Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2020

E cento! Sono cento le mie letture al gabinetto! Mai avrei pensato di arrivarci. Un grazie allo splendido sorriso della Buccherina che ha accettato i miei parti matusalemmici. E ora il mio obiettivo è di arrivare a 101. Se tutto va bene…

La fonte delle lacrime di Paul Halter, Il Giallo Mondadori 2020.
19 giugno 1957. Già il remoto paesino di Chartam, arroccato sulla costa settentrionale della Cornovaglia, ha qualcosa di lugubre e sinistro “forse a causa del gemito lancinante del vento”. Ma anche Patrick Markale che ci si sta avviando, alto, biondo, calvo “ha qualcosa di strano nei suoi occhi chiari”, ovvero “qualcosa di magnetico che metteva a disagio e mal si confaceva al resto della sua persona”. È un sensitivo e, come vedremo, riuscirà a ritrovare oggetti perduti, risolvere misteri e predire disastri. Con l’aiuto di un semplice pendolino o anche di un solo bicchiere d’acqua. Il suo obiettivo è ritrovare una misteriosa fonte magica, ovvero la fonte di Sibilla che avrebbe il potere della divinazione.
Altri personaggi: Ruth Kendall, moglie del poliziotto Oliver Kendall. Hanno una figlia adottiva Sandra, molto bella, contesa tra Trevor e John Leighton figli di John e Deborah Leighton. Quest’ultima ha perso il figlio Henry caduto nella falesia per una raffica di vento, ma il corpo non fu mai ritrovato. Ogni notte si alza, corre lungo la falesia e invoca il suo nome. Da un po’ di tempo Sandra, che va spesso nella biblioteca di famiglia, è giù di corda e piange. Perché? Da che cosa è tormentata?…
Il criminologo Alan Twist, munito di pince-nez, “di una magrezza sbalorditiva e dai superbi baffi rossicci” arriva, insieme all’amico ispettore Archibald Hurst “corpulento sessantenne dal volto sanguigno”, proprio nel paesino di Chartam per verificare le supposte doti del sensitivo. Che riuscirà ancora a sorprendere per le sue “intuizioni” sbalorditive e far arrestare, addirittura, i responsabili di certi casi irrisolti del presente e del passato. Incredibile. Un diabolico ciarlatano o un vero e proprio mago che ha già trovato la mitica fonte di Sibilla?…
Mentre Alan Twist sta cercando di capire l’incredibile mistero tra una tirata di pipa e una “succulenta torta di mele”, abbiamo le forze della natura, il vento, la nebbia, la pioggia, il tuono improvviso tese a creare anch’esse un’atmosfera da brivido. Gli avvenimenti precipitano, il morto ammazzato, la scogliera, la terribile scogliera, il dubbio, la luce improvvisa che nasce da una frase involontaria, novello dottor Watson, di Archibald. Ecco, allora, pronto il nostro criminologo a spiattellarci l’incredibile, complessa verità, in cui il mistero, l’occulto e il delitto impossibile vanno felicemente a braccetto come in un giallo classico che si rispetti.
Per I racconti del giallo ecco Cardosa e lo sfratto del caffè Greco di Carlo Parri.
Roma, lunedì 2 settembre. Caldo afoso. Al caffè Greco che sta per essere sfrattato. Cardosa deve risolvere un problema di Matarò. Ha saputo di avere avuto una figlia da una ragazza di borgata che gli aveva detto di abortire. Ora è scomparsa. Bisogna cercarla. Cardosa si ritroverà ferito all’ospedale ma anche da lì continuerà la ricerca avvalendosi di ogni mezzo, consentito o meno, perché c’è invischiato il classico pezzo grosso… E allora occorrerà scatenare un putiferio per fargli fare una mossa falsa.

Una lettera per Sara di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2020.
Dopo il commissario Ricciardi vediamo un po’ che cosa ci ha preparato il nostro Maurizio. Intanto via dagli anni del fascismo. Sempre a Napoli ma nell’aprile di oggi, 2020. Primo incontro con l’ispettore Davide Pardo (ad essere sinceri è il secondo). Niente famiglia, niente figli, solo un gigantesco cane a fargli compagnia, un uomo tranquillo, che vorrebbe essere tranquillo ma il Destino gli ha inflitto “mille sgambetti”. Però alle undici in punto “prende” il caffè. Rito sacro, irrinunciabile. Nel solito bar, il bar di Beppe, dell’enorme Beppe. Tutti i santi giorni. Come quel lunedì di aprile. Ma qui arriva proprio il Destino nella persona di Angelo Fusco, gravemente ammalato e suo superiore di polizia prima della pensione. Desidera avere un aiuto non proprio ortodosso da lui, ovvero parlare con il carcerato Antonio Lombardo in fin di vita che lo ha mandato a chiamare e potrebbe aiutarlo a conoscere la verità sulla scomparsa e la morte della sorella Ada, commessa in una libreria antiquaria, avvenuta trent’anni prima. Per un vecchio libro e una lettera all’interno che aveva rilasciato a qualcuno. Ma…
Abbiamo anche il nuovo personaggio di Sara Morozzi, ex agente segreto e una vita troppo ricca di dolori: la morte del compagno Massimiliano, suo ex superiore, per il cui amore aveva lasciato marito e figlio, morto anche lui in un incidente stradale. Ora amica di Pardo, in stretto rapporto con la nuora Viola che si rivelerà intraprendente e il nipotino Massimiliano. Cervello veloce, attivo, intuitivo, una persona appartata, quasi invisibile ma pronta ad entrare in azione. Tutti e tre si ritroveranno insieme a scoprire il mistero della morte di Ada. E non solo…
Poi ecco il Tempo, altro importante personaggio, con il passato e presente che si alternano, attraverso anche frasette in corsivo a creare certi spazi sentimentali. E ancora le domande che affiorano sul segreto che Antonio Lombardo si è portato nella tomba. Quale segreto? Che cosa ha dato a qualcuno prima di morire? Una lettera? Per chi? E le ombre che si accumulano sul marito di Sara ricordato dalla stessa in un teso incontro con il carcerato. Altre struggenti domande…
Dunque per il nostro trio un viaggio denso di pericoli attraverso i Servizi deviati, la magistratura corrotta, la mafia e tutto il casino che si porta appresso. Ma, soprattutto, ricordi e ricordi, rabbia, dolore, rimpianto, malinconia venata, talora, di un sottile umorismo a renderla più leggera. Amore, amore espresso e amore trattenuto. È la vita che scorre lenta e inesorabile. Con tutto il peso dei suoi drammi esistenziali.
Che cosa ci ha offerto questa volta Maurizio de Giovanni? Un giallo? Un noir? Un thriller? Solo un romanzo, un semplice grande romanzo.

L’opale di Nonio di Jackson Gregory, Il Giallo Mondadori 2020.
Intanto la villa isolata, ovvero la Casa dell’Opale, è un mostruoso, bizzarro edificio che sorge in una notte tempestosa, squassata dal vento e squarciata da lampi. Qui, a ricevere gli ospiti del proprietario Mainwaring Paar, c’è il dottor Andregg, una figura allampanata e lugubre, dall’aspetto malaticcio e dalla faccia cadaverica. Gli invitati, poi, sono in numero di tredici, che non porta proprio bene. Inoltre la villa racchiude la storia di due uomini uccisi a colpi di pugnale a causa di una gemma infausta, l’Opale di Nonio, appartenuta a un senatore romano. Inizio davvero poco rassicurante…
Tra gli invitati abbiamo il detective dilettante Paul Savoy che dovrà vedersela con una serie di fatti raccapriccianti e inspiegabili. Intanto tutti gli ospiti portano con loro una o più gemme di inestimabile valore sulle quali pesano strane leggende e il padrone di casa, che ha messo un bel milione di dollari in cassaforte per uno di tali gioielli, è impaurito, sicuro che qualcosa di grave accadrà.
Tutto concorre a creare un clima di suspense e paura, la luce di una lampada che si spenge, fino all’angoscioso e terribile grido “Assassino!” che risuona per tutto il palazzo. In breve è stato ucciso proprio Mainwaring Parr con un grosso coltello da caccia piantato all’altezza del cuore e un altro ospite, il detective Herman Dicks, sembra agli sgoccioli della vita con il cranio spaccato. Gli eventi straordinari sono appena cominciati… Impossibile comunicare con l’esterno, la linea telefonica è interrotta, ed ecco uno scoppio improvviso, la cassaforte saltata e i soldi spariti. Ma, soprattutto, spariscono anche il morto e il moribondo! Non si trovano né dentro né fuori. Incredibile…
L’eccentrico Paul Savoy, che “rimugina” meglio in un ambiente di colore azzurro, ammirato e allo stesso tempo disprezzato da qualcuno (una testa balzana, un venditore di fumo a cui manca più di una rotella), ora sembra avere capito tutto. Prevede, addirittura, l’arrivo di due nuovi personaggi e le domande fioccano numerose: perché hanno ucciso Parr e Dicks? Perché hanno fatto saltare la cassaforte? Come si spiega la scomparsa delle salme? Dove sono nascoste? Qualcosa, anzi tutto non quadra. Per lui ci deve essere un nesso con i fatti avvenuti prima del delitto, con gli avvenimenti che l’hanno preceduto.
Un bel rompicapo mentre i vari personaggi, egregiamente costruiti nelle loro diversità, si scontrano fra loro, un pazzo con la barba bianca gira nei dintorni, un ospite pauroso grida di continuo, le teorie si accavallano e complicano se si aggiunge la possibilità che esistano dei passaggi segreti. A un certo punto “Eureka!” grida Paul, scattando in piedi, “Ho trovato!” Ma il bello deve ancora venire.
Alla fine della incredibile, surreale vicenda la lunga, interminabile soluzione dello stesso detective dilettante che lascia gli astanti radunati a bocca spalancata. E anche il lettore, con la voglia di rileggere tutto daccapo per vedere se…
Lo abbiamo già visto con L’isola dei delitti pubblicato dalla Mondadori che mica c’è da fidarsi troppo delle isole. Specialmente se sono piccole, ricche di rocce e di anfratti, battute da forti venti e impietosi uragani. Va a finire che ci scappa il morto o una sequela di morti da perdere il conto.
Di tutt’altro stampo, invece, L’isola. Una storia misteriosa di Charlotte Link, Corbaccio 2008. Niente ventacci, niente tempeste, niente nebbie o cieli grigi e mari in burrasca. L’isola di Sylt, che fa parte delle Frisone, propaggine più settentrionale della Germania, è un vero paradiso naturale con sole a volontà e paesaggi da strappare il classico urlo di gioia. Ad essere sinceri non sempre che qualche volta spira “un vento fresco, piuttosto freddino per una notte d’agosto” e il sole è coperto dalle nuvole. Ma insomma rispetto alle precedenti un vero bigiù.
Il protagonista, che racconta la storia in prima persona, ha nei suoi confronti sentimenti contrastanti. Attratto dal profumo del vento, dalle onde del mare del Nord, dalle case con i tetti di paglia, dai muretti bassi che delimitano le proprietà, dalle rose selvatiche e dalle passeggiate lungo la spiaggia bagnata. Ma anche irritato dalla ostentazione di ricchezza dei suoi frequentatori. Qui è venuto con la sua compagna Clara innamorata perdutamente dell’isola (è lei che ogni anno insiste per andarci) a trascorrere le vacanze. Ma Clara ad un certo punto scompare, attratta (secondo lui) da un “vecchio pancione” pieno di grana che le ha fatto la corte e ora si trova certamente a Parigi…
E qui inizia un vero e proprio scandaglio nei sentimenti e nelle elucubrazioni del protagonista (di cui non è detto il nome) tutto teso a sviscerare il suo rapporto con Clara, a metterne in luce i suoi lati positivi e negativi, a cercare una risposta alla sua fuga. Con classico finale a sorpresa (ma non troppo per i lettori più smaliziati).
Libretto agile di ottanta pagine con illustrazioni del mare di Horst Meyer. Da leggersi dopo il solito Malloppone presuntuoso.

I Maigret di Marco Bettalli

L’amica della signora Maigret del 1950
“Erano passate da poco le dieci del mattino, un mattino di marzo. L’aria era frizzante…”: inizia così una trama dalle complicazioni inenarrabili, in cui ha un ruolo di una certa importanza la signora Maigret, “nonnetta un po’ cicciona” nella sorprendente e irriverente descrizione di un tassista, inizialmente coinvolta suo malgrado mentre aspetta placidamente che arrivi l’ora di entrare dal dentista, perché le viene affidata per qualche ora, con modalità sorprendenti, la custodia di un bambino. Il personaggio principale, il rilegatore Steuvels, tirchio, coltissimo e indiziato di un crimine orribile, emana un certo fascino, così come la storia stessa, prima dello scioglimento, mantiene una notevole tensione e si legge con grande piacere: per alcune pagine sembra, se così si può dire, un vero giallo e non il solito Maigret, peraltro in gran forma. Lo scioglimento, come sempre avviene, non è di grande interesse e si consuma di gran fretta: troppi sono i personaggi che, compressi nelle 150 pagine tradizionali del libro, fanno appena a tempo a essere presentati. Esordio nella saga del giovane Lapointe (“Sei ambizioso?” “Sì, commissario. Vorrei fare una carriera come la sua”).

Maigret e la stangona del 1951
La stangona (tradotto anche con “la spilungona”) del titolo è una prostituta ormai sistemata e di una certa età, sposata a uno scassinatore di casseforti d’altri tempi. La sua figura serve solo a “fare colore” e, soprattutto, a introdurre Maigret in una storia sorprendente, affascinante, cupa, che contrasta con il caldo opprimente dell’estate parigina. I due protagonisti sono un dentista grasso e inetto e sua madre, spaventoso esempio di personaggio su cui si esercita con enorme cattiveria e intrinseco godimento la misoginia congenita di Simenon. Un po’ come la Valentine di Maigret e la vecchia signora (> n.27), la decrepita signora Serre è un mostro, avvelenatrice delle malcapitate mogli del figlio imbelle e pronta a sacrificare persino il figlio stesso alla sua tranquillità. La descrizione delle case e delle abitudini della borghesia marcia e depravata è un cavallo di battaglia di Simenon, che anche in questo caso non si smentisce. Ne deriva un romanzo scorrevole, intelligente e piacevole. La vecchia megera finirà i suoi giorni in galera; il figlio, dopo un breve periodo in carcere, finalmente potrà concedersi i suoi piccolissimi vizi senza lo sguardo indagatore della mamma.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Ultimo respiro di Robert Bryndza, Newton Compton 2020.
Ritroviamo per la quarta volta, e non ci spiace, Erika Foster, protagonista della serie di Bryndza, una donna forte, testarda, decisa, che sa farsi rispettare e combatte per affermarsi professionalmente. Sempre la Foster? Beh, carta vincente non si cambia e Robert Bryndza, dopo l’indubbio successo di La donna di ghiaccio, La vittima perfetta e La ragazza nell’acqua, fa risalire in scena l’ispettore capo Foster, slovacca di origine, bionda, molto alta, una donna sola benché ancora giovane. Erika è vedova: suo marito Mark, poliziotto come lei, è morto con quattro colleghi durante una tragica retata antidroga comandata proprio da lei. Erika ha perso molto: non solo un marito, ma anche quello che aveva rimandato troppo a lungo, e cioè un futuro per loro due insieme, dei figli. Ha dovuto battersi per riprendersi nel fisico e nel morale, per tornare al lavoro e riuscire a mascherare la sua fragilità emotiva, anche se per ora non ce la fa ad accettare l’idea di un altro uomo nella sua vita. Dopo aver risolto brillantemente l’ultimo caso, non essendo stata promossa sovrintendente (e lei credeva di meritarlo), è finita alla sezione di polizia di Bromley, bella cittadina di origini medievali e oggi fulcro del borgo più esteso della Grande Londra a sud della capitale, con un piede nel Kent e ampie zone residenziali dotate di splendidi giardini. Tuttavia, quando il corpo di una ragazza, barbaramente straziato, viene ritrovato in un cassonetto poco lontano da casa sua, sarà Erika Foster, in compagnia del detective James Peterson, tra i primi a raggiungere la scena del crimine, dove trovano il detective Kate Moss che ha già lavorato in squadra con lei. Ma il problema è che Erika non è più in forza alla Omicidi, la sua presenza è fuori posto e viene allontanata. Il fatto la fa arrabbiare anche perché vorrebbe tornare a far parte della sezione investigativa distaccata alla centrale di West End. Ciò nondimeno quel delitto la intriga: il suo istinto di detective e la sua innata testardaggine l’hanno portata a inquadrarne le caratteristiche. Una vittima giovane e carina, il suo cadavere massacrato che presentava segni evidenti di torture, crudelmente inflitte e protrattesi per giorni, prima di essere uccisa con una fatale incisione dell’arteria femorale: sono particolari che rivelano il possibile collegamento con un omicidio irrisolto avvenuto quattro mesi prima. Anche allora il cadavere di una ragazza, di vent’anni appena, era stato abbandonato come spazzatura in un cassonetto, straziato allo stesso modo e con un’identica orrenda incisione dell’arteria femorale. Secondo Erika l’assassino potrebbe essere lo stesso. Dovrà riuscire a ogni costo tornare a far parte della squadra Omicidi, anche se vorrà dire ingoiare il suo orgoglio e scusarsi con l’uomo che, superandola nella carriera, l’ha costretta a trasferirsi in periferia: il Soprintendente Sparks. Quando una drammatica svolta del destino le darà l’opportunità di condurre le indagini, la coglierà al volo e si ritroverà ancora una volta a lavorare gomito a gomito con James Peterson e Kate Moss. Le loro minuziose indagini fanno individuare qualche traccia. Si comincia a parlare di assassino seriale ma la definitiva conferma verrà dal fatto che un’altra ragazza, la terza, viene rapita. Come le altre, era andata a un appuntamento con qualcuno conosciuto via web. L’assassino infatti, di volta in volta adotta una falsa identità e intreccia su FaceBook amicizia le sue vittime, giovani donne carine che vogliono farsi strada nella vita, costruendosi attorno con diabolica abilità una falsa personalità, talmente ben calcolata da ingannarle e farle cadere in trappola. Non basta: studia, prima i percorsi per i delitti e riesce a coprire le tracce.
Robert Bryndza come aveva fatto con il suo spaventoso Cannibale di Nine Elms (I cinque cadaveri), mette il lettore faccia a faccia con l’assassino e il suo punto di vista. Fin dall’inizio ne conosciamo il nome, le idee e le mosse. E sappiamo anche che non ha nessuna vera giustificazione. È solo un essere spietato e malvagio, uno psicopatico privo di morale e possibilità di redenzione, insomma un mostro. Nessun trauma subito nell’infanzia può giustificare l’aberrazione delle sue azioni. Ma un mostro estremamente lucido e determinato, o almeno pare. Come faranno Erika e la sua squadra a catturare un’ombra che sembra inafferrabile?…

L’assassino ci vede benissimo di Christian Frascella, Einaudi 2020.
Terzo capitolo con Contrera, protagonista completamente fuori dalle righe di Frascella. Capelli sale e pepe, una lingua affilata che taglia e cuce anche a sproposito, una innata capacità di farsi male a ogni costo e farne anche a chi gli vuol bene. Per dabbenaggine, ingenuità, vigliaccheria, ma da questo immane cocktail di sovrana incoscienza fanno capolino anche generosità e quella dannata puntina che gli rode e lo costringe a volere per forza aggiustare certe cose. Tutto questo in una persona che ha fatto il poliziotto, si è fatto cacciare per corruzione e solo grazie ai buoni uffici del vecchio e caro amico carabiniere Baseggi ha ottenuto la patente di investigatore privato. Euro in tasca pochi, anzi quasi zero, e meno male che il gran cuore della sorella, nonostante i musi del marito, da sei anni gli offra ospitalità nel secondo letto in camera del figlio maggiore, ora liceale. I cronici problemi economici hanno costretto Contrera a istallare un ufficetto, leggasi un tavolino e una sedia di plastica, per ricevere i clienti in una lavanderia a gettoni gestita da Mohamed, un magrebino, che in cambio chiede un occhio di riguardo per i suoi connazionali. Di fianco al tavolino c’è anche un piccolo frigo pieno di birre Corona, a suo esclusivo uso e consumo (tanto i musulmani non bevono alcol).
Di solito, salvo pericolose azioni in cui il caso e la sfortuna l’hanno coinvolto, costringendolo a trasformarsi in una specie di supereroe, tira a campare con ciò che racimola con pedinamenti di mariti infedeli o mettendo alle corde piccoli truffatori. Contrera è immerso fino al collo in un mare di bugie. Intanto la sua ex, rimasta incinta dopo la loro unica e ultima sciagurata scopata. Lei questo bambino se lo vuol tenere, incasinando la sua vita, quella della figlia adolescente Valentina, dai capelli colorati e abbastanza sbandata, e quella di Contrera e di Erika, sua rossa compagna con prole. Come dimenticare il genio dodicenne Luca? A loro, quel fifone codardo di Contrera non ha ancora trovato il coraggio di confessarlo. Senza contare che in questa specie di carosello infernale riesce a coinvolgere anche Paola, l’accondiscendente e ospitale sorella, e Giada, la nipotina… Insomma dovrebbe fare alla svelta qualcosa ma, prima che possa anche immaginare un qualsiasi piano strategico per trovare una soluzione diplomatica, zac le rogne a cascata. Oddio, se l’è andate a cercare: prima tentando con poco successo di bloccare la fregatura di una concessionaria a un bravo marocchino, poi, per provare a dimostrare che il cognato fa le corna alla sorella, rivede Eddie (ricordate il gigante nero e le faccende di Mafia Nigeriana di Il delitto ha le gambe corte) che ha portato via la bella moglie di Basim, il kebebbaro di via Spontini, e ci ha pubblicamente litigato. Poi, come se non bastasse, accompagna la sua ex a fare l’ecografia, litiga con la figlia e infine si trova con la valigia per strada perché Giada, la sua cocca, si è beccata la varicella e lui non l’ha mai fatta. Insomma, mentre medita se chiedere rifugio alla rossa amica Erika, una sera di novembre, tanto nebbioso che sembra di essere a mollo in un bicchiere di acqua e anice, non trova di meglio che andarsi a mangiare un kebab proprio da Basim, approfittarne per annusare il vento e nel frattempo fare due chiacchiere con un elegante cliente, un professore di musica e habitué del multietnico locale. E sarà solo una corsa in bagno, fulminato dal peperoncino, a salvargli la pelle durante l’incursione di un uomo incappucciato con un fucile in mano che fa fuori kebabbaro e musicista. Stavolta c’è mancato poco. Verrà fuori che il principale sospettato del delitto è il suo amico Eddie, un metro e novanta, nero come la notte in una miniera di carbone. Avrebbe il movente e per di più è senza alibi…
Contrera deve darsi una mossa e cercare di scoprire il vero colpevole prima che la faccenda giri male. Anche perché Sergione, il peggiore razzista sulla faccia di Barriera di Milano, ex solido quartiere operaio torinese che da anni si è trasformato in babele, una specie di avamposto aperto al resto del mondo, ha scatenato la Ronda, un squadraccia di residenti e forze dell’ordine in incognito che, esasperati dalle continue violenze nel quartiere, hanno deciso di rimettere le cose a posto a fucilate.
Ambientato nello spazio di ventiquattro frenetiche ore, il terzo capitolo della serie di Contrera è una scoppiettante e incontenibile combinazione di humour, ritmo e indispensabile intelligenza investigativa, a metà tra detective story e commedia, con un ritmo incontenibile e colpi di scena sparati senza economia fino all’epilogo, come fuochi di artificio. Contrera eccellente, anzi geniale come detective, è un disastro per tutto il resto. Un uomo costretto a convivere con le proprie contraddizioni, che boccheggia affannosamente mentre in cerca di aiuto confessa al lettore i suoi sbagli, la sua cronica incapacità di cambiare, il tutto forse dovuto a un rapporto di affetto mai veramente risolto e accettato con i genitori. Nonostante l’incondizionata ammirazione per il padre, che sapeva essere un grande poliziotto.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Il segreto di Leonardo di Geronimo Stilton, PIEMME 2019.
In questo libro Benjamin e Trappy, i nipotini di Geronimo, devono andare a fare una gita a Vinci per ammirare le opere meravigliose di Leonardo da Vinci. Però la loro insegnante, che li doveva portare in gita, si è ammalata e così Geronimo si ritrova in aereo ad accompagnarli lui stesso…
Una volta giunti a destinazione inizia il divertimento. Vanno a visitare un museo e in una scultura Trappy scorge un piccolo cassetto… Lo aprono e dentro trovano una mappa con degli indizi per trovare il tesoro di Leonardo. Allora Geronimo e i suoi nipotini decidono di provare a cercarlo. Una ricerca lunga, difficile, pericolosa tra tunnel, sotterranei, castelli molto alti, foreste buie e paurose e torrenti impetuosi. Lo troveranno?
Vi consiglio di leggere questo libro non solo perché è buffo, divertente e con personaggi allegri e a volte goffi, ma anche perché insegna molte cose su come era la vita al tempo di Leonardo Da Vinci!!!

Le letture di Jessica

Oggi vi presento Le più belle storie delle mille e una notte di Fulvia degli Innocenti, Gribaudo 2019.
Tra tutte queste ho scelto Alì Babà e i quaranta ladroni e Il sogno del povero.
Su un albero Alì Babà vede dei ladroni che entrano dentro una grotta con le parole magiche “Apriti sesamo!”. Dopo che sono usciti ci va anche lui e trova tante monete d’oro. Poi ci va il fratello Kasim che però non riesce ad uscire perché non ricorda la formula magica e viene ucciso dai ladroni. Ma Alì, con l’aiuto della sua schiava, riuscirà a vendicarsi.
Il sogno del povero. Un uomo è molto povero. Gli dicono che se vuole diventare ricco deve andare al Cairo. Viene scambiato per un ladro e messo in prigione. Il capo della polizia gli racconta un sogno, cioè di essere andato in una casa in fondo alla via e di avere trovato un tesoro. Il povero va nella sua casa e trova davvero un forziere pieno di monete d’oro.
Che fortuna!

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2020

Andiamo subito al sodo con…
Gli invisibili di Valerio Varesi, Mondadori 2019.
“L’uomo era stato ripescato vicino alla foce dell’Enza sulla sponda emiliana. Il cadavere presentava un grosso trauma nella zona occipitale, la probabile causa della morte, e i segni di una forte contusione toracica”. Tre possibilità: omicidio, incidente o suicidio. Da tre anni è chiuso in una cella frigorifera senza che nessuno lo abbia reclamato e ora, secondo la legge, deve essere seppellito. Ma il commissario Soneri di Parma vuole sapere chi è, vuole conoscere il suo nome, sente “affiorare una subdola familiarità con quell’uomo morto e col suo mistero”. Si immagina di essere morto anche lui. Chi lo avrebbe ricordato? La moglie Ada lo aveva lasciato presto ed era stato lui a ricordarla. Non aveva un figlio. Forse Angela, la nuova compagna. E poi vuole trovare delle risposte a tutto ciò che rimane irrisolto. Anche se il questore desidererebbe una cosa veloce, solo formale (un classico).
Personaggio principale, dunque, il nostro Soneri tormentato da certi ricordi dolorosi che annaspa tra realtà e finzione “in quell’universo fluviale sfuggente e cedevole” dove niente e tutto si sprofonda. Il fiume, il grande fiume scuro che con il suo lieve saltellare risveglia un ritmo sepolto nel tempo di culle e ninne nanne. Ma all’improvviso si ingrossa, fa paura e diventa esso stesso personaggio presente e pressante durante tutto il racconto, come la pioggia che cade con “inesorabile regolarità” e la nebbia a stendere un velo di brivido su tutte le cose.
Via al circolo nautico di Torricella per ascoltare, confrontarsi, cercare indizi, via in giro per dissipare la reticenza di chi sa qualcosa e non vuole esporsi. Incontri particolari come quello con il Matto e la sua fissa idea che c’è in giro la Bestia del Po a creare altra atmosfera fosca e inquietante. Ha visto le sue impronte sulla sabbia, attacca anche i lupi, dice, si porta le prede nell’acqua e le mangia.
L’indagine è difficile fatta di piccoli passi, affiorano pian piano intrallazzi, imbrogli, una gestione poco chiara di ristoranti e trattorie, lotte fra clan per la pesca, droga, prostituzione, mafia, camorra e ‘ndrangheta a spartirsi il territorio. Mentre il nostro si è preso una vacanza, ha affittato una casa galleggiante dove pensare, meditare da solo.
In un giallo che si rispetti non manca la buona cucina e quindi troviamo il commissario intento a preparare degli gnocchi al pomodoro su uno strato spesso di parmigiano, oppure a cena al Milord dove affoga con Angela i suoi pensieri “nel burro fuso in cui nuotavano i tortelli di patate di Alceste”, ma anche da Marisa tutto preso dal risotto con lo strolghino, ovvero un sottile salame tagliato a piccoli dadi che gli provoca un “fiotto d’allegria e un guizzo dei succhi gastrici”.
Soneri, comunque, continua la sua lotta contro il tempo (non può tirarla troppo per le lunghe), si divincola fra gli ostacoli, annaspa, accende spesso il Toscano per calmare la sua ansia, aiutato dall’amore e dalla forza di Angela. Ma ecco che qualcosa appare, si fa strada nella sua mente. Quello che viene fuori dalla lettura del libro è il problema dei rifiutati come figli e dal mondo stesso, degli “invisibili” con la loro rabbia, il desiderio di essere amati ma incapaci, allo stesso tempo, di amare. La storia è un intreccio, una mescolanza di atmosfera opaca, di lentezza e malinconia. Perché chi ha vinto sono i cinici e gli indifferenti. E allora non resta altro, secondo Soneri, che raccogliere “i morti dopo la battaglia”.

Rito di sangue di Anne Perry, Il Giallo Mondadori 2020
Inghilterra 1870. Più precisamente nell’ufficio di un magazzino della zona portuale di Londra, “il cadavere giaceva supino sul pavimento; nel petto gli era stata infissa una baionetta. Innestata su un fucile militare. Il morto sembrava in tal modo sormontato da un albero di nave spezzato, in procinto di crollare da un momento all’altro”. Ma non è finita qui. Le dita della mano destra sono tutte spezzate, le labbra asportate e ficcate in bocca, intorno diciassette candele con lo stoppino rosso (due delle quali viola scuro) che sembra intinto nel sangue. Un delitto raccapricciante e una bella gatta da pelare per il comandante Monk della polizia fluviale. Intanto trattasi dell’ungherese Imrus Fedor come dichiara il suo connazionale Antal Dobokai, farmacista che sa tradurre in inglese, ed era venuto a consegnarli una medicina.
Delitto efferato, crimine d’odio commesso sotto un impulso incontrollabile. Occorre sapere tutto il possibile sul morto, con l’aiuto di Hooper, braccio destro di Monk, e quindi via a parlare con i vicini. Viene a galla il problema del “diverso”, di colui che è nato in un’altra nazione e non è ben visto dagli inglesi. Comunque Imrus era un imprenditore “educato, niente debiti, nessun vizio, affabile, tranquillo, pulito, generoso”. Chi poteva avercela con lui? Allora bisogna considerare il numero diciassette delle candele. Che ci sia sotto una società segreta degli occultisti? Il colore viola significa, infatti, potere, un potere oscuro. Oppure, oppure la rabbia dei protestanti contro i cattolici ungheresi?…
Arriveranno, poi, altri morti uccisi con le stesse modalità a complicare ulteriormente un’indagine lunga e difficile. Il racconto si svolge su due piani: il presente ricco di atmosfera misteriosa, di paura, di scontri (la folla inferocita mette in pericolo anche Monk) e il passato che riaffiora angoscioso sia per lo stesso Monk (aveva perso la memoria nel 1856 subito dopo la guerra di Crimea), per la moglie Esther (infermiera durante quella guerra) e anche per il medico Herbert ossessionato da incubi, sospettato e processato. E qui si apre la fase processuale con l’accusa e la difesa a scontrarsi sfruttando tutte le loro capacità. Fino a quando… fino a quando il nostro Monk riesce a capire come siano andate veramente le cose. Perché c’è pure di mezzo la pedofilia…
L’idea fondamentale del libro è che le tragedie della guerra si ripercuotono inesorabilmente nell’animo di chi le ha vissute e che il pregiudizio, come pensa la stessa Esther ha, al fondo, la convinzione che il diverso, il differente costituisce una minaccia alla propria tranquillità. Problema, aggiunge il sottoscritto, vivo ancora oggi.

La cattiva stella di Georges Simenon, Adelphi 2019.
Una storia di falliti. Di falliti borghesi, come tende a sottolineare lo stesso Simenon. Una nutrita serie di racconti sul “turista da banane” che se ne va in giro nelle isole del Pacifico, ovvero “storie di gente che quando è partita era piena di entusiasmo, di vita, di speranze, di progetti, e che i tropici hanno ridotto in uno stato che…” Ce lo spiegherà più avanti l’autore. Vediamone qualcuna di queste storie in cui, ad un certo punto, arriva la cattiva stella…
Come quella di Popaul che ha ottenuto una concessione per abbattere alberi nella foresta equatoriale. Però non riesce a venderli e si ritrova in una capanna sporca in mezzo a una cinquantina di negri. Con l’idea fissa di essere avvelenato dopo una serie di coliche. Forse è opera di quel negro, forse di quell’altro. Gliela farà pagare… Oppure la storia di un visconte che se ne va in Nuova Caledonia. E lì rimane povero con quattro o cinque mogli ricoperto di pustole fissato a guardare il mare. E quella dell’Alsaziano a Tahiti che finisce al lebbrosario della città.
Fallimenti e fallimenti da non giudicare troppo severamente secondo monito dell’autore. Dove ci può essere lo zampino del Caso. Vedi la storia del discendente di una nobile famiglia francese durante un viaggio di piacere nel Sudamerica. “In una torrida cittadina popolata di indios e avventurieri si azzarda, per curiosità, a bere la chicha”, una mistura di mais masticato dalle “indie sporche e sdentate” ed ecco che non ne può fare a meno. La famiglia manda allora a trovarlo il figlio minore che lo convinca a ritornare in patria. Ma anche lui beve la chicha… Ora siamo in uno degli isolotti tra la Nuova Guinea e la città di Numea. Qui da tre anni, e forse di più, ci sono due bianchi il cui unico passatempo serale consiste nel giocare a scacchi in attesa del benedetto sonno. Uno di loro va a letto con una canaca, la donna del luogo che viene trovata strangolata in un boschetto. Chi è stato? Forse l’amico geloso…
Insomma non se ne salva uno. Nemmeno Millet, partito alla ricerca del sole, della libertà che si ritrova in un “porto grigio e piovoso”, oppure la baronessa Wagner suicidatasi alle Galapagos dopo aver fatto la bella vita a Montparnasse e ancora il dottor Ritter che ha lasciato scritto delle Memorie da cui si ricava “che queste incantevoli isole non sono fatte per l’uomo e che la natura stessa si oppone alle sue imprese…”.
Falliti! Tutti quanti falliti. Tutti quanti con il sogno di una vita agiata senza preoccupazioni per il futuro. Lì nelle isole ai tropici sotto il sole opprimente e l’aria infestata da malattie rare. Un tourbillon di situazioni difficili, incasinate, grottesche, presentate con uno sguardo ironico e sorridente. Non una parola di più, non una parola di troppo. Alla Simenon.

L’incredibile viaggio di Todd Downing, Polillo 2014.
“Farà saltare in aria il treno?” “Sì, è stata questa la sua minaccia. Mi è parso necessario avvertire qualcuno” si confida Saul King con Hugh Rennert, agente del Tesoro americano in viaggio da Laredo a Città del Messico (per essere precisi è stata la moglie di S.K. a udire queste parole).
Il treno non salterà in aria ma il morto ammazzato salta fuori lo stesso dopo una lunga galleria ucciso con una iniezione ipodermica di nicotina (vedete un po’ come le studiano).
Sette i viaggiatori di una carrozza tra cui si nasconde l’assassino (lo dirà in seguito lo stesso Rennert che indaga): “King, Spahr, Radcott, il messicano dallo sguardo furtivo, l’uomo dai capelli grigi, l’individuo alto che aveva l’aria di un agricoltore e la signora vestita di taffetà nero che portava un anello al dito e le maniche coi polsini”. Avvoltoi che sembrano seguire il treno, costretto a fermarsi per un guasto alla macchina, a creare un clima lugubre e spettrale, una spilla da cravatta trovata, un tagliacarte sparito, una cappelliera che non è al suo posto e altri piccoli indizi sparsi qua e là.
Ancora: un secondo omicidio che avviene con le stesse modalità, l’isolamento della carrozza in cui si trovano i sospettati, delitto che si riallaccia a un altro delitto del passato, l’inquietudine e la paura che serpeggiano, la tensione in continuo aumento, anche per la presenza dei soldati sul treno che temono un attentato del movimento dei Cristeros ribelli al governo.
Scrittura precisa, accurata, personaggi credibili, colpo di scena finale ben assestato, e insomma un lavoro svolto con la bravura dell’artigiano di un tempo che fu.

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret e la vecchia signora del 1950
Tutto il romanzo ruota intorno alla figura di Valentine, vecchia vedova demodé nella cui casa “di bambole” avviene un inspiegabile assassinio, per avvelenamento, della sua donna di servizio, la giovane Rose. Valentine appare inafferrabile: con Maigret è sciolta, simpatica, ironica, insomma una meravigliosa vecchietta, mentre sempre più fonti la descrivono come un mostro, avida arrampicatrice sociale priva di scrupoli e di veri sentimenti, persino nei confronti dei figli. Questi ultimi vanno a comporre una curiosa compagnia: una figlia totalmente e disperatamente ninfomane (Simenon indulge spesso nel descrivere donne del genere, segno del suo rapporto non facile con il gentil sesso…; piccola nota di costume: nella prima traduzione italiana degli anni Cinquanta, questa parte venne censurata!), un figlio “arrivato” (è deputato) ma irrimediabilmente coglione (nei romanzi di Maigret i deputati, gli uomini importanti sono sempre degli idioti), l’altro il cui scopo di vita sembra quello di assomigliare al duca di Windsor. Sotto lo sguardo un po’ stupito dell’ispettore del luogo (siamo a Étretat), Maigret, più che altro, beve: lo fa sempre, in ogni romanzo, ma qui l’abitudine diventa quasi parossistica. Questo non gli impedisce, ovviamente, di dipanare la matassa, basata su tristi questioni di gioielli di valore: alla fine, erano le voci su Valentine a essere vere, non la sua fragile immagine dal vivo: la donna è davvero un mostro.

Cécile è morta del 1942
Ripeterò l’incipit de L’ispettore Cadavre: la differenza sta nei particolari. Cécile è morta (pubblicato in Italia, originariamente, con il titolo poco sensato Un’ombra su Maigret) è uno dei migliori Maigret, nonostante la trama arzigogolata, mille particolari che si ripetono, personaggi già conosciuti che si agitano seguendo binari prestabiliti nella Parigi piovosa di inizi autunno. È splendido perché ha i ritmi giusti, gli snodi giusti, un Maigret presente in ogni pagina nella sua grandiosa personalità, con tutti i suoi pregi e i suoi apparenti difetti (“pareva di un’arroganza incredibile”, e lo dice la signora Maigret! e mai come in questo romanzo, in effetti, il nostro è stato così scorbutico, inavvicinabile, persino scortese). Nelle ultime pagine, viene anche reintrodotto il personaggio dell’anglosassone simpatico e un po’ ingenuo venuto a studiare i suoi metodi (v. per esempio Il mio amico Maigret), con la evidente funzione di esaltare l’onnipotenza del commissario. Anche la trama gialla, pur complessa, non è così campata in aria e si snoda tra i soliti protagonisti da Comédie humaine, la vecchia avara all’inverosimile, i parenti poveri che si portano dietro la croce di irredimibili complessi di inferiorità, avvocati sussiegosi, ragazzine un po’ ninfomani, portiere laide con il torcicollo e, soprattutto, l’ex-avvocato pedofilo, per cui Maigret prova una repulsione fisica che fa tenerezza, assecondato da Simenon che descrive l’uomo come un vero e proprio monstrum, che ha disegnati in faccia e nel corpo i suoi terribili impulsi, seguendo una teoria lombrosiana utile a far risaltare la castità e la assoluta purezza dello stesso Maigret, in questo romanzo molto evidenziata. Si vedano a questo proposito la scena al cinema o l’incontro con i tenutari dei bordelli, o persino l’affermazione (veramente al limite della verisimiglianza!) secondo la quale Maigret aveva qualche difficoltà di rapporti persino con il buon Cassieux, capo della Buoncostume, per il solo fatto che quest’ultimo aveva di continuo a che fare con gente immorale…

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La signora del martedì di Massimo Carlotto, edizioni e/o 2020.
Romanzo corale dal gradevole sapore teatrale questo La signora del martedì di Massimo Carlotto, molto ben recitato dai tre personaggi principali: il signor Alfredo Guastini, attempato omosessuale che indossa gli abiti di una signora elegante d’altri tempi e che parla di sé al femminile, Bonamente Fanzago, attore porno quasi in pensione che tiene ancora duro e la misteriosa signora che ogni martedì, da ben nove anni, dalle 15 alle 16 si infila nel suo letto per approfittare e pagare i suoi servizi da gigolò. Lo scenario è misterioso e suggestivo, siamo d’inverno, in provincia, dove? Forse la riviera romagnola, o magari più a Nord. Comunque una cittadina sul mare, ma d’inverno il mare sembra così lontano… Imprescindibile e irresistibile filo conduttore della trama, un albergo di sapore felliniano, la Pensione Lisbona. Vecchiotta, ben tenuta, poche camere messe con gusto, sempre aperta ma poco frequentata, la Pensione Lisbona funge da impagabile palcoscenico di tutta la storia. Ma torniamo al romanzo e alla sua straordinaria galleria di personaggi, riprendendo da Alfredo Guastini, vero elemento trainante della narrazione, abbiente proprietario della Pensione Lisbona, attempato omosessuale di buon cuore, capace di cacciarsi nei guai per amore, magari egoistico, ma sempre amore…
La signora del martedì è un giallo che azzarda persino e con rara abilità a sfiorare i toni del fotoromanzo. Ma è un giallo ben calibrato da ogni punto di vista, in cui soprattutto si privilegiano i migliori istinti dell’amore, di qualunque genere sia. E quando Nanà si troverà davvero nei guai, potrà far conto su uno sconosciuto signore dagli stivali: lo riconoscete? Proprio lui, Marco Buratti l’Alligatore, che interviene nel ruolo di angelo custode con l’aiuto di una coppia specializzata nel far sparire cadaveri. E se necessario persone. E poi chissà se la storia di Alfredo, Bonamente, Alfosina sarà proprio finita? Come recita a ragione la quarta di copertina, stavolta Massimo Carlotto va al di là del noir. E ci regala l’arguto ma colto divertissement di una trama variegata, perfetta per raccontare i nostri tempi afflitti da tante incontrollabili difficoltà. Insomma una storia di cui tutti potremmo essere stati testimoni, magari per caso, o volontariamente attori. Tutti coinvolti? E comunque bravo Massimo! Esperimento azzeccato: un romanzo notevole, permeato di un fine e geniale umorismo che seduce.

Il corpo del peccato di Silvia Di Giacomo, Foschi 2020.
Secondo Gianluca Morozzi, il commissario Claudio Degli Esposti è “un personaggio che mancava al noir bolognese. Solo l’eclettica Silvia Di Giacomo l’avrebbe potuto inventare”. E voilà il personaggio di Silvia Di Giacomo. L’autrice a pagina 10 ce lo presenta come poliziotto e bravo investigatore, poi però nelle pagine successive precisa che Degli Esposti ha il fallimento del suo matrimonio dietro le spalle, conserva ancora dentro di sé ferite psicologiche dovute a demoni personali che l’attanagliano e sta portando avanti un appassionante ma difficile rapporto affettivo che potrebbe trasformarsi in una trappola fatale. Richiamato con urgenza al lavoro alle otto di sera, il Commissario Claudio Degli Esposti si sta recando sul teatro del delitto in sella a una Vespa. Stavolta lui e la sua valida e bionda collaboratrice, l’ispettore Giulia Nanni, dovranno far fronte a un omicidio dagli anomali connotati. Apparentemente infatti Maddalena Zorbi, ultraottantenne, vecchia e ricca signora della Bologna bene – quella che conta economicamente e dispone di relazioni in alto loco – è stata aggredita, buttata a terra e pugnalata in casa sua, nel pomeriggio. Ma le scena del delitto è stata pesantemente inquinata da chi l’ha trovata…
Una scelta narrativa che si avvale del continuo cambio del punto di vista e spesso della narrazione in prima persona. Come per gli struggenti intermezzi in corsivo che a mio vedere forse sarebbero risultati più incisivi se i collegamenti temporali fossero stati in parallelo. Ciò nondimeno una trama che coinvolge, portando in scena un bel carosello di eroi e antieroi. Storia di tante vite, vite che si incrociano ma soprattutto un grido di denuncia per il barbaro sfruttamento di corpi femminili, per le tante donne abusate e rese schiave dalla paura. Donne coraggiose però, che non arretrano davanti alla scelta di imboccare tutte le strade, anche quella della vendetta, per riscattarsi a ogni costo davanti al mondo.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Diario di una Schiappa. Non ce la posso fare! di Jeff Kinney, il Castoro 2016.
Come succede in ogni sua avventura, Greg combinerà un sacco di pasticci. Ovviamente non posso elencarveli tutti perché sennò finirei domani mattina. Quindi ve ne dirò due o tre, senza, però, raccontarvi la fine in modo che, per scoprirla, dovrete leggere il libro!
Un giorno il nonno di Greg decide di trasferirsi da loro perché hanno aumentato il costo dell’ Happy Residence dove viveva prima. Qualche giorno dopo la famiglia va al supermercato e il nonno resta a casa da solo, ma quando tornano scoprono che…
Il mese dopo Greg deve fare una gita con la scuola alla Fattoria Vitadura, vorrebbe restare a casa a giocare ai videogiochi ma i suoi genitori lo costringono ad andarci. Niente computer e cellulari per un intero fine settimana. Deve cavarsela come fanno gli adulti. Ce la farà?…

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
oggi vi presento Il brutto anatroccolo di Hans Christian Andersen, EdiBimbi 2010.
Una anatra cova le sue uova. Si schiudono ma l’ultimo uovo più grosso degli altri non ci riesce. Poi alla fine si schiude e viene fuori un anatroccolo grigio. Al pollaio tutti lo prendono in giro, gli dicono che è brutto, non lo vogliono con loro. Anche i suoi fratelli incominciano a maltrattarlo. Disperato fugge via. È sempre più triste e solo, ma un giorno mentre vola vede tre cigni nuotare in un laghetto. Si avvicina e guarda la sua immagine riflessa nell’acqua. Ora non è più brutto perché è diventato un bel cigno anche lui. Che bella trasformazione!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2018

(Buon Primo Maggio! E buon compleanno, Fabio!)

Li vedo in quasi tutte le stanze. Anche sui calendari. Su certi calendari preparati con cura e amore dalla mamma. Il più vecchio è del 2010. Lui è lì, bello paffuto, immortalato a un anno, sempre sorridente oppure impegnato a guardarsi la mani. Su quello del 2015 c’è anche Lei. Viso altrettanto paffuto, bionda, occhi celesti. Meravigliosa. Ora per mano, ora abbracciati in momenti tenerissimi che non fanno presagire, al momento, le future battaglie di gelosia. Sono sparsi, dicevo, dappertutto in altrettante fotografie che evidenziano la loro crescita. Da soli, o insieme ai familiari, in tourbillon di pose, gesti, sorrisi che rimarranno impressi nella memoria. Di Lui. Di Lei.
P.S.
Ma ci sono anche foto di altri Due. Ci sono, ci sono…

Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr, Ellery Queen, Mondadori 2018.
Già i nomi degli autori rendono speciale questo speciale di due romanzi ed un racconto. Se poi ci si aggiunge la succosa introduzione di Mauro Boncompagni il piatto è servito. Il “messaggio del morto” non è altro ciò che qualcuno in procinto di volarsene via, lascia ad altri perché “il suo decesso non resti impunito”.
I sette quadranti di Agatha Christie
Uno strano scherzo nell’abitazione di lord Catheram ad un dormiglione con otto sveglie trillanti piazzate ad hoc (però se ne ritroveranno solo sette bene allineate sulla mensola del caminetto, l’ottava giù nel prato), che non riescono a svegliarlo perché rimasto morto stecchito, causa dose massiccia di sonnifero (cloralio). Una lettera scritta di suo pugno, prima di lasciare il mondo dei vivi, rimanda a “I sette quadranti”, così come, in seguito, le ultime parole di un giovanotto ucciso con un colpo di pistola. Ci siamo, è il messaggio del morto.
Indaga l’investigatrice dilettante lady Eileen Brent, ovvero Bundle “con l’aiuto di un paio di giovanotti simpaticamente stolti”. Tutto sta nel capire cosa siano questi sette benedetti quadranti. Una cosca simile alla Mafia italiana con riferimento ai sette quadranti delle sette sveglie rimaste? Di qualunque cosa si tratti la nostra frenetica Bundle non sta con le mani in mano, e si ritroverà perfino dentro un armadio ad ascoltare i discorsi di un gruppo estremamente pericoloso. Di mezzo una invenzione la cui formula può procurare un sacco di soldi, dunque bisogna stare attenti a chi cercherà di rubarla (in precedenza qualche furto similare c’è già stato). Azione, movimento, rumori, passi nel buio, spari, grande abilità nell’intreccio, passaggi veloci da un personaggio all’altro (pure il sovrintendente Battle ad indagare), dialoghi serrati ricchi di punti interrogativi ed esclamativi, classica citazione di Sherlock e Watson, un pizzico di romanticismo (mi vuoi sposare?), spiegazione finale da capogiro e il piatto è servito. Con la nostra Bundle che rimarrà impressa nella memoria.
Astuzia per astuzia di John Dickson Carr
“I vostri guanti – disse nitidamente in francese. Poi morì”. Il messaggio del morto. Ovvero di Abu di Ispahan, colpito dal fendente di un pugnale nello studio legale di Hugh Prentice. Era lì ad aspettare il ritorno del suddetto Hugh (questi si è soffermato, invece, a parlare con l’altro socio Jim nel corridoio) per venire a capo di un delitto che avrebbe avuto come vittima il fratello. Sempre, secondo le parole di Abu, per colpa degli stessi guanti. La scena vista in parte attraverso uno specchio. Per Jim si tratta di suicidio, per Hugh è “il classico delitto in una camera ermeticamente chiusa.” Incredibile…
A risolvere il mistero l’avvocato Patrick Butler (il più noto Gideon Fell è altrove): capelli biondi, naso arrogante, occhi azzurri, bocca larga, sorriso ironico e aria di superiorità intellettuale. Non c’è niente che lo fermi. E dovrà aiutare Hugh ricercato, addirittura, dalla polizia (tra l’altro anche Jim ha lo stesso problema per uno scambio di valigie). Prima una visitina al negozio dell’antiquario “Guanti di uomini morti” dove ci sarà uno scontro con la banda di Padre Bill, poi all’Oxford Theatre per conoscere una certa Madame Feyoum, mentre aumenta il rovello sull’incredibile assassinio e su cosa c’entrano i benedetti guanti. Intanto la ricerca della polizia continua provocando azione, movimento, fuga anche verso nascondigli “particolari” come avviene in teatro. A rendere più frizzante il tutto due ragazze: Helen, fidanzata di Hugh e Pam, in relazione con Butler. Siccome quest’ultima è bella, attraente e ricca sta a vedere che crea qualche scompiglio…
Una incredibile massa di eventi punteggiano il romanzo fino a quando l’arrogante Patrick Butler ci svelerà e spiegherà come sia accaduto l’irreale omicidio. Ma guarda un po’, era così facile…
L’avventura dell’orologio sotto la campana di vetro di Ellery Queen
Per Ellery Queen nessun problema è stato così semplice come la presente avventura. Non credetegli. Ovvero credete alla sua logica eccezionale ma non alla “semplicità” del suddetto problema. Intanto c’è un uomo morto, con il capo fracassato, ovvero Martin Orr nel suo polveroso negozio d’antiquario con “un pesante fermacarte imbrattato di sangue ma privo di impronte digitali.” Una traccia, sempre di sangue sul pavimento, indica che si è trascinato fino al banco, si è sollevato per raggiungere la teca dove sono esposte delle pietre preziose, ha rotto il vetro con un pugno, ha afferrato una grossa ametista ed è caduto sul pavimento stringendola nella mano sinistra. Poi, con una forza davvero incredibile, ha raggiunto carponi un piedistallo di pietra facendo cadere un vecchio orologio protetto da una campana di vetro. Ed eccolo lì “con l’ametista stretta nel pugno sinistro e la destra sanguinante appoggiata sull’orologio”. Il messaggio del morto. Semplice, no?…
Cinque possibili sospettati, ovvero cinque giocatori di poker che si incontrano ogni sabato sera nell’ufficio di Orr sul retro. Chi di loro l’assassino? Troppo difficile per l’ispettore Queen, padre del nostro Ellery. Tra l’altro a complicare il tutto anche cinque biglietti di auguri. Ma per Lui più si complica e più si semplifica, mentre il lettore se ne sta lì a bocca aperta, meravigliato e forse anche un po’ stizzito.
Ciò che accomuna i tre capolavori è ben sintetizzato dal nostro Mauro: “Alla fine di questa antologia, si potrebbe dire che non esistano morti più vivi di coloro che, prima di andarsene, lasciano un messaggio a futura memoria. La loro è un’eloquenza a scoppio ritardato, certo, ma un’eloquenza che con la simpatica improbabilità, o la sua meravigliosa follia, costituisce un altro di quei vertici di acume e di ingegnosità che ha saputo raggiungere il giallo classico nella sua storia blasonata.” Sottoscrivo sulla “meravigliosa follia” che riesce a contagiare anche i lettori affascinati dalle circonvoluzioni più incredibili proposte a codificare l’impossibile messaggio.
A fine libro un leggero sorriso ebete sulle labbra come di ubriacatura.
Per chi ama gli apocrifi su Sherlock Holmes c’è solo l’imbarazzo della scelta. Solo qualche titolo: L’enigma Reichenbach di Geri Schear; La regola del nove di Barrie Roberts; Il segreto dei cammei vaticani di Richard T. Ryan; Il caso della spada di Osman di Tim Symonds; La verità è un’ombra, Watson di Paolo Lanzotti.

Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018.
Allo specchio vede una cinquantenne che la osserva con indifferenza. Capelli crespi, pelle cascante “e la faccia di chi ha visto il diavolo in persona”. È lei, l’ispettrice Petra Delicado. Invecchiata ma sempre con il suo bel caratterino puntiglioso in prima persona a raccontare la storia. Due matrimoni falliti alle spalle, un terzo con un uomo che ha già quattro figli.
E ora l’indagine su una donna di una certa età (si dice così) assassinata nella sua abitazione in periferia, volto sfigurato e corpo coperto di tagli profondi. Con il fide vice Fermin Garzón martirizzato e tenuto a dieta dalla moglie per il colesterolo un po’ alto e, novità delle novità, costretta a collaborare anche con un giovane ispettore della Polizia Autonoma della Catalogna, Roberto Fraile, sulla trentina, robusto, occhi verdi, capelli a spazzola, “stranamente attraente” e pignolo da morire (allusione allo scontro dei due patriottismi della penisola iberica). Ma l’omicidio non sarà l’unico, ne seguiranno ben altri quattro con le stesse modalità: donne sole, riservate, fragili, in cerca di compagnia, di un po’ di affetto, uccise a coltellate e sul loro corpo un biglietto di addio. Un assassino seriale, un femminicida, difficile da prendere.
Di mezzo agenzie matrimoniali per cuori solitari in forte aumento, tra le quali spicca “Vida Futura” dove avevano cercato conforto le povere uccise. Indagini rese più complicate dal rapporto di Petra con Roberto Fraile, alti e bassi repentini, scontri e risate tra qualche tapas e un ottimo cava, quelli con il superiore Coronas, i battibecchi esilaranti con Fermin, la sua maledetta impulsività.
Accanto al lavoro di poliziotta la vita di ogni giorno resa più stressante dall’arrivo della suocera settantenne che parla, parla, parla invano fermata dal figlio, ma che avrà la sua parte nell’indirizzare le indagini. Che risultano complesse, incasinate tanto da far esclamare al nostro Fermin “A questo punto, signori, io non so più chi può essere l’assassino, né il sospettato né l’indagato, ho dei dubbi perfino su chi sono io e la madre che mi ha partorito.” Comunque tassello dopo tassello si viene costruendo l’identikit del mostro attraverso colloqui con chi conosceva le uccise. Finale da capogiro attraverso interrogatori fiume e colpi di scena a ripetizione. Finale che, forse, lascerà l’amaro in bocca a qualche lettore.
Un libro sulla violenza contro le donne e sulla ricerca disperata di un affetto “Il bisogno di amore è congenito? Oppure tutto nella nostra cultura cospira a che ne siamo vittime?”; lo scontro tra i “vecchietti” e i giovani, ovvero “le nuove generazioni che non si fermano mai. Non che per loro il lavoro sia la cosa più importante, semplicemente è l’unica.”; la difficoltà di conoscersi “Ci sono persone che passano anni al nostro fianco senza mai rivelarci chi sono, a cosa pensano, come vivono.”
Uno sguardo, dunque, sulla complessità della vita umana. Un lavoro completo, bene organizzato, spruzzato di una ironia che scorre leggera tra tanto male. Ottimo. Perfetto con cinquanta pagine in meno.
P.S.
Timore che su un problema orribile come la violenza sulle donne possano venir fuori squallide speculazioni libresche.

La squillo e il delitto di Lambrate di Dario Crapanzano, SEM 2018.
Vent’anni, alta e slanciata, occhi castani, capelli lunghi dello stesso colori, intelligente, vivace, simpatica, decisa e volitiva. Insomma una “bellezza fuori del comune” ma sfortunata. Persi entrambi i genitori, due fratellini da accudire insieme alla nonna Angiolina. Qualche ritaglio di tempo per leggere libri come Pinocchio, Cuore, I tre moschettieri, Il conte di Montecristo e Madame Sans-Gêne. Ovvero Margherita Grande, per tutti Rita, cameriera alla Trattoria del Sole a Milano, anni Cinquanta. Cameriera e poi squillo che i soldi ci vogliono e non ci sono. Una squillo coi fiocchi sotto la “guida” di Giulia Vergani che gestisce una casa di appuntamenti alla villa di Monte Rosa. Tutto fila liscio, riesce a soddisfare le bizzarre richieste dei clienti facoltosi, legge pure altri libri, porta i fratelli al cinema, va anche alla messa, passa diverse serate all’osteria Don Rodrigo in compagnia di vecchi compagni (non sanno della sua nuova attività) fino a quando una sua amica viene accusata di avere ucciso il fidanzato, capo di una banda della malavita milanese. Allora la squillo, sicura della sua innocenza, diventa pure detective.
Per prima cosa, secondo i dettami di Maigret (ha letto anche questo autore), bisogna mettere al setaccio la vita dell’ucciso, un “inguaribile dongiovanni”, ovvero il Rodolfo Valentino di Lambrate. E dunque ragazze su ragazze sedotte e abbandonate, mariti e fidanzati traditi. Chi fra loro l’assassino?
Indagine tra visite e domande a custodi e portinai (sue armi vincenti sorrisi e cioccolatini), tra i tavoli delle osterie, sulle carrozze dei tram, appostamenti e foto di innamorate. Aiutata dall’amico Leonida Ciocca, boss della ligera, la mala milanese del dopoguerra, la nostra eroina diventa una figura leggera, quasi sbarazzina nonostante le difficoltà della vita che conduce.
Il tutto fila via facile, facile. Troppo facile. Come costruzione della storia, credibilità psicologica e scrittura.

Un giretto tra i miei libri
La vigna di Salomone di Jonathan Latimer, Mondadori 2010.
Jonathan Latimer (1906-1983) non sarà annoverato tra i massimi scrittori della hard boiled americana ma la sua bella figura ce la fa. Cronista di nera a contatto con i capi del malaffare tra cui Al Capone, è talmente bravo con la penna che viene addirittura chiamato a riscrivere i pezzi dei suoi colleghi e, in seguito, pure quelli dei politici. Ad un certo punto della sua vita si ritrova come vicino di casa un certo Chandler che un po’ di influsso positivo glielo avrà sicuramente dato. È stato anche un ottimo sceneggiatore cinematografico e televisivo, basti ricordare Perry Mason e Colombo. La sua serie più conosciuta, come romanziere, è quella del detective privato Bill Crane, praticamente una spugna vivente.
Ma anche Karl Craven, come a dire fumo e alcol a go-go, senza stare a guardare tanto per il sottile, non è poi da meno. Sottolineati birra, whisky sour, bourbon, cognac, rye, old fashioned e champagne all’occasione che non ci si fa mancare niente. Cibo solido, si capisce, bistecche al sangue (meglio se di mezzo chilo) e insalata, costolette di maiale con purè di patate, uova, prosciutto e un filetto sempre al sangue. Se c’è un bel pezzo di torta di mele si ingolla anche quella. Centodieci chili di stazza, una ferita di coltello nel ventre a ricordare la sua vita movimentata e un caldo boia (altro personaggio non secondario di tanti romanzi) che lo fa sudare come una fontana e allora frenetiche entrate ed uscite dalla doccia. Sulla bocca bellezza, pupa, bambina, manca l’ufficio polveroso, la sedia scalcagnata, i piedi sulla scrivania, la segretaria tutta curve e siamo a posto.
Protagonisti principali il gangster cattivone, la bella sadicotta (picchiami, picchiami, prendimi, prendimi), la comunità religiosa “La Vigna di Salomone” che nasconde traffici illeciti, sesso e droga (ti pareva). Da salvare la Principessa, ovvero Penelope Grayson, a capo della setta e portarla via su ordine del solito zio straricco. Non proprio facile se c’è già un morto ammazzato, più precisamente Oke Johnson, socio del nostro investigatore che ci ha provato lasciandoci le penne. Capo della polizia Piper, naturalmente coinvolto nei “casini” come da cliché. Aggiungo così a caso, senza tema di sbagliare: spavalderia, botte da orbi, ginocchiate nelle palle (non è una battuta), destri alla mandibola, montanti al fegato, pedate in do coio coio, sparatorie varie, morti ammazzati e il dubbio assillante “Chi ha ucciso Oke?”.
Con il nostro corpulento eroe, forte, coraggioso, pure strafottente nei momenti di maggior pericolo, generoso con il money e addirittura verso chi lo vuole morto per sbaglio (magari nel classico bagno turco), a vedersela ora con questo, ora con quello (anche con questa o con quella ma in altro senso). Nei ritagli di tempo (due, tre minuti?), quando non è a fare ginnastica con i gangster o sul letto, riesce a leggere pure “Black Mash”. Da bacio in fronte.
Prosa ironica e brillante con qualche inevitabile battuta e scena scontata, ritmo veloce, serrato, come l’accavallarsi degli eventi. E la recensione, pardon la presentazione, si adegua.

La villa dei delitti di Martin Porlock, (uno dei tre pseudonimi usati dall’inglese Philip MacDonald), Polillo 2008.
“È possibile morire annegati in una stanza nella quale non c’è nemmeno una goccia d’acqua? No, naturalmente, ma nell’antica dimora di Friar’s Pardon sembra che la cosa sia capitata più volte. La leggenda, infatti, narra che in una determinata camera da letto ben cinque persone sono decedute in quel modo inspiegabile. Ma Enid Lester-Green, la famosa romanziera che ha appena acquistato la villa, non crede alle leggende…” Potete già immaginarvi quale sarà la sua fine. Morta annegata proprio nella stanza fatale che ha, naturalmente, porta e finestre ben chiuse…
Ad occuparsi del caso il giovane (sulla trentina) Charles Fox Browne, ingaggiato proprio da Enid come amministratore dei suoi beni. Alto (un metro e ottanta), slanciato, capelli biondi, occhi grigio acciaio, elegante, dotato di una espressione secca e incisiva (ma all’occorrenza sa essere anche loquace). Fuma la pipa, sa giocare a biliardo, non ama il bridge. Acuto osservatore, (se ne sta spesso da una parte per “registrare” gli altri), affascinato da Lesley “Charles sentì il sangue affluirgli alla testa” che in seguito verrà sospettata del delitto. Un classico nel classico. L’“investigatore” innamorato che cerca di salvare la sua bella. E, a dir la verità, anche se stesso, accusato questa volta da Claude Lester, il fratello della defunta.
In scena pure l’ispettore Archibald Willis “alto e ossuto” naso da tasso, bocca gradevole, calvo con la testa a forma d’uovo (vedi Poirot), voce tranquilla e roca, modi da gentiluomo.
Descrizioni minuziose, lunghi dialoghi, mistero, cose che spariscono e compaiono di nuovo, rumori spaventosi, mani luminose che si muovono davanti ad una finestra in puro stile gotico. Pursell, uno dei personaggi, riferendosi a Charles “Questo è un posto maledettamente strano. Tanto strano da sembrare sinistro, se capisce quello che voglio dire”. Il classico delitto impossibile che non può essere stato commesso da un essere umano (Amblethorpe). Trucco finale per lo smascheramento dell’assassino attraverso una seduta spiritica, ancora un cliché della letteratura poliziesca. E l’immancabile citazione di Holmes…

Patrizia Debicke (la Debicche)
Donne che odiano i fiori di Paola Sironi, Todaro 2018, è il primo romanzo che vede nelle vesti di protagonista Annalisa Consolati, ispettore di Polizia gay che, per riuscire a stare dietro a problemi familiari (al padre Patrizio è stata diagnosticata una parafrenia senile che lo fa vivere contemporaneamente in una lucida realtà e in incredibili mondi fantastici) si è fatta trasferire nel reparto Problem solving o “Desbrujà rugne” della Questura di Milano. Annalisa divide un piccolo appartamento con il padre vedovo, che passa da fasi di mutismo e insopprimibile inerzia a cicli logorroici in cui impersona il ruolo di continuatore di film e rivendica come sue avventurose vite tratte da famose pellicole, e la sua compagna, la saggia e serena Minerva, figlia di ricchi produttori di cinepanettoni ma che disdegna il patrimonio familiare e preferisce fare tranquillamente la restauratrice di mobili antichi. Della sua squadra in polizia, concepita a tavolino quasi come un team sportivo, fanno parte anche l’estrosa e disinibita Caterina Cederna, Vilnev Rosaspina, chiamato Vilnev dal padre, sfegatato tifoso del pilota canadese Villeneuve dopo la morte del suo idolo, pacioso nella vita ma al volante e con la sirena più spericolato del suo quasi omonimo e il grande capo, il commissario Elia Mastrosimone. Toccherà a loro, per colpa del collegamento con il presunto suicidio di una donna, Loretta Mannarelli, che gestisce a Milano un vivaio di orchidee, l’indagine sullo strano caso di un uomo, Damiano Brancher, ritrovato un mese prima orribilmente stritolato tra le spire di un anaconda nel Parco Botanico Giardino Alpino del Mottarone. Indagine fino ad allora gestita dalla polizia di Verbania, incerta tra l’incidente e il delitto.
La Mannarelli doveva essere interrogata perché la sua macchina, una Smart, era stata notata vicino al Parco il giorno della morte del Brancher, lei era  senz’altro con lui e nella zona del fattaccio erano stati ritrovati dei  suoi capelli e un suo orecchino. Cosa ci faceva Loretta Mannarelli quel giorno al Parco con il Brancher? Ma di una cosa sono tutti certi: era impossibile che lei, una donna esile, emaciata e soprattutto con una Smart, avesse potuto trasportare l’anaconda gigante assassino, un serpente di più di sei metri e che pesava almeno  duecentocinquanta chili.
Annalisa Consolati, spedita al funerale della Mannarelli, riuscirà a scoprire quasi nulla. Pochi presenti: dei vicini, una vecchia signora ex professoressa che riconoscerà Annalisa come sua allieva e che, anche lei ama le orchidee, ha frequentato la Mannarelli solo per delle lezioni in materia. La donna era molto scorbutica, teneva tutti a distanza, non aveva amici, e non vedeva quasi mai la sua famiglia. Salterà fuori che Damiano Brancher gestiva, con altri loschi personaggi, affari poco puliti con l’appoggio della ‘ndrangheta e dei clan dei nigeriani, che si faceva chiamare Damm Branker e che la Mannarelli probabilmente era una sua complice…
La storia è complicata, ci sono di mezzo tanti perché e dubbi da risolvere, ma l’ispettore Annalisa Consolati riesce a trovare il bandolo, e lei e la sua squadra, armati soprattutto di pragmatico buonsenso, riusciranno finalmente a sbrogliare la situazione. Non sarà facile e neppure indolore ma qualche volta forse è meglio arrivare alla giustizia o a una equa giustizia seguendo una strada un tantino meno ortodossa. Romanzo piacevole, con pagine piene di humour, che scorre bene, e riesce ad affrontare con leggerezza anche il lato più nero della situazione. A conti fatti con Donne che odiano i fiori Paola Sironi ci ha regalato una bella storia che parrebbe proprio inventata dalla fertile fantasia di Patrizio Consolati.

Altri spunti di Patrizia
Se la notte ti cerca di Romano De Marco, Piemme 2018, segna il ritorno in scena, dopo il trasferimento a Roma da Milano, dove ha vissuto un’intensa esperienza lavorativa, del commissario di polizia Laura Damiani, 37 anni, già incontrata e apprezzata in Città di polvere. Viene assegnata all’indagine sull’omicidio di una cosiddetta signora bene della Roma che conta: Claudia Longo. Di primo acchito un delitto passionale dunque, compiuto da un amante respinto, ma perché? A Laura la faccenda non torna troppo e, allargando un po’ il tiro, scopre possibili collegamenti con altre morti. Catalogate come morti per disgrazia, ma forse invece?…
Si parla di solitudine in questo libro, di delusione, di rimpianto, ma anche di casa e di famiglia. Ci sono donne e uomini, che cambiano, o sono cambiati e non si ritrovano in quello che sono diventati. Donne e uomini soli alla ricerca di stima, di sicurezza o magari solo di affetto. Uomini e donne che ingannano se stessi? Uomini e donne che non riescono a guardare in faccia i loro incubi e che messi di fronte alla realtà, non riusciranno a sopportarla? Romano De Marco sparge laboriosamente spunti e fili conduttori fino alla conclusione e semina indizi, andando a scavare persino nel deep web, per farci intravedere la verità.

Nome d’arte Doris Brilli. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò di Andrea Vitali, Garzanti 2018.
Solo l’elenco di tutte le persone coinvolte in questo romanzo, pubblicato in appendice, dice tutto. Ma in realtà questo ricco coro bellanese, a cui l’autore si è divertito a regalare degli strampalati nomi parlanti, fa discretamente ala e ruota intorno alla figura del maresciallo Ernesto Maccadò, da poco sposo e da poco giunto sulle sponde del lago di Como. Anche stavolta non si tratta di serial killer, di affrontare sanguinosi delitti ma di sbrogliare piccole ma vivide storie locali che l’anima pettegola del paese, dove tutti sanno tutto di tutti, ingigantisce, fino a scaricarle minacciosamente appesantite sulla scrivania del nuovo comandante della locale stazione dei Regi carabinieri. Siamo durante il Ventennio…

Della nostra Patrizia ricordo l’ultimo prodotto, ovvero il racconto lungo Gli Orchi di Courcelles della Delos Books 2018.
“Belgio, agosto 1996. Mentre famigliole e turisti si rilassano alla Fiera d’Estate e Terza Brocante dell’Ourthe, nella tranquilla cittadina vallone di Houffalize un ignobile predatore individua la sua giovane vittima. E la rapisce. Inizia così l’incubo di Barbara Lissogne, che dalla spensierata esistenza di dodicenne di provincia si ritrova precipitata in una realtà di prigionia, bugie e prevaricazioni, ridotta a pasto per infami appetiti. Le indagini scattano con tempestività e vanno a scoperchiare un Vaso di Pandora: perché dietro al cosiddetto Mostro di Courcelles non si cela la follia di un singolo, bensì una crudele e organizzata rete di pedofilia.”

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
Peter Pan di James Barrie (Geronimo Stilton), Piemme 2009.
Tutti i bambini diventano grandi prima o poi, tranne uno. Siamo a Londra, in una piccola casetta. Qui arriva un bambino speciale. Perché? Perché non cresce e… vola. È Peter Pan venuto per riprendere la sua ombra ribelle! Abita nell’isola che non c’è (giuro), ma non è solo. Ci vivono anche i Bambini Sperduti che non vogliono affrontare la vita adulta, i pirati, gli indiani e molte belve feroci che si inseguono tra loro. Con lui, in questa isola, sono venuti, di nascosto ai genitori, altri tre bambini: John, Michael e Wendy. Ce ne sono di cose belle da vedere qui, ma c’è pure il pirata Capitan Uncino che vuole farla pagare a Peter perché gli ha tagliato una mano.
Ce la farà Peter a salvarsi e i tre bambini vorranno ritornare a casa? Leggere per sapere…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2017

Il postino
Non ricordo il suo nome. Tutti, al paese, lo chiamavamo il postino perché portava la posta. Un ometto basso e secco dalla bocca storta che viaggiava su una Guzzi rossa come il fuoco con una cartellona a tracolla. Carattere fumino soprattutto quando giocava a biliardo al bar Italia. Saputa la cosa una folla di frequentatori si assiepava lungo i bordi, per assistere alle sue scenate che, prima o poi, sarebbero venute fuori. Ad aspettare quando si sarebbe incazzato per un tiro andato a male o un commento non gradito (occhio che ti poteva tirare addosso la boccia), con il rossore che si spargeva a ondate sul viso, le vene gonfie, la vocetta stridula che ne diceva di tutti i colori e il ghigno grottesco della bocca storta.
Appassionato di pesca se ne andava spesso con le sue canne lungo il torrente del paese. E noi, ragazzacci di strada, a tirare i sassi nell’acqua per farlo arrabbiare. “Una mela, due mele, ma tutto il melo no!” gridava esasperato. E via a gambe levate per non farci prendere. Filava veloce sulla Guzzi come un pilota di formula uno facendo sobbalzare i poveri passanti, ma non si vedeva tanto era piccolo e sembrava che la moto se ne andasse da sola guidata da un fantasma.
Non ricordo il suo nome. Tutti, al paese, lo chiamavamo il postino perché portava la posta.

Assassinio a Brunswick Gardens di Anne Perry, Mondadori 2017.
Brunswick Gardens. La signorina Unity Bellwood è caduta dalle scale nella lussuosa casa del reverendo Ramsey Parmenter spezzandosi il collo, dopo un acceso diverbio con il medesimo. Le sue ultime parole, udite da alcuni personaggi “No… No, reverendo!”, lo mettono in grave sospetto di omicidio. La vittima, “un’antichista di grande talento”, assisteva Parmenter nella stesura di un testo teologico e seguiva le moderne idee evoluzionistiche di Charles Darwin che stavano suscitando grande clamore nella società vittoriana del tempo. Inoltre era molto bella, attraente, femminista ed estremamente libera in fatto di sessualità.
Una specie di bomba a orologeria nella casa del reverendo. Nella quale vivono la moglie Vita, le figlie Clarice e Tryphena (difende a spada tratta la morta e il femminismo), il figlio Mallory, sacerdote cattolico, e il vicario protestante vedovo Dominic Corde, dotato di un fascino naturale sul gentil sesso, cognato di Thomas Pitt e Charlotte (innamorata di lui da ragazza), di cui aveva sposato la sorella maggiore Sarah, assassinata in Cater Street.
Secondo il vicecomandante Cornwallis c’è bisogno proprio del sovrintendente Thomas Pitt per risolvere il caso. Primo indizio la suola di una delle scarpe della morta ha una strana macchia scura con un certo odore chimico, praticamente di una sostanza versata nella serra dell’abitazione. Potrebbe servire in seguito… La situazione si complica con la scoperta che Unity era incinta di tre mesi. Di chi? Di qualcuno della casa? Di Ramsey stesso? dell’affascinante Dominic diventato “preda” della vittima? di Mallory? O di chi altro?…
Thomas vuole vederci chiaro. Si scava nella vita di alcuni personaggi principali e se ne scopriranno delle belle, si assiste a una sequela di scontri quotidiani tra i vari membri della famiglia, ognuno con le proprie convinzioni, con la propria “verità”. In crisi anche il vescovo Reginald Underwill (crede nella colpevolezza del reverendo) contrastato dalla moglie Vita “Come potremo impedire che la grande opera costruita dagli uomini e dalle donne cristiane venga ostacolata dallo scandalo che ne potrebbe nascere? Non ti sembra di vedere già i titoli dei giornali: “In odore di vescovato, uccide l’amante?””. Un mezzo, per lui, ci sarebbe. Convincere Ramsey a chiedere l’infermità mentale (vedete un po’).
Il nostro Pitt riuscirà a risolvere il mistero (anche la moglie Charlotte si dà da fare) con tatto e tenacia tra un excursus sulle idee di Darwin e sul femminismo, sul loro impatto nei rapporti con la Chiesa, sull’ordine patriarcale e il maschilismo imperante in una società vittoriana votata alla subalternità della donna, tra passioni, amori (anche quello saffico), gelosie, sospetti e odio al centro della scena. Finale concitato con punte di umorismo, vedi il vicario che vacilla e geme.

Il giardino delle rose di Christianna Brand, Mondadori 2017.
“Estella Devigne è una diva del palcoscenico. La sua grande popolarità non le deriva tuttavia dal talento, ma dalla figlia Sweetheart, nata da una relazione turbolenta con un gangster che sta scontando una condanna in un carcere americano. La bambina, rimasta sciancata in seguito ai maltrattamenti da lui inflitti alla madre durante la gravidanza, vive nascosta in un angolo segreto del Galles, in una villetta con un giardino di rose.”
Grande successo ha il Diario, pubblicato a puntate sul “The Voice” dell’amico giornalista Johnny Smith, dove Estella riporta i pensieri e le poesie della figlia, scritte in realtà dalla segretaria Bunny Paul. Diario letto addirittura dal padre Al (figlioccio di Al Capone) che ora sta per arrivare con l’amico Elk Moose. “Lo hanno rilasciato prima del tempo a causa del cuore. E prima di morire vuole vedere Sweetheart.” Se ne prospettano delle belle, insieme al viaggio esilarante dei due tra strade affollate di animali (mucche, greggi, coppie di agnellini). Comunque il fatto grave è che Sweetheart non c’è più. È scomparsa.
Caso complesso per l’ispettore Chucky “bel fisico, asciutto, dritto come un fuso, lo sguardo altero di un pastore dell’epoca vittoriana, intelligenza e spirito in parti uguali…” Anche perché di lì a poco Al defunge per un attacco di cuore e la sua guardia del corpo è colpita a morte. Chi l’ha uccisa?
Caso complesso, dicevo, e storia complessa con Sweetheart che sparisce, sembra ricomparire (qualcuno l’ha vista da lontano con il suo vestito rosso), forse è stata nascosta, esiste o non esiste?, tutto inventato? Mille domande e ripensamenti per l’ispettore. E un giardino di rose che crea disagio “Passando accanto all’aiuola di rose Sweetheart in fiore, sentì qualcosa di strano in fondo all’animo, qualcosa che non riuscì a captare.” Già le rose…
Un plot di avvenimenti concitati, di situazioni con “colori” diversi, dall’ironico al farsesco, dall’orrifico all’intrigo, ai colpi d’effetto. Che può entusiasmare o abbattere.

Sherlock Holmes – La soluzione sette per cento di Nicholas Meyer, Mondadori 2017.
Una nuova storia inedita di John H. Watson arrivata all’autore dallo zio Henry in circostanze fortunate. Una storia scritta, anzi dettata dallo stesso a una dattilografa, all’età di ottantasette anni. Dunque scusate qualche manchevolezza nello stile (dichiara Watson-Meyer…).
Dopo una lunga assenza ecco Sherlock Holmes comparire all’improvviso nella casa del dottore. In condizioni pietose “La pelle aveva un colore malsano, e gli occhi erano privi del consueto scintillio…”. Insomma è ridotto male. Farnetica di fucili ad aria compressa, di un certo professor Moriarty “un individuo rotto a depravazioni e orrori di ogni sorta”, il capo di ogni crimine. Chiaro che sia sotto l’effetto della cocaina di cui fa uso. Occorre guarirlo, tanto più dopo che lo stesso Moriarty si è presentato da Watson per informarlo che è da lui perseguitato: lo pedina, passa le notti davanti a casa sua, gli scrive lettere minatorie.
Ci vuole una cura energica. C’è un giovane medico a Vienna, un certo Freud che potrebbe fare al caso suo. Come convincere Holmes a spostarsi in Europa? Basta farci andare anche Moriarty, secondo il suggerimento del fratello Mycroft, e, sicuro, Sherlock lo seguirà.
Fatto. Anche per mezzo del cane Toby, un po’ malandato ma efficace. In casa di Freud subito il Nostro sottoposto a ipnosi per ricercare la cocaina nascosta da qualche parte. Ci vorrà un po’ di pazienza per farlo guarire.
Ma ecco arrivare il caso di una ragazza rapita che tenta di gettarsi in un canale. Sotto ipnosi dice di chiamarsi Nancy e di essersi sposata in un “bordello” con l’ormai defunto barone Karl von Reinsdorf. Non è la sola, perché anche la compagna di un giovane ribaldo sfregiato (ce l’ha con gli ebrei ed è battuto a tennis da Freud) afferma di essere lei la moglie del barone. Allora chi è veramente Nancy? Dice la verità, mente, o è stata ingannata? Ora si trova all’ospedale e per Holmes sta rischiando la vita. Bisogna salvarla anche perché dietro si macchina una diabolica cospirazione che può provocare implicazioni internazionali. Finale pirotecnico con inseguimento lungo i binari della ferrovia e duello come in certi film western. Non è finita, c’è ancora qualcosa da scoprire nell’inconscio di Holmes…
Ottima lettura, ottimo incontro-scontro-collaborazione tra il Detective e lo Psicanalista. Spunti sulla Londra nebbiosa, sulla Vienna del 1891 con una variegata popolazione dell’impero, “soleggiata e decadente”, con i suoi caffè, il “cuore della vita intellettuale e culturale, posti dove si poteva trascorrere piacevolmente una giornata senza assaggiare nemmeno una goccia di caffè” e ci si poteva pure giocare a scacchi…(mia fissazione).
Qui troviamo un Holmes diverso (non mancano, però, le sue micidiali deduzioni e travestimenti), preso dalla droga, che lotta, recalcitra, si infuria, delira, incuriosito, poi, dalla nuova disciplina di Freud per mezzo della quale scopriremo anche perché “si droghi, perché veda nel professor Moriarty il suo arcinemico, e come mai provi una diffidenza istintiva verso le donne” (Pachì).
Per maggiori informazioni sull’autore, sul Canone e la fortuna del libro il bell’articolo Un sette per cento… legale del nostro Luigi Pachì, proprio in fondo nella rubrica Sotto la lente di Sherlock.

Viaggiare in giallo di Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri, Sellerio 2017.
In breve, anzi brevissimo…
Senza fermate intermedie di Antonio Manzini
Una riunione di condominio è sempre meglio della festa del 161° anno dalla fondazione della polizia di stato: questo pensa Rocco Schiavone quando sale sulla Frecciarossa con l’anatomopatologo zoppicante Alberto Fumagalli. Qui personaggi di varia umanità, tra cui uno che rompe con il cellulare. A un tratto urlo di una donna che chiede aiuto e muore d’infarto. Per il figlio scomparsi gioielli di antico valore. Terzo furto nel giro di un mese. Bella gatta da pelare per il nostro. E poi c’è la riunione condominiale. Che giornata!
Il testimone di Francesco Recami
Sul treno Frecciarossa Enrico, detto Cipolla, anni 5, seconda materna. Meta finale la Sardegna. Tutto preso dalla velocità (treno, traghetto, elicottero, motoscafo). Al gabinetto vede qualcosa di particolare. Incontro con il nonno Amedeo Consonni, dato per ucciso, ma vivo e vegeto sotto protezione della polizia. Nel WC del treno nigeriana uccisa impalata. Enrico aveva visto giusto..
In crociera col Cinghiale di Marco Malvaldi
Sei famiglie in crociera di cui quattro subiscono un furto nella propria abitazione durante la vacanza. Discussione sull’episodio al BarLume tra i soliti, conosciutissimi personaggi del nostro Malvaldone. Per scoprire il mistero occorre salire e indagare sulla nave maledetta. Ed ecco lì Massimo Viviani, barista, con ventinove volenterosi, adepti della Loggia del Cinghiale. Anche per gesto d’amore verso il vicequestore Alice Martelli.
La segreta alchimia di Gaetano Savatteri
Un viaggio a Praga per due (lo ha vinto Beppe, milionesimo cliente del centro commerciale). Anzi, per tre che, oltre a Beppe e all’amico Saverio si aggiunge Suleima, la ragazza di quest’ultimo. Uno scambio di valigie e camera devastata. Perché? Cosa cercano? E cosa vuole l’intrigante Larisa incontrata in precedenza? Sono finiti dentro una spy story?. Scontri, botte e pure le reliquie di San Vito (scoprirete cosa c’entrano).
Killer (La gita in Brianza) di Alessandro Robecchi
Il dottor Falcone, insieme all’amico Oscar, alla ricerca di un ladro. È stato rubato il cane Killer, una specie di Chihuahua, alla bellissima Francesca Monterossi. Il dottor Marsini Bisi, suo amico, vuole sapere cosa c’è dietro al furto. Anche perché il collare del detto Killer è composto da quattordici diamanti di notevole valore. Qualcosa puzza…
Un vero e proprio viaggio di Alicia Giménez Bartlett
Su un autobus di linea la studentessa Marta Marzi apre quella che dovrebbe essere la sua valigia e vi trova dei resti umani dentro sacchetti di plastica. C’è stato, evidentemente, uno scambio. Indagano i famosi Petra Delicado e Fermin Garzón che si “pizzicano” a vicenda (divergenze anche sui viaggi). Sul corpo niente tracce di droga ma una mano spalmata di cocaina. Sospetto: Marta esce con un ucraino malvisto dal padre…
Sei storie, sei scrittori ognuno con il proprio stile, ma qui c’è un’affinità di fondo tale da creare un impasto omogeneo, un’atmosfera costruita di schemi ingegnosi, brividi sorridenti, di citazioni a go-go (improrogabili quelle su Sherlock Holmes), ammiccamenti, sorprese, piccoli colpi di scena, personaggi conosciuti e nuovi che rimangono impressi nella memoria. A tratti spunti sulla vita di ogni giorno, sulla società, sui banchieri affaristi, sui tempi cambiati “Troppe ansie di ricchezza, troppi film, troppi viaggi in internet”. Lettura veloce, leggera, gradevole. Con la Sellerio si va sul sicuro. Sarà un caso ma fino ad ora tutti i libri letti di questa casa editrice mi hanno soddisfatto. E, sottinteso, senza averli ricevuti in omaggio.

Velocissime
Uno sparo nel bosco di Victor L. Whitechurch, Polillo 2017. Un uomo morto nel bosco. Ucciso, naturalmente. Ricco, bello, elegante, “dal sorriso incantevole”. Una persona a modo. Ma sarà proprio così?
Chi desidera una riconsiderazione degli studi classici su butti su La discendenza di Angela Capobianchi, Novecento editore 2017. E ho detto tutto.
Il caso della zitella acida di Milward Kennedy, Polillo 2017. Tipico villaggio inglese con la zitella acida che muore avvelenata dall’arsenico. E si scoprirà, poi, che anche la sorella ha fatto la stessa fine…
La ragazza di Venezia di Martin Cruz Smith, Mondadori 2017.
Una ragazza ebrea che cerca di sfuggire ai nazisti e alle SS. Amore e morte al tempo dell’odio. Pagina da ricordare della storia italiana.
Un altro commissario. In Mongolia (si trovano dappertutto). Con Tempi selvaggi di Ian Manook, Fazi 2017. Sfortunato, secondo abituale cliché. Figlia rapita e uccisa, compagna impazzita. In lotta anche con i tempi moderni che portano solo povertà. Ottimo giudizio di Giancarlo De Cataldo.

Un giretto fra i miei libri
La mattina del 25 dicembre di C.H.B. Kitchin, Polillo 2011.
Raccontato in prima persona dal giovane agente di cambio Malcom Warren che alla vigilia di Natale si trova a Beresford Lodge, nella magnifica residenza di Axel Quisberg, uno dei suoi migliori clienti. Bella accoglienza tra moglie, figli, un dottore e… e uno strano gioco con le sedie. Malcom cade, si sloga un polso, subito a letto e la mattina successiva si ritrova con un cadavere in terrazza! Più precisamente quello della moglie ansiosa del segretario Harley “occhialuto e lentigginoso” che, come sonnambula, si dice, deve essere caduta dalla finestra superiore. Ma c’è uno strano odore di cloroformio nella sua camera… Axel e Harley, intanto, sono via per affari,
Iniziano i dubbi di Malcom su tutti i personaggi che girano per la casa, tutti gli sembrano strani (se ne salvano solo un paio), anche lo stesso signor Quisberg con quella sua aria ansiosa e furtiva. Ad aumentare la “stranezza” c’è pure una infermiera prosperosa che sa di essere desiderata con “il suo fascino insidioso”, un vagabondo che gira intorno alla casa e una sua frase enigmatica udita di soppiatto “Ecco con quella luce ho visto tutto chiaramente come lei adesso” che fa pensare.
Malcom è nervoso, agitato, non vede l’ora di ritornare al suo cottage, al suo prato, ai suoi fiori ma arriva un altro morto assassinato e una storia passata che si riversa nel presente. Al nostro agente di cambio si è aggiunto, nel frattempo, l’ispettore Parris, un bell’uomo, alto e simpatico sulla quarantina, occhi azzurri, capelli spruzzati d’argento, naso forte, mascella larga ed energica, e dunque dalle indagini si accerta che la caduta della signora Harley non è stata proprio accidentale (ma chi è veramente costei?).
Chiude la storia un colloquio finale lettore-Malcom su alcuni interrogativi posti dalla vicenda da cui si evince l’“incasinamento” esagerato della stessa e una nota sul romanzo poliziesco, visto come un cruciverba o un acrostico e come una “immagine angusta, ma intensa della nostra vita”.
Costruzione poco credibile, personaggi sbiaditi e un andamento lento e noioso come una giornata piovosa.

La medaglia del Cellini di Ngaio Marsh, Mondadori 2011.
Ngaio Marsh è un pezzo grosso della letteratura poliziesca e, insieme ad Agatha Christie, Dorothy L. Sayers e Margery Allingham, “fa parte dell’originale quartetto delle “Queens of Crime”, ovvero le scrittrici inglesi di gialli che dominarono la scena della crime fiction nell’epoca d’oro tra gli anni Venti e Trenta”. Già scritto per il precedente Delitto a teatro, elliot 2010, ma fa sempre bene ripeterlo per una scrittrice di indubbio talento.
Qui siamo di fronte a lettere ricattatorie nell’alta società di Londra e, come in tanti libri della Marsch, chi indaga è l’ispettore Roderick Alleyn di quarantatré anni, “un uomo tanto simpatico e con l’aria distratta” (visto da un personaggio), aiutato, questa volta, dall’amico Robert Gospell (Bunchy). Il cui nipote, tra l’altro, impelagato con un brutto tizio, gli chiede invano del denaro. Le indagini di Robert sembrano essere sulla buona strada, quando viene ucciso in un taxi da un individuo, uomo o donna che sia, coperto da un mantello e un cappello a larga tesa. Colpito alla tempia con un oggetto duro e poi strangolato.
E allora entra in scena il nostro Roderick coadiuvato dall’ispettore Fox. E subito sorgono delle domande. Con chi ha parlato e che cosa ha detto l’ucciso nell’ultima telefonata fatta in casa Marsdon prima di prendere il taxi? E che cosa c’entra una celebre medaglia di Cellini “incastonata in un cerchio di brillantini, su un astuccio d’oro fatto a macchina con un grosso brillante per chiusura?” A ciò si aggiunga una lettera compromettente di tanti anni fa, un libro particolare, cioè la “Medicina legale” di Taylor che ha un capitolo proprio sull’asfissia e altri elementi (depistaggi) sparsi ad arte in qua e là.
Grande sapienza nella costruzione dei dialoghi e di tutto il plot della narrazione, perfetta sintonia fra Alleyn, acuto osservatore (talvolta vengono rivelati i suoi pensieri sull’interlocutore di turno), e l’ispettore Fox “Entrambi accesero la pipa, e fra loro si stabilì quella piacevole sensazione di intimità che si forma tra due persone che lavorano silenziosamente allo stesso compito”.
“Piano di battaglia finale” che non prevede il solito circolo dei sospettati con il taumaturgo nel mezzo a concionare ma una loro entrata un poco per volta.
Un bel libro.

Alcuni spunti di lettura della nostra inossidabile Patrizia Debicke (la Debicche)
Carta vincente si rigioca e Paula Hawkins, dopo aver venduto oltre diciotto milioni di copie con La ragazza del treno, lo fa con il nuovo libro, ritracciando lo stesso schema narrativo, in un romanzo pieno di voci e di colpi di scena e che adotta le stesse ricette: capitoli brevi, l’alternarsi di voci narranti e il dipanarsi di altre storie parallele dentro una trama caratterizzata da diversi salti temporali.
Dentro l’acqua (Piemme, 2017) non è al livello del precedente ma si legge bene, con piacere e gran facilità. Questa facilità e l’interesse che i suoi personaggi femminili, complessi ma non scevri di umanità, suscitano nel lettore, pareggiano in parte i punti più deboli del romanzo che poi sono i troppi punti di vista, le troppe voci narranti che si susseguono, con le loro inquietudini e i loro problemi. Undici personaggi che si scambiano sulla scena sono tanti da metabolizzare. Ho fatto fatica a orientarmi e ritrovare la bussola. Una ricetta con troppi ingredienti? Forse. Poi però, finalmente, avviata su retto cammino, mi sono lasciata trascinare fino in fondo, fino all’astuta verità della Hawkins.
Entrambi i romanzi di Paula Hawkins, Dentro l’acqua come La ragazza del treno, riescono a ricreare passo passo l’atmosfera dell’ambiente. Qui l’insidiosa e sonnolenta Beckford, idealmente piazzata dall’autrice nel nord dell’Inghilterra, è perfettamente ricostruita, con le sue variegate pecche cittadine che riescono a mischiare la tragedia con il gossip. Dentro l’acqua incuriosisce e spiazza, strizzando l’occhio al soprannaturale. Non insegna niente di particolare, non è un capolavoro ma un romanzo ben congegnato e decisamente coinvolgente. Non importa che io vi dica da leggerlo perché tanto i fan hanno già decretato il suo successo.

Il Museo di Villa Borghese, una superba raccolta di capolavori, ha dovuto accogliere e ora mette in mostra un’agghiacciante nuova opera. Un gruppo che vorrebbe rappresentare la scultura di un mito, di Lacoonte, esibisce l’orrore dei cadaveri, di un uomo e due ragazzi, assassinati con inaudita crudeltà e messi insieme plasticamente in posa con corde e chiodi.  Steso a  terra, colpito alla testa con ferocia ma ancora vivo a mo’ di muto testimone, il custode della Villa. Dopo il successo di È così che si uccide, Mirko Zilahy torna in libreria con La forma del buio (Longanesi, 2017), una seconda, intrigante ed esplosiva sfida al lettore che, con scrittura potente e incisiva, va oltre le barriere codificate del thriller. La sua Roma diventa peggio di una jungla, tenebrosa  e angosciante dove il pericolo striscia nelle tenebre.

Bellissimo di Massimo Cuomo, E/O 2017. Un magico romanzo fatto di sensazioni, sfumature, reazioni umane che vanno dall’adorazione, la contemplazione, lo sbalordimento, all’accettazione di un qualcosa di diverso, di inspiegabile ma magnificamente e immediatamente tangibile.

Un pacifico ma pettegolo e ombrosamente omertoso paesino di montagna che cela una misteriosa galleria. Un inesplicabile vento chiamato il Buriano. Per un perfetto thriller giallo a sfumature noir, che poi è la nuova singolare indagine dell’ispettore Marzio Santoni, uno tra i più amati dai lettori italiani. Questa volta Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, dovrà vedersela con un Delitto con inganno, Newton Compton 2017. È questo il titolo del nuovo romanzo di Franco Matteucci, già finalista al Premio Strega.

L’apprendista di Michelangelo di Carlo A. Martigli, Mondadori 2017.
Un plausibile allievo e un’avventura da brividi per Jacopo da Pistoia, adolescente fuggito da casa in una notte del 1534 perché, innamorato della pittura, rifiuta di seguire le orme paterne e piegarsi a fare il lanaiolo e lavorare nella sua bottega. Un viaggio da incubo verso sud, costellato di affanni, fame, malattie e finalmente l’agognato arrivo a Roma, nella città eterna, culla dell’arte, dove operavano i massimi artisti del secolo. Ufficialmente scritto per ragazzi dai dieci anni in su, L’apprendista di Michelangelo di Martigli è vivace, ben costruito, credibile, intrigante e si fa leggere bene anche da coloro che tanto ragazzi non sono più ma portano la fantasia nel cuore.

Sete di Jo Nesbø, Einaudi 2017.
Sete narra, in 640 pagine “a tutta birra” (e non sono poche), del forzoso ritorno alle indagini di Harry Hole proprio quando, a quasi cinquant’anni, dopo aver mollato il lavoro sul campo accettando un incarico come insegnante alla scuola di polizia, si è tirato fuori dal gioco. Una dopo l’altra, due donne sono state trovate barbaramente uccise nella propria abitazione, e una terza ferita quasi a morte è in coma in ospedale. Uccise con morsi bestiali e dissanguate. Come se qualcuno avesse bevuto il loro sangue. Atmosfere, mentalità e abitudini nordiche abbastanza lontane dalla nostra realtà. Suspense garantita e clima incandescente per un thriller decisamente azzeccato.

Un attacco da incubo per Gli eredi di Wulf Dorn (Corbaccio, 2017), con la telefonata di un testimone che denuncia un grave incidente della strada nella notte mentre nella zona infuria un uragano… Purtroppo l’elicottero dei soccorsi non può levarsi in volo e, quando finalmente i pompieri e l’ambulanza raggiungono il posto, trovano una giovane donna ferita, ma miracolosamente ancora viva. E adagiato nel bagagliaio della sua auto il cadavere di una bambina a cui è stato sparato un colpo in testa. Stavolta l’autore lascia un po’ dietro l’angolo i suoi canoni più classici che abbiamo letto in La psichiatra, Phobia Incubo e costruisce una funambolica favola amara su base horror e quasi a binario unico, perché affidata per la maggior parte alla voce narrante di Laura Schrader. Una favola amara in cui si mischiano temi di spaventosa attualità, come l’inquinamento e l’imbarbarimento del pianeta, la cattiveria insita nell’uomo (che forse nasce con lui) e un fantascientifico soprannaturale che dovrebbe regalare al futuro una pseudo vita da zombie con per unico scopo la sopravvivenza. Quale invece potrebbe mai essere?

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
questa volta vi presento Le avventure di Robinson Crusoe di Daniel Defoe, PIEMME 2017, nell’adattamento di Geronimo Stilton.
Il mio nome è Robinson Crusoe e sono nato a York, in Inghilterra, nel 1632 da una buona famiglia. Ho sempre avuto fame di avventure…
E di avventure ne avrà parecchie, sempre in giro sulle navi. Subirà una tempesta dalla quale si salva miracolosamente, verrà attaccato e fatto prigioniero dai pirati, ci sarà un altro viaggio e un’altra tempesta che lo sbatte su un’isola. Qui è solo, solo con le sue forze e le sue capacità per sopravvivere. Questa vita solitaria comincia a piacergli (a me no di certo), ma arriva un nuovo fatto a sconvolgergli la vita. Non è solo in quell’isola! Forse, ci vivono addirittura dei cannibali… Brrrrrrr!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2017

Miti…
No, non parlo dei miti classici, degli dei e dee che ne combinavano di tutti i colori, o di altri personaggi della notte dei tempi. Parlo dei miti che abbiamo incontrato e costruito nella nostra vita. Cantanti, scrittori, attori… che ci hanno conquistato ed esaltato con le loro performance. Parlo dei nostri miti da ragazzi, quelli più grandi di noi che ammiravamo per le loro gesta eroiche o per le qualità fisiche: il bullo, il bello, il forte, il coraggioso, il bastardo, coniugati anche al femminile, tra cui spiccava la “bona” che ci faceva passare momenti di esaltante euforia (soprattutto al gabinetto). Miti che se ne sono andati e che se ne vanno lasciandoci con un palmo di naso, con un fondo di struggente malinconia. E se non se ne vanno rimangono senza il loro fascino usurati e rimbecilliti dal tempo, ridotti spesso a figure stanche e sbilenche senza il pur minimo carisma. Porca vacca.
Miti. I nostri miti. Ridateci i nostri miti, maledetti stronzi!

L’occhio di Giuda di Carter Dickson, Mondadori 2017.
“Il padre di Mary Hume si alzò da dietro la scrivania, con la luce sul viso. Aveva appena chiuso una scacchiera e riposto le pedine nella loro scatola. Come Jim Answell entrò, il padrone di casa spostò la scacchiera di lato”. Mi piace iniziare da questa citazione degli scacchi di cui sono innamorato (per chi vuole conoscere qualcosa su Re e Regine nella letteratura poliziesca, insieme ad altre cosucce, qui) per introdurre l’argomento. Jim Answell è un giovanotto innamorato e fidanzato di Mary Hume. È stato invitato a conoscere il suo suocero Avory praticamente “in una camera blindata con finestre sbarrate da imposte solide come l’acciaio”. Sopra il caminetto tre frecce a triangolo, ricordo di vecchi trofei. Un whisky, evidentemente drogato, e Jim perde i sensi, ritrovando, al risveglio, il possibile suocero trafitto al cuore da una delle frecce. Spariti i bicchieri in cui avevano bevuto e la bottiglia sembra ancora intatta. Sulla freccia chiare impronte digitali. Le sue, come verrà stabilito in seguito. Ma lui, giura, non ha ucciso nessuno (anche se ha una pistola con sé) e c’è bisogno, allora, di un grande difensore che lo salvi dalla forca: l’avvocato Henry Merrivale. Lo troviamo seduto ai banchi della difesa all’inizio del processo “coi gomiti appoggiati alla scrivania. La vecchia toga lo faceva sembrare ancora più enorme e la parrucca, male appoggiata sul capo, gli conferiva un aspetto ridicolo”. Così ce lo presenta Ken Blake, il narratore della vicenda e collaboratore del suddetto, insieme alla moglie Evelyn (una specie di Watson, insomma).
Henry Merrivale, il Vecchio, figura imponente in tutti i sensi che troveremo al centro della vicenda con il suo modo, quasi animalesco, di esprimersi: grugnisce, tuona, ruggisce con uno sguardo bellicoso e maligno. Oppure, se non gli aprono subito la porta di casa, la tempesta di pugni e grida e se una macchina ha l’ardire di sfiorare il paraurti della sua, comincia ad imprecare “con una veemenza ed una incredibile varietà di termini” . Preso un po’ in giro dal nostro Carter Dickson che ne fa una figura grottesca e umoristica allo stesso tempo. Per esempio, quando la sua toga si impiglia, probabilmente in un tacco delle sue stesse scarpe, “si lacerò con un rumore così simile a una pernacchia che, per un terribile secondo, pensai che lui l’avesse fatta veramente”, riporta Ken Blake. Il Vecchio, dicevo, fornito di un intuito diabolico quando butta lì con nonchalance, tra una chiacchierata e l’altra, la soluzione dell’intricato problema sul classico delitto in una stanza chiusa e sigillata dall’interno (nessuno avrebbe potuto entrarci), irrisolvibile attraverso i metodi letti e conosciuti nei romanzi polizieschi conosciuti dall’ispettore Mottram e dall’imputato stesso.
Soluzione, dice lui senza aggiungere altro, dovuta all’occhio di Giuda che c’è in ogni casa, dato che “l’assassino è entrato e uscito attraverso l’occhio di Giuda”. E noi lettori, siamo lì, insieme ai due collaboratori, ad almanaccare invano su quest’occhio (che cavolo avrà voluto dire?).
La difesa sarà lunga e difficile. Duro il confronto con l’accusa impersonata dal procuratore generale Walter Storm che svolge benissimo il suo lavoro (durante il controinterrogatorio “Fa tutto a pezzi come se smontasse un orologio”). Ancor più duro quando una lettera sembra inchiodare l’imputato e Jim stesso si autoaccusa!
Qualche spunto in qua e là: cose che ci dovrebbero essere e che spariscono come un vestito, un timbro, una metà della penna azzurra attaccata alla freccia assassina che non è stata trovata durante la perquisizione (strano), e poi foto osé, ricatto, scambio di persona, pazzia. Ma, soprattutto, chi è l’assassino e come ha fatto ad uccidere il padre di Mary?.
Splendido quadro dell’iter giudiziario inglese che non ammette moralismi (lo dichiara lo stesso giudice Balmy Rankin, “ometto paffuto”, dagli “occhi piccoli e stretti”) di fronte ad una situazione un po’ scabrosa per quei tempi. Scrittura di classe, grande abilità nel depistarci, tocchi sicuri a creare personaggi vivi e concreti che rimangono impressi nella mente, spruzzi di ironia sparsi anche su qualche signora che assiste al processo,
Non chiedetemi se tutto torna, se ogni piccolo particolare, se ogni pur minimo tassello combacia perfettamente con l’altro. Il grande Carter Dickson, alias John Dickson Carr, mi ha preso per mano e mi ha sballottato, sicuro, dove ha voluto. Facendomi girare la testa. Superba traduzione di Mauro Boncompagni.

Robot 79 (curata da Silvio Sosio)
È possibile presentare una rivista di fantascienza come questa soltanto da un paio di racconti? Possibile, possibilissimo se ne sei stato rapito. Spunti veloci.
Partiamo dal primo La figlia del fabbricante di slitte di Alastair Reynolds.
Katrin, la figlia del fabbricante di slitte, sedici anni con lentiggini, ha un bel carico da portare, fra cui due teste di maiale, alla vedova Grayling. Una strega, dicono. Vita dura la sua. Soprattutto con un certo disgustoso Garrett che cerca di approfittarsene (in quel senso) ancora una volta. Dalla “strega” riceve una specie di braccialetto con una impugnatura. Dell’Uomo Alato caduto dal cielo con una lunga coda coperto da un’armatura calda. C’è stata una guerra di uomini contro “sferraglianti”, costruiti per fare il lavoro dei primi. Bramavano di prendere essi stessi il potere. Con il braccialetto si invecchia più lentamente e ci si sente più forti. L’inverno. Il Disgelo. Il cielo che imbrunisce. I corvi. Ce n’è uno da solo. Katrin vorrebbe provare l’arma contro di lui. Ci proverà?…
Proprio in fondo alla rivista, Pechino pieghevole di Hao Jingfung.
Lao Dao da Ping Li. È povero. Vive nel Terzo Spazio. Ha bisogno di soldi per iscrivere la figlia a due mesi di scuola materna e il suo amico può aiutarlo a spiegargli come andare nel Primo Spazio. Deve recapitare un messaggio. Possibile entrarci mentre il terreno ruota durante il Cambiamento è la risposta, dopo la quale Ping Li va a dormire nel letto a bozzolo che rilascia un gas soporifero. Inizia il Cambiamento, il mondo si rovescia, la città di Pechino si piega. Ecco Lao Dao arrivare da Qin Tian nel Secondo Spazio che vuole mandare un regalo alla donna di cui si è innamorato del Primo Spazio. Incontro con la ragazza che sta già, però, con un altro. Accetterebbe del denaro per dire una bugia all’innamorato? Dubbio, ma i soldi servono per la figlia trovata nel luogo in cui lavora. E’ però riconosciuto, lì non ci può stare. Aiutato da un pezzo grosso. Economia, crescita e disoccupazione. Meglio farli dormire gli uomini. Finale con delicato tocco di sentimento.
La fantascienza, ho imparato da perfetto neofita, a volte è più incisiva del più crudo realismo. Il mondo, seppure diverso, alla fin fine non cambia: violenza, sopraffazione, la guerra. La ribellione dei robot solo un’invenzione? E poi i tre Spazi, tre condizioni di vita diverse in una società, le distanze fra classi sociali, il tentativo di affermarsi, di stare meglio, di migliorare la propria esistenza. Il potere, il denaro insieme al riscatto del sentimento, dell’umanità che ancora vive nella gente più semplice e più povera. Forse c’è ancora una speranza per noi mortali. Un senso di straniamento, di inquietudine e mistero circola brividoso nei due racconti.
E ora, scusatemi (anche per le notazioni ingenue) ma devo continuare la lettura. Mi aspetta ancora un bel po’ di roba. Gli altri racconti di Diego Lama, Samuele Nava, Ilaria Tuti, Manuel Piredda e Luigi Calisi. E poi l’intervista, la polemica, la critica.
Se il buon dì si vede dal mattino…

Nero Caravaggio di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2017.
Vediamo un po’. Intanto è un libro adattissimo per tutti coloro che vogliono conoscere le bellezze e i tesori di Roma. Una specie di guida artistica della città. In particolare sull’opera e la vita di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Il quale entra a buon diritto nella trama gialla che ne costituisce il fulcro principale. Infatti, proprio davanti ad un suo quadro, la Madonna dei Pellegrini nella basilica di Sant’Agostino accanto a Piazza Navona, viene ritrovato ucciso un certo Paolo Moretti con uno strumento per incisioni (perforato il polmone sinistro).
Ad indagare l’ispettore Ceratti “un Cristone di un metro e novanta e passa” e “baffi vagamente asburgici” (si incazza facilmente) con l’aiuto di Ettore Misericordia e dell’amico “Fango” (soprannome), che racconta le sue gesta. Facciamo la conoscenza di questo nuovo segugio. Da molto tempo gestisce la libreria in via San Giovanni Decollato lasciatagli dal padre. Quarant’anni, alto e dinoccolato, magro, naso prominente, viso pallido, occhi scuri penetranti, capelli arruffati biondo cenere, basettoni lunghi. Gran fascino sulle donne, pozzo di scienza con particolare riferimento ai cosiddetti gialli (ha letto tutti i grandi classici, ma non sopporta i noir scandinavi e i thriller storici).
Fatto curioso. Il morto veniva lì da diversi mesi tutte le domeniche alla stessa ora per ammirare il quadro. Perché?. Altri personaggi coinvolti: la vedova Alba De Santis, donna bella e affascinante, ordinaria di storia dell’arte, studiosa soprattutto di Caravaggio; il nobile Florenzo De Florenzi che vuole comprare a tutti i costi la libreria (ironia sulla nobiltà decaduta e affamata); Cosimo Martinelli, un amico fraterno e collega a cui il morto aveva chiesto un prestito; una prostituta della quale il defunto si era innamorato; Il pittore Anselmo Scordia che ha fatto una copia de La Madonna dei Pellegrini e ha comprato un paio di strumenti per incisioni simili a quello che ha ucciso il Moretti; lo studente Mario Graziosi, detto Caravaggino che farà una brutta fine. Ma, soprattutto, il Caso, come esplicita lo stesso Misericordia “Il Caso, Fango, è il Caso invece che spesso è il protagonista…”. Domande, dubbi, “inquietanti particolari” che legano alcuni personaggi fra loro, un viaggio tra le bellezze e le peculiarità di Roma (ci si mangia pure bene), Caravaggio a grandeggiare sulla scena principale con la sua arte e la sua incredibile vita.
Per non farla lunga. Durante la lettura si avverte la passione, la gioia e il divertimento dei due autori che cercano di dare forza al loro racconto attraverso una scrittura veloce, simpatica, infiorettata con qualche spunto in dialetto romanesco. Ma anche con una serie, a volte interminabile, di punti esclamativi che rendono il tutto piuttosto enfatico. Citazione ripetuta e imprescindibile di Sherlock e Watson, ormai di casa e di bottega in qualsiasi romanzo o libercolo giallo.

Il traduttore di Biagio Goldstein Bolocan, Feltrinelli 2017.
Milano 1956. Al centro della storia Il dottor Zivago di Boris Pasternak, tradotto da Cesare Paladini Sforza per la Feltrinelli. Che viene ucciso con un taglio alla carotide (si tenta di far credere ad un suicidio). Dietro l’assassinio il regime comunista a cui lo scrittore era inviso?. O che altro?.
Materia scottante per il vicecommissario comunista Ofelio Guerini, intrappolato nelle sue credenze politiche in un momento cruciale della Storia (la Guerra Fredda, la rivolta ungherese, la crisi di Suez). Nato nel 1922, 34 anni, sposato da otto con Maria, trasferito a Milano da Ferrara nel maggio 1948, corpaccione freddoloso, timidissimo, lento a carburare, malinconico (Maria tenta sempre di svegliarlo), tifoso del Milan, gli piacciono certe definizioni come “Democrazia popolare”, “Dittatura del proletariato”, “Lotta di classe”, fedeltà assoluta all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, scarsa simpatia e notevole sospetto verso la rivolta ungherese. Cinque ingredienti fondamentali per il suo lavoro: fantasia, intuito, pregiudizio, memoria e analisi. Cinque ingredienti che gli saranno necessari per risolvere il delitto.
Indagine a tappeto, soprattutto tra i collaboratori della casa editrice, vedi una certa Anna Tricella che lo affascina (“Risveglia nella sua indole uno sfarfallio nel cuore…”) e altri che hanno avuto un rapporto stretto (anche in quel senso) con il suddetto Paladini Sforza. Indagine, dicevo, mentre il suo ménage con Maria sta cambiando, gli tiene testa, ribatte, contesta, non è più remissiva, attratta dal bel giovane barista Moreno.
La figura di Ofelio viene costruita lentamente aggiungendo tassello su tassello alla sua complessa personalità attraverso l’incontro con certi personaggi. Per esempio l’erudizione pomposa dell’amico professore Aurelio Valmassi lo rafforza nella sua convinzione che “l’intelligenza è una virtù scarna, essenziale, da impiegare senza fronzoli e lustrini”, mentre con Oreste Palmieri intavola discussioni sull’URSS che lo rendono meno granitico.
Comunque il problema principale è quello di risolvere il caso. Difficile. Dubbi, rovelli, la politica che vuole sempre intervenire anche dai piani alti, personaggi equivoci che cercano di depistarlo. Dietro l’omicidio il potere russo (il libro di Pasternak scredita il regime) o, addirittura, gli americani per far cadere la responsabilità sui sovietici? O, ancora, una guerra economica fra case editrici? E chi era la persona che si recava con una certa frequenza a casa di Paladini Sforza con un impermeabile e un cappello in testa?
C’è, però, in tutto questo qualcosa che non quadra per l’istinto, “il proverbiale istinto di Guerini”, fino a quando una fugace intuizione è seguita dalla classica luce che si accende: un leggio, un anello, e certe forchette che…Ci siamo.
Scrittura ariosa che avvolge e scava soprattutto il personaggio principale dentro un momento storico difficile, dentro un’atmosfera di sospetti e di inquieta umanità, fatta di slanci e di incertezze, illusioni e disillusioni. La politica, la cultura, le problematiche della vita quotidiana. Con un pizzico di ottimismo finale.

Un giretto fra i miei libri

Ho scoperto Paolo Roversi con Niente baci alla francese, che usai come digestivo dopo un paio di mallopponi rimasti sullo stomaco. Poi l’ho seguito con Taccuino di una sbronza e ora eccomi a tu per tu con La mano sinistra del diavolo, Mursia 2009 (Blue Tango lo leggerò in seguito), già vincitore del Premio Camaiore di letteratura gialla e poliziesca 2007.
Non la faccio lunga. Siamo a luglio a Capo di Ponte Emilia nella Bassa padana. Abbiamo il funerale di Pietro Caramaschi detto Giasér, ex combattente partigiano che avrà il suo bel posto nella storia. Il postino Nello Ruini trova una mano mozzata in una cassetta della posta (si verrà a sapere che è la sinistra scongelata e vecchia di almeno sessanta anni) insieme ad una lettera indirizzata ad un certo Rudolph Mayher.
Da qui l’inizio di tutto l’ambaradan che vede in prima fila Enrico Radeschi, classe 1973, laurea in Lettere Moderne, giornalista free lance, genio del computer. Lo troviamo in sella al suo Giallone (vespa) con le “bermuda da bagno, sandali di pelle, T-shirt bianca e giubbetto a mezze maniche modello cacciatore”. Fidanzato con Stella che lo tradisce e lo lascia, si rifarà in seguito con Jennifer che ci dà che ci dà che ci dà e lo lascia pure lei (destino perfido fino a un certo punto…). Suo amico fidato (è proprio il caso di dirlo) il cane Buck razza Labrador, suo amico sfidato il cellulare Motorola sempre scarico. E la parola amico va a fagiolo anche per il vice questore Loris Sebastiani a cui ha salvato la vita durante una sparatoria e che gli procura un bel po’ di notizie.
Dunque la mano mozzata e il primo sospettato: un barbone. Arriva poi il cadavere di una donna soffocata e poi violentata, seguito a ruota da quello di un ottuagenario, di un altro anzianotto e di una seconda mano sinistra mozzata ecc ecc… Indiziato un albanese innocente sbattuto in prigione e insomma si capisce che ci vanno di mezzo i più deboli.
Tutti presenti i personaggi tipici di un giallo che si rispetti: il maresciallo Boskovic lettore accanito degli scrittori americani e amico di Gatsby, un armadillo che fa le veci del cane, il brigadiere Rizzitani, il medico legale Franco Ambrosio, l’ispettore Mascarani, il Pubblico Ministero Giovanni Altomare, il rappresentante del RIS di Parma certo Piccini, il capo redazione del giornale Beppe Calzolari e via e via…
Abbiamo poi un bar che deve subire la concorrenza di un Nippon sushi, la coltivazione di marijuana, la sbronza da incubo di Radeschi, le vicende sessualmente allegre di Sebastiani, cultura culinaria sparsa in qua e là, sprazzi di paesaggio della Bassa e del Naviglio pavese, situazioni personali mischiate con il lavoro e la Storia con la S maiuscola che riguarda la guerra e la fine del fascismo.
Non manca il movimento, la scazzottata (vedi l’inseguimento di stupratori), qualche spunto scontato, il colpo di scena che viene scavalcato da un altro colpo di scena e infine dal definitivo colpo di scena finale.
Capitoletti brevi a chiudere e ad aprire sempre nuove prospettive, forma frizzante, tono ora ironico, ora pensoso. Tutto plausibile, tutto vivo. Con una buona documentazione storica. Mi pare il libro migliore tra quelli che ho letto.

Dopo La mano sinistra del diavolo, sopracitato, nella mia piccola biblioteca non poteva certo mancare La mano sinistra di Dio di Jeff Lindsay, Sonzogno 2009. Anche per fare un paragone fra le due mani. Se a ciò si aggiunge in quarta di copertina un avviso a caratteri maiuscoli in stampatello “Vieni a conoscere Dexter, lupo mascherato da agnello, mostro che rabbrividisce alla vista del sangue, serial killer con una regola d’oro: uccidere solo la gente cattiva” allora visto e preso. E se questo da solo non bastasse c’è l’incipit in seconda di copertina ad attrarre inesorabilmente “Spaventoso Giano Bifronte, Dexter è il miglior esperto della scientifica di Miami: nessuno come lui sa ricostruire la dinamica di un omicidio in base alle tracce di sangue sulla scena del delitto. Ma è anche il più astuto e inafferrabile serial killer della Florida. Quando c’è la luna piena e nella sua mente giunge il richiamo del Passeggero Oscuro, non può più resistere all’impulso assassino. Deve trovare una vittima da sottoporre al suo macabro e spietato rituale”.
Questa volta non sono andato a leggere il libro lungo la solita strada che porta all’aeroporto di Ampugnano ma mi sono chiuso a doppia mandata nel mio studiolo. Non si sa mai (ho pensato).
Lavoro duro questo di Dexter che ha ricevuti i primi insegnamenti dal padre adottivo Harry Morgan (lui poliziotto tutto d’un pezzo). Il quale padre aveva intuito il suo lato oscuro e quindi, da buon padre, lo aveva consigliato di esprimerlo compiutamente almeno sui tipi cattivi. Che ce n’erano tanti in giro.
Lavoro duro, dicevo. Deve scoprire l’assassino di alcune persone uccise con la sua stessa tecnica (praticamente le taglia a pezzi che infila nei sacchetti della spazzatura), deve combattere con il suo doppio, deve evitare i sospetti della sorella poliziotta Debbie e della detective La Guerra della Squadra Omicidi. Chiaro che le due donne non si sopportano e tutte e due vogliono fare carriera. Indagine serrata sul proprio Io (è la voce narrante del libro) e su tutte le elucubrazioni che possono portare alla scoperta del colpevole. Movimento, inseguimenti, una testa mozzata di ragazza che gli capita addosso, una testa mozzata di una bambola (nella sua casa) appesa allo sportello del frigorifero con il corpo all’interno, altre teste mozzate (sia di donne che di Barbie). E sogni, incubi, dubbi e tormenti che sia solo lui l’artefice di tutto il macello. Con il colpo finale a sorpresa che sfrutta un cliché risaputo. Per correttezza non nego una certa abilità nella scrittura e nella rappresentazione allucinata del protagonista.
Ma questo basta e avanza. Ormai non si sa più che cosa inventare.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Si cambia marcia e Maurizio zac! Niente Ricciardi e il suo mortifero intuito, scordatevi I Bastardi di Pizzofalcone perché siamo al via di una nuova storia e soprattutto di una nuova serie tutta da assaporare.
Un regalo inaspettato? Esatto, perché non una favolosa passeggiata nel regno del mystery, anzi amici miei azzarderei perfino che andiamo a braccetto con la fantascienza. Questo è quello che ci regala Maurizio de Giovanni con I Guardiani (Rizzoli, 2017, 362 pagine, 19 Euro).
Ma Maurizio de Giovanni, per il suo fantastico viaggio nel tempo, non molla di un centimetro il suo palcoscenico napoletano, non cambia orizzonte, va a cercare e ci fa scoprire a bocca aperta i millenari, diversi e sconosciuti ai più luoghi della sua città che risalgono agli albori dei tempi. Perché Napoli è una città speciale e diversa dalle altre. Perché cela sotto di sé una metropoli sotterranea, dove il buio domina sulla luce. Una metropoli  piena di cunicoli e grotte scavate nel tufo, con numerosissime testimonianze del susseguirsi dei culti, lontani tra loro nel tempo. La dea madre terra, Diana, Dioniso, Iside, Mithra, Cristo…
Un luogo di sacra energia. Il perfetto palcoscenico per una potenziale, ancestrale realtà costruita da questo esoterico dark, archeologico mystery napoletano che si espande  fino a strisciare nelle gallerie più profonde, gridando, grugnendo, uccidendo e scatenando angoscia e terrore. Un qualcosa di tentacolare che si mimetizza, pronto a scandire il futuro e che forse ritorna dalla notte dei tempi… (Taglio in parte il bel pezzo di Patrizia solo per lasciare il lettore ancora più incuriosito).
Altri libri segnalati dalla nostra infaticabile:
Il dipinto maledetto di Alex Connor, Newton Compton 2017.
Un nuovo thriller di Alex Connor, l’autrice di Cospirazione Caravaggio che, avvalendosi ancora una volta di una narrazione che si svolge su due piani paralleli ma divisi tra loro da quasi cinquecento anni, ci riporta nuovamente nel meraviglioso e misterioso mondo della pittura.
Tiro al bersaglio di Gianni Simoni, Tea 2017.
Un nuovo intrigante e sofferto episodio del serial milanese targato Gianni Simoni che vede come protagonista Andrea Lucchesi, l’“abbronzato” commissario, capo della Divisione Omicidi della Questura in via Fatebenefratelli.
Milano quartiere milanese QT8. Sintesi dell’accaduto, da un quarto alle otto di sera fino a tarda notte: quello che sembrava solo la maldestra fucilata ai danni di un vecchio droghiere esplosa da un giovanissimo drogato per impadronirsi dell’incasso, con la morte della vittima in ospedale si trasforma poche ore dopo in omicidio per rapina. La brutta storia, fino ad allora di competenza del commissariato di San Sepolcro guidato dall’ispettore capo Mario Napoli, deve passare d’ufficio alla divisione Omicidi della Questura.
È una Milano grigia, amara e brutale, profondamente noir, quella che fa da palcoscenico a Tiro al bersaglio, mentre in aria svolazzano i piccioni ammorbando i davanzali, tra le mura di case e condomini si costruiscono terribili delitti, scatenati da un mixer di povertà, delinquenza e follia.
Il falsario di reliquie di Carlo Animato, TEA 2017.
La presentazione editoriale recita: «Berna, maggio 1507. Due morti misteriose, un traffico di oggetti sacri, una folla che inonda la città per la festa delle Pentecoste. L’alfiere Mathis Sinner indaga…» E proprio nel centro di Berna, infatti, nel maggio 1507, dentro la fontana dell’orco ebreo che divora un bambino, vicino al vicolo dal ghetto, vengono ritrovati due cadaveri. Sono nudi e hanno dei garofani piantati tra le natiche. Contrariamente alla prassi il sindaco, quasi intendesse scaricare una patata bollente, affida le indagini sul duplice delitto all’alfiere della corporazione cittadina dei fornai, Mathis Sinner. Una fitta trama, densa di colpi di scena, e contemporaneamente una indovinata storia noir in chiave umoristica in cui fa capolino, e non guasta affatto, un bel tocco di sacrilega blasfemia. Descrizioni e situazioni talvolta al limite del boccaccesco ma sempre condotte con garbata lievità.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
oggi vi presento I viaggi di Gulliver di Jonathan (questo nome non mi è nuovo) Swift, Piemme 2012, adattato da Geronimo Stilton.
“Ero sdraiato a pancia in su, il sole mi bruciava le guance e c’era qualcosa…che mi stringeva il corpo. Ma che cos’era?!”. Si tratta del medico inglese Lemuel Gulliver appassionato di viaggi in mare che racconta la sua storia. Durante l’ultimo viaggio una terribile tempesta lo ha fatto naufragare su un’isola. E ora è legato, legato da… da ometti, piccoli, piccolissimi!!! I lillipuziani che parlano un linguaggio strano…
Ma non ci sarà solo questa avventura. Gulliver si ritroverà a Brobdingnag, paese abitato da giganti (sarà lui il lillipuziano!), poi sull’isola volante di Laputa (abitata da studiosi, chiamati lapuziani), infine nella terra degli Houynhnm, i saggi cavalli che parlano. Non ci credete? Lo giuro sulla testa pelata del mio nonno!
Alla prossima!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti