Matti Rönkä, autore di L’uomo con la faccia da assassino, esce in Italia con Fratello buono, fratello cattivo (entrambi pubblicati da Iperborea). Il romanzo sarà presentato a Libri come a Roma il 16 e il 17 marzo (evento su facebook e sul sito dell’editore).
La trama. Vuosaari. Un giovane manutentore rinviene sotto un cumulo di neve il cadavere di un ragazzo, senza segni apparenti di morte violenta ma con in tasca l’occorrente per drogarsi. Il ragazzo è un “rimpatriato dell’est”, un ingriano, il quarto morto per overdose nel giro di poco tempo. L’ispettore Korhonen (con la fissazione delle citazioni bibliche) incarica il russo Viktor Kärppä, diventato un (quasi) rispettabile uomo d’affari, di indagare sul Trimetilfentanil, una droga letale che sta mietendo vittime russe in Finlandia.
Nel frattempo anche il fratello maggiore di Viktor, Aleksej detto Aljoša, si è trasferito in Finlandia. I due sono quasi estranei (Quando se n’era andato di casa per studiare al politecnico io ero ancora un bambino. E dopo che anch’io avevo cominciato gli studi superiori ci eravamo incontrati qualche rara volta a Leningrado o a Mosca. Non sapendo che dirci, parlavamo solo di cose pratiche.), ma essendo entrambi in terra straniera non possono che riavvicinarsi. L’arrivo di Aleksej in concomitanza con il misterioso traffico di droga di cui non si conoscono i canali desta più di un sospetto… Tanto che Viktor deve tornare in Russia per risolvere l’intricata matassa che rischia di mettere a repentaglio anche le sue nuove attività imprenditoriali.
Viktor Kärppä, già incontrato in L’uomo con la faccia da assassino, è un personaggio in bilico sul confine che separa la legalità dal crimine: Nell’esercito sovietico l’autocontrollo veniva testato accuratamente prima di assegnare una recluta ai corpi speciali. Misuravano la resistenza allo stress, fisico e psichico, ai narcotici e all’alcol. Io ero rimasto a lungo in piedi e impassibile, senza dare segni di cedimento. “Un uomo con la faccia da assassino”, avevano detto i membri della commissione, e lo avevano anche riportato sul mio dossier nei termini della psicologia militare. Nell’ultima pagina dell’incartamento, alla voce «altre osservazioni», avevano scritto: «capacità di uccidere» e un punto interrogativo. E poi: «ubbidienza a ordini estremi», un punto esclamativo e molti punti interrogativi. Non me lo avevano detto, ma non ce n’era nemmeno bisogno, ero consapevole delle mie debolezze.
Coltiva una serie di nostalgie (per Marja, la fidanzata lontana; per Sortavala, la terra che ha lasciato; per la vita che non ha avuto). Non ha molti amici ma lega con gli altri in quel modo strano che hanno gli scandinavi di scambiarsi cortesie senza smancerie. È un personaggio a cui ci si affeziona “a propria insaputa”, irrisolto e navigato insieme. Ritrovarlo è stato un piacere.
In occasione dell’uscita del primo romanzo avevo intervistato Matti Rönkä. Ecco cosa ci eravamo detti:
AB – Caro Matti, di te in Italia si conoscono solo le poche righe di biografia che accompagnano i tuoi libri: sei finlandese, hai studiato Scienze Politiche a Helsinki, sei un giornalista e lavori per la televisione, hai vinto il Krimi Preis tedesco con il romanzo L’uomo con la faccia da assassino. La prima domada quindi è obbligata: come e perché hai deciso di scrivere un giallo?
MR – Circa dieci anni fa – intorno ai 40 anni – ho fatto un bilancio della mia vita. Avevo studiato e lavorato duramente, avevo una carriera di successo, tre figli e una moto… E molti progetti in mente. Ma tutto questo non mi dava l’appagamento che avevo sperato. Così ho preso un anno sabbatico e sono andato negli Stati Uniti per imparare a fare i documentari: lì ho capito che non avrei mai fatto un film, ma mi sono ripromesso di scrivere un romanzo… e l’ho fatto. E siccome non sapevo bene come strutturare una storia che stesse in piedi da sola, ho usato il genere come strumento per costruire la struttura portante.
