La Debicke e… La sera a Roma

La sera a Roma
di Enrico Vanzina
Mondadori, 2018

Roma 2013: Federico, sceneggiatore di successo che sogna di realizzare la sua grande ideale opera cinematografica, è un uomo arrivato, con un matrimonio riuscito ma che si concede, per noia, trasgressione o altro, una liaison clandestina con una bella insegnante di pilates. Lui è uno che conta, che frequenta i salotti della nobiltà, il giro cinematografico e intellettuale romano e, come giornalista mondano, le redazioni dei quotidiani e dei settimanali.

Una sera Roberto Bassani, uomo d’affari che possiede e gestisce patrimoni milionari e conta molto economicamente, chiede a Federico di incontrare un giovane attore, Domenico Greco, per capire se ha le carte per sfondare nel mondo del cinema e nel caso per dargli una mano. Federico, malvolentieri ma per educazione, riceve il raccomandato, a prima vista solo un belloccio che maltratta clamorosamente la dizione. Insomma un personaggio senza un futuro nel mondo dello spettacolo. Purtroppo il giorno dopo il ragazzo viene ucciso a colpi di pistola. E Federico, essendo uno degli ultimi ad averlo visto di persona, si sentirà in dovere di andare alla polizia. Il suo gesto di civiltà finirà per implicarlo in un complesso pasticcio e coinvolgerlo nell’avanzare della indagini.

Per sbrogliare la contorta e arzigogolata trama, che vede accordi segreti, semplici, duplici e triplici relazioni clandestine, sentimenti mai confessati, voltafaccia che scombinano patti e amicizie, si muoveranno in parallelo, seguendo strade diverse e non necessariamente aiutandosi, Margiotta, un bravo e illuminato commissario, Maselli, un giornalista di cronaca nera che annusa lo scoop, e il nostro sceneggiatore, anche lui come Maselli collaboratore del Messaggero. Ma mal gliene incoglie, perché il suo pieno coinvolgimento morale e mentale lo porterà a mettere a rischio persino il suo ormai ultradecennale e stracollaudato matrimonio.
Il romanzo, nato come una narrazione di indagine, finisce per sfociare in tutt’altra storia. Stavolta Vanzina, con poche ma indovinate pennellate bagnate di rimpianto, ci racconta la Roma di oggi, catapultandoci nel mondo artificioso in cui gravita la nobiltà romana e in cui la politica fa capolino di prepotenza nelle avventure giallo-rosa-noir che compromettono Federico.
E, naturalmente, fin dalla prime pagine il lettore si domanda quanto ci sia in Federico della storia, del vissuto, delle sensazioni, delle speranze, delle riflessioni e dei rimpianti del suo autore/creatore Enrico Vanzina. I punti di contatto sono tanti: sceneggiatori tutti e due, scrittori e giornalisti per Il Messaggero. La risposta è probabilmente positiva perché talvolta, narrando, si possono esprimere concetti e insegnamenti diversi con precisi riferimenti alla realtà e che prevaricano la pur avvincente linea guida di una storia.
Altro notevole pregio del romanzo: il protagonista cita, parla, e ricorda tanti giganteschi interpreti del nostro cinema e della nostra cultura: Sordi, Beha, de Laurentiis, Lizzani e altri grandi e importanti, e introduce il delicato cammeo della descrizione del funerale del grande Dino Risi (e qui direi che Enrico Vanzina indossa con maggior decisione i panni di Federico).
Un libro da assaporare (al di là dell’intrigo in sé) per gustare veramente la Roma di oggi paragonata a quella che era, vista con gli occhi e il cuore di Enrico Vanzina, un romano vero.
Si è parlato di La Grande Bellezza riferendosi a Roma e Vanzina stesso, per altro, non fa mistero nelle sue pagine di pensare al film di Contarello e Sorrentino, due non-romani che hanno voluto raccontare il lato più paradossale e decadente di un certo ambiente della Roma di oggi. Ma siamo poi sicuri che solo Roma sia così? Certo nel film di Sorrentino non c’era la capacità di identificarsi di Vanzina, che si esprime nella rabbia, nella frustrazione ma anche con indulgenza, con la disillusione di un amore calpestato. Ma, più che a Sorrentino, Vanzina mi ha rimandato a Fellini (e nemmeno a farlo apposta Federico è il nome del protagonista, alter ego di Vanzina?) e a una moderna rivisitazione di ‘La dolce vita’. Una dolce vita imbruttita, invecchiata, peggiorata, con cinquant’anni in più, dove permane ancora la regola non scritta: molti contatti, molte cene, molto ‘salotto’, ma dove in realtà nessuno conosce davvero nessuno. Un impietoso ritratto di una certa aristocrazia decadente che sembra solo il fantasma di se stessa. Sfilano nelle pagine del romanzo, come antichi cavalieri che inalberano sull’elmo i loro emblemi, lussuriosi, violenti, avari e prodighi, iracondi e violenti. Quelli dominati dall’ossessione per l’antica nobiltà e quelli che invece devono difendere a tutti costi la troppo bistrattata parola onore.
Mentre nella volubile, incosciente e carnale promiscuità i due poli si mischiano in un insano delirio. La notte copre le trasgressioni, i pensieri, le tragedie. Come trovare la via d’uscita da questa spirale infernale, fatta di delitti intorno ai quali gravitano pederasti, rubacuori, faccendieri, scambisti, pettegoli, bugiardi, traditori?
Chi sa servirsi dell’umorismo, come Vanzina, ha una marcia in più ed è in grado di andare a fondo e scovare ogni verità, anche la peggiore, regalandoci il fuoco d’artificio di un inatteso finale eclatante.
Roma resta Roma anche se tutto è perduto… fuorché l’onore.
Un giallo? Un noir? Sicuramente un attento e disincantato spaccato di una certa realtà romana, in pericolante equilibrio tra miseria e nobiltà (quel quid legato alla maestria di grandi interpreti), che c’è, esiste e può “far danni” agli altri e a se stessi quanto o come gli altri. Quel quid talvolta profondamente istintivo della natura umana.

Mi piace chiudere con la frase del duca di Bedford, scelta da Vanzina per far strada alla sua trama: ‘Lo snobismo si può definire all’ingrosso il piacere di guardare gli altri dall’alto in basso. E il mondo è costruito talmente bene che tutti troviamo sempre qualcuno da guardare dall’alto in basso. (J.I. Russel Duca di Bedford, Il libro degli snob).’

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