Omar di Monopoli torna in libreria…

NEWSLETTER-REPRINT…con una nuova edizione di Uomini e cani. E quale migliore occasione per ricordare che sì, lo avevo già intervistato, reduce dalla lettura di La legge di Fonzi? Ecco qua:

AB – Innanzitutto, chi è Omar Di Monopoli? E perché non è su FaceBook?
OdM – Sono nato a Bologna da genitori terroni e con il capoluogo emiliano mantengo a tutt’oggi un legame particolare, avendovi passato gli anni dell’università. Attualmente risiedo in pianta più o meno stabile in Puglia dopo innumerevoli tentativi di fuga, evasioni puntualmente sabotate da un’insopprimibile “saudade” per le coste mediterranee, i colori del cielo al tramonto e le friselle col pomodoro. Adoro il Meridione ma al tempo stesso questa terra è la mia croce, perché talvolta vivere quaggiù richiede una bella dose di coraggio. Oppure forse no, è solo un modo per raccontarsela: magari diciamo che talvolta occorre coraggio per vivere, punto. Ho esordito nel 2007 con la casa editrice milanese ISBN, ancora oggi l’editore di tutti i miei romanzi, ma bazzico la radio e il cinema e quando posso scrivo anche articoli per il web.
Sono stato su FaceBook per un buon biennio, due lunghi anni di febbrili “mi piace” cliccati e di “poke” inviati a destra e manca, ma a un certo punto la commistione di pubblico e privato che inevitabilmente sedimenta nei social-network mi ha procurato un certo disagio: venivo contattato da appassionati di scrittura di genere e da lettori entusiasti che finivano per trovare nel mio account foto di me mentre immergevo la faccia in una fettona d’anguria a qualche cena con amici oppure i messaggi sciocchi (e molto poco letterari) che scambiavo con qualche ex-fidanzata. La mia casa editrice ha proposto di gestire un account più istituzionale, magari tramite qualcuno in redazione, ma io ho semplicemente preferito chiuderla lì: chi vuole venirmi a trovare visiti il mio blog dove il tempo per cazzeggiare lo centellino io, personalmente (è tutta una questione di controllo, ecco tutto!).

AB – Dai tuoi libri – e dal tuo blog, sartoris – emerge una cultura vasta e variegata su film, musica, fumetti e libri altrui (che letteralmente divori). Con una certa passione per la cultura di serie B americana, mi sembra. Da cosa nasce questa curiosità vorace e poliedrica?
OdM – Ritengo questa forma di curiosità famelica assolutamente imprescindibile dall’attività scrittoriale: un autore deve necessariamente aggiornarsi, confrontarsi e studiare i colleghi per mettere a fuoco la propria ricerca e per non adagiarsi sugli allori. E poi c’è sempre tanto da imparare, di continuo, tanto di cui sorprendersi. E persino molto da invidiare, grazie a Dio!
Ho una predilezione quasi patologica per la narrativa del sud degli USA, in particolare per il cosiddetto filone del southern-gothic che vede in Faulkner e Flannery O’Connor i padri fondatori (naturalmente passando per i vari Caldwell, Burke, Lansdale e via discorrendo) ma sono un lettore onnivoro per cui mi sciroppo senza problemi anche Vollmann, Roth, Amis o Pavese, Fenoglio, Kundera e persino Liala, insomma mi documento senza alcuna preclusione, non storcendo il naso davanti alla peggiore robaccia (anzi, se proprio devo dirlo spesso è quella che mi fornisce gli spunti migliori) e questo vale anche per il cinema e i fumetti, o per la fotografia e la grafica…

omardimonopoli

AB – Nei tuoi romanzi invece dipingi spietatamente una terra di Puglia che è estrema periferia del sud del mondo, ignorante, povera e disperata. Non senza un tratto d’ironia (il sosia di Ridge Forrester che anima la festa del paese e infiamma le signore locali…). Cosa potrebbe salvare il sud (parlo da siciliana, eh) da una fine grottesca e ignominiosa?
OdM – Mah, direi che il Mezzogiorno è una realtà sfaccettata e che esistono numerosi sud, molti dei quali sono oggettivamente il riflesso degenere della attuale società civile, ma limitarsi ad un’atavica prospettiva figlia della Questione Meridionale sarebbe riduttivo. Il sud in realtà contiene già in sé tutti gli anticorpi a ciò che l’ha reso culturalmente e politicamente retrogrado, l’unica via d’uscita percorribile credo consista nel non rassegnarsi e continuare a lavorare sulla consapevolizzazione di sé (questo potrebbe valere – e vale – anche per l’esperienza di ogni individuo singolo, a ogni latitudine del pianeta). Io sono felice dei grandissimi passi da gigante che la mia Regione ha fatto in termini di turismo e accoglienza, però (da buon innamorato della mia terra) sono anche profondamente critico e mi piace, col mio lavoro, accendere i riflettori sulle storture di un sistema di disservizi e criminalità che certe brochure promozionali vorrebbero accantonare solo perché poco fruttiferi dal punto di vista dell’immagine. Poi, sia chiaro, scrivo dei «western-noir» e quindi non mi metterò certo a decantare la magia della pizzica o a disquisire della bontà dei nostri taralli al Primitivo – o peggio dei pregi di questa o quell’altra amministrazione, come talvolta sembra vorrebbero le autorità locali!

AB – Parliamo della scrittura: nei tuoi romanzi fai ampio uso del dialetto locale, però è l’italiano che colpisce: vocabolario ricco e incisivo, narrare fluido. Da vero letterato, non da scrittore improvvisato. Come si arriva a questi risultati?
OdM – Lavorando molto e costantemente sulla lingua, sullo stile, sulla parola e sul ritmo, niente di più e niente di meno. Ho già detto della mia compulsiva volontà di sondare tutto ciò che mi circonda (creativamente parlando) e questo di per sé favorisce una messa a punto perpetua della propria “voce” letteraria. Ma naturalmente non basta: servono entusiasmo e disciplina, e un paio di buoni amici editor (Mario Bonaldi di ISBN è diventato ormai un po’ una sorta di confessore, lo ammorbo anche coi miei problemi sentimentali!). Poi al solito va tenuto a mente l’adagio anglosassone che ritiene una buona storia il prodotto esatto del 1% di “inspiration” e del 99% di “perspiration”, cioè detto in soldoni: molto lavoro e un pizzico di talento…

AB – Ma tu, ti senti un po’ Fonzi?
OdM – Credo, come molti maschi della mia generazione, di aver a lungo aspirato a diventare un po’ come lui, il bullo buono cui tutto andava bene. Forse per qualche anno, nella mia fase spensierata, ho anche lavorato parecchio su me stesso per assomigliargli un po’; ma la vita bastona chiunque, costringendoci a dismettere le maschere: ecco perché il Fonzi del mio romanzo eponimo è un ex-bandito cresciuto all’ombra della Sacra Corona Unita e che del personaggio vincente della serie tv finisce per portarsi dietro solo una certa spavalderia, ma è uno sconfitto, un disincantato che sa di aver perduto tutto per una causa sbagliata, forse anche la vita…

(13 agosto 2011)

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