AB – L’uomo con la faccia da assassino inizia con la scomparsa di una giovane donna, che è anche la sorella di un piccolo malavitoso locale. Il detective privato incaricato di ritrovarla, Viktor Kärppä, inizia a indagare in un contesto molto particolare, fatto di personaggi con molti scheletri nell’armadio. Alcuni hanno un passato nell’esercito dell’ex Unione Sovietica o sono a vario titolo implicati nella microcriminalità – e così lo stesso Kärppä. A cosa ti sei ispirato per descrivere questo scenario?
MR – Quando ho deciso di scrivere un romanzo si era in pieno dibattito a proposito di immigrazione e razzismo. L’ex Unione Sovietica (e la Russia) hanno sempre avuto al loro interno molte minoranze; ad esempio i Finnici che vivono vicino a San Pietroburgo e in Carelia hanno passato diversi brutti periodi nell’arco dei secoli. Quando l’Unione Sovietica è arrivata al collasso, ai gruppi etnici di origine finlandese fu data la possibilità di rientrare in Finlandia. E questo ha portato a noi (finlandesi, n.d.b.) sia le persone che i problemi correlati.
Quindi, volevo trattare di problematiche attuali, e volevo un eroe che fosse un po’ diverso. Sapevo di avere nozioni approfondite sulla storia recente, sulla Carelia, sull’Unione Sovietica… E mi sono reso conto che un eroe del genere, un outsider, poteva fare osservazioni sulla società finlandese con un punto di vista diverso da quello che avrebbe avuto un poliziotto o un’altra figura istituzionale.
AB – Si dice che ogni scrittore mette qualcosa di se stesso nei suoi personaggi. Cosa c’è di te nei tuoi personaggi?
MR – Uno scrittore non può che avere i pensieri e le emozioni suoi propri… Ma questo non significa che io scriva di me. Naturalmente ho scritto a proposito di situazioni che un uomo affronta quando cresce e invecchia (nel romanzo che è uscito adesso in Finlandia, il sesto della serie, un Viktor 42enne indossa il suo primo paio di occhiali da lettura…). Allo stesso modo, il rapporto di Viktor con la madre e con il fratello sono molto simili ai miei rapporti reali.
AB – È cambiato qualcosa da quando hai pubblicato L’uomo con la faccia da assassino? Sei diventato più famoso? Che tipo di feedback hai dai tuoi lettori?
MR – I primi tre libri hanno avuto ottime recensioni, ma non hanno venduto molto. Poi però ho vinto il Glass Key, un premio scandinavo riservato ai migliori autori di crime, e sono stato finalista in Germania… e tutto è cambiato. Da quel momento in poi sono sempre stato nella top 10 o top 15 in Finlandia. Sembra che la gente ami realmente Viktor! E i diritti sono stati venduti in 15 Stati esteri. È incredibile.
AB – Che tipo di lettore sei?
MR – Non bado al genere, cerco storie che mi catturino. Leggo molto, di tutto.
AB – Cosa pensi dello straordinario successo dei gialli scandinavi negli ultimi anni? Come te lo spieghi?
MR – Beh, c’è una lunga e solida tradizione di realismo nella crime fiction in Scandinavia e in generale nel nord Europa. Sembra che l’argomento riscuota maggior interesse nei Paesi che hanno solidi valori di democrazia, sistemi di welfare e attribuiscono un ruolo dominante alla società e allo Stato (non so se queste definizioni si adattino all’Italia…) (questa notazione è inquietante, n.d.b.). Personalmente non credo di essere nel solco della tradizione, ho cercato di fare più un mix, qualcosa che si rifacesse alle caratteristiche del noir americano, alla Raymond Chandler.