Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2020

E cento! Sono cento le mie letture al gabinetto! Mai avrei pensato di arrivarci. Un grazie allo splendido sorriso della Buccherina che ha accettato i miei parti matusalemmici. E ora il mio obiettivo è di arrivare a 101. Se tutto va bene…

La fonte delle lacrime di Paul Halter, Il Giallo Mondadori 2020.
19 giugno 1957. Già il remoto paesino di Chartam, arroccato sulla costa settentrionale della Cornovaglia, ha qualcosa di lugubre e sinistro “forse a causa del gemito lancinante del vento”. Ma anche Patrick Markale che ci si sta avviando, alto, biondo, calvo “ha qualcosa di strano nei suoi occhi chiari”, ovvero “qualcosa di magnetico che metteva a disagio e mal si confaceva al resto della sua persona”. È un sensitivo e, come vedremo, riuscirà a ritrovare oggetti perduti, risolvere misteri e predire disastri. Con l’aiuto di un semplice pendolino o anche di un solo bicchiere d’acqua. Il suo obiettivo è ritrovare una misteriosa fonte magica, ovvero la fonte di Sibilla che avrebbe il potere della divinazione.
Altri personaggi: Ruth Kendall, moglie del poliziotto Oliver Kendall. Hanno una figlia adottiva Sandra, molto bella, contesa tra Trevor e John Leighton figli di John e Deborah Leighton. Quest’ultima ha perso il figlio Henry caduto nella falesia per una raffica di vento, ma il corpo non fu mai ritrovato. Ogni notte si alza, corre lungo la falesia e invoca il suo nome. Da un po’ di tempo Sandra, che va spesso nella biblioteca di famiglia, è giù di corda e piange. Perché? Da che cosa è tormentata?…
Il criminologo Alan Twist, munito di pince-nez, “di una magrezza sbalorditiva e dai superbi baffi rossicci” arriva, insieme all’amico ispettore Archibald Hurst “corpulento sessantenne dal volto sanguigno”, proprio nel paesino di Chartam per verificare le supposte doti del sensitivo. Che riuscirà ancora a sorprendere per le sue “intuizioni” sbalorditive e far arrestare, addirittura, i responsabili di certi casi irrisolti del presente e del passato. Incredibile. Un diabolico ciarlatano o un vero e proprio mago che ha già trovato la mitica fonte di Sibilla?…
Mentre Alan Twist sta cercando di capire l’incredibile mistero tra una tirata di pipa e una “succulenta torta di mele”, abbiamo le forze della natura, il vento, la nebbia, la pioggia, il tuono improvviso tese a creare anch’esse un’atmosfera da brivido. Gli avvenimenti precipitano, il morto ammazzato, la scogliera, la terribile scogliera, il dubbio, la luce improvvisa che nasce da una frase involontaria, novello dottor Watson, di Archibald. Ecco, allora, pronto il nostro criminologo a spiattellarci l’incredibile, complessa verità, in cui il mistero, l’occulto e il delitto impossibile vanno felicemente a braccetto come in un giallo classico che si rispetti.
Per I racconti del giallo ecco Cardosa e lo sfratto del caffè Greco di Carlo Parri.
Roma, lunedì 2 settembre. Caldo afoso. Al caffè Greco che sta per essere sfrattato. Cardosa deve risolvere un problema di Matarò. Ha saputo di avere avuto una figlia da una ragazza di borgata che gli aveva detto di abortire. Ora è scomparsa. Bisogna cercarla. Cardosa si ritroverà ferito all’ospedale ma anche da lì continuerà la ricerca avvalendosi di ogni mezzo, consentito o meno, perché c’è invischiato il classico pezzo grosso… E allora occorrerà scatenare un putiferio per fargli fare una mossa falsa.

Una lettera per Sara di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2020.
Dopo il commissario Ricciardi vediamo un po’ che cosa ci ha preparato il nostro Maurizio. Intanto via dagli anni del fascismo. Sempre a Napoli ma nell’aprile di oggi, 2020. Primo incontro con l’ispettore Davide Pardo (ad essere sinceri è il secondo). Niente famiglia, niente figli, solo un gigantesco cane a fargli compagnia, un uomo tranquillo, che vorrebbe essere tranquillo ma il Destino gli ha inflitto “mille sgambetti”. Però alle undici in punto “prende” il caffè. Rito sacro, irrinunciabile. Nel solito bar, il bar di Beppe, dell’enorme Beppe. Tutti i santi giorni. Come quel lunedì di aprile. Ma qui arriva proprio il Destino nella persona di Angelo Fusco, gravemente ammalato e suo superiore di polizia prima della pensione. Desidera avere un aiuto non proprio ortodosso da lui, ovvero parlare con il carcerato Antonio Lombardo in fin di vita che lo ha mandato a chiamare e potrebbe aiutarlo a conoscere la verità sulla scomparsa e la morte della sorella Ada, commessa in una libreria antiquaria, avvenuta trent’anni prima. Per un vecchio libro e una lettera all’interno che aveva rilasciato a qualcuno. Ma…
Abbiamo anche il nuovo personaggio di Sara Morozzi, ex agente segreto e una vita troppo ricca di dolori: la morte del compagno Massimiliano, suo ex superiore, per il cui amore aveva lasciato marito e figlio, morto anche lui in un incidente stradale. Ora amica di Pardo, in stretto rapporto con la nuora Viola che si rivelerà intraprendente e il nipotino Massimiliano. Cervello veloce, attivo, intuitivo, una persona appartata, quasi invisibile ma pronta ad entrare in azione. Tutti e tre si ritroveranno insieme a scoprire il mistero della morte di Ada. E non solo…
Poi ecco il Tempo, altro importante personaggio, con il passato e presente che si alternano, attraverso anche frasette in corsivo a creare certi spazi sentimentali. E ancora le domande che affiorano sul segreto che Antonio Lombardo si è portato nella tomba. Quale segreto? Che cosa ha dato a qualcuno prima di morire? Una lettera? Per chi? E le ombre che si accumulano sul marito di Sara ricordato dalla stessa in un teso incontro con il carcerato. Altre struggenti domande…
Dunque per il nostro trio un viaggio denso di pericoli attraverso i Servizi deviati, la magistratura corrotta, la mafia e tutto il casino che si porta appresso. Ma, soprattutto, ricordi e ricordi, rabbia, dolore, rimpianto, malinconia venata, talora, di un sottile umorismo a renderla più leggera. Amore, amore espresso e amore trattenuto. È la vita che scorre lenta e inesorabile. Con tutto il peso dei suoi drammi esistenziali.
Che cosa ci ha offerto questa volta Maurizio de Giovanni? Un giallo? Un noir? Un thriller? Solo un romanzo, un semplice grande romanzo.

L’opale di Nonio di Jackson Gregory, Il Giallo Mondadori 2020.
Intanto la villa isolata, ovvero la Casa dell’Opale, è un mostruoso, bizzarro edificio che sorge in una notte tempestosa, squassata dal vento e squarciata da lampi. Qui, a ricevere gli ospiti del proprietario Mainwaring Paar, c’è il dottor Andregg, una figura allampanata e lugubre, dall’aspetto malaticcio e dalla faccia cadaverica. Gli invitati, poi, sono in numero di tredici, che non porta proprio bene. Inoltre la villa racchiude la storia di due uomini uccisi a colpi di pugnale a causa di una gemma infausta, l’Opale di Nonio, appartenuta a un senatore romano. Inizio davvero poco rassicurante…
Tra gli invitati abbiamo il detective dilettante Paul Savoy che dovrà vedersela con una serie di fatti raccapriccianti e inspiegabili. Intanto tutti gli ospiti portano con loro una o più gemme di inestimabile valore sulle quali pesano strane leggende e il padrone di casa, che ha messo un bel milione di dollari in cassaforte per uno di tali gioielli, è impaurito, sicuro che qualcosa di grave accadrà.
Tutto concorre a creare un clima di suspense e paura, la luce di una lampada che si spenge, fino all’angoscioso e terribile grido “Assassino!” che risuona per tutto il palazzo. In breve è stato ucciso proprio Mainwaring Parr con un grosso coltello da caccia piantato all’altezza del cuore e un altro ospite, il detective Herman Dicks, sembra agli sgoccioli della vita con il cranio spaccato. Gli eventi straordinari sono appena cominciati… Impossibile comunicare con l’esterno, la linea telefonica è interrotta, ed ecco uno scoppio improvviso, la cassaforte saltata e i soldi spariti. Ma, soprattutto, spariscono anche il morto e il moribondo! Non si trovano né dentro né fuori. Incredibile…
L’eccentrico Paul Savoy, che “rimugina” meglio in un ambiente di colore azzurro, ammirato e allo stesso tempo disprezzato da qualcuno (una testa balzana, un venditore di fumo a cui manca più di una rotella), ora sembra avere capito tutto. Prevede, addirittura, l’arrivo di due nuovi personaggi e le domande fioccano numerose: perché hanno ucciso Parr e Dicks? Perché hanno fatto saltare la cassaforte? Come si spiega la scomparsa delle salme? Dove sono nascoste? Qualcosa, anzi tutto non quadra. Per lui ci deve essere un nesso con i fatti avvenuti prima del delitto, con gli avvenimenti che l’hanno preceduto.
Un bel rompicapo mentre i vari personaggi, egregiamente costruiti nelle loro diversità, si scontrano fra loro, un pazzo con la barba bianca gira nei dintorni, un ospite pauroso grida di continuo, le teorie si accavallano e complicano se si aggiunge la possibilità che esistano dei passaggi segreti. A un certo punto “Eureka!” grida Paul, scattando in piedi, “Ho trovato!” Ma il bello deve ancora venire.
Alla fine della incredibile, surreale vicenda la lunga, interminabile soluzione dello stesso detective dilettante che lascia gli astanti radunati a bocca spalancata. E anche il lettore, con la voglia di rileggere tutto daccapo per vedere se…
Lo abbiamo già visto con L’isola dei delitti pubblicato dalla Mondadori che mica c’è da fidarsi troppo delle isole. Specialmente se sono piccole, ricche di rocce e di anfratti, battute da forti venti e impietosi uragani. Va a finire che ci scappa il morto o una sequela di morti da perdere il conto.
Di tutt’altro stampo, invece, L’isola. Una storia misteriosa di Charlotte Link, Corbaccio 2008. Niente ventacci, niente tempeste, niente nebbie o cieli grigi e mari in burrasca. L’isola di Sylt, che fa parte delle Frisone, propaggine più settentrionale della Germania, è un vero paradiso naturale con sole a volontà e paesaggi da strappare il classico urlo di gioia. Ad essere sinceri non sempre che qualche volta spira “un vento fresco, piuttosto freddino per una notte d’agosto” e il sole è coperto dalle nuvole. Ma insomma rispetto alle precedenti un vero bigiù.
Il protagonista, che racconta la storia in prima persona, ha nei suoi confronti sentimenti contrastanti. Attratto dal profumo del vento, dalle onde del mare del Nord, dalle case con i tetti di paglia, dai muretti bassi che delimitano le proprietà, dalle rose selvatiche e dalle passeggiate lungo la spiaggia bagnata. Ma anche irritato dalla ostentazione di ricchezza dei suoi frequentatori. Qui è venuto con la sua compagna Clara innamorata perdutamente dell’isola (è lei che ogni anno insiste per andarci) a trascorrere le vacanze. Ma Clara ad un certo punto scompare, attratta (secondo lui) da un “vecchio pancione” pieno di grana che le ha fatto la corte e ora si trova certamente a Parigi…
E qui inizia un vero e proprio scandaglio nei sentimenti e nelle elucubrazioni del protagonista (di cui non è detto il nome) tutto teso a sviscerare il suo rapporto con Clara, a metterne in luce i suoi lati positivi e negativi, a cercare una risposta alla sua fuga. Con classico finale a sorpresa (ma non troppo per i lettori più smaliziati).
Libretto agile di ottanta pagine con illustrazioni del mare di Horst Meyer. Da leggersi dopo il solito Malloppone presuntuoso.

I Maigret di Marco Bettalli

L’amica della signora Maigret del 1950
“Erano passate da poco le dieci del mattino, un mattino di marzo. L’aria era frizzante…”: inizia così una trama dalle complicazioni inenarrabili, in cui ha un ruolo di una certa importanza la signora Maigret, “nonnetta un po’ cicciona” nella sorprendente e irriverente descrizione di un tassista, inizialmente coinvolta suo malgrado mentre aspetta placidamente che arrivi l’ora di entrare dal dentista, perché le viene affidata per qualche ora, con modalità sorprendenti, la custodia di un bambino. Il personaggio principale, il rilegatore Steuvels, tirchio, coltissimo e indiziato di un crimine orribile, emana un certo fascino, così come la storia stessa, prima dello scioglimento, mantiene una notevole tensione e si legge con grande piacere: per alcune pagine sembra, se così si può dire, un vero giallo e non il solito Maigret, peraltro in gran forma. Lo scioglimento, come sempre avviene, non è di grande interesse e si consuma di gran fretta: troppi sono i personaggi che, compressi nelle 150 pagine tradizionali del libro, fanno appena a tempo a essere presentati. Esordio nella saga del giovane Lapointe (“Sei ambizioso?” “Sì, commissario. Vorrei fare una carriera come la sua”).

Maigret e la stangona del 1951
La stangona (tradotto anche con “la spilungona”) del titolo è una prostituta ormai sistemata e di una certa età, sposata a uno scassinatore di casseforti d’altri tempi. La sua figura serve solo a “fare colore” e, soprattutto, a introdurre Maigret in una storia sorprendente, affascinante, cupa, che contrasta con il caldo opprimente dell’estate parigina. I due protagonisti sono un dentista grasso e inetto e sua madre, spaventoso esempio di personaggio su cui si esercita con enorme cattiveria e intrinseco godimento la misoginia congenita di Simenon. Un po’ come la Valentine di Maigret e la vecchia signora (> n.27), la decrepita signora Serre è un mostro, avvelenatrice delle malcapitate mogli del figlio imbelle e pronta a sacrificare persino il figlio stesso alla sua tranquillità. La descrizione delle case e delle abitudini della borghesia marcia e depravata è un cavallo di battaglia di Simenon, che anche in questo caso non si smentisce. Ne deriva un romanzo scorrevole, intelligente e piacevole. La vecchia megera finirà i suoi giorni in galera; il figlio, dopo un breve periodo in carcere, finalmente potrà concedersi i suoi piccolissimi vizi senza lo sguardo indagatore della mamma.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Ultimo respiro di Robert Bryndza, Newton Compton 2020.
Ritroviamo per la quarta volta, e non ci spiace, Erika Foster, protagonista della serie di Bryndza, una donna forte, testarda, decisa, che sa farsi rispettare e combatte per affermarsi professionalmente. Sempre la Foster? Beh, carta vincente non si cambia e Robert Bryndza, dopo l’indubbio successo di La donna di ghiaccio, La vittima perfetta e La ragazza nell’acqua, fa risalire in scena l’ispettore capo Foster, slovacca di origine, bionda, molto alta, una donna sola benché ancora giovane. Erika è vedova: suo marito Mark, poliziotto come lei, è morto con quattro colleghi durante una tragica retata antidroga comandata proprio da lei. Erika ha perso molto: non solo un marito, ma anche quello che aveva rimandato troppo a lungo, e cioè un futuro per loro due insieme, dei figli. Ha dovuto battersi per riprendersi nel fisico e nel morale, per tornare al lavoro e riuscire a mascherare la sua fragilità emotiva, anche se per ora non ce la fa ad accettare l’idea di un altro uomo nella sua vita. Dopo aver risolto brillantemente l’ultimo caso, non essendo stata promossa sovrintendente (e lei credeva di meritarlo), è finita alla sezione di polizia di Bromley, bella cittadina di origini medievali e oggi fulcro del borgo più esteso della Grande Londra a sud della capitale, con un piede nel Kent e ampie zone residenziali dotate di splendidi giardini. Tuttavia, quando il corpo di una ragazza, barbaramente straziato, viene ritrovato in un cassonetto poco lontano da casa sua, sarà Erika Foster, in compagnia del detective James Peterson, tra i primi a raggiungere la scena del crimine, dove trovano il detective Kate Moss che ha già lavorato in squadra con lei. Ma il problema è che Erika non è più in forza alla Omicidi, la sua presenza è fuori posto e viene allontanata. Il fatto la fa arrabbiare anche perché vorrebbe tornare a far parte della sezione investigativa distaccata alla centrale di West End. Ciò nondimeno quel delitto la intriga: il suo istinto di detective e la sua innata testardaggine l’hanno portata a inquadrarne le caratteristiche. Una vittima giovane e carina, il suo cadavere massacrato che presentava segni evidenti di torture, crudelmente inflitte e protrattesi per giorni, prima di essere uccisa con una fatale incisione dell’arteria femorale: sono particolari che rivelano il possibile collegamento con un omicidio irrisolto avvenuto quattro mesi prima. Anche allora il cadavere di una ragazza, di vent’anni appena, era stato abbandonato come spazzatura in un cassonetto, straziato allo stesso modo e con un’identica orrenda incisione dell’arteria femorale. Secondo Erika l’assassino potrebbe essere lo stesso. Dovrà riuscire a ogni costo tornare a far parte della squadra Omicidi, anche se vorrà dire ingoiare il suo orgoglio e scusarsi con l’uomo che, superandola nella carriera, l’ha costretta a trasferirsi in periferia: il Soprintendente Sparks. Quando una drammatica svolta del destino le darà l’opportunità di condurre le indagini, la coglierà al volo e si ritroverà ancora una volta a lavorare gomito a gomito con James Peterson e Kate Moss. Le loro minuziose indagini fanno individuare qualche traccia. Si comincia a parlare di assassino seriale ma la definitiva conferma verrà dal fatto che un’altra ragazza, la terza, viene rapita. Come le altre, era andata a un appuntamento con qualcuno conosciuto via web. L’assassino infatti, di volta in volta adotta una falsa identità e intreccia su FaceBook amicizia le sue vittime, giovani donne carine che vogliono farsi strada nella vita, costruendosi attorno con diabolica abilità una falsa personalità, talmente ben calcolata da ingannarle e farle cadere in trappola. Non basta: studia, prima i percorsi per i delitti e riesce a coprire le tracce.
Robert Bryndza come aveva fatto con il suo spaventoso Cannibale di Nine Elms (I cinque cadaveri), mette il lettore faccia a faccia con l’assassino e il suo punto di vista. Fin dall’inizio ne conosciamo il nome, le idee e le mosse. E sappiamo anche che non ha nessuna vera giustificazione. È solo un essere spietato e malvagio, uno psicopatico privo di morale e possibilità di redenzione, insomma un mostro. Nessun trauma subito nell’infanzia può giustificare l’aberrazione delle sue azioni. Ma un mostro estremamente lucido e determinato, o almeno pare. Come faranno Erika e la sua squadra a catturare un’ombra che sembra inafferrabile?…

L’assassino ci vede benissimo di Christian Frascella, Einaudi 2020.
Terzo capitolo con Contrera, protagonista completamente fuori dalle righe di Frascella. Capelli sale e pepe, una lingua affilata che taglia e cuce anche a sproposito, una innata capacità di farsi male a ogni costo e farne anche a chi gli vuol bene. Per dabbenaggine, ingenuità, vigliaccheria, ma da questo immane cocktail di sovrana incoscienza fanno capolino anche generosità e quella dannata puntina che gli rode e lo costringe a volere per forza aggiustare certe cose. Tutto questo in una persona che ha fatto il poliziotto, si è fatto cacciare per corruzione e solo grazie ai buoni uffici del vecchio e caro amico carabiniere Baseggi ha ottenuto la patente di investigatore privato. Euro in tasca pochi, anzi quasi zero, e meno male che il gran cuore della sorella, nonostante i musi del marito, da sei anni gli offra ospitalità nel secondo letto in camera del figlio maggiore, ora liceale. I cronici problemi economici hanno costretto Contrera a istallare un ufficetto, leggasi un tavolino e una sedia di plastica, per ricevere i clienti in una lavanderia a gettoni gestita da Mohamed, un magrebino, che in cambio chiede un occhio di riguardo per i suoi connazionali. Di fianco al tavolino c’è anche un piccolo frigo pieno di birre Corona, a suo esclusivo uso e consumo (tanto i musulmani non bevono alcol).
Di solito, salvo pericolose azioni in cui il caso e la sfortuna l’hanno coinvolto, costringendolo a trasformarsi in una specie di supereroe, tira a campare con ciò che racimola con pedinamenti di mariti infedeli o mettendo alle corde piccoli truffatori. Contrera è immerso fino al collo in un mare di bugie. Intanto la sua ex, rimasta incinta dopo la loro unica e ultima sciagurata scopata. Lei questo bambino se lo vuol tenere, incasinando la sua vita, quella della figlia adolescente Valentina, dai capelli colorati e abbastanza sbandata, e quella di Contrera e di Erika, sua rossa compagna con prole. Come dimenticare il genio dodicenne Luca? A loro, quel fifone codardo di Contrera non ha ancora trovato il coraggio di confessarlo. Senza contare che in questa specie di carosello infernale riesce a coinvolgere anche Paola, l’accondiscendente e ospitale sorella, e Giada, la nipotina… Insomma dovrebbe fare alla svelta qualcosa ma, prima che possa anche immaginare un qualsiasi piano strategico per trovare una soluzione diplomatica, zac le rogne a cascata. Oddio, se l’è andate a cercare: prima tentando con poco successo di bloccare la fregatura di una concessionaria a un bravo marocchino, poi, per provare a dimostrare che il cognato fa le corna alla sorella, rivede Eddie (ricordate il gigante nero e le faccende di Mafia Nigeriana di Il delitto ha le gambe corte) che ha portato via la bella moglie di Basim, il kebebbaro di via Spontini, e ci ha pubblicamente litigato. Poi, come se non bastasse, accompagna la sua ex a fare l’ecografia, litiga con la figlia e infine si trova con la valigia per strada perché Giada, la sua cocca, si è beccata la varicella e lui non l’ha mai fatta. Insomma, mentre medita se chiedere rifugio alla rossa amica Erika, una sera di novembre, tanto nebbioso che sembra di essere a mollo in un bicchiere di acqua e anice, non trova di meglio che andarsi a mangiare un kebab proprio da Basim, approfittarne per annusare il vento e nel frattempo fare due chiacchiere con un elegante cliente, un professore di musica e habitué del multietnico locale. E sarà solo una corsa in bagno, fulminato dal peperoncino, a salvargli la pelle durante l’incursione di un uomo incappucciato con un fucile in mano che fa fuori kebabbaro e musicista. Stavolta c’è mancato poco. Verrà fuori che il principale sospettato del delitto è il suo amico Eddie, un metro e novanta, nero come la notte in una miniera di carbone. Avrebbe il movente e per di più è senza alibi…
Contrera deve darsi una mossa e cercare di scoprire il vero colpevole prima che la faccenda giri male. Anche perché Sergione, il peggiore razzista sulla faccia di Barriera di Milano, ex solido quartiere operaio torinese che da anni si è trasformato in babele, una specie di avamposto aperto al resto del mondo, ha scatenato la Ronda, un squadraccia di residenti e forze dell’ordine in incognito che, esasperati dalle continue violenze nel quartiere, hanno deciso di rimettere le cose a posto a fucilate.
Ambientato nello spazio di ventiquattro frenetiche ore, il terzo capitolo della serie di Contrera è una scoppiettante e incontenibile combinazione di humour, ritmo e indispensabile intelligenza investigativa, a metà tra detective story e commedia, con un ritmo incontenibile e colpi di scena sparati senza economia fino all’epilogo, come fuochi di artificio. Contrera eccellente, anzi geniale come detective, è un disastro per tutto il resto. Un uomo costretto a convivere con le proprie contraddizioni, che boccheggia affannosamente mentre in cerca di aiuto confessa al lettore i suoi sbagli, la sua cronica incapacità di cambiare, il tutto forse dovuto a un rapporto di affetto mai veramente risolto e accettato con i genitori. Nonostante l’incondizionata ammirazione per il padre, che sapeva essere un grande poliziotto.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Il segreto di Leonardo di Geronimo Stilton, PIEMME 2019.
In questo libro Benjamin e Trappy, i nipotini di Geronimo, devono andare a fare una gita a Vinci per ammirare le opere meravigliose di Leonardo da Vinci. Però la loro insegnante, che li doveva portare in gita, si è ammalata e così Geronimo si ritrova in aereo ad accompagnarli lui stesso…
Una volta giunti a destinazione inizia il divertimento. Vanno a visitare un museo e in una scultura Trappy scorge un piccolo cassetto… Lo aprono e dentro trovano una mappa con degli indizi per trovare il tesoro di Leonardo. Allora Geronimo e i suoi nipotini decidono di provare a cercarlo. Una ricerca lunga, difficile, pericolosa tra tunnel, sotterranei, castelli molto alti, foreste buie e paurose e torrenti impetuosi. Lo troveranno?
Vi consiglio di leggere questo libro non solo perché è buffo, divertente e con personaggi allegri e a volte goffi, ma anche perché insegna molte cose su come era la vita al tempo di Leonardo Da Vinci!!!

Le letture di Jessica

Oggi vi presento Le più belle storie delle mille e una notte di Fulvia degli Innocenti, Gribaudo 2019.
Tra tutte queste ho scelto Alì Babà e i quaranta ladroni e Il sogno del povero.
Su un albero Alì Babà vede dei ladroni che entrano dentro una grotta con le parole magiche “Apriti sesamo!”. Dopo che sono usciti ci va anche lui e trova tante monete d’oro. Poi ci va il fratello Kasim che però non riesce ad uscire perché non ricorda la formula magica e viene ucciso dai ladroni. Ma Alì, con l’aiuto della sua schiava, riuscirà a vendicarsi.
Il sogno del povero. Un uomo è molto povero. Gli dicono che se vuole diventare ricco deve andare al Cairo. Viene scambiato per un ladro e messo in prigione. Il capo della polizia gli racconta un sogno, cioè di essere andato in una casa in fondo alla via e di avere trovato un tesoro. Il povero va nella sua casa e trova davvero un forziere pieno di monete d’oro.
Che fortuna!

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2020

Andiamo subito al sodo con…
Gli invisibili di Valerio Varesi, Mondadori 2019.
“L’uomo era stato ripescato vicino alla foce dell’Enza sulla sponda emiliana. Il cadavere presentava un grosso trauma nella zona occipitale, la probabile causa della morte, e i segni di una forte contusione toracica”. Tre possibilità: omicidio, incidente o suicidio. Da tre anni è chiuso in una cella frigorifera senza che nessuno lo abbia reclamato e ora, secondo la legge, deve essere seppellito. Ma il commissario Soneri di Parma vuole sapere chi è, vuole conoscere il suo nome, sente “affiorare una subdola familiarità con quell’uomo morto e col suo mistero”. Si immagina di essere morto anche lui. Chi lo avrebbe ricordato? La moglie Ada lo aveva lasciato presto ed era stato lui a ricordarla. Non aveva un figlio. Forse Angela, la nuova compagna. E poi vuole trovare delle risposte a tutto ciò che rimane irrisolto. Anche se il questore desidererebbe una cosa veloce, solo formale (un classico).
Personaggio principale, dunque, il nostro Soneri tormentato da certi ricordi dolorosi che annaspa tra realtà e finzione “in quell’universo fluviale sfuggente e cedevole” dove niente e tutto si sprofonda. Il fiume, il grande fiume scuro che con il suo lieve saltellare risveglia un ritmo sepolto nel tempo di culle e ninne nanne. Ma all’improvviso si ingrossa, fa paura e diventa esso stesso personaggio presente e pressante durante tutto il racconto, come la pioggia che cade con “inesorabile regolarità” e la nebbia a stendere un velo di brivido su tutte le cose.
Via al circolo nautico di Torricella per ascoltare, confrontarsi, cercare indizi, via in giro per dissipare la reticenza di chi sa qualcosa e non vuole esporsi. Incontri particolari come quello con il Matto e la sua fissa idea che c’è in giro la Bestia del Po a creare altra atmosfera fosca e inquietante. Ha visto le sue impronte sulla sabbia, attacca anche i lupi, dice, si porta le prede nell’acqua e le mangia.
L’indagine è difficile fatta di piccoli passi, affiorano pian piano intrallazzi, imbrogli, una gestione poco chiara di ristoranti e trattorie, lotte fra clan per la pesca, droga, prostituzione, mafia, camorra e ‘ndrangheta a spartirsi il territorio. Mentre il nostro si è preso una vacanza, ha affittato una casa galleggiante dove pensare, meditare da solo.
In un giallo che si rispetti non manca la buona cucina e quindi troviamo il commissario intento a preparare degli gnocchi al pomodoro su uno strato spesso di parmigiano, oppure a cena al Milord dove affoga con Angela i suoi pensieri “nel burro fuso in cui nuotavano i tortelli di patate di Alceste”, ma anche da Marisa tutto preso dal risotto con lo strolghino, ovvero un sottile salame tagliato a piccoli dadi che gli provoca un “fiotto d’allegria e un guizzo dei succhi gastrici”.
Soneri, comunque, continua la sua lotta contro il tempo (non può tirarla troppo per le lunghe), si divincola fra gli ostacoli, annaspa, accende spesso il Toscano per calmare la sua ansia, aiutato dall’amore e dalla forza di Angela. Ma ecco che qualcosa appare, si fa strada nella sua mente. Quello che viene fuori dalla lettura del libro è il problema dei rifiutati come figli e dal mondo stesso, degli “invisibili” con la loro rabbia, il desiderio di essere amati ma incapaci, allo stesso tempo, di amare. La storia è un intreccio, una mescolanza di atmosfera opaca, di lentezza e malinconia. Perché chi ha vinto sono i cinici e gli indifferenti. E allora non resta altro, secondo Soneri, che raccogliere “i morti dopo la battaglia”.

Rito di sangue di Anne Perry, Il Giallo Mondadori 2020
Inghilterra 1870. Più precisamente nell’ufficio di un magazzino della zona portuale di Londra, “il cadavere giaceva supino sul pavimento; nel petto gli era stata infissa una baionetta. Innestata su un fucile militare. Il morto sembrava in tal modo sormontato da un albero di nave spezzato, in procinto di crollare da un momento all’altro”. Ma non è finita qui. Le dita della mano destra sono tutte spezzate, le labbra asportate e ficcate in bocca, intorno diciassette candele con lo stoppino rosso (due delle quali viola scuro) che sembra intinto nel sangue. Un delitto raccapricciante e una bella gatta da pelare per il comandante Monk della polizia fluviale. Intanto trattasi dell’ungherese Imrus Fedor come dichiara il suo connazionale Antal Dobokai, farmacista che sa tradurre in inglese, ed era venuto a consegnarli una medicina.
Delitto efferato, crimine d’odio commesso sotto un impulso incontrollabile. Occorre sapere tutto il possibile sul morto, con l’aiuto di Hooper, braccio destro di Monk, e quindi via a parlare con i vicini. Viene a galla il problema del “diverso”, di colui che è nato in un’altra nazione e non è ben visto dagli inglesi. Comunque Imrus era un imprenditore “educato, niente debiti, nessun vizio, affabile, tranquillo, pulito, generoso”. Chi poteva avercela con lui? Allora bisogna considerare il numero diciassette delle candele. Che ci sia sotto una società segreta degli occultisti? Il colore viola significa, infatti, potere, un potere oscuro. Oppure, oppure la rabbia dei protestanti contro i cattolici ungheresi?…
Arriveranno, poi, altri morti uccisi con le stesse modalità a complicare ulteriormente un’indagine lunga e difficile. Il racconto si svolge su due piani: il presente ricco di atmosfera misteriosa, di paura, di scontri (la folla inferocita mette in pericolo anche Monk) e il passato che riaffiora angoscioso sia per lo stesso Monk (aveva perso la memoria nel 1856 subito dopo la guerra di Crimea), per la moglie Esther (infermiera durante quella guerra) e anche per il medico Herbert ossessionato da incubi, sospettato e processato. E qui si apre la fase processuale con l’accusa e la difesa a scontrarsi sfruttando tutte le loro capacità. Fino a quando… fino a quando il nostro Monk riesce a capire come siano andate veramente le cose. Perché c’è pure di mezzo la pedofilia…
L’idea fondamentale del libro è che le tragedie della guerra si ripercuotono inesorabilmente nell’animo di chi le ha vissute e che il pregiudizio, come pensa la stessa Esther ha, al fondo, la convinzione che il diverso, il differente costituisce una minaccia alla propria tranquillità. Problema, aggiunge il sottoscritto, vivo ancora oggi.

La cattiva stella di Georges Simenon, Adelphi 2019.
Una storia di falliti. Di falliti borghesi, come tende a sottolineare lo stesso Simenon. Una nutrita serie di racconti sul “turista da banane” che se ne va in giro nelle isole del Pacifico, ovvero “storie di gente che quando è partita era piena di entusiasmo, di vita, di speranze, di progetti, e che i tropici hanno ridotto in uno stato che…” Ce lo spiegherà più avanti l’autore. Vediamone qualcuna di queste storie in cui, ad un certo punto, arriva la cattiva stella…
Come quella di Popaul che ha ottenuto una concessione per abbattere alberi nella foresta equatoriale. Però non riesce a venderli e si ritrova in una capanna sporca in mezzo a una cinquantina di negri. Con l’idea fissa di essere avvelenato dopo una serie di coliche. Forse è opera di quel negro, forse di quell’altro. Gliela farà pagare… Oppure la storia di un visconte che se ne va in Nuova Caledonia. E lì rimane povero con quattro o cinque mogli ricoperto di pustole fissato a guardare il mare. E quella dell’Alsaziano a Tahiti che finisce al lebbrosario della città.
Fallimenti e fallimenti da non giudicare troppo severamente secondo monito dell’autore. Dove ci può essere lo zampino del Caso. Vedi la storia del discendente di una nobile famiglia francese durante un viaggio di piacere nel Sudamerica. “In una torrida cittadina popolata di indios e avventurieri si azzarda, per curiosità, a bere la chicha”, una mistura di mais masticato dalle “indie sporche e sdentate” ed ecco che non ne può fare a meno. La famiglia manda allora a trovarlo il figlio minore che lo convinca a ritornare in patria. Ma anche lui beve la chicha… Ora siamo in uno degli isolotti tra la Nuova Guinea e la città di Numea. Qui da tre anni, e forse di più, ci sono due bianchi il cui unico passatempo serale consiste nel giocare a scacchi in attesa del benedetto sonno. Uno di loro va a letto con una canaca, la donna del luogo che viene trovata strangolata in un boschetto. Chi è stato? Forse l’amico geloso…
Insomma non se ne salva uno. Nemmeno Millet, partito alla ricerca del sole, della libertà che si ritrova in un “porto grigio e piovoso”, oppure la baronessa Wagner suicidatasi alle Galapagos dopo aver fatto la bella vita a Montparnasse e ancora il dottor Ritter che ha lasciato scritto delle Memorie da cui si ricava “che queste incantevoli isole non sono fatte per l’uomo e che la natura stessa si oppone alle sue imprese…”.
Falliti! Tutti quanti falliti. Tutti quanti con il sogno di una vita agiata senza preoccupazioni per il futuro. Lì nelle isole ai tropici sotto il sole opprimente e l’aria infestata da malattie rare. Un tourbillon di situazioni difficili, incasinate, grottesche, presentate con uno sguardo ironico e sorridente. Non una parola di più, non una parola di troppo. Alla Simenon.

L’incredibile viaggio di Todd Downing, Polillo 2014.
“Farà saltare in aria il treno?” “Sì, è stata questa la sua minaccia. Mi è parso necessario avvertire qualcuno” si confida Saul King con Hugh Rennert, agente del Tesoro americano in viaggio da Laredo a Città del Messico (per essere precisi è stata la moglie di S.K. a udire queste parole).
Il treno non salterà in aria ma il morto ammazzato salta fuori lo stesso dopo una lunga galleria ucciso con una iniezione ipodermica di nicotina (vedete un po’ come le studiano).
Sette i viaggiatori di una carrozza tra cui si nasconde l’assassino (lo dirà in seguito lo stesso Rennert che indaga): “King, Spahr, Radcott, il messicano dallo sguardo furtivo, l’uomo dai capelli grigi, l’individuo alto che aveva l’aria di un agricoltore e la signora vestita di taffetà nero che portava un anello al dito e le maniche coi polsini”. Avvoltoi che sembrano seguire il treno, costretto a fermarsi per un guasto alla macchina, a creare un clima lugubre e spettrale, una spilla da cravatta trovata, un tagliacarte sparito, una cappelliera che non è al suo posto e altri piccoli indizi sparsi qua e là.
Ancora: un secondo omicidio che avviene con le stesse modalità, l’isolamento della carrozza in cui si trovano i sospettati, delitto che si riallaccia a un altro delitto del passato, l’inquietudine e la paura che serpeggiano, la tensione in continuo aumento, anche per la presenza dei soldati sul treno che temono un attentato del movimento dei Cristeros ribelli al governo.
Scrittura precisa, accurata, personaggi credibili, colpo di scena finale ben assestato, e insomma un lavoro svolto con la bravura dell’artigiano di un tempo che fu.

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret e la vecchia signora del 1950
Tutto il romanzo ruota intorno alla figura di Valentine, vecchia vedova demodé nella cui casa “di bambole” avviene un inspiegabile assassinio, per avvelenamento, della sua donna di servizio, la giovane Rose. Valentine appare inafferrabile: con Maigret è sciolta, simpatica, ironica, insomma una meravigliosa vecchietta, mentre sempre più fonti la descrivono come un mostro, avida arrampicatrice sociale priva di scrupoli e di veri sentimenti, persino nei confronti dei figli. Questi ultimi vanno a comporre una curiosa compagnia: una figlia totalmente e disperatamente ninfomane (Simenon indulge spesso nel descrivere donne del genere, segno del suo rapporto non facile con il gentil sesso…; piccola nota di costume: nella prima traduzione italiana degli anni Cinquanta, questa parte venne censurata!), un figlio “arrivato” (è deputato) ma irrimediabilmente coglione (nei romanzi di Maigret i deputati, gli uomini importanti sono sempre degli idioti), l’altro il cui scopo di vita sembra quello di assomigliare al duca di Windsor. Sotto lo sguardo un po’ stupito dell’ispettore del luogo (siamo a Étretat), Maigret, più che altro, beve: lo fa sempre, in ogni romanzo, ma qui l’abitudine diventa quasi parossistica. Questo non gli impedisce, ovviamente, di dipanare la matassa, basata su tristi questioni di gioielli di valore: alla fine, erano le voci su Valentine a essere vere, non la sua fragile immagine dal vivo: la donna è davvero un mostro.

Cécile è morta del 1942
Ripeterò l’incipit de L’ispettore Cadavre: la differenza sta nei particolari. Cécile è morta (pubblicato in Italia, originariamente, con il titolo poco sensato Un’ombra su Maigret) è uno dei migliori Maigret, nonostante la trama arzigogolata, mille particolari che si ripetono, personaggi già conosciuti che si agitano seguendo binari prestabiliti nella Parigi piovosa di inizi autunno. È splendido perché ha i ritmi giusti, gli snodi giusti, un Maigret presente in ogni pagina nella sua grandiosa personalità, con tutti i suoi pregi e i suoi apparenti difetti (“pareva di un’arroganza incredibile”, e lo dice la signora Maigret! e mai come in questo romanzo, in effetti, il nostro è stato così scorbutico, inavvicinabile, persino scortese). Nelle ultime pagine, viene anche reintrodotto il personaggio dell’anglosassone simpatico e un po’ ingenuo venuto a studiare i suoi metodi (v. per esempio Il mio amico Maigret), con la evidente funzione di esaltare l’onnipotenza del commissario. Anche la trama gialla, pur complessa, non è così campata in aria e si snoda tra i soliti protagonisti da Comédie humaine, la vecchia avara all’inverosimile, i parenti poveri che si portano dietro la croce di irredimibili complessi di inferiorità, avvocati sussiegosi, ragazzine un po’ ninfomani, portiere laide con il torcicollo e, soprattutto, l’ex-avvocato pedofilo, per cui Maigret prova una repulsione fisica che fa tenerezza, assecondato da Simenon che descrive l’uomo come un vero e proprio monstrum, che ha disegnati in faccia e nel corpo i suoi terribili impulsi, seguendo una teoria lombrosiana utile a far risaltare la castità e la assoluta purezza dello stesso Maigret, in questo romanzo molto evidenziata. Si vedano a questo proposito la scena al cinema o l’incontro con i tenutari dei bordelli, o persino l’affermazione (veramente al limite della verisimiglianza!) secondo la quale Maigret aveva qualche difficoltà di rapporti persino con il buon Cassieux, capo della Buoncostume, per il solo fatto che quest’ultimo aveva di continuo a che fare con gente immorale…

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La signora del martedì di Massimo Carlotto, edizioni e/o 2020.
Romanzo corale dal gradevole sapore teatrale questo La signora del martedì di Massimo Carlotto, molto ben recitato dai tre personaggi principali: il signor Alfredo Guastini, attempato omosessuale che indossa gli abiti di una signora elegante d’altri tempi e che parla di sé al femminile, Bonamente Fanzago, attore porno quasi in pensione che tiene ancora duro e la misteriosa signora che ogni martedì, da ben nove anni, dalle 15 alle 16 si infila nel suo letto per approfittare e pagare i suoi servizi da gigolò. Lo scenario è misterioso e suggestivo, siamo d’inverno, in provincia, dove? Forse la riviera romagnola, o magari più a Nord. Comunque una cittadina sul mare, ma d’inverno il mare sembra così lontano… Imprescindibile e irresistibile filo conduttore della trama, un albergo di sapore felliniano, la Pensione Lisbona. Vecchiotta, ben tenuta, poche camere messe con gusto, sempre aperta ma poco frequentata, la Pensione Lisbona funge da impagabile palcoscenico di tutta la storia. Ma torniamo al romanzo e alla sua straordinaria galleria di personaggi, riprendendo da Alfredo Guastini, vero elemento trainante della narrazione, abbiente proprietario della Pensione Lisbona, attempato omosessuale di buon cuore, capace di cacciarsi nei guai per amore, magari egoistico, ma sempre amore…
La signora del martedì è un giallo che azzarda persino e con rara abilità a sfiorare i toni del fotoromanzo. Ma è un giallo ben calibrato da ogni punto di vista, in cui soprattutto si privilegiano i migliori istinti dell’amore, di qualunque genere sia. E quando Nanà si troverà davvero nei guai, potrà far conto su uno sconosciuto signore dagli stivali: lo riconoscete? Proprio lui, Marco Buratti l’Alligatore, che interviene nel ruolo di angelo custode con l’aiuto di una coppia specializzata nel far sparire cadaveri. E se necessario persone. E poi chissà se la storia di Alfredo, Bonamente, Alfosina sarà proprio finita? Come recita a ragione la quarta di copertina, stavolta Massimo Carlotto va al di là del noir. E ci regala l’arguto ma colto divertissement di una trama variegata, perfetta per raccontare i nostri tempi afflitti da tante incontrollabili difficoltà. Insomma una storia di cui tutti potremmo essere stati testimoni, magari per caso, o volontariamente attori. Tutti coinvolti? E comunque bravo Massimo! Esperimento azzeccato: un romanzo notevole, permeato di un fine e geniale umorismo che seduce.

Il corpo del peccato di Silvia Di Giacomo, Foschi 2020.
Secondo Gianluca Morozzi, il commissario Claudio Degli Esposti è “un personaggio che mancava al noir bolognese. Solo l’eclettica Silvia Di Giacomo l’avrebbe potuto inventare”. E voilà il personaggio di Silvia Di Giacomo. L’autrice a pagina 10 ce lo presenta come poliziotto e bravo investigatore, poi però nelle pagine successive precisa che Degli Esposti ha il fallimento del suo matrimonio dietro le spalle, conserva ancora dentro di sé ferite psicologiche dovute a demoni personali che l’attanagliano e sta portando avanti un appassionante ma difficile rapporto affettivo che potrebbe trasformarsi in una trappola fatale. Richiamato con urgenza al lavoro alle otto di sera, il Commissario Claudio Degli Esposti si sta recando sul teatro del delitto in sella a una Vespa. Stavolta lui e la sua valida e bionda collaboratrice, l’ispettore Giulia Nanni, dovranno far fronte a un omicidio dagli anomali connotati. Apparentemente infatti Maddalena Zorbi, ultraottantenne, vecchia e ricca signora della Bologna bene – quella che conta economicamente e dispone di relazioni in alto loco – è stata aggredita, buttata a terra e pugnalata in casa sua, nel pomeriggio. Ma le scena del delitto è stata pesantemente inquinata da chi l’ha trovata…
Una scelta narrativa che si avvale del continuo cambio del punto di vista e spesso della narrazione in prima persona. Come per gli struggenti intermezzi in corsivo che a mio vedere forse sarebbero risultati più incisivi se i collegamenti temporali fossero stati in parallelo. Ciò nondimeno una trama che coinvolge, portando in scena un bel carosello di eroi e antieroi. Storia di tante vite, vite che si incrociano ma soprattutto un grido di denuncia per il barbaro sfruttamento di corpi femminili, per le tante donne abusate e rese schiave dalla paura. Donne coraggiose però, che non arretrano davanti alla scelta di imboccare tutte le strade, anche quella della vendetta, per riscattarsi a ogni costo davanti al mondo.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Diario di una Schiappa. Non ce la posso fare! di Jeff Kinney, il Castoro 2016.
Come succede in ogni sua avventura, Greg combinerà un sacco di pasticci. Ovviamente non posso elencarveli tutti perché sennò finirei domani mattina. Quindi ve ne dirò due o tre, senza, però, raccontarvi la fine in modo che, per scoprirla, dovrete leggere il libro!
Un giorno il nonno di Greg decide di trasferirsi da loro perché hanno aumentato il costo dell’ Happy Residence dove viveva prima. Qualche giorno dopo la famiglia va al supermercato e il nonno resta a casa da solo, ma quando tornano scoprono che…
Il mese dopo Greg deve fare una gita con la scuola alla Fattoria Vitadura, vorrebbe restare a casa a giocare ai videogiochi ma i suoi genitori lo costringono ad andarci. Niente computer e cellulari per un intero fine settimana. Deve cavarsela come fanno gli adulti. Ce la farà?…

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
oggi vi presento Il brutto anatroccolo di Hans Christian Andersen, EdiBimbi 2010.
Una anatra cova le sue uova. Si schiudono ma l’ultimo uovo più grosso degli altri non ci riesce. Poi alla fine si schiude e viene fuori un anatroccolo grigio. Al pollaio tutti lo prendono in giro, gli dicono che è brutto, non lo vogliono con loro. Anche i suoi fratelli incominciano a maltrattarlo. Disperato fugge via. È sempre più triste e solo, ma un giorno mentre vola vede tre cigni nuotare in un laghetto. Si avvicina e guarda la sua immagine riflessa nell’acqua. Ora non è più brutto perché è diventato un bel cigno anche lui. Che bella trasformazione!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2020

Il sorriso politico…
Due parole sul sorriso a presa di culo del politico mentre parla il politico della parte avversa. Ci avrete fatto caso. Impossibile non averci fatto caso. Uno parla e l’altro sorride. A presa di culo, si capisce, infiorettato da mille smorfie per rendere ancor più manifesta la presa di culo. Come a dire ma che stronzate tira fuori questo, ma che coglione è questo, ma chi ce l’ha mandato. Un sorriso carico, duro, caricaturale, ma va bene anche un sorrisetto spocchioso che l’altro non se lo caca nemmeno. Un sorriso politico, insomma. E non si sa bene chi faccia più sorridere, se quello che parla o quello che sorride.

Dipartimento casi bizzarri di Carter Dickson, Il Giallo Mondadori 2019.
Un uomo agitato, “dagli occhi leggermente sporgenti e dal naso indagatore” arriva a Scotland Yard. “Lo hanno ucciso proprio davanti ai miei occhi!” farfuglia alla guardia, e avrebbe potuto uccidere anche lui, aggiunge ancor più trafelato. “Chi è stato a fare tutto questo?”. “Un paio di guanti”.
Ecco l’inizio del primo racconto di storie assurde, di casi bizzarri che vedremo velocemente. Continuiamo…
Dorothy Brant si sveglia da un sogno confuso in un cottage di montagna dove è venuta con il padre e con il cugino Harry. Tutto bene, solo che, sta rimuginando, c’è quella vecchia bisbetica della signora Topham, tra l’altro pure ladra, nel cottage vicino a sciupare tutto. Ma la suddetta signora Topham si trova ora all’ospedale con la testa fracassata, e le impronte sulla neve che si dirigono verso il suo cottage sono solo le sue. Per il sovrintendente Mason è lei l’assassina. Senza alcun dubbio.
Un edificio assai particolare in Sloane Street. Tutti gli appartamenti sono arredati allo stesso modo. Ronald Denham, un po’ alticcio per aver partecipato ad un party per soli scapoli, verso mezzanotte sale al suo appartamento al secondo piano. Qui trova qualcosa di strano, ovvero certi paralumi e un quadro che non ha mai visto. E trova pure un tizio “tranquillamente seduto in una sedia dallo schienale alto accanto alla porta” con l’impermeabile messo a rovescio. È morto. Morto che sembra poi sparito completamente e ritrovato, addirittura, nell’ascensore con l’impermeabile rimesso a dritto. Strano, eh…
Una rapina alla banca di quattro uomini. Vengono catturati ma delle ventimila sterline rubate neanche un penny addosso a loro. Il malloppo l’hanno nascosto o passato ad un ricettatore. E c’è una signorina che questi soldi li ha visti davvero in casa di un noto avvocato. Solo che sono scomparsi anche dopo un’accurata perquisizione da parte della polizia. Eppure stanno ancora lì…
Siamo all’Orient Club. La signorina Rapport sta ballando coperta dal trucco, mentre una ragazza sparisce con un portafoglio seguita dal poliziotto Jim Matthews (si trova lì alla ricerca di un noto borseggiatore). Proprio nel camerino della Rapport pugnalata alla schiena “con un paio di lunghe forbici acuminate”. Sembra lei l’omicida ma c’è qualcosa che non quadra…
Al casinò di La Bandelette. Un giovanotto che perde un sacco di soldi, ossia il signor Winton e un altro che vince parecchio, Ferdie Davos. Il primo, però, si può beccare ben diecimila dollari se si reca da un medico ad un certo indirizzo fra un’ora su proposta del secondo. Proposta davvero strana ma accettata (i soldi fanno comodo). All’ora stabilita si avvia, da lontano scorge Davos camminare, sente un grande rumore e un grido orribile, si volta per un attimo e poi vede Davos scalciare in terra pugnalato alla base della nuca. Morto e sembra proprio lui l’assassino all’agente che sta arrivando.
Il giornalista Bill Stacey cammina con una pesante valigia verso la Zampa del Leone per rivedere Norman Kane ma, soprattutto Marion, la nipote e segretaria di Kane. Ed anche Norman Kane, eccezionale affarista nella City, anche se per lui un “colossale truffatore.” Ma ecco, lo vede da lontano sulla spiaggia che gli grida “Vieni a fare un tuffo!” Poi tutto precipita. Ondeggia premendosi le mani contro il petto e cade a faccia in giù. Nello stesso tempo arriva Marion con il dottor Hastings. L’uomo è morto, addirittura ucciso secondo il dottore. Ma come?…
Dal colonnello March del Dipartimento Casi Bizzarri (ne riparleremo alla fine) arriva lady Patricia Mortlake con il cagnolino Flopit. Vuole che ritrovi il suo ricco fidanzato Francis Hale scomparso in un “terribile ufficio di Piccadilly”. Beccato lì, proprio da lei, tra le braccia di una “orribile sgualdrinella dai capelli rossi.” Ma, dopo un po’, completamente svanito.
Una maledetta radio infastidisce Douglas Chase che sta lavorando a una tesi storica per una docenza in un’università americana. Se riesce a vincere la sfida con K.G. Mills che non conosce. Ma la radio diventa davvero insopportabile. Decide di scendere dall’inquilino di sotto e, guarda caso, trattasi proprio di Kathleen Gerrard Mills. Il suono, però, sembra provenire dall’appartamento vicino che risulta vuoto, disabitato per qualche brividoso motivo. Sempre che non ci sia dentro un morto…
A indagare su questi casi incredibili c’è proprio un ufficio apposito del Dipartimento Casi Bizzarri guidato dal colonnello March “un uomo amabile e imponente (peserà almeno un quintale), dalla faccia lentigginosa, gli occhi azzurri vivaci e cordiali, e una pipa estremamente corta che gli sporge da sotto i baffi ben curati, di un colore incerto tra il grigio e il sabbia” insieme al paziente e incredulo ispettore Roberts. Ci penserà lui, innamorato degli enigmi e spesso con il sorriso, a risolvere i vari ambaradan tra scambi di persona, imitazione, daltonismo, mistero sulla scia della famosa “La lettera scarlatta”, sostituzioni di persona, sosia, finto morto… e tante altre diavolerie davvero impensabili.

Il gioco del mai di Jeffery Deaver, Rizzoli 2019.
Di crimini commessi seguendo orme già prestabilite ne abbiamo visti. Come, per esempio, l’assassino che imita alla perfezione gli omicidi tratteggiati in un noto romanzo poliziesco o segue, addirittura, le mosse di una partita a scacchi. Con l’evoluzione della società in senso tecnologico il sanguinario “imitatore” si rivolge a un’altra forma di espressione. In questo caso al mondo dei videogiochi. Ovvero a un particolare videogame (lo sapremo in seguito).
In breve. Scompare Sophie Mulliner, studentessa diciannovenne nella Silicon Valley. Lavoro per Colter Shaw, un tracker, un ricercatore di persone scomparse che gira con il camper Winnebago, la Malibu e la Glock 380. Diecimila dollari la ricompensa da parte del padre Frank per il suo ritrovamento. Sicuramente non è fuggita perché non avrebbe mai lasciato Luka, il suo “barbone di grande mole”, anche se c’era stato un litigio fra i due per il cambio di casa in una zona del sud. All’inizio lo troviamo addirittura intento a salvare Elizabeth, una donna incinta, rapita e prigioniera su una imbarcazione che sta affondando. Poi l’azione si sposta indietro di due giorni per il citato caso di Sophie.
Via al Quick Byte Café di Mountain View, il posto in cui la ragazza si trovava mercoledì pomeriggio prima di scomparire. Visione dei filmati di sicurezza: qui, oltre a Sophie in bicicletta, è inquadrata un’altra persona con occhiali da sole e coperta dal cappello. Il rapitore?… Tra gli altri avventori, incontra la bella rossa Maddie (futuri salti sul letto?) che lo avvicina al mondo dei videogiochi (verrà lui stesso preso dal vortice del gioco) aprendo uno spiraglio di luce sulla scomparsa della ragazza.
La figura di Colter Shaw si staglia al centro della scena con i suoi ricordi, alternati al presente, soprattutto del padre Ashton, il Re del Mai, e delle sue regole perché quasi tutte incominciano proprio con la parola “mai”. Padre che era scomparso e poi ritrovato morto all’Echo Ridge. Un incidente per la polizia ma non per lui che sospetta essere stato ucciso. Nell’immensa casa della Tenuta dove vivevano gli Shaw un mucchio di libri. Colter era stato attratto in particolare da quelli di legge, aveva fatto tirocinio in uno studio di un avvocato e sapeva tutto sul diritto penale.
Ma ecco scompare un’altra persona, Henry Thompson, e affiorano i primi dubbi, si accendono le prime luci. E se tutto dipendesse da un gioco malato? Sophie, infatti, era stata lasciata nella stanza di una fabbrica abbandonata con cinque oggetti che poteva utilizzare per sopravvivere. Proprio come nel videogame “L’Uomo che Sussurra”…
Colter Shaw, dicevo, al centro della scena contornato, però, da una serie di personaggi che hanno la loro ben costruita personalità nel bene e nel male, il loro modo di vivere, i loro interessi, il loro vissuto. Non sempre facile come quello della poliziotta Standish, gay e nera, costretta a subire battutacce e prese in giro dagli altri colleghi. In una Silicon Valley “che non è solo ricchezza, potere, modernità scintillante”, ma anche un luogo duro e terribile per chi è debole e incerto.
Concludendo. Tutto ruota intorno al mondo dei videogiochi che muove una enorme mole di denaro e interessi oscuri, un mondo che attrae e affascina dal quale possono scaturire le nuove menti perverse del crimine. Momenti di dubbio, perplessità (diversi sono gli indiziati), intrecciati a ricordi, a movimento, azione, scontri, pericolo e morte. Con Colter pronto a ogni evenienza per risolvere i vari casi e scoprire, finalmente, la verità sulla fine del padre.

La sposa nel lago di Cocco & Magella, Marsilio 2019.
Como e dintorni a febbraio. Due omicidi nel giro di poco tempo. Un anziano clochard nella vecchia zona industriale con la testa fracassata che sembra essere stato trascinato lì. Un clochard particolare, chiamato il “Professore” dal portamento e dai modi eleganti. E una bella ragazza, Ginevra Bassi, studentessa di diciannove anni, ritrovata senza vita (si scoprirà essere stata soffocata) sul ramo orientale del lago di Como, da un monaco al quale sembra una vera e propria “sposa”.
Due vicende che si intrecceranno inevitabilmente fra di loro (un classico) sulle quali deve indagare la commissaria Stefania Valenti. Una poliziotta vera, dura, ferrea, energica e nello stesso tempo gentile, divorziata dal marito vive con la figlia Camilla e il nuovo compagno Luca. Aiutata dai fedeli Piras e Lucchesi che presentano una loro ben costruita fisionomia. Collaborativa ma anche in contrasto con le alte gerarchie (altro classico).
Andando avanti con energica volontà si scoprono diverse “cosette”. La ragazza era fidanzata ma aveva anche una relazione poco chiara con un uomo molto più anziano. Al dunque viene fermato il fidanzato praticamente senza un alibi, ma non sembra la soluzione giusta, perché la vicenda è davvero complicata: “Si trattava di una partita a scacchi, in cui la mossa vincente poteva risultare, a seconda dei punti di vista, lontanissima o a portata di mano.” Pesano diversi elementi: i rapporti difficili nelle relazioni familiari e amorose, un misterioso testamento con una somma ingente “quantificabile in almeno un milione e mezzo di euro” completamente sparita, i problemi del figlio e del figliastro, quelli inerenti alla ludopatia, certe foto che possono offrire nuovi spunti…
La nostra Stefania Valenti ce la mette tutta alle prese con la figlia Camilla che cresce “ad una velocità impressionante” e con Luca, il compagno, che teme di perdere, sia per il suo notevole impegno di lavoro sia per la differenza di età (fino a quando sarebbe rimasto al suo fianco?). Una storia basata soprattutto sui mille risvolti di una tosta indagine (c’è anche l’amico giornalista a dare una mano) inframezzata da sprazzi di paesaggio (spazi aperti, il lago…) e brevi momenti di relax. Per risolvere il problema bisogna alzare lo sguardo. In alto. Come sempre. In una società dove le differenze ci sono, si vedono e contano.
Alla fine del precedente libro Ombre sul lago, Guanda 2013, avevo scritto “Buona lettura senza urletti di gioia.” Confermo. Un giallo ben confezionato lungo linee, purtroppo, risapute.

L’urlo di Margaret Millar, Il Giallo Mondadori 2019.
“Quattro mesi dopo, vennero ritrovate le ossa di Annamay a circa un miglio più in su del torrente, sotto un cumulo di foglie secche coperte da un groviglio di edere velenose. In quel periodo dell’autunno, l’edera del Canada aveva il fogliame rosso ed era molto bella.” Annamay Hyat è una bella bambina di otto anni, ribattezzata “la principessa” che gioca spesso con le sue amiche, tra cui la cugina Dru, in un palazzo in miniatura costruitole da un architetto. Ma un giorno scompare, forse per non aver seguito i consigli di una poesia scritta per lei “Non parlare con gli sconosciuti, anche se loro ti sorridono. Non accettare mai un passaggio da nessuno, neanche per mezzo miglio… Corri via subito. O quello potrebbe essere l’ultimo giorno della tua vita.” Ora, secondo la perizia del coroner “Non era affogata, non si era rotta una gamba, non era stata avvelenata dall’edera né colpita da un fulmine”. Dunque era morta per mano di una persona non identificata.
La sua scomparsa e la sua fine mettono in crisi il rapporto matrimoniale fra il padre Howard e la madre Kay. I mesi di attesa l’hanno invecchiata, è stanca, è triste, non ha più niente da amare. L’amico Benjamin (Ben) cercherà in tutti i modi di riappacificarli (anche lui, però, in conflitto con l’amante Shelley Quinn) portando la donna perfino a ballare. Comunque Howard e il reverendo Michael Dunlop, che ha visto nascere la bambina, non si perdono d’animo e si mettono in moto per scoprire il colpevole. E allora via ai colloqui con chi la conosceva, via alla lettura dei file della polizia riguardanti il caso portati di nascosto dalla segretaria del vicesceriffo, via a sentire la nuova inquilina, la pazza miss Rosa Firenze, “matta come un cappellaio”, che urla, tiene delle memorie interessanti e ha avuto delle strane visioni il maledetto giorno della scomparsa di Annamay. Poi c’è anche il signor Cassandra che ha visto qualcosa di particolare, sempre quel fatidico giorno e, ultimamente, la cugina Dru prende dei brutti voti a scuola, è nervosa, racconta un sacco di bugie, non sembra più la stessa…
L’autrice scava nei rapporti matrimoniali e non mettendo in rilievo i lati più bui e nascosti, le difficoltà, i malumori, le insofferenze, gli scontri, il maschilismo e la violenza imperante, insomma un senso di vuoto e disagio circola nella vicenda con il classico colpo di scena finale improvviso e insospettabile.
Per I racconti del giallo abbiamo Sul Tagliamento di Raffaele Serafini.
Fernanda. Una poliziotta lasciata dal primo e unico fidanzato. Sta guardando una foto di un nordafricano ucciso con una coltellata al petto. Omicidio volontario, in Friuli. Poi l’incontro con una vecchia amica e un’uscita a quattro in trattoria. La discussione cade sul delitto perfetto. Deciso così, a caso, senza un movente… Raccontino gustoso con spunto da Diario di un assassino di Leo Bruce. Ma epilogo diverso.
Per La Storia del Giallo Mondadori, Gli anni Novanta… e oltre di Mauro Boncompagni.
Questa è la volta di una serie succosa di artisti del giallo: James Yaffe, Shelley Smith, Ruth Rendell, Colin Dexter, Michael Dibdin, Lilian Jackson Braun, P.C. Doherty ovvero Paul Harding come pseudonimo, John Franklin Bardin, Martin Edwards, Paul Halter, Rhys Bowen, Maureen Jennings. Da leccarsi i baffi. E la storia della prestigiosa collana continua.

I Maigret di Marco Bettalli

Il mio amico Maigret del 1949
L’ideuzza di mettere l’inappuntabile e molto british ispettore Pyke – inviato da Scotland Yard per studiare i metodi del nostro commissario – appiccicato a Maigret quasi 24 ore su 24, con il conseguente fastidio del commissario e una serie infinita di piccole gags legate alla circostanza non è poi geniale, quanto meno non se ne sentiva certo la mancanza: Maigret è perfettamente in grado di reggersi da solo e la faccenda sa un po’ di riempitivo, visto che a volte il nostro sembra non sapere bene come arrivare in fondo alle 150 pagine canoniche. Il nodo centrale del romanzo è l’isoletta di Porquerolles, al largo di Tolone, nella quale Simenon visse a lungo, scrivendovi vari Maigret (ma non questo): luogo magico, e universo a sé stante, di quelli che affascinavano lo scrittore, e non solo lui. Qui vivono un sacco di spostati, portati alla deriva dai loro insuccessi, dalla loro stanchezza, dai loro peccati, dalla loro malattia: e tra questo branco di disadattati che bevono a più non posso, prendono il sole e giocano a carte (e persino a scacchi) matura uno strano delitto, che Maigret risolverà collegandolo a una faccenda di falsi Van Gogh. In effetti, il giallo è pressoché inesistente, mentre tutto il resto – l’isola, i suoi curiosi personaggi, la porquerollite che prende quasi tutti, inducendoli a non voler più tornare nel mondo, e sta per catturare persino il nostro commissario, più meditabondo e malinconico che mai, – lascia una traccia delicata e dolente. Non uno dei migliori Maigret, ma non un Maigret banale.

Maigret a New York del 1947
Maigret, cinquantaseienne in pensione nella sua casetta nella Loira, si trova catapultato a New York, dove vive un’avventura abbastanza complessa, non senza assumersi qualche rischio personale, sulla scia del suo creatore che in quegli anni si era trasferito nella Grande Mela. La storia è di quelle – amate da Simenon – che affondano le radici in un lontanissimo passato, in questo caso quello di un miliardario scontroso, diventato ricco con i jukebox, e del suo amore profondo e romantico per una esile ragazzina sua compagna in improbabili tournée artistiche. Inevitabilmente non mancano molte cose piacevoli, come in tutti i Maigret, in primo luogo alcune figure di contorno, dall’amico O’Brien al bizzarro investigatore privato che coadiuva il commissario. Ma a Maigret non si addice l’America, o meglio l’ambientazione può servire a creare – per contrasto – un sacco di gags divertenti, a partire per esempio dalla lingua (Maigret conosce molto male l’inglese), ma si tratta di espedienti di cui Simenon non ha certo bisogno per far funzionare la sua macchina perfetta. E la trama, poi, risulta quasi insopportabilmente arzigogolata, sostanzialmente inverosimile.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

New York: Codice rosso di James Patterson e Michael Ledwidge, Longanesi 2019.
Il nuovo libro di Patterson per l’Italia ha come protagonista il detective Michael Bennett del NYPD, bravo poliziotto conosciuto come eccellente negoziatore, figura non troppo abituale per un eroe di una serie poliziesca. Tanto per cominciare Bennett, quarantenne vedovo, è padre di ben dieci figli. Una specie di colorita tribù che riesce a crescere con l’aiuto del nonno Seamus, pastore protestante, e di Mary Catherine, una bella, efficientissima e incantatrice tata. Michael Bennett è di ritorno da un breve viaggio in Irlanda. Da solo, perché l’affascinante Mary Catherine, che aveva accompagnato in patria e ormai gli ha preso il cuore, ha dovuto fermarsi là per un contrattempo nella vendita dell’attività alberghiera della sua famiglia. Atterrato a New York, Bennett ha appena il tempo di digerire il jet lag, di affrontare la confusione dei figli abbandonati a se stessi e di recuperare suo nonno – ricoverato in ospedale a seguito di un leggero disturbo confusionale, conseguenza non grave di un recente ictus – quando due improvvise spaventose esplosioni compromettono gravemente la principale linea della stazione della metropolitana. Il nostro eroe viene immediatamente convocato e coinvolto nelle indagini, ma i disastri non sono finiti perché ben presto ci sarà lo scioccante assassinio del sindaco che sta parlando in diretta per rassicurare i concittadini da un palchetto alzato all’esterno del quartiere generale delle indagini e, poco dopo, anche un drammatico e letale attentato esplosivo al Federal Building. Con la tensione alle stelle, Michael Bennett è costretto a prendere le redini di una situazione che rimanda con la mente all’11 settembre 2001, con l’America sotto attacco…
Insomma il detective Michael Bennett, spalleggiato dalla sua vecchia amica e partner Emily Parker dell’FBI, deve individuare e catturare i criminali che si celano nell’ombra, approfittando del caos generato dagli attacchi. In una affannosa corsa contro il tempo, sfidando il più pericoloso nemico mai affrontato finora, si troverà costretto a ricorrere a ogni possibile risorsa, prima che il peggiore incubo di tutti rischi di trasformarsi in realtà mentre una serie di attacchi, sempre più devastanti, viene perpetrata contro la città da un gruppo terroristico non identificato.

Delitto a Villa Fedora di Letizia Triches, Newton Compton 2019.
Torna in scena Chantal Chiusano che avevamo conosciuta in Verde napoletano, poi ritrovata a Venezia in veste di commissario in carica per I delitti della Laguna, dove si era fatta affiancare dal personaggio cult di Letizia Triches, Giuliano Neri, per sbrogliare e risolvere un omicidio collegato a un complicato intreccio americano-napoletano con potenziali legami con illeciti commessi nel mondo dell’arte. Stavolta invece tutt’altro fondale, via le gondole, via i canali e si passa direttamente al grande splendore e a certe debolezze legate alla capitale che ritroviamo in questo nuovo romanzo tutto romano. Eh già, perché nel 1992 Chantal Chiusano è stata trasferita a Roma da due anni e vive al quinto piano di una palazzo un po’ vecchiotto del Testaccio. Nessun posto fino ad allora ha mai dato a lei, ischitana purosangue costretta a nascondere la pena di un lutto che l’aggredisce spesso e a tradimento, un vero senso di appartenenza, la capacità sentirsi di nuovo quasi in pace con se stessa. Sarà anche per l’amichevole complicità che la lega alla sua dirimpettaia di pianerottolo. Ma un poliziotto ha il suo lavoro da fare e Chantal Chiusano è un bravo poliziotto, sempre pronta a mettersi in gioco. Un feroce delitto è stato scoperto a Villa Fedora, nel quartiere Coppedè, proprietà indivisa degli eredi del famoso cineasta romano Alberto Fusco, scomparso da diciotto anni, e nulla è stato toccato da allora. Molte stanze sono in disordine ma mancano segni di effrazione. Dunque l’assassino o conosceva la vittima, la donna che l’ha fatto entrare, o ha usato proditoriamente la chiave. La morta, massacrata al volto con un pesante oggetto contundente, è Liliana Fusco, 54 anni, nuora del defunto. Il delitto è stato scoperto poco dopo le otto di sera da sua figlia Magda, una ragazza fragile e complessata che era venuta a prenderla. Liliana Fusco da giovane era stata anche l’assistente segretaria del suocero e dopo la sua scomparsa era diventata quasi il nume tutelare della villa e dei suoi ricordi. Da giorni Villa Fedora era stata attrezzata come set cinematografico per un film-documentario celebrativo di Alberto Fusco e tutti i componenti della famiglia volenti o nolenti erano stati coinvolti nella produzione. Un ladro sorpreso in flagrante? Insomma è difficile a prima vista capire se manca qualcosa, perché sportelli e cassetti solo stati aperti e diversi monili sono sparpagliati in giro. Ma la villa, imponente e così spaziosa da sembrare un labirintico memoriale, è sovraffollata ai limiti dell’inverosimile di mobili e oggetti. Villa Fedora pare quasi un irreale scenario teatrale piuttosto che una casa. Forse l’assassino cercava qualcosa di particolare? Ma Villa Fedora contiene soltanto oggetti d’arte e ricordi legati ad Alberto Fusco? Nascondeva magari qualcosa? Il commissario Chantal Chiusano e l’ispettore Ettore Ferri, suo vice, per riuscire a fare luce su quella tragica vicenda dovranno andare a fondo, scandagliando il presente ma soprattutto il passato…

Ah l’amore, l’amore di Antonio Manzini, Sellerio 2019.
“Ah l’amore, l’amore”, indimenticabile canzone di Luigi Tenco, portata al successo da Ornella Vanoni, e imperdibile nuovo “canto” (secondo me il decimo) dello strepitoso romanzo a puntate sul vicequestore romano Rocco Schiavone. Antonio Manzini riprende la storia proprio dal punto in cui aveva lasciato il suo protagonista in Rien ne va plus: gravemente ferito, steso a terra privo di sensi in un lago di sangue. Una storia grossa, culminata con una sparatoria all’alba, quando Schiavone e la sua squadra avevano incastrato e arrestato la banda di falsari, rapinatori e assassini che operava a Saint Vincent.
Non si sa ancora chi gli ha sparato, l’addetta alla scientifica Michela Gambino non ha avuto tempo e modo di chiarire, ma intanto sia la stampa che i superiori lo trattano da eroe. Comunque è stato un bello spavento per lui e tutta la sua squadra, ma l’uomo è un duro, una pellaccia: portato di corsa all’ospedale ci ha sì rimesso un rene, ma l’operazione eseguita d’urgenza il 21 dicembre è andata bene. Però però, una successiva infezione batterica postoperatoria l’ha costretto a prolungare la degenza sotto cura di antibiotici. Un inghippo che, al 26 dicembre 2014, lo tiene ancora prigioniero nell’ospedale di Aosta, tutto vestito a festa dagli addobbi natalizi. Stare a letto a leggere? Proprio no! Gabriele gli avrebbe anche portato dei libri, ha il giornale ma il ritmo ospedaliero, il cibo che passa il convento e l’incongruo balbettare del suo compagno di stanza sono quasi insopportabili. Schiavone si sente peggio di un leone in gabbia. E reagisce con atteggiamenti semi goliardici. Appena può, scappa al bar, si nutre di brioches, panettoni, cioccolata, attacca briga per un nonnulla ed esce in pantofole con addosso il loden sui ballatoi a fumare sigarette e canne. Anche perché se guarda dalla finestra non vede che pioggia e… un’incongruenza.
Anche stavolta Schiavone ha fatto centro e, mentre i suoi dubbi cominciano a concretizzarsi, informa il magistrato Baldi e il questore Costa. Le loro indagini hanno scoperchiato alcuni segreti viventi della famiglia Sirchia e appurato che i rapporti tra marito, moglie e figlio non erano rose e fiori. Chi poteva desiderare la morte del ricco patriarca? Bisogna trovare il modo di mettere in trappola chi è stato pronto a colpire. Stavolta Manzini lascia largo spazio alle riflessioni psicologiche, sia di Schiavone che della sua squadra, e alle tante suggestive atmosfere che li circondano.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi tocca al Diario di un Amico Fantastico. Il giornale di bordo di Rowley di Jeff Kinney, il Castoro 2019.
Questo libro è raccontato da Rowley, il migliore amico di Greg, la nostra Schiappa. A differenza di lui, Rowley è alto e un po’grassottello, è più bravo e più obbediente. Ma adesso gli lascio la parola.
Ciao, io sono Rowley e ora parlerò di alcune avventure divertenti e anche paurose vissute con il mio migliore amico Greg. Per esempio ieri per la prima volta sono andato a dormire una notte da lui. Per un po’abbiamo giocato ai videogiochi ma poi Greg ha avuto un’idea molto stramba tirando fuori dal cassetto del comodino un film. Ci siamo messi a guardarlo e parlava di una mano assassina che uccideva tutte le persone che incontrava. Ma ad un tratto…
Un’altra volta io Greg siamo andati di nascosto di notte nel trampolino del nostro vicino di casa mentre tutti dormivano. Ma dopo cinque minuti che saltavamo un cane si è messo ad abbaiare molto rumorosamente. Allora siamo scappati velocissimi a casa e quando siamo arrivati…
Ciao ragazzi sono di nuovo io, Jonathan. Volevo dirvi che Rowley non ha finito di raccontarvi i suoi episodi perché non voleva rovinarvi la sorpresa. Quindi per sapere come vanno a finire leggete il libro!!!

Le letture di Jessica
Oggi vi presento Peter Pan, Edibimbi 2019.
Peter Pan non vuole crescere ma andare ai giardini dove sono gnomi e fatine. Una sera gli spuntano le alucce e ci vola. Quando diventa grande gli cadono le ali. Allora suona il flauto alle feste delle fatine e degli gnomi che ballano. Poi deve uccidere Capitan Uncino e i suoi pirati nell’Isola che non c’è perché è cattivo. Ma vengono catturati. Solo Peter Pan riesce a fuggire. La fatina Tintinna con una vecchia sveglia spaventa Capitan Uncino che cade nella bocca del coccodrillo. Poi ritornano tutti a casa. Che bel racconto! Piacerebbe anche a me avere le ali.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2020

Da questo mese incomincerà la sua collaborazione, oltre al nipotino Jonathan che già conoscete, anche la nipotina Jessica. Con il mio aiuto, naturalmente. Un modo per stimolarla a leggere e scrivere. Un modo per trasmettere anche a lei la mia passione per i libri. Forza Jonny! Forza Jessy! E forza a tutti i nonni e ai nipotini del mondo!
Buon Anno!!!

Sherlock Holmes. Donne, intrighi e indagini di Martinelli, Mezzabarba, Nava, Solito, Vesnaver e Voudì, Il Giallo Mondadori 2019.
Uno studio in Hudson di Luca Martinelli
Watson e una delle sue avventure più angoscianti del 1899. La signora Hudson è sparita, “non si trova nel suo appartamento, né in soffitta o nel resto della casa”. Sherlock teme che sia stata rapita. Indizio preoccupante un piccolo triangolo di stoffa bianca appartenuto al grembiule della suddetta. Via alla ricerca sfruttando anche i famosi Irregolari. Forse c’è di mezzo la banda dei testamenti che minaccia “donne anziane e sole che la morte di un parente ha reso beneficiarie di un lascito testamentario”. E qualcuno chiede un riscatto attraverso il “Globe”. Ma Holmes ha già capito tutto proprio dalla lettura del giornale e si appresta a fornire la spiegazione con la solita studiata teatralità.
La dama velata di Giacomo Mezzabarba
Mattina nebbiosa del 1891. Ecco l’arrivo di una donna velata nell’appartamento di Baker Street che ha chiesto l’aiuto di Holmes attraverso una lettera. Una bella signora sposata da due anni con matrimonio combinato. Però a un certo punto si è accorta che a suo marito piaceva un altro tipo di relazioni (alla Oscar Wilde, tanto per intenderci). Ha chiesto il divorzio più volte sempre respinto. Qualche tempo fa, innamorata del giovane Harold, ha intrattenuto con lui un rapporto amoroso. Ma è stato assassinato. Lei è Ann Musgrave, moglie di sir Arthur Boscombe partito per Parigi proprio il giorno precedente l’assassinio. Caso ad hoc per il Nostro con l’aiuto imprescindibile di Watson e i delitti non finiscono… fino a quando il classico grido “Diabolica, Watson! Si tratta di una mente diabolica.” Ci siamo.
Sherlock Holmes e Margherita di Samuele Nava
Una nuova avventura di Sherlock che Watson si affretta a trascrivere. Sono trascorsi tre giorni dalla sua falsa morte tra i gorghi delle cascate di Reichenbach e ora si trova presso le sponde settentrionali del Lago Maggiore. Ha un appuntamento, sotto falso nome di Altamon, con Verri, funzionario di Pubblica sicurezza, per essere introdotto in Italia. Ma c’è un vecchio prete che strappa pagine su pagine di un libro, gettandolo, poi, in acqua. Perché? Ripescatene alcune dal nostro Altamon-Sherlock, trattasi di un libro proibito di Rosmini morto proprio a Stresa nella Villa ducale dove ora si è sistemata la regina Margherita. Gli eventi si susseguono uguali e preoccupanti: scomparsa di una cameriera, di un carabiniere dal posto di guardia e, addirittura, della stessa Margherita di Savoia! Un buon indizio per risolvere il mistero l’aroma di artemisia con l’aiuto di un piccolo cocker inglese.
La scomparsa di lady Freemont di Enrico Solito
Un telegramma dall’ispettore Gregson per il nostro duo Holmes-Watson. Sono convocati a casa del famoso egittologo August John Freemont. All’inizio Freemont non la prende troppo bene, non sapeva di questo intervento del detective. Ma viene convinto dallo stesso Holmes. Il suo racconto: il matrimonio con la più giovane Annie va tutto bene all’inizio, poi “Annie è diventata distratta, svagata”, e un bel giorno è sparita, lasciando un biglietto di addio. Nella casa Harry il maggiordomo, la moglie cuoca e una signora per le pulizie che viene solo alcune mattine. Via in camera di Annie (qui qualcosa non torna) e di Freemont dove c’è un sarcofago con una mummia dentro. Ma mancano i canopi ed è pure scomparso il gatto della cuoca. Per Holmes basta fare due più due e il caso è risolto.
Sherlock Holmes e le ragazze di madame Jai di Elena Vesnaver
Davvero sfortunata la bella lady Edwina Cavendish, duchessa di Glenrose. Le sono capitati una serie di fatti piuttosto macabri: un fantoccio di stoffa abbigliato con una delle sue vestaglie impiccato alla finestra della sua stanza; i suoi abiti sulle grucce completamente tagliati e ultimamente una delle sue cameriere personali ha trovato il corpo senza vita del cane preferito. Holmes pensa che tutti questi incidenti siano solo l’anteprima di qualcosa di più grave. Occorre avvertire del pericolo la duchessa. La quale, tuttavia, rifiuta sdegnosamente il suo aiuto. E si ritroverà morta stecchita con uno spillone per capelli infilato nel cuore. Una brutta storia che ha come protagonisti un pittore di quadri spinti, le “ragazze allegre” di Madame Jai e un quadro molto, ma molto particolare…
Sherlock Holmes e lo scottante segreto della signora Hudson di Alain Voudì
Il giornalista Benjamin (Ben) Mutton in una casa di cura dove si trova la signora Hudson, novantenne, per conoscere da lei una storia scandalosa del 1883. Una storia che la riguarda con suo marito che dilapida rapidamente i beni della famiglia e se ne fugge via. Ma ora è ritornato per ottenere altri soldi minacciandola, addirittura, di adulterio. Le ha rubato un diario dove la moglie ha descritto, con il suo nome attuale Martha Turner, situazioni molto compromettenti. Diario che tra poco sarebbe stato pubblicato, come altri suoi pezzi, dopo l’annuncio al pubblico. Ma c’è l’aiuto del duo Sherlock-Watson a tirarla su. Basta rintracciare il marito e…

Otto racconti che mettono in mostra le doti preziose degli autori capaci di costruire vicende incredibili e intriganti in un contesto dove emergono le caratteristiche peculiari dei maggiori attori: Sherlock e Watson. Le classiche, impreviste deduzioni del primo, i suoi cambi di umore, le strimpellate incredibili (per Watson) del violino, le frecciatine alla sua “spalla”, le sparizioni e riapparizioni improvvise, i travestimenti. Le sorprese e le meraviglie a bocca aperta del secondo, i ricordi sulla sua moglie (quando è morta) e l’ammirazione (quando è viva) “Ebbene sì, dopo anni, la ritengo ancora la cosa più bella che possa essermi capitata”, l’umorismo che deriva dal rapporto fra i due. Ma anche altri personaggi hanno una loro consistenza e vitalità delineata con pochi tratti sicuri in contesti diversi. E non mancano riferimenti alla bellezza dell’italico suolo (una meraviglia del mondo), alla lotta delle donne per i loro diritti, agli amori “particolari” e ai tempi che corrono, “Temo Watson, che questo mondo sia agli sgoccioli: verrà un vento che lo travolgerà.”
…Una lettura veramente piacevole.
Preziosa introduzione e appendice (qui è sviscerato il rapporto di Sherlock con le donne) di Luigi Pachì. Infine per La storia del giallo Mondadori la decima puntata di Mauro Boncompagni sugli anni Settanta. Con Ruth Rendell, Jim Thompson, Bill Pronzini, Collin Wilcox, Nicholas Blake, Patrick Quentin, John Dickson Carr, Patricia Wentford, Rae Foley e Harry Carmichael.

Per l’ultima volta, Kathleen e altri racconti di Cornell Woolrich, Il Giallo Mondadori 2019.
Per l’ultima volta Kathleen
Burke, ex carcerato, è nella pista da ballo per rivedere Kathleen che danza con il nuovo fidanzato. Monta la rabbia, ma basta una matita sul pavimento per farlo cadere e chiedere a Kathleen se vuol essere accompagnata a casa. Così, come ultima volta, e l’invito è accettato. Lungo il percorso il bacio di addio e poi la bella ragazza scompare improvvisamente nel bosco alla ricerca delle chiavi perdute. Inutili i richiami, le urla e tutti i tentativi di trovarla. Tra l’altro sarà pure ritenuto il responsabile della sua morte orrenda. Unico amico Bill Bailey che lo può difendere. Secondo lui basta trovare un tipo vigliacco, con il complesso di inferiorità, afflitto da una gelosia malsana, soggetto a crisi di follia o da qualche infermità congenita e il gioco è fatto. Però…
Provino
Los Angeles. Lettere minatorie all’attrice Martha Meadows. Il poliziotto Galbraith, seppure infastidito (non sopporta questo tipo di personaggi), deve tenerla d’occhio. Via a trovarla sul set dove sta girando una scena. E lì succederà che bruci come una torcia umana, mentre per un attimo è andato a telefonare. Senza che nessuno dei presenti, a cominciare dal regista, sappia spiegare l’accaduto. Ad aiutarlo nella soluzione del misterioso, incredibile evento la macchina da presa e un occhialino…
Una strana eredità
Un uomo e una donna in macchina di notte. L’uomo ha commesso qualcosa di grave. La donna non vuole accettare il denaro che gli offre. Apre la portiera e “Temo di non essere tagliata per… il delitto.” Ora l’uomo è solo. Per strada incontrerà due furfanti che vorranno “ereditare” i soldi che ha con sé sfruttando i suoi documenti. Ma c’è un brutto odore in giro…
La disperata difesa della signora Dellford
“New Cordoba. Lee Randall, un tempo attrice a New York e adesso signora Dellford, è stata accusata di omicidio e in attesa di processo…” Un caso molto “sentito” dal giovane avvocato Lawrence (Larry) Brett che in passato si era innamorato di lei vedendola nelle esibizioni a teatro. Deve aiutarla. Ha ucciso, dicono, suo marito che si celava sotto falsa identità. Dunque il processo in tribunale, le testimonianze, l’odio della gente. Ma Larry chiede che il processo si svolga anche nel luogo dove è avvenuto il fatto. È il metodo più adatto, secondo lui, a ricostruire gli eventi. E qualcosa succederà. Vediamo…
Un problema di balistica
Coleman è accusato dell’omicidio di Edmund Lombard che gli doveva duemila dollari. I poliziotti insistono, lo torchiano, lo picchiano. Niente da fare. Lui è tosto, sicuro di sé, ha una pistola calibro 38 e Lombard è stato ucciso con una calibro 32. Secondo la balistica. Ma c’è qualcosa che non quadra e basta andare dal commesso di una tabaccheria per risolvere il caso.
Il cadavere nel tappeto
La matrigna di Larry è stata uccisa da suo padre, il signor Weeks, che veniva tradito. Ora è stesa sul letto. Il figlio vuole salvarlo e studia un piano. Gli propone di ritornare a New York, mentre lui si occupa di far sparire il corpo. Come? Avvolto in un tappeto per infilarlo nella macchina dell’amante che ha chiamato al telefono. Piano difficile, difficilissimo con la sorella che arriva all’improvviso e tutto il resto… Anche perché il padre vuole autodenunciarsi. Non c’è più niente da fare. Ma…
Notte d’incubo
La signorina Garrity è morta. Ha voluto nel testamento che tutti i suoi gioielli di enorme valore siano riposti con lei nella tomba. Ormai la notizia si è sparsa, la sanno tutti. Anche il duo Chick Thomas e Zabriskie Faccia d’Angelo. Il primo ha un’idea magnifica. Infilare Faccia d’Angelo nella bara della signorina prima del trasporto e poi beccarsi il tesoro “con una bella scorta di lime e scalpelli”. Il secondo non è tanto d’accordo ma, evidentemente il più debole, desiste e accetta. Come andrà a finire?…

Tempo fa, a fine lettura di un altro suo libro, scrissi “Quando leggo Woolrich, non so se capita anche a voi, mi pare di essere trascinato lentamente, come i personaggi dei suoi racconti, verso un qualcosa di oscuro e ineluttabile. Non possiamo fare niente. Tutto è preordinato, già stabilito.” Anche in questi racconti c’è sempre qualcosa di imprevisto e imprevedibile, frutto di un Destino cinico e baro che cambia completamente la prospettiva: un aiuto insperato, uno scambio imprevisto, un incidente fortuito. Ma c’è anche la capacità dell’uomo di risolvere casi e situazioni a prima vista impossibili. Con la forza dell’amore, l’intelligenza, la furbizia, l’osservazione, il colpo d’occhio, la deduzione. Brivido, tensione, paura, sempre sul filo del rasoio e non mancano situazioni comiche, assurdamente grottesche che aprono la bocca al sorriso.

L’ombra cinese di Georges Simenon, Adelphi 2019.
Parigi. Novembre piovigginoso. “Un ufficio come tanti altri. Mobili chiari e carta da parati in tinta unita. E un uomo sui quarantacinque anni, seduto in una poltrona, con la testa reclinata sui fogli sparsi davanti a lui. Un proiettile lo aveva colpito in pieno petto.” Trattasi del signor Couchet, facoltoso industriale fattosi con le sue mani, trovato dalla portinaia dello stabile che ha chiamato Maigret. Dalla cassaforte mancano un sacco di soldi. Primo dubbio: il ladro è anche l’assassino?
Il morto si era separato dalla prima moglie che gli ha dato un figlio, e ora viveva insieme alla seconda tradendola con Nine, una bella ragazza che lavorava come ballerina al Moulin Bleu. Il primo obiettivo di Maigret è interrogare gli abitanti dello stabile per scoprire qualcosa di più sulla vita del defunto (se, per esempio, avesse dei nemici). Ogni tanto, fissando i loro volti, qualche ricordo si affaccia alla sua mente, qualche disagio “quando si è costretti a prendere in considerazione certi aspetti della vita che di solito si preferisce ignorare”. Un palazzo “strano”, una atmosfera “opprimente” con una matta che urla e una che spia.
Dunque, per farla breve, tutto gira intorno a: la prima e la seconda moglie del morto, l’amante del morto, il figlio debosciato del morto, il secondo marito della prima moglie del morto, la vecchia pazza che urla, quella che spia, un uomo e una donna tra i bidoni della spazzatura alla ricerca di un guanto, un ambasciatore sussiegoso… e poi il classico testamento piuttosto “particolare” che mette sul chi vive il Nostro.
Solita capacità del grande Simenon di creare personaggi vivi con pochi tratti, di pennellare con tocchi d’artista gli ambienti del palazzo, chiusi, polverosi, privi di luce, di cattivo odore, addirittura sporchi, claustrofobici e rimbombanti di urla della matta con la pazzia che sembra strisciare lungo le pareti come simbolo premonitore. Abile anche a mettere in risalto la diversa condizione sociale, vedi i parenti del morto contadini e piccoli borghesi e quelli della moglie “eleganti e sobri”.
Al centro Couchet “un uomo sanguigno, energico e grossolano, venuto su dal nulla” che ce l’aveva fatta. Lasciato dalla prima moglie quando ancora non era ricco, sposa una ragazza di buona famiglia e così “Tè, pasticcini, tennis e scampagnate…” e se la spassa con altre donne come Nine. Tutte e tre con caratteristiche psicologiche diverse a creare il fascino inquietante del racconto e la continua tensione. Al centro pure Maigret, il solito acuto osservatore tra una fumata di pipa e l’altra, questa volta di poche parole tra cui il ritornello che si porta appresso ”Bel tipo, quel Couchet!”. Altro personaggio importante il Palazzo claustrofobico (già detto) ma anche… la Finestra. Eh, sì, proprio la Finestra dalla quale si può intravedere un’ombra cinese. Come un occhio vivo, penetrante… e la Sorte, il Destino che se ne frega di tutto e di tutti.

L’impronta del gatto di Augusto De Angelis, Sellerio 2007.
Qui il nostro commissario De Vincenzi “affronta l’assassinio di un depravato milionario venezuelano, vivente a Milano. Il cadavere è trovato proprio sul portone dell’abitazione della vittima. Ma spunta il felino con le sue zampette sporche di sangue e rimette in moto verso una direzione diversa De Vincenzi, che, lento e agile un po’ come un gatto anche lui, ha il genio di profittare delle opportunità del caso”.
Subito un’idea su cui riflettere: il Caso, già “Il Caso! Sempre il Caso era l’alleato di ogni investigatore e il nemico dichiarato dei criminali” dichiara De Vincenzi. Ecco come ci appare: “L’uomo, che apriva la porta della vetrata e che precedeva gli altri due, era bruno, assai distinto, con uno sguardo penetrante e nello stesso tempo quasi stanco, malinconico”. Momenti di difficoltà: “Questa volta il suo metodo psicologico di impregnarsi in un ambiente, per conoscerne il suo abitatore, falliva”. A un certo punto esclama “Un groviglio!” riferendosi alla complessità dell’indagine. Sopraffino lettore, legge anche “L’Autobiografia” di Salomone Maimon che gli resta antipatico per le sue idee sull’occultismo. Tranquillo, ma quando occorre sa essere agile e veloce. Lavoratore instancabile, rimane nel suo ufficio oltre l’orario consueto. Bastano un panino e un bicchiere di birra per andare avanti. Alla fine della storia, ma in genere di tutte le storie che ho letto, De Vincenzi non esulta, non gioisce ma anzi “…sentiva un grande amaro in bocca e un senso di oscura desolazione nel cuore. Un sensitivo, in fondo, un romantico a cui lo studio dell’anima umana, a ogni esperienza, procurava soltanto dolore”.
Passato e presente che si allacciano insieme, il classico assassinio all’interno di una famiglia, la paura che si insinua tra le pieghe della storia. Stile piano, semplice, concreto. E poi l’abilità del commissario. Va bene il Caso ma, come afferma l’avvocato Vercelloni a chiusura del romanzo, “Il Caso! Macché! Una sola cosa occorre ed è rara a trovarsi… Che l’investigatore sia un profondo osservatore e sappia far scaturire la verità dagli elementi psicologici del delitto!”.
In ogni caso (vedete questa parola come si insinua dappertutto…) bravo De Vincenzi! E bravo anche il nostro De Angelis che ebbe a lavorare sotto il fascismo e che può a buon diritto essere considerato il padre (o uno dei padri) del giallo italiano.

I Maigret di Marco Bettalli

L’ispettore Cadavre del 1943
La differenza è nei particolari. Questo Maigret non è particolarmente originale e il giallo, come sempre, è quello che è. Eppure siamo davanti a un autentico capolavoro. Non solo la descrizione del piccolo paese di Saint-Aubin in Vandea immerso nella nebbia invernale è, per così dire, più nitida, precisa, affascinante di quella di tanti altri piccoli luoghi della provincia francese toccati nelle peregrinazioni del commissario (la precisione è frutto anche del fatto che Simenon in quegli anni viveva proprio in quella regione); non solo i personaggi di contorno sono particolarmente “giusti” nelle loro manie, aberrazioni, tristezze di uomini e donne più o meno colpiti dalla vita; non solo la figura di Ca(da)vre è indimenticabile nella sua miseria, nella sua disperazione. A fare veramente la differenza è un Maigret grandioso, un Maigret talmente straordinario da diventare, a un certo punto, una sorta di dio onnipotente: “era una sorta di padreterno, e conosceva quel luogo come se ci vivesse, o meglio, come se fosse stato lui a crearlo”. E, in questo delirio, anche il suo essere sempre dalla parte dei vinti si stempera in una superiorità che gli mostra da lontano le miserie del mondo, di tutto il mondo, e gli impedisce di lottare per i deboli contro i borghesi sempre vincitori. I ricchi, certo – la “combriccola” – alla fine vinceranno come sempre, perché, pur nello schifo delle loro vite segrete che viene mostrato senza risparmio (il falso aristocratico, vero colpevole, ma insomma, anche la ragazzina che va a letto con ben due uomini in pochi mesi, a quei tempi!), sono loro a comandare e non c’è nulla da fare per opporsi; ma anche perché non è che i poveri siano moralmente migliori: dalla madre del morto, che vende il suo dolore per denaro, a tanti altri, illusi, ubriaconi pronti anch’essi a qualsiasi compromesso pur di mettere le mani su due lire. Per il dio Maigret sono tutti umani, profondamente umani nelle loro manchevolezze, ricchi e poveri: e come un dio, egli se ne nutre, delle debolezze altrui, le assimila, con la celebre metafora della spugna, qui descritta con grande vivezza: “in quei momenti sembrava gonfiarsi oltremisura, divenire ottuso e goffo, come insensibile, come cieco e muto, un Maigret che il passante o l’interlocutore ignaro avrebbero potuto scambiare per un mezzo scemo, o per uno sprovveduto …”. Splendido.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il lato nascosto di Pierluigi Porazzi, La Corte editore 2019.
Nuovo romanzo e nuovi protagonisti per Pierluigi Porazzi, di ritorno in libreria con Il lato nascosto. Stavolta lascia a casa Alex Nero, investigatore e personaggio cult, per offrirci una nuova storia dedicata a due “normali” poliziotti, gli ispettori Alba Leone e Ramon Serrano, non giovanissimi, entrambi un po’ in carne, che si sforzano di convivere e far bene nonostante certe fragilità, tante passate pene e diverse problematiche sul piano professionale e familiare. Così diversi eppure così uguali. Single per scelta e necessità lei, suoi compagni di vita una cagnolina e una gatta, Alba Leone è donna sensibile e introspettiva, ma allo stesso tempo forte e capace di impennate e colpi di testa, all’opera poi una stakanovista fatta e sputata. Solo apparentemente in secondo piano lui, Ramon Serrano, abbastanza ipocondriaco e un po’ in crisi nel privato, con moglie, figlio a carico e un matrimonio in fase di stanca, ma che ha cercato di realizzarsi nel lavoro. Lavoro che continua ad amare nonostante gli orrori visti e superati durante la lunga carriera in polizia. Insomma, due anormali “normali” ma con quel pizzico, quanto basta, di umanità in più da farsi subito apprezzare dai lettori. Scenario prescelto: Udine. Sintesi della trama: una giovane donna, Sabrina Lupieri, già nota alla polizia per aver fatto condannare in passato il suo aggressore e stupratore, viene ritrovata strangolata nel suo appartamento. Sulla scena del delitto verranno convocati subito gli ispettori Alba Leone e Ramon Serrano. A prima vista il caso si direbbe lineare: la vittima era una escort di alto livello che frequentava abitualmente diversi personaggi di spicco della città e l’assassino, dopo un rapporto forzato, ha lasciato il suo DNA sul corpo della vittima. Non dovrebbe essere difficile identificarlo, arrestarlo e non ci dovrebbero essere dubbi sull’identità del colpevole. E invece…
Con Il lato nascosto Pierluigi Porazzi ancora una volta si conferma una “garanzia noirista” e, nella sua trama, inanellando una serie di argomenti scottanti, si confronta con il social thriller, descrivendo il continuo e progressivo sgretolamento morale e materiale di questo nostro mondo attuale, senza tuttavia mai rinunciare ai suoi azzeccati colpi di scena e al suo sempre intrigante ritmo narrativo.

Le sette dinastie di Matteo Strukul, Newton Compton 2019.
La migliore definizione che si può dare di questa ultima fatica di Matteo Strukul è chiamarla Il ‘400 al potere. Sissignori, perché il Potere con la P maiuscola domina dalla prima all’ultima pagina: imposto con la forza, usato, gestito (ogni tanto ma non troppo) ma soprattutto maltrattato e calpestato senza pietà dalle famiglie e dalle dinastie reali che se lo contesero ferocemente per tutto un secolo. Delle sette famiglie, definite dinastie all’inizio, solo gli Aragona videro anche a distanza di secoli i loro eredi sedere orgogliosamente sui troni e mantenere direttamente il potere fino ai nostri giorni (Giovanna la pazza, figlia di Giovanni, fratello e successore in Spagna di Alfonso il Magnanimo, fu la madre di Carlo V, l’imperatore che allungò la sua rapace mano sull’Italia conservandola, in buona parte, asservita fino al 1800). Un’efficace carrellata sull’Italia del XV secolo, arricchita dalle sanguinarie descrizioni delle abitudini dei governanti di allora. Sul piatto intrighi, complotti, tradimenti, delitti, barbarie, il tutto mischiato a una ininterrotta e mutevole doppiezza che sfidava a tenzone tutti contro tutti, in un continuo mulinare di scambi di alleanze, favori, ripicche, contrasti ed efferati omicidi. Lo stesso secolo che fu testimone dei più spaventosi affronti all’umana etica contemporaneamente fu nicchia e culla dorata di straordinari e impareggiabili talenti artistici, che regalarono alla penisola imperitura memoria di capolavori di meravigliosa beltà, finanziata dai Signori. Ma da Milano, a Venezia, a Firenze, a Roma e Napoli, quei massimi detentori del potere si alternarono dominando, schiacciando i sudditi, costringendoli a battersi sotto la loro bandiera mentre le alleanze, mutevoli come i tempestosi venti di un uragano, non facevano che girare. Questa è l’Italia del XV secolo, che si vide anche dilaniata e impoverita dalle continue guerre, affamata dalle carestie e spesso stremata dalle epidemie…
Storia vera a fare da cornice a una polposa parte di pura fiction. Donne coraggiose pronte a tutto, meravigliose amanti ma anche donne forti, guerriere dure come l’acciaio. Matteo Strukul ricostruisce generosamente manie, odi, amori, gelosie, affetti, devozioni, vitali legami di dovere. I numerosissimi personaggi costellano le pagine con le loro piccole e grandi vicende personali. Un ventaglio di comprimari inventati rende più corposa la trama e la movimenta senza risparmiarsi. Tanti minuziosi particolari forse in grado di spiegare al lettore che non era così comodo e facile vivere in quei tempi di gloria, ma anche e soprattutto di terrore, per chi non aveva mai voce in capitolo. La storia non è fatta da persone con gli stomaci deboli e non è per stomaci deboli. Ma ricordate sempre: questa, in gran parte, è proprio la vera storia.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Diario di una Schiappa. La legge dei più grandi di Jeff Kinney, Il Castoro 2009.
Questa volta seguiremo insieme Greg, ovvero la nostra Schiappa, durante gli episodi più divertenti. Eccolo, è lì, a scuola con i suoi amici che decidono di fare uno scherzo a un loro compagno di nome Chirag, ovvero fingere che non esista. Adesso ci spostiamo in classe dove la maestra chiede a Greg di contare gli alunni. Lui li conta saltando Chirag che si arrabbia e lo tortura di botte. La solita Schiappa sfortunata!
Continuiamo a seguirlo. Ora è tornato a casa, sta guardando la televisione quando arrivano i suoi genitori per dirgli qualcosa. Ascoltiamoli. Essi partiranno e Greg e i suoi fratelli, Rodrick e Manny, dovranno restare in casa da soli per un intero weekend. Ma appena i genitori escono i tre fratelli organizzano una grande festa. Ecco, stanno arrivando alcuni amici, la casa si riempie sempre di più. Che confusione! A festa finita è tutto un disastro. Adesso, ragazzi, è meglio filare via prima che ritornino i genitori. Continuate voi lettori a seguirlo. Che cosa combinerà ancora?…

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
vi presenterò qualche libro che ho letto, naturalmente con l’aiuto di nonno Fabio. Oggi ecco a voi Bambi di Walt Disney 1997.
Nella foresta è nato il nuovo Principino, cioè il cerbiatto Bambi. È curioso di tutto aiutato dalla mamma e dal coniglio Tamburino. Una volta vede uno stagno in cui è riflessa la sua immagine e quella di una cerbiatta che si chiama Feline con la quale gioca. Poi arrivano i cacciatori, allora fuggono nel bosco ma la mamma sparisce. Incontra il Principe della foresta, il suo babbo, che gli fa sapere che i cacciatori hanno portato via la mamma e ora deve imparare a vivere da solo. Troverà di nuovo Feline, diventata una bella cerbiatta, combatterà contro un cervo maschio e la sposerà. Feline gli farà due cerbiattini e vivranno felici. Che bella storia! Con un po’ di paura dei cacciatori.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti