[…] Ma la Fresia si sentiva evidentemente frustrata e aveva cercato di suggerire qualcosa che fosse nelle sue corde: “Ci avviciniamo alla prima selezione del premio Strega. Non dovremmo parlare di quei libri?” aveva chiesto.
“Sempre con la cultura, voi giovani, e per fortuna che non si è laureata, altrimenti mi proporrebbe un saggio critico di cinquanta pagine…”
“Non mi sono laureata ma leggo.”
“Non possiamo occuparci troppo di cultura, i nostri lettori non leggono libri ma al massimo La Gazzetta dello Sport. Però sono d’accordo, il giornale non può non avere una pagina, non dico culturale, ma diciamo di cultura e spettacolo. Però i fatti culturali emergenti vanno riportati in forma di intervista. L’intervista con l’autore è pacificante, perché nessun autore parla male del suo libro, quindi il nostro lettore non viene esposto a stroncature astiose, e troppo surcigliose. Poi dipende dalle domande, non bisogna parlare troppo del libro ma far venire fuori lo scrittore o la scrittice, magari anche con i suoi tic e le sue debolezze. Signorina Fresia, lei si è fatta una bella esperienza con la creazione di affettuose amicizie. Pensi a un’intervista, ovviamente immaginaria, con uno degli autori oggi in lizza, se la storia è d’amore strappi all’autore o all’autrice una rievocazione del suo primo amore, e magari qualche malignità sui concorrenti. Faccia di quel maledetto libro una cosa umana, che la capisca anche la massaia, e così non avrà rimorsi se poi non lo legge – e d’altra parte chi legge mai i libri che i giornali recensiscono, di solito neppure il recensore, cara grazia se il libro lo ha letto l’autore, e a vedere certi libri a volte si direbbe proprio di no.”
(da Numero Zero, Bompiani, pag. 68-69)
Quindi Umberto Eco vuol dirci qualcosa, ma non si sa bene cosa. Forse che non bisogna fidarsi dei giornali, o dei giornalisti, o degli intellettuali, o della Storia così come la conosciamo. O forse che ci siamo assuefatti a tutto, a tutto davvero, e non c’è più speranza.
I messaggi, sebbene condivisibili, sono convogliati in una storia che sembra scritta di malavoglia, poche pagine datate che si chiudono in modo un po’ frettoloso. Approssimativo, come approssimativi sono i tentativi della squadra scalcinata che dovrebbe mettere in piedi un nuovo quotidiano, Domani, di proprietà di un noto imprenditore che ha le mani in pasta in svariate e molteplici attività.
Però il quotidiano non s’ha da fare, è un’arma potenziale nelle mani dell’imprenditore, che lo userà come chiave per avere accesso ai “salotti che contano”. (Siamo negli anni Novanta, va detto). Ma la squadra non lo sa e si impegna al massimo. Fino a quando uno di loro non si imbatte nella madre di tutti i complotti e inizia a scriverne. Per finta. Veramente. Entrambe le cose.
Anche se ad alcuni Numero Zero non è sembrato all’altezza dell’Autore ai suoi massimi – ma a Umberto Eco si può perdonare anche questo – viene comunque il sospetto che si sia trattato di una mossa deliberata e che il messaggio di cui sopra – Non fidatevi! – valga in primis per i lettori di questo libro. Che in ogni caso si fa leggere, va detto.