È così che si uccide di Mirko Zilahy

È così che si uccideMirko Zilahy
È così che si uccide
Longanesi 2015

Sullo sfondo di una Roma umida e piovosa, un serial killer si muove nell’Ombra. Semina morte, invia email criptiche (che si chiariscono una volta rinvenuti i cadaveri – ahimè troppo tardi), lascia macabri indizi. Talmente macabri che il questore Gugliotti decide di affidare il caso al suo uomo migliore: il commissario Enrico Mancini, formazione da profiler e master negli Stati Uniti, un’eccellenza della Polizia di Stato. Mancini, reduce da un lutto familiare, vorrebbe dedicarsi unicamente al caso che lo ossessiona, la sparizione dell’oncologo che ha avuto in cura sua moglie, ma alla fine accetta a malincuore di occuparsi dell’Ombra (così è stato soprannominato il serial killer), a condizione di poter scegliere la squadra che lo affiancherà: il suo vecchio maestro Carlo Biga come consulente, la fotografa Caterina De Marchi, l’Ispettore Walter Comello e l’anatomopatologo Antonio Rocchi.

Nel giro di pochi giorni si scatena una lotta contro il tempo. La Squadra deve evitare che ci siano altre vittime. L’Ombra deve condurre a termine la sua missione. Ma sulle scene del crimine non ci sono tracce, non ci sono impronte. Bisogna lavorare sul movente e sul modus operandi. Solo svelando il legame fra le vittime sarà possibile fermare l’Ombra…

La matita rossa di Marisa aveva cerchiato un paragrafo: «L’anamorfosi è una tecnica pittorica per cui un oggetto viene dipinto in modo che, guardando il quadro frontalmente, risulti invisibile. Se ti sposti, vedi l’oggetto. Ora, insisto, il mondo visto frontalmente è illeggibile». (p. 338)

Al suo esordio nel genere, Mirko Zilahy piazza i suoi tormentati personaggi in zone semisconosciute di Roma: Montesacro (Città Giardino), Ostiense (Gazometro), Testaccio (Mattatoio), Ostia (il Mitreo), la zona del Tevere. Lontano dal centro turistico e dai palazzi del potere, una squadra di onesti lavoratori deve fermare un assassino. Tra colpi di scena, intuizioni fortuite, incidenti di percorso e umori altalenanti, il caso arriverà ad un drammatico epilogo. Drammatico come il movente del serial killer, che a poco a poco si svela in tutta la sua dolorosa persistenza. Finale risolutorio che però non impedisce al lettore di chiudere il romanzo con l’amaro in bocca.

Un esordio ben riuscito che avrà certamente un seguito.

Mirko ZilahyQualche domanda a Mirko Zilahy

AB – La laurea in lingue, il dottorato in Irlanda, la passione per la letteratura, le traduzioni (tra cui quella, importante, di Il cardellino di Donna Tartt). E poi? Quando hai capito che era arrivato il momento di spiccare il balzo, di passare alla scrittura di un romanzo “tutto tuo”?
MZ – MI piace la scrittura in tutte le sue forme e prima o poi avrei dovuto mettermi alla prova con quella “creativa”. Il balzo l’ho compiuto quando ho deciso di mettere a tacere un sogno ricorrente, un incubo ad occhi aperti che ho fatto per tanti anni e che mi perseguitava. Mi sono detto: vediamo se mettendolo su carta… È stata una grande scoperta.

AB – Perché un romanzo di genere?
MZ – Perché il thriller era quello di cui avevo bisogno per parlare di vendetta, di morte di dolore e senso di giustizia in modo netto, senza preoccuparmi di addolcire la pillola.

AB – Come è stato trovarsi dall’altra parte della barricata? Se come traduttore avrai spesso dovuto confrontarti con gli autori che traduci per rendere il senso compiuto di un brano, come ti sei trovato nel gestire la tua libertà di autore e il rapporto con l’editor?
MZ – Tutto molto strano, sapevo tutto ma cadevo nelle tentazioni e negli errori in cui cadono tutti gli autori prima o poi. Affezionarsi troppo alle proprie parole, soprattutto.

AB – Roma, Latina. Si scrive di ciò che si conosce. Tu hai raccontato di luoghi che conosci con descrizioni dettagliate: un abitudine che nasce dalla televisione, dall’immaginare visivamente ciò che si scrive, o da altro?
MZ – La precisione delle mie descrizione nasce dallo studio sulla carta, in biblioteca, negli archivi, delle mappe e della storia dei monumenti dell’archeologia postindustriale. La mia immaginazione non parte dalla realtà, né da un’immagine fotografica o televisiva, è un’immaginazione che vive dalla componente ritmica, sonora delle parole, della prosa. Gli oggetti e i luoghi esistono prima come suoni poi si combinano per costruire immagini o scene.

 

La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi

la ragazza nella nebbia_Sovra.inddBrillante ritorno di Donato Carrisi con un thriller destinato al grande schermo.

La ragazza nella nebbia” del titolo è Anna Lou Kastner. Scomparsa – come spesso accade: senza alcun preavviso – qualche giorno prima di Natale.
Il paese, una comunità montana isolata ma resa ricca dalla scoperta di un giacimento di fluorite, si raccoglie intorno alla famiglia. La Polizia indaga. La madre promette di lasciare l’albero di Natale intatto fino al ritorno di Anna Lou. Ma della ragazza non c’è traccia.

