primo libro ha 40 anni, oggi, nella mia mente, ne ha 56, quindi ha ancora quattro anni di tempo (i poliziotti, in Scozia, vanno in pensione a 60 anni). Quindi ci sono ancora più o meno un paio di libri. E dopo? Ancora non lo so.

Elisabetta Bucciarelli Story – 3 – Ti voglio credere (2010)

ti voglio credereCi sono uomini che se ci ripensi ti monta un’incazzatura cosmica. Le fini incomprensibili. Le azioni irrazionali. Le loro assenze e il loro sottrarsi. Solo questo ti torna in mente di loro. Altri ti infastidiscono, solo per il fatto di aver messo la tua lingua nella loro bocca. O aver accettato la loro nella tua. Altri ancora senti che potevi risparmiarteli.
Non hai fatto niente di male, in fondo, per meritarti certi residui di umanità. Poi ci sono quelli pericolosi.
Solo a pensarli ti salta un battito cardiaco, ti ritrovi in apnea, senti che un virus sta cercando di cancellarti il file della sofferenza. Quello che ti ha mantenuta in vita, che ti ha permesso di allontanarti e proteggerti, di fartene una ragione, anche una sola tra mille possibili. La boa di salvataggio. D’un tratto quel file non riesci a recuperarlo più. Si spegne da sola la lampadina di allarme rosso, si allontana il pericolo, anzi sparisce, raccontandoti che potresti farcela, adesso che stai meglio, che sei più forte, sì potresti davvero farcela a riconquistarli e a farti amare come si deve, magari anche a fidanzarti e a trascorrere una vita insieme. Se questo vale per le donne, pare non sia affatto dissimile per gli uomini. Facciamo un atto di fede.

Ti voglio credere (Kowalski – Colorado Noir) segna l’attesissimo ritorno di Maria Dolores Vergani. Questa volta l’ispettore è alle prese con un’indagine tutta personale, quella sulla propria innocenza. L’avevamo lasciata assassina, giustiziera privata di una brutale violenza non denunciata. Ma non basta questa giustificazione per autoassolversi. Così la Vergani rifiuta di assecondare un facile difesa legittima perché non ricorda, davvero non ricorda, come sono andate le cose.
Mentre l’ispettore rimugina sul passato, nell’isolamento affollato degli arresti domiciliari, il lavoro dei suoi colleghi procede. Corsari è alle prese con un dentista che impianta protesi a bassissimo costo dopo aver estratto denti sani. Funi indaga sullo strano caso delle croci piantate nel giardino di un appartamento della Milano bene. La Vergani collabora da lontano, presa dalla sua indagine nelle pieghe della memoria.

Matura Doris Vergani e matura la scrittura di Elisabetta Bucciarelli. Si fa più rotonda, più prosa. Entra nei personaggi, narra con piacere, scava nelle psicologie. Rimane ferma la costante dell’uso esatto e affilato delle parole e della coerenza delle riflessioni. Lettura intensa, ricca, emozionante. Rara per affinità e interesse.

È un piacere sentire direttamente la “voce”dell’autrice, a cui lascio spazio.

