Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2017

(Buone vacanze e buone letture!)

Il professore di filosofia…
Il nostro professore di filosofia era alto, magro, distinto. Con le sue camicie sempre bianche, bianchissime che sembravano uscite proprio allora dalla lavatrice. Pulite e profumate, dicevano le ragazze con gli occhioni persi. Una rabbia, io che vestivo sbrindellato alla paesana e puzzicchiavo anche di sudore, per farmi un bel pezzo di strada a piedi dalla stazione alla scuola (il tram mi dava la nausea). Silenzio e devozione assoluta, sempre dalla parte delle osannanti, anche quando concionava di cose astruse e impossibili come quella del piè veloce Achille che non riesce a raggiungere una imbranatissima tartaruga. Ma via, povere illuse!
Lo rividi tempo fa barcollante e sgangherato dalla vita, sorretto da una signora. Stavo per chiamarlo ma qualcosa mi trattenne, una specie di groppo improvviso. Voglio solo che rimanga nella mia mente così com’era: bello, alto, signorile, dai modi gentili, sempre sorridente, circondato dalla schiera delle allucinate. Che rabbia!

La crociata di Falconer di Ian Morson, Mondadori 2017.
Oxford 1264. “Thomas Symor scese dal carro, appoggiando i piedi sul fango ghiacciato.” Le gambe indolenzite non lo reggono e scivola nel canale al centro della strada. “Non era così che aveva immaginato il suo arrivo in città; si sarebbe aspettato quantomeno un accompagnatore che lo scortasse fino all’università.” Quindici anni, alto, sveglio, capelli biondi e occhi azzurri, tormentato dalla morte di suo padre. Un grido in una serata di nebbia fittissima. Una donna è uccisa con un taglio alla gola (si saprà poi che si tratta di Margaret Gebetz, la serva francese del maestro John Fyssh) e lui che viene scambiato per l’assassino. Messo in salvo da William Falconer, statura imponente, maestro di logica aristotelica all’università di Oxford. Subito attratto dall’omicidio, perché di un particolare omicidio si tratta visto che lo squarcio della gola non è orizzontale (come se qualcuno l’avesse presa alle spalle) ma di traverso (e, dunque un incontro con una persona conosciuta, un delitto premeditato). Reso ancor più misterioso dalla scomparsa di un libro che era nelle mani di Margaret e ora ricercato dall’assassino. Perché? Quali segreti poteva nascondere?
Anche il giovane Thomas, per farsi bello agli occhi del Maestro, si mette alla ricerca della verità, riuscendo soltanto ad infilarsi nei guai, perdendosi nel quartiere ebraico, dove rischia la vita per essersi invaghito di Hannah, figlia dell’erborista ebreo Samson. Il caso si complica con l’arrivo di altre morti violente e con l’invito, da parte del rettore dell’università, a non interferire nelle indagini.
La vicenda si colloca sullo sfondo storico delle lotte baronali contro il re Enrico III, il cui figlio Edoardo è invitato, proprio dal rettore, a uno splendido banchetto, durante il quale Falconer si avvale dell’aiuto di Thomas per controllare i principali sospetti. Allievo di Roger Bacon, “da lui ha appreso che la scienza è materia di indagine e non di mera speculazione verbale.” Dunque, alla fine, riconoscendo anche un errore iniziale, il nostro investigatore del Medioevo dichiara “Se interpretati correttamente, tutti i fatti conducono inevitabilmente alla verità cruciale, ovvero l’identità dell’assassino.” Per lui non c’è scampo.
Un po’ giallo, un po’ thriller, l’azione si sposta circolarmente tra vari personaggi attraverso una scrittura che richiede molta attenzione, soprattutto durante la prima parte. Dopodiché se ne può gustare tutta la qualità.