Nessuno era in grado di spiegare perché un crimine diventava improvvisamente più popolare di altri.
Ma erano tutti concordi che esistesse un elemento imponderabile.

Perché il caso di Anna Lou ottenga tutta l’attenzione necessaria bisogna che le indagini non rimangano circoscritte al paese. Serve che l’intera Nazione punti gli occhi sul caso. Questo è l’obiettivo del detective Vogel, una vecchia volpe dei casi di cronaca, una brillante carriera portata avanti sotto le luci dei riflettori, offuscata solo da un recente, bruciante fallimento (che tuttavia egli difende ancora come un proprio successo).

Se i media non si fossero interessati al caso, se l’opinione pubblica non avesse deciso di «adottare» Anna Lou, i loro superiori non avrebbero accordato le risorse necessarie a svolgere al meglio l’indagine.

Vogel interviene prontamente sulla scena con il suo abbigliamento elegante e le sue convinzioni. La strategia? Presto detto: far sì che l’opinione pubblica si focalizzi su Anna Lou. Portare in paese giornalisti e telecamere; far trapelare un’indiscrezione qua, un indizio là, fino a portare “la gente” a chiedere a gran voce un colpevole. Uno qualunque, chicchessia. E a quel punto offrire in pasto al tribunale popolare un presunto colpevole.
Il professor Martini, in questo caso: un uomo senz’alibi, estraneo alla comunità, con un segreto che lo ha portato a cambiare vita, insieme alla moglie Clea e alla figlia adolescente.

«Lo sbirro che le dà la caccia si chiama Vogel.» L’avvocato aveva pronunciato il nome con tono preoccupato. «Non lo definirei un investigatore di prima categoria e nemmeno un segugio. Non ha competenze criminologiche e non gli interessano cose come reperti della Scientifica o dna. È uno che per raggiungere lo scopo si serve dei media.»

“La gente” ci mette un attimo a condannare il presunto colpevole. Pur in assenza di prove – e il procuratore sottolinea costantemente questa mancanza – il verdetto popolare è unanime e senza appello.

O forse no?

Le ultime pagine rivelano la più nascosta delle verità, in quella notte in cui “tutto cambiò per sempre”.

Donato Carrisi
La ragazza nella nebbia
Longanesi, 2015

Il ponte delle spie (2015)

il ponte delle spieJames Donovan: Aren’t you worried?
Rudolf Abel: Would it help?*

Straordinario regalo di queste feste Il ponte delle spie (Bridge of Spies, 2015), l’ultimo potente film di Steven Spielberg, sceneggiatura dei fratelli Coen. Una storia di spionaggio e di eroismo, di gesti “forti”, di valori umani al primo posto.
Il colonnello Rudolf Abel (Mark Rylance) è – forse – una spia russa. Arrestato in territorio statunitense, rischia di essere condannato alla pena di morte. La difesa d’ufficio viene affidata all’avvocato Donovan (Tom Hanks), che inizialmente assume l’incarico per dare lustro allo studio legale in cui lavora, poi si appassiona al caso. In un delicato bilanciamento di principi giuridici, valori etici e lungimiranza, Donovan porta avanti la sua battaglia fino alla Corte Suprema (da brividi la sua orazione, che stando a Wikipedia è quella originale).
In qualche modo riesce a salvare la vita di Abel, ma la fama di “difensore della spia russa” gli procura la diffidenza, se non l’odio, dei colleghi, dei vicini e dei semplici conoscenti.
L’occasione di riscatto si presenta quando il pilota di U-2 Francis Gary Powers viene preso prigioniero e trattenuto dai Sovietici. Stessa sorte tocca a Fredric Pryor, uno studente di Yale che rimane bloccato a Berlino Est nel momento in cui viene eretto il famigerato Muro. Siamo in piena Guerra Fredda. Tutti spiano tutti, tutti tramano alle spalle di tutti. Donovan è solo, la copertura della CIA non gli garantisce immunità.
Può contare solo sulle proprie capacità.

La ricostruzione storica non è meticolosa (le sezioni Trivia e Goofs su IMDB ve lo confermeranno) ma è estremamente suggestiva. Tom Hanks è grandioso (uno “Stoikiy muzhik” in odore di Oscar?) ma anche Mark Rylance dà vita a uno straordinario personaggio. Non un cattivo, ma un “diversamente buono”.
Il ponte che dà il titolo al film è il Glienicke Bridge di Potsdam.
Da vedere perché è una bella storia, emozionante e istruttiva, ispirata a una storia vera. Una storia con molti grigi che propone un punto di vista differente.

* “Non è preoccupato?”
“Servirebbe?”

Dal libro al film: “Bambino 44” di Tom Rob Smith

bambino 44Tom Rob Smith
Bambino 44
Sperling & Kupfer, 2008

È stato il caso editoriale del 2008: Bambino 44, opera narrativa che ha segnato il felice esordio di Tom Rob Smith, sceneggiatore inglese (allora) non ancora trentenne, è diventato un film. Child 44, con la sceneggiatura di Richard Price e la regia di Daniel Espinosa, è nelle sale in questi giorni. Cast stellare, film in odore di blockbuster: ne riparleremo dopo la visione.

Intanto, però, il libro. Introdotto da un incipit folgorante:

Come inizia.

