Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2017

Una mia fissazione…
Le frasette in corsivo
Ormai si trovano dappertutto. Non c’è giallo che si rispetti (inteso in senso generale) che non abbia le sue brave frasette in corsivo. E non in una pagina o due soltanto ma spiattellate lungo tutto il romanzo. Tanto da formare esse stesse una specie di sotto romanzo. Frasette in corsivo che tendono a evidenziare il pensiero vero del personaggio a cui si riferiscono. Perché i personaggi, si sa, sono come gli esseri umani in carne ed ossa. Dicono una cosa e ne pensano un’altra. Brutti bastardi. Se ne trovasse uno coerente con se stesso dalla fine al principio. Nemmeno a cercarlo con il lanternino. E allora giù frasette in corsivo… Oppure servono per dare informazioni criptiche su chi sia l’assassino o per mettere in evidenza lo sbocciare di un sentimento, di un desiderio, di una attrazione fisica che si tende, almeno in quell’attimo, a reprimere. Anche se si ha una voglia matta di saltarle/gli addosso. E così si assiste talvolta a degli sdilinquimenti da far venire il famoso latte ai ginocchi. Con inevitabile caduta nel ridicolo. Ma guarda un po’ sembrava tutto/a d’un pezzo e vedi come miagola.
Le frasette in corsivo sono uggiose. Rompono le palle.
Levatele!

La torre degli Scarlatti di Stefano Di Marino, Mondadori 2017.
Ad Amsterdam, il nostro (ormai dobbiamo chiamarlo così dopo il primo incontro con Il palazzo dalle cinque porte) Sebastiano (Bas) Salieri, noto illusionista e profondo conoscitore delle tradizioni occulte, si trova di fronte ad una richiesta piuttosto bizzarra, ovvero riordinare e catalogare la biblioteca degli Scarlatti (ricca, soprattutto, di testi di magia, demonologia, di volumi sull’inquisizione…). Qualche suo tratto “Un giovane alto, con i lineamenti affilati, i capelli scuri, lunghi sul collo e una barba a mosca che gli conferiva un aspetto vagamente luciferino”. Illusionista, ma anche “cacciatore di ciarlatani, di finti maghi, nemico di quelli che approfittavano della superstizione della gente…”
La richiesta viene da Federico Cocci, maggiordomo e amministratore dei beni della casata Scarlatti, in San Girolamo in Colle vicino a Volterra, il cui capostipite Cosimo era stato uno studioso e negromante vissuto in Toscana tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Si dice, perfino, che avesse scoperto le tracce di un’antica metropoli ricca di tesori dedicata al culto del Demone Blu. Dietro di sé la leggenda della Torre degli Scarlatti, forse una strada per arrivare a questa famosa necropoli.
Oggi la suddetta casata è diretta da Giacomo Scarlatti che l’ha riportata all’antico splendore. Sposato con Cecilia Augenti, sono stati divisi da un tradimento del primo da cui è nata Priscilla, la figlia maggiore. Cecilia, tuttavia, prima di morire “in circostanze misteriose”, trovò un notaio, che nessuno conosce, a cui dette mandato di consegnare l’eredità solo ai figli legittimi Luca e Mirella. E ora Luca sembra ritornato, scampato alla morte di un terribile incidente automobilistico, dopo un esilio volontario.
Riordinare la biblioteca è solo un pretesto, l’obiettivo principale è quello di scoprire i misteri della famiglia “in attesa che la famosa Torre e l’eredità ricompaiano” e decifrare i segni, ovvero i simboli di una scrittura etrusca apparsi in giro che alludono al citato Demone Blu. Sarà generosamente ricompensato, assicura il Cocci. Le carte di Zaira, la sua collaboratrice, però, dicono solo disgrazia…
Inutile intestardirsi nell’esemplificare una trama assai complessa per una semplice recensione (chi vuole sviscerarla qui da Piero). Vediamo il quadro generale cercando di riunirne gli aspetti principali. Intanto l’aura brividosa e inquietante che si crea sin dall’inizio attraverso una storia che affonda le radici nella negromanzia, in leggende di demoni, di qualcosa che sfugge alla razionalità umana; una famiglia depositaria di oscuri segreti, morti poco chiare, dubbi di identità (Luca sarà proprio lui?), una eredità contesa; personaggi che si muovono, soprattutto di notte, con diverse intenzioni, ovvero ricatto, contrabbando di reperti (i tombaroli); la natura stessa che ci mette lo zampino, cielo improvvisamente oscuro, nuvole nere, tuono in lontananza, pioggia scrosciante, insieme a luoghi spettrali come tombe e cimiteri; i momenti critici dello stesso Bas, a creare ancora fremito e mistero.
Una parte importante della vicenda è dedicata alla figura femminile. Attrazione, fascino intrigante, sensualità, senza scadere (merito dell’autore) nel gialletto porno che ogni tanto riprende quota e nemmeno in uno sdilinquente sentimentalismo. A Bas piacciono le donne, “un fatto assodato”, e lui piace a loro, vedi la bella e seduttiva Priscilla con la quale qualche bacio vorace ci scappa; piace a Patrizia, carabiniere e nipote del vicequestore Panitta (vecchio amico), “una elusiva bellezza che si rivelava nei modi anche dietro un aspetto dimesso e la mancanza di trucco” e affascina pure la moglie dello stesso Panitta. Mirella, poi, è attraente, occhi azzurri e limpidi, capelli biondi, non male neppure la cameriera Gisella che attira il suo sguardo per l’incedere “volutamente stuzzicante” “su per la scala.” (alla memoria lottiana certi filmetti di serie B con le attrici dotate di un discreto lato B). Insomma la bellezza femminile ritratta secondo diverse sfaccettature, tra cui il sentimento ma anche come attrazione, seduzione e pericolo.
Stefano Di Marino si serve di qualsiasi mezzo, di tutti i trucchi del mestiere che conosce a fondo, per costruire un percorso interessante e proteso lungo diverse direzioni: spunti tratti da letture e film, capitoletti brevi, brevissimi ad incalzare il lettore, a tenerlo in tensione passando da una scena all’altra, da un personaggio all’altro (ognuno con i suoi maneggi), come all’aprirsi di un sipario. Dubbi (Cocci stesso nasconde qualcosa?), pericolo, presenze malvage, classico passaggio segreto, scontri, caterve di morti violente. E tralascio altri particolari.
Come già scritto nel blog del giallo Mondadori a mio avviso un lavoro ottimo, se non eccellente, per chi ama continuo movimento, colpi ripetuti a sorpresa (incorniciati in una atmosfera di vibrante tensione) dentro un plot molto frastagliato. Un po’ meno, ma pur sempre ad un livello di alta professionalità, per chi, come il sottoscritto, preferisce andamenti più lineari. Senz’altro da leggere. E aspettiamo il seguito.

La notte ha mille occhi di Cornell Woolrich, Mondadori 2017.
Prologo. Il poliziotto Shawn sta tornando a casa lungo il fiume. Fischietta una canzone allegra, trova tre banconote sulla strada, un anello e, più avanti, una borsetta nera e un orologio sull’orlo del parapetto. Ma vede, soprattutto, una donna che sta per gettarsi nel fiume. La salva. È giovane e bella, non più di venti anni. Ce l’ha con le stelle, con il loro luccichio “Non voglio più vederle! Perché devono sempre risplendere? Non la smettono mai?”
Trattasi di Jean Reid. Racconta la sua storia. Figlia di Harlan, ha perso la madre a due anni, vissuta con il padre che, ad un certo punto, deve partire per San Francisco. Meglio che non parta, secondo suggerimento della cameriera Eileen in un ristorante aperto tutta la notte. Meglio che non parta. Qualcosa di brutto accadrà. L’ha sentito da una persona che conosce.
Per Jean momenti di crisi, di panico. Sarà una bufala, ma se poi fosse vero? In effetti l’aereo cade, tutti morti, eccetto il padre che parte in ritardo. Allora c’è veramente un uomo in città capace di predire il futuro. Bisogna incontrarlo. Niente di eccezionale in lui, una figura quasi dimessa, con una “voce profonda e lenta”, “una specie di patriarca di notevole statura dalla barba folta.” È Tompkins, che rilascia altre piccole previsioni, tutte realizzate. Agitazione, scompiglio, paura, soprattutto per l’ultima: la morte di Harlan, fra tre settimane “tra il quattordici e il quindici di giugno. A mezzanotte in punto”. Come? “Morirà tra le fauci di un leone”.
Interviene la polizia guidata da McManus per indagare e scongiurare la fatale profezia. Bisogna assolutamente scoprire cosa c’è “dietro la messinscena, chi è il responsabile, come è stato messo in atto il trucco e così via”. Dunque, tra le altre, soprattutto non perdere di vista Hopkins e cercare dei leoni dovunque si trovino. Basteranno a scongiurare l’evento fatale?…
Una narrazione lenta, di una esasperata lentezza, tesa a penetrare nei meandri dei personaggi per metterne in rilievo, i dubbi, le paure, gli incubi, le angosce, il panico. Soprattutto di Harlan che sente arrivare la sua fine mentre le ore scandiscono, con il suono della pendola, il tempo rimasto.
Ma in conclusione, dopo sviluppi incredibili e inquietanti, quando tutto sembra a posto (di mezzo l’eredità e il solito vile denaro) qualcosa non quadra “C’è qualcosa in tutta questa storia, ne sono certo. Qualcosa che non posso inserire nel rapporto e che resterà per sempre un’ossessione” afferma McManus.
Forse anche per noi lettori intrappolati dentro una storia agghiacciante dove sembra agire un destino maligno (non solo indifferente) secondo una sua precisa volontà. Gli si può sfuggire? Si può cambiare? Oppure tutto è segnato nella volta del cielo dalle stelle, da “quei puntini scintillanti, così remoti e impenetrabili”?
Chissà…

Il Sorcio di George Simenon, Adelphi 2017.
Parigi, anni Trenta. Vediamolo subito questo personaggio, Ugo Mosselbach, detto il Sorcio, vecchietto barbone di origine alsaziana, ovvero ”un ometto magro con due occhi eccezionalmente vivaci e maliziosi, una peluria rossiccia che tendeva al bianco sporco e un modo personalissimo di portare stracci troppo grandi per lui con una dignità che rasentava l’eleganza”. Andatura zoppicante con la gamba sinistra, sempre in giro a chiedere l’elemosina e a bere tutto quello che gli capita. Sarà lui al centro della vicenda, dal momento in cui trova un portafogli rigonfio di banconote americane e francesi dentro ad una macchina. Piccolo particolare, il guidatore è stato ucciso.
Prendere i soldi nemmeno per sogno, lo scoprirebbero subito. Meglio cercare una busta, infilarceli dentro e far finta, con la polizia, di averla ritrovata per strada. Così, se dopo un anno e un giorno nessuno viene a reclamarla, il malloppo sarà suo per legge e potrà comprarci una vecchia canonica, in cui trascorrere la vita che gli resta. Intanto il portafogli lo si fa sparire da qualche parte.
Piano perfetto se non ci fosse di mezzo lo Scorbutico, ovvero l’ispettore Lognon che non è mai riuscito a conquistare il grado di ispettore. “Aveva un volto ossuto, dai lineamenti grossolani, i capelli corvini e folte sopracciglia nere che gli tagliavano in due il viso. Lo sguardo ostinato lo faceva sembrare sempre impegnato nella soluzione di un problema difficile”. Non crede a un’acca del suo racconto e lo seguirà per tutta la vicenda, dando vita a una specie di balletto di mosse e contromosse, come è già stato definito. Piano perfetto se non ci fossero di mezzo anche gli assassini che vogliono riprendersi il malloppo…
Comunque la macchina con il cadavere sparisce, così come sparisce l’ambasciatore inglese a Parigi (che sia lui il morto?). La faccenda si complica, ed ecco che inizia una specie di gara fra i due per scoprire la verità, con momenti di pericolo espressi anche in tono esilarante “A seguito della botta in testa, a Lognon era venuto un tic nervoso: batteva spasmodicamente la palpebra sinistra, cosicché sembrava sempre che facesse l’occhiolino”. Personaggio scalognato, ripreso pure dalla moglie che lo accusa di farsi sempre avanti e di non essere presente “quando arriva il momento di togliere le castagne dal fuoco e spartirsele…” Il merito di questa operazione potrebbe andare, immancabilmente, al commissario Lucas della polizia giudiziaria. Questa volta, però, sarà lo stesso Lucas a gratificarlo per quello che ha fatto.
Una specie di commedia leggera, una farsa, giocata su un’ironia che serpeggia per ogni dove a creare un clima divertente e divertito attraverso un ritmo pazzesco. Di mezzo soldi, doppia vita, amanti, alta finanza, gangster, ricatto, colpi di scena, addirittura rapimento con il Sorcio che si ritroverà nudo come mamma l’ha fatto. Il tutto espresso in forma bizzarra e sorridente fra gli eleganti caffè degli Champs-Elysées e gli albergoni di lusso dell’Opera di Parigi.
Anche senza Maigret i due personaggi principali resteranno, di sicuro, impressi nella memoria.

Veleno di D. L. Sayers, F. W. Crofts, V. Williams, F. Tennyson Jesse, A. Armstrong, D. Hume, Polillo 2017.
“Mrs Farland metteva a dura prova la pazienza di tutti con la sua convinzione che qualcuno la stesse avvelenando”. I primi sospetti cadono “sulla povera Millie Pink”, dama di compagnia a cui ha promesso di ricordarla nel testamento; poi su John Farland, nipote del defunto Mr Farland; ancora sulla cuoca che viene licenziata, e infine sul dottor Cheedle che la cura, ognuno, secondo lei, con un bel tornaconto dalla sua dipartita.
Intanto le sue condizioni peggiorano e allora occorre una brava infermiera, “esperta di malattie mentali” (non si capisce bene cosa abbia) che la segua. Su suggerimento dell’avvocato di famiglia Walton, una telefonata al figlio medico per trovarne una. Ed ecco Miss Ponting da Londra che, però, dopo aver parlato con il dottor Cheedle, sparisce. Viene rinvenuta nei bagni della stazione, in coma con il viso gonfio. Morta, morta per avvelenamento da Dormitol, un letale barbiturico.
E la nostra Mrs Farland? Cosa ne sarà dei suoi sospetti? Basta proseguire nella lettura che la beccheremo irrigidita per avvelenamento da arsenico. E allora non sbagliava, qualcuno ce l’aveva davvero con lei. Risolvere i due casi sarà compito dell’ispettore James Billingham “un tipo in gamba nel lavoro, di modi semplici con tutti, cordiale con i propri subordinati”. Coadiuvato dal sergente Craven “con un allegro faccione da luna piena”, sempre in vena di fare scherzi come da contrappunto. Intanto si scopre che l’infermiera Miss Ponting è stata già coinvolta in un processo per avvelenamento in seguito al quale si è fatta molti nemici.
Inizia l’indagine sui possibili sospettati con momenti di panico di Emma che vede la morte dappertutto (un tonfo contro la finestra è, per lei, l’arrivo dell’Angelo della morte), e qualche sparuto sorriso nei confronti dell’ispettore ormai preso da mille pensieri, tanto da fargli girare la testa, dimenticare di pagare il conto al ristorante e rischiare di essere investito nella strada. Non manca un piccolo tocco di politica con la Williams, quando un personaggio esclama “che un pochino di Stalin non avrebbe fatto male a molte persone, in questo paese”, un assaggino d’amore con un paio di baci che fanno sempre bene, e un testamento tormentato che non ne vuole sapere di starsene tranquillo con le stesse clausole.
Storia particolare questo “Veleno” (originale “Double Death”) in quanto gli autori si passano il testimone, partendo dalla Sayers che lascia degli appunti al successivo, ovvero a Crofts, su come, eventualmente, proseguire e su chi possa essere l’assassino. Gli altri continuano secondo le sue indicazioni ma anche con le proprie idee, costruendo un lungo piano, più o meno contrastato, di lavoro. Già Armstrong aveva scritto nelle note “Francamente, questo è il lavoro più terribile che mi sia capitato”, e lo stesso David Hume, l’ultimo a chiudere la storia con una lettera al suo agente letterario, fa presente le “diverse piste” che “implicano una certa quantità d’inspiegabili contraddizioni”. Ed è sempre lui a chiedere di pubblicare le note per consentire al lettore “di dare un’occhiata dietro la scena”. Fu un’esperienza dura per tutti, tanto che il già citato conclude la lettera con un “Che Dio mi scampi e liberi dal ripetere in avvenire una simile esperienza!”
Che dire? La vicenda risente indubbiamente della difficoltà a “integrare” i sei autori, ognuno con il proprio stile (la differenza di scrittura si nota) e una propria prospettiva di sviluppo. Capisco benissimo anche la difficoltà di Hume nello stendere un finale che abbia una sua qualche logica. Interessantissimi, invece, gli appunti scambiati fra gli autori che ci permettono di “vedere” cosa c’è dietro a ogni parto giallistico. E solo questi, da soli, valgono la lettura.

Un giretto tra i miei libri

La porta sulle tenebre di Massimo Pietroselli, Mondadori 2009.
La vicenda si svolge a Roma, da poco capitale del Regno d’Italia, dal 6 febbraio al 7 novembre 1875. Subito l’assassinio di Raffaele Sonzogno editore (13 coltellate) per un portasigarette d’argento che rispunterà in seguito. Poi si passa di colpo al 3 novembre e qui non la faccio tanto lunga che accadono due fatti importanti: l’uccisione di un ragazzo che sembra avere un marchio sul petto a forma di doppia w (come successo anni prima in Inghilterra) e quello di una barbona trovata annegata nel Tevere. Nello stesso tempo (o giù di lì) la sparizione dello scrittore Guido Tremolaterra autore di “Il mistero del dottor Bellacuccia” dove succedono fatti che sembrano rivelarsi anche nella realtà.
Ad indagare l’ispettore Corrado Archibugi del regio esercito piemontese (visto all’inizio alle prese con una mosca fastidiosa) e l’ispettore Onorato Quadraccia ex sbirro papalino. Il primo, ferito a una gamba per un colpo sparato accidentalmente da un suo soldato, si serve spesso di un bastone da passeggio. Fuma il sigaro e non bada troppo all’apparenza (pantofole e veste da camera logori). Mente acuta, analitica, precisa. Il secondo, ex sbirro papalino diventato il questurino più odiato di Roma, cinico, violento, senza amici, porta sempre un coltello con sé. Per arrivare al dunque non va tanto per il sottile (“metodo della chiave”). Abbandonata la moglie con un figlio che crede non suo.
Attraverso le indagini, oltre allo spessore individuale dei protagonisti, viene fuori il mondo della Roma di quel tempo con i suoi bulli, i duelli d’onore, il meretricio, lo sfruttamento dei ragazzi. E poi truffa, tradimento, vendetta, il potere politico ed economico intrecciati perversamente fra di loro.
L’autore tesse i fili di una trama superbamente congegnata e ce la propone con una prosa tranquilla, senza sobbalzi, quasi un parlato colloquiale venato di una sottile ironia. Come se tutto fosse semplice. Già pronto per essere servito.

Questa volta permettetemi di presentarvi un romanzo. Un romanzo che ha come fulcro fondamentale gli scacchi. E dunque potete perdonarmi…
Orfana. Beth Harmon è orfana. Non ha più i genitori. La madre morta in un incidente stradale, il padre perso l’anno precedente. Vive in un orfanotrofio del Kentucky in cura con farmaci. È timida, molto timida. Ed è anche bruttina “Hai il naso brutto e la faccia che fa schifo e la pelle che sembra scartavetrata” le viene gridato senza tante storie dall’amica Jolene. Presente duro, vuoto, doloroso. Futuro zero. Solo un miracolo può salvarla. E il miracolo arriva nella persona del custode Shaibel che le fa conoscere gli scacchi. Impara a giocare, diventa brava. Si cimenta con avversari sempre più forti. Incomincia a leggere libri di scacchi, a studiare, a concentrarsi. A vincere i tornei. E incomincia una nuova valutazione di se stessa: “Si guardò allo specchio sotto la luce forte, e vide ciò che aveva sempre visto: la sua insignificante faccia tonda e i capelli scialbi. Ma c’era qualcosa di diverso. Le guance ora erano colorite e i suoi occhi sembravano molto più vivaci di quanto non fossero mai stati. Per una volta nella vita le piacque quello che stava vedendo nello specchio”. Ora non è più all’orfanotrofio. È stata adottata dai signori Wheatly. Ha una camera tutta sua e l’affetto di queste persone. Va a scuola, studia. Fa le sue scoperte sessuali. E continua ad impegnarsi con gli scacchi fino a raggiungere livelli impensabili. Gli scacchi come riscatto, forza, elevazione. Come scoperta dei propri sentimenti: gioia, rabbia, paura, odio, vergogna, aggressività, delusione, esaltazione. Non la faccio lunga. La storia di Beth è la storia di ogni scacchista. Ma direi anche la storia di tutti gli uomini. La si trova in La regina degli scacchi di Walter Tevis, minimum fax 2007. L’autore è riuscito ad entrare nell’animo e nei pensieri di Beth con delicatezza ma senza tacere nulla. Come un documentarista ha osservato e analizzato ciò che gli si presentava di fronte con tutte le sfumature, attraverso un linguaggio semplice e diretto senza tanti fronzoli e ghirigori.
Un bel libro. Bello davvero.