Commedia nera n.1 di Francesco Recami, Sellerio 2017.
Maria Antonietta Salvatores e Antonio Maria Cotroneo. Una coppia un po’ particolare. Come tante, dunque. Beh, insomma… Lei commissario di polizia, lui titolare di una sartoria. Come tante, allora! Diciamo durante il fidanzamento. Poi… poi, tutto cambia. Lui schiavizzato in casa da una moglie che lo assilla e lo tradisce senza tante storie. Anche nella stessa abitazione con gli agenti che si porta dietro. D’altra parte è “una ragazza splendida, avvenente, formosissima e alta”, dal “petto monumentale” che lo ha costretto a sedute erotiche interminabili incorniciate dalla canzone a vele spiegate “Vola via tempesta… non turbar molesta”. Lo tradisce, diciamola tutta, perché lui l’aveva tradita e allora è via libera ad ogni tipo di sopruso, costretto a subire ogni sorta di vessazione dalle punture ai tatuaggi, fino alla “cella di rigore”. Depresso, imbottito di farmaci, l’unica soluzione è liberarsi di lei. Piani e contro piani andati in fumo, tentativi di fuga, di omicidio e suicidio (veleno, impiccagione, trappole inconcludenti di ogni tipo) seguendo pure certe indicazioni dal suo cartone animato preferito con il Coyote che le sbaglia tutte pur di far fuori il rompi Beep Beep. Mentre la moglie a tavola racconta i casi che le càpitano con piglio sicuro e deciso che anche Nero Wolfe le fa un baffo: omicidio all’ospedale con lupara; omicidio a coltellate di una bella signora in carriera; un omicidio-suicidio di un vecchietto che uccide la moglie con una iniezione di barbiturici e poi si spara. Così sembra…
Un miscuglio, come è già stato sottolineato, di giallo, commedia e farsa che stravolge completamente la realtà e ci induce al sorriso. Anche se a volte l’esagerazione esagerata lascia un po’ a desiderare.
Da leggersi soprattutto come digestivo dopo uno di quei millanta mallopponi pesanti che ti si piazzano sullo stomaco.

Il giallo di villa Ravelli di Alessandra Carnevali, Newton Compton 2017.
Al sodo. Rivorosso Umbro con la neve. Commissario Adalgisa Calligaris a recar conforto al signor Mecchi, terrorizzato da un possibile film della TV che si dovrebbe svolgere sulle sue terre. E le sue mucche? Che fine faranno? Due sorrisi al mercatino con la “Banda della Maglina”, composta da un gruppo strambo che si butta sull’usato ammucchiato. Uscita con Carlo Petri, vecchio compagno di scuola di cui era stata innamorata pazza non ricambiata, e ora collega di lavoro. Come andrà a finire?…
Per non farla lunga, muore per un colpo di pistola Silvia Ravelli, scrittrice di gialli. Solo che non si trovano, sia la pistola che il proiettile. Suicidio o omicidio? Sospettata la sorella Antonia, di carattere completamente opposto, alla quale non era andato giù il testamento dello zio che aveva lasciato tutto alla defunta, la quale aveva il vizio del giuoco d’azzardo.
Il caso è sulla bocca di tutti, ne parlano ampiamente i giornali e arriva pure la televisione come per ogni delitto che si rispetti. Ma ecco all’improvviso uscir fuori un certo Vladimir Ravelli, figlio adottivo di Silvia, unico erede! Tutto si complica con l’assassinio di…
Finale classico con la classica riunione di tutti i sospettati. Al centro la nostra Adalgisa, dal carattere forte e tenace (non le manda a dire dietro) a risolvere il busillis. Indagini che si inframmezzano alla vita reale di un paese, vista con occhio sorridente. Ogni tanto entra in scena, come all’apertura di un sipario, il signor Mecchi con l’ansia per le sue mucche e pure il dialetto umbro contribuisce alla creazione di un clima leggero. Per esser pignoli a pag. 79 pezzetto ripetuto della pagina precedente. Ma può capitare.

Brividi e maiali di Gianni Gribaudo, Società editrice milanese 2017.
Ci sono passato due o tre volte davanti allo scaffale dei libri. Poi l’ho preso. Per il titolo che mi faceva sorridere. O vediamo un po’, mi sono detto, che cosa c’entrano questi maiali.
Storia ricca di personaggi. Più o meno normali. Ovvero strambi, pittoreschi, unici. Segnalati spesso come titolo dei capitoli con il vero cognome o l’appellativo: il Gadan, il Sausissa, il Pagliasso, il Ganimede, il Settegiacche, il Barachin, lo Sgnacabognon. E via tutti gli altri partendo da Gianni Gribaudo (pseudonimo dell’autore), giornalista di una piccola testata delle Langhe che “si occupa prevalentemente di sport e, all’occorrenza, di cronaca nera”. Come in questo caso a Fargo, durante un inverno maledetto. È stato trovato un morto tra i maiali o, meglio, “lo scheletro di una mano con dei pezzi di carne ancora attaccati” (in seguito arriverà anche quello della testa). In un campo della valle Bacciglio dove c’è una discarica abusiva.
Per dirne una sulle caratteristiche dei personaggi il Settegiacche, ex maestro di scuola, crede di vivere ancora al tempo del Fascio, dei partigiani e delle SS (“Il Duce oggi ha parlato?” domanda) e sarà utile al Nostro con le sue strampalate osservazioni. C’è, poi, la mamma che lo assilla come fosse un bimbo piccolo; c’è la segretaria formosa e bonazza di cui è invaghito che lo “tradisce” con il Gadan, baby pensionato vestito da damerino e dal “naso aguzzo sempre pronto a infilarsi nei fatti degli altri”; c’è il commissario Esposito, napoletano, “un uomo tozzo con dei riccioli corti intorno a una chierica pelata”, che non sopporta i giornalisti e non capisce il dialetto (anche il sottoscritto talvolta in ambascia).
Gianni Gribaudo non si dà per vinto, gira di qui, gira di là, incazzicchiato alquanto per la tresca della segretaria, alla ricerca di qualche indizio, di una prova concreta che anche il capo e il direttore, come la madre, lo tormentano. Niente articolo, niente stipendio.
Ed ecco qualcosa di concreto salta fuori: una famiglia povera si comporta stranamente (vogliono imbiancare la casa proprio a gennaio), un paziente del medico condotto non si fa vedere. Ma allora?… Il pezzo finale di Gianni Gribaudo esce bello pimpante a risolvere il mistero, chiarire ogni particolare, far contenti i superiori, salvare gli sghei e fregare la stampa concorrente.
Un’avventura lungo il filo dell’ironia e del sorriso che nasce dalla scelta di un linguaggio brioso in prima persona intriso di dialetto, di personaggi e situazioni che si buttano, da soli, sul comico. Un libro leggero e divertente, con i tempi giusti, senza strafare e cadere nell’eccesso.

L’assassinio di mia zia di Richard Hull, Mondadori 2017.
“Mia zia abita appena fuori della piccola e orribile città di Llwll. Ed è proprio quello il problema” scrive nel suo diario il nipote viziato Edward. Località orribile in tutti i sensi, a cominciare dalla pronuncia impossibile del nome, per continuare con le sue stradine tortuose, le sue “stupide collinette”, i “boschi fradici” e cappelle disseminate per ogni dove (per la precisione siamo nel Galles). “Abitare poi nella casa di mia zia non fa che peggiorare ulteriormente la situazione”. Lui, tra l’altro, vivrebbe volentieri a Parigi o a Roma “se non fosse per quegli orribili fascisti”.
O vediamola questa zia. Si chiama Mildred Powell. Semplicemente tirannica, secondo Edward, costretto a continue, inutili, faticose camminate, per andare a Brynmawr, dove c’è la ferrovia locale. Ma non può svignarsela perché il testamento della nonna ha fatto della zia la “tutrice e amministratrice fiduciaria.” Dipende completamente da lei. Certo se morisse…
Ecco il chiodo fisso che lo tormenta e lo tormenterà. Ed ecco affacciarsi alla mente mille soluzioni. Come, ad esempio, quello di un mortale incidente con la macchina. Aiutato, in qualche modo, da lui stesso. I freni fuori uso, un buco nel cilindro, l’attraversare preciso del suo cagnolino al momento del passaggio… Oppure, oppure un bel falò alla casa in cui farla bruciare dopo averla rintontita con un sonnifero… O, meglio ancora, il veleno, semplice ed efficace. Basta informarsi sull’Enciclopedia Britannica.
Piani e contro piani, ostacoli improvvisi, dubbi, rimuginamenti insieme ai battibecchi giornalieri con quella lady, insopportabile, di ferro, sempre pronta ad urlare “Edward!, Edward!”, che scampa a qualsiasi sabotaggio e sembra abbia scoperto tutto, sebbene lo faccia soltanto capire.
Un duello ininterrotto fra due personaggi odiosi, detestabili, gonfiati ed enfatizzati apposta per strapparci un sorriso (a volte vere e proprie macchiette), mentre gli altri fanno da comprimari, come il dottor Spencer, la cameriera Mary, l’agricoltore Williams e il meccanico Herbertson. Anche se, a dir la verità, soprattutto il dottor Spencer, una parte di una certa importanza la riveste. Vedremo, così come vedremo se la signorina Mildred Powell, zia terribile di Edward, riuscirà a scamparla perfino all’ultimo tentativo assassino dell’“amato” nipote.
Un divertente romanzo e un bel trattato sui veleni che può venire comodo. Non si sa mai…

