[Sempre nel 2009, l’AngoloNero telefonava a Donato Carrisi per fargli qualche domanda. Ecco cosa si dissero i due, allora]
È stato il successo del 2009: Il Suggeritore (Longanesi) dell’esordiente Donato Carrisi si è aggiudicato il Premio Bancarella, il premio Letteratura Gialla di Camaiore e ha riscosso un notevolissimo consenso di critica e pubblico.
Il Suggeritore è un romanzo anomalo: ambientato in un luogo non identificato, attinge a piene mani dalla casistica nota di casi di serial killer. La rielaborazione di Carrisi risulta essere però molto originale, coinvolgente, spiazzante. E anomala è la trafila del romanzo, come ammette lo stesso autore.
AB – Il Suggeritore: un successo inaspettato o costruito a tavolino? Ti aspettavi questo risultato?
DC – Assolutamente no. Sono arrivato alla pubblicazione nel modo più rocambolesco possibile. Ho iniziato a scrivere il libro senza avere un’idea di come funzionasse il mondo editoriale. Poco prima di finire il romanzo ho cercato un agente editoriale e ho puntato direttamente a Luigi Bernabò, l’agente di Ken Follett e Dan Brown, pensando che non mi avrebbe risposto. Invece si è detto subito interessato. Così gli ho mandato il romanzo e mi ha richiamato. Dopo un lavoro di editing minimo, il romanzo è stato messo all’asta. L’ha spuntata subito Longanesi e immediatamente dopo sono arrivati gli editori stranieri. È stato il primo caso di un esordiente venduto all’estero prima di essere pubblicato. Io ero incredulo, mi chiedevo: ma è normale che sia così? Sono stato molto fortunato.
Inoltre si è creato un ottimo rapporto con la casa editrice, con l’agente, addirittura anche tra loro e la mia famiglia…
Molti hanno lamentato il fatto che il libro abbia avuto un lancio clamoroso. Ma perché? Invece di compiacersi del fatto che qualcosa nel mondo editoriale sta cambiando, se un editore è disposto a puntare così tanto su un esordiente italiano, ci si rammarica quasi di questo.
AB – Tu sei anche sceneggiatore. Dunque hai già, professionalmente, una certa consuetudine con la scrittura.
DC – Scrivo dall’età di 19 anni. Ho scritto molto per il teatro perché avevo una piccola compagnia teatrale in Puglia: producevo, cercavo gli sponsor, costruivo le scenografie insieme a mio padre, facevo veramente di tutto. Adesso non lo rifarei, anche perché era un mestiere rischiosissimo: bastava che un attore avesse l’influenza per mandare tutto all’aria, pagando spese incredibili. Ho fatto radio per tanti anni, ho scritto di tutto.
AB – Questo è il primo romanzo che scrivi o il primo pubblicato?
DC – Il primo pubblicato; il primo romanzo risale al 2000 e per fortuna non l’ho pubblicato perché non era maturo. Era un noir, ma completamente diverso. Sarebbe stato difficile, dopo un libro mediocre, fare un exploit come quello del Suggeritore.
AB – Temo piuttosto che potrai avere un altro problema. Dopo un simile exploit sarà difficile mantenere lo stesso livello con il secondo libro. Lo dico anche per scaramanzia, eh.
DC – Mi rendo conto perfettamente che non sarà facile. Lo sento molto come un banco di prova, perché è lì che si vedono le carte dello scrittore. Però ho mollato tante cose nella mia vita per dedicarmi ad altre che mi appassionavano di più. Tante volte sono ripartito da zero. Anche in questo caso, si tratta di “azzerare” mentalmente questa esperienza e ricominciare da capo…
AB – Ritroveremo la squadra del Suggeritore in un altro romanzo? Il finale si presta ad un seguito…
DC – Ma perché, non può finire così? Io non sono per i finali chiusi, la storia deve continuare anche oltre le pagine. Ci sono personaggi affascinanti proprio perché conservano intatto il loro mistero.
Ho imparato la lezione di Jeffery Deaver che non fa mai morire i cattivi, piuttosto muoiono i buoni. I suoi cattivi sono tutti rinchiusi in un carcere di massima sicurezza a Manhattan. Perché sono i cattivi che fanno la storia.
AB – Come ti sei documentato?
DC – Ho una formazione giuridica da penalista che è un po’ una vocazione familiare. Gli studi sono iniziati all’epoca dell’Università, con Criminologia e Scienza del comportamento. Il lavoro della tesi, che ho dato con uno dei periti del caso Chiatti (il “mostro di Foligno”), mi ha permesso di entrare in contatto con la cosiddetta “fascinazione del Male”. Io l’ho sperimentata con Chiatti: lui aveva un disturbo narcisistico della personalità e noi pendevano dalle sue labbra. Era pazzesco.
Per dimostrare quanto siamo attratti dal male faccio un gioco, durante le presentazioni: dico al pubblico che siamo tutti mostri, infatti ci ricordiamo i nomi dei carnefici ma non quelli delle vittime. E quando il pubblico mugugna chiedo: chi ricorda il nome del bambino ucciso nella strage di Erba? Nessuno risponde, di solito, ma tutti ricordano i nomi dei colpevoli, Rosa e Olindo.
Per quanto riguarda le persone scomparse, ho frequentato l’investigatore che da anni cerca Angela Celentano, la bambina scomparsa sul monte Faito. Quando un rapito torna a casa c’è un momento di smarrimento da parte dei parenti, che si trovano davanti una persona irriconoscibile, magari traumatizzata, comunque segnata a vita. Dovranno fare i conti con questa nuova realtà. Nel libro ho voluto restituire questa realtà, il dolore che non si può capire, lo smarrimento, i non-sentimenti. È questo che accade in tutti i casi drammatici di cronaca.
AB – Che rapporto hai con la letteratura di genere? Oltre a scriverne, sei anche lettore?
DC – Sono un lettore onnivoro, ma ho una pessima memoria per nomi e titoli… Tra i miei preferiti ci sono sicuramente Claudel, Faber, Connelly, Deaver, Klavan, soprattutto i suoi romanzi più noti, Sedaris, L’ombra del vento di Zafon…
AB – In Italia si ripropone spesso una questione di lana caprina a proposito della letteratura di genere come letteratura tout court o letteratura di serie B. Anche se la risposta potrà sembrare scontata, tu da che parte stai?
DC – Io racconto storie. Non mi definisco neanche uno scrittore. Sulla copertina del libro c’è scritto “romanzo”, non thriller o altro. Io sono per la contaminazione dei generi. Credo che la cosa che ha funzionato nel Suggeritore sia stata proprio questa: pur avendo la struttura del thriller c’è tanta introspezione, ci sono degli argomenti. C’è un livello di sentimenti che in alcuni thriller rimane inesplorato. Da lettore sentivo questa mancanza di approfondimento