La Debicke e… Sara al tramonto

Sara al tramonto
di Maurizio de Giovanni
Rizzoli, 2018

Non mi piace definire Sara al tramonto un thriller o un romanzo poliziesco, magari patinato di noir. Stop con i generi. Non se ne può più.
Ripartiamo da zero.
Questo è un bel romanzo e basta. Un romanzo in cui, d’accordo, succede anche che ci sia un delitto, un gran brutto delitto che in realtà diventa la causa incidentale per raccontare una vera storia, introdurne un’altra commovente ma contemporaneamente intrigante, di quella che è stata una vita, scelta, voluta e della quale si sono patite le conseguenze, farne intravedere una terza importante, a divenire e, per finire, riuscire persino a salvarne una.
Fatto straordinario, encomiabile certo, ma il succo non sta là, e la parola che invece meglio descrive questo nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni è “responsabilità”. E cioè: cognizione, acquisizione, accettazione e sorprendente assunzione di questa indispensabile condizione che congloba e unisce all’interno della storia un eterogeneo gruppetto di personaggi.
Un libro vero, con una trama articolata che concede ampio respiro a due diverse interpretazioni, una profondamente coinvolgente, emozionale e un’altra comica, che l’avvicina alla commedia. Un libro che sceglie come protagonista e interprete – e il titolo lo svela – una donna, una figura femminile forte e importante, Sara Morozzi. Nessuno la conosce, perché Sara Morozzi, con il suo aspetto volutamente dimesso, piccola, con i capelli grigi, abiti semplici, scarpe comode, con la sua capacità di celarsi, di vivere nell’ombra, riesce a diventare anonima, quasi invisibile. Sara invece, conosce bene coloro di cui ha spiato la vita, Sara detta “Mora” che per decenni ha lavorato in una speciale unità investigativa “coperta”, legata ai Servizi, impegnata in attività d’intercettazione non autorizzate o meglio “confidenziali”.
Una ex poliziotta con i suoi inquietanti trascorsi operativi negli ingranaggi più oscuri degli apparati di Stato, una specie di implacabile giustiziere in grado di far piazza pulita e liquidare sporchi conti rimasti in sospeso. Sara che doveva il suo incarico alla sua eccezionale dote. Dote che le permette, incontrando una persona, di “indovinare ciò che era e pensava”, non solo con la lettura delle parole sulle labbra, ma di decifrarne l’insieme degli intenti, dai movimenti inconsci del volto, dalla postura delle mani, dai gesti involontari, dallo sguardo, da quelle piccole cose che agli altri sfuggono o non dicono niente, mentre per lei meticolosa e analitica ai limiti dell’ossessività, erano rivelatrici. Con gli anni aveva affinato quella innata capacità che l’aveva resa un indispensabile atout per la sua sezione.
Il tempo era passato così, scivolandole tra le dita, mentre nelle orecchie echeggiavano i segreti degli altri. Oggi, superati i cinquanta, è sola. Da poco ha perso il suo compagno, il suo pilastro, il suo unico vero amore, l’uomo ai vertici della sezione investigativa e non può o riesce a rimproverarsi le sue scelte fatte, quel suo grande e insopprimibile impulso che la costrinse ad abbandonare una famiglia, un marito, un figlio piccolo. Oggi è una donna che crede di aver toccato il limite della disperazione, che si annulla, si confonde con l’ambiente. inespressiva, persino invisibile, sullo sfondo di una strana Napoli: periferica e marginale, quasi inesistente e dimenticata dalle cronache, una Napoli che si esalta solo per un attimo con l’azzurro carico del mare ammirato dalle finestre di un villa.
Una protagonista d’eccezione, con la sua meravigliosa dote sempre là ma praticamente in stand by, viene richiamata in servizio in maniera non regolare, da una collega dei servizi segreti, per svolgere un compito particolare, con una copertura semiufficiale e l’appoggio e il suggerimento di un bravo ispettore, annegato da troppo tempo nell’inazione dai meandri della burocrazia.
Questa strana coppia al limite dell’incompatibilità dovrebbe cercare un’altra verità e un altro finale per una storia che pare già tracciata indelebilmente: l’uccisione del ricco finanziere Molfino, per la quale è accusata e in carcere la figlia Dalinda, tossicodipendente e madre single. Uccisione compiuta in un momento di follia sotto la spinta della droga. Senza contare che l’autopsia aveva evidenziato che il morto era affetto da una gravissima malattia al fegato che l’avrebbe portato alla tomba in poco tempo. L’indagine supplementare, uno scrupolo più che altro, è dovuta al grido di aiuto lanciato da Dalinda Molfino che teme per la vita di sua figlia Bea.
E qui subentra la responsabilità accettata, e condivisa da tutti coloro che in qualche modo si trovano o si troveranno coinvolti nelle storia, nei confronti di una bambina di sei anni. Responsabilità che li convincerà a mettersi in gioco perché Sara ai giardinetti, seduta sulla penultima panchina, stava aspettando una giovane donna che conosceva e che diventerà a pieno titolo la terza componente del loro gruppo investigativo. E regalerà loro quel quid in più, in virtù della telematica, destinato a sbrogliare la matassa. Perché seguendo un filo sottilissimo ma che man mano si dipana e si rafforza, Sara riuscirà a intuire quanto le sopraffazioni e le prepotenze legate al quotidiano possano far crescere l’odio fino a un’incontrollata esplosione. E non serve nascondersi dietro una porta, o magari abbassare la voce, perché Sara, che ora può vedere anche sullo schermo, è in grado leggere e “ascoltare” ciò che si trama. Il loro trio insieme può risolvere il caso e magari regalarsi nuove e importanti responsabilità. Una nuova serie? Forse, non so, probabile, ma sicuramente un bel libro da leggere.

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