AB – Elisabetta, Ti voglio credere segna una svolta e una maturazione nella vita di Doris Vergani. L’ispettore si trova sospesa nel limbo degli arresti domiciliari. Le è inibita l’azione, in compenso ha il tempo di affrontare e sciogliere i nodi irrisolti del passato. Ci sono conti da chiudere e nuovi orizzonti da aprire. Dunque Doris Vergani è, a tutti gli effetti, personaggio seriale. Quali ambizioni coltivi nei suoi confronti?
EB – Maria Dolores Vergani è il personaggio che ho scelto per guardare il mondo. Scomodo ma normale. In un’età difficile, perchè di confine. Dove sei ancora giovane ma intravedi altro. Hai in potenza ancora tutto, ma stai maturando la consapevolezza di avere già un passato significativo. Fai i conti con la tua parziale visione del mondo. Ma sai che puoi ancora ripartire. Se solo lo desideri. Se ti capitasse mai l’occasione.
Lei, la mia ispettrice, è un seriale in evoluzione. Con le cicatrici che si vedono, il linguaggio che cambia e matura, le opportunità che passano, si perdono, oppure vengono raccolte. Pensa e riflette immersa in una realtà. Non fugge, affronta. Non sempre è simpatica e guerriera, a volte è fragile e insopportabile. Capisco che possa essere anche fastidiosa. Perché non è compiacente con le donne, pur amandole. Lo è ancora meno con gli uomini. Non tollera la mancanza di eleganza esistenziale. Le loro menzogne, la loro arroganza e la violenza gratuita, fisica e verbale.
Non è una donna “sbagliata”. Perché non c’è niente di sbagliato nel confrontarsi con la propria storia. Privata e collettiva. E nemmeno con la normalità. Doris Vergani non ha figli né mariti. Niente è all’altezza delle aspettative, spesso anche del “minimo sindacale”… e su questo si sta interrogando. Prova e fallisce. In attesa di giungere, forse, a qualche compromesso o a scelte radicali. Chissà.
Non si attacca alla bottiglia e nemmeno si chiude in se stessa. Non è un’ottimista imbecille né una depressa cronica. Guarda avanti. Tra alti e bassi. Come una donna normale, che non ha ambizioni da virago, supereroe, intellettuale d’assalto o velina. Per questo la sua epica quotidiana potrebbe essere facilmente quella di molte di noi. Alle prese con la propria battaglia, combattute tra le fantasie e i desideri da una parte, i bisogni e il piano di realtà dall’altra.

AB – Nel romanzo viene affrontato il tema dell’anoressia, controllo totale del corpo per controllare il mondo circostante. Ma c’è anche il caso del dentista che approfitta della sua professione per frodare i pazienti. È un atto d’accusa nei confronti di medici privi di scrupoli che sfruttano il disorientamento dei malati e delle loro famiglie per lucrare economicamente (e non solo). Quanta indignazione suscita la situazione di un medico (idealmente baluardo di un bene prezioso come la salute) che abusa della fiducia di chi gli si affida?
EB
– Ho raccontato il corpo a partire dalla sua assenza. Assenza ingombrante (le tre ragazze di Ti voglio credere), presenza ingombrante (Olga di Femmina de Luxe). Se recuperiamo il corpo come elemento centrale, non corpo esibito, ma corpo che racconta, con i suoi segni, estetici o meno, allora dobbiamo ridare una dignità ai “falegnami del corpo” e  agli “aggiustatori” dell’anima. Ma se la meritano questa dignità?
Menzogna e verità, al centro di questo libro, toccano anche il tema delle garanzie collettive. A quante cose crediamo perché riteniamo che ci sia a monte una collettività che garantisce? È davvero ben riposta la nostra fiducia? Sembrerebbe di no, ora rimane da chiarire come possiamo difenderci in modo efficace. Prendendoci, a partire dalla famiglia, la nostra parte di responsabilità.

AB – Mentre l’ispettore Vergani riflette, l’ispettore Corsari perde la testa. Vittima di una follia amorosa, sceglie la strada di una predicibile rovina. Per cosa viene “punito”?
EB
– Mi piace pensare che esista sempre, a qualsiasi età, la possibilità di perdere la testa. Ma la punizione arriva quando la perdiamo per “un luogo comune”. La storia di Lolita, le infinite storie di Lolita, avrebbe/ro già dovuto insegnare qualcosa.

AB – Anche Achille Maria Funi cresce, professionalmente e sentimentalmente, non senza sensi di colpa nei confronti del suo mentore. C’è una forma di pudore e di delicatezza da parte dell’allievo che, nel momento in cui raggiunge il maestro, teme di ferirne la suscettibilità. È così anche nella vita?
EB
– L’allievo venera in qualche modo il Maestro. Gli è grato e lo ama. Qualcuno ha detto che deve ucciderlo per riuscire a compiere la sua strada fino in fondo. Ci sono molti modi per uccidere, Achille Funi sta cercando una via senza dolore, vedremo se ci riuscirà oppure no. Nella vita si fa una gran fatica per essere riconosciuti. E forse, il mentore, non esiste più. In compenso esiste lo sponsor, che gioca decisamente un ruolo diverso, pur chiedendo gratitudine eterna.

AB – “Undicesimo: non dire mai la verità. La verità non esiste”. Il tema centrale di Ti voglio credere è la verità. La ricerca della verità, il percorso per arrivare alla verità. La verità da cui gli altri ci proteggono. Il bisogno di verità. Il diritto di mentire. A quali conclusioni sei arrivata al termine di queste riflessioni?
EB
– Ho visto molte persone soffrire perché  non sapevano la verità. Altrettante esattamente per la situazione contraria. Scrivendo questo libro mi è parso di afferrare un concetto di verità relativa soddisfacente e di perderne le tracce subito dopo.
Vorrei sapere sempre la verità, ma poi faccio anch’io fatica a dirla in ogni situazione. Distinguo la verità, le omissioni, il senso di giustizia, la giustizia, la legge degli uomini e quella di Dio. Rimango rapita da un autentico stupore di fronte agli atti di fede. Al credere incondizionato. Come vedi non sono conclusioni, sono considerazioni. La Vergani dirà che vuole essere libera di mentire, ma per farlo vuole conoscere la verità. Una contraddizione che avrà necessità di un sacrificio simbolico per essere pacificata. Vorrei poter rispondere che la verità non esiste, ma è vero esattamente il contrario. Esiste eccome.

AB – “Chi cerca ciò che non deve, spesso finisce per trovare ciò che non vuole. E che non c’entra, soprattutto”. È esattamente ciò che succede alla Vergani. È esattamente ciò che succede nella vita. Procediamo per ipotesi e tentativi. Poi qualcuno cerca solo gli elementi a conforto delle ipotesi formulate, qualcun altro è aperto alla ricerca della verità, qualunque essa sia. Tu da che parte stai?
EB
– Cerchiamo di far quadrare il cerchio. E in modo quasi maniacale ci adoperiamo perché le nostre tesi vengano suffragate dalle prove reali. Ci piacciono i gialli e i noir e i polizieschi perché tutto torna. Invece nella vita non torna quasi mai niente. Rimangono molte cose sospese, aperte, inevase. La vita è proprio un continuo atto di fede. Che domani sia ancora un giorno da vivere, che l’amore sia per sempre, che l’amicizia non si perda, che il lavoro rimanga… si può fare fatica e costruire, ma mai e poi mai, essere certi di niente. Nel bene e nel male, la ricerca personale di ogni esistenza dovrebbe essere aperta all’imprevisto. E invece, mi accorgo io stessa, che spesso si procede per tesi. Sicurezze presunte, perché frutto di convinzioni rigide e poco fruttuose. Mi chiedi da che parte sto, e istintivamente ti rispondo che sto dalla parte della trasparenza, della ricerca della verità appunto, perché ho la presunzione di riuscire a sostenerla. Sono forte, mi dico. Poi ripenso ad alcuni episodi di vita vissuta, mia e degli altri, e devo dirti che in molti casi, la verità ha sortito effetti devastanti. Quindi non tutte le verità sono per tutti, per tutte le stagioni della vita, per tutte le strutture di personalità. Guarda la Vergani. Forse se non avesse saputo di essere una figlia adottiva all’età di 18 anni, avrebbe fatto altre scelte. Se lo avesse saputo subito sarebbe una donna diversa. Non possiamo esserne certi, solo immaginarlo.

