James Ellroy (reloaded) – Conversazione californiana

Il 26 settembre 2008 James Ellroy riceve il Ross McDonald Award a Santa Barbara (California). (Sarà l’ultimo autore a esserne insignito visto che il Premio, assegnato fin dal 2002, non vedrà successive edizioni – n.d.b.). In quell’occasione Paolo Gardinali, che è anche host di questo blog, invia un report strepitoso insieme ad alcune foto (tra cui quella sopra). Potevo permettere che un conversazione con James Ellroy cadesse nell’oblio?
No, naturalmente. Rieccola, quindi.

Buonasera pervertiti, pedofili, pederasti e sniffatori di mutandine (1)… Sono James Ellroy: il re del romanzo noir americano!
Così si presenta al centro del palcoscenico, piantato a gambe larghe, a volte appoggiato allo scranno di plexiglas, a volte agitando le braccia in aria per descrivere con gesti appropriati le circonvoluzioni delle sue trame elefantiache.
Poi procede a garantire sesso a volontà e paradiso eterno agli acquirenti di svariate migliaia di copie dei suoi libri.
Poeta del crimine, teorista del complotto e profeta della corruzione, James Ellroy si lancia in digressioni iperboliche con il tono di un predicatore, colpisce lo spettatore alle spalle e lo soffoca di risate.
Alcuni nel pubblico sono esterrefatti: questo pomposo confabulatore è veramente l’autore di L.A. Confidential e Il Grande Nulla (tradotto in Italia da Carlo Oliva, che colgo l’occasione per ricordare con affetto, n.d.b.)? Ma la maggior parte avverte lo stesso ritmo sincopato e alieno della sua prosa, si lascia andare, avvincere, stupire.
Parla di Ross MacDonald, a cui ha dedicato Blood on the Moon (Le strade dell’innocenza): ispiratore e maestro, autore di Lew Archer, archetipo di quell’eroe solitario a cui Ellroy ha cercato di conferire passione. La geografia è destino, dice: Ross MacDonald, Kenneth Millar da genitori canadesi, s’è trasferito a Santa Barbara, la Santa Teresa dei suoi romanzi, per diventare uno dei più famosi autori di hard boiled. La madre di Ellroy, Geneva Hilliker, arriva dal Midwest a Los Angeles, dove viene assassinata nel ’58 in modo sanguinario. Il crimine è ancora irrisolto, ma parallelo al contemporaneo caso della Dalia Nera, ricostruito da Ellroy nel suo romanzo del 1987. L’assassinio della madre è l’evento svolta della sua vita, evento che lo condannerà al “crimine, al sesso patologico e al lavoro di Ross MacDonald“: il diventare il maestro contemporaneo della crime fiction.
Dopo l’omicidio della madre, James Ellroy completa l’apprendistato del crimine nelle strade: viene arrestato più di quaranta volte dal LAPD, passa il suo tempo ad entrare nelle case delle ragazze del vicinato per derubarle della biancheria intima. Nel 1969, racconta, per paura di finire in penitenziario, decide di farla finita. Invece di derubare le ragazze comincia a uscirci. E le cose strane che gli frullano per la testa comincia a scriverle, perché, spiega, “they were fucking good for crime fiction.”(2)
Quando risponde alle domande del pubblico, James Ellroy usa esattamente lo stesso tono sincopato del suo discorso introduttivo: non recita, è davvero così, almeno sul palcoscenico, c’è molto poco di preparato, la lingua rutilante sempre pronta a sparare a zero su chi lo ascolta, ogni frase un aforisma, una provocazione. Parla delle trasposizioni in film dei suoi libri, raramente soddisfacenti, ma sempre remunerative: “money is the gift that is never returned, size large fits all, and the color, green, is always flattering.“(3)
Si rifiuta di rispondere alle numerose domande sulla Dalia Nera: il problema, dice, non è l’assassino della Dalia Nera, che è sicuramente morto, oggi, e non è più una minaccia per le donne in sala. Il problema è perché gli uomini uccidono le donne in modo così orribile, qual è il male che li affligge. Descrivere e dissezionare questa malattia è l’opera, l’ossessione e la missione della sua vita.

Geniale, ossessivo e ossessionante sul palco, James Ellroy è incredibilmente gentile e disponibile di persona. Si ferma a fare quattro chiacchiere, mi dice che il prossimo romanzo, Blood’s a Rover, sarà edito in Italia da Mondadori, e mi chiede se conosco qualcuno che ci lavora. Lo rassicuro che avrà ottima distribuzione. (È stato pubblicato nel 2009 con il titolo Il sangue è randagio, n.d.b.).
Parliamo un po’ dell’ossessione italiana e francese per la letteratura americana, specie per quanto riguarda la crime fiction. Ne è ovviamente contento e concorda sull’intraducibilità della propria opera, che nelle lingue romanze lievita di un buon terzo di parole aggiunte. Racconta che in Svezia vende pochissime copie tradotte, e a un recente “book signing” la maggior parte dei lettori svedesi si presentava con copie in inglese dei suoi libri.
Alla fine della serata, prima del rito degli autografi, mi abbraccia e mi dice “It’s fucking hot in here don’t you find?“. Ma è il suo modo di scusarsi: il distinto padrone del palcoscenico è in un bagno di sudore per le luci e per la tensione.

In Santa Barbara, Paolo Gardinali, living the Blood Blitz of Demonic Obsession.

(1) in inglese “panty sniffers,” indi l’allitterazione
(2) erano fottutamente adatte ai romanzi noir
(3) il denaro è il regalo che non si restituisce mai, la taglia grande va sempre bene, e il colore, verde, va con tutto.

5 Comments

  1. Auuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu
    Un lungo ululato canino! é il solo modo per esprime la gioa di leggere un post così sensazionale!!!!!!!!!!!!!!!!!

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