Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2019

(Facciamo gli auguri a Fabio che oggi fa il compleanno, sì? Auguri, Fabione!)

Porca vacca!
Porca vacca! è il grido che sorge spontaneo dal mio vetusto apparato fonico ogni volta che se ne va un pezzo della mia vita (la vacca ormai non si offende più). Che si tratti di un qualsiasi mito della scenografia mondiale (giocatore, attore, scrittore, cantante…) o di quella relativa al paesello natio dove trascorsi del viver mio la primavera, tanto pe’ fa ‘na scontata citazione. E allora un saluto glielo voglio mandare a tutti quelli rimasti più o meno incartapecoriti e a quelli che hanno preso il volo. Naturalmente con i loro caratteristici soprannomi: Dado, Bela, Polvere, Pocciere, Caciao, Pasta e Pane, Rombolino, Nisio, Nicchio, Capino, Capone, Palloni, Gattaccio, Buzza, Balilla, Buzzino, Giona, Paperino, Mea, Zipi, Budode, Ciccina, Cicciaio, Ciacce, Mastrilli, Jack, Biondo, Banana, Zenzerino (suo pensierino lapidario a scuola “I maratore fa i gabinetto e poi ci caca”), Publio, Pinguino, Doddolo, Sussi e Biribissi, Barabba, Maialaio, Mandorlino, Molle…
Ciao, ragazzi!

Perry Mason e la cliente misteriosa di Erle Stanley Gardner, GialloMondadori 2019
“La mia segretaria” continuò Mason “mi ha detto che siete il giudice William Mallory, australiano di Sidney, e che desiderate consultarmi a proposito di un omicidio colposo.” Un omicidio colposo di ventidue anni fa (scontro di auto) quando fu emesso un mandato di arresto ma la persona scomparve. C’è, però, da lottare per un cliente povero contro il ricco milionario Ronald C. Brownley. Desidera che nessuno sappia della sua venuta, chiamerà Mason fra circa un’ora per presentargli la “donna alla quale è stato fatto un torto” e la sola probabilità di vincere la causa è la testimonianza del giudice stesso. Giudice… uhm… un giudice che balbetta non si è mai visto, afferma l’“avvocato del diavolo”. Ma la “stranezza” dell’uomo e del caso lo attira. E si viene a sapere che la donna accusata di omicidio colposo era la signorina Julia Branner, divenuta Julia Brownley, moglie di Oscar Brownley, figlio del magnate Ronald C. Brownley. Questo è pane per i denti affilati di Mason, a cui piace “gareggiare d’astuzia con i bricconi” e “accostare i fatti l’uno all’altro, come in un gioco di pazienza, per scoprire la verità.”
Intanto il giudice viene trovato ferito nella sua camera d’albergo, portato all’ospedale da dove sparirà lasciando una lettera a Perry. Poi arriva l’uccisione del magnate da parte di una donna con impermeabile bianco. Sbucata all’improvviso dall’ombra, è salita sul predellino della sua macchina, gli ha sparato cinque colpi ed è fuggita. Indiziata ed arrestata Julia Branner. Tutto gira attorno a Joan Seaton, nipote adottata di Ronald che scompare. Vera o falsa? E il giudice Mallory. Vero o falso?
Per risolvere il problema occorre entrare in azione addirittura con il travestimento della segretaria Della Street, l’appoggio di Paul Drake e l’iniziativa dello stesso Mason capace di assestare terribili cazzottoni per i quali rischia addirittura l’arresto, dovendosela vedere con il procuratore distrettuale Hamilton Burger assomigliante “un po’ a un orso, col suo grosso tronco e le corte braccia muscolose”. Di mezzo il classico testamento che può essere cambiato all’improvviso per la vera o falsa nipote, un impermeabile bianco e giallo, una chiave… A un certo punto la classica luce che si accende “Come mai non ci ho pensato finora?”. Poi basta tendere l’altrettanto classico tranello a chi di dovere per risolvere il busillis. Mason è bravo e pure Della non scherza “Ma elementare mio caro Watson, elementare. La mia mente femminile ha saputo dedurre dagli indizi l’esatta conclusione. Questione di forma mentis.”
Per I racconti del giallo ecco Anonimo relativo di Mauro Frugone
In treno. Andrea rimugina sul fratello caduto nelle grinfie della droga. Forse la causa della sua scelta di vita. Nello stesso scompartimento due uomini che parlano fra loro su “un figlio di buona donna” che non ha accettato la loro proposta. Vestiti da ricchi, strafottenti. Ma Andrea è l’artista dell’anonimato. Ora deve scendere… Racconto secco come una fucilata.
Chiude il libro la seconda puntata di I Libri Gialli, 1929-1941 di Mauro Boncompagni. Un excursus da non perdere.