AB – L’insopportabile bambino (nipote della vicina di casa) appassionato di Gormiti. Parliamone. Possibile che le giovanissime generazioni siano solo questo?
EB
– Mi serviva un bimbo insopportabile come metafora del fastidio che si prova di fronte alla menzogna. Il lettore lo vive aggressivo e irrequieto, spavaldo e presuntuoso. Fino a che la situazione viene ribaltata proprio da una bugia. Ingenua. Detta da un adulto però, per sedare il bambino. Quando la bugia fa il suo ingresso ci rendiamo conto che è così facile e istintivo mentire. E che talvolta pare persino giustificato. Sappiamo confonderci facilmente, costruiamo le basi mentendo istintivamente e ci lamentiamo di essere l’oggetto delle menzogne altrui. E poi, fingendo di credere o adattandoci a farlo, diventiamo complici.

AB – “Ogni uomo uccide le cose che ama” (questa non è tua, ma di Oscar Wilde), o almeno ci prova. Doris Vergani sembra essere bersaglio ideale per strali amorosi violenti. Ci sarà un po’ di fortuna anche per lei, prima o poi?
EB
– Siamo dei segugi dell’infelicità. Appena ci appare qualcosa di bello e buono istintivamente lo mettiamo in discussione. D’altra parte qualcuno ci ha mentito all’origine. Non siamo onnipotenti, moriremo. Il problema è quando eccediamo in questa inclinazione distruttiva. Allora diventa una patologia. E la paura ha il sopravvento. La paura è un sentimento vero e proprio, invalidante, negativo, legato a doppio filo con il Male. A volte è l’unica possibilità che abbiamo per sentirci vitali. Vergani ha paura ma non si abbandona a questo. Paura di perdere le cose che ha, di spaventarsi, di illudersi. Qualcuno mi ha detto “bisogna aver paura di chi ha paura”. Niente di più vero. La mia ispettrice, però, è fortunata, perché è profondamente sana e apprezzata. Anche se è una persona normale (forse proprio per questo), riesce ad avere il suo meritato consenso. Mi auguro per lei che sappia cogliere le nuove opportunità in arrivo. Che sappia ammorbidirsi, che non cerchi sempre un modo antagonista di porsi. A costo, magari, di ridimensionare i traguardi.

AB – Hai scelto di far sentire, finalmente, la voce di Vergani, che per la prima volta in Ti voglio credere parla (anche) in prima persona. Come è arrivata questa svolta?
EB
– In modo naturale. La struttura dei miei libri cambia sempre e questa volta anche i toni narrativi si alternano. Ho voluto far conoscere al lettore come parla davvero Maria Dolores Vergani. Aprendo ai suoi non detti, al flusso di coscienza, alle riflessioni che negli altri libri non potevano trovare spazio. L’ho costretta in una situazione difficile, nell’unità teatrale di tempo-spazio-luogo, chiusa in casa e nemmeno tra le sue cose. Le ho chiesto di interrogarsi e ho creato delle contraddizioni, in modo che potesse uscire anche la parte umana e incerta, disposta a cambiare e a ripartire. L’indagine è qui propriamente interiore e si riflette anche fuori, non il contrario, come è stato negli altri miei lavori.

AB – I tuoi personaggi vivono nelle pagine quasi come nella realtà. Sono permeati di sano realismo. Si interrogano sulla vita, certo, ma da un punto di vista privilegiato: “nella vita succede che il confronto con gli altri ti porti a maturare la consapevolezza di un livello medio assai basso e quindi, poco se mi giudico – molto se mi confronto, come avrebbe detto la Vergani”. Nasce in chi legge l’emozione (e la presunzione) di ritrovarsi nelle frasi, nei gesti, nelle espressioni, nelle storie stesse. Hai consapevolezza del fatto che la tua scrittura induce riflessioni profonde? 🙂
EB
– Se questo succede, sono felice. Non offro fughe dalla realtà, anche se vorrei tanto farlo. Penso che prima sia necessario esplorare quello che ti circonda, avere il coraggio di guardare in faccia le miserie umane. I miei sono libri di solitudini molto rumorose, per citare Bohumil Hrabal, ma dove il singolo può intervenire sul mondo quando ha finito di fare il possibile per migliorare se stesso. O per conoscersi, almeno. Tengo a bada la mia parte visionaria perché devo ancora esplorare “l’oscuro reale”. Che ci coinvolge tutti e che spesso non vediamo perché siamo occupati a fare altro. Basta puntare una luce e avere un po’ di coraggio, poi forse arriverà anche la mia ora del fantasy.

AB – Puoi dire qualcosa sul futuro di Vergani e dei suoi colleghi?
EB
– Posso solo anticiparti che Maria Dolores Vergani sta partendo per un viaggio. Come Ulisse, sì, un po’ così. Non so davvero quando tornerà.

Elisabetta Bucciarelli Story – 1 – Femmina De Luxe (2008)

Femmina de luxe[Ci ho preso gusto, con i post vintage. Quindi, in attesa del nuovo romanzo di Elisabetta Bucciarelli, in uscita il 13 giugno per i tipi di e/o, ripropongo the story so far di questa grande autrice]

Milano non è più la Milano da bere degli anni Ottanta. È triste, nevrotica e stressata, così come i suoi abitanti. Questa è Femmina De Luxe: la grassa Olga, leggiadra nei suoi abiti da teatro, Cavallo Lesso, il Pazzo dell’Arte, ma anche Marta, l’apparentemente normale Marta, e sua madre. E poi “l’uomo che cerca”, gelido collezionista di donne perfette per tramite della feroce Baronessa.

La cosa che colpisce in questo breve romanzo di Elisabetta Bucciarelli è che l’omicidio – l’unico omicidio del libro – fa meno paura di tutto il resto: delle ansie, della solitudine, delle piccole e grandi nevrosi che si intuiscono e si svelano attraverso il racconto. Nevrosi da cui non è esente nemmeno l’ispettore Maria Dolores Vergani, già conosciuta in Happy hour e in Dalla parte del torto, qui alle prese con una snervante “attesa”.

Romanzo breve (o racconto lungo che dir si voglia), Femmina De Luxe arricchisce la collana Babele Suite di una nuova, piccola perla nera. Una storia di donne e di “uomini che odiano le donne”, come direbbe Stieg Larsson. Scrittura veloce e godibilissima, lettura piacevole che lascia l’amaro in bocca e qualche questione in sospeso…

Ho avuto il piacere di parlarne con Elisabetta, incrociata – nemmeno a dirlo – su Facebook:

AB – Femmina De Luxe: qual è la genesi? Come è nata l’idea, come si è sviluppata, come è avvenuto l’incontro con Luigi Bernardi, che lo ha pubblicato?
EB – Femmina De Luxe nasce a un anno dall’uscita del mio secondo libro Dalla parte del torto. Avevo in mente da un po’ due personaggi. Olga, una donna oversize, segnata dall’ingenuità e dal candore e Marta, una ragazza che ha la sfortuna di incontrare l’uomo sbagliato e di innamorarsene. Poi c’era una rabbia. Le facce botulinizzate che incontro ogni giorno camminando per la mia città. La bruttezza che sta intorno a noi e la ricerca di una bellezza morale, se esiste.
Mi mancava solo la quiete per scrivere. Il mio libro precedente faceva ancora troppo rumore dentro di me. Poi una serie di eventi sincronici mi hanno portato a incontrare Luigi Bernardi. Io sapevo tutto di lui. Un grande editor. Lui aveva sentito parlare di me (Alberto Perdisa è stato il mio primissimo editore di due fortunati saggi sulla scrittura). Bernardi mi ha messo alla prova. È nata Femmina De Luxe. La sua mail di approvazione è appesa dietro alla scrivania dove lavoro.

AB – Nel romanzo vengono toccati, sfiorati, quasi, temi molto seri: l’ossessione dell’apparire, i disturbi nervosi e della sfera alimentare, la solitudine metropolitana, l’alienazione. Quant’è grave la situazione? Abbiamo davvero perso tutti i punti di riferimento?
EB – Il corpo è al centro di questo libro. Sia per la iperpresenza che per l’assenza totale. Tutto quello che lo trasforma, lo modifica, lo rende gradevole o repellente si è attaccato alle pagine man mano che lo scrivevo. Il tentativo di essere accettati. La volontà di essere rifiutati. L’incapacità di lasciarsi toccare o il desiderio di possedersi. Ci vuole una grande centratura per scegliere la propria direzione. Per non cedere al bisogno di essere amati a tutti i costi. Per non trasformarsi continuamente in funzione di chi ci sta di fronte. C’è solitudine, tanta. Vissuta male soprattutto. E per sconfiggerla si fanno scelte di comodo, spesso più frustranti della solitudine stessa. C’è poco coraggio, questo è il vero male.

AB – C’è una frase, nel libro: “La telefonata finisce presto e senza altre comunicazioni. Le attese generano mostri. Quelle emotive guai seri”. Questa frase mi è piaciuta moltissimo. Quali sono state le “attese” più pesanti, per te? La risposta di un editore che tardava, ad esempio…
EB – Le attese “professionali” sono una costante nella mia vita come in quella di molti. Lunghe, sì. Anche estenuanti, a volte. Ma quelle emotive sono le peggiori. Le aspettative che abbiamo nei confronti degli altri, parenti, amori, amici, quelle sono davvero capaci di condizionarti la vita. L’allenamento continuo e costante che mi sono imposta è di crearmene il meno possibile. Difficile per chi lavora di fantasia tutto il giorno. Quasi impossibile. Il paradosso è arrivare a vivere le cose solo nella testa, per non renderle mai concrete e quindi non doverle sottoporre al vaglio della realtà. Questo è il vero rischio che corre anche l’Ispettore Vergani. Così può succedere di perdersi il meglio, ma si soffre di meno.

AB – Dei personaggi di Femmina De Luxe, quale “salveresti” (nel senso di: quale hai amato di più, nel processo creativo)? E quale, invece, avresti voluto sopprimere?
EB – Olga sicuramente è la “figlia” preferita. All’inizio del libro la sentivo distante, diversa, aliena. Sia le sue forme che il suo rapporto bulimico con il cibo mi tenevano a distanza. Poi man mano mi è sfuggita e si è presa anche le mie paure e le mie fragilità. Si muove in mezzo alla cattiveria e rimane sempre pulita. Generosa ma con un’ingenuità spesso colposa. Ostinata nella sua ricerca dell’amore e della comprensione da parte dell’altro. Ho odiato invece Cavallo lesso. E tu sai già fino a che punto. Quindi mi sono sforzata di amarlo, ma non so se ci sono davvero riuscita…

AB – Pensi di dare un seguito all’ispettore Vergani, a Funi e a Marra?
EB – Maria Dolores Vergani è già nel quarto romanzo che sto per portare a termine. Con lei ci sarà sempre Achille Funi. E anche Mauro Marra tornerà, forse per essere rimpianto o forse no. Questo non posso svelarlo.

Donato Carrisi Story: 2. L’intervista (2009)

donato carrisi[Sempre nel 2009, l’AngoloNero telefonava a Donato Carrisi per fargli qualche domanda. Ecco cosa si dissero i due, allora]

È stato il successo del 2009: Il Suggeritore (Longanesi) dell’esordiente Donato Carrisi si è aggiudicato il Premio Bancarella, il premio Letteratura Gialla di Camaiore e ha riscosso un notevolissimo consenso di critica e pubblico.
Il Suggeritore è un romanzo anomalo: ambientato in un luogo non identificato, attinge a piene mani dalla casistica nota di casi di serial killer. La rielaborazione di Carrisi risulta essere però molto originale, coinvolgente, spiazzante. E anomala è la trafila del romanzo, come ammette lo stesso autore.

AB – Il Suggeritore: un successo inaspettato o costruito a tavolino? Ti aspettavi questo risultato?
DC – Assolutamente no. Sono arrivato alla pubblicazione nel modo più rocambolesco possibile. Ho iniziato a scrivere il libro senza avere un’idea di come funzionasse il mondo editoriale. Poco prima di finire il romanzo ho cercato un agente editoriale e ho puntato direttamente a Luigi Bernabò, l’agente di Ken Follett e Dan Brown, pensando che non mi avrebbe risposto. Invece si è detto subito interessato. Così gli ho mandato il romanzo e mi ha richiamato. Dopo un lavoro di editing minimo, il romanzo è stato messo all’asta. L’ha spuntata subito Longanesi e immediatamente dopo sono arrivati gli editori stranieri. È stato il primo caso di un esordiente venduto all’estero prima di essere pubblicato. Io ero incredulo, mi chiedevo: ma è normale che sia così? Sono stato molto fortunato.
Inoltre si è creato un ottimo rapporto con la casa editrice, con l’agente, addirittura anche tra loro e la mia famiglia…
Molti hanno lamentato il fatto che il libro abbia avuto un lancio clamoroso. Ma perché? Invece di compiacersi del fatto che qualcosa nel mondo editoriale sta cambiando, se un editore è disposto a puntare così tanto su un esordiente italiano, ci si rammarica quasi di questo.

AB – Tu sei anche sceneggiatore. Dunque hai già, professionalmente, una certa consuetudine con la scrittura.
DC – Scrivo dall’età di 19 anni. Ho scritto molto per il teatro perché avevo una piccola compagnia teatrale in Puglia: producevo, cercavo gli sponsor, costruivo le scenografie insieme a mio padre, facevo veramente di tutto. Adesso non lo rifarei, anche perché era un mestiere rischiosissimo: bastava che un attore avesse l’influenza per mandare tutto all’aria, pagando spese incredibili. Ho fatto radio per tanti anni, ho scritto di tutto.

AB – Questo è il primo romanzo che scrivi o il primo pubblicato?
DC – Il primo pubblicato; il primo romanzo risale al 2000 e per fortuna non l’ho pubblicato perché non era maturo. Era un noir, ma completamente diverso. Sarebbe stato difficile, dopo un libro mediocre, fare un exploit come quello del Suggeritore.

AB – Temo piuttosto che potrai avere un altro problema. Dopo un simile exploit sarà difficile mantenere lo stesso livello con il secondo libro. Lo dico anche per scaramanzia, eh.
DC – Mi rendo conto perfettamente che non sarà facile. Lo sento molto come un banco di prova, perché è lì che si vedono le carte dello scrittore. Però ho mollato tante cose nella mia vita per dedicarmi ad altre che mi appassionavano di più. Tante volte sono ripartito da zero. Anche in questo caso, si tratta di “azzerare” mentalmente questa esperienza e ricominciare da capo…

AB – Ritroveremo la squadra del Suggeritore in un altro romanzo? Il finale si presta ad un seguito…
DC – Ma perché, non può finire così? Io non sono per i finali chiusi, la storia deve continuare anche oltre le pagine. Ci sono personaggi affascinanti proprio perché conservano intatto il loro mistero.
Ho imparato la lezione di Jeffery Deaver che non fa mai morire i cattivi, piuttosto muoiono i buoni. I suoi cattivi sono tutti rinchiusi in un carcere di massima sicurezza a Manhattan. Perché sono i cattivi che fanno la storia.

AB – Come ti sei documentato?
DC – Ho una formazione giuridica da penalista che è un po’ una vocazione familiare. Gli studi sono iniziati all’epoca dell’Università, con Criminologia e Scienza del comportamento. Il lavoro della tesi, che ho dato con uno dei periti del caso Chiatti (il “mostro di Foligno”), mi ha permesso di entrare in contatto con la cosiddetta “fascinazione del Male”. Io l’ho sperimentata con Chiatti: lui aveva un disturbo narcisistico della personalità e noi pendevano dalle sue labbra. Era pazzesco.
Per dimostrare quanto siamo attratti dal male faccio un gioco, durante le presentazioni: dico al pubblico che siamo tutti mostri, infatti ci ricordiamo i nomi dei carnefici ma non quelli delle vittime. E quando il pubblico mugugna chiedo: chi ricorda il nome del bambino ucciso nella strage di Erba? Nessuno risponde, di solito, ma tutti ricordano i nomi dei colpevoli, Rosa e Olindo.
Per quanto riguarda le persone scomparse, ho frequentato l’investigatore che da anni cerca Angela Celentano, la bambina scomparsa sul monte Faito. Quando un rapito torna a  casa c’è un momento di smarrimento da parte dei parenti, che si trovano davanti una persona irriconoscibile, magari traumatizzata, comunque segnata a vita. Dovranno fare i conti con questa nuova realtà. Nel libro ho voluto restituire questa realtà, il dolore che non si può capire, lo smarrimento, i non-sentimenti. È questo che accade in tutti i casi drammatici di cronaca.

AB – Che rapporto hai con la letteratura di genere? Oltre a scriverne, sei anche lettore?
DC – Sono un lettore onnivoro, ma ho una pessima memoria per nomi e titoli… Tra i miei preferiti ci sono sicuramente Claudel, Faber, Connelly, Deaver, Klavan, soprattutto i suoi romanzi più noti, Sedaris, L’ombra del vento di Zafon…

AB – In Italia si ripropone spesso una questione di lana caprina a proposito della letteratura di genere come letteratura tout court o letteratura di serie B. Anche se la risposta potrà sembrare scontata, tu da che parte stai?
DC – Io racconto storie. Non mi definisco neanche uno scrittore. Sulla copertina del libro c’è scritto “romanzo”, non thriller o altro. Io sono per la contaminazione dei generi. Credo che la cosa che ha funzionato nel Suggeritore sia stata proprio questa: pur avendo la struttura del thriller c’è tanta introspezione, ci sono degli argomenti. C’è un livello di sentimenti che in alcuni thriller rimane inesplorato. Da lettore sentivo questa mancanza di approfondimento.
Trovo la struttura del thriller molto efficace, per via del ritmo, della partitura quasi musicale. Il thriller si presta all’universalità. Credo si possano scrivere anche bellissime storie d’amore sotto forma di thriller, perché è un meccanismo che non tradisce mai.

AB – Che tipo di riscontro hai avuto dai lettori?
DC – Ho un buon rapporto con i lettori: ho una pagina su FaceBook, rispondo a tutti, anche se con grandissimo ritardo. Ho girato molto l’Italia perché credo nella promozione personale del libro. Non mi sono risparmiato. Anche se da lettore non so se sarei interessato a conoscere l’autore, forse preferirei che mantenesse una sorta di aura di mistero.

AB – Il premio Bancarella è arrivato a sorpresa, più o meno.
DC – Beh sì, c’erano delle voci in questo senso, ma ovviamente non era scontato. Anche per via del fatto che sono esordiente, non sapevo se volessero creare un precedente in questo senso. Io l’ho vissuto come un thriller: c’era tutta la casa editrice schierata, c’era anche mia mamma, io ero tesissimo. È stato il mio contrappasso…

AB – Quali progetti hai in cantiere?
DC – Iniziare a scrivere il secondo romanzo. Continuare a fare lo sceneggiatore, magari cambiando genere. E poi stiamo chiudendo l’accordo per il film tratto dal Suggeritore.