Patrizia Debicke (la Debicche)
La notte della rabbia di Roberto Riccardi, Einaudi 2017.
Roma 9 maggio 1974. Un commando armato, a bordo di due motociclette, falcia con il mitra Rosario Greco, il giovane carabiniere di scorta e rapisce, caricandolo su un furgone, il professor Claudio Marcelli, autore della proposta di riforma della legge penale, ministro dell’Interno in pectore. Sul posto dell’agguato, mentre la scientifica fa i primi rilievi e i colleghi cercano dei testimoni della sparatoria, arriva il colonnello dell’Arma responsabile dell’antiterrorismo in Italia, Leone Ascoli. L’azione viene presto rivendicata da un volantino della Sap (Squadre Azione Proletaria), lasciato sotto una panchina di via Nazionale e preannunciato da una chiamata all’Ansa, fatta da una cabina telefonica. Il volantino blatera minaccioso: «Abbiamo catturato l’uomo del regime… Il prigioniero sarà processato ecc, ecc… e in cambio della sua vita chiediamo la liberazione del comandante Massimo Arduini e di altri dieci compagni prigionieri nelle carceri italiane e il ritiro del progetto di legge penale…» Concludendo, enfaticamente «L’ora è scoccata, il potere è nostro, la fine della tirannia borghese e antirivoluzionaria è segnata. Il Popolo è con noi. Il Popolo siamo noi.»
Proprio il colonnello Leone Ascoli, due anni prima, aveva arrestato il capo delle SAP, operazione che gli era valsa la promozione e l’incarico che occupa attualmente. Ora gli uomini di Massimo Arduini ne chiedono l’immediata liberazione. Le indagini che Ascoli avvia senza perdere un secondo, con l’avallo dell’amico giudice Antonio Tramontano e con al fianco il fedelissimo autista Alfredo Berardi, si presentano subito molto difficili. La situazione sembra in stallo. L’unico appiglio è la presenza di una testimone dell’agguato, la brava e interessante scrittrice Luisa Rivelli, che bisogna mettere in sicurezza. E, come se non bastasse, alla porta del colonnello si presenta Bepi, il gigantesco ex partigiano che gli ha salvato la vita quando entrambi erano internati ad Auschwitz, per comunicargli che Helmut Brandauer, il tenente delle SS che è stato il loro crudele aguzzino, è stato visto a Roma e gira sotto falso nome. Per ripagare il debito nei suoi confronti, Ascoli dovrà rintracciarlo e lasciargli portare a termine la loro vendetta. Ma certe informazione non sono facili da ottenere perché Brandauer è diventato un agente doppio, in bilico fra le due Germanie separate dalla conferenza di Jalta.
Le lancette girano, le ore passano e le Sap lanciano l’ultimatum: se l’Italia non libera Massimo Arduini, il professor Marcelli verrà giustiziato. Sono ore frenetiche e drammatiche per il colonnello Ascoli mentre nella sua testa si sovrappongono presente e passato. Dovrà fare i conti con tante cose, prima fra tutte la sua coscienza. Tuttavia, caparbiamente rispettoso della legalità, va avanti, rischiando il tutto per tutto, nonostante le manovre e gli ostacoli posti dai servizi non solo italiani e non solo occidentali, e i tanti bastoni fra le ruote interni e istituzionali. Con precisi riferimenti e similitudini che ci riportano all’acceso e accanito clima studentesco di allora, alle tante sanguinose azioni di guerriglia e alla spaventosa tragedia dell’omicidio di Aldo Moro commesso quattro anni dopo dalle Brigate Rosse, ne La notte della rabbia Roberto Ricciardi ci racconta una bella storia e, con la sua grande competenza in materia, ci aiuta a ricostruire gli anni di piombo.

Altri suggerimenti della nostra Patrizia
Dopo tanta nebbia di Gabriella Genisi, Sonzogno 2017.
Doppia indagine e doppio scenario per Lolita Lobosco che la vede di nuovo protagonista e pronta a mettersi in gioco tra indagini e affari di cuore. Dopo tanta nebbia è un giallo vero, che non fa sconti. Il male esiste e troppo spesso l’omertà regna sovrana. E la follia umana domina, incontrollabile pare, nei notiziari televisivi, quasi ogni santo giorno. Più indagini e meno divagazioni del solito, Lolita Lobosco sta cambiando? Pur mantenendo lievità e freschezza mentale, sta crescendo psicologicamente e sul piano umano?  Per forza, ma per fortuna ama mangiare e le sue ricette aggiunte in appendice, e quali ricette, sono un regalo in più fatto al lettore da Gabriella Genisi.

Il maresciallo Bonanno di Roberto Mistretta, Frilli 2017,
Ci mancava da tempo e, questo del maresciallo Saverio Bonanno e del suo creatore Roberto Mistretta, è un gradito ritorno in libreria per i tipi dei Fratelli Frilli con un vivace aggiornamento e una nuova veste grafica (il libro era già stato edito molti anni fa). Roberto Mistretta, che come sempre riesce a scavare nell’animo, nella parte più oscura di ognuno di noi, ci catapulta con rara bravura in una Sicilia dai mille volti, dalle mille contraddizioni e dalle mille anime. Scorrendo le pagine sembra di godere dell’odore dei campi, di poter sentire la brezza del mare, o, meglio ancora (Bonanno docet), di inzuppare la brioche nella granita.

Le letture di Jonathan
Oggi vi presento Il segreto della famiglia Tenebrax di Geronimo Stilton, Piemme 2002.
Geronimo Stilton viene rapito dalla topina innamorata Tenebrosa Tenebrax che vuole fargli conoscere la sua famiglia che vive in un castello. Qui tutto è strano e incredibile. Intanto di guardia c’è una pianta carnivora, poi uno zerbino che parla così come il telefono. Geronimo tenta di fuggire calandosi dalla finestra ma le lenzuola ballano, tenta di fare i suoi bisogni sulla tazza ma questa lo minaccia. Anche i personaggi sono strani e incredibili. E poi c’è la “Cosa” (?) che, addirittura, fa tremare il pavimento perché ha una digestione difficile. E Geronimo? Riuscirà a fuggire da questa incredibile famiglia?…
Un libro che vi farà sorridere e ridere.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2016

book-toiletVediamo cosa viene fuori…

Prima di tutto un saluto a Umberto Eco. Quasi un amico, come se lo avessi conosciuto di persona.
Passiamo alle mie cianfrusaglie.
Ogni tanto al gabinetto mi viene da pensare al nostro martoriato paese (chissà perché). Non bastassero la Mafia, la Camorra e la ‘Ndrangheta ci si mettono pure i pedofili e i violentatori assassini di donne, gli evasori fiscali, i falsi invalidi, il bullismo nelle scuole e nelle piazze, le maestre (qualcuna, via) che picchiano i bambini, infermieri (idem) che picchiano i disabili, gli impiegati comunali in mutande a timbrar cartellini per gli altri, gli inchini alle dimore dei boss, gli incasinamenti pecuniari e non (praticamente di tutti i tipi) dei nostri politici, gli affitti risibili in palazzoni fastosoni  e chi più ne ha più ne metta. Il tutto condito da un debito pubblico che fa tremare le vene e i polsi come canta il Poeta. E dunque mi fa specie rilevare spesso una tracotanza bullesca (mio conio) oppure, sulle facce di certi personaggi quel sorrisetto di superiorità di chi ha la verità in tasca e la chiave sicura per risolvere in quattro e quattr’otto la tremenda situazione. Quando ci sarebbe, invece, da fare, al posto del sorrisetto, non dico una faccia perennemente ammosciata come quella del nostro Presidente della Repubblica che fa cascare le braccia, e non solo, ma almeno una piccola smorfietta di preoccupata serietà. Speriamo bene ma la vedo dura.

Vediamo, invece, cosa succede tra i miei immarcescibili G.M.
Sherlock Holmes - La vedova del DartmoorSherlock Holmes – La vedova del Dartmoor, di Warwick Downing, Mondadori 2016.
Continua la riproposizione degli apocrifi dell’Investigatore per antonomasia. Qui è la volta di Jeremy Holmes, nipote del grande Sherlock. Niente fiuto particolare ma un’abilità sorprendente, da avvocato, di incastrare i testimoni durante il processo con domande che riescono a perforare la loro pur dura corazza. A dir la verità qualcosa di “particolare” la possiede. Quella di disegnare le persone e carpirne, in qualche modo, gli aspetti più profondi. Ora deve risolvere il caso della stupenda lady Russell, accusata di omicidio e pronta a penzolare dal capestro. E si dovrà “riesumare” una vicenda oscura avvenuta nella remota landa del Dartmoor. Un momento… E Sherlock Holmes? Possibile che se ne stia lontano da questo caso? O ci metterà almeno lo zampino, magari con qualcuno dei suoi famosi travestimenti? Mah…

L’inferno alle porteEcco a quali conseguenze portano le prese in giro ne L’inferno alle porte di Bill Pronzini, Mondadori 2016.
“Oh, avrebbe scatenato l’inferno, senza dubbio. Un inferno allo stato puro”. Siamo a pagina 120 e l’inferno, Pete Balfour, brutto da far paura (piccolo, grassottello, bocca da pesce persico preso all’amo) in parte l’ha già scatenato. Preso di mira da Ned Verriker con quella frase che lo nominava primo sindaco della Valle degli Stronzi (la battuta è sulla bocca di tutti gli abitanti della piccola città di Six Pines), ha provocato un incendio alla sua casa dove è morta bruciata la moglie, mentre lui se l’è cavata, maledizione, perché non c’era. Ora studia un piano per farlo fuori che deve pagare le sue stupide prese in giro. Nel frattempo chi ci rimette è pure una signora sequestrata dallo stesso Pete che poteva essere una testimone pericolosa… In pratica la Vendetta, la Ricerca e la Lotta per la liberazione. Traduttore Mauro Boncompagni e questo è già, di per sé,  una sicurezza.

Il segreto del milionarioIl segreto del milionario di Helen Reilly, Mondadori 2016, è il classico giallo della camera chiusa a chiave dall’interno, senza nessun’altra possibilità di entrata, che ha mandato al manicomio più di una generazione di lettori. Siamo in un lussuoso palazzo della Quinta Strada. Il morto ammazzato è Fennimore Kingston e l’assassina sembra proprio sua moglie Katherine. Non c’è niente da fare. Fino a quando non arriva l’ispettore McKee, capo del reparto investigativo della polizia di New York, e allora la faccenda non è così semplice come si pensava. Tra l’altro c’è un bel gruppo di personaggi che hanno da guadagnare dalla sua morte. Ottima orchestrazione generale con momenti di viva tensione e notevoli capacità introspettive, soprattutto nello sviluppo dei personaggi delineati nello loro complesse sfumature anche psicologiche, che non sfuggono all’occhio vigile di McKee e rendono il tutto una gradevole e avvincente lettura.

Il mondo di AteneMi sono buttato, anzi ributtato su Il mondo di Atene di Luciano Canfora, Laterza 2013, tanto per passare dalle miserie presenti della Grecia ai fasti (ma anche agli incasinamenti e distorsioni) del passato. Una passione che mi porta spesso a volteggiare sinuoso tra i meandri del Tempo. Soffermandomi, questa volta, soprattutto sui processi a Frinico (quello a Frine è un’altra storia) per tradimento, o meglio al suo cadavere dissotterrato (giuro), ad Antifonte e ad altri che hanno attirato la mia attenzione, devo dire un pochettino morbosa. La scrittura, poi, del nostro Canforone, così precisa ed eloquente, ha la sua parte di attrattiva e c’è perfino chi lo ha paragonato ad un “indagatore poliziesco”. E se si mettono insieme storia e giallo trillo come un passero all’arrivo della primavera (mi sa che l’ho già detta).
A proposito di processi famosi notevole Il corrotto. Un’inchiesta di Marco Tullio Cicerone di Luca Fezzi, Laterza 2016, contro Gaio Verre, l’ex governatore della Sicilia accusato di concussione e peculato. Come a dire che le cose non cambiano mai.
E, ancora a proposito di storia, in Inghilterra è nata una polemica da parte, soprattutto, di Mary Beard, docente della suddetta disciplina ad Oxford, che si lamenta del machismo imperante nel mondo dell’editoria con maschi che si impegnano su guerre e morti ammazzati e i lettori che vanno in visibilio. Non so cosa dire ma mi sa che abbia ragione che ogni tanto sfoglio, da intemerato maschiaccio, con una certa trepidazione Le grandi battaglie. Armi tattiche e strategie militari di AA. VV., Mondadori 2005, oppure L’arte occidentale della guerra di Victor Davis Hanson, Mondadori 1990, per vedere l’effetto che fa come nella famosa canzone.

A volte tiro fuori preistorici libri della mia beata un tubo gioventù (mai una lira in tasca) come I promessi sposi commentati da Attilio Momigliano, Sansoni 1963 (una chicca) e mi metto a fantasticare tra i vecchi ricordi di un tempo che fu (è venuta anche la rima) con qualche rimpianto da vecchietto rinseccolito già pronto per la bara.

il paese dell'alcolNella collana Supercoralli della Einaudi ci si può imbattere in un premio Nobel nella persona di Mo Yan con Il paese dell’alcol. Qui, oltre al contenuto altamente drammatico (qualcuno potrebbe cibarsi di carne di neonato), siamo di fronte ad una forza espressiva di ottima qualità che sa sfruttare stili diversi tutti protesi verso una satira forte e allucinata su una nazione, la Cina, in preda a cambiamenti tumultuosi e imprevedibili.

Chi vuole vedere gli scacchi citati dappertutto qui che Lucius Etruscus è una miniera di informazioni. Ha scritto anche diverse belle cosette.

il fiume ti porta viaE chi vuole ritrovare un personaggio particolare allora c’è Il fiume ti porta via di Giuliano Pasini, Mondadori 2015, con il commissario Roberto Serra che ha il dono, come scrissi per Venti corpi nella neve, “di “sentire” ciò che provano le vittime e i loro carnefici attraverso una “danza” particolare. Sintomo e preavviso l’odore di fiori marci”. Siamo a Pontaccio, piccolo paese della Bassa emiliana. Qui deve fare i conti con l’uccisione di un certo “re dei matti”, anche se sospeso dal servizio. E dovrà pure cercare di distinguere i matti dai cosiddetti “sani”. Mica facile.

Già avevo accennato, in uno dei pezzi precedenti, al cinque indagini romanevicequestore Rocco Schiavone di Antonio Manzini. Ed eccolo bello spaparanzato in Cinque indagini romane per Rocco Schiavone, Sellerio 2016. Così potremo conoscerlo ancora meglio. Sul punto di essere trasferito per una “cazzata” di due anni prima abita in un bellissimo attico a Monteverde, facile allo spinello e alle belle donne, sua fissazione quella di schedare mentalmente le persone grazie alla somiglianza con qualche animale, odia le ciabatte durante l’estate, qualche affaruccio poco pulito, ricordi e ricordi nostalgici della moglie Marina defunta che sembra una Madonna (in corsivo). Qui è alle prese con cinque casi dei soliti morti ammazzati. Giramenti di coglioni e intermezzi in romanesco sparsi un po’ dovunque. Spunti su Roma, sui suoi quartieri belli e brutti, caldo afoso, discariche abusive, esistenza senza speranza. Tocchi vivi di personaggi che restano impressi nella memoria. Cinismo, pessimismo, malinconia tracciati lungo un solco sicuro senza tanto strombazzamento, Il mondo è una merdaccia e anche lui fa la sua parte. Ma resta pure simpatico.

Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gattoE mi ero pure soffermato su Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto di Yoko Ogawa, il Saggiatore 2016, che lì si trattava di scacchi. Visto e preso posso aggiungere qualcosa.
Un bambino con le labbra incollate fra loro e una folta peluria, un fratellino e i nonni che lo accudiscono, una bambina piccola e una elefantessa, Indira, suoi unici amici. A scuola continue prese in giro. Fa amicizia con un conducente di autobus “terribilmente grasso”, ma grasso, grasso, cascante da tutte le parti. Diventerà il suo Maestro di scacchi e conoscerà il suo bel gatto, Pedone. Già, gli scacchi, al centro di tutta la storia, i suoi incontri con il Maestro, il suo modo di giocare infilandosi sotto il tavolo accarezzando Pedone e poi uscire solo per fare la mossa. Studia, legge le biografie dei grandi campioni: Staunton, Morphy, Steinitz ma, soprattutto, quella di Alexander Alechin “poeta sulla scacchiera”. Il suo mondo si allarga, dopo un incontro al circolo di scacchi Pacific viene chiamato Little Alechin e costruito un automa sulla falsariga del famoso “Turco” di Kempelen nel 1769, tra i cui marchingegni era nascosto un piccolo giocatore che faceva muovere i pezzi sulla scacchiera all’automa stesso. Così il nostro ragazzo accetta di giocare all’interno della nuova creatura, aiutato dalla bambina Mummia con la sua misteriosa colomba bianca. Libro sugli scacchi, specchio della personalità dell’uomo e libro tra sogno, favola e fantasia. Sotto il tavolo da gioco, al riparo dai marosi della vita e nel buio della solitudine, si possono creare momenti di vera, intima poesia, con i pezzi che si muovono leggeri sulla scacchiera.

il gioiello che era nostroNon perdete Il gioiello che era nostro di Colin Dexter, Sellerio 2016.
Così potrete conoscere, se non lo avete già fatto, E. Morse, un ispettore piuttosto particolare amante di diverse cosette, oltre alle belle donne (è scapolo): l’alcol, Wagner, le riviste porno e le parole crociate. Sì, avete letto bene. Proprio le parole crociate che affronta come fossero delitti, o meglio, viceversa, ma le soluzioni risultano spesso sballate e il suo fedele sergente Lewis, lui sposato, è costretto a fare i salti mortali per stargli dietro. Qui deve ritrovare un gioiello antico di inestimabile valore tra i soliti morti ammazzati.

Attirato dalla vivace copertina arancione, dal titolo La brigata dei reietti di Sophie Hénaff, Einaudi Stile Libero Big 2016, e dalla quarta di copertina “Alcolizzati, assenteisti, iettatori: un’irresistibile brigata per la prima volta, pericolosamente, in azione.”, l’ho tirato giù dagli scaffali della solita libreria di Siena e l’ho fatto mio (pagandolo). Vi saprò dire qualcosa la prossima volta.

Facciamo ora un giretto tra i miei libri meno recenti

Il quadrato della vendetta di Pieter Aspe, Fazi 2009.
il quadrato della vendettaBruges. Furto in una gioielleria della potente famiglia Degroof. Furto assai strano, a dir la verità, che i gioielli non vengono portati via ma sciolti nell’acqua regia. Lasciato un messaggio criptico, praticamente un quadrato magico.
Ad indagare il poliziotto Pieter Van In, sopra i quaranta, da quasi venti al servizio dello stato. Pancetta che si tira davanti allo specchio, sbuffa, ringhia, impreca, fuma e beve con grande trasporto (soprattutto Duvel), buona forchetta. Matrimonio fallito alle spalle per il fascino di una giovane collega (ci rimugina spesso), amante dell’arte, biblioteca con Eco, Dante, Jung e insomma si vede che ha studiato. Testardo e controcorrente (ripensa con sospiro agli anni sessanta), in conflitto con il commissario capo De Kee che vorrebbe una indagine all’acqua calda. Sensazione di impaccio e malessere davanti alle donne, soprattutto se lasciano intravedere qualcosa di interessante. Simpatia per Hannelor Martens, sostituto procuratore, con degli “splendidi polpacci scolpiti”. Chissà che…
Di mezzo c’è la politica, i Templari (la loro storia), un convento, un ospedale psichiatrico, un rapimento e… anche gli scacchi (piccolo accenno). Non manca la solita citazione di Holmes (se non c’è ci si sente male).
Una indagine alla vecchia maniera, una discreta caratterizzazione dei personaggi (ricordo Versavel che si dedica alla scrittura), una prosa tranquilla senza tanti tormentoni linguistici che non se ne può più. Soluzione complessa ma accettabile.

Il raccomandato di Wilkie Collins, Polillo 2013.
il raccomandatoUna figura emblematica di tutti i tempi. Dunque anche della seconda metà dell’Ottocento. Il raccomandato è Matthew Sharp “che gode dell’appoggio di una persona estremamente influente”, praticante presso un avvocato “straordinariamente pieno di sé” ed ora infilato nel reparto investigativo. Deve risolvere il caso di un furto al posto del sergente Bulner, come si evince da una lettera dell’ispettore capo Theakstone allo stesso. Possiamo seguire le sue indagini sballate dai rapporti di Matthew al superiore di una involontaria comicità proprio per la sua inettitudine portata avanti con tronfia arroganza.
In breve. Sparisce una scatola di latta piena di soldi dalla casa dei signori Yatman. Possibili sospettati tre affittuari: un giovane scapolo che abita nella camera sul davanti, al secondo piano, il commesso del negozio di cui gli Yatman sono proprietari che occupa una delle stanze della soffitta e una domestica che dorme dietro la cucina. Matthew si mette ad indagare ma non combina niente (ne infilasse una) anche se è sempre convinto di fare bene (lo sfiorasse mai un dubbio). Alla fine il caso gli viene tolto e affidato nuovamente al sergente Bulner il quale potrà scoprire il ladro proprio dalla lettura dei rapporti di Matthew. Un racconto ironico e divertente. Ve lo raccomando.

il ritorno di CampionAndiamo subito al sodo con Il ritorno di Campion di Margery Allingham, Mondadori 2008. Intanto piccolo spunto “Dopo tre anni al fronte, Albert Campion torna in licenza nella sua casa di Londra. E nel suo letto trova ad aspettarlo, sorpresa macabra, il cadavere di una donna. E’ subito chiaro che la sconosciuta non è morta lì. Infatti è stata portata da Lugg, il fedele valletto di Campion, e da lady Carados, madre di Johnny, celebre eroe della RAF…”.
Dunque in questo romanzo del 1945 c’è una donna morta nel suo letto. Per essere più precisi assassinata. Per essere ancora più precisi addormentata con l’oppio e poi strozzata. E se si vuole cadere nella pignoleria diciamo pure che si tratta della signora Moppet Lewis, moglie del noto ristoratore Stavros ben conosciuto dal nostro Campion. E poi abbiamo la scomparsa di Lugg, una strana telefonata alla polizia, uno strano regalo (una rosa), tesori d’arte rubati, sei dozzine di bottiglie di vino di Borgogna, un matrimonio in bilico, “piccole gelosie e affetti morbosi” nella famiglia Carados, e insomma il solito guazzabuglio delle storie della Allingham con il Nostro che appare un po’ stanco e sonnacchioso.

