‘La vendetta’ di Marco Vichi

Pensava che la vita era una merda, però era una sola. E la sua era stata bruciata come la capocchia di un cerino. Pensava alla bronchite cronica, al dolore che ogni tanto gli mordeva il fianco, ai fagioli ammuffiti che quella mattina aveva trovato nella spazzatura, all’ultima volta che si era cambiato le mutande. Pensava a cosa avrebbe voluto fare da grande… molti anni fa…

Tre derelitti nella Firenze degli anni Ottanta progettano una vendetta nei confronti dell’uomo che, poco prima della Guerra, ha rovinato la vita di uno di loro. Sono tre barboni, finiti in miseria per motivi diversi e destinati a una vita ormai irrecuperabile. Il nuovo romanzo di Marco Vichi, La vendetta (Guanda), è uno stand alone, caso non raro nella produzione vichiana (che alle narrazioni del commissario Bordelli affianca spesso romanzi con protagonisti non seriali).
Lo spunto iniziale è ottimo: una storia giovanile, una di quelle storie che potevano avere un esito completamente diverso se non ci fosse stata la seconda guerra mondiale e la conseguente devastazione materiale e morale. Rocco, questo il nome del protagonista, non riesce a rifarsi una vita fino al giorno in cui scopre, da un articolo di giornale, che l’uomo al quale imputa la sua sorte sarà in visita a Firenze. Da quel momento è ossessionato dall’idea di vendicarsi. Insieme a Bobo, sopravvissuto con gravi menomazioni a un campo di concentramento, e a Steppa, un altro mendicante chiaramente disturbato, progettano una vendetta esemplare.
Ed è qua che la storia inizia a sfilacciarsi. Mentre le vite rovinate di Rocco e Bobo sono rese con flashback d’impatto dolorosamente realistico, Steppa non è altrettanto credibile nei panni del serial killer. L’ideazione della vendetta è troppo articolata per essere frutto di menti così provate, mentre dall’altra parte l’introduzione di qualche elemento onirico, surreale, rende fin troppo evanescente la figura del professor Stonzi, bersaglio dei tre mendicanti. Con il risultato di un finale abbastanza prevedibile e vagamente irrisolto.
Insomma, La vendetta non è un capolavoro, ma è sorretto comunque dall’ottima scrittura di Vichi, che rimane parecchie spanne al di sopra della media nazionale. Pienamente sufficiente, a mio avviso.

 

7 Comments

  1. Ho letto molti dei casi del commissario Bordelli, mi piace l’ambientazione anni 60 e quel poliziotto brav’uomo, che dispensa mille lire agli scassinatori buoni e coccola un’attempata prostituta. Quello che non sopporto di Vichi è il maniacale ritornare sui fatti della seconda guerra mondiale, come se tutto l’odio che quel conflitto ha scatenato se lo portasse ancora dentro, lui, uno che anagraficamente non ne ha memoria diretta. Sarebbe ora di “superare”, non di dimenticare, ma di superare e scrivere di altre emozioni.

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    1. Beh, diciamo che quella è un po’ la “cifra” di Vichi. Magari ognuno si specializza su qualcosa che gli interessa particolarmente e poi la ripropone sotto vari profili. Bentornato, Alberto 🙂

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  2. Presto leggerò Vichi, era in lista da un po’. Ma mi stupisce una cosa:
    Cioè ogni giorno che mi recavo su Angolo Nero mi domandavo “ma che sarà successo alla Buccheri?” (non scriveva dal 27 febbraio), e invece scopro solo adesso di questo sito nuovo. Un avviso su angolo nero ci voleva, no?
    Contento di rileggerti.
    Ciao.

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