Il nemico alla porta di Ethel Lina White, R. Austin Freeman e Cornell Woolrich, GialloMondadori 2019.
La vittima è presente di Ethel Lina White
“Quella donna finirà assassinata!” esclama la signorina Pye (Florence), sorella dell’omonimo ispettore. Vista dalla finestra trattasi della attempata zitella Anthea Vine, ricchissima residente a Jamaica Court, proprietaria dei Magazzini Dalia che ha adottato e tiene fortemente sottomessi tre ragazzi: Charles e Francis Ford e Iris Pomeroy. Di mezzo c’è pure il giovane medico Lawrence che attira le sue attenzioni e quelle di Iris. Tutto gira intorno al denaro e al testamento della riccona che può essere cambiato da un momento all’altro a favore di qualcuno.
Anthea vuole comprare anche il negozio di Doris, una delle sorelle di Pyne per aprire un altro albergo a Timberdale. A questo si aggiungono un paio di furti sospetti nella casa della signora Antrobus che in seguito potrebbero avere relazione con il “fattaccio”, ovvero la morte annunciata di Anthea colpita da un oggetto pesante, tra l’altro introvabile, mentre sta per andare a letto. Pyne si trova in difficoltà nelle indagini ma, testardo, non vuole l’ingerenza di Scotland Yard. Un racconto di brevi capitoletti, ricco di dialoghi serrati e pensieri oscuri che serpeggiano all’interno dei personaggi. Al centro, ripeto, il denaro, la paura, l’odio e perfino l’amore che si può trasformare in odio.
La svista del signor Pottermack di R. Austin Freeman
Nel “Prologo” la fuga riuscita di un carcerato. Poi si passa al signor Pottermack che desidera installare una meridiana nel suo giardino. Sui cinquanta, barba ed occhiali, movimenti veloci, sguardo luminoso dietro le lenti, rughe sul volto, capelli spolverati di bianco, orecchio destro con voglia di vino. Sotto di essa un antico pozzo dentro il quale finirà, ucciso da lui stesso, il ricattatore Jeff Lewson che conosce qualcosa di importante sul suo passato. Ma c’è il problema delle orme da cancellare nel giardino, della giacca del morto e dei soldi che sono in essa da far sparire. Come?… E c’è il problema del dottor Thorndike che quando si mette ad indagare sono guai per tutti. Munito di una nuova macchina fotografica, microscopio e periscopio non sfugge nulla al suo sguardo “scientifico”.
Scrittura lenta, minuziosa, precisa, a volte addirittura esasperante nei minimi particolari, tutta tesa a penetrare nell’animo di Pottermack, con i suoi dubbi, le improvvise certezze, incertezze e paure. Un duello tormentato tra lui e il famoso dottore. Verrà smascherato? Subirà la pena o se la caverà in qualche modo?…
Il pomeriggio di un truffatore di Cornell Woolrich
Subito all’inizio “Clip Rogers, conosciuto anche come Rodge lo Speculatore, o come Harry l’Ossesso o…”, insomma siamo di fronte a un truffatore che ha fregato il classico babbeo. Ora si trova in treno, più precisamente nella toilette del suddetto, quando arriva un “uomo molto corpulento con una faccia piuttosto verde” che se ne va a vomitare all’interno del gabinetto dopo aver lasciato la giacca sopra la sua. Tentazione troppo forte, Clip fruga nella giacca dello sconosciuto e si trova fra le mani un distintivo da poliziotto. Quando scende alla stazione viene scambiato per il famoso ispettore Griswold che deve indagare su un brutale omicidio. Trattasi di una donna uccisa in un hotel e l’unico testimone del delitto è suo figlio, un bambino di sette anni piuttosto particolare. Ce la farà a risolvere il caso? O sarà scoperto?…
Come al solito scelta oculata, oculatissima del curatore Mauro Boncompagni che mette assieme tre prodotti diversi e incomparabili: sospetti in famiglia con “situazioni angoscianti, minacce sinistre e torbide ambiguità”, affondo all’interno dell’assassino in un magico inverted mystery, racconto ingegnoso, imprevedibile e bizzarro.
Buona lettura.