Unione Sovietica
Ucraina
Villaggio di Červoj
25 gennaio 1933
Dato che Marija aveva deciso di morire, il suo gatto avrebbe dovuto arrangiarsi da solo. Lo aveva già accudito molto più di quanto fosse sensato e ragionevole per un animale domestico. Gli abitanti del paese avevano da tempo catturato e mangiato topi e ratti. Gli animali domestici erano spariti poco dopo. Tutti tranne uno, quel gatto, il compagno che lei aveva tenuto nascosto. Perché non lo aveva ucciso? Aveva bisogno di qualcuno per cui vivere, qualcuno da proteggere e amare; qualcuno per cui sopravvivere. Si era ripromessa di continuare a dargli da mangiare fino al giorno in cui non avesse più avuto nulla da mangiare lei stessa. Quel giorno era arrivato. Aveva già tagliato a striscioline gli stivali di pelle per bollirli con semi di bietola e ortiche. Aveva già dissotterrato lombrichi, succhiato la corteccia degli alberi. Quella mattina, in un febbrile delirio, aveva rosicchiato la gamba dell sgabello di cucina, finché non si era ritrovata le gengive piene di schegge di legno. Nel vederla, il gatto era scappato a nascondersi sotto il letto, e si era rifiutato di venire fuori anche quando lei si era inginocchiata chiamandolo e cercando di convincerlo con le buone. Quello era stato il momento in cui Marija aveva deciso di morire, non avendo più niente da mangiare né niente da amare. […]

La trama.

1933, Unione Sovietica. In un villaggio sperduto due bambini vanno in un bosco, di notte. Sono affamati, danno la caccia a una preda prelibata: un gatto. Uno dei due ragazzini è imbranato, molliccio e miope, cerca l’approvazione del fratello. In quel bosco, quella notte, succede qualcosa.
1953: l’Unione Sovietica è una società paranoica in cui tutti sospettano di tutti. Il nostro protagonista, Leo Demidov, è un poliziotto della polizia politica stalinista: ha paura, come tutti gli altri, di essere oggetto di informative, di finire in un rapporto (perché questo significherebbe l‘arresto, la prigione, e forse peggio). Leo si imbatte nell’omicidio di un bambino ma non lo affronta come dovrebbe. Perché deve seguire un caso più importante, perché questi sono gli ordini. Sta di fatto che le cose precipitano rapidamente.
A un certo punto il lettore intuisce che siamo di fronte a un serial killer, ma anche che le indagini non saranno semplici. Leo dovrà affrontare una lunga crisi, sul piano personale e sociale, e dare risposta a una serie di interrogativi dolorosi, prima di arrivare alla soluzione del caso e riuscire a redimersi.

Quando Bambino 44 uscì, ebbi la fortuna di assistere a una presentazione con l’autore e Carlo Lucarelli. Ecco cosa si disse in quell’incontro.

Bambino 44 è, come tutti i grandi romanzi, tante cose. È un thriller da manuale, è un affresco storico, è la storia di rapporti personali e familiari e di un contesto sociale istericamente paranoico. Per Tom Rob Smith l’etichetta di thriller è una scelta felice, perché predispone il lettore nello stato d’animo di doversi attendere “qualcosa”. Allo stesso tempo però si tratta di una cornice che, insieme all’ambientazione storica, l’autore ha utilizzato per raccontare la storia in cui si è imbattuto. Bambino 44, infatti, può essere letto anche come un romanzo storico. Smith si è ampiamente documentato attraverso libri, diari e memorie. “Questo è un libro fatto di personaggi che di solito non sono nei manuali di storia, di persone ordinarie. La mia fortuna è che a quel tempo la polizia segreta confiscava i diari segreti alla ricerca di prove di reato. In questo modo hanno preservato diari personali di 50, 60 anni fa in cui c’è il racconto dei dettagli della vita di persone normali e c’è la registrazione delle emozioni  del momento”.
La scelta dell’ambientazione fisica e temporale non è, ovviamente, casuale: “Non ho scelto il Paese, il Paese ha scelto me. Non avevo motivo di spostare l’ambientazione della vicenda, che è una vicenda vera, quella di Andrej Chikatilo, un serial killer degli anni Ottanta. Ho però cambiato il periodo storico. Negli anni Ottanta la Russia non era più così autoritaria, così ho scelto gli anni Cinquanta per dare il senso di pericolo. In quel periodo anche la vita più ordinaria che si possa immaginare era comunque soggetta a pericolo di denuncia da parte di altri“.
Bambino 44 ci porta in questa dimensione di pericolo dell’individuo di fronte al potere. Quando arrestano Chikatilo la notizia viene pubblicata dai giornali. Ma se fosse successo nel 1953 i giornali non avrebbero scritto nulla, perché ci sarebbe stata una forma di dissenso di Stato, di negazione della realtà: ‘Da noi queste cose non succedono‘.

**

L’agente del KGB Leo Demidov è protagonista di altri due romanzi: Il rapporto segreto e Agent 6. L’ultimo romanzo di Tom Rob Smith è La Casa.

 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2015

Fabio Jonatan JessicaQuesta volta niente seduta gabinettistica (sospiro di sollievo dei lettori) ma un breve excursus sulle mie letture giallistiche che risalgono alla notte dei tempi con pistolotto finale (sospiro di sofferenza) preparato anche per il blog di Omar Di Monopoli.