Il ritratto Bellini di Jason Goodwin, Einaudi Stile Libero 2009.
il ritratto belliniDalla quarta di copertina “1840. Un ritratto simbolo dell’antica grandezza ottomana, scomparso da Istanbul quattro secoli fa, riappare misteriosamente a Venezia. Il sultano lo vuole. E Yashim, in missione nella agonizzante ex Serenissima, scopre che il dipinto leggendario semina morte, suscita timori, dissolve ricchezze favolose. E la ricerca dell’eunuco detective si trasforma in un oscuro gioco del gatto col topo, che minaccia di distruggere più di un trono d’Europa”.
Yashim Togalu già incontrato ne L’albero dei giannizzeri della stessa casa editrice: “Era un uomo alto e robusto sulla quarantina, con una gran massa di boccoli neri e qualche filo bianco; niente barba, ma baffi neri ricciuti. Aveva gli zigomi alti da turco e grigi occhi a mandorla di un popolo che viveva millenni sulla grande steppa eurasiatica”. Possiede parecchie doti “fascino innato, disposizione per le lingue, e la capacità di sgranare quei suoi occhi grigi all’improvviso. Gli uomini e le donne rimanevano stranamente ipnotizzati dalla sua voce, prima ancora di capire chi stesse parlando. Però non aveva le palle”.
Ergo è un eunuco. Grande affresco di Venezia sotto il tallone austriaco, il ghetto degli ebrei, i barnabotti nobili decaduti,  incontri e scontri, morti assassinati, una testa trovata sull’altare di una chiesa, quadri veri e contraffatti, peripezie da capogiro tra cipolle rosse, fegato d’agnello, aglio e semi di cumino, aneto e prezzemolo, ceci, semi di nigella, bistecche di pesce spada e prelibatezze varie (per chi le ritiene tali) cucinate con arte superba dal nostro Yashim.
Prosa naturale che sgorga spontanea. Da scrittore vero. Politica, arte e giallo avvinti come l’edera. Ottimo anche senza una parte mancante (giuro). Figuriamoci integro.

Il sangue versato di Asa Larsson, Marsilio 2007.
il sangue versatoProtagoniste principali l’avvocato fiscalista Rebecka Martinsson e l’ispettrice di polizia Anna Maria Mella. La prima, single, in fase di esaurimento nervoso per avere ucciso (legittima difesa) tre uomini a Kiruna (siamo in Svezia, mi pare); la seconda, forte ed energica, sposata con quattro figli. La trama, che parte dall’uccisione del pastore Mildred Nilsson (e di cui volutamente non svelerò altro), ha valore fino ad un certo punto. Nel senso che vale, soprattutto, in quanto fornisce all’autrice il destro per entrare nel profondo dei personaggi, svelarne i piccoli-grandi segreti, i loro slanci, le loro manie, le loro paure, le loro debolezze.
Ma il personaggio principale del libro, quello intorno al quale ruota tutta la vicenda, non sono Rebecka né Anna Maria. È Mildred. Sposata e lesbica. Ovvero il “fantasma” di Mildred che aleggia praticamente su quasi tutti i personaggi mettendone a nudo i lati più deboli, più delicati, più brutti, più umani. Mildred che in vita, con il suo comportamento, ha scatenato nel piccolo paese in cui vive una serie di reazioni contrastanti: dall’odio viscerale alla venerazione. Mildred è la chiave di volta dell’autrice per scavare a fondo negli animi e portare alla luce tutto ciò che è nascosto. Storie che si intrecciano con altre storie con una istintiva naturalezza, passato e presente che si uniscono e si staccano in continuazione. Un tono basso, quasi monotono a segnare la vita che scorre. Una prosa secca, asciutta, essenziale con quel minimo di ricchezza indispensabile (ad essere pignoli qualche svolazzo psicologico di troppo) per disegnare la complessità degli inconsci. E poi l’ambiente, il paesaggio, quei boschi, quei cieli, quegli spazi immensi, quel profondo silenzio della natura che sembra fatto apposta per ascoltare le voci più intime dell’animo. Infine la storia di una lupa, Zampe Gialle, che viene scacciata dal branco e che lotta duramente per la sopravvivenza.  Come il simbolo della vita stessa di ognuno di noi.

La nostra superba Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta…

Interludio, una storia di guerra di Niccolò Capponi, su Amazon.
Interludio, una storia di guerraConosciamo tutti Niccolò Capponi come grande storico, mago della battaglie, rigoroso narratore e allo stesso tempo gustoso dissacratore dei tempi buoni o bui che furono, ma vi confesso che mi è piaciuto scoprirlo come autore di un coinvolgente romanzo storico ambientato nel 1944, a Ferragosto nella polverosa e bruciante calura dello scarno paesaggio alle pendici dell’ Appennino Tosco Emiliano.
Roma è già stata liberata dagli alleati, i tedeschi sono stati sconfitti a Cassino e si stanno lentamente ritirando oltre gli Appennini, attestandosi lungo la Linea gotica che verrà definitivamente superata dagli alleati solo ad aprile del 1945.
Nell’agosto 1944, in un’Italia spezzata in due, dilaniata dalla guerra, una strana occasione, che provoca il casuale incontro di tre combattenti nemici e amici, provenienti da paesi diversi, porterà a impensabili sviluppi. Infatti cultura, bellezza e musica, riscoperte e vissute insieme, costringeranno ognuno di loro a mettere in dubbio le proprie radicate convinzioni.
Una storia che, in tante sue pagine, introduce un sottile richiamo a importanti episodi bellici del passato allora come ora motivo di studio e interpretazione per chi intenda diventare un ufficiale, nonostante l’immane differenza delle pur crudeli guerre di un tempo con i vigliacchi attacchi terroristici e i premeditati e barbari massacri dei nostri giorni.
Un mondo quello descritto in Interludio diverso, pervaso di cavalleria, fatto di regole di tradizioni, di rispetto per gli altri e di educazione, qualità che purtroppo è quella che più si è dimenticata e si continua a dimenticare ai nostri giorni. E invece spesso la realtà si nutre anche di immaginazione e solo un certo immaginario collettivo può portare a maggior concretezza nella vita.

I libri che ci aiutano a vivere feliciḔ arrivata in libreria una raccolta speciale intitolata: I libri che ci aiutano a vivere felici di Giulia Fiore Coltellacci, Newton Compton 2016, che contiene, all’occorrenza, un kit di pronto soccorso terapeutico, dedicato ai lettori e alle lettrici di ogni età. Perché propone e fornisce ogni genere di cure e rimedi per inguaribili lettori.
Come il cilindro di un mago la nostra prodigiosa e saggia raccolta contiene: storie perfette per uscire dal mal d’amore, entusiasmanti rimedi alla tristezza profonda, letture natalizie da leggere sotto l’albero e libri antistress e antipanico. Questo sfizioso “trattato” antologico, una specie di “biblioterapia”, vi suggerirà cosa e come scegliere. Se avete bisogno di ridere, di piangere, di ricucire il cuore a pezzi, di evadere dalla realtà, di passare serenamente una domenica di pioggia, ma anche di tirarvi su di morale, di procurarvi una scarica di adrenalina, di sbollire un’arrabbiatura, tirando fuori la rabbia repressa, un libro può sempre aiutarvi. Basta capire quale! E leggere. Però se le tante idee e suggerimenti non bastano, insomma se la “malattia” persiste, allora… allora bisogna consultare il libraio.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2016

toilet paperAnno nuovo, vita nuova. Nel senso di meno lungagnate e più leggerezza (se ci riesco).

“Lotti, ho un dubbio”. Appena letta la frase di Friedrich Dürrenmatt mi sono sentito inorgoglire. Lo avrei aiutato. D’accordo, si riferiva alla moglie, Lotti Geissler, quando era in vita. A volte mi prende così. Poi mi tiro su con il solito giovanotto scamiciato anche d’inverno che cammina da podista e sbraita da solo a voce alta lungo un certo mio percorso.

SH e il caso del papiro egizioParto da Sherlock Holmes e il caso del papiro egizio di David Stuart Davies, Mondadori 2015. Lotta tra il nostro Sherlock e un certo Sebastian Melmoth “dandy dissoluto” con la fissa del problema della morte. Di mezzo un papiro da decifrare per ritrovare il Libro dei Morti che custodirebbe il segreto della vita eterna. Uccisioni, scontri, spari, ganci al mento, fughe, aiuto dagli irregolari di Baker Street, passaggi segreti, incendio pericoloso, brivido e suspense sparsi per tutta la vicenda. Con il dottor Watson pronto a raccontarci la storia e ad intervenire al momento giusto.

Letture sempre gradevolissime, sul filo di una delicata ironia quelle di Ellery Queen con i suoi Esperimenti deduttivi di Ellery Queen (appunto), Mondadori 2015. I casi da risolvere sono i più Esperimenti deduttivi di Ellery Queendisparati. Un vecchio appassionato di crisantemi (vengono a fagiolo). Regali per il suo compleanno. Una brutta notizia per i figli e gli amici. Finito il suo patrimonio resta solo un ciondolo orientale di notevole valore. Chiaro che prima o poi rimane stecchito da una coltellata e il ciondolo sparisce. Ma prima di morire ha il tempo di scrivere un criptico messaggio. A Ellery il compito di decifrarlo e scoprire l’assassino. Una chiamata al Nostro dall’attrice Modesta che ha trovato, finalmente, tre pretendenti alla sua mano. Solo che la becca uccisa da un colpo di pistola, mentre un tizio con l’impermeabile se ne sta fuggendo. Certo uno dei tre pretendenti rifiutati. Ma la sorpresa non manca… E così via. Tra l’altro, aggiungo, il nostro Ellerone deve sostenere, come novello studentello, un test di ammissione al bizzarro Club dell’Enigma. Ce la farà? (domanda retorica). Garbo, leggerezza, spirito deduttivo, scontri simpatici con il padre a regalarci un sorriso tra morti ammazzati.

In seguito ci sarà da divertirsi con Delitti al castello di Donald E. Westlake, Edgar Wallace e G.K. Chesterton (sentite che nomi); I guanti dell’assassino di Ngaio Marsh (inedito!); Melissa di Francis Durbridge e Sherlock Holmes e i ribelli d’Irlanda di Kieran McMullen, sempre della Mondadori.

La scacchiera di AuschwitzLa scacchiera di Auschwitz di John Donoghue, Giunti 2015, è stata una bella sorpresa. Auschwitz 1944. Paul Meissner, responsabile del campo di concentramento e Emil Clément, ebreo. Un incontro che si ripeterà ad Amsterdam nel 1962. Praticamente la loro storia, in “diretta” dal campo e raccontata attraverso i loro ricordi e un diario del tedesco. Il nazista pentito, l’ebreo calpestato che sa giocare a scacchi, l’inferno di Auschwitz, le riflessioni sul nazismo, sull’odio e sul perdono. Alternanza mirata di periodi temporali con le storie che si intrecciano e riattaccano le une con le altre. Toni giusti, profondi, mai patetici, scrittura delicata, sensibile, dura quando necessario, che entra nelle pieghe degli animi per lasciarvi una traccia indelebile.

Il rapporto giallo-scacchi è inesauribile (per gli amici delle sessantaquattro caselle). Si trovano citazioni da tutte le parti. Ultimamente, per esempio, in Zero assoluto di Michael Crichton, Garzanti 2015, un personaggio (il conte) al medico Peter Ross “Al contrario. È tutto perfettamente logico. Una partita a scacchi fra me e il professore”. “Non sono mai stato bravo negli scacchi”. “Si impara in fretta” ribatté il conte, “quando si è sotto stress”. (pag.135).

In Lo specchio nero di Gianluca Morozzi, Guanda 2015.
“Di lì a poco, ne era certo, Monesi avrebbe chiesto a Isabel “Tu giochi a scacchi?”, per poi partire con la sua conferenza classica sul giallo” (pag.60). “…perché gli scacchi, Isabel, sono un gioco affascinante e strano, in cui devi essere stratega e leggere nel pensiero. Devi portare avanti le tue strategie, ma nello stesso momento capire cosa sta architettando l’altro e contrastarlo… è tutta così, una partita… un po’ fai il tuo gioco, e un po’ provi a distruggere quello che immagini stia facendo l’altro”. È quello che fa Monesi quando scrive un giallo (pag.61).

In Sherlock Holmes e il caso del papiro egizio, già citato, Catriona Andrews, venuta per uccidere Holmes, lo accusa di non capire l’amore “Se ne sta qui al caldo nella sua stanza polverosa a lavorare su indizi e ipotesi, senza mai considerare il dolore, l’angoscia, le tragedie di cui sono pervasi i casi su cui sta indagando. Le persone sono solo tessere di un rompicapo, per lei, pezzi su una scacchiera.” (pag.158). A pag.170, nell’articolo George Newnes e Arthur Conan Doyle: un sodalizio di grande interesse di Gabriele Mazzoni, veniamo a sapere che “Newnes era un uomo molto metodico: frequentava i suoi collaboratori, con i quali pranzava quasi tutti i giorni o giocava a scacchi nel tempo libero e passeggiava per lo Strand, che amava. Nel 1889 perse uno dei figli, Arthur, di otto anni, che cadde fulminato da una meningite durante una partita a scacchi in casa. L’editore lasciò per molti anni intatti il tavolo e la scacchiera, con i pezzi esattamente come si trovavano al momento della disgrazia”.

teoria delle ombreStavo per dimenticarmene. Sempre a proposito di giallo-scacchi è uscito Teoria delle ombre di Paolo Maurensig (quello de La variante di Lüneburg), Adelphi 2015, che gira intorno alla misteriosa morte del campione di scacchi russo Alexander Alexandrovic Alekhine nella sua stanza d’albergo a Estoril, in Portogallo il 25 marzo del 1946. Suicidio, incidente, assassinio? Praticamente la ricostruzione dei suoi ultimi giorni, quando era già considerato un traditore dai sovietici e accusato di collaborazione con i nazisti. Pure un affondo sulla psicologia di certi appassionati amanti di Re e Regine che rasentano talvolta la follia (non guardatemi). Un’immagine rara e sconvolgente del cadavere di Alekhine non ancora rimosso nel libro Alekhine di Alexander Kotov, Prisma 1995.

I mille volti del gialloNon dico da leggersi tutto d’un fiato, frase fatta che nasconde in realtà un pericolo mortale (asfissia), ma un po’ per volta è una vera goduria I mille volti del giallo di AA. VV., a cura di George Pelecanos e Otto Penzler, Newton Compton 2015. Setacciati centinaia di racconti americani dell’ultimo anno da Otto Penzler per arrivare a cinquanta candidati di ottima qualità. Poi ecco George Pelecanos che ne tira fuori venti. I migliori in assoluto proposti in questa straordinaria antologia. Basterebbe solo qualche nome per renderla appetibile: Michael Connolly, Joyce Carol Oates, Lee Burke, Elizabeth Strout che campeggiano in copertina. E gli altri, credetemi, non sono da meno. Interessanti le spiegazioni per cui gli autori sono giunti al loro parto. Con un racconto ci si può anche vendicare di quello che è successo nella realtà. Vedi il cazzone di elettricista che frega la bischera di turno spillandole dei soldi con una storia inventata. Nella realtà, dicevo. Ma qui le cose cambiano e la bischera potrà vendicarsi. Se si vogliono osservare delle morti atroci nei loro disgustosi particolari basta seguire un fotografo-paparazzo della Wichita del dopoguerra. Tanto per portare qualche esempio: una suocera ottantaseienne presa a badilate dalla nuora; un cadavere fatto a pezzi in una vasca; un tizio giù per la tromba di un ascensore con le mani legate dietro la schiena; una impiccagione dentro ad un armadio e così via (buon divertimento!).
Grande varietà di temi, personaggi e figure minori impeccabili, il ribaltamento delle aspettative, il mistero e l’intorcinamento dell’animo umano, sapienza di scrittura con brivido incorporato e un momento di golosa euforia per noi poverelli quando leggiamo del mondo luccicante dei ricconi di Wall Street che divora i suoi figli. Inganni e tradimenti a non finire, le paure che assillano di notte. E, proprio quando si è fatto fuori l’avversario di turno (Scacco matto, figlio di puttana), ecco che bisogna tenere gli occhi bene aperti, soprattutto su quelli con i quali abbiamo vinto. Ben vi sta!

Delitti di CapodannoInteressanti questi Delitti di Capodanno di vari autori nostrani della Newton Compton 2015. Tanto per non farla lunga: corpi tagliati di netto dall’ombelico in giù (siamo nel 1791); un assassino che si comporta come il Dytiscus, nella realtà della natura il nome di una larva che inietta il suo veleno nel corpo di un girino, trasformandolo in una pappa liquida per essere mangiato; l’ispettore Bruno Cavallone tra un omicidio e l’altro e la mogliera incazzata di brutto; notte di Capodanno, un marito troppo grosso che osserva la bella moglie ballare, ricordi e ricordi, da cornuto, insomma, che si appresta a fargliela pagare; un finto suicidio attraverso una complicata ghigliottina trasformatosi in un assassinio… eccetera, eccetera. Un buon prodotto (citati pure gli scacchi), ricco di spunti apprezzabili, la violenza del maschio, la forza della donna, lo scendere brividoso nei gorghi interni dei personaggi, con l’idea del Vendicatore (si trova dappertutto) che un po’ ha stanchicchiato.

Morte in ascensoreLa Polillo è risorta, se Dio vuole, con due Bassotti degni di attenzione: Morte in ascensore di Alan Thomas e Sangue sulla neve di Hilda Lawrence. Con il primo siamo sulla scia del delitto impossibile in ascensore (la stessa Polillo aveva già pubblicato, a tal proposito, Discesa fatale di Carr e Rhode e si conosce pure un’altra Morte in ascensore di Ngaio Marsh, Mondadori 1993), addirittura senza soluzione (si verrà a sapere da un diario dell’assassino). Con il secondo siamo nella classica villa di montagna circondata dalla neve che si tingerà presto di rosso. Tra i vari personaggi occhio a due anziane zitelle che sembrano sapere tutto. Brrr!

Le inchieste del commissario Van InConsiglio anche la lettura di Le inchieste del commissario Van In di Pieter Aspe, Fazi 2015, un volumone che raccoglie tre storie: Il quadrato della vendetta; Caos a Bruges e Le maschere della notte. Sul secondo libro alla fine della recensione scrissi “Prosa spedita, soffusa di humour, che sa anche mettere elegantemente in rilievo le magagne della società e del comportamento individuale senza fare due maroni (o marroni) così.” Per chi vuole seguire l’ultima uscita ecco Il caso Dreyse, Fazi 2015, con il nostro ispettore Van In (siamo a Bruges), scorbutico il giusto, amante delle donne e della birra che deve vedersela con l’estremismo cattolico (controcorrente).

Il caso GCosì come si va sul sicuro leggendo Il caso G di Håkan Nesser, Guanda 2015, dove troviamo il commissario Van Veeteren che vive a Maardam (città immaginaria), ormai in pensione ma ancora fissato su un vecchio caso irrisolto. Copertina a colori da appassionato di scacchi. Cosa c’entrano? Il nostro commissario è abilissimo nel risolvere i “problemi” (uno in tre mosse sul giornale del luogo) del “mirabil giuoco.”

In oriente incontriamo Detective Hanshichi. Misteri e indagini nell’antica Edo di Okamoto Kido, O Barra O Edizioni 2015, che era un appassionato di Sherlock Holmes sulla cui figura ha plasmato il proprio detective. Siamo alla fine dell’Ottocento in una società ricca di superstizioni e ataviche paure (cofanetto di racconti).

Imperdibile (aggettivo strafatto, se lo perdete non succede niente, a meno che lo abbiate perso dopo averlo comprato) The Crossing di Michael Connelly, Piemme 2015, con l’indimenticabile (idem come sopra) Harry Bosch, questa volta in azione insieme al suo fratellastro Mickey Haller. Vedremo cosa combina. In passato ha sempre combinato bene. Mi ricordo che alla fine di La città delle ossa, Piemme 2009, fui colpito dal silenzio in una scena di intenso dolore e scrissi “Uno dei momenti più belli della letteratura. Non solo poliziesca.”
Venendo, poi, a noi dell’italico suolo, possiamo trascorrere un po’ di tempo infilati nella storia romana con Saxa Rubra di Danila Comastri Montanari per incontrare Publio Aurelio Stazio impegnato in una indagine che lo riguarda da vicino. Dal punto di vista sentimentale che le vittime hanno avuto un rapporto intimo con lui. Ma c’è chi cerca di incastrarlo…

Ognuno potrebbeTra le novità di letteratura varia spiluzzicato Ognuno potrebbe di Michele Serra, Feltrinelli 2015, che già dal titolo si capisce cosa potremmo fare e non facciamo, essendo tutti rimbecilliti dentro il nostro ego (basta di dare sempre la colpa agli altri). Chi vuole, invece, scaricarsi per le cose che gli girano storto mandando qualche vaffa, credo che vada bene È tutta una vita di Fabio Volo, Mondadori 2015, e saprà chi è il destinatario. Sto scherzando su un autore preso di mira da tutte le parti. Ho letto solo qualche pagina in qua e là alla Feltrinelli di Siena. Mi ha dato l’impressione di essere nella media della produzione nostrana (poi ognuno valuterà che media è).
E, tra i ripassi storici di cui ogni tanto mi diletto (grande passione), ecco Stato e società nei secoli. Pagine di critica storica. L’età contemporanea di Franco Catalano, G. D’Anna 1969. Qui mi sono buttato tra le braccia della Rivoluzione russa e del Fascismo, ovvero di Lenin, Trotsky, Lukàcs, Gobetti, Gramsci, Croce, Salvemini e compagnia bella. Da lisciarsi i baffi.

Un giretto tra i miei libri
il mistero del diarioIl mistero del diario di Milward Kennedy, Polillo 2009.
Dalla seconda di copertina “Il giovane capitano Philip Kennedy è seduto nel salottino della sua abitazione, a Londra, quando gli viene annunciata una visita. Si tratta di un certo dottor Wilhelm Corts, un tedesco che, senza neppure i convenevoli di rito, lo informa che l’onore di una signora è in pericolo e lo prega di consegnargli il diario…”.
Ecco, il diario. Tutto il romanzo ruota attorno a “lui”. Philip non sa nulla del diario che gli è stato lasciato in eredità (insieme ad una casa di campagna) da suo cugino, il maggiore dei servizi segreti inglesi Robert Wilkins. E sulle sue tracce (sempre del benedetto diario) si mettono tutta una serie di personaggi…
Una serie di morti ammazzati, movimento, tensione, ricatto, paura, brivido, inquietudine, corse nel buio, spari, il passato che mette lo zampino nel presente, un lieve tocco di romanticismo dei tempi che furono.
Prosa incolore (rispetto a certi capolavori) marcata da una scoperta ed ingenua esagerazione quando si passa al gotico. Trama complessa sì, ma l’assassino non è di  difficile individuazione.
Senza infamia e senza lode.

Il mistero del lago di Nora Roberts,  Fanucci 2007.
il mistero del lagoIn seconda di copertina “Reece Gilmore è l’unica sopravvissuta a una terribile strage, e ha impiegato anni per lasciarsi alle spalle quella vicenda. Si stabilisce nell’Angel Fist, nel Wyoming, per cominciare una vita normale: Una sera, durante un’escursione lungo lo Snake River, mentre osserva il panorama col suo binocolo nota una coppia che discute sempre più animatamente; poi, in un attimo, l’uomo aggredisce la donna, e la strangola. Reece chiede aiuto alla prima persona che incontra, il solitario e scontroso Brody, ma quando torna con lui sulla scena del delitto, non c’è nulla che possa testimoniare quanto è accaduto. E nonostante nessuno – o quasi – le creda, lei è certa di quanto ha visto, e non avrà pace finché non sarà riuscita a trovare l’assassino potendo contare solo sull’amore di Brody, che le farà scoprire un mondo di erotismo e sensualità da tempo dimenticato”.
Ad essere sincero l’inizio non è male. Poi, mano a mano che la matassa si dipana e il mistero si scopre, allora vengono i guai. Per il lettore, intendo. Un contorcimento parossistico e assurdo della sua vita interiore con dialoghi lunghi un chilometro che avrebbero messo a dura prova anche la pazienza di Giobbe. Uno scavo psicologico che porta francamente alla esasperazione. In più la solita storia d’amore con la solita lagna la do o non la do, no non la do, sì la do, vedremo quando la do. E quando la dà la dà proprio per bene. Nei minimi particolari tanto si perdesse qualcosa. Una vivisezione dell’amplesso con risultati ora banali, ora quasi ridicoli. Se si esce poi dai meandri della protagonista la trama è piuttosto semplice e già sin dall’inizio si intravede l’assassino.
Troppa insistenza, troppo accanimento. Troppe parole. Si poteva ottenere un risultato migliore con metà pagine.

Il mistero di Charing Cross di J.F. Fletcher, Polillo 2008.
il mistero di Charing Cross“Dopo aver passato una serata in compagnia di amici, un giovane avvocato londinese sale su una carrozza della metropolitana diretto al suo appartamento. La carrozza è vuota, ma dopo qualche fermata due uomini prendono posto accanto a lui. Uno è anziano, corpulento, ben vestito, con un viso simpatico e un’aria visibilmente compiaciuta. L’altro è più giovane, indossa abiti malridotti e ha un aspetto sofferente, ma uno sguardo vivo che denota prontezza d’ingegno e mani affusolate che si muovono con eleganza. I due chiacchierano, e l’avvocato non può fare a meno di ascoltare. L’uomo anziano parla di una donna; a un certo punto si piega verso l’altro, abbassa la voce fino a un sussurro e nulla più si sente della conversazione. Il treno si ferma a un’altra stazione e riparte senza che nessuno sia salito sulla carrozza. D’improvviso l’uomo anziano si blocca a metà di una frase, s’irrigidisce, si guarda intorno con aria sconcertata, porta una mano alla gola e cade a terra. Il treno, nel frattempo è arrivato alla stazione di Charing Cross. “Vado a cercare un medico!”, esclama l’amico in preda all’agitazione e si allontana di corsa. Ma non tornerà più, e comunque il suo compagno è già morto”.
Avvelenato, aggiungo io. Come avvelenato verrà trovato, in seguito, l’amico fuggito. Il giovane avvocato Hetherwick, che aveva assistito alla scena di morte sulla carrozza, si mette ad investigare (con l’aiuto del suo segretario Mapperley), così come l’ispettore di polizia Matherfield. Per farla breve la donna di cui parlavano i due uomini sembra essere stata la signora Whittingham, una truffatrice che aveva messo nel sacco anche Hannaford. Ed ora è quasi certo avere preso il nome di Lady Riversteade, ricca ereditiera. La nipote Rhona si offre come segretaria per tenerla d’occhio. E c’è pure una certa Madame Anita Listorelle che, guarda caso, sembra la copia sputata di Lady Riversteade…
Stile fluido, sicuro, trama ben congegnata in modo da tenere sempre desta l’attenzione del lettore con azzeccati colpi di scena, rapimenti e inseguimenti vari.

Il mistero Caravaggio di Silvano Vinceti, Giorgio Gruppioni, Luciano Garofano, il mistero caravaggioRizzoli 2010.
Dalla introduzione sappiamo che il compito principale del libro è quello di “chiarire soprattutto gli eventi legati alla morte del pittore e sulla fine delle spoglie” (mi ricorda un po’ La tomba di Alessandro di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori 2010).  Un excursus della sua vita da Milano a Caravaggio, da Roma a Napoli e poi a Malta per il cavalierato (passaggi principali), per finire, dopo altri tragitti, a Porto Ercole presso il promontorio dell’Argentario. Un percorso che va dal 1571 (data del battesimo) fino al 1610.
Una bella ricostruzione del personaggio inserito nel suo tempo. Un uomo moderno fra due culture diverse: quella religiosa più vera e quella sensuale e competitiva. Un uomo moderno perché “scisso e contraddittorio”, con i suoi splendidi capolavori e la sua vita unita indissolubilmente all’arte.
Stile concreto, fluido, ricerca storica e indagine deduttiva volte ad offrirci una immagine meno forte e provocatoria, più vera, dell’artista.

La nostra Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta in poche, essenziali parole, Nel nel mondo di mezzomondo di mezzo. Il romanzo di Mafia capitale di Massimo Lugli, Newton Compton 2015.
Ritroviamo Marco Corvino, l’umanissimo e sbrindellato cronista anziano di nera, sanamente attaccato alla vita e al sesso, disordinato in preda dei suoi folletti che lo sbeffeggiano, appassionato di arti marziali e con quel tanto di anormale che non guasta affatto.
Stavolta il gioco sporco romano di Mafia Capitale e le sue perverse e intricate radici che affondano ben oltre il tessuto urbano, lo costringono a barcamenarsi pericolosamente.
Ma tutto torna perché Massimo Lugli si è bene guardato attorno, ha preso Marco Corvino e l’ha calato negli scenari che parrebbero incredibili mentre invece sono profondamente realistici di “quel mondo di mezzo”, legato agli scandali che hanno brutalmente svergognato la capitale italiana, anche all’estero, con il carosello di una spiacevole gogna mediatica.

Paesaggio con figure morte di Luigi Guicciardi, Cordero 2015.
Paesaggio con figure morteStavolta Luigi Guicciardi ci consegna una trama amara che ben si sposa con l’atmosfera autunnale del suo 14° giallo che mette ancora in scena la sua ormai stracollaudata Cataldo & Company.
E ancora una volta (Giovanni ma è un cabalistico nome misterioso da non pronunciare praticamente mai?) Cataldo con il suo immancabile quasi alter ego Muliere, sarà costretto a ricostruire il caso o, meglio, a indovinare l’identità dell’assassino, servendosi di piccoli indizi, poche parole, facendo azzardate ipotesi in una corsa disperata contro il tempo per individuare la mente colpevole che sa bene celarsi tra le fila perbene dei giri di Modena, scenario cult del suo autore.
Una nuova complicata indagine per il commissario Cataldo al top della carriera professionale ma con il sentore delle autunnali foglie marce nell’aria che potrebbe preannunciare un qualcosa che non funziona e coinvolgere la sua stessa vita familiare…

L’occhio di Dio di Giulio Leoni, Editrice Nord 2015.
l'occhio di dioNascondiamoci dietro le quinte perché a ogni nuovo libro di Giulio Leoni – che tratti di passato recente o passato remoto – andrebbe sempre fatto per meglio seguire la pièce che va in scena, dando vita a un teatro enigmatico e affascinante.
Un incipit da maestro, ambientato nel dicembre del 1606, nella fortezza di Palmanova, rivoluzionaria città, erigendo imprendibile (o almeno così dovrebbe) baluardo a difesa del confine orientale della Serenissima contro l’avanzare dei Turchi, dà l’avvio all’ultima fiabesca fiction, thriller di avventura di Giulio Leoni. Un incipit che, pur facendoci intravedere la conclusione della storia, non svela l’intrigo.
Perché poi un impetuoso susseguirsi di richiami e flash back infatti ci fa passeggiare nel tempo.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2015

book-toiletAl gabinetto strane domande. Perché la storia? Ma perché, ma perché mi è entrata nel sangue sin dalle elementari quando un sacco di eroi morivano per la patria e c’era pure chi tirava la stampella al nemico. Poi l’ho coltivata con passione e mi ci sono laureato. Gli eroi, dicevo, come i famosi Trecento che mica se la facevano sotto, e la morte. La morte.
Perché gli scacchi? Ma perché, ma perché anche qui si tratta di battaglie. Finte finché si vuole ma pur sempre battaglie. Basta guardare le facce minacciose di certi giocatori. Scacco matto, ovvero il Re è morto. La morte.
Perché il giallo inteso in senso lato? Ma perché, ma perché idem lo stesso con patatine fritte. Tutto gira intorno ad uno o più cadaveri che si sono fatti fregare da qualcuno. Insomma la morte.

Non sono normale.

Iniziamo, come al solito, dai nostri favolosi G.M.
charlie chan e il pappagallo cineseCharlie Chan e il pappagallo cinese di Earl Derr Biggers, Mondadori 2015.
Tutto parte da una collana. Una maledetta collana di perle, le famose perle di Phillimore di Sally Jordan acquistate dal “grosso pescecane di Wall Street” P.J. Madden (segretario che suscita sospetto) con l’intermediazione dell’amico gioielliere Alexander Eden. Solo che il compratore le vuole prima ricevere a New York e poi, cambiando improvvisamente idea, al suo ranch nel deserto. Qualcosa non quadra…
Il nostro Charlie Chan, detective della polizia di Honolulu, che deve consegnare la collana per la sua amicizia con Sally, arriva a pagina ventitré in veste di “un ometto grassoccio vestito alla foggia occidentale e con un’aria abbastanza insignificante”, guance pienotte, pelle d’avorio, “occhi limpidi e penetranti, con le pupille simili a neri tizzoni sotto la luce gialla del lampadario”. Data la situazione poco chiara l’idea è questa: Bob Eden, il figlio di Alexander, si presenterà direttamente al ranch mentre il nostro detective… lo ritroveremo come cuoco proprio lì con il nome di Ah Kim!
Non la faccio lunga: un pappagallo che urla all’assassinio, un morto ammazzato che ci deve essere e non c’è, lo stesso pappagallo avvelenato, un altro uomo ucciso durante un viaggio in macchina, l’arrivo di un naturalista interessato alla fauna del luogo e della polizia nelle vesti del capitano Bliss, piedi piatti e occhi bovini, che non ne indovina una.
E insomma un bel plot di eventi, di colpi di scena e personaggi (c’è pure un giornalista e una “cerca Sfondi” per il cinema) descritti con brio e leggerezza. Al centro (anche se talora defilato) il nostro Charlie Chan con la sua affabilità, la sua ironia e la sua saggezza orientale.

Per “I racconti del giallo” ecco Danuta e il colonnello di Maria Cristina Taddeucci.
Un colonnello vedovo dei carabinieri in pensione, la figlia insegnante Marianna e una donna polacca che sbriga le faccende di casa. Ci sono pure le ortensie che vengono distrutte da certi ragazzacci rumeni. Dicono. Però l’occhio vigile del colonnello ha notato che sono state “tagliate”. Perché?. E perché solo le ortensie?. A cosa possono servire? Un nuovo caso per il vecchio colonnello. Racconto gradevole e spiritoso.

Intrigo in costa azzurra di Rhys Bowen, Mondadori 2015.
intrigo in costa azzurra“Una vera fortuna essere al servizio segreto di Sua maestà. Lady Georgiana Rannoch, trentaquattresima in linea di successione al trono d’Inghilterra, temeva che suo fratello Binky e quell’antipatica della moglie fossero gli unici a potersi godere sole e svago sulla riviera francese, quand’ecco la regina venire in soccorso inviandola a Nizza per una missione delicatissima”.
Dalla sua collezione di antiquariato (della suddetta regina) “manca una tabacchiera di grande valore”. Sospettato sir Toby Groper, “uno degli uomini più facoltosi del paese”, ossessionato collezionista. Dunque la nostra Georgiana, che narra la vicenda in prima persona, deve andare alla sua villa per recuperare il prezioso reperto. Una bella ragazza di ventidue anni (ancora vergine) legata al fascinoso Darcy O’Mara senza il becco di un quattrino (come lei, d’altronde). Aggiungo la madre vedova svegliotta, il fratellastro Binky, già citato, sottomesso alla mogliera, il maggiordomo Hamilton, la cameriera Queenie imbranata fradicia, l’amica Belinda dall’avventura facile (purché renda) e il nonno al bisogno in villetta nei sobborghi di Londra.
Ambiente la riviera di Nizza, tempo gennaio ma si sa che lì è come se non ci fosse. In qualche modo la nostra riesce ad incontrare Toby che cerca invano di sfruttare l’occasione, in quel senso. Dopodiché si ritroverà nella sua piscina “steso a faccia in giù, riverso sul primo gradino e semisommerso dall’acqua” colpito alla testa.
Georgiana dovrà dimostrare la sua innocenza (tra l’altro c’è una dichiarazione compromettente di un testimone) al baffuto ispettore Lafitte e scovare il colpevole tra una sfilata di moda per Coco Chanel e le attenzioni premurose di un bel francese. Alla fine una frase, qualcosa che aveva udito alla villa di sir Toby a proposito di… e il gioco è fatto. Un classico con una sosia inquietante in giro e il passato che ritorna funesto (mai che ritorni, al limite, solo incazzato).

Perry Mason e la rossa ambiziosaPerry Mason e la rossa ambiziosa di Erle Stanley Gardner, Mondadori 2015.
Una rossa, Evelyn Bagby, “avvenente cameriera in cerca di un’occasione nel mondo del cinema”, in giudizio accusata di un furto ai danni di un’attrice hollywoodiana. Difensore d’ufficio il giovane Frank Neely. Da solo forse non ce la farà a tirarla fuori dai guai, ma con l’aiuto inaspettato di Perry Mason il problema sembra più risolvibile (intanto una bella lezione su come condurre l’interrogazione di un teste accusatore).
E, infatti, la nostra pimpante rossa viene scagionata con la possibilità di ottenere un congruo risarcimento. Non finisce qui. Il fatto principale è il tentativo di qualcuno in auto con la testa infilata in un sacco (si scoprirà poi che trattasi di una federa di guanciale) e due buchi per gli occhi che la sta seguendo. Evelyn, impaurita, spara due volte alla cieca. Solo che il guidatore si ritrova con un buco nella tempia. Come spiegare l’accaduto?
Inevitabile processo e scontro tra Hamilton Burger, grosso procuratore distrettuale, e Perry Mason tra ghigni, guati, dichiarazioni, repliche, obiezioni accettate e respinte, proteste, scatti, risatine, latrati, gracchiamenti, esultanze con il giudice Kippen “sconcertato e perplesso”.
Una lezione da manuale sul sistema giuridico americano.

Per “I racconti del giallo” So Lonely di Riccardo Landini.
Un ragazzo, Simone, scomparso tanti anni fa. Dal capitano Fulvio Sanacore arriva Galasso, il padre del suddetto che aveva fatto un concerto insieme al nostro poliziotto nell’età più bella. Chiede che indaghi sul caso. Dal fascicolo che riguarda il fatto tre pagine mancanti (perché?). Probabile depistamento. Alla fine il caso è risolto e dalla musicassetta donatagli da Galasso le note di So Lonely dei Police suonate da Simone e Sanacore. Nostalgia.

Phuket InfernoPhuket Inferno di Fabio Novel, Delos Crime 2015 (in e-book).
Phuket in Thailandia. Un bar che salta in aria, una voce che chiama mamma. È Chamoi, ferita gravemente. Sta per morire. Il soldato accanto, Colin, che narra in prima persona, l’accarezza. Muore. È ferito, ustionato in qualche parte, aiuta un suo compagno italiano. Tra le macerie arrivano i soccorsi. Anche Lek, la figlia di Chamoi, di undici anni, ha perso la vita.
Inizia così una storia di attentati, di vari gruppi in lotta fra loro, la jihad islamica che vuole colpire duro l’Occidente. “Per portare a termine questa offensiva, erano stati appunto schierati dei nuovi, insospettabili, combattenti. Anche a Phuket”. Contatti, incontri, tradimenti, uccisioni.
Stranieri in vacanza. “Keith e Margaret, inglesi, entrambi ventiquattrenni. Erano arrivati all’isola di Phuket un paio di giorni prima, dopo un passaggio nella capitale Bangkok”. Festival vegetariano, i flagellanti, i carboni ardenti, uomini tatuati e forati da borchie e… un’autobomba. C’è pure Helga venuta qui a comprare, non crede che i terroristi colpiranno ancora, un felino di plastica che scoppia, muore il venditore e la stessa Helga dopo poco.
Ora c’è da fare un ultimo attentato. Diversi gruppi non sono contenti ma dovranno schierarsi con il fronte islamico internazionale. Scontri, in regalo la testa mozzata di un amico, uccisioni.
Ci si sposta in Irlanda. Attentato dell’IRA contro gli inglesi. Una bambina innocente che si avvicina al luogo dell’esplosione. Muore. Fanculo a tutto. Fanculo a tutti.
Fanatismo e morte in nome di qualcosa che non ha senso.

alla derivaAlla deriva di Michael Katz Krefeld, Einaudi 2015.
Copenaghen. Tre personaggi: Masja (21 anni), Thomas ed Erik. Tre storie in tempi diversi che si riallacciano fra loro. Dunque Masja, venduta dal fidanzato Igor per debiti di gioco al criminale Slavros che gestisce una rete di bordelli. La storia più agghiacciante fatta di violenze, soprusi, droga. Una umanità violata e distrutta. Solo il suo diario rivolto alla madre, dove annota la cruda esistenza personale e quella delle altre sfruttate, la tiene in vita.
Poi c’è il detective Thomas Ravnsholdt, soprannominato Ravn, ormai un derelitto attaccato alla bottiglia dopo che gli hanno ucciso la moglie Eva. Vive sulla sua barca Bianca (ormai a pezzi) e il cane Møffe. Sospeso anche dal servizio ecco che un amico gli chiede di ritrovare una ragazza scomparsa (sarà proprio Masja) tra i bassifondi di Copenaghen e Stoccolma.
Per terzo arriva Erik, figlio di un tassidermista che impaglia gli animali, lavoro che lo affascina e lo spingerà a introdurre particolari “innovazioni”.
Un libro ben scritto, certo, ma in qualche modo scontato con il solito sbevazzone che vive di ricordi e cerca di uscire dalla deriva; il mondo marcio,  implacabile della prostituzione e il tassidermista (già trovato in altri scritti) che segue il suo sogno allucinato e allucinante. Movimentato il giusto tra botte, sparatorie, You Can Leave Your Hat On di Joe Cocker, Private Dancer di Tina Turner e Everytime You Go Away di Daryl Hall. Contorno nordico con il classico freddo e la classica crisi familiare che sfocia in tragedia.

il banchiere assassinatoIl banchiere assassinato di Augusto De Angelis, LIT 2015.
Legge Freud, Lawrence, Platone, Le epistole di San Paolo. Perché mai fa il commissario di Pubblica Sicurezza si domanda Carlo Vincenzi nella Milano degli anni Trenta cupa e infreddolita. Per l’enigma da sciogliere, il colpevole da individuare?… No, no per il mistero dell’animo umano. “Io sento la poesia di questo mestiere” dichiara e il personaggio è già lì bell’e fatto. Colto, sensibile e nello stesso tempo deciso e pronto, se necessario, a saltare qualche regola che intralcia.
Al dunque. Siamo nell’ufficio del commissario. Di notte (addirittura). Ecco irrompere l’amico Giannetto Aurigi che ha un grosso debito con il banchiere Mario Garlini. Due chiacchiere e una telefonata improvvisa. Notizia: il suddetto Garlini è morto proprio nell’appartamento dell’Aurigi. Ci siamo.
Causa della morte un foro di pallottola alla tempia, per terra una fialetta di profumo d’oro con odore di mandorle amare. Ovvero acido prussico. E che c’incastra? Prime impressioni e rimuginamenti che seguiranno per tutta la vicenda imperniata sugli sghei e sull’amore, sul classico triangolo amoroso, la fidanzata dell’Aurigi, l’inquilino del terzo piano, la pendola che segna un’ora avanti (perché?) e addirittura qualcuno pronto ad autoaccusarsi del delitto! Personaggi che entrano ed escono da una porta come all’aprirsi di un sipario, qualche stilettata al detective privato Harrington che rappresenta il modello poliziesco anglosassone.
Il primo giallo di De Angelis teso a creare un clima particolare in cui immergere il lettore: “C’era in quella camera, in quell’appartamento, un’atmosfera pesante, viscida, che  pesava come qualcosa di mostruoso, d’inumano”.
La storia è finita e il nostro commissario ha gli occhi lucidi. Nella sua stanza squallida con la scrivania “macchiata e bruciacchiata” e la poltrona consunta. Mica male.

Storia degli scacchi in ItaliaPer gli amici scacchisti consiglio ostinato (ancora una volta, mi pare) Storia degli scacchi in Italia di Adriano Chicco e Antonio Rosino, Marsilio 1990. “Gli scacchi, il più antico e intelligente gioco dell’universo, fecero il loro ingresso in Italia prima dell’anno Mille… Ancora oggi i nomi di Giovanni Leonardo da Cutro detto “Il Puttino”, di Giulio Cesare Polerio, di Gioacchino Greco, di Pietro Carrera, di Ponziani, di Serafino Dubois e di Mario Monticelli fanno parte della grande storia scacchistica europea e mondiale e sono studiati e ricordati…”. Un volume prezioso da leggere e conservare.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Preso dalla passione per la storia ho tirato fuori il secondo volume di Stato e società nei secoli di Franco Catalano, casa editrice G. D’Anna 1969, una raccolta di documenti che vanno dal Quattrocento al Congresso di Vienna e mi sono messo a spiluzzicare in qua e là, soffermandomi soprattutto sugli interventi di Guicciardini e Machiavelli riguardo alla crisi italiana alla fine del ‘400. Che emozione, che ricordi libreschi!

Un giretto tra i miei libri
Oggi sono di scena i gatti…
Il gatto che scoprì il colpevoleIl gatto che scoprì il colpevole di Lilian Jackson Braun, Mondadori 2009.
Composto da due romanzi: Il gatto che amava il formaggio e Il gatto che pedinava il ladro.
Qui i gatti sono due, il maschio Koko “snello e muscoloso” con gli occhi azzurri e la femmina Yum Yum “piccola e delicata” con gli occhi “di un azzurro violetto”, completamente diversi da quelli gialli del gatto in copertina che comunque l’azzurro lo sbandiera nel pelo. Il maschio, poi, ha la capacità di interagire con il pensiero del suo padrone (non per nulla ha trenta vibrisse al posto delle normali ventiquattro) e di aiutarlo a svelare qualche mistero con i suoi atteggiamenti (per esempio facendo cadere per terra un libro della biblioteca con un titolo significativo).
Dunque due gatti particolari e il loro padrone Jim Qwilleran, Qwill per gli amici, un giornalista alto, di bell’aspetto, capelli sul grigio, occhi malinconici e un bel paio di baffoni, che vive nella cittadina di New Pickax. E ci vive pure bene avendo ricevuto in dono una bella eredità.
Ma veniamo al sodo partendo dal primo romanzo. Che certo sarà pure un giallo ma è anche un perfetto manuale di cucina che ci introduce nei segreti del polpettone e dei formaggi. Di tutti i tipi e di tutte le specie con annesse feste e premi speciali per i più bravi. Poi ogni tanto si sa di una misteriosa signora in nero, di un pacco esploso a lei diretto che ha ucciso una innocente ragazza, di una rapina con morto ammazzato annesso e di un altro morto ammazzato anche questo ma dalle api. Così di sfuggita, che le cose più importanti sono altre con il nostro Qwilleran in giro per il paese a spiluccare di qui e di là, a fare interviste, a ricercare un libro di ricette sparito, a vedersela con i suoi gatti (legge loro pure il teatro greco). Soprattutto con Koko che alla fine lo fissa, anzi si fissano per conoscere la verità attraverso il battito delle palpebre (lo giuro).
Nel secondo romanzo pochi eventi: piccoli furti in qua e là che terminano con un furto più consistente al club del bridge, un morto ammazzato, un matrimonio e la sposa che tira il calzino avvelenata. Aggiungo il nostro Qwilleran sempre da tutte le parti a parlare con tutti, a registrare racconti, a comprare i regali di Natale e il solito gatto Koko che fa un po’ di confusione e lo aiuta ancora una volta a svelare il mistero.
Prosa semplice, tutta ricamata e infiocchettata per benino come una bomboniera.

Il gatto che conosceva gli astriIl gatto che conosceva gli astri di Lilian Jackson Braun, Mondadori 2010.
Ci risiamo coi gatti. Con gatti particolari come Koko e Yum Yum e il loro proprietario James Macintosh Qwilleram che abbiamo già trovato nella precedente recensione.
Nel primo racconto Il gatto che cantava agli uccelli abbiamo la strana morte di una vecchietta in un incendio che si scoprirà essere doloso. Di mezzo la speculazione edilizia. Nel secondo Il gatto che guardava le stelle tutto ruota intorno alla scomparsa di due persone e alla possibile evenienza che ci siano di mezzo addirittura gli alieni. In entrambi i casi Koko riesce a dare una mano alla risoluzione, spostando libri o cartoline.
La storia gialla c’entra e non c’entra. C’è, ma può benissimo anche non esserci perché al centro dell’attenzione si staglia Qwilleram con i suoi gatti (a cui legge pure delle storie), la vita del paese, i ristoranti, le taverne e le boutique, i pettegolezzi, le manifestazioni sportive e culturali, il tradizionale che si scontra con il progresso. Prosa leggera venata di un allegro umorismo, il classico libro scorrevole senza impegno.

Il gatto del Rettore di Giorgio Celli, Morganti 2011.
il gatto del rettoreLeandro Marchi, genetista e Rettore dell’Università degli Studi di Bologna, creatore del Golden Rice, il riso d’oro per salvare milioni di vite umane nei paesi del terzo mondo (ma dietro ci sono le solite speculazioni di denaro e le solite truffe a danno dei contadini del Pakistan), chiede l’intervento dell’ex commissario Angelo Michelucci, perché ogni sera si sente osservato da un individuo con un impermeabile sotto la sua casa che legge il giornale. Dopo un po’ lo stesso Leandro viene trovato morto impiccato nel suo studio.
Da qui inizia l’indagine vera e propria del nostro investigatore che pratica lo Zen, è piuttosto schivo nel rapporto con gli altri, ama passeggiare e pensare alle piccole cose, vive con la governante Ka, senegalese di quaranta anni, “una montagna di carne”, (clandestina da lui salvata che avrebbe dovuto fare la maîtresse in una casa di piacere) e con Abdul, una specie di guardia del corpo silenziosa. Poiché l’ucciso ha un gatto di nome Bianco, Leandro lo prende con sé e sarà proprio lui a fornirgli lo spunto (in verità piuttosto banale) per risolvere il caso.
Il libro si presta pure ad una sentita critica delle ingiustizie accademiche “La cattedra è un idolo a cui si sacrifica tutto”, di mezzo pure il sesso pervertito ed estremo, vedi villa Gioia “una sorta di camuffato postribolo per delinquenti con appetiti sessuali da manuale di psicopatologia”, e la delusione dell’amicizia.
Semplice e ingenuo, via, pure un po’ scolastico, ma un saluto e un ringraziamento al grande entomologo scomparso glielo voglio mandare lo stesso.

il gatto e il topoIl gatto e il topo di Christianna Brand, Polillo 2010.
Cosa ti combina la posta del cuore. Tinka (Katinka) Jones (Miss La-Vostra-Amica), zitella londinese, tiene una posta del cuore per la rivista “Girls Together”. Ha una corrispondenza con la signorina Amista che le scrive “dal più profondo Galles” sulla sua storia d’amore con un certo Carlyon, decisamente affascinante, che tiene un gatto siamese “con grandi occhi azzurri obliqui”. Spinta dalla curiosità (e dal sangue un po’ gallese nelle vene) decide di andare a trovarla. Dopo un lungo viaggio piuttosto difficoltoso si trova di fronte ad una ben strana realtà. Amista sembra proprio non esistere. Però alcuni particolari non la convincono: il gatto siamese c’è, così come una lettera con impresso il nome di Amista vista sul tavolo e poi sparita. Qualcosa non torna.
E allora arrivano corse e ricorse nel buio, cadute, slogature, dubbi, sogni, innamoramento (addirittura) di Carlyon, un signore che dice di essere un poliziotto, rumori, voci nel buio, inseguimenti, scoperte, un anello particolare, la moglie deturpata (ma sarà la vera moglie?), un tragico incidente.
Al centro Tinka con i suoi sospetti, i dubbi, la verità che non è la verità, il colpo a sorpresa, il pericolo finale. Il classico giallo psicologico, gonfiatamene terrorifico che attenua di molto la tensione nel lettore con l’aumento spropositato della tensione.

Continuiamo con il contributo di Omar Lastrucci (del blog Assassini e Gentiluomini).
Molti si saranno accorti che nei classici del giallo è esplosa, da un annetto, una vera Perry Mason mania. A quanto dice la redazione i titoli a cadenza ormai trimestrale sulle avventure dell’avvocato del diavolo sono tra i titoli attualmente più venduti. Io ne sono felice, perché l’alto artigianato dell’eclettico Erle Stanley Gardner merita di essere riscoperto.
Erle_Stanley_GardnerMa perché, direte, leggersi ancora oggi un libro con Perry Mason, per giunta in edizione talvolta sforbiciate senza pietà dai traduttori? Per la meravigliosa Los Angeles degli anni del cinema in bianco e nero, per la bella gente ben vestita (siano essi gentiluomini o gangsters importa relativamente, sempre belli da vedere sono) e delle donne fatali (talvolta ingenue e talvolta vipere DOC) che si gettano fiduciose tra le protettive (ma poco amorevoli, sia chiaro) braccione di colui che saprà assisterle e trarle fuori da situazioni a dir poco scabrose, giocando sempre sul filo del codice penale, non esitando a violarlo piegandolo al proprio volere.
È da leggere per i dialoghi scoppiettanti e arguti, compresi quelli dei processi, da non immaginare tonitruanti e farraginosi come in tanti legal thriller ma sempre essenziali. Gardner era maestro nel non mettere mai parole di troppo, e in ogni caso anche quelle poche gliele tagliavano in sede di traduzione.
E poi assisterete alla più grande storia d’amore irrisolta della storia del poliziesco, quella tra Perry e la magnifica segretaria Della Street, avvenente quanto efficiente, che più che amare venera il proprio capo e per lui allontana qualsiasi altro maschio le ronzi intorno; si danno sempre del voi anche quando si tengono la mano e si abbracciano/sbaciucchiano nei momenti difficili, ma amo pensare che lo facciano per salvare la faccia e le convenienze, chissà che cose turche combinano quando l’autore e i lettori non li guardano!
A Settembre c’era in edicola Perry Mason e la rossa ambiziosa dove si può trovare tutto quello che vi ho detto ne più ne meno che in qualsiasi altro romanzo della serie. Gardner si può prendere a scatola chiusa, quando va bene (Zampe di velluto, Avversario leale, Cane molesto, Anatroccolo) è molto bello, quando va male è bellino.
Lunga vita al vecchio Perry!

E terminiamo con la nostra incontenibile Patrizia Debicke (la Debicche) che ci presenta Sbirritudine di Giorgio Glaviano, Rizzoli 2015.

sbirritudineIl primo libro di Giorgio Glaviano – siciliano che vive e lavora a Roma come sceneggiatore per Rai, Mediaset e Sky – è un thriller notevole, ispirato a fatti accaduti che, oltre a spiegarci a chiare lettere una certa realtà che rivela l’inciucio Stato-mafia, narra contemporaneamente con dati inconfutabili la condizione in cui molti poliziotti, “veri e leali” servitori dello Stato (che bisogna definire eroi), sono costretti a operare. Un thriller condotto in prima persona, con la possente voce narrante, determinata ma allo stesso tempo disincantata, di lui, il protagonista, lo sbirro che non sopporta mai di piegarsi davanti al crimine. Vent’anni della vita di uno scomodo e retto poliziotto siciliano di provincia, per ricordare quanto, cosa ha fatto e ciò che ha omesso. Un poliziotto, uno sbirro che non ha mai accettato compromessi. Così malato di sbirritudine, che in nome della giustizia è stato pronto ed è ancora pronto a mettere in gioco tutto: carriera, amore, la sua vita, la sua famiglia.
Stanco e scoraggiato, durante un’eterna notte insonne, in cui dovrebbe decidere cosa rispondere a una telefonata la mattina dopo, esce di casa, sale in macchina e chilometro dopo chilometro ripercorre mentalmente e fisicamente i luoghi delle sue battaglie. E ricordando i compagni, gli agguati e gli uomini d’onore, farà il giro dell’intera Sicilia. Un ideale viaggio nel cuore nero della mafia, della politica e della continua abnorme trattativa tra stato e criminalità. La memoria di vent’anni passati in quella terra di confine dove non esistono amici, alleati o leggi, ma solo connivenza, corruzione e prevaricazione. Questo libro è un thriller, una fiction che si rifà a una storia vera, ma allo stesso tempo deve diventare un grido forte e sincero di denuncia, contro l’inettitudine, la prevaricazione e certi gravi, imperdonabili errori. E quindi un grido di rabbia, liberatorio a cui dobbiamo unirci. Per il protagonista e per tutti coloro, troppi, che sono morti combattendo e per quelli ancora vivi, convinti che ci sia qualcosa per cui valga a pena di combattere.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti: Agosto 2015

book-toiletQuesta volta mi sono buttato tra le braccia dei poeti attraverso alcuni librettini leggeri che trovai, millanta anni fa, in omaggio con un giornale (mi pare). D’altra parte la tazza è una sentimentalona e accoglie tutto di me. La poesia, ah, la poesia! Da ragazzaccio di strada avevo i miei bravi momenti poetici di turbamento che mi facevano battere il cuore di fronte a certe ragazzotte pienotte e ai loro sguardi maliziosi. Ma anche di fronte a certi tramonti dove il sole se ne andava a morire rosseggiando dietro le colline del paese e un brivido serpeggiava lungo la schiena (sarebbe ritornato?). Così, tra una ponzata e l’altra, ho ripreso in mano in primis il Leopardone e il Foscolone che hanno aperto la strada, a cui si è aggiunto “Amor mi fa parlar, che m’è nel core” del Boccaccione, poi un paio di pezzi del Dantone, i sospiri del Petrarcone e un po’ di tristezza polverosa del Gozzazone, creando un bel miscuglio di sentimenti che mi hanno fatto compagnia.
Sarò anche fissato ma gli incontri con i poeti e gli pseudo poeti dovrebbero essere organizzati tutti sulla tazza. Il facitor di versi che declama il proprio parto preso nel momento di un attacco viscerale. Che forza! Che emozione! Corpo e poesia insieme nel rispetto più profondo dell’uomo.

Partiamo, come al solito, dai magnifici G.M.
Il delta delle tenebre di Thomas H. Cook, Mondadori 2015.
il delta delle tenebreThomas H. Cook è un furbo matricolato di tre cotte. Guardate un po’ come riesce a farci abboccare all’amo della curiosità e dell’interesse. Luminosa mattina di aprile del 1954. Il giovane Jack Branch accetta il posto di insegnante alla Lakeland High School, proprio dove aveva insegnato suo padre per quasi vent’anni prima dell’”incidente”. Ecco la prima esca gettata. Ci parla di un “incidente” ma non ci spiega in che cosa consista (lo sapremo molto più avanti). Subito dopo arrivano alcune domande relative ad un processo che si ebbe in seguito rivolte allo stesso Jack. Senza, naturalmente, la spiegazione in che cosa consisteva questo processo. Seconda esca e il pesce-lettore (in senso positivo, eh!) ha abboccato. Se a ciò si aggiunge che le lezioni di Jach Branch vertono sul “male” con letture e citazioni che viaggiano anche fin nell’impero romano per risalire a Jack lo Squartatore, l’atmosfera da brivido è perfettamente delineata e noi siamo lì che scodinzoliamo fuori dall’acqua tirati dalla lenza di Cook.
Ma non è finita qui. Tra gli studenti che seguono il corso c’è il figlio di un assassino “tristemente noto alle cronache locali per il brutale omicidio di una studentessa”, e il nostro insegnante lo incoraggia a fare un lavoro di approfondimento proprio su questo tristissimo caso. Che diventa un approfondimento della vita dello studente, della sua vita stessa attraversata da dubbi (“Forse non sei l’uomo che credevi di essere” gli dice Nora, di cui si è innamorato), del rapporto con suo padre (che scrive un libro su Lincoln) e dei lati oscuri della città.
Il pesce-lettore, già da tempo finito nel cestino, è tenuto in continua tensione attraverso un miscuglio di tempi e di tecnica narrativa sopraffina: uso di un martellante flash back, di notizie tratte da più fonti intercalate fra loro, una attenzione particolare, per esempio, agli occhi, agli sguardi dei personaggi ora pensosi, imbronciati, belli, privi di luce, immobili, malinconici, neutrali. Thomas H. Cook è un furbo matricolato di tre cotte. Da togliersi il cappello quando pesca.
P.S.
Tradotto mirabilmente da Mauro Boncompagni.

La crociera della violenza di Frances e Richard Lockridge, Mondadori 2015.
la crociera della violenza“Vacanze movimentate in vista per Jerry e Pamela North, imbarcati su un piroscafo diretto verso Cuba e le Bahamas per una crociera in compagnia di amici. Qualche avvisaglia emerge dalla bizzarra presenza a bordo di soldati appartenenti a un antico ordine militare, armati di spade e fucili: armi da cerimonia, certo; autentiche, tuttavia. Una vaga inquietudine comincia a serpeggiare quando una delle spade viene sottratta alla dotazione del corpo”. Sulla “Carib Queen” c’è anche, tra gli altri, un certo J. Orville Marsh, “alto e virilmente bello”, un investigatore privato specializzato nel ritrovamento di persone scomparse. Quando la signora Brown bussa, più tardi, alla sua cabina ecco che viene ritrovata la spada conficcata proprio nel corpo del suddetto Marsh.
Incomincia un caso difficile da sbrogliare. Indagano William Weigand (Bill), capitano della squadra omicidi di New York, e i nostri due sposini. Non mancano i momenti di pericolo: qualcuno, probabilmente l’assassino, che colpisce con lo sfollagente, butta all’aria un paio di cabine, aggredisce Pam e un altro personaggio, si mette a spiare. La scena, poi, si sposta all’Avana con inseguimenti, balli, puntate alla roulette, e finale con grido acuto che serpeggia nell’aria.
Ipotesi, dubbi, momenti di tensione e perfino una punta di ironia sulla notizia dell’assassinio che si trasforma inevitabilmente di bocca in bocca.

Le indagini di Scotland Yard di John Dickson Carr, J.J. Marric e Edgar Wallace.
Le indagini di Scotland YardScandalo a High Chimneys di John Dickson Carr.
High Chimneys 1865. Famiglia Damon: Matthew avvocato ricchissimo “spettegolato”, figlio Victor snello ed elegante, Kate e Celia “due sorelle di cui la gente diceva che non sembravano affatto sorelle”. Il problema è che il suddetto celebre avvocato “scopre di avere fatto condannare anni prima una donna innocente”. Ora vorrebbe liberarsi di questo peso ma qualcuno glielo impedisce per sempre. Personaggi principali Clive Strickland, amico di Victor e autore di successo con “romanzi a sensazione” e l’ex ispettore Whicher, furbo una cifra. Di mezzo una specie di fantasma, un testamento che sparisce, una creatura adottata (chi sarà?), passi furtivi, tuoni che esplodono insieme a colpi di pistola, l’amore stuzzicarello che nasce. Whicher ha capito chi è l’assassino e vuole tendergli una trappola con la collaborazione di una truffatrice. Allora aspettiamo e vediamo che la sorpresa sarà grossa…
Il mese di Gideon di J.J. Marric
George Gideon, comandante di un dipartimento investigativo di Scotland Yard, imponente ed elegante, moglie Kate che lo conforta al bisogno e cinque figli. Una serie di casi da seguire: una mamma che picchia forte il figlio; la morte per strangolamento di un vecchio; il più pericoloso malvivente che sta per scappare dall’Inghilterra; la scomparsa di una bambina; una donna che, novella Barbablù, uccide i vecchietti… E Gideon tosto e incrollabile, con il suo gruppo di ottimi collaboratori, che segue tutto. Storie di violenza sulle donne e sui bambini allenati a diventare borseggiatori. Come quella tristissima di Peter Wray rinchiuso in un armadio e picchiato dalla madre. Il lettore è condotto per mano a seguire le varie storie in una città di ladri e malfattori. Ma c’è sempre il nostro Gideon a vigilare.
Il poliziotto innamorato di Edgar Wallace
Banca svaligiata e guardiano notturno ucciso. Sembra proprio che l’assassino sia il direttore della filiale già pronto a fuggire con le valigie. Ma non per Reeder della Procura generale, viso lungo, capelli argentei, basette, un paio di lenti cerchiate di metallo, una bombetta, cravatta con nodo già fatto e un ombrello appeso sempre al braccio (mi ricorda padre Brown). Un’autorità nello studio delle emozioni umane, vede il male dappertutto ed ha la mente come quella di un criminale (lo dice lui stesso). Per questo riesce a risolvere i casi più difficili come il presente. Occhio ad un rosaio un po’ stentato e ad un bel mazzo di fiori.
Ottime letture assicurate con la benedizione di Mauro Boncompagni.

La ragazza del treno di Paula Hawkins, PIEMME 2015.
la ragazza del trenoRachel in treno verso Londra osserva tutto, un mucchietto di vestiti vicino alle rotaie, una villetta bifamiliare con Jason e Jess (nomi da lei inventati, poi Scott e Megan nella realtà) che sembrano una coppia felice. Si sente indesiderata, “sgradevole”, ingrassata e il viso “gonfio per l’alcol e la mancanza di sonno”, sposata con Tom e lasciata dallo stesso, vive in casa dell’amica Cathy e tormenta Tom e la moglie Anna (hanno una figlia) con telefonate e mail. Durante uno dei tanti viaggi in treno vede Jess (Megan) baciare con trasporto uno sconosciuto. Il sogno di una coppia felice spezzato, come il suo.
Si continua con il racconto di Megan sposata con Scott, fa la babysitter in casa di Tom e Anna (ma guarda un po’), poi lascia questo lavoro e via dallo psicologo Kamal (attacchi di panico) con il quale zompa sul letto (un classico). Ad un certo punto sparisce e arriva la polizia. In seguito è Anna che racconta la sua storia in prima persona, il suo matrimonio, la sua “felicità”, i suoi tormenti, la rabbia verso Rachel. Al centro soprattutto quest’ultima devastata dal senso di colpa “Vorrei farmi a pezzi con le mie stesse mani” e dall’alcol. Ora c’è da ritrovare Megan. Viva o morta.
Tematiche del libro: le false apparenze e lo spiazzamento in un casino di detto e non detto, di tormento e logoramento della vita di coppia con tre donne a propinarci la loro. Scrittura “semplice” che entra nelle pieghe più tormentate degli animi, alternanza temporale, sogni, incubi, sesso, naturalmente, senza quelle scene assatanate descritte nei minimi particolari che vanno per la maggiore. Si sospetta di tutto e di tutti con un finale in crescendo e la possibilità che il lettore smaliziato riesca a capire il conclusivo colpo di scena.

Perfidia (II)
perfidiaPerfidia di James Ellroy, Einaudi Stile Libero Big 2015.
Finito di leggere. Los Angeles al tempo della seconda guerra mondiale. Avevo concluso le prime note chiedendomi che cosa sarebbe successo ad Ashida, poliziotto giapponese di seconda generazione alle prese con il caso Watanabe (famiglia uccisa a colpi di spada), che me lo ritrovo sempre in giro  ad indagare, ma ormai occorre “un pazzo delirante motivato da una libidine incomprensibile” (ordine dall’alto). Ecco pronto Fujio Shudo, arrotino ambulante, detto il “Lupo Mannaro”. Facile costringerlo a dire la “loro” verità.
Butto giù come viene. Continuano i casini da tutte le parti. Collettivi e individuali. Scontro con i cinesi, fucilate a sale, gas lacrimogeni, botte da orbi tra Scotty e Lee Blanchard. Poi alla cantina di Kwan, tè alla benzedrina, Brenda Allen a “smerciare la fica”, Clark Gable che mostra in giro una foto di Cary Grant “con un cazzo in bocca”. Avanti ancora. Lotta in cella di Kay Lake con una poliziottona lesbica, cazzotti e coltellate, Ashida costretto a costruire documenti falsi, i rossi che hanno girato un film comunista (tra cui la nostra Kay) messi in carcere e poi rilasciati, incontro tra Dudley (poliziotto marcio) e Claire De Haven, salti sul letto a babordo e tribordo, poi al cinema con la figlia Beth e Bette Davis (sua amante) a cui piace un sacco essere riconosciuta ed è tutto un coro di “Bette” Bette!”, allarme, un sommergibile giapponese in Baja California, Ashida e la scintilla, la lampadina che si accende. Ecco, ci siamo, sa chi è l’assassino vero dei Watanabe! (ma non serve a niente).
Insomma tradimenti, lotta all’interno della stessa polizia, documenti falsi, accordi illegali, si uccide, ci si ammazza di botte, si sfrutta l’altro amico o nemico, impasticcamenti, droghe, sesso, il marcio dell’uomo che dilaga come una puzzolente chiazza di petrolio nell’America in guerra. Mitragliate di parole a getto continuo, a volte anche nelle parti basse.
Ma l’amore, il sentimento d’amore, quello vero, quello del cuore? Si può trovare in questo orrido miscuglio di merda? Si può trovare. In fondo. Proprio in fondo all’ultima pagina. Come a dire che c’è sempre speranza. Speriamo.

Pessima mossa, Maestro Petrosi di Paolo Fiorelli, Sperling & Kupfer 2015.
Pessima mossa Maestro PetrosiUrbavia. Finale torneo di scacchi. In prima scacchiera il G.M. Achille Petrosi “grossa testa quadrata”, capelli crespi, foltissime sopracciglia, un angioma in mezzo agli occhi. Ha fatto la sua prima mossa ma il suo avversario Vitti, il Conte, non si è ancora presentato. Intanto girella per la sala soffermandosi soprattutto al tavolo di Alexandra Kòstina, la giovane giocatrice russa che “spiccava come un girasole in un deserto di cenere” (e già si capisce come andrà a finire). Ma ritorniamo a bomba. Vitti non si presenta e non si presenterà. È steso all’ingresso della sua villa. Morto. Morto ammazzato da quattro coltellate.
Inizia, così, la vicenda del nostro Petrosi alla ricerca dell’assassino. Lasciato da Stella vive con la madre, uggiosetta anzicheno, il figlio Nicola, anch’egli appassionato di scacchi, che se ne va via di casa. Intanto un mistero. Su una sua scacchiera un problema tratto da una partita del grande Alechin. Una mossa giusta che lui non ha fatto (la cosa si ripeterà in seguito). Ma allora chi ne è stato l’artefice?
Al circolo, munito pure di bar, i suoi affiliati: Mercalli, Pantoni, De Mica, Bassaroni, Korcic, Daxa, il Barba (mi ricorda il nostro Barbafiera), Molaroni, Righetti detto lo Scemo. Domande su domande e viene fuori la figura del Conte sempre più chiuso in se stesso, la sua storia sentimentale con lo  Scemo, i suoi conti in rosso, la passione per certi quadri, un prestito allo stesso Petrosi che si troverà  a doverlo giustificare.
Aggiungo uno strano disegno del Conte, il furto al Museo dell’Art Nouveau della scacchiera di Alechin, il torneo di Cannes, lo scontro con il figlio, le emozioni, la lotta, la lampadina che si accende dopo una partita con Krilov che ha mascherato bene il suo piano, ha fatto credere che… e invece… Ora Petrosi sa chi è l’assassino. Colpo finale a sorpresa nel più classico dei gialli.
Un libro dove, oltre alla trama gialla, sono soprattutto presenti gli scacchi, il torneo lampo con i giocatori che si agitano in preda all’epilessia e i pezzi che traballano sulle scacchiere, i vari momenti della partita, i dubbi, le perplessità, i sospiri, la gioia e lo sconforto che si alternano nell’animo dello scacchista. Gli scacchi come lotta o arte alla ricerca della “Verità”, il ricordo di grandi campioni, soprattutto di Alechin. C’è tutta la passione e l’amore verso questo giuoco, verso il “nobil giuoco” che prende e affascina.

Per mancanza di spazio questa volta via le spiluzzicature e robe varie.

Un giretto tra i miei libri
il_cimitero_di_pragaIl cimitero di Praga di Umberto Eco, Bompiani 2010.
Si parte dalla fine (24 marzo 1897), ovvero dal diario di Simone Simonini, quarantasette anni suonati portati bene, padre torinese e madre francese. Ama la buona tavola, odia gli ebrei, critica i tedeschi, i francesi, gli italiani, i preti, tra cui in modo particolare i gesuiti, le donne, si traveste, fabbrica documenti falsi, in crisi di identità, è o non è l’abate Dalla Piccola che si insinua furtivamente nei suoi diari? Insomma un tipo piuttosto “particolare”…
Qui troviamo ben tre narratori: il nostro Simonini, l’abate Dalla Piccola e il Narratore vero e proprio che interviene quando la storia del diario si fa “arruffata”. Gli eventi, poi, non si susseguono linearmente ma, come in un racconto complesso che si rispetti, abbiamo diversi intorcinamenti temporali tanto per tenere ben desto il lettore (se si appisola anche per un secondo sono cavoli amari).
Ad eccezione di Simone Simonini tutti gli altri personaggi che incontriamo sono realmente esistiti e hanno dato vita ad una specie di romanzo d’appendice in stile ottocentesco con illustrazioni tipiche del feuilleton del tempo.
Ma c’è un altro protagonista, oltre i già citati. L’autore stesso, non tanto e solo come Narratore, ma proprio come Umberto Eco che si diverte un mondo a costruire storie complesse, aggrovigliate, a rimpinzarle di letture, libri, citazioni, a ricostruire personaggi vissuti, squarci di vita, atmosfere, idee, sentimenti, astuzie, tranelli, lotte, ricatti, passioni, amore e morte. E me lo immagino con gli occhietti furbetti a scuriosare tra montagne di documenti per creare, anche lui, un “documento” che faccia discutere (vedi il tema dell’antisemitismo, per esempio) e rimanga nel tempo.
All’uscita del libro un coro di alti e bassi, ovverosia sussulti incontenibili di gioia e stroncature impietose. Il libro è “entusiasmante”, oppure “noioso e farraginoso”.  Non dico che sia entusiasmante, né che sia noioso e farraginoso. È che tra le spire culturali di Umberto Eco, un po’ di affanno ci prende, via.

Il coltello nella schiena di Anthony Wynne, Polillo 2007.
Il coltello nella schiena“Il corpo di Lord Wallace, in pigiama e con un coltello conficcato nella schiena, viene trovato dalla polizia su una spiaggia sabbiosa della costa inglese nei pressi di Eatsea. La morte è sopraggiunta istantanea e da alcuni elementi appare certo che la pugnalata fatale è stata inferta proprio in quel luogo. Ma intorno al corpo la sabbia è intatta: non ci sono impronte di alcun tipo nel raggio di un centinaio di metri e la stessa posizione del cadavere, che giace composto e senza altre ferite a parte una leggera escoriazione alla mano destra, esclude la possibilità che sia stato gettato da un aereo. Neppure le maree hanno avuto un ruolo in quel delitto inspiegabile: un accurato controllo dei movimenti del mare dimostra infatti che sono da scartare sia l’ipotesi che il colpevole si sia allontanato a nuoto, sia quella che il corpo di Lord Wallace sia stato lasciato da una barca approdata a riva. Toccherà al dottor Eustace Hailey, medico psichiatra e investigatore per hobby, venire in soccorso della polizia e risolvere il mistero di questo e di altri omicidi commessi in circostanze altrettanto inspiegabili. Un solo indizio accomuna i tre delitti: la presenza, vicino ai corpi, di alcune monete d’oro”.
Il classico delitto impossibile che andava di moda in quegli anni (anni Trenta) ma non fermo, bloccato. Qui c’è movimento, soprattutto sul mare. Hailey si muove da un posto all’altro, lotta, rischia la vita. Ombre, mistero, paura. Un po’ di gotico, insomma, che non guasta a chi piace il gotico.

Ecco il contributo del nuovo gabinettaro Omar Lastrucci (del blog Assassini e gentiluomini): Gli otto rintocchi del pendolo di Maurice Leblanc.
Gli otto rintocchi del pendoloSta purtroppo giungendo alle battute conclusive la splendida collana dedicata all’Arsène Lupin di  Maurice Leblanc, iniziativa imprescindibile che propone, in nuove traduzioni (tratte dall’edizione Newton, che però racchiudeva 21 libri in uno solo, per un immaneggevole tomone di tremila e passa pagine), un corpus  che in Italiano si era sempre visto poco e male, ma che risulta qualitativamente di altissimo livello e molto interessante da un punto di vista giallistico.
Per gli amanti del poliziesco puramente british, di Leblanc consiglio non tanto i pur meravigliosi romanzi più famosi come La contessa di Cagliostro, 813 e Il faraglione cavo, con un Lupin al massimo del suo fulgore, ma le opere successive meno debitrici del feuilleton francese e più ispirate ai racconti di Doyle e Chesterton. In questi lavori, sia antologie di racconti che romanzi brevi, Lupin si “pensiona”, ovvero passa da ladro infallibile e capobanda sempre sul filo del rasoio a tutore della legge, improvvisandosi investigatore privato usando elaborati pseudonimi, tra cui l’Inglesissimo Jim Burnett. Leblanc, che non era un bischero, aveva capito che il giallo Inglese e i “private eyes” sarebbero stati il futuro in tutto il mondo, e pensò lui stesso, da vero artista, a mutare pelle in favore della nuova tendenza. Il risultato sono elegantissimi e divertenti lavori in cui Lupin, pur snaturando se stesso a tutti gli effetti, si improvvisa ora Sherlock Holmes (lui che per anni ha lottato con un segugio che ricorda quello di Doyle persino nel nome, Herloc Sholmes…) ora Padre Brown, risolvendo casi intricati e curando anime alla deriva; in fin dei conti, chi meglio di lui può smascherare un criminale?
Di tutti, il libro che per il sottoscritto meglio rappresenta il nuovo corso è Gli otto rintocchi del pendolo, un romanzo in otto racconti dove Lupin, qui sotto il nome di Serge Renine, risolve casi spinosi aiutato da un Watson d’eccezione, ovvero la bella e spregiudicata Hortense, gran bel pezzo di figliola che per tutto il libro amoreggia apertamente (questa liaison è la cornice tra un racconto e l’altro…)  con l’ex gentleman Cambrioleur; resisterà a lungo al fascino da sparviero di Renine/Lupin? In ogni caso, tra un flirt e l’altro, si assiste a delitti impossibili, camere chiuse, travestimenti e altre diavolerie degne dei maestri d’oltremanica.  Nel blog del giallo Mondadori non si sente dire spesso, quasi come un leit motiv, che i giallisti francesi vengono colpevolmente snobbati? Tutto giusto, ma mi auguro che quelli che lo dicono, però, non snobbino a loro volta il buon Leblanc…

Ed ora quello della imprescindibile Patrizia Debicke (la Debicche): Caligola. Impero e follia di Franco Forte, Mondadori 2015.
Caligola. Impero e folliaNel suo nuovo romanzo storico Caligola. Impero e follia Franco Forte ci presenta il suo Caligola, al secolo Gaio Giulio Cesare, quando aveva meno di cinque anni, a fianco di suo padre, Germanico, durante una campagna militare in Germania, la terra che gli aveva regalato il nome. Ci dice che Gaio era il terzo figlio maschio di Germanico Giulio Cesare, l’erede designato della stirpe Giulia Claudia, il potente generale delle legioni romane sul Reno, primogenito di Druso e di Antonia (figlia di Marc’Antonio e Ottavia la sorella di Augusto), che era stato adottato dal prozio Augusto e dallo zio Tiberio, fratello del padre.
Il piccolo Gaio, continua e tangibile presenza infantile al fianco del generale, divenne subito la mascotte dei legionari che l’amarono e che gli dettero il soprannome di Caligola perché, come loro, portava e porterà sempre le “caligae” o caligulae, i possenti calzari militari.
Caligola adorava suo padre di cui pensava, con caparbia mente infantile, che nulla potesse intimorirlo, tranne la “mamma”, sua moglie Agrippina figlia di Agrippa e di Giulia. La bella Agrippina, madre dei suoi figli, che avrebbe voluto, come tanti nell’esercito e a Roma, il marito Germanico imperatore, al posto dello zio…
Leggiamo di una palestra durissima per un bambino piccolo sempre in mezzo ai legionari, una palestra che insegnava alla svelta tante cose buone e cattive: come  farsi giustizia, battersi ma anche la sessualità sfrenata e predatrice dei soldati. L’accompagniamo ad Antiochia, la terza città più grande del mondo, quando a sette anni si trovò di fronte alla morte del padre e alle scelte umane e politiche di sua madre che non gli piacquero.
Scoprì allora che suo padre era stato avvelenato perché essere un grande e famoso guerriero acclamato da tutto l’esercito suscita invidia e fa ombra a chi governa. Giurò vendetta ma per compierla doveva far sua la regola dettata da Lucio Anneo Seneca: È davvero potente chi ha il pieno controllo su se stesso, non sugli altri
Una rivisitazione nuova e originale della leggenda dell’imperatore più odiato della storia. Ma aveva veramente meritato Caligola una fama tanto spaventosa in appena quattro anni di regno? Sappiamo che è stato molto amato e all’inizio pare che abbia governato bene. Fu liberale con il popolo, diminuì le tasse per tutti. I moderni studiosi gli riconoscono abilità strategica e militare che gli fece utilizzare meno e meglio le legioni, garantendo le frontiere dell’impero con un minimo dispendio di uomini.
Poi… mah ? Certo è che il potere è pericoloso, mette su un piedistallo, crea sospetto e soprattutto invidia. La gravissima malattia che lo tenne lontano dalle scene, fu quella a cambiarlo? Fu forse una malattia degenerativa?
O fu colpa della morte della sorella Drusilla? Drusilla l’unica della sua famiglia che l’abbia veramente amato senza secondi fini? E sempre al suo fianco Misenio, amante, amico e più. Ma il senato tramava. Voleva liberarsi di un tiranno diventato scomodo, che pretendeva di essere trattato come un dio.
Fu assassinato a soli 29 anni da un gruppo di pretoriani comandati da Cassio Cherea che aveva conosciuto da bambino in Germania.

Sempre della nostra Patrizia altri due suggerimenti di lettura: Il fiume ti porta via di Giuliano Pasini, Mondadori 2015, e Il ritorno del colonnello Arcieri di Leonardo Gori, TEA 2015.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2015

book-toiletRiflessioni sparse sulla tazza. Non si legge, non si legge e non si legge è il grido di dolore che serpeggia dappertutto con scenari da futuro catastrofico. In compenso si scrive, si scrive e si scrive. Male. O si sta attaccati ai moderni mezzi di comunicazione (cellulari e robe varie) come il neonato alla poccia della mamma. Vero. Però non so cosa dire, sono sempre stato in crisi con le interpretazioni. È un momento di trapasso da un modo di vivere ad un altro. Inutile strapparsi i capelli (per chi ce l’ha). E io ho già la prostata che mi fa girare le palle.
Personale idiosincrasia a partecipare alle discussioni politico-letterarie nei blog. Ho tentato, mi sono inserito qualche volta sempre con il contagocce ed estrema difficoltà. Più il tempo passa e più tutte le disquisizioni e i paroloni che serpeggiano in certi spazi “culturali” mi arrivano come un cicaleggio vuoto e fastidioso. Anche cattivo, soprattutto quando si tratta di premi letterari e tutti lì a tirar palle meschinamente avvelenate. Quasi sempre l’assunto dell’intervento è bianco o nero. Niente sfumature di grigio che sarebbe già meglio. Ma forse è la vecchiaia.

Partiamo dai nostri magnifici G.M.
la prova in fondo al mareLa prova in fondo al mare di Rufus King, Mondadori 2015
“Sono sopravvissuti in dieci al naufragio del panfilo Elsinore, colato a picco ai Caraibi dopo aver urtato uno scoglio. Ma non tutte le vittime sono perite nella disgrazia. Il ricco proprietario del battello e il secondo ufficiale sono scomparsi dopo, in circostanze misteriose”. Due fatti importanti: qualcuno “aveva mischiato un narcotico nell’acqua potabile” del barile per far addormentare i sopravvissuti e le carte di bordo sono sparite. Dunque c’è di mezzo un assassino, e se un personaggio che sa chi sia  – “La prova è sotto i crisantemi”, afferma – cade morto stecchito avvelenato dal cianuro nel cocktail del suo bicchiere, la faccenda diventa ancor più complicata, anche perché non si riesce a capire subito il significato dell’espressione
Un bel problema per il tenente Valcour della polizia di New York che incomincia ad interrogare i vari protagonisti. Ma questo non basta. Occorre ritornare con tutti i superstiti sul luogo della tragedia ed un palombaro che si immerga fino a raggiungere l’Elsinore per la prova decisiva. Solo allora il caso sarà chiuso con il classico colpo a sorpresa finale. Atmosfera di continui sospetti, tensione, paura e mistero lungo tutto il racconto.

ho sposato un'ombraHo sposato un’ombra di Cornell Woolrich, Mondadori 2015.
Le notti d’estate sono piacevoli a Caulfield. Anche le notti d’inverno. Non per loro. I due si amano ma qualcuno, di sicuro, lascerà l’altro… Inizia così uno dei romanzi più belli di Woolrich. Intanto vediamo chi è lei. Una ragazza di diciannove anni “triste e disperata”, Helen Georgesson, lasciata dal fidanzato con un bambino in grembo, cinque dollari ed un biglietto per il treno. Qui incontra una coppia di sposini, Hugh e Patrice Hazzard. Subito amicizia e confidenza. Patrice deve andare dai suoceri che non l’hanno mai vista ed aspetta pure lei un bambino. Ad un certo punto uno spaventoso incidente e poi rumori metallici fra i rottami. Helen si ritrova in ospedale, ha partorito e viene scambiata per la signora Hazzard (i due sposini sono morti). Dilemma, accettare o non accettare la nuova identità? Nella nuova famiglia ci sono i suoceri premurosi e c’è lui, Bill, che vuole sposarla. Ma arrivano delle lettere a complicare di brutto la situazione.
Una analisi, minuziosa, spietata della mente e dell’animo di Helen sempre in tumulto: i dubbi, le incertezze, i sospiri, i turbamenti, le speranze, un po’ di luce e poi giù nel buio più profondo. Uno scandaglio memorabile su una donna costretta a mentire per trovare un po’ di pace nella vita. E quando tutto sembra risolto ecco che c’è qualcosa a ribaltare la prospettiva. Il sospetto all’inizio e il sospetto alla fine.
Angosciante.

la crociata dei bambiniLa crociata dei bambini di Ruth Rendell, Mondadori 2015.
Kingsmarkham, al tempo di Tony Blair. Tutti a cercare Lizzie Cromwell, sedici anni con qualche problema di apprendimento, sparita da tre giorni dopo che è stata lasciata dalle amiche lungo una strada. Tra i ricercatori anche l’ispettore capo Wexford (ha una figlia, Silvia, che lavora al “Rifugio” per aiutare le donne che subiscono le violenze) ormai convinto del peggio. Ma Lizzie ricompare all’improvviso e racconta una storia che non convince. Poi scompare un’altra ragazza di diciotto anni, Rachel Holmes, viene scarcerato un pedofilo che porta scompiglio nella società (la rabbia della folla causa pure un morto) e una piccola di tre anni viene rapita.
Dunque la violenza sulle donne, la falsa rispettabilità di certe famiglie e il “mostro” che si cela dietro tale rispettabilità, con Wexford sulle tracce di un altro assassino attraverso una volontà ed una energia indomite, le ipotesi, i dubbi, le false piste, la luce che si accende, il colpo, anzi il doppio colpo a sorpresa finale.
Romanzo ampio, lento, minuzioso (a volte anche troppo), in stretta relazione con problemi che si trascinano da tempo fino alla realtà di oggi. Accanto alla violenza sulle donne che campeggia in tutta la sua tragica drammaticità, altri spunti su l’adozione, il cancro, la pazzia, la pedofilia, l’inquinamento. Una società inglese ben diversa dall’immaginario che allora (ma anche oggi, direi) prevaleva.

Le inchieste del colonnello ReggianiLe inchieste del colonnello Reggiani di Valerio Massimo Manfredi, Einaudi Stile Libero Big 2015.
Cinque racconti su opere d’arte rubate e recuperate. Tipo “La Muta” di Raffaello, la “Madonna di Senigallia” e la “Flagellazione di Cristo” di Piero della Francesca, due Perugini, un Dono Doni, un Boccanera, tanto per dare un’idea. A capo del recupero il colonnello Reggiani di Roma, vedovo con figlia Teresa di quattordici anni piuttosto gelosa e allora relazioni occasionali in segreto e con senso di rimorso. Una bella squadra sotto il suo comando che esegue alla perfezione gli ordini in varie parti d’Italia e anche all’estero, per esempio in Sudamerica e in Jugoslavia. Contro ladri, tombaroli, ricettatori, trafficanti internazionali per smascherare i quali è necessario infiltrare qualche elemento della polizia, trattare gli eventuali acquisti delle opere rubate, pedinare, inseguire, sparare, se necessario, e insomma rischiare la propria incolumità. Coraggio e destrezza, all’occorrenza portamento distinto ed eloquio forbito che i mascalzoni si nascondono spesso sotto sembianze altolocate. Spunti sul colto Reggiani che fuma pensieroso Marlboro e su qualche personaggio.
Storie leggere, semplici, piuttosto ripetitive nella loro composizione. Leggere, dicevo, e semplici. Anche troppo.

Bella era bella, morta era mortaBella era bella, morta era morta di Rosa Mogliasso, Enne Enne editore 2015.
“Bella era bella, e morta era morta”. Pure elegante, magari con le scarpe rosse “un tantino esagerate”. La prima a trovarla sulla riva di un fiume una signorina bene (munita pure di colf casalinga) con bassotto Oscar che tira dritto. I secondi una coppia di ragazzi carichi di tempeste ormonali, pronti a farsi una canna in santa pace. Lei vomita, è indecisa, ma il maschietto no, meglio “schiodare”. Il terzo un tizio che urla, uscito da poco dal “repartino” dopo avere dormito sotto i portici della piazza. Via anche lui ma si prende una scarpa che accosta al cuore. Quarto incontro con “Alfonso Petrucchetti, in arte Karuna, massaggiatore pranoterapeuta” che sulla riva del fiume “sarebbe entrato in contatto con l’Energia Vitale Universale”. Il contatto, invero, lo trova nella nostra signora che, come sappiamo, bella era bella e morta era morta (il titolo mi ha intrigato). Un attimo di indecisione e poi tira dritto.
Quattro incontri, quattro storie che sviluppano soprattutto la tematica delle meschinità personali, della scoperta dell’altro e di noi stessi sotto l’assillo che qualcosa, insomma, andava fatto per la suddetta signora accasciata per terra. Prosa leggera, ricca di fine humour, che entra nella psicologia dei personaggi con i loro dubbi sulla vita che stanno vivendo, che vorrebbero avere e che non hanno, inevitabili scontri con l’altro e gli altri che girano intorno, problemi di coppia, problemi familiari, gelosie di ragazzotte sveglie e tutti gli incasinamenti dell’esistenza di eterosessuali e gay, il cui catalizzatore è quello della succitata signora. Bisogna ritornare lì, via, per togliersi l’assillo. Sorpresona finalona e un unico vincitore: il sorriso.

perfidiaPerfidia di James Ellroy, Einaudi Stile Libero Big 2015.
Spunti veloci (sono arrivato a metà del malloppone). Los Angeles. Sta arrivando la guerra. Quattro rapine in un mese ed uno stupratore in giro. Alla loro caccia Hideo Ashida, giapponese di seconda generazione, laureato in biologia e chimica, poliziotto insieme a Pinker, Blanchard, Meeks ed altri personaggi più o meno citati in precedenti libri dell’autore. Poi ecco quattro giapponesi sventrati della famiglia Watanabe, quattro spade sporche di sangue. Suicidio o omicidio?
Momento nero della storia americana. Mezzi cingolati per Spring Street, aggressioni, speronamenti, incidenti vari, morti per le strade, perquisizioni, nazisti picchiati in carcere, capri espiatori, internamento dei giapponesi mentre i cinesi esultano. Un continuo stillicidio di notizie, azioni e personaggi tra cui Kay Lake che racconta in prima persona la sua storia di infiltrata. In evidenza il marcio della polizia con tipi che ti raccomando: Dudley Smith tra oppio e benzedrina che ci dà di brutto con Bette Davis; Parker attaccato al bourbon come una sanguisuga; Chiamami Jack “grasso da fare schifo” con una cisti sul collo e con “l’uccello di una pulce”… Tutti tesi a far quattrini  e a sfruttare l’internamento dei giapponesi citato (i più ricchi potrebbero evitare il carcere a suon di dollaroni e ospitati in luoghi appositi, secondo Dudley). Eccetera, eccetera.
Ashida rischia di perdere il posto, lotta per non far internare la famiglia, pensa e ripensa al caso Watanabe ma occorre (ordine dall’alto) che l’assassino sia un giapponese. Citati una marea di personaggi noti del tempo: Rita Hayworth, Barbara Stanwyck, Bette Davis (marito checca) che se la spassa con il nostro Dudley, Carole Lombard, Joan Crawford (scopata da Scotty, dice lui) e perfino Bertold Brecht che passa accanto a Kay.
Ritmo ultraveloce, bombardamenti, mitragliate, schizzi di parole da ogni parte, ripetizione ossessiva del soggetto, poliziotti marci, botte, omicidi, ruberie, rastrellamenti. Perfidia, ovvero in spagnolo “tradimento” della società americana. E, mi pare, di tutta l’umanità.
Alla prossima (anche per vedere cosa succede ad Ashida).
P.S.
Traduzione superba di Alfredo Colitto.

più sporco della nevePiù sporco della neve di Enrico Pandiani, Rizzoli 2015.
Inverno, nel pieno della notte. Un furgone, con a bordo due uomini, salta in aria. Intanto Zara Bosdaves, investigatrice privata (aiutata dall’informatico Piero Bona), se la vede con uomo che cerca di uccidere la moglie (caso risolto).
A casa, siamo a Torino, il vecchio padre, una ragazza rumena ad aiutare nelle faccende domestiche, François suo nuovo compagno di vita dopo il divorzio (poco simpatico al genitore perché, tra l’altro, cucina “un po’ troppo speziato”). Zara non è tranquilla, lo vede “diverso dal solito, più taciturno”, ha paura di perdere il suo amore e la figlia Valia è lontana a studiare in Inghilterra.
François, in effetti, è preso da una vicenda difficile. Una donna, Agnes, è stata massacrata di botte, lui e un amico algerino (si occupa di rifugiati politici) sono alla ricerca del colpevole. Intanto un nuovo lavoro per Zara, deve ritrovare il marito Aurelio di Teresa Giordano, ricercato pure da un trio di malviventi un po’ sgangherato con il classico delinquente-bambino.
Problemi di drammatica attualità in questo libro: il razzismo e il falso sorriso di accoglienza, il traffico dei permessi di soggiorno, la crisi, il nero, la violenza del maschio sulla donna, ma anche comprensione e aiuto che l’uomo non è solo male. Accanto ai problemi generali quelli della nostra investigatrice, il suo momento di crisi con il compagno, il complicato rapporto con il padre, la figlia lontana, la difficoltà dell’indagine. Movimento, azione, colpi di scena (anche troppi), un dipinto ambito da molti, la paura, il pericolo, morti ammazzati, spunti ironici, canzoni e cantanti a creare atmosfera, un po’ di sesso che ci sta sempre bene. E neve, tanta neve. Dopo la saga di Les Italiens, Pessime scuse per un massacro e La donna di troppo il vecchio Panda ha colpito ancora.

Varie
Sul blog di Stefano segnalo il bell’articolo Una nuova consapevolezza? che parte dall’analisi di due libri recenti: The Golden Age of Murder (2015), di Martin Edwards e The Spectrum of English Murder (2015) di Curtis Evans per cercare di demolire alcune fissazioni sul romanzo poliziesco della Golden Age.

In crisi l’editoria e anche i nostri G.M. Diminuite le pubblicazioni e aumentato il prezzo. Puercas vaccas!

Per gli amici scacchisti
Questa volta suggerisco la storia e le partite del grande Bobby Fischer: Fischer analisi di un genio di R.G. Wade e K.J. O’Connell, Prisma 1989. “Dagli esordi del genio americano fino alla conquista del titolo ed oltre, quest’opera monumentale riporta tutte le 816 partite, “ufficiali” ed inedite, disputate da Fischer nella sua folgorante carriera, oltre ad accurate analisi e commenti in prosa…”. Per chi non fosse soddisfatto ci sono pure i tre volumi Bobby Fischer 1-2-3 delle sue partite commentate da Vassilli Smyslov, Mijail Tahl, Leonid Yudasin, Vladimir Tukmakov, delle ediciones eseuve 1992/93.

Spiluzzicature
Nelle solite librerie di Siena, avendo voglia di tirar fuori un sorriso, ho leggiucchiato I peccati della bocciofila di Marco Ghizzoni, Guanda 2015, e Mortdecai e il complotto del secolo di Kyril Bonfiglioli, Piemme 2015. Nel primo siamo a Boscobasso (pianura padana) con una brasiliana che non ti dico che porta scompiglio; nel secondo c’è il personaggio del titolo “mercante d’arte dissoluto e immorale” che un po’ mi intriga. Almeno uno dei due lo becco. Di sicuro Pessima mossa, Maestro Petrosi di Paolo Fiorelli, Sperling & Kupfer 2015, classico binomio giallo-scacchi che non mi lascerò sfuggire. Stanno arrivando anche pezzi grossi come la Vargas, De Giovanni e la rivelazione (si dice) Paula Hawkins. Ci sarà da piangere per il mio borsellino.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Preso dalla continua mania per la Storia ho buttato all’aria (fazzoletto da bandito sulla bocca) qualche libro per tirare fuori Considerazioni sui principali avvenimenti della rivoluzione francese della signora Di Staël, ISPI 1943, con una succosa introduzione di Adolfo Omodeo e mi sono rituffato negli anni dell’Università quando mi pareva di fare chissà che cosa. La Di Staël fu la prima che “si levò al di sopra di una silloge di ricordi” e “assurse a primo orientamento storico”. Qualche paginetta all’aperto che i dermatofagoidi nascosti in questo libro sono micidiali e un saluto reverente alla suddetta signora.

Un giretto tra i libri della mogliera
Vediamo un po’. Ecco Maledetto ferragosto di Renato Olivieri, Rusconi 1980. La mi’ nonna, un giallo! E che giallo, ripubblicato dalla Mondadori l’anno scorso. Incipit: “Capì che l’uomo con il pigiama in turchese era morto quando il gatto nero balzò improvviso sul letto miagolando, e non successe nulla”. La seconda indagine del commissario Giulio Ambrosio dopo Il caso Kodra. Un classico. Ed ecco L’allieva di Alessia Gazzola, Longanesi 2011. Questo me l’ha fregato! Un giallo-rosa che va tanto di moda e che, da omo tutto d’un pezzo (si scherza, via), non mi sconfinferò mica. Devo proteggere meglio le mie creature.

Un giretto tra i miei libri
Il caso sbagliatoIl caso sbagliato di James Crumley, Einaudi Stile Libero 2008.
Milo, padre e madre alcolizzati morti suicidi e lui che cerca di non deluderli, è in ambascia. Fino a poco tempo fa “tallonava coniugi infedeli” e ciò gli bastava per tirare avanti. Con la nuova legge sul divorzio non c’è più bisogno dei suoi pedinamenti. Ma la signorina Helen Duffy (bona la su’ parte) gli chiede un’altra cosa: ritrovare suo fratello scomparso. Un bravo ragazzo, si capisce. Come succede nelle migliori storie dove tutto è il contrario di tutto. E allora il “bravo ragazzo” non è poi così tanto bravo e va a finire che ci lascia le penne. Magari in un  cesso degli uomini in uno dei tanti bar di Meriwether, cittadina di cinquantamila abitanti con i suoi problemini da risolvere.
Milo, dunque, ex vicesceriffo, sgangherato in una realtà sgangherata dove violenza, sesso, droga, anfetamine, marijuana, pasticche, speed, ladri, puttane, omosessuali e tutto il marciume che viene fuori dagli angoli delle strade è roba di tutti i giorni. Come la corruzione dilagante, le scazzottate e le sparatorie.
Ricordi, incontri tra passato e presente (imponente e ingombrante la figura paterna) a rendere più vero e complesso il personaggio. Nessuna illusione. Istintivo, realista e cinico con qualche sprazzo di luce. Helen gli infonde speranza “la speranza in un mondo migliore e più pulito dove un uomo e una donna potevano mettere su famiglia in santa pace”. Un luccichio che ritorna presto nel buio. Sesso al momento quanto basta e una lacrima che può scorrere all’improvviso. Ma non è tristezza.
Prosa ora secca, energica, scattante, ora più ampia e distesa a definire un paesaggio, a riesumare un ricordo, ora più intima nella ricerca di un senso da dare alla vita (che non c’è). Traduzione impeccabile di Luca Conti.
E dunque un bel libro. Bello e sbrindellato. Magnificamente sbrindellato.

Il cerchio rossoIl cerchio rosso di Edgar Wallace, Polillo 2009.
Per farla breve c’è una organizzazione criminale, denominata appunto “Il Cerchio Rosso”, che terrorizza i più importanti, influenti e ricchi (naturalmente) uomini di affari e politici costringendoli a pagare forti somme. Altrimenti addio alla vita. Quando arriva il tristemente famoso biglietto con il tristemente famoso cerchio rosso sopra stampato sono cavoli amari. E dunque chi lo riceve o paga oppure si fa difendere da Derrik Yale, un investigatore privato dotato di facoltà medianiche. Come ha fatto il signor James  Beadmore. Anche se non gli è servito a niente…
Ma la caccia all’assassino e al capo della terribile banda continua. Da parte dell’ispettore Parr e del suddetto Yale. Due tipi completamente diversi. Il primo con un “viso delicato da esteta”, gli occhi intensi, le lunghe mani bianche, il sorriso cordiale, il tono di voce affabile; il secondo basso e tarchiato, la faccia rosea, “gli occhi fissi, larghi e rotondi, dalla inespressività quasi bovina, il naso largo, carnoso, le guance pesanti che formavano due borse sotto il mento e il capo mezzo calvo…”. Praticamente il bello-intelligente il brutto-cretino (ma sul cretino c’è un ripensamento dello stesso Yale). Un classico.
Movimento e colpi di scena a piacimento (quello finale da urlo) con relativi morti ammazzati e personaggi (anche i soliti) che sbucano da tutte le parti quando meno te lo aspetti come se si giocasse a nascondino. Tipico di Wallace. Come la prosa istintiva senza svolazzi e salamelecchi, forse anche un po’ rozza ma efficace. Sempre alla Wallace con i suoi pregi e i suoi difetti. Ma qui la vincono i primi (o no?).
Ah… dimenticavo. All’inizio c’è una esecuzione capitale con la ghigliottina che fa cilecca (l’attrezzo si inceppa in un chiodo…). Il condannato si salva e diventerà il Capo della combriccola. Che si scoprirà solo alla fine.

Il club dei mestieri stravagantiIl club dei mestieri stravaganti di Gilbert K. Chesterton, Guanda 2010.
Assolutamente da non perdere con Basil Grant, ex giudice diventato pazzo che si trova a dover dipanare i casi più strani proprio con la sua pazzia e l’intuizione (agli antipodi di Holmes). Se qualcuno lo invita a guardare i fatti puri e semplici risponde “Dell’intuizione non vi fidate?… Da che altro è mosso il mondo se non dall’intuizione? Che c’è di più concreto?”. Riferito a suo fratello Rupert, detective dilettante, “La sua logica è straordinariamente lucida e fredda e invariabilmente porta fuori strada”. Meno male che a salvarlo c’è la poesia.
In una Londra gigantesca e inquietante troviamo il Club dei Mestieri Stravaganti, i cui membri devono avere inventato un loro modo con cui guadagnarsi da vivere, un mestiere del tutto nuovo ed originale come l’Inventore di battute o l’Attaccabottoni professionista e via di questo passo. Le storie nascono da una osservazione, da un piccolo indizio che preannuncia un terribile mistero, si continua con il cuore in subbuglio per finire attraverso lo scioglimento che dipana le fosche apparenze.
Prosa di un humour irresistibile. Leggete e moltiplicatevi.

Ed ecco un contributo del nuovo gabinettaro Omar Lastrucci (benvenuto!) di cui il blog Assassini e gentiluomini.
Sherlock Holmes e il signore della notteSherlock Holmes e il signore della notte di David Stuart Davies, Mondadori 2015.
Questo apocrifo, che in teoria poteva risultare un “pasticciaccio brutto”, è invece molto divertente e godibile. Holmes e l’inseparabile Watson hanno sì a che fare  con il sinistro conte in persona, ma anche con altri nemici “canonici” venuti dal passato che risulteranno anche più pericolosi dello stesso Dracula, e infatti secondo me il sinistro azzannagiugulari non è nemmeno l’antagonista più subdolo e pericoloso. Insomma, non uno scontato duello tra i due titani della letteratura, ma molto di più. Aggiungiamo che il libro è scritto con uno stile Conandoyliano al mille per cento e tutta la parte vampiresca ha il profumo dei vecchi film Hammer con Peter Cushing e Christopher Lee (ciao Christopher…) e il divertimento è assicurato. Certo, molti storceranno il naso perché i vampiri non esistono in natura e quindi si scade nel soprannaturale, ma per quanto mi riguarda trovo molto più credibile Holmes contro Dracula che non a salvare i Romanoff durante la rivoluzione Russa, oppure in giro per gli States, o ancora reduce da una bollente notte di passione con Irene Adler. De gustibus, ma io non lo lascerei in edicola.

A cui si aggiunge quello della nostra immarcescibile Patrizia Debicke (la Debicche)
27 ossa27 ossa di Diana Lama, Newton Compton 2015.
Stavolta per metterci in fibrillazione Diana Lama riparte dalla fine di un bel racconto sanguinario, pubblicato due anni fa nell’antologia Estate in giallo, in cui aveva lasciato il suo misterioso serial killer napoletano fermo in attesa davanti al portone di Palazzo Badenmajer.
Un Palazzo dalla fama sinistra. L’incubo del male?
Un tempo manicomio femminile di lusso, che ospitava, si narra ancora, gli esperimenti più crudeli, chiuso di forza dalle autorità e trasformato in seguito in grande condominio elegante con inquilini che partono e arrivano di continuo.
Una coraggiosa donna poliziotto dai capelli rossi, Andrea Drago – protagonista, vittima e carnefice della novella che vi dicevo – vive là, al sesto piano.
Uscita da pochissimo dall’ospedale, è ancora sotto choc per la terribile esperienza vissuta, ferita nella carne e nell’anima per l’indifferenza di chi credeva il suo uomo e per la sospensione dal servizio per eccesso di legittima difesa. Ma tutto questo non le impedisce di intuire che a Palazzo Badenmajer sta accadendo qualcosa. Cosa vede o crede di vedere la sua claustrofobica vicina Gloria? Sono reali le sue paure? Cosa succede attorno a lei? Di che cosa si impiccia l’occhialuta Eleonora che, arrivata ospite dall’amica Barbara – notoriamente confusionaria e che è partita senza aspettarla, – ha deciso di riconvertirsi in scrittrice e vorrebbe cercare materiale per un thriller?
In una storia bagnata dalla pioggia e che dura in tutto una settimana, ambientata in autunno, con un serial killer che colpisce e fa impazzire la polizia, Diana Lama descrive una Napoli vera, senza lo smalto delle cartoline, ma bella lo stesso, fatta di particolari, strade, stradine, vicoli e giardini.
Una comparsata di polso dell’equipe di profiler comandata da Durso, che avevamo conosciuto ne L’anatomista, dà una scossa alla trama. Sospetti, dubbi, errori ma stavolta alla fine vincerà definitivamente il bene. O c’è qualche altra sorpresa che ci aspetta?
Molto intriganti i buoni, i meno buoni e i cattivi, che meriterebbero un palcoscenico cinematografico con una folla di spettatori a tremare.

Termino con un prezioso consiglio di lettura della mia nuora Fiorella Di Iorio, instancabile divoratrice gabinettistica di mystery:
1) Il segreto della bambina sulla scogliera di Lucinda Riley.
2) Uno sconosciuto nell’ombra, Nella notte un grido e La culla vuota di Mary Higgins Clark.
3) Lampi di Dean Koontz.
4) I tredici scalini di Ruth Rendell.
Buona lettura!

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2015

book-toiletTrentasei mesi. Praticamente tre anni. Tre anni che mi siedo sull’amata tazza per tirar fuori qualcosa che possa interessare  i lettori. Spero di esserci riuscito, almeno in parte. Oggi scrivo una lettera aperta al Presidente del Consiglio.
Egr. Presidente del consiglio,
La invito a proporre e sostenere una nuova legge che cambi le poltrone del parlamento con tazze da gabinetto munite di relativi sciacquoni. Obiettivo niente risse sciamannate, riunioni più distese e proficue, rafforzamento del senso di solidarietà nazionale e del valore del singolo individuo senza distinzione di razza e cultura. Perché la tazza è democratica, livella, lega, unisce.
Un esempio concreto da diffondere, poi, in tutti i consigli regionali, provinciali e comunali, nelle riunioni dei magistrati e insomma in ogni parte del paese attinente alla politica, alla legge e alle sue decisioni. E direi anche in altri ambiti particolari come in quello del calcio e già mi immagino sportività infinita e termine delle bestialità atroci con la messa in opera di tazze in tutti gli spalti dei campi da gioco. Certo ci saranno resistenze e perfino violenze come è avvenuto qui da noi, nel nostro gabinetto di lettura condominiale, ma dobbiamo combattere le varie bande degli stitici che vorranno interrompere il cammino verso un paese più corretto e civile.
La ringrazio per l’eventuale attenzione.

il lago della pauraE veniamo agli inossidabili GM.
Il lago della paura di William Kent Krueger, Mondadori 2015.
Cork O’Connor, ex poliziotto, ora investigatore privato, moglie morta da due anni, è riuscito a riunire la sua famiglia dopo tanto tempo, tre figli e la cognata, “a bordo di una casa-battello su un remoto lago canadese”. Con la figlia Jenny, durante una escursione si ritrova su un’isola, quando arriva “un muro di nubi mostruoso” (il derecho) e tale “mostro colpì prima che potessero mettersi in salvo”. Un diluvio di vento e di acqua. I due si disperdono, Jenny rimane sola e in un capanno abbandonato trova un neonato vivo con il labbro leporino e una ragazza indiana torturata e uccisa con un colpo di pistola alla fronte. Fortunatamente padre e figlia riescono a riunirsi ma qualcuno potrebbe tornare per riprendersi il bambino con le più brutte intenzioni. E qualcuno ritorna con un fucile…
Nello stesso tempo l’altra parte della famiglia è in ansia per loro e comincia la ricerca con l’aiuto della polizia. In seguito si darà la caccia all’assassino della ragazza e i sospetti cadranno sul fratello che sembra nel giro del contrabbando.
Una storia complessa, la prima parte degna delle narrazioni di avventura con il terribile temporale e la dispersione della famiglia, la lotta per sopravvivere, lo scontro con il cacciatore, l’arrivo dei “nostri”. È una storia, dicevo, dove si intrecciano vicende passate personali dure e crude, gli abusi sessuali, il fanatismo religioso di chi predica la fine del mondo, il commercio della droga, la forza spirituale degli indiani ojibwe per cui anche da una distruzione può nascere il buono, l’amore materno di chi non può avere figli e difende strenuamente il bimbo ritrovato.
Insomma siamo di fronte ad uno stretto legame natura-spiritualità, ricordi e racconti del passato per ricercare il filo conduttore del presente, paure esterne (ombre che si muovono nel buio) e paure interne che attengono all’animo umano. E l’assassino che si aggira spietato.

sherlock holmes e il mostro dell'east endPer altri libri come La prova in fondo al mare di Rufus King, La crociata dei bambini di Ruth Rendell (un saluto e un ringraziamento per quello che ha scritto) e Ho sposato un’ombra di Cornell Woolrich ci risentiremo in seguito. Intanto Sherlock Holmes e il mostro dell’East End di Lyndsay Faye non va perso: Londra 1888. Siamo di fronte ad una lotta tremenda fra il nostro Sherlock e un assassino di prostitute che sta terrorizzando l’East End: Jack lo Squartatore (tanto per gradire). Uno scontro senza regole da rispettare, uno Sherlock agguerrito (suscita pure certi sospetti) come il suo avversario che soddisferà gli amanti delle sue avventure.

Sangue e neve di Jo Nesbø, Einaudi Stile Libero Big 2015.
sangue e neveOslo 1977. Freddo e neve. Freddo, neve e sangue che Olav (dislessico) sarà pure negato per guidare l’auto in fuga, per le rapine, la droga e la prostituzione ma come liquidatore è un asso. Non sbaglia un colpo. Ora, però, la faccenda si complica. Deve far fuori la moglie del suo capo Daniel Hoffman su comando dello stesso. Trattasi di Corina, dalle labbra alla Brigitte Bardot, capelli biondi, lunghe braccia snelle, pelle bianca, bianchissima. Chiaro che se ne innamora. E allora al suo posto liquida l’amante violento senza sapere che è proprio il figlio di Hoffman.
A questo punto la faccenda di cui sopra diventa ancor più complicata e pericolosa. Da solo non ce la può fare, urge l’aiuto di Pescatore, altro pezzo grosso della malavita in contrasto con Daniel per il controllo del mercato della droga. Da qui gli scontri violenti, le botte, gli spari, i morti ammazzati ed una testa tagliata che vola nell’aria.
Parte importante del racconto l’innamoramento di Olav per la prostituta Maria, zoppa e sordomuta, un amore tenero, delicato, vissuto da dentro. La storia si sviluppa su piani alternati, la realtà presente e i ricordi della madre alcolizzata e picchiata dal padre violento che segnano il destino di Olav, insieme ai ricordi di letture come I miserabili e spunti di filosofia alla David Hume. Sensazioni, sentimenti e turbamenti che si affastellano, si intersecano e scontrano fra di loro, l’amore violento e l’amore  dolce, quasi tremante.
Una narrazione in prima persona che va via spedita, fluida, ora dura e cruda, ora tenera e commossa, ora ironica. Ognuno si fa il suo film nella vita, si crea la sua storia, come la madre di Olav “viaggiando dentro una bottiglia”, come Olav stesso che ce lo confida “Voglio soltanto inventare storie”. Come questa.

zero assolutoZero assoluto di Michael Crichton, Garzanti 2015.
Il racconto di un nonno al nipote. Del radiologo americano Peter Ross a Todd che lo riprende con la videocamera per una ricerca scolastica. Spagna 1967, ventisei anni, altezza uno e ottantatré, peso ottantadue chili. Seguiamolo.
Deve tenere una relazione al congresso, ma chissà quante ragazze sulla spiaggia di Tossa de Mar! E in effetti ce ne sono dappertutto, tra queste Angela Lock, inglese “spettacolare: capelli neri, gambe lunghe e un bikini rosa shocking”. Bene (sarà la sua compagna di avventura). Solo per un attimo. Arriva un uomo basso dalla pelle scura “Non deve fare l’autopsia!”. Male, anche perché il nostro Peter cade dalle nuvole. Quale cavolo di autopsia deve fare? Glielo spiega poco dopo il gangster Robert Carrini: al fratello ucciso per inserire qualcosa nel suo corpo. Il quale corpo sparisce e tutti alla caccia del medesimo, dal “conte” al “professore” (non lasciatevi ingannare dai soprannomi) e Peter sballottato dappertutto, perfino in galera. Sue probabilità di sopravvivenza zero, zero assoluto.
Travestimento, fughe, sesso, amore e non amore, uomini e donne che non sono quello che sono, moribondi che bussano alla porta e stramazzano sul pavimento, lo smeraldo di Cortés, un cane che azzanna, un falco tremendo che fa una strage, velocità di scrittura, ironia, continue sorprese e citati pure gli scacchi. Una storia incredibile. Anche il nipote alla fine è dello stesso avviso e piuttosto sgomento perché “nessuno crederà a questa storia pazzesca”. Ma noi un poco sì, via, e ci sorridiamo sopra secondo intento dell’autore.

titoli di codaTitoli di coda di Petros Markaris, Bompiani 2015.
Atene oggi, ovvero la Grecia. In prima persona dal commissario Kostas Charitos. Picchiata la figlia Caterina dai fascisti di Alba Dorata perché avvocato difensore degli immigrati. Un piantone della polizia che ha visto tutto nega (sarà una grana). C’è poi Makridis, cittadino tedesco di origini greche, impiccato al lampadario. Sicuro suicidio, però ecco la rivendicazione “Andreas Makridis non è morto. L’hanno ucciso”. Firmato “I Greci degli anni ‘50”. In seguito altre rivendicazioni dagli stessi per due omicidi sicuri. Arma del delitto una pistola degli anni ’50. Si prospetta un collegamento tra i vari eventi ed anche un rapporto con la Guerra Civile.
Le indagini servono ad illustrare impietosamente la situazione economica e spirituale della Grecia: povertà, miseria, negozi che chiudono, tasse, mazzette, i maneggioni che ingrassano, sfruttamento dei braccianti, odio verso gli immigrati, burocrazia infernale, “non è questa la procedura” il ritornello stucchevole per non far iniziare i lavori e il lavoro stesso “una maledizione” per i greci, qualche frecciatina ai tedeschi che rompono con le riforme, momento di ironia dalla bocca del teutonico Uil, integrato benissimo “Passo col rosso, svolto dove è vietato e non mi interessa se qualcuno mi fa un gestaccio, e posteggio sul marciapiede se ho fretta” (sembra di essere in qualche parte dell’Italia). Spunti di vita familiare e sulla cucina greca con la ghemistà, pomodori ripieni di patate e calamaretti fritti, momento positivo nei centri di accoglienza. E il nostro Costas Charitos che se la deve vedere con i superiori, il marcio della polizia, i giornalisti rompipalle, gente di destra e di sinistra, la storia presente e passata del suo paese che si intrecciano fra loro. Ma chi sono questi benedetti Greci degli anni ’50? Già, chi sono?…

io sono tornatoIo sono tornato di Brian Freeman, PIEMME 2015.
Lake Wales, nella Florida. Festa del Labour Day. Un uomo vestito di nero con il passamontagna. Silenzio improvviso. Fuoco su Birch Fairmont, candidato a governatore della Florida. Poi è la volta di Lyle Piper, capo della campagna elettorale dello stesso Birch. Accusato e messo in galera un leader del movimento indipendentista e separatista.
Dieci anni dopo, mentre sta per arrivare l’uragano Shayla,  la moglie Diane lotta per lo stesso posto con Ramona Cortes. Ed è in pericolo secondo la minaccia scritta su un articolo di giornale al tempo del massacro “Sono tornato. Vi sono mancato?”. Ad indagare sul presente e sul passato Cab Bolton, figlio dell’ex star del cinema Tarla, un metro e novantacinque, collo lungo, capelli corti e pettinati con il gel come un riccio di mare, camminata dinoccolata, sempre vestito a puntino (non mancano nemmeno gli occhiali da sole Gucci), diamante di un carato all’orecchio sinistro. Sua amante Lala Mosqueda della polizia di Naples “cattolica, cubana, repubblicana”, in precedenza innamorato pazzo di Vivian Frost che lo aveva solo manipolato.
Altro personaggio importante per la storia è Peach, sorella di Lyle, che vive con l’altro fratello Deacon e indaga sulla morte poco chiara dell’amante Justin Keil a sua volta sulle tracce della verità riguardo all’avvenimento di dieci anni prima (e qualche segnale lo lascia). Indagini che si intrecceranno con quelle di Cab in un continuo crescendo di sorprese e colpi di scena, mentre l’uragano si fa sempre più minaccioso (un classico).
Dunque tutti gli ingredienti necessari per un bel thriller politico: il marcio delle elezioni e del potere, portaborse, mestatori di professione che qualcosa di sporco da trovare nell’altro c’è sempre, donne pericolose in carriera, spie, doppio gioco, corruzione. A ciò si aggiungano personaggi ambigui, il ricordo (spesso in corsivo) che si illumina col tempo, brevi spunti sull’assassino senza scoprirne l’identità, buon ritmo, azione, amore, sesso, mistero, segreti, colpi di scena sempre più ravvicinati fino all’esito finale che spiazza.
Refuso “Crab” al posto di “Cab” pag.38, tanto per essere pignoli.

Per gli amici scacchisti propongo due libri eccellenti del maestro internazionale John Watson: Un secolo di scacchi e I segreti della moderna partita a scacchi, Prisma editori 2000 e 2004. Una ricca investigazione sui mutamenti della concezione degli scacchi, sulla teoria e sul modo di affrontarli nella pratica.

Spiluzzicature
Alla Feltrinelli di Siena ho spiluzzicato abbastanza a lungo La giostra degli scambi di Andrea Camilleri, Sellerio 2015. La mia impressione è che ormai i personaggi camilleriani rimangano ingessati, almeno in parte, nella loro istintiva ripetitività (ma spero di sbagliarmi). E, sempre della Sellerio, mi sono messo ad occhieggiare La tombola dei troiai di Marco Malvaldi, con le gesta memorabili dei vecchietti del BarLume che un sorriso me lo strappano sempre. All’ultimo momento ho preso in mano Bella era bella, morta era morta di Rosa Mogliasso, Enne Enne editore 2015, un libriccino di 135 pagine e mi sa che lo becco anche solo per il titolo.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Ancora la mia fissazione storica (me la porterò nella tomba) con Documenti e testimonianze di Franco Gaeta e Pasquale Villani, Principato editore 1967, e qui mi sono fatto un giretto partendo dalla Regola di San Benedetto fino al Trattato di Mosca per la cessazione degli esperimenti nucleari del 25 luglio 1963. Mi sono soffermato soprattutto su certi documenti riguardanti la Rivoluzione francese (vedi i discorsi di Robespierre, per esempio) che mi ha sempre colpito sin da ragazzo quando mi sembrava allo stesso tempo un avvenimento terribile e fascinoso. Mentre, per esempio, quella americana non mi attirava mica tanto (misteri da studentello implume).

Un giretto tra i libri della mogliera
Vado ancora a scuriosare senza farmi vedere. I baci non sono mai troppi di Raquel Martos, Feltrinelli 2013, “Un inno alla vita e alla amicizia vera”. Inconfessabili segreti di Amanda Jennings, Newton Compton 2014. E qui mi sono un po’ preoccupato. O stai a vedere che… Meglio tenere gli occhi aperti.

Un giretto tra i miei libri
il buon informatoreIl buon informatore di John Banville, Guanda 2013.
Sin dall’inizio ci si accorge che qualcosa non va. Nell’informatore scelto dal famoso giornalista John Glass, un irlandese trapiantato da poco a New York che deve scrivere la biografia di William “Big Bull” Mulholland, pezzo grosso delle telecomunicazioni di cui è diventato genero sposando la bella Louise (quarantotto anni ma ne dimostra trenta). Un informatore alto, magro, “con la testa troppo piccola per la sua corporatura e un pomo d’Adamo grande come una palla”. Un lemure. Un lemure un po’ troppo curioso.
È da questo “lemure” che iniziano le grane (“Ma io so qualcosa che vi farà a pezzi”) e arriva il morto ucciso con un colpo di pistola nell’occhio sinistro che ricorda un’altra vicenda del passato, più precisamente il suicidio di Charles Varriker, collaboratore di William Mulholland. Indaga il capitano Ambrose “la faccia di un martire di El Greco, con occhi scurissimi e sofferenti e il naso simile alla testa affilata di un’ascia di pietra”. Ma non sarà lui il protagonista. Al centro il nostro Glass, la sua storia personale con tutti i suoi problemi, la moglie (ricca) che non ama più, l’amante, l’ombra potente e minacciosa del suocero, un figliastro che non ha mai sopportato.
Scrittura veloce, energica, tagliente che va al cuore delle cose e sbozza i personaggi con pochi tocchi. La storia di una famiglia, i suoi segreti, i ricordi che si affollano nella mente del protagonista, un matrimonio finito che rimane in piedi per pura facciata, per pura apparenza, la vita che scorre con un senso di ineluttabile fatalità.
Insomma un avvicendarsi grigio in cui tutti, secondo uno dei personaggi, sono colpevoli. Ma chi è il vero colpevole?

il canarino da cacciaIl canarino da caccia di Erle Stanley Gardner, Mursia 2011.
Un libretto leggero della collana “INDIZI” di un grande del romanzo poliziesco. E un personaggio, Lester Leith, che non tutti i lettori conosceranno, a differenza del mastodontico Nero Wolfe entrato ormai a far parte della coscienza popolare. E dunque Lester Leith, una specie di ladro gentiluomo, fisico asciutto, agile e furtivo nei movimenti (altrimenti che ladro è) che fuma una sigaretta dietro l’altra come fossero un toccasana per i polmoni e ogni tanto ride pure sotto i baffi. È lì in casa sua con il domestico Scuttle (in realtà un poliziotto sotto mentite spoglie) ad ascoltare una storia di gemme rubate da un collega (ladro internazionale), portate in una stanza del Palace Hotel e misteriosamente sparite, dopo che il ladro è stato legato mani e piedi ad una sedia e pugnalato al cuore.
Il piano di Scuttle e del suo superiore, il sergente Arthur Ackley, è chiaro: lasciare che Leith ritrovi il bottino per prendersi tutto il merito.
La decisione di Lester è sbalorditiva. Per risolvere il mistero occorre una cleptomane (lui già ne conosce una, Bessie Bigelow) e un canarino da caccia in una gabbia!
Incredibile eh! Ma qui si tratta di Gardner che mescola sapientemente astuzia, intelletto e movimento. Siamo al tempo di Hammet e Chandler “dove azione e investigazione si alternano a ritmo serrato”. Questo interessante Lester Leith nasce prima di Mason e continua pure dopo per una trentina di racconti.

il carneficeIl carnefice di Francesca Bertuzzi, Newton Compton 2012.
Chiusura di un bar a San Buono. Mentre il proprietario, Drug Machine, se ne ritorna a casa, Danny, la barista sua amica, una negra di origine africana, viene aggredita da un bestione con i denti marci e l’alito da cloaca massima. Salvata da Drug ritornato indietro evidentemente spinto da un brutto presentimento. Trentacinque anni, enorme, faccia da figlio di puttana, lentiggini a dargli un’aria da bambino. Non vi dico la fine del povero assalitore.
Due parole su Danny. Un bel tocco di figliola venuta dall’Africa centrale con la madre e la sorella Khanysha, “aiutati” da fratel Pio che si sbatteva regolarmente la madre come prezzo per il suo “aiuto”. Morta la sorella di meningite e la madre praticamente di dolore rimane sola con il cane Huan a farle compagnia. Al ritorno dall’ospedale, causa del bestione, trova un messaggio con il quale Khanysha chiede aiuto. Allora è ancora viva? Chi ha redatto il certificato di morte ha mentito? Iniziano le indagini con Drug e con l’amico Mariolino che lavora nella polizia. Intanto c’è da pagare un bel malloppo alla fascinosa di turno, Bonnie, che sembra sappia molte cose. Aggiungo scena di sesso lesbico, traffico di pietre preziose e di povere ragazzine sfruttate. Scontro finale con pistolettate da tutte le parti.
Qualcuno ha citato Lansdale, qualcuno il pulp. Mi è venuto un groppo in gola. Per Lansdale, per il pulp e per chi ha citato Lansdale e il pulp.

il caso dei libri scomparsiIl caso dei libri scomparsi di Ian Sansom, TEA 2011.
Israel, inglese cicciottello mezzo ebreo, mezzo irlandese, con “un completo di velluto a coste marrone spiegazzati e sgualciti”, occhialini rotondi con montatura dorata, un “disordinato ciuffo di capelli ricci”, piccolo e “pienotto”, valigia logora, vegetariano, Nurofen a portata di mano, arriva da Londra a Tudrum nell’Irlanda del Nord, per diventare bibliotecario della biblioteca, appunto, di questa cittadina.
Primo passo sopra una cacca di cane e ci si immagina già il seguito. Biblioteca chiusa e libri scomparsi. Quindicimila! Dove sono spariti? Da qui le indagini del nostro imbranato su una specie di catorcio che casca da tutte le parti guidato dall’autista Ted. Da qui una serie cospicua di “Ahia!” che punteggiano i suoi momenti di dolore fisico dovuti ora ad una caduta, ora ad un cazzotto sul naso, ora ad una ginocchiata all’inguine o all’immancabile pastore tedesco che gli salta dietro.
Alloggiato in una stia per polli (sì, avete capito bene), alle prese con una cultura diversa dalla sua, sempre sotto pressione, praticamente costretto a digiuni forzati e bevute più o meno libere che gli fanno saltare le budella. Citati pure gli scacchi (che interessa solo a me).
Israel cerca invano di ribellarsi ai continui soprusi e nello stesso tempo continua imperterrito la sua ricerca fino a quando arriva l’illuminazione. Scrittura veloce, basata soprattutto su lunghi dialoghi (qualcuno stiracchiato), ritmo incalzante con un finale semplice e convincente e pure educativo. Insomma una piacevole lettura per rilassarsi dopo qualche malloppone sanguinolento.

Il caso MaloneyIl caso Maloney di Graham Hurley, TimeCrime 2012.
Siamo a Portsmouth, città povera e violenta dell’Inghilterra. Difficile vivere qui da semplice cittadino ma anche da poliziotto. Ne sa qualcosa l’ispettore Joe Faraday alle prese con malviventi ed un sistema poliziesco che non gli piace. Soprattutto il metodo poco ortodosso di Paul Winter che basa il suo lavoro sullo sfruttamento degli “informatori”. Il caso nuovo è la scomparsa di Stewart Maloney (prima, a dir la verità, c’è la morte a calci di un uomo), docente a contratto all’università, denunciata dalla figlia di nove anni. Qualche breve indagine lo convince che Stewart è stato ucciso in contrasto con le opinioni di certi colleghi che si trovano impegnati soprattutto nella operazione “Red Rum”, tesa a mettere le mani su un grosso commerciante di droga.
Faraday, comunque, continua testardo nelle sue ricerche, colpito dai ricordi della moglie morta prematuramente e dal problema del figlio nato sordo con il quale è riuscito a stabilire un certo tipo di comunicazione, basato sul volo degli uccelli. Attorno a questo personaggio ruota una squadra di lavoro con le caratteristiche personali e le problematiche della vita di ognuno in una società violenta (droga, furti, scassi, rapine), tra l’indifferenza della polizia che cerca pure di mettere i bastoni fra le ruote a chi vuole compiere il proprio dovere.
Una patina di malinconia che corre lungo tutta la storia insieme ad un senso di impotenza e frustrazione.

Dalla nostra incommensurabile Patrizia Debicke (la Debicche) riceviamo…
Giallo metropoliGiallo metropoli di AA. VV., PIEMME 2015.
Ancora un antologia con connotazione storica a tinte noir e rigorosamente con ambientazione milanese, affollata di firme di spicco. Lo spunto era quello di partire da crimini realmente accaduti sui quali costruire una novella. Ne è uscita una strana antologia poliedrica dove la fiction è più un’ospite che non la protagonista vera e propria e in cui, invece, dominano soprattutto i contenuti saggistici.
Comunque, facendo un breve commento per ogni brano in ordine di pubblicazione e autore, comincio con il funambolico e sfizioso caso del rag. Olivo, truce squartatore della moglie, romanzato da Rosa Teruzzi. Poi Simone Sarasso ricostruisce con perizia vita morte e miracoli di Renato Vallanzasca e Paolo Roversi ci ricorda puntualmente la rapina di via Osoppo a opera di Luciano de Maria e della sua banda, confessando senza paura che da questi dati nasceranno i famosi Milano Criminale e Solo il tempo di morire. Luca Crovi fa il jolly e approfitta dello spaventoso caso della fuoruscita dei gas tossici dell’Icmesa per costruire una favola cattiva da bambini grandi. Giovanni Zucca regala toni tristemente avventurosi alla rapina a un porta valori nel 1999, in memoria dell’agente scelto Raiola. Una crudele realistica ballata di Nicoletta Vallorani per l’odissea di Lea Garofalo, uccisa e sciolta nell’acido dall’amante Carlo Cosco perchè diventata una confidente della polizia.
Abbiamo più fiction nell’orrenda e quasi orgiastica sinfonia di morte legata a uno strafatto e distorto tipo dei quartieri alti di Sergio Altieri, che mi pare riprenda, ingigantendolo, un racconto che conoscevo, e un azzeccato tocco di fantascienza del trio Besola, Ferrari, Gallone per descrivere il botto contro il grattacielo Pirelli dell’aereo pilotato dallo svizzero suicida.
Massimo Picozzi ci parla delle confidenze/confessioni, che ricostruiscono le vite di Sante Pollastri e del Bandito Ezio Barbieri, che guidò la rivolta dei detenuti di San Vittore.
Massimo Polidoro ci offre una lucida e puntuale relazione del suicidio del mitico Raul Gardini. E in chiusura Cristina Cattaneo, da grande antropologa e scienziata qual è, delinea un calibrato quadro storico criminale della Metropoli/Milano nei secoli.

tre cadaveri sotto la neveTre cadaveri sotto la neve di Franco Matteucci, Newton Compton 2015.
Alla terza indagine, sfoderando la zampata da maestro, Franco Matteucci mette subito la sua creatura – Lupo Bianco, al secolo Marzio Santoni, ispettore del piccolo paesino di Valdiluce – a testa in giù sotto una valanga. Poi lo fa tirare fuori pesto, dolorante senza niente di rotto ma furibondo perché quell’improvvisa valanga che lo ha travolto non ha niente di “accidentalmente” naturale. Eh no! Salta fuori che è un tentativo di assassinio bello e buono. E, come se non bastasse, la libraia del luogo, Leni detta l’Orsa, è scomparsa senza motivo. C’è forse un legame tra questi due fatti?
Certo è che il raccapricciante ritrovamento del cadavere della donna, con la lingua tagliata, sepolto sotto un tumulo di neve, ricoperto di rami disposti secondo uno strano schema al centro di una radura, davanti a un abete, spogliato di tutta la corteccia, potrebbe indicare uno spaventoso rito esoterico, culminato in un sacrificio umano. O si tratta invece di una messa in scena?
Benché il suo straordinario odorato non l’abbandoni mai, questa è un’indagine pesante come un macigno per Lupo Bianco, alias Marzio Santoni, anche in crisi di astinenza con la sua bella Ingrid lontana a gareggiare sulle nevi della Coppa del Mondo.
Troppi gli indiziati e le possibili piste che si biforcano. Per sbrogliare il caso, o meglio i casi, Santoni e il suo fidato assistente Kristal Beretta, gran mangiatore di cioccolatini, testimonial della Ferrero, dovranno riuscire a imbroccare quella giusta scandagliando gli indizi e soprattutto districandosi tra i non richiesti pettegolezzi e l’omertoso silenzio dei valligiani.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti