La ragazza sbagliata di Giampaolo Simi

Giampaolo Simi
La ragazza sbagliata
Sellerio, 2017

Dopo Cosa resta di noi, vincitore del Premio Scerbanenco del 2015, Giampaolo Simi torna in libreria con La ragazza sbagliata.

Oggi mi è chiaro: sotto la minaccia che tutto crollasse, niente cambiò nel senso in cui avevamo sperato. Mi è chiaro proprio mentre mi ritrovo da solo, in un appartamento ormai quasi vuoto, a scrivere quello che doveva diventare il mio libro sensazionale sul caso Calamai.
Doveva. Perché si è trasformato nel racconto di come invece è stata la mia vita a crollare e a cambiare per sempre.
In una settimana.

Ecco a voi Dario Corbo: giornalista licenziato in tronco e senza troppe spiegazioni dal settimanale di “nera” Chi è stato? che ha diretto per anni; una casa in affitto a Monti, che sta per lasciare; una separazione pesante, il figlio che rimane con la madre; insomma, un momento di grossa crisi. La tregua sembra arrivare con la richiesta di scrivere, dietro lauto e quantomai provvidenziale compenso, un instant book su un succulento caso di cronaca: il rilascio, dopo quasi vent’anni di carcere, di Nora Beckford.
Il caso Beckford è il primo caso che Corbo, giovane cronista versiliese, aveva seguito per il quotidiano La Costa, ventitré anni prima: tutto era iniziato con la scomparsa di Irene Calamai, la mattina del 7 luglio 1993. Irene era andata alla festa di Nora, figlia scapestrata dell’architetto Thomas Beckford, era stata vista litigare con Nora e andare via sul suo scooter, dopodiché se ne erano perse le tracce. La studentessa brava e senza grilli per la testa era stata ritrovata, morta, dopo qualche settimana. Corbo era stato tra i più accesi colpevolisti nel processo, prima mediatico e poi giudiziario, che aveva visto come unica imputata Nora Beckford. E adesso Nora sta per essere rilasciata e tornerà a Marina di Pietrasanta, dove verrà inaugurata una mostra dedicata al suo (nel frattempo defunto) padre.
Il fatto è che l’editore vuole un diverso punto di vista sul caso Beckford. Il libro dovrebbe insinuare nei lettori il dubbio che la Beckford non fosse colpevole.
Corbo decide di tornare sul luogo del delitto per trovare qualche spunto, qualche indizio che gli permetta di smontare il vecchio caso e darne una lettura differente. Dapprima molto scettico, poi sempre più coinvolto, perennemente al verde, nell’arco di una settimana intensissima (la seconda settimana di agosto del 2016, lungo la quale si svolge il romanzo) si troverà a fare i conti col passato personale e professionale e a rimettere tutto in discussione.

Finale sorprendente.

Calce viva sui sogni morti. Perché i nostri sogni ci dovrebbero sopravvivere? Solo per diventare gli incubi di qualcun altro? Calce viva. È questo che hanno passato sui nostri anni migliori, Irene. Tu non hai vissuto abbastanza per capirlo, ma è questo che ci hanno fatto.
Noi siamo rimasti vivi, qua nel mondo, e abbiamo bruciato, ci siamo consumati, senza neanche risplendere.
Parlo di noi che non abbiamo scavato un muro fino a perdere le unghie, noi che abbiamo camminato liberi per tutti questi anni. A differenza di te e di Nora, noi abbiamo solo continuato a illuderci. E a credere di avere, fin dalla nascita, quel famoso diritto uguale e intangibile a decidere del nostro destino.

Ci sono romanzi alchemici in cui gli elementi si combinano in modo unico. Il piacere della lettura veloce e godibile, tipica del giallo – soprattutto per me, ma so di essere in buona compagnia nell’amore per questo genere – si combina con la densità dei contenuti. Alla conclusione della storia, verso il finale disvelatore, si arriva mentre si legge altro, anche molto altro.
E dunque alla storia di questo giornalista di mezza età, con qualche fallimento e qualche delusione addosso, che riflette amaramente sul ruolo della stampa e di internet nell’informare e disinformare il pubblico, si aggiunge una vicenda del recente passato, che per i più giovani è storia: la bomba di via dei Georgofili, la strategia della tensione che ha sconvolto l’Italia nei primi anni Novanta.
Ieri e oggi si intrecciano nelle pagine di La ragazza sbagliata. Ieri Falcone e Borsellino, oggi un cold case da risolvere e una donna da salvare.

Con Giampaolo Simi parleremo di La ragazza sbagliata domenica 8 ottobre a Perugia, nell’ambito della manifestazione UmbriaLibri

Non ti faccio niente di Paola Barbato

Paola Barbato
Non ti faccio niente
Piemme, 2017

Nell’arco di sedici anni, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, alcuni bambini (molti, si scoprirà) sono stati rapiti. Si è trattato di rapimenti brevi (qualche giorno, meno di una settimana) e nessuno di loro ha mai riportato danni. Anzi, tutti sono tornati a casa ben vestiti, ben nutriti e senza aver subito alcun tipo di violenza. Contenti, quasi. Solo che, a differenza di quel che accade oggi, non c’erano database, gli inquirenti non incrociarono subito le informazioni e i rapimenti erano avvenuti qua e là per l’Italia: bisognerà attendere il sesto o settimo caso perché un investigatore più attento degli altri realizzasse che dietro ai vari rapimenti c’era un’unica mano. Una mano gentile, che tratta bene i bambini e li restituisce dopo qualche giorno alle famiglie terrorizzate. Talmente terrorizzate che solitamente, al ritorno la vita dei bambini migliorava sensibilmente: vuoi perché le forze dell’ordine, la stampa, gli assistenti sociali li tenevano d’occhio; vuoi perché gli stessi genitori, messi davanti all’orrore della perdita, modificavano comportamenti dolosamente o colposamente distratti, i piccoli rapiti, una volta tornati, sperimentavano un modo più piacevole di stare in famiglia. Questo, si sarebbero detti, se solo si fossero parlati tra loro. Ma i bambini, ormai adulti, non si sono mai incontrati. Non ce n’è stata occasione né motivo. Non c’è mai stato il processo, in qualche caso forse non c’è nemmeno stata una denuncia, e il rapitore, di punto in bianco, ha smesso di colpire. Quel rapitore mai catturato, quel caso dei bambini rapiti è il grande cruccio di Giuseppe Cardinali, poliziotto ormai in pensione.
Il tutto potrebbe sparire nelle pieghe della memoria senonché un giorno la piccola Greta, figlia di Remo Polimanti, viene rapita. Remo è uno dei piccoli rapiti degli anni Ottanta. Non ha ancora realizzato appieno il significato della scomparsa della figlia quando la bambina viene ritrovata. Morta.
E non è l’unica: altri due bambini, di recente, sono stati vittime di incidenti più o meno sospetti, ed entrambi erano figli di ex rapiti. Non si conosce il motivo, ma si intuisce che ancora una volta il disegno criminale è il medesimo, e stavolta non ha niente di positivo. A questa conclusione arriva Giacomo, uno degli ex rapiti che, ossessionato dalla sua vicenda personale (e anche da tante altre cose), già da anni si è messo in cerca degli altri rapiti, seguendone le tracce sul web. Giacomo contatta Daniele, e insieme iniziano una corsa contro il tempo per rintracciare tutti i piccoli ex rapiti. Cooptano altri due di loro, due donne, Bianca e Mariangela: i “non genitori” si mettono in cerca di quelli “con figli” per avvisarli del pericolo.

Anche le forze dell’ordine si attivano ma, per deformazione professionale, iniziano a cercare il vecchio rapitore, convinti che dietro i casi di adesso ci sia la stessa persona di allora.
Niente di più sbagliato, come il lettore apprende presto, perché il vecchio rapitore, ancora vivo, non è più in condizioni di nuocere. Rintanato in un casale di un paesino sperduto, vive ormai quietamente tenendo a bada i vecchi fantasmi. Basta poco per far franare il precario equilibrio conquistato in anni di isolamento. Lo sa bene Nives, la donna che, con pazienza, gli sta accanto da anni.

La monumentale caccia all’uomo che si snoda per mezza Italia, e che vede i buoni sempre un passo indietro rispetto al cattivo, lascerà sul campo morti e feriti. Amaro il finale.

Raccontato in terza, Non ti faccio niente è una monumentale ragnatela che si snoda tra passato e presente attraverso le vite di decine di personaggi. Ci sono gli investigatori, di allora e di ora; ci sono i cattivi; ci sono soprattutto i piccoli rapiti, le loro famiglie di origine e le famiglie attuali, quelle che hanno formato nel tempo.
Tutto ruota intorno all’evento che ha segnato ciascuno di loro, quei pochi giorni trascorsi in compagnia del loro rapitore di cui ognuno ha conservato un ricordo diverso. Quell’evento ha segnato il loro futuro: quello di essere finalmente accuditi, dopo essere stati maltrattati, o anche solo ignorati, da genitori distratti o assenti.
Ci sono una miriade di motivazioni e di ragionamenti che stanno dietro a ognuno di loro, e ci sarà un motivo se Remo è diventato padre di famiglia mentre Daniele ha scelto di non avere relazioni, se la bellissima Bianca ha deciso di farla finita mentre la bruttina Mariangela è assessore nel comune in cui risiede.
E poi c’è Vincenzo, che li ha salvati non potendo salvare se stesso. E che anche a distanza di anni sente forte il peso della responsabilità per quei piccoli “prescelti”.

Emozionante fino all’ultima riga.

Pubblicato a giugno, Non ti faccio niente è un romanzo nato su Wattpad, una piattaforma che consente, fra le altre cose, di pubblicare i singoli capitoli e ricevere un feedback dai lettori mentre l’opera è ancora in progress. Al momento Paola Barbato sta scrivendo un altro romanzo, 300, con la stessa formula. Si può leggere iniziando da qua.

Con Paola Barbato parleremo di Non ti faccio niente il 7 ottobre a Perugia, nell’ambito della manifestazione UmbriaLibri

Chi ha bisogno di te – Elisabetta Bucciarelli

Elisabetta Bucciarelli
Chi ha bisogno di te
Skira, 2017

Meri, diciassette anni, è un’adolescente speciale, introversa e sensibile. Salva le api e le mosche invece di ucciderle. Ha un piccolo difetto fisico, residuo di una disgrazia accaduta dieci anni prima, compensato da un piccolo superpotere. Si muove controllata – con l’abitudine che le deriva dallo studio del pianoforte –  al centro del suo universo fatto a corone concentriche: famiglia e amici stretti, scuola, interessi, forse un amore che si manifesta, attraverso misteriosi bigliettini colorati, con frasi tratte dalle canzoni dei Queen.
Intorno a lei gli altri sono nebulosi, vicini ma a volte distratti: i genitori sono separati, Meri vive con la madre che le ha trasmesso la passione per la musica e per le piante – i semi, soprattutto. Il padre è una debole presenza/assenza. Sara, la migliore amica, vive in un mondo che condivide solo in parte. Zia Vale ha il compito di dire ciò che gli altri non dicono. E poi c’è il misterioso autore dei bigliettini, che mantiene le distanze, suscita curiosità, si fa desiderare.
Attraverso lo sguardo acuto, curioso ma non invadente, disincantato e nitido di Meri, Elisabetta Bucciarelli restituisce il punto di vista di un’adolescente imperfetta che osserva gli adulti ma non li giudica, prende da loro ciò che serve e lascia il resto, si interroga su come stare al mondo:

Lei non fa mai domande, prende atto. Osserva i comportamenti
e poi trae le sue conclusioni. Dice che alcuni gesti
parlano in modo eloquente, non servono spiegazioni, non
serve nemmeno interpretare. Sono quello e basta. Allora
penso che anche le parole dette e non dette siano un gesto. Il
silenzio è un gesto. Tenere chiusa la bocca, non muovere le
corde vocali.

Meri è un’adolescente “normale”, di una normalità che troppo spesso dimentichiamo perché non fa rumore, non appare sui social o sui media, ma non per questo è indenne da delusioni e turbamenti. Qua e là ci sono riflessioni sulle relazioni affettive e umane (amore, amicizia, vicinanza), sul mondo (importante il capitolo UnoDiNoi sul cyber-bullismo), sugli altri. È un continuo sperimentare il mondo per conoscere se stessa.

Un romanzo compatto, evocativo, colmo di significati e pensieri, immagini e sensazioni. Per chi conosce il percorso di Elisabetta Bucciarelli c’è un piacere ulteriore nella lettura, quello di scoprire i cameo di opere precedenti:

Stimo solo chi ha molto amato. Lo dice uno dei nuovi personaggi
di Mamma, una donna molto grassa che è contenta del
proprio peso e delle sue dimensioni. Si chiama Olga.

i temi ricorrenti come fili di una trama unica, l’interesse per letteratura, musica e arte che persiste nel tempo (in questo romanzo ho scoperto Naoko Ito). E l’ormai celebre uso della lingua, sintetico, lineare ed efficace che molto deve alla poesia:

“Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire.” È un
aforisma di Alda Merini, la Mamma lo ha scritto su un biglietto
e messo sul frigorifero.

Route 68 project di Naoko Ito
2013
Wood, paint, hinge, screw, chain
24 x 33 x 15 inches
60.9 x 83.8 x 38.1 cm

Chi ha bisogno di te“: una domanda, un’esclamazione, una premessa da cui trarre le debite conseguenze?

Prima regola, non possiamo innamorarci di chiunque.
Seconda regola, ci sono modi diversi di essere innamorati.
Terza regola, l’amore vero contiene sempre una perdita.
Quarta regola, l’amore ha molti modi per esserci. Ci vuole
tempo e forse un po’ di vita per accettarlo.

Con Elisabetta Bucciarelli parleremo di Chi ha bisogno di te il 7 ottobre a Perugia, nell’ambito della manifestazione UmbriaLibri

“La forma del buio” di Mirko Zilahy

Dopo aver chiuso, non senza sofferenza, il caso dell’Ombra, il commissario Enrico Mancini prende una meritata pausa e si rifugia in un casolare di montagna. Fatica fisica, isolamento e vita semplice dovrebbero ritemprarlo. O almeno così lui spera, ma il dovere lo riporta a Roma. È avvenuto un omicidio macabro e bizzarro addirittura all’interno della Galleria Borghese; la stampa, nonostante il muro di silenzio eretto dalla Questura, ha pubblicato delle foto scattate di straforo e il Questore Gugliotti, messo sotto pressione, non può fare a meno di schierare il migliore dei suoi uomini. Mancini, appunto, commissario di lunga esperienza con specializzazione in profiling a Quantico.

Torna in campo la squadra già vista in È così che si uccide: Caterina, Walter, Antonio iniziano a indagare sull’omicidio (e poi su un secondo, e un terzo…), il vecchio maestro Carlo Biga fa da consulente, alla squadra si affianca una giovane storica dell’arte italo-americana, Alexandra. Rimane nell’ombra il magistrato Giulia Foderà: dopo il timido inizio della relazione con Mancini, la dottoressa e il commissario hanno smesso di vedersi e si evitano a vicenda.
Tutti gli omicidi avvengono nei (o in prossimità dei) parchi di Roma e tutti hanno un richiamo a mostri mitologici. Lo Scultore, questo il nome del serial killer, segue uno schema imprevedibile, colpisce e poi torna a nascondersi nella sua tana. Ma la sua tana è l’intera Città Eterna…

Giunto alla fatidica prova del secondo romanzo, Mirko Zilahy migliora la prestazione e compone un testo più maturo (anche se a lui non piace sentirselo dire), con ritmo serrato e molteplici piani di lettura. Lui lo definisce un romanzo di transizione, e lo è, non solo perché è il secondo di una trilogia, ma anche perché i personaggi sono in rapida evoluzione. Alle citazioni colte si affiancano quelle della cultura pop, con il risultato di creare nel lettore un senso di familiarità, un’affinità che richiama echi di cose già viste o sentite (ma dove?).
C’è poi il tema dei mostri, in senso mitologico e in senso letterale. C’è Roma, sia alla luce del sole che nei sotterranei. C’è una varia e complessa umanità che affronta l’ordinario e l’imprevisto. Ci sono le paure, quelle vere e quelle sublimate.

«Si dice che le persone scomparse restino con noi, che vivano in una dimensione contigua alla nostra, invisibili ma presenti. in questo posto inutile io ho avuto la possibilità di scoprire che non è così. La verità è che quando qualcuno se ne va, quando lo perdiamo per sempre, che sia la peggiore delle morti o il più banale degli incidenti a portarcelo via, qui dentro», posò il pugno sullo sterno, «si forma un vuoto. E man mano che andiamo avanti quello spazio si dilata ed è come se ci riempisse. Di fantasmi. Fantasmi che ci abitano. E che ci parlano, commissario, da un passato in cui erano fatti di carne. Ci parlano e le loro parole producono echi che restano in sospensione dentro di noi.»

La forma del buio, esattamente come È così che si uccide, è un romanzo che fa paura. Non la paura dell’horror o dello splatter, però. Le storie di Mirko Zilahy spaventano perché entrano in risonanza con le mie paure. Che non sono quelle di essere uccisa da un serial killer, ma piuttosto la malattia, la solitudine, l’orrore per gli scarafaggi (come Cate lo ha dei topi), la vecchiaia, la patologia mentale più o meno grave (non solo quella dei serial killer ma più semplicemente l’ansia e gli attacchi di panico), il dolore per la morte o la perdita di una persona cara, l’alienazione, la menomazione fisica…
E se la Roma di Zilahy è un mondo decadente e decaduto, in cui angoli di una bellezza sovrannaturale si alternano a scenari sordidi, i suoi personaggi sono pieni di luci e ombre, di umanità e debolezza.

Se a questo si aggiunge il gusto per una scrittura “importante”, densa e ricca di dettagli, curata come solo chi ha lavorato con le traduzioni può fare, ce n’è abbastanza per dire che Zilahy ha mantenuto le promesse del primo romanzo. Possiamo aspettare con fiducia la chiusura (?) della trilogia e… ciò che verrà dopo.

Per il momento, La forma del buio è il libro che non potrà mancare sotto l’ombrellone. Buona lettura!

“Le Sultane” di Marilù Oliva

SULTANE_Layout 1“Rompere gli stereotipi”: così, nel nuovo romanzo di Marilù Oliva Le Sultane (Elliot, 2014), la vecchiaia viene rappresentata senza edulcoranti. Wilma, Mafalda e Nunzia sono tre donne sulla settantina sulle quali il tempo ha tracciato una mappa ben precisa, come le intemperie sulla roccia. I difetti si sono accentuati, l’aspetto fisico è irrimediabilmente compromesso (non tutte invecchiando diventiamo Virna Lisi, è bene saperlo), alcuni errori sono diventati ormai irrimediabili.
I loro uomini non sono invecchiati meglio: tra patologie degenerative, fughe in tempi non sospetti e alcolismo, non sono certo un aiuto per le tre donne. Così come non lo sono i figli: lontani, distratti, insofferenti o, nella migliore delle ipotesi, bugiardi, anche la discendenza delle tre donne non promette bene.
Ma le Sultane di via Damasco, in quel di Bologna, sono ancora dotate di energie. Così, di fronte a un fatto imprevisto (un delitto, addirittura) le tre si armano di astuzia e riescono non solo a farla franca, ma anche a trarne dei vantaggi. In che modo? Beh, questo non si può svelare (anche se, come accade anche nella vita, un pizzico di fortuna non guasta mai).
Romanzo popolare, grottesco e a tratti amaro, Le Sultane ci spinge a riflettere sulla necessità di non giungere impreparati alla terza età. Sempre che non si faccia la fine della povera Carmela, certo…

Perugia 2Nella foto sopra, la presentazione di Le Sultane a Perugia, Foyer del Teatro Morlacchi, nell’ambito di UmbriaLibri (a cura di Pasquale Guerra). Sullo sfondo gli studenti del liceo musicale che hanno allietato la serata con tre “stacchi” musicali a tema.