Charlie Chan e il canto del cigno di Earl Derr Biggers, GialloMondadori 2019.
Quattro ex mariti della bella e famosa cantante lirica Ellen Landini, ovvero Dudley Ward, John Ryder, Frederic Swan e Luis Romano, riuniti nella dimora del primo sulle rive del lago Tahoe per risolvere un problema. Ovvero la ricerca di un suo figlio che Ellen ha avuto sei mesi dopo essere andata via di casa e di cui non ha notizie. Ora avrebbe diciotto anni e vuole trovarlo a ogni costo, disposto a “pagare profumatamente” qualsiasi informazione utile. Per raggiungere lo scopo ha invitato pure l’ispettore di polizia di Honolulu Charlie Chan, famoso per avere risolto i casi più insolubili, un cinese “grassoccio, di mezza età”, piccoli occhi neri che brillano, le labbra aperte al sorriso. Arriva anche lei, naturalmente, un po’ cambiata dal tempo, e la situazione si fa intrigante e pericolosa…
Soprattutto quando viene trovata uccisa nello studio da un colpo di pistola. Molti sono i motivi dell’assassinio e molti gli indiziati. Ai quattro devono essere aggiunti il nuovo amore giovane della cantante, sua sorella, il pilota dell’aereo personale e rispettiva moglie, il vecchio domestico e la cuoca. Ma non bisogna avere fretta a tirar conclusioni perché “C’è un lungo tortuoso sentiero da salire e l’uomo saggio si avvia lentamente e conserva l’energia per un rapido finale.” Alle indagini partecipa il giovane sceriffo della contea Don Holt (in seguito arriverà anche il padre), ammiratore entusiasta dell’ispettore di Honolulu (spesso si meraviglia per il suo metodo). Tutti sospettati, dicevo, con il loro bel movente e improvvisi cambiamenti di umore. Via a Reno per parlare con la signorina Meecher, segretaria e cameriera della Landini, e avere qualche notizia sugli ex mariti e sull’aviatore. Interessante…
Niente metodo scientifico per Chan perché “In tutte le mie indagini su delitti ho sempre tenuto presente il cuore dell’uomo. Quali passioni hanno contribuito: odio, cupidigia, invidia, gelosia? Io studio sempre la gente.” Piccoli spunti sulla società delle montagne californiane, un miscuglio di Est e di Ovest, occhio a una sciarpa, a una spilla, al testamento della defunta, alle bozze di un suo libro, e occhio al cane Cruccio che potrebbe diventare, come sottolinea lo stesso Chan, “l’indizio essenziale.” Perché?… E, per finire, già che ci siamo, occhio all’occhio! (capirete).
Tra battute, proverbi e aforismi esilaranti del nostro cinoamericano Charlie Chan la lettura fila via che è un piacere.
Per i Racconti del giallo ecco La gatta sul caso che scotta di Annamaria Fassio.
La gatta del commissario capo Erica Franzoni, ora in buona relazione con Maffina, fa la pipì sulle ortensie del giardino di Bice Bellagamba. Discussioni. Dopodiché la Bellagamba si ritroverà morta stecchita con un colpo di pistola. No, non c’entra niente Erica. Forse è stato il nipote Michele Trapasso, in un giro di loschi affari di droga, che le chiedeva continuamente denaro. Oppure… ma lasciamolo scoprire alla gatta.
Simpatico.
Infine la quarta puntata di La storia del Giallo Mondadori, ovvero La ripresa postbellica di Mauro Boncompagni.
Buona lettura.

