Nemmeno il tempo di sognare di Pierluigi Porazzi

Nemmeno il tempo di sognareQuando l’ispettore Cavani è uscito dall’ufficio, Erri appoggia la schiena alla poltrona e chiude gli occhi. Gli fa sempre un certo effetto, emettere un mandato di arresto. Sa che dietro a ogni persona c’è una famiglia, ci sono motivazioni, dolore, rabbia. Spesso quelli che finiscono in prigione sono gli anelli più deboli della società, quelli che non ce la fanno a vivere la miseria quotidiana, che si rifugiano nella droga o che cercano di fare una rapina in banca con un taglierino. I veri criminali, in Italia, non ci vanno mai, in galera. [pag. 36, Nemmeno il tempo di sognare, Marsilio 2013]

È in libreria il secondo romanzo di Pierluigi Porazzi, Nemmeno il tempo di sognare (disponibile anche in ebook). Squadra che vince non si cambia: stesso editore del primo romanzo, L’ombra del falco (buon successo di pubblico e critica e tradotto anche all’estero), stesso investigatore, Alex Nero.

La transessuale Barbie è stata uccisa e i sospetti ricadono sull’ultimo – e più assiduo – cliente, Stefano Sonnino. Ma Annalisa Sonnino è convinta dell’innocenza del fratello e contatta un vecchio compagno di scuola, Alex, per indagare più a fondo. Sonnino non era certo l’unico frequentatore di Barbie: altri nomi, ben più illustri, potevano avere interesse a tenere nascosta una relazione scottante. Ma la procura sconsiglia di guardare oltre e il giudice Erri Martello ha le mani legate. Chi meglio di Alex Nero, ex poliziotto che non ha più nulla da perdere, può indagare dove non è lecito cercare?

Pierluigi Porazzi è una cara persona e mi ha persino citata nei ringraziamenti finali. Ringrazio a mia volta, lieta di ritrovarlo in piena forma al banco di prova della seconda opera narrativa, e gli faccio qualche domanda.

pierluigi porazziAB –  Tra L’ombra del falcoNemmeno il tempo di sognare sono passati quasi tre anni. Cosa è cambiato nel frattempo?
PP – A livello personale, credo di essere cresciuto, anche come scrittore, dopo aver avuto la possibilità di lavorare con Marsilio per l’editing di L’ombra del falco.
Nella realtà che ci circonda è cambiato qualcosa in peggio: c’è sempre meno fiducia nel futuro, sempre più disperazione. Si respira un’atmosfera molto cupa, di grande incertezza e rabbia. E la conseguenza logica è un aumento esponenziale della violenza.

AB – A pagina 70 c’è un omaggio a Sebastian Fitzek (La terapia): come mai?
PP – Perché è un autore che ho scoperto da alcuni anni, un autore europeo, che amo molto e che dimostra come il thriller di qualità non sia solo prerogativa dei grandi scrittori anglosassoni.

AB – Bellissimo l’incontro tra Erri e Marika. Grazie per averci ricordato che ci si può innamorare anche dopo l’adolescenza. Ma grazie, eh 🙂
PP – Un po’ di ottimismo ci vuole, anche in un romanzo noir! 😉
(Nota della blogger: questa può capirla solo chi ha letto il romanzo…)
Scherzi a parte, ritengo che ci si possa innamorare a qualunque età. Certo, la maturità dà più consapevolezza, o almeno dovrebbe, si conoscono di più la vita e il mondo, e il sentimento è condizionato dalle esperienze già vissute. È senz’altro un sentimento più profondo e sentito.

AB – Come ti sei trovato a lavorare con personaggi seriali? Alex Nero, Santoruvo, Erri Martello, persino Il Profeta…
PP – Sono personaggi a cui mi ero affezionato durante la stesura del primo romanzo, e che mi è piaciuto riportare in scena. Nel frattempo qualcosa è cambiato, per ognuno di loro, perché Nemmeno il tempo di sognare non è immediatamente successivo, come tempi, a L’ombra del falco. Scrivendo, mi sono trovato decisamente a mio agio, con i personaggi che tornano in questo nuovo romanzo.

AB – Le premesse da cui muove il romanzo non sono vere ma sono verosimili: non hai temuto di urtare la suscettibilità di qualcuno?
PP – No, perché, come giustamente scrivi, i fatti di cronaca portano alla luce situazioni e vicende che tutti sanno che esistono. Legami tra escort, trans e personaggi politici o di potere sono stati sulle prime pagine dei giornali molte volte, negli ultimi anni, ma non solo. Anche in passato si sono verificati casi analoghi. Poi, spesso, la realtà supera addirittura la fantasia: uno degli episodi che racconto nel romanzo riguarda un giudice che viene ricattato per le sue frequentazioni con una transessuale, e nella realtà è accaduto, dopo che avevo finito di scrivere il romanzo, un caso simile, solo che nella realtà questo giudice pare ricevesse le trans addirittura nel suo ufficio in tribunale, cosa che difficilmente un autore avrebbe osato scrivere, tanto sembra poco verosimile.

AB – Non posso non rimarcare l’incredibile rimescolamento di carte che rende implausibile ogni intuizione del lettore. Sai come succede quando leggi un giallo: già dal primo omicidio ti sforzi di leggere tra le righe e indovinare il nome dell’assassino. Ovviamente nel tuo romanzo è impossibile riuscirci. Tu, invece, come sei riuscito a creare questo meccanismo?
PP – In teoria dovrebbe essere possibile scoprire chi è l’assassino: come ne L’ombra del falco ho disseminato qualche piccolo indizio che potrebbe aiutare il lettore a scoprire la verità. Creare un meccanismo di questo tipo è una delle sfide più difficili, nella scrittura di romanzi gialli, ed è frutto di molto lavoro e fatica. Un lavoro che ritengo necessario, proprio per fare in modo che, alla fine, tutte le caselle del puzzle finiscano al loro posto.

AB – I moventi del crimine sono quelli tradizionali, i soldi e l’amore. Qua però sono declinati in terra friulana. Qual è la specificità di Udine come “città criminale”, oggi?
PP – Una specificità di Udine è il suo recente passato. Un passato di civiltà contadina, in cui una serie di valori era sentita in modo molto forte, in cui la criminalità quasi non esisteva. La società di questi anni è profondamente mutata, e Udine è diventata molto più simile alle altre città. Questo ha inevitabilmente creato un certo spaesamento; chi ha vissuto la vecchia realtà friulana non può non restare stupito di fronte a ciò che accade di recente. È di pochi giorni fa la notizia di un nuovo omicidio, che ha catalizzato l’attenzione dei mass media nazionali, la scorsa estate un altro duplice omicidio a Lignano. E la serie è destinata ad aumentare, perché sia la crisi, di cui tanto si parla, sia la mancanza di riferimenti per le nuove generazioni stanno portando miseria e infelicità. E rabbia. Rabbia che si traduce in violenza, contro se stessi o verso gli altri. La speranza è che venga compreso in tempo il rischio che tutti stiamo correndo.

Sperando di rivederci presto, ti ringrazio di cuore per la bellissima intervista!

Il sole illumina implacabile l’andirivieni di piccole esistenze, uomini e donne che si aggirano impazziti, inconsapevoli dell’inutilità delle loro vite, della piccolezza delle loro ambizioni. Ognuno con il suo buio dentro, ognuno con il proprio inferno.
Negli occhi che incrocia camminando, Alex Nero vede solo rabbia, frustrazione, rassegnazione. La crisi senza fine degli ultimi anni ha colpito tutti. È iniziata con l’euro e l’ingresso in Europa, che ha dimezzato tutti gli stipendi. Poi la crisi finanziaria, una crisi di numeri, che ha eroso conti in banca e certezze. I disoccupati aumentano ogni giorno, e nessuna famiglia riesce a farsi bastare più nemmeno due stipendi. Se continua così, pensa Alex, ci sarà una rivoluzione. I banchieri e i potenti che sono seduti nelle stanze dei bottoni non capiscono che la miseria crea disperazione, e quando la gente è disperata e non ha più qualcosa da perdere, diventa pericolosa. [pag. 192, Nemmeno il tempo di sognare, Marsilio 2013]

Il profumo delle bugie di Bruno Morchio

Una famiglia come poche, i D’Aste: hanno in mano la città, anzi si può dire che l’abbiano costruita loro. Vivono in una grande villa: tre generazioni che convivono fianco a fianco, non senza difficoltà. L’esuberante, preponderante patriarca Edoardo, il figlio Meo, il giovane Francesco, appena laureato e destinato a seguire le orme del nonno (il DNA dell’imprenditoria edilizia infatti ha saltato una generazione, perché Meo si è dedicato alla carriera di medico, attività che svolge con dedizione nell’incomprensione di tutti). E poi le donne, mogli, figlie e sorelle, mai integrate fino in fondo.
Il detonatore lo accende la bellissima Dolores, fidanzata e promessa sposa di Francesco, intelligente ma di estrazione sociale medio-bassa, affascinante ma (forse) non fedele… Sarà lei a scoperchiare il vaso di Pandora fino al deflagrante finale, che avrà il culmine durante il tempestoso (e temuto!) pranzo di Natale.

Ho letto con piacere (come dimostra la foto sotto) Il profumo delle bugie: il ritmo serrato, i dialoghi scoppiettanti, la sottile tensione tra dramma e commedia degli equivoci non mi hanno fatto sentire la mancanza di Bacci Pagano.

A Bruno Morchio, che seguo fin dagli esordi, ho fatto qualche domanda.

AB – Come mai ha deciso di abbandonare (temporaneamente) Bacci Pagano?
BM – Volevo capire se ero capace di scrivere qualcosa di buono, come diceva Totò, “a prescindere”. A prescindere dai due grandi protagonisti dei miei romanzi: Bacci Pagano e Genova. Nel romanzo Genova c’è, ma non è mai nominata (anche se i genovesi, e non solo loro, la riconosceranno benissimo, sia per i luoghi che per i riferimenti al porto, ai camalli e per una frase dialettale storpiata da un calabrese); l’assenza di Bacci e l’adozione della terza persona (con ciascun capitolo focalizzato sul punto di vista di uno dei tre maschi della famiglia D’Aste) è una sorta di vendetta: non hai idea quante volte succede che qualcuno mi presenti a una terza persona e quello non batte ciglio, ma appena apprende che sono l’autore di Bacci Pagano lo sguardo si illumina e sboccia un sorriso che levati… Vorrei però ribadire un concetto: almeno in Italia, io non credo al mainstream (non vedo in giro né Franzen né Roth né Coetzee): in Italia si scrive per generi e il noir fra tutti è forse il più “alto”. Non ho mai pensato di uscire dal “genere” per misurarmi con la Letteratura. Ho solo cambiato genere, passando dal noir alla commedia grottesco-borghese.

AB – Da quale dei personaggi ha preso forma, in origine, Il profumo delle bugie?
BM – Non direi da un personaggio particolare, piuttosto dalla famiglia intesa come istituzione, unità economica e crogiolo di relazioni segnate dai rapporti di potere e dagli affetti. La famiglia borghese, in questo caso. L’ispirazione alla cronaca recente è solo un timido spunto, perché in fondo il romanzo racconta una vicenda in cui tutti gli ingredienti che caratterizzano il privato borghese e le vicissitudini di una classe che ha scelto la finanza e il (mal)affare sono sgranati come in una litania: spregiudicatezza, tronfia vanità, ipocrisia, lusso e ambizioni culturali elitarie. Senza giudizi, talvolta perfino con simpatia, ma senza veli di finto pudore. Del resto, l’assunto freudiano che il desiderio rappresenta una minaccia all’ordine sociale mi sembra esemplificato con inequivoca chiarezza. Secondo alcuni il personaggio-chiave è Meo, il figlio del patriarca, medico nevrotico e represso, che sembra il solo a vedere la verità senza essere creduto; per altri è Dolores, l’oggetto oscuro del desiderio, il granello di sabbia che fa inceppare l’ingranaggio; qualcuno ha trovato esilarante il vitalismo di Edoardo. Sicuramente il controcanto delle donne (specie Ines, la figlia Lena e Dolores) rivela maggiore lucidità e consapevolezza di quelle degli uomini, che in questo libro non fanno una bella figura.

AB – Il tema del libro (corruzione e decadenza di una famiglia “in vista”) avrebbe potuto essere trattato con diversi registri, dall’ironico al drammatico. Tu li hai toccati tutti, con una certa predilezione, mi sembra, per il farsesco e il “coup de théâtre”. È stata una decisione ponderata oppure trama e scrittura hanno preso il sopravvento in corso d’opera? Sei soddisfatto del risultato?
BM – Ironia e grottesco sono i registri prevalenti della scrittura, per scelta. Credo che della borghesia italiana non si possa che parlare sul registro comico, per i guasti profondi che ha arrecato al paese e per la cronica vocazione a chiamarsi sempre fuori da ogni responsabilità, neanche fosse il proletariato la classe che dirige il paese. Anche la cosiddetta antipolitica rappresenta una mistificazione che elude il nodo di fondo: la classe dirigente, quella che detiene i mezzi di produzione, delocalizza, precarizza il lavoro, non investe in innovazione ma specula in finanza,  resta la borghesia. Quanto al romanzo, sì, sono soddisfatto, credo che sia un’opera abbastanza originale nell’attuale panorama della letteratura italiana e spero che qualcuno se ne accorga.

AB – Io l’ho gradito moltissimo e noto, incidentalmente, che nel passare dal genere al mainstream non hai perso la mano nel “colpo di scena”, che a mio avviso rimane comunque un elemento indispensabile per tenere alta la tensione narrativa (e la voglia del lettore di “andare avanti”).
BM – Sono d’accordo (salvo sul mainstream, di cui ho detto come la penso). Il colpo di teatro in questo “interno di famiglia” è fondamentale sul piano strutturale e plasma la forma narrativa del romanzo. Qualcuno suggerisce di farci una pièce teatrale e non è detto che non succederà.

Bruno Morchio
Il profumo delle bugie
Garzanti, 2012
Anche in ebook