Panico di Lorenzo Calza

panico lorenzo calza“Un viaggio a fianco di gente insignificante è un’occasione persa”

Tre giorni dentro un vagone ferroviario: un viaggio su un treno regionale, iniziato un mercoledì mattina, diventa un incubo quando il treno entra in una galleria per non uscirne più. Il primo ad accorgersi dell’anomalia è Libero Genna, un anziano sopravvissuto ai campi di concentramento (numero tatuato sul polso 174522, 1050 euro in tasca) che muore, lasciando ai suoi compagni di viaggio l’ingombrante fardello del cadavere.

L’io narrante è un giovane sociologo, gli altri occupanti del vagone sono Silvia, gli studenti Mirko, Samuela e Paola, l’ingegner Corradi, una famiglia rom. Bloccato sul treno, inizialmente il gruppo tenta di organizzarsi in attesa dei soccorsi:

C’è un antropologo francese che scrisse dei non-luoghi. Quei posti di transito: dove non ci fermiamo, ma passiamo tanta par­te del nostro tempo. L’intercomunicante.

Qui l’intercomunicante non intercomunicava manco per l’a­nima, pensai. E le differenze tra una carrozza passeggeri e un car­ro merci, nel nostro caso, non erano così evidenti. Ecco qual era il nocciolo del problema. Al giorno d’oggi non esiste una comuni­tà umana che possa sopravvivere, senza relazioni, senza interco­municazioni. Era una questione di cibo e acqua, certamente, ma anche di tecnica, di sapere, di cultura. Se restavamo parcheggiati nei nostri sedili, come satelliti spenti, avremmo perso tempo e possibilità di escogitare qualcosa. Sì, oltre al problema delle rela­zioni interrotte col mondo esterno, esisteva quello delle relazioni tra noi. A parte Silvia, i compagni di viaggio, che non avevo scel­to, non mi stimolavano né fiducia, né simpatia. Ma questo pas­sava il convento. Riposi i fogli, mi alzai. Sentivo che era giunto il tempo di unirci. Con un battito di mani richiamai l’attenzione.

«Ragazzi, è ora di organizzarci!»

ma con il passare delle ore la situazione degenera. Il resto del treno, per quanto è dato vederne, sembra vuoto, o meglio pieno di incubi e paure. Per il sociologo è l’occasione per riflettere su suo padre…

Ecco di nuovo mio padre, l’operaio poco colto, di cui in fondo mi sono sempre vergognato. De André, però, me lo aveva in­culcato lui. Pensai alla sociologia dei gruppi. Pensai agli elen­chi di cose nei film di Nanni Moretti. Pensai all’isola deserta, a Gulliver, a questo vascello di naufraghi. Una biro, dei fogli, un computer, i crackers. Una cravatta, un coltello. Dei cellulari se­mispenti. Batterie al cadmio. Pensai che non sapevo nulla di chi­mica. Mi sono sempre rifiutato di vedere i telefilm di MacGyver, il tizio biondo con la pettinatura anni Ottanta, che con quattro stupidate ti costruisce una bomba, o un marchingegno qualsiasi per cavarti dai guai. Io qui, avevo pochi elementi, pochi elenchi, poche cose. Non mi serviva Moretti, non mi serviva l’università, che ho portato avanti per non lavorare. Solo per quello, ero sin­cero. Pensai a quanto poco servisse studiare, visto che lì dentro eravamo laureati in due, ma la locomotiva di Guccini ci stava portando chissà dove. Pensai che forse l’operaio, qui, avrebbe saputo cosa fare. Pensai a lui che mi teneva in braccio. Lui che aggiustava le cose. Il suo alito, per me sempre buono, perché se­gno che mi stava parlando. Un segno raro. Pensai che da quando esisto come uomo non ci siamo mai parlati davvero. Mio padre. Il cancro che lo stava divorando. Pensai, arrivo. Pensai, ti voglio parlare. Facciamo un viaggio insieme, magari in Sardegna, l’uni­co posto dove ti ho visto felice. Abbiamo poco tempo. Troppo poco, pensai.

…sulla società…

Già, la banca.

Guarda caso, anche quel romanzo di Ballard parlava di reiet­ti. Non ricordavo il titolo, raccontava di un tizio che precipita con l’auto in un prato incolto, dopo essere uscito di strada. E non riesce più a risalire. Costretto all’esilio involontario, si trova a fronteggiare il popolo misterioso che vive in quella specie di giungla, a due passi dalla civiltà, dalla superstrada che scorreva sulla sua testa. La giungla d’asfalt… No! Ecco, sì… L’isola di Ce­mento.

..sulla fede:

Dio, conservami il meglio del nostro presente, e regalami un futuro conseguente. Fammi restare nella media, risparmiami le cose estreme. Preser­vami dalla verità, che spesso è un crogiuolo violento, come tutti i nuclei delle cose sferiche, dura, come tutti i noccioli dei dolci frutti dell’apparenza. Dio, non darmi luce di consapevolezza, nascondimi nella tua. Accoglimi, Dio, renditi guida di una stra­da di mezzo. Demiurgo degli opposti, mediatore dei contrari. Fatti morte, mio Dio, e vattene. Lasciandomi in vita.

Ma anche la riflessione, dopo il secondo giorno, cede il posto alla barbarie. La microcomunità implode. Ogni cosa perde senso, le emozioni si riducono a pulsioni elementari, i valori crollano. Nel finale, coerentemente illogico, si apre un barlume di speranza, affidato a una Moleskine.

presentazione panico calza

Ho presentato Panico (Edizioni della Sera, 2013) con l’autore Lorenzo Calza alla libreria N’importe quoi di Roma. L’impatto con Lorenzo è stato spiazzante come raramente mi è capitato in quasi dieci anni di presentazioni. Avevo letto Panico trovandolo nervoso e incalzante, con omaggi espliciti che vanno da De Andrè al Matheson di Tre millimetri al giorno. Da quel poco che sapevo di lui (sceneggiatore di Julia, disegnatore delle strisce She) non sapevo bene cosa aspettarmi: avremmo parlato di thriller? Di fumetti? Di suggestioni? Mi sono ritrovata con un giovane (d’aspetto) marxista arrabbiato che ha incantato l’uditorio parlando di distruzione del postmoderno, di politica, di cultura, di attualità. Una lectio magistralis inaspettata. Racconta che Panico è dedicato a Claudio Galuzzi, autore di La pianura dentro, poeta e traduttore morto a 41 anni a cui lui era molto legato. Parla di empatia, di urgenza, di “distruzione del medio”. Racconta l’ammirazione per Joe Lansdale (menzione particolare per La notte del drive-in) e l’antipatia (debitamente motivata) per qualche grande autore sopravvalutato. Traccia, a grandi linee, il particolare momento autobiografico che ha costituito l’humus da cui è germogliato Panico. Andiamo avanti per oltre un’ora e mezza e ancora ci sarebbe da dire.

Se non bastasse tutto questo a far capire che speciale esperienza mistica sia stata incontrare (nei testi e di persona) Lorenzo, sappiate che a tavola, in una trattoria romana del Ghetto, c’è stata un’ulteriore agnizione. Anni fa, io leggevo Lorenzo negli albi di Julia, lui leggeva me sul Falcone Maltese (rivista di cui ha conservato tutti i numeri e della quale, dice, sente la mancanza). Imbarazzante, quasi.

Ci sono tutti i presupposti per augurare a Lorenzo Calza che Panico (e ciò che verrà dopo) si imponga all’attenzione di un pubblico vasto, vastissimo. Abbiamo bisogno di autori del suo spessore, di letture profonde. Perché, come ha detto anche durante la presentazione, “è la cultura che ci farà uscire dal tunnel”.

Lorenzo Calza è su FaceBook. Le magliette di She si possono acquistare qua.

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