Uno spunto veloce

L’assassino del Luna Park di Nicholas Brady, Polillo 2017.
A Mudford c’è il Luna Park. Con i suoi giochi e le sue creature mostruose come la donna più grassa del mondo (si chiama Sandra). E c’è pure il morto ammazzato con un coltello in gola proprio nella persona della suddetta. A scoprire la verità un reverendo, il reverendo Buckle. Il classico delitto impossibile.

Un giretto tra i miei libri

La monaca insanguinata di Charles Nodier, a cura di Riccardo Reim, Coniglio 2010.
“È il momento dei vampiri. Non c’è niente da fare. E quello del diavolo, dei fantasmi, delle streghe, dei morti viventi. Insomma dell’horror, del gotico e dell’occulto”. Così inizia un mio articolo pubblicato nel blog “Sugarpulp” che mi viene a fagiolo anche per la presentazione di questo agile libretto, da mettersi pure nella tasca della giacca e tirarlo fuori al momento opportuno.
Perché anche qui si tratta di fantasmi, più precisamente nei racconti brevi di Charles Nodier, nato a Besancon nel 1780, animatore di incontri culturali con Hugo, Musset, Vigny, Saint-Beuve, Lamartine, tanto per citare i più noti.
E dunque una monaca coperta da un velo, la veste imbrattata di sangue che appare ogni cinque anni, una cagnetta bianchissima e misteriosa nel cavo di una quercia, una ragazza fiamminga presuntuosa e ricca uccisa dal diavolo, un castello sul lago con relativo fantasma, l’incredulo che si ricrede, e ancora spettri di padri che si rivelano ai figli per riparare vecchi torti o che ritornano per farsi vendicare, il marito assassinato dalla moglie e ritrovato dal fratello, un uomo trasformato in lepre per scontare i peccati.
Poi il lungo racconto di Remigio Zena La confessione postuma, e siamo nel 1850, durante il periodo della Scapigliatura. Un sogno che sembra vero, un viaggio nebuloso di un prete con suo fratello, l’incontro con una morta che ritrova (almeno così pare) nella realtà.
Chiude il gustoso libretto un classico a fumetti Nosferatu disegnato da Gianni Grugef. All’inizio la presentazione di Antonio Veneziani e qualche notizia sui due autori.
Dunque racconti brevi, semplici e veloci che rimandano a storie popolari espresse oralmente e vanno dritti alla conclusione, ora in terza ora in prima persona a renderli più credibili. Lungo e articolato, nella tipica esposizione ecclesiastica, quello di Zena.
Ricordo, sempre della stessa casa editrice, Olio di cane dell’“incredibile” Ambrose Bierce. E vi consiglio di non perderlo.

La morte aveva i suoi occhi di Lucille Fletcher, Mondadori 2010.
David Marks è un insegnante di scuola media e tassista a tempo perso che si porta dietro il trauma della moglie morta ammazzata da un automobilista fuggito, il cui volto gli è rimasto impresso e al quale dà la caccia inutilmente da sei mesi. Vive con la suocera che considera come una mamma e due figli.
Per ben tre volte una ragazza misteriosa gli chiede un passaggio a una villa deserta e di non farne parola con nessuno. Fatto strano ma il compenso è buono. D’altra parte la ragazza ha anche un certo fascino…
Conclusione: David si trova alle prese con un morto ammazzato (il proprietario della villa) e dunque invischiato nel delitto. Urge trovare il colpevole prima che la polizia becchi lui. Aiutato da Kahn (sa giocare a scacchi e vince sempre con lui), amico della suocera, vengono fuori alcuni sospettati. Ma Khan si ammala e David rimane solo, ricercato dalla polizia, mentre a sua volta ricerca disperatamente la ragazza aiutato anche dagli amici tassisti.
È la classica corsa contro il tempo. E dunque fughe a precipizio, verità che appaiono e svaniscono fino al drammatico epilogo finale.
Buona la resa psicologica, il mistero e al tempo stesso il fascino della donna, i turbamenti, l’inquietudine e l’attrazione che esercita su David.

La morte di mia zia di C.H.B. Kitchin, Polillo 2009.
Una zia, Catherine, con molti quattrini, un nipote, Malcon Warren, giovane agente di cambio, che viene chiamato proprio da lei per affidargli la gestione del pingue patrimonio. E qui il lettore anche meno smaliziato sa già come andrà a finire. La povera zia se ne volerà dritta in cielo contro la sua volontà. Manca solo di sapere come. Avvelenata, proprio con il suo quotidiano tonico ricostituente. Ora tocca scoprire chi l’ha uccisa.
E il nostro Malcom ce la mette tutta con schemi e schemini vari per incastrare l’assassino, anche perché uno dei maggiori indiziati è proprio lui che ha dato la fatidica boccetta alla cara zia. E non è un affare semplice districarsi fra tutti quelli che in un modo o nell’altro possono ricavare vantaggio dalla sua morte (un classico). Tra cui, in primis, lo zio Hannibal, secondo marito della zia Catherine malvisto dagli altri parenti.
Scritto in prima persona da Malcom viene fuori un personaggio dubbioso, pauroso (magari di essere avvelenato pure lui), poco risoluto, assillato da pensieri e da continue elucubrazioni fino a un ingenuo tentativo di auto accusa. Il racconto si svolge nell’arco di quattro giorni, da venerdì a lunedì con una appendice che chiarisce definitivamente il mistero.
Prosa semplice tendente al banale senza che prenda e trascini il lettore (almeno il sottoscritto).

Patrizia Debicke (la Debicche)
Torna in Italia per i tipi della Nuova Narrativa Newton 2017 e il piacere dei lettori italiani Stuart MacBride con Il cadavere nel bosco, uno dei migliori esempi del tartan noir, o poliziesco scozzese. MacBride, che da un decennio si sta costruendo una reputazione tra i pesi massimi del settore con i suoi irresistibili protagonisti Logan McRae e la sua squadra, non scrive certo romanzi per tutti ma, per coloro che amano un certo tipo di narrativa contemporanea, è da porre su un livello superiore. E questo suo nuovo libro della serie McRae spiega con efficacia il perché, con la sua prosa corrosiva e l’ambientazione che gli è più congeniale, il nord della Scozia.
Assaggino della trama: due persone sono scomparse e sembrano svanite nel nulla, inghiottite dal gelo che attanaglia da giorni la zona. Il sergente Logan MacRae, di nuovo in uniforme e trasferito alla costa settentrionale dell’Aberdeenshire, nel corso delle ricerche, seguendo nel bosco a sud di Banff un vecchio Golden Retriever addestrato a scoprire tracce, inciampa nel cadavere di un uomo, nudo, con le mani legate dietro la schiena, e un sacchetto dei rifiuti sulla testa. McRae scarica il delitto al suo ex capo, l’ispettore capo Roberta Steel, che arriva con la sua squadra, chiede il suo aiuto e pretenderebbe che lui zac! risolvesse subito il caso. Ma Harper, la nuova sovrintendente dell’inchiesta, vuole fare a modo suo ed è decisa a rendere la vita difficile a McRae e alla Steel, mentre nelle alte sfere della Polizia ci sono spiacevoli verifiche in corso.
Nel frattempo Wee Hamish Mowat, il capo della più potente banda criminale della città, muore, designando Logan MacRae come suo esecutore testamentario e “lo vorrebbe” suo erede (il che significherebbe combattere Reuben, il gigantesco e pericoloso numero due di Mowat). E contentino sontuoso, come se non bastasse, si sta preparando una guerra di gangster di tutta la zona per cui McRae, che gli piaccia o no, sarà costretto a occuparsene a costo della vita. Insomma di botto Logan McRae si trova di fronte a tre problemi da affrontare grossi e pesanti come macigni: un killer in circolazione, un controllo professionale e una sanguinosa guerra tra gang…
Giallo indovinato sia per come MacRae e gli altri agenti riescono finalmente a scoprire l’assassino, ma soprattutto per la perfetta ricostruzione dell’ambiente locale con le difficoltà, gli odori e i suoni di una stazione di polizia provinciale di una cittadina scozzese. Con le problematiche del caffè, del tè, del latte che manca, dei computer antidiluviani e dei cestini di rifiuti che traboccano di cartacce e contenitori di cibo buttati via. Poi ci sono le battute al vetriolo dell’ispettore capo Steel, capo diretto di Logan. C’è la scena, meravigliosa, dove il sovrintendente Harper, che coordina le indagini, ha bisogno di mettere in evidenza gli appostamenti della squadra su una lavagna magnetica, ma tutto quello che ha a disposizione è una collezione di scombinati magneti da frigo. Per cui salta fuori il surreale dialogo: «Ricordami ancora, chi è la Torre Eiffel?» Logan controllò la lista. «Il team dell’ispettore Singh. Lei è il pinguino con il sombrero, Rennie la chiatta, il sergente Weatherford è il trenino Thomas…»
Insomma un romanzo con tutte le tipiche stigmate MacBride che funziona bene, senza stancare mai, alla grande dall’inizio alla fine. C’è pathos, compassione, violenza a occhi aperti, gran senso dell’humour e, al centro di tutto lui, il protagonista: Logan Balmoral McRae.

Altri assaggi della nostra Patrizia
Fondamenta inquietanti di Luca Martoro, Goware 2017.
Uno pseudo giallo che sembra più un surreale divertissement, con personaggi esasperati alla Mickey Spillane, come protagonista un simpatico sbruffone che si direbbe uscito a piè pari dalle vecchie e celebri canzoni di Fred Buscaglione. La trama è lieve e si appoggia spesso a situazioni surreali che propongono soluzioni fuori dal seminato. Dimenticate le indagini tradizionali, l’improvvisazione diventa la regola e fa sorridere. Ambientazione veneta a Malo, Thiene, Vicenza con pericolosa deviazione logistica fino a Brescia. L’Osteria Cicchetto, un’enoteca con cucina al bacio, offre piatti sopraffini con indovinati accoppiamenti di vino da assaporare.
Tanto che quando non si corre dietro gli indizi, si beve e si mangia bene per tutto lo scorrere dalla trama.

La giornalaia di Veit Heineken, edizioni e/o 2017.
Veit Heinichen regala sempre una certezza. Con i suoi romanzi è impossibile annoiarsi. Poi da bravo tedesco (ma triestinizzato), visto che con lui si potrebbe rimettere l’orologio, ogni due anni serve sul desco ai suoi lettori una nuova avventura del suo eroe, Proteo Laurenti, con il suo gradito corollario di vini bianchi, piattini prelibati e stavolta con un’ampia selezione di pesci di qualità e crostacei da far venire l’acquolina in bocca. E con la sua verve all’italiana trova modo ogni volta di cogliere nuove e particolari sfumature del suo protagonista.

Una famiglia diabolica di Salvo Toscano, Newton Compton 2017.
Con Una famiglia diabolica Salvo Toscano si è divertito a comporre un classico giallo siciliano in pura salsa anglosassone dal ritmo veloce, spiritoso e gradevole quanto basta, tanto che potrebbe essere stato partorito dalla fertile penna di Agatha Christie, e porta una ventata di fresco nelle mie amare giornate fatte di letture terrorizzanti. E francamente ogni tanto mi fa bene cambiare..
Perché, dribblando con garbo fra qualche bicchiere di troppo che fa girare la testa, diversioni che portano fuori strada, azzardose e sfortunate scappatelle sentimentali,  il nostro autore fa l’occhiolino alle avventure di Hercule Poirot.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi questa volta vi presento Zanna Bianca di Jack London, Piemme 2014, adattamento di Geronimo Stilton.
Cercherò di essere sintetico (qualche parola ce la infila il mio nonno). Grande Nord. Bill e Henry, slitta con 6 cani. Attacco di lupi tra cui una lupa rossa. Fuggono, si accampano e dormono. Al risveglio spariti tre cani. Secondo attacco di lupi, Henry sviene e al risveglio è rimasto solo.
Si cambia personaggio: la lupa rossa partorisce quattro lupacchiotti con pelliccia rossa e uno con pelliccia grigia che scopre vari animali della foresta fra cui una lince. Viene salvato dalla mamma, cresce e diventa Zanna Bianca per i lunghi denti bianchi. Incontro con gli uomini “animali molto alti”, scappa via. La madre parte con un indiano mentre Zanna Bianca resta solo. Verrà venduto ad un uomo cattivo e anche lui diventa aggressivo. Poi è comprato da un uomo buono e, piano piano, diventa docile. Viene portato nella sua fattoria dove si scontra con una cagna gelosa. Salva il suo padrone e “sposa” la cagna. Vittoria dei buoni sentimenti e tutti felici e contenti (che fatica!).

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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