Un giretto tra i miei libri

L’enigma della vasca dei pinguini di Stuart Palmer, Polillo 2011.
Il morto ammazzato è Gerald Lester, broker, marito di una bella donna che attira inevitabilmente gli sguardi degli uomini. Il luogo del ritrovamento è la vasca dei pinguini dell’acquario di New York (sì, avete capito bene), mentre, per quanto riguarda la “trovatrice”, trattasi della insegnante elementare Hildegarde Matha Withers, zitella trentanovenne che è in visita con la sua scolaresca proprio da quelle parti. In questa, come in altre storie, aiuta l’ispettore Piper nelle indagini attraverso i suoi appunti e le sue acute osservazioni. E qui siamo davanti a un caso per lui molto semplice: il classico triangolo nelle persone del marito, della moglie e dell’amico fin troppo amico, l’avvocato Phil Seymour che addirittura si autoaccusa. Ma le cose si complicano perché il morto non è mica morto affogato e allora “questo è un caso vero, non un enigma da rivista da racconti. E io sono un investigatore, non un supersegugio” tanto per citare Sherlock Holmes e Philo Vance.
Qualche altro particolare: siamo in un periodo di crisi economica, le borse vanno giù, il morto è stato costretto a licenziare, una bombetta nell’acqua che non appartiene al defunto, un’altra confessione, un dubbio perfino sulla nostra zitella che però non demorde nel cercare il colpevole “Fare il detective è il sogno della mia vita”, oppure “ La giustizia è superiore agli odi, agli amori e alle simpatie dell’uomo”. Lettura gradevole, leggeri colpi di umorismo e caricatura, finale non troppo convincente basato su un trucchetto risaputo.

L’enigma dell’Alfiere di S.S. Van Dine, Mondadori 2007.
“New York, ruggenti anni venti. Un sinistro, imprevedibile assassino si macchia di una serie efferati delitti ispirandosi a una filastrocca infantile. I principali sospettati sono tutti eminenti personalità della metropoli. Spetterà a Philo Vance, esteta raffinato e investigatore dalla mente labirintica, affrontare un genio criminale tanto letale quanto perverso”.
Ma come c’entrano gli scacchi con questa storia? C’entrano, eccome, perché l’assassino si firma con il nomignolo di “Bishop” che in inglese vuole dire sia “Vescovo” che “Alfiere”, uno dei pezzi del gioco degli scacchi. E proprio un Alfiere nero viene lasciato sul luogo del delitto. E alcuni dei sospettati, naturalmente, conoscono questo giuoco. Ce n’è uno, Pardee, che addirittura ha inventato un gambetto (un modo di iniziare la partita con un sacrificio per lo più di pedone) che porta il suo nome e che affronta anche il mitico Rubinstein nel celebre Manhattan Chess Club. Sembra proprio lui l’assassino quando viene trovato ucciso con un colpo di pistola e la faccenda si complica.
Ma più che l’architettura complessiva della trama con il relativo colpo finale a sorpresa (un po’ troppo a sorpresa a dir la verità) qui chi colpisce davvero, chi attira l’attenzione del lettore è il nostro Philo Vance, l’aristocratico, il colto e mellifluo Philo Vance intorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi. Costretto a interrompere “la traduzione omogenea dei principali frammenti di Menandro scoperti nei papiri egizi agli inizi del secolo” per seguire questo caso. E chi già aveva conosciuto il Nostro attraverso La strana morte del signor Benson e La canarina assassinata (ce n’è anche un altro di cui non ricordo il titolo) si può ben immaginare il sacrificio a cui è costretto e di conseguenza l’importanza della storia a cui dovrà assistere e partecipare attivamente. Che gettò l’intera città di New York nel panico più assoluto come nella Londra di Jack lo Squartatore del 1888, o nella Hannover del lupo mannaro Harmann del 1923, opportunamente sottolineato in una nota del libro dallo stesso narratore, l’amico e consulente legale Van Dine. Tanto per aumentare la tensione e attirare ancor più l’interesse del lettore. Ed anche questa volta la scena è tutta per lui, per questo dandy americano, quasi copia perfetta di lord Wimsey della Sayers, che parla e veste in maniera elegante e forbita. Gli anni della loro nascita letteraria sono quasi gli stessi. Peter Wimsey nasce nel 1923 e Philo Vance (interpretato magistralmente alla televisione da Giorgio Albertazzi) tre anni dopo con “La morte del signor Benson” già citato. Dalla penna di Willard Huntington Wright, giornalista e critico d’arte americano che usò lo pseudonimo di S.S. Van Dine. Quasi un destino. Willard si ammala di tubercolosi e deve essere ricoverato per due anni in sanatorio. Non sapendo cosa fare si mette a leggere romanzi polizieschi di ogni tipo tanto da diventarne un vero esperto. Quando esce dal sanatorio incomincia a scrivere e crea questo famoso personaggio.

I Maigret di Marco Bettalli

Il porto delle nebbie del 1932
Uno dei Maigret più celebri, e a ragione. È  costruito, come spesso accade, su due piani: la trama gialla vera e propria, come sempre (almeno nei primi Maigret) incredibilmente complicata, basata sul leit-motiv del passato che ritorna, con una donna contesa tra due cugini, il “buono” scapestrato e il “cattivissimo”, che è poi l’assassino, serio e morigerato. La parte del ferimento e poi dell’omicidio del vecchio capitano, pur spettacolare, si regge a stento nella sua inverosimiglianza, ma la cosa non ha alcuna importanza. Il piano più simenoniano è comunque quello, qui davvero immortale, della descrizione di un ambiente e dei suoi personaggi. Il “porto delle nebbie”, questo paesino di pescatori e marinai vicino a Caen, luogo di silenzi, di omertà, di bicchieri di grog scolati nella nebbia, di naturale diffidenza verso l’uomo di terra venuto a rovistare nelle loro vite, è il vero protagonista, insieme alla pioggia, al vento, al freddo, alle tempeste che dominano su tutti, uomini e navi. Maigret ne è molto affascinato e disprezza profondamente i pochi “borghesi” presenti (un tema fisso nei Maigret: la povera gente è comunque migliore), e nonostante fatiche inenarrabili, notti al gelo, pericoli nonché molte disinvolte infrazioni al regolamento se non alla legge, tornando a Parigi dopo aver risolto i vari enigmi (con l’aiuto di Lucas all’esordio, una copia in piccolo dello stesso commissario), ne ricaverà un senso quasi di nostalgia. Come anche noi…

Il cane giallo del 1932
Ancora un’ambientazione nella provincia francese; questa volta siamo a Concarneau, non lontano da Rennes. Maigret, distaccato appunto a Rennes, affronta da par suo questa ingarbugliatissima storia, basata (come tante volte) su una struttura tipica: la coppia (molto romantica, tipo la bella e la bestia, accompagnati dal povero cane giallo che dà il titolo al romanzo) poverissima, maltrattata e ovviamente sospettata da tutti delle peggiori nefandezze vs quattro-cinque borghesi più o meno depravati, di cui uno (e la madre di lui) emerge alla fine come una delle figure più orribili, priva di qualsiasi dimensione in qualche misura umana, che Simenon abbia mai descritto. Grazie al commissario, che giunge a “incolparsi” di un falso tentativo di avvelenamento, che Emma aveva tentato davvero e che regalerà persino un po’ di soldi a lei e al suo troglodita dal cuore d’oro, tutto finirà bene, mentre poco resterà degli spocchiosi borghesi, chi morto, chi rovinato, chi in galera. Un Maigret assolutamente archetipico, molto “caricato” in tutte le sue caratteristiche, e completamente solo: le atmosfere e i collaboratori del Quai des Orfévres, insieme alla dimensione familiare, devono ancora essere sviluppate.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

“Il sole era ancora solo un’idea, nascosto dietro alla barriera delle montagne incombenti sull’acqua immobile, da cui cominciava a levarsi una luce pallida e diffusa”. Sono appena le sei del mattino quando, uno dopo l’altro, inframmezzati da un grido, due colpi di pistola rompono il silenzio e la pace del lago di Como. Un uomo, colpito a morte alla testa, giace riverso nel tender della sua barca a vela al largo di Pescallo, nel comune di Bellagio. I suoi compagni di barca, risvegliati dal rumore, telefonano ai carabinieri per dare l’allarme.
Il cronista scrittore Franco Vanni torna in libreria con La regola del lupo (Baldini+Castoldi, 2019), un giallo ambientato nel borgo di Pescallo, una angolo di paradiso che, a detta dell’autore, ricorda le Cinque Terre, a sud-est del promontorio di Bellagio. E riporta sulla scena Steno Molteni, giornalista ventisettenne (quasi un alter ego di Vanni), cronista del settimanale milanese La Notte, che abbiamo già incontrato in Il caso Kellan, pubblicato un anno fa sempre da Baldini+Castoldi. Un giallo e un intrigo dal sapore classico, quasi vittoriano, che ci riporta ai famosi enigmi anglosassoni della stanza chiusa, anche se stavolta, al posto di una stanza chiusa, abbiamo una slanciata barca a vela di dodici metri ancorata a distanza dalla costa.
Un anno è passato dalla precedente avventura di Steno Molteni, che scrive di cronaca nera ma tre sere alla settimana si dà da fare come barman dell’Hotel Villa Garibaldi che lo ospita, a un prezzo stracciato, nella stanza 301. Steno, infatti, è il figlio del portiere del Grand Hotel Villa Serbelloni di Bellagio, vecchio collega di lavoro del signor Barzini, oggi in forza al Villa Garibaldi, a cui deve la sua attuale e comoda sistemazione. Steno ha a disposizione una vecchia Maserati Ghibli con autista, affidatagli da un amico che vive a Singapore e l’ha ereditata dal padre con il vincolo di farla circolare…
Un giallo da leggere in cui l’autore ha anche compensato lettori e protagonista con un nutrito ventaglio di comprimari: dal maresciallo normanno Cinà, ex capo di Steno, al figlio di Cinà detto Scimmia, che il padre considera degenere perché ha scelto la polizia (è lui il poliziotto dell’aiutino). Dal fido carabiniere Sala, braccio destro di Cinà, al pubblico ministero Ciro Capasso che va a whisky. Da Sabine, la bella e milanesissima fotografa di origini eritree che la nonna di Steno chiama affettuosamente negretta, ad Armando, l’autista di Steno, un incredibile barbone pulitissimo, astemio e sportivo. Dal padre segreto di Filippo Corti, ex galeotto che vive in un campo rom e per riscattare il passato si prende cura dei bambini dei suoi vicini, all’irrinunciabile gola profonda, portiere del Villa Garibaldi, signor Barzini, il più valido gazzettino del lago.

Le parole di Sara di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2019.
Anche stavolta Maurizio de Giovanni riesce a convincerci e spiazzarci contemporaneamente. Introduce a bruciapelo un puntuale noir di denuncia sociale, un’intrigante spy story che nasconde a fatica il marciume del vero male, quella turpitudine che ha per unico, lurido e vero scopo l’appropriarsi di incommensurabile ricchezza e sfrenato potere a ogni costo. Un romanzo che non fa sconti, concedendosi appena di tanto in tanto un piccolo sorriso per allentare la stretta al cuore. E dunque un bel romanzo nel miglior stile di Degio… Allora perché ho detto spiazzarci? Perché, signori miei, Le parole di Sara declina, dall’inizio alla fine, il significato di amore che, con lo scorrere delle pagine, diventa la parola dominante e balza in primo piano, invadendo con prepotenza la scena. Amore! Il vocabolario dà come significato della parola “dedizione appassionata ed esclusiva, istintiva e intuitiva fra persone, volta ad assicurare reciproca felicità, o soddisfazione sul piano sessuale: amore casto, platonico, sensuale; un amore appassionato, travolgente; desiderio, tormento d’amore”. Strano – direte – che in un caso come questo proprio l’amore possa trasformarsi in filo conduttore del romanzo? Eh no! La passione può coinvolgere, commuovere, far male, ferire ma persino arrivare a uccidere tragicamente…

I tempi nuovi di Alessandro Robecchi, Sellerio 2019.
Ottava avventura di Carlo Monterossi, il protagonista di Alessandro Robecchi, che a occhio non assomiglia molto al suo creatore, salvo forse per certe impuntature di ribellione allo status quo. Carlo Monterossi è un ricchetto, secondo il metro di Robecchi (o un riccone, e buon per lui, visto da noi poveri middle class), uno che se la cava bene finanziariamente, vive di lusso in uno splendido appartamento a Porta Venezia, sotto l’ala benevola e protettrice dalla governante, cuoca provetta e tata amorevole, Katrina. E spesso la fastosa presenza notturna di una compagna con i fiocchi.
Ma passiamo al libro: i capitoli e le avventure s’incrociano, scorrono e corrono nella Milano dove dominano tutti i difetti (magari qualcuno li considera pregi) del nostro oggi. Droga, bullismo, firme, marche famose e chi più ne ha più ne metta. Il tutto riporta un po’ a La Ronde, film di Max Ophüls del 1950 con Gerard Philippe e Simone Signoret (uhm, sarete troppo giovani per ricordare): una giostra infernale dominata dagli influencer, dove una trasmissione televisiva deve stupire, esaltare, scandalizzare a ogni costo e tutto è buono per fare share. Fino a quando gli amici degli amici…
Dunque dicevo: un bravo ragazzo, studente modello avviato a una brillante carriera ingegneristica con fidanzata “a modino”, famiglia, i soliti lavoretti per raggranellare i soldi per un viaggio a Miami, viene trovato nella sua macchina, una Golf, con i pantaloni calati, legato al volante con due fascette di plastica e ucciso da un colpo di pistola alla tempia. Ah, ma prima di essere fatto fuori era stato tramortito con un colpo alla nuca. Strana faccenda, no? Errore di persona? Regolamento di conti? Insomma la faccenda sembra molto complicata. Oddio, gli indizi non mancano, anzi ce ne sarebbero addirittura troppi e, se non bastassero, la vittima aveva in casa una busta con 2.000 euro. Forse messi da parte per il viaggio?
La polizia si pone domande, comincia a darsi da fare, ciò nondimeno ancora una volta le indagini dei nostri (dico nostri perché li abbiamo già incontrati nel precedenti romanzi targati Carlo Monterossi) bruschi e onesti sovrintendenti di polizia Carella e Ghezzi andranno a incrociarsi e a sovrapporsi con quelle dei due segugi dilettanti Oscar Falcone e Carlo Monterossi…

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Colpo di scena nell’antica Grecia di Geronimo Stilton, PIEMME 2018.
Tutto ha inizio da un paio di scarpe, dei sandali che Geronimo va a prendere dal calzolaio per darli a Tenebrosa. Ma non sono i suoi! Ci vuole il camper del tempo per sapere a chi appartengono. Via ad Atene antica dove trovano Topaxis, un roditore che deve partecipare a uno spettacolo teatrale di tragedie. Però gli mancano la scenografia, gli attori e i costumi. La scenografia la costruisce il maestro Fidia, gli attori glieli manda Socrate, mentre i costumi li crea il camper del tempo. Il giorno dello spettacolo accadono molti imprevisti e qualcuno cerca di ingannare gli altri concorrenti per vincere la gara. I nostri dovranno scoprire chi è l’imbroglione.
Alla fine del racconto uno sguardo su Atene antica: il porto, l’Agorà, l’Acropoli, le sculture, il governo, il teatro, l’alimentazione, l’abbigliamento, l’educazione…
Come cambia il tempo!

 

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