La Debicke e… Navi a perdere

Carlo Lucarelli
Navi a perdere
Einaudi, 2018

Proverò, non so se ci riuscirò, a dire qualcosa in più di quanto è stato già detto da penne abili e raffinate su Navi a perdere, suggestivo noir di Carlo Lucarelli. Già pubblicato nel 2008 nella collana Verde Nero di Edizioni Ambiente, casa editrice impegnata nella difesa e custodia dell’ambiente, Navi a perdere è stato poi ripreso dall’autore nella trasmissione Blu notte. Intanto, come prima cosa, sono andata a riascoltare parola per parola la puntata del 5 agosto 2011 alle 23,55. La storia è perfetta, soprattutto per la tensione e l’interpretazione narrativa che Carlo, autore e attore straordinario, riesce a regalare al pubblico. La serie era molto bella, straordinariamente coinvolgente e ha avuto un’audience eccezionale per gli argomenti e i tempi trattati, nonostante l’orario notturno della trasmissione. E questa puntata è notevole da tutti i punti di vista: realizzazione della ripresa televisiva, che non si avvale di trucchi ed eccessi spettacolari (vedi misurata ambientazione, ricostruzione ecc.), e soprattutto per il giusto tono ed emotività adottati da Lucarelli. Il mare è come l’aria. Servono navi o aerei per affrontarli e superarli. Servono mezzi concepiti e usati dagli uomini, macchine che possono guastarsi. Succede. E dunque una nave può affondare e un aereo può precipitare. Sono rischi che andrebbero sempre messi in conto. I relitti degli aerei vengono ritrovati quasi sempre, quelli delle navi invece… Quando una nave ha problemi, imbarca acqua e fa naufragio in alto mare, magari scompare definitivamente nelle profondità degli abissi marini. In questa storia ci sono certe navi, più carrette del mare che navi, specie di cargo trasportacontainers, che all’improvviso affondano per misteriose avarie. E a nessuno importa come e perché. Tanto nave e carico sempre sono assicurati. Le assicurazioni servono a coprire i rischi e proprio i Lloyd’s di Londra, in questo noir di Lucarelli, con la loro voce e la loro precisa denuncia avranno importante voce in capitolo. Una loro denuncia fatta a La Spezia, infatti, darà modo alla magistratura di aprire un’indagine.

Un’indagine che si lega anche al caso della Rosso. 12 dicembre 1995. È notte e piove a dirotto. Una Fiat Tipo è partita da Reggio Calabria, corre sull’autostrada in direzione di La Spezia con a bordo due carabinieri, un appuntato e un maresciallo, e il capitano di fregata Natale De Grazia, che collabora con il pool investigativo del procuratore Francesco Neri. Per arrivare ci vorranno circa dodici ore di viaggio. Finora hanno fatto tre soste, per fare benzina, per andare in bagno e per cenare. Ma, passato il casello di Nocera Inferiore, il capitano De Grazia sta male. Ha perso i sensi, non respira, i due carabinieri lo adagiano, mentre chiamano il 112 tentano anche, ma invano, un massaggio cardiaco. In ospedale accertano la sua morte per cause naturali. Infarto? Comunque De Grazia stava andando a La Spezia per approfondire un caso poco chiaro di naufragio seguito da uno spiaggiamento. Il 14 dicembre 1990 alle 7.55 Luigi Giovanni Pestarino, comandante della motonave da carico Rosso della Ignazio Messina & co. di Genova, partita da La Spezia e diretta a Malta, aveva lanciato un SOS mentre passava davanti a Capo Vaticano, in Calabria. Chiedeva aiuto perché la nave, sballottata dalle onde di un maestrale forza 7, stava imbarcando molta acqua da una falla nella stiva. E abbandona la nave con l’equipaggio, portandolo in salvo. Troppa fretta forse? Eh già perché la Rosso, che sarebbe dovuta affondare, invece si raddrizza, si gira e, portata dalla corrente, va alla deriva fino a incagliarsi sulla spiaggia di Formiciche, a quindici chilometri da Amantea. Il giorno dopo, mentre il comandante della capitaneria di porto ha dato ordine di stare alla larga dal relitto e lo ha fatto recintare (la Rosso ha una pessima fama, prima si chiamava Jolly Rosso e nel giro dei marittimi era conosciuta come la nave dei “veleni”) la squadra mandata dall’armatore interviene, sale a bordo e… Ma è un dato di fatto che, quando in seguito la squadra di demolitori di Crotone raggiungerà il relitto, invece di una falla troverà un buco dai contorni netti, che sembra fatto con la fiamma ossidrica. Buco fatto per far “sparire” una parte del carico? Ipotesi avanzata dai carabinieri che indagano sul mancato naufragio. E successiva ipotesi fatta da De Grazia e dal suo pool investigativo: che la nave trasportasse rifiuti radioattivi e che il naufragio fosse solo un trucco per scaricare in fondo al mare un carico molto pericoloso e incassare i soldi dell’assicurazione. Insomma Navi a perdere riassume un susseguirsi di eventi sconcertanti: navi che affondano tutte più o meno nello stesso modo davanti alle coste della Calabria, cariche di rifiuti tossici infilati in cannister che si disperdono come siluri sparati nelle profondità degli abissi dei nostri mari. Siluri utilizzati dal Dodos, operazione di deep ocean operating data? Un sistema usato per anni da Italia, Francia, altri paesi europei e da altri diversi paesi anche al di là dell’oceano? Certo è che strani containers sono approdati alle spiagge di Ischia pieni di merci varie, ma le loro pareti presentano notevoli tracce di torio. Navi a perdere con tre punti in comune: uomini, droga e rifiuti tossici. Il gioco è in mano a gente di potere che mette a repentaglio le condizioni ambientali dell’Italia e del mondo intero, specialmente di tanti paesi in via di sviluppo, imponendo un commercio illegale di rifiuti velenosi, destinati al mare o a discariche illegali in luoghi isolati, quasi irraggiungibili. Ḕ all’opera il lungo artiglio dell’ecomafia. Bisognerebbe intervenire, fermarli e reagire, ma molti di quelli che hanno tentato di farlo ci hanno rimesso la vita. Da troppi fatti si propagano echi di criminalità organizzata, di delitti irrisolti, di tentativi di copertura da parte di imprese e di politici. Tante diverse storie in grado di scuotere le coscienze, che collegandosi tra loro, indichino una possibile verità, o per lo meno ci provino. Lucarelli si serve della parola “dietrologia”, come di un filo rosso per mettere insieme i vari fatti narrati, continuando a spiegarla con l’esatto significato del Devoto. E sa bene che la dietrologia = ricerca di interpretazione, a volte ossessiva, dei fatti diventa spesso un qualcosa di biasimato, visto con sospetto. Come si difendono i presunti responsabili di danni ecologici? Strillando a gran voce che la dietrologia significa paranoia. Facendo passare gli atti e le parole di chi cerca la verità per pura e semplice paranoia. Dietrologia, verità, paranoia. E invece paranoia non è. Si deve sempre battersi per raggiungere la verità. E si può battersi anche rendendo noto questo sferzante reportage, che racconta una storia di fantasmi: i fantasmi delle navi a perdere che gridano la loro verità dal fondo del mare. Una voce inascoltata quella delle navi affondate che «si fanno uscire dalla pancia versi bassi come muggiti, rantoli cavernosi come un sospiro a bocca aperta, gemiti e mormorii lunghi… esiste un canto delle navi perdute?». Un romanzo-inchiesta, coinvolgente come un giallo privo di una conclusione consolatoria. Un romanzo con un protagonista: il capitano di fregata De Grazia. Un uomo che ha cercato la verità a costo anche della propria vita.

Carlo Lucarelli: scrittore noir di successo e volto noto della TV italiana, il suo mestiere è indagare e raccontare la “metà oscura” delle cose. Nato a Parma, terminati gli studi si diede al genere poliziesco esordendo nel 1990 con Carta bianca, che inaugurò la serie del commissario De Luca. Raggiunta la popolarità nel 1997 con il bestseller Almost Blue (da cui viene tratto un omonimo film), l’anno seguente debutta in televisione con “Mistero in blu”, in seguito ribattezzato “Blu notte”, in cui racconta con suspense delitti irrisolti e grandi misteri della realtà italiana. Docente di scrittura creativa alla Scuola Holden, nel 2014 è autore di Albero Italia, giallo storico ambientato nell’Africa coloniale, edito da Einaudi. Nella stagione 2015/16 conduce la trasmissione “Profondo nero” sui canali Sky.

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