La Debicke e… Il Canaro della Magliana

Antonio Del Greco e Massimo Lugli
Il Canaro della Magliana
Newton Compton, 2018

La vera storia del Canaro della Magliana (1988) che confessò il più atroce delitto della cronaca nera italiana, raccontata in un romanzo noir da Antonio Del Greco, il funzionario di Polizia che l’arrestò e lo fece confessare, e da Massimo Lugli, il maestro del thriller italiano. Insieme ci fanno riscoprire un gran pezzo di Paese e di Roma che oggi non c’è più, ma allora la Questura di Roma, e Roma, erano esattamente le stesse che troverete nelle pagine di Lugli e Del Greco (compreso ovunque il fumo delle sigarette). Un mondo che fa da sfondo a questa spaventosa storia, in cui realtà e finzione si intrecciano nella carta e nella mente dell’assassino.
Il libro si ispira a una storia vera: l’uccisione dell’ex pugile Giancarlo Ricci per mano di Pietro De Negri, soprannominato “Il Canaro della Magliana” perché proprietario di un negozio di toeletta per cani.
Antonio Del Greco e Massimo Lugli hanno rivisitato il suo atroce delitto scrivendo un romanzo crudo che non lascia spazio a nessuna immaginazione, ma collega la trama con la sofferta vicenda sentimentale dell’Ispettore Angela Blasi, cresciuta nella zona della Magliana, e di Christian, ex ragazzo della Blasi, da lei coinvolto allo scopo di trovare indizi sul colpevole o i colpevoli di quell’omicidio.
Siamo a Roma, il 19 febbraio 1988, quando un cadavere, che presenta segni di mostruose ed efferate torture – pollici e indici di entrambe le mani amputati, ferite cauterizzate per non far morire subito la vittima, mutilazione di naso, orecchie, labbra e genitali, semi carbonizzato – viene ritrovato in una discarica della Magliana, alla periferia della capitale, zona ricca di povertà, degrado, malaffare, marchettari, spaccio e rapine bagnate nella più completa omertà.
In prima battuta le indagini della squadra mobile della polizia vengono affidate a Angela Blasi, giovane ma tosta ispettrice di punta della sezione omicidi. L’inchiesta, che si rivelerà tutt’altro che semplice, la metterà di fronte a una difficile realtà e sarà vano e inarrestabilmente pericoloso il suo impulsivo tentativo di coinvolgere Christian, il vecchio amico e fidanzato. Ma, con la stampa e i superiori che incalzano, ci vogliono risultati e alla svelta. Pertanto tutta la squadra omicidi di Roma, benché contemporaneamente debba battersi anche su altri temibili fronti cittadini, è costretta a impegnarsi nella caccia all’assassino. Alcuni indizi si rivelano meno promettenti di quanto si potesse sperare e solo quando si riuscirà a identificare la vittima, attraverso un’impronta, si arriverà quasi per caso a incastrare un insospettabile: l’innocuo proprietario di una toeletta per cani…
Trama impeccabile che coinvolge e intriga, suddividendosi tra un’accurata ricostruzione dei vari personaggi e la suspense emozionale e investigativa. Narrazione in cui si apprezzano fino in fondo le diverse sfumature del dialetto di borgata mischiato a quello della mala romana che impazza (che poi sono tutt’altro da quello di centro e di Trastevere) e le scivolate nel napoletano usate ad arte in certi dialoghi fra i personaggi. Tra questi, da citare assolutamente perché perfetti nelle loro sfumatura caratteriali, i cattivi Oleandro Rosati detto Nello – il gigantesco e strafatto e fumantino rinoceronte di borgata – e il consigliere occulto della mala capitolina, il Professore (qui Massimo Lugli richiama almeno in parte altre sue punte di diamante di ex appartenenti alla gang dei marsigliesi). E invece, dalla parte dei buoni, il bravo (via, perdoniamogli l’innato maschilismo), baffuto piacione commissario Tommaso Elleni, il suo acuto, pragmatico superiore e capo della mobile, Rino Frati, la piemme con le palle, Ada Capponi, Andrea Bodoni, il folle pilota delle Ritmo grigia della mobile e i Nani, i due implacabili questurini quasi gemelli.
Il Canaro della Magliana, Pietro De Negri, ex rispettabile padre di famiglia che lavorava come toelettatore nella sua bottega di via della Magliana, a Roma, fu arrestato il 21 febbraio 1988, tre giorni dopo aver ucciso Ricci all’interno del suo locale e nascosto i resti nei pressi di una discarica al Portuense. Confessando l’omicidio, De Negri dichiarò di aver fatto entrare l’ex pugile, un bullo esaltato di periferia che da tempo gli rendeva la vita impossibile, con la scusa di rapinare uno spacciatore di cocaina. A tal scopo, dopo averlo fatto nascondere e chiuso a chiave in una gabbia, il “Canaro”, sotto l’effetto della cocaina, dette il via alla sua orrenda vendetta: prima lo stordì con una bastonata, gli versò sul volto della benzina e gli dette fuoco (dopo aver acceso lo stereo a pieno volume per evitare che qualcuno sentisse), poi lo legò a un tavolo e gli tagliò gli indici e i pollici delle mani con una tronchese, cauterizzando i moncherini con la benzina, per evitare il dissanguamento. In seguito, sempre secondo le parole del De Negri, avrebbe prima schernito Ricci, che aveva ripreso conoscenza, poi avrebbe avuto anche il tempo di andare a prendere a scuola la figlia e accompagnarla a casa della madre. Una volta tornato nel suo negozio, il “Canaro” tagliò alla sua vittima anche il naso, le orecchie, la lingua e i genitali, ficcandoglieli in bocca con una tenaglia, facendolo morire per asfissia. Dopo la morte, De Negri gli ruppe i denti a martellate, poi aprì la scatola cranica, estrasse il cervello e lo lavò con lo shampoo da cani, prima di avvolgere il cadavere in un telo di plastica, portarlo alla discarica e darlo alle fiamme. Questa, è la sintesi della versione rilasciata dal diretto interessato. La sua storia fece epoca e invase per giorni le prime pagine dei quotidiani. La realtà processuale, invece, basata sull’autopsia, è diversa. Tutte le amputazioni e le efferatezze descritte dal “Canaro” risalgono a dopo la morte di Ricci, avvenuta a non più di 40 minuti dalle martellate che avevano provocato un’emorragia cerebrale. Diverse inchieste, anche extraprocessuali, hanno quindi indotto a pensare che il “Canaro” abbia solo immaginato, sotto l’effetto della droga, la maggior parte di quanto dichiarato. De Negri, che aveva confessato l’omicidio senza essersi pentito, fu sottoposto a due perizie psichiatriche che gli riconobbero una parziale incapacità. Diagnosi che gli consentì di evitare l’ ergastolo e di essere condannato a 24 anni, prima di essere liberato, dopo aver scontato solo 16 anni, per buona condotta.

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