In primis furono le camere chiuse, ma chiuse chiuse, dove non passava nemmeno uno spillo a contenere morti ammazzati che ti facevano saltare in aria il cervello a forza di spremere le meningi per capire l’inghippo (come aveva fatto l’autore a infilarli lì dentro?). E allora non c’era altro che aspettare con ansia crescente la famosa riunione finale in cui formidabili segugi, capaci di far passare dalla cruna dell’ago il classico cammello insieme a un brancata d’elefanti, ti risolvevano il problema lasciandoti a bocca spalancata (ma guarda un po’, non ci avevo pensato), anche se qualche volta la soluzione si presentava talmente cervellotica che ci scappava un vaffa di tutto cuore.

Conan Doyle manuscriptErano, quelli, i tempi d’oro (l’ho già scritto ma lo ripeto) dei lungagnoni elementari, dei ciccioni orchideati, dei nobili monocolati, delle zitelle marpleolate, sferruzzanti e cavalline, dei pretucoli ombrelliferi, dei vocioni arcontoni, delle teste d’uovo, dei piccoletti fumantini, dei dottoroni sanscritoni, degli scienziatoni belloni che avrei concesso un matto affogato all’avversario sulla scacchiera per essere lì, a seguirli nelle loro diaboliche imprese.
E che imprese! Con gli occhi fissi sul maggiordomo sospetto, la polizia dall’aria perennemente ebete, i gemelli che ogni tanto spuntavano improvvisi, lettere anonime esplosive, il passato tremendo che non ne voleva sapere di rimanere lì dov’era e ritornava funesto, una miscela robusta di veleni che irrigidivano al solo fiutarli, testamenti veri e fasulli, false piste, insieme ad un incrociarsi di orari inestricabili, da far perdere la bussola al lettore più smaliziato. E, insomma, tutti fermi e immobili, qualche passeggiatina, via, senza troppa fatica, la pioggia, il lampo, il tuono, il miagolio del gatto, un pizzico di gotico a scivolare brividoso lungo la schiena. Chi correva a rotta di collo erano le famose cellule grigie che non stavano ferme un minuto, tutte a ballonzolare come in una frenetica macarena.

hardboiled bannerIl movimento venne dopo con gli assatanati della hard boiled americana che se si riposavano un attimo era per riprendere fiato. Il delitto riportato alla gente che lo commette (ovvìa!), come disse quel tizio niente male. Una sbirciatina dentro ai personaggi e poi tutto fuori, corse, agguati, inseguimenti, da un posto all’altro, da una città all’altra. Che ci sia il sole, la neve, il vento o la burrasca importa assai. Basta mulinar gambe o pigiare sull’acceleratore. E cazzottoni, ginocchiate nelle palle, manganellate in testa, pistolettate impazzite. Già, la pistola, che diventava quasi un personaggio pure lei dotato di vita propria, per toglierla agli altri.
Via il villaggio antico e sonnolento, largo alla città terribile e selvaggia. Via ai pasticcini, al tè, al rosolio, alle torte fatte in casa, largo alle bistecche al sangue, alle patatine fritte, ai salsicciotti fumanti, al whisky, al bourbon, al cognac, ai liquori forti che ti spaccano lo stomaco insieme al fumo denso di sigarette micidiali che fanno tossire anche il lettore. Via alle zitelle pettegole, agli omini buffi coi baffi, agli strimpellamenti violineschi, al bon ton, al lindore, alla pulizia, largo al maschione virilone o malinconico, bastardo o integerrimo, stravaccato in uffici polverosi con i piedi sulla scrivania, a femmine fatali, a bambole che ti fanno girare la testa, a scontro di bande sanguinolente, a poliziotti marci, a locali notturni gremiti di fauna animalesca, al linguaggio duro e violento. D’accordo, ho banalizzato semplificando all’eccesso, ma non voglio scrivere un trattato. D’altra parte, per esempio, il creatore del ciccione orchideato ha messo insieme, furbescamente, i due aspetti infilando, accanto al pachiderma poltronista, un puledro che non sta mai fermo.
Poi (uso il “poi”, solo per convenienza, che spesso le letture sono in concomitanza) mi sono buttato sugli oscuri meandri della psiche, sul giallo cosiddetto psicologico. Con un pizzico di tremore che qualche problemetto ancestrale me lo devo essere portato dietro sin dalla nascita. Dicevo del giallo psicologico e psicanalitico, dove all’autore non interessa tanto il fattore esterno della vicenda, quanto quello interno dei personaggi: i loro sogni, i desideri, i dubbi, le paure, gli incubi. Del presente e, soprattutto, del passato  che riemerge (anche qui) sempre terribile con l’angoscia che ti stringe alla gola ad ogni voltar di pagina e grassa se alla fine rimani soltanto con un allegro tremore alle mani.
Aggiungo il giallo umoristico che solleticava la mia innata natura paesana alla risata, allo scherno, alla presa in giro (sempre in tono amichevole e perfino affettuoso). Non che in altri libri, pure della golden age, manchi l’umorismo. Basta seguire certi  tipi che il sorriso l’hanno stampato addosso. Parlo del giallo (inteso in senso lato) sgangherato, cucito su personaggi strambi e sgangherati che ti fanno sganasciare con i loro piani geniali immancabilmente buttati all’aria. Parlo di quelle storie pulpesche dove l’incasinamento verbale mischia insieme l’assurdo, il grottesco, l’horror e chi più ne ha più ne metta come in una frenetica cavalcata selvaggia.
Non mi sono fatto mancare niente. Neppure i polpettoni dalle caterve di sangue e sperma e di morti ammazzati, sparati, spaccati, sbudellati, segati, randellati, sezionati che ti sbucano da tutte le parti, perfino dal water nel momento più delicato e intimo della giornata. E nemmeno i gialli storici che spaziano per ogni dove, dal paleolitico ai giorni nostri, in cui celeberrimi personaggi, in altre faccende affaccendati, sono costretti, obtorto collo, a seguire orme sanguinose (e mi immagino gli accidenti sottovoce).
Voglio dire che ho battuto diverse strade, diverse vie piuttosto dissimili fra loro. E, dunque, il pistolotto finale è solo un invito a chi mi segue a non adagiarsi su un solo cliché di lettura. Siate curiosi, sperimentate, amate la diversità delle storie e della vita. E che il Signore ce la mandi buona e senza vento.

la vedova beffardaMi butto subito sui miei G.M. E dunque La vedova beffarda di Carter Dickson che ci ripropone il gigantesco Henry Merrivale seguito dalle sue caratteristiche imprecazioni. Qui il succo del discorso è costituito da una serie di lettere anonime al veleno, scritte a macchine e firmate “La Vedova”, di stampo soprattutto sessuale che gettano scompiglio nel classico villaggio inglese Stoke Druid “antico e sonnolento”. Mettono in crisi soprattutto i rapporti amorosi e arriva, addirittura, l’apparizione della Vedova stessa in una stanza chiusa dall’interno ad impaurire uno dei personaggi. Spiegazione finale che lascia un po’ perplessi con la luna che si affaccia dappertutto ma a Carr si può perdonare. La mano, spesso, è quello che conta. E leggerei volentieri il suddetto anche se scrivesse emerite stronzate.

Proseguo con Terrore al villaggio di Henry Wade.
terrore al villaggioGreat Norne, ancora uno dei tanti piccoli villaggi inglesi dove accadono le cose più incredibili. Siamo al tempo del trattato di Monaco nel 1938. Praticamente una serie di sospetti suicidi e di omicidi (non sospetti) a gettare nel panico gli abitanti del suddetto villaggio. Una sola spiegazione: trattasi di un pazzo assassino “uno troppo furbo per farsi prendere o anche solo per essere sospettato”. Brivido ingigantito dalla pioggia insistente e da un “vento terribile” che soffia a folate violente. È un racconto lento questo di Henry Wade, con indagini lunghe, meticolose, complesse, ricche di dubbi e possibilità (si pensa anche ad un complotto religioso) con l’intervento di personaggi minori, ben caratterizzati, a creare una vicenda corale, un’atmosfera sempre più tesa e incalzante fino all’epilogo.

tutto quel bluAggiungo Tutto quel blu di Cristiana Astori che già avevamo incontrato in Tutto quel nero e Tutto quel rosso con Susanna Marino (soffre di narcolessia) che riesce a venir fuori da una situazione drammatica scaturita dalla sua passione per il cinema horror. Piccola oasi di pace le visite alla videoteca. Ma occorre lavorare e l’unica possibilità che si presenta è quella del recupero di un film introvabile (per essere più precisi una copia pirata in videocassetta), mai distribuito e assai ricercato dai collezionisti. Il tratto distintivo dei libri della Astori è la velocità e la freschezza giovanile della scrittura tra musica, film, libri e quel pizzico di mistero che gira fra i personaggi. Immersi, questa volta, in un blu che non promette niente di buono. Finale in crescendo con ripetuti colpi di scena nel solco di una lunga tradizione e dunque piuttosto prevedibili (fuga, inseguimenti, qualcuno che sta per spararmi però c’è un altro che mi salva).
Tra i libri che hanno suscitato discussioni e pareri diversi abbiamo La carne e il sangue di Maureen Jennings con il detective Murdoch ambientato a Toronto. Proprio per questo lo leggerei per sapere da che parte schierarmi.
Concludo con Tre donne del mistero di Dorothy L. Sayers, Ngaio Marsh e Mary Roberts Rinheart, Mondadori 2014, presentato superbamente da Mauro Boncompagni. Qui la recensione.

la rocca maledettaPer la Polillo, che ci propone la riscoperta di libri interessanti, ecco a voi La rocca maledetta di R.C. Ashby (una donna, per la precisione, di ottima cultura). Siamo in “una sperduta e nebbiosa landa inglese”. Il giovane William Mertoun riceve l’incarico di catalogare le opere della biblioteca del colonnello Barr. Lavoro certo piuttosto facile se non ci fossero alcune stranezze come, per esempio, la morte misteriosa del fratello di Barr e poi, perché il suddetto colonnello non si fa mai vedere? Occhio anche al fantasma romano di Vitellio Gracco che abita, secondo la leggenda, in una rocca poco distante e può venire a farvi visita.
Di Autori Vari, sempre della stessa casa editrice, segnalo Veleni, pugnali e altre amenità, il cui titolo dà l’idea del contenuto. Insomma si può morire in vari modi contro la nostra volontà. Per stuzzicarvi all’acquisto bastano gli autori stessi: John Dickson Carr, Richard Harding Davis, Ben Hecht, Rufus King, Stuart Palmer, Joel Townsley Rogers, Will Scott, Philip Wylie, James Waffe, Loel Yeo. Su questo libro ci risentiremo.

Tra i regali di Natale in casa Lotti è arrivato anche L’incredibile Urka di Luciana Littizzetto, Mondadori 2014, nelle vesti di una incazzata supereroina verde che cerca di farci sorridere. Vedremo se ci riuscirà.

La compagnia della morte di Alfredo Colitto, Piemme 2014.
la compagnia della morteNapoli, 14 agosto 1655. Maria, la cognata del pittore Sebastiano Filieri, ormai alla fine della sua vita, svela una dolorosa verità “So chi ha ucciso tua moglie e tua figlia”. E così si ritorna indietro nel tempo all’8 aprile del 1647.
Sebastiano, trentasei anni, magro, poco più alto della media, capelli neri e lisci, occhi scuri, viso bruno senza barba e baffi, sta affrescando la cappella privata del palazzo nuovo di Michele Agliaro. Suo apprendista Paolo Conti, con il quale ha stretto una bella amicizia. Fa parte della Compagnia della morte, un gruppo di pittori ribelli al dominio degli spagnoli che di notte uccidono i conquistatori. Alleati con Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello, che pensa ad una grande rivolta per liberare il popolo napoletano dalle tasse e dall’oppressione. Ora bisogna distruggere una nave spagnola ancorata nel porto a cui sembra interessato anche il duca di Maddaloni attraverso il suo braccio armato Nicola Ametrano.
Alla vicenda storica si legano quelle personali del padre Martino che sta per sposare la giovane Lucrezia (intanto lei lo tradisce) e del cognato di Sebastiano, Ugo Mantovani, che era stato innamorato di sua moglie Angela (i due cercheranno un complotto per disfarsi del suddetto). Si ritorna, poi, all’inizio con il Filieri deciso a vendicare la morte dei suoi cari.
E dunque un tourbillon di amori, gelosie, sospetti, tradimenti, scontri, duelli, morti ammazzati, prostitute, moglie fedele e giovane infedele incorniciati nel quadro storico, ottimamente delineato, di una Napoli del Seicento con la rivolta fallita di Masaniello. Un romanzo breve o un racconto lungo che lascia scoperta, per sua natura, qualche parte schematica.
Il libro presenta anche l’inizio del seguito Peste, pubblicato sempre dalla Piemme. La storia di Cecilia di Nola (disegnatrice di vicende raccontate dal fratello in una famiglia di saltimbanchi) che ha ascoltato, senza volerlo, un colloquio fra due potenti rischiando la vita. Essa viene aiutata da Sebastiano Filieri ritornato a dipingere dopo un periodo  di stasi e vagabondaggio. E qui, invece, mi pare che la scrittura sia più completa.

Spiluzzicature
Spiluzzicato in qua e là, alla solita Feltrinelli di Siena, La regola dell’equilibrio di Gianrico Carofiglio, Einaudi 2014 (vincitore del premio Scerbanenco), con l’avvocato Guerrieri che si trova a difendere un noto magistrato dall’accusa di corruzione.
E spiluzzicato pure Diavoli di donne di Jim Thompson, Einaudi 2014, un autore che non mi lascerò scappare, vista la soddisfazione delle precedenti letture. Ecco l’incipit
Ero sceso dall’auto e stavo correndo verso la veranda quando la vidi. Sbirciava dalle tendine della porta-finestra, e un lampo illuminò per un istante i vetri scuri, incorniciandole il viso come in un ritratto. Certo, non era un capolavoro: tutto fuorché una bellezza. Ma c’era qualcosa in lei che mi prese subito al laccio. Inciampai in una crepa dell’asfalto e ci mancò poco che finissi per terra. Quando alzai di nuovo gli occhi era sparita, e le tendine erano immobili.
Inizia l’avventura di Frank “Dolly” Dillon, commesso viaggiatore in una città dell’America profonda.
Sono invece perplesso su L’ombra del collezionista di Jeffery Deaver, Rizzoli 2014, con un disgraziato maledetto che aggredisce le persone e infligge tatuaggi al veleno sulla loro pelle. Mi ricorda troppo Il collezionista di ossa di qualche tempo fa (sono passati dieci anni in un batter d’occhio). Vedremo.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Questa volta mi sono buttato sulla filosofia, ritornando con la memoria ai vecchi tempi da studentello quando ero già in ambascia con l’albero e l’idea dell’albero stesso. Insomma ho preso in mano certi libretti ad usum Lotti e sono partito dalla caverna di Platone, saltellando da un autore all’altro, fino a giungere con l’occhio in trasferta alle decostruzioni di Derrida. In quel di Ampugnano allietato dalla presenza del giovanotto scamiciato che cammina svelto parlando ad alta voce (lo becco quasi tutte le mattine e non l’ho mai visto starnutire).
Per gli scacchi I miei grandi predecessori, vol. 2, di Garry Kasparov, Ediscere 2004. Questa volta la carrellata dell’ex campione del mondo parte da Max Euwe per arrivare a Mikhail Tal. Vite illustri, partite, analisi, commenti, una ricca messe di fotografie a ricordarci tanti momenti importanti di storia del “nobil giuoco” e di storia tout court.

Un giretto tra i miei libri
Era tutta un’altra storia di Håkan Nesser, Guanda 2009.
era tutta un'altra storiaQui abbiamo l’ispettore Gunnar Barbarotti di Kymlinge di quarantasette anni, padre mai conosciuto,  divorziato con tre figli, i due maschi alla ex moglie, la femmina Sara con lui. Per poco perché se ne parte a studiare a Londra. Si innamora di Marianne a sua volta divorziata con due figli. Durante l’indagine viene esonerato perché picchia un giornalista, ha bisogno di un supporto psicologico. Il nostro Gunnar affronta la vita con filosofia ed una discreta fiducia in nostro Signore (legge la Bibbia da sei mesi), macchina Citroën, al bisogno la bicicletta. Barba lunga un po’ arruffata, birra ad ogni occasione tanto per aggiungere qualche particolare.
Sul piano delle pappardelle il solito assassino che manda biglietti di morte (però è di parola) e scrive in prima persona una storia passata, il profiler che ormai si infila dappertutto come il prezzemolo, il classico giornalista impiccione, fotografie rivelatrici (almeno per una parte), solito contorno di colleghi e colleghe, natura che fa capolino qua e là a stuzzicare sentimenti.
Libro interessante sotto il profilo psicologico, arzigogolato e poco convincente riguardo alla semplice credibilità (leggi spiegazione finale). Prosa scarna, essenziale, domande sulla vita e sugli uomini, dubbi, incertezze, assilli, senso di impotenza che affliggono il protagonista, ironia tanto per smorzare un po’. Alla fine da solo sta per ritrovarsi con una nuova famiglia parecchio allargata.
Un impasto di cose nuove e  risapute scritte con una certa classe.

“Le donne arrivano da tutte le parti, smettono di litigare, si aggregano, fanno comunella in barba a quel bischero di maschietto che le vuole in eterno conflitto. Soprattutto nel mondo della scrittura. Ed ecco allora spuntare antologie come Alle signore piace il nero di AA.VV. a cura di Barbara Garlaschelli e Nicoletta Vallorani, Sperling & Kupfer 2009, che ne mette insieme ben quattordici. Cose dell’altro mondo direbbe il più miope dei tradizionalisti”.
eros thanatosQuesto scrivevo qualche tempo fa. Con Eros & Thanatos di AA.VV. a cura di Lia Volpatti, Mondadori 2010, il numero è quasi raddoppiato. Ventisette signore e signorine armate di penne sopraffine (e pure di nodosi randelli). Impossibile farne una disamina racconto per racconto ma solo alcune osservazioni di carattere generale.
In primis il sesso come libidine, perversione, come forza scatenante, violenza e sopraffazione. E poi il sangue. Molte (troppe?) pagine intrise di sangue. Sesso e sangue. Sesso e morte. Vite dissolute, vite spezzate.
Al centro di Eros e Thanatos la donna, la femmina, l’ammaliatrice, la seduttrice, ma anche la fragile, l’indifesa, la tradita con il senso di malinconico sfinimento di un rapporto sfilacciato, la sua voglia di vendetta e di riscatto. Vendetta sull’uomo e, talvolta, sulla donna-nemica. E poi, magari, l’annullarsi di se stessa…
Racconti crudi, impietosi, al limite della sopportazione, stupri e sfruttamento, gelosie e sordi rancori, racconti tra sogno e realtà,  passato e presente che si mischiano terribili fra loro. L’amore cercato, l’amore voluto, un po’ di tenerezza, via, un po’ di ascolto che non c’è, la lacrima che scende sul viso e subito dopo il sesso selvaggio, il coltello che fende, il sangue di nuovo che sprizza.
Ai giorni nostri o nel Medioevo il risultato non cambia. La morte violenta d’amore si fa largo fra le maglie del tempo, per insediarsi dappertutto, perfino nei luoghi di pace e di preghiera dove il Male dovrebbe tenersi lontano.
Prosa ricca di molte sfaccettature, ora nervosa, scattante, in un certo senso ripetitiva a punzecchiare e mordere, ora più lenta e pacata, sottile, sinuosa nei meandri dell’animo, nelle viscere del corpo, ora di più ampio respiro e insomma una notevole padronanza del mezzo espressivo con qualche inevitabile ingenuità e ridondanza (a volte veramente troppa).
E l’uomo? Già l’uomo: violento, porco, dissoluto, vigliacco, vittima e carnefice. Sembra che non ci sia possibilità di incontro fra questi due mondi così diversi. “Uomini e donne estranei gli uni alle altre che si agitano incessantemente per cercarsi e conficcarsi gli uni dentro gli altri. Misteri che curano il loro male con altri misteri” scrive  Claudia Salvatori.
A fine lettura un certo senso di smarrimento e stordimento.

errore di prospettivaCon Errore di prospettiva di Luigi Guicciardi, Hobby and Work 2008, arriva il commissario Giovanni Cataldo di Modena (in realtà un siciliano sui generis alto e biondo) che si aggiunge alla schiera dei “tristi” (cfr. Tristezza, dolore e sorriso nel moderno romanzo poliziesco di me medesimo).
Laureato in scienze politiche e specializzato in criminologia, sposato con Irene alle prese con la prima supplenza e non mi pare un matrimonio che funziona (diciamo pure in crisi). Mangia spesso da solo, anche uova e un po’ di salsiccia, panini e birra, o va alla Trattoria Pascoli. Fuma sigarette, per vestirsi bastano i jeans e una camicia di flanella, sopra il loden verde. Di poche pretese, insomma.
Ora ottimista, ora pessimista, ora in preda ad un “senso strano di scoramento”, ora depresso, con la testa vuota, ora indeciso o colpito da una stanchezza nervosa fatta “di un briciolo d’ansia e di inquietudine”. All’occorrenza tosto e implacabile. Con alti e bassi tipici di una personalità sensibile e complessa.
Una fitta alla tempia è il segnale di una nevralgia, affiorano ricordi poetici delle scuole medie e ricordi legati all’odore dell’incenso. L’uomo al centro del mistero della morte “Si muore sempre per quel che si è, o che si è stati”. Di ogni indagine gli resta sempre qualcosa che non va perduto: un nome, un volto, una frase. Alla fine tira un lungo sospiro come se si fosse tolto un peso dallo stomaco.
Già l’indagine. Sulla morte violenta del giudice Cassese  e dell’usciere Pisaniello e poi un altro morto ancora “a confondere le acque e a complicare il rebus”. E nel mezzo inquinamento e corruzione politica e i soliti mali dell’uomo.
Prosa scarna, essenziale, timbro basso, movimento lento a seguire il dolente percorso di ricerca del commissario. Un lavoro dignitoso.

Febbre di Bill Pronzini, Mondadori 2011.
febbreUna agenzia investigativa con Bill, Tamara Corbin ed il collaboratore Jake Runyon; una signora, Janice Krochek, scomparsa per ben quattro volte e riacciuffata da Jake, il Segugio.
Janice travolta dal gioco compulsivo, una montagna di debiti, è costretta a prostituirsi, appena ripresa scompare un’altra volta lasciando una scia di sangue sul pavimento della cucina. A questa storia si affianca il problema di Brian Yongblood, giovane esperto informatico (usa il computer anche per giocare a scacchi) in piena crisi, scomparso anche lui da casa.
Ogni personaggio si porta dietro di sé qualche guaio. Jake è ossessionato dalla morte e dal ricordo della moglie; Tamara in eterno conflitto con il padre poliziotto; Bill stesso, un uomo tutto d’un pezzo, con ricordi tristi della vecchia Little Italy (cambiata in peggio), madre paziente e sensibile, sorella morta da piccola, padre ubriacone e giocatore accanito. Lui “Non bevo liquori, non rubo, non inganno e non faccio del male alla gente che mi è vicina”. Da prenderlo di peso e portarlo ai giorni nostri.
Qualche scontro, qualche morto, il problema dei travestiti e quello della chirurgia estetica, il marcio dell’usura, un finale inaspettato. Tristezza e dolore, dicevo, lungo tutto il percorso, ma anche la luce della speranza (vedi la signora con la sciarpa) e insomma c’è sempre qualcosa di imprevisto nella vita che può salvarci. Raccontato in prima persona da Bill, in terza per gli altri personaggi.

La nostra Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta un bel lavoro.
troppo tardi per la veritaSentiamola. “Gianni Simoni, l’ex magistrato ormai giallista a tempo pieno, ritorna in libreria con Troppo tardi per la verità, Tea 2014, suo nono (o sbaglio?) romanzo del filone bresciano. Un gradito ritorno con la Leonessa d’Italia per scenario e, immancabile corollario, lo stracollaudato gruppo della mobile passato al comando di Grazia Bruni ma con Miceli e Petri quasi in veste di aleggianti angeli custodi.
A mo’ di jolly Simoni, tanto per scozzonare ben bene il mazzo della squadra bresciana che gli è cara, introduce una novità: il sovrintendente Salvatore Armiento. Piace a me, ma piace a tutti l’ingresso sulla scena di questo nuovo attor giovane, preparato e brillante, quasi un primo della classe ma che sa ancora arrossire.
La presentazione di Troppo tardi per la verità recita: «È notte fonda: un’auto lanciata a gran velocità per le strade di Brescia travolge un uomo, lasciandolo sull’asfalto senza vita e dileguandosi. Sembrerebbe un triste caso di omicidio colposo con omissione di soccorso, come anche i testimoni oculari confermerebbero, ma il sovrintendente Armiento della Stradale non ne è convinto…»
E bravo! Infatti tanti particolari non quadrano (non sto ad elencarli). E purtroppo il morto, ben vestito e con aspetto signorile, non aveva documenti su di sé. L’omicidio colposo potrebbe trasformarsi in omicidio premeditato?
Il caso, accompagnato fisicamente da quel geniaccio di Armiento, passa per forza per competenza alla Omicidi, e quindi ai commissari Bruni e Miceli con la loro solita équipe e Petri dietro le quinte ma neppure troppo. Indagano in lungo e in largo. Ciò nondimeno le cose si complicano. Ci sarà un secondo mortale incidente d’auto. È un secondo delitto? Cosa c’è sotto? Bisogna darsi da fare e scoprire a tutti costi l’identità della prima vittima.
Buon ritmo, soprattutto la prima parte, trama coinvolgente, indovinate le caratterizzazioni dei personaggi vecchi e nuovi, con le loro velleità e umane debolezze. Da leggere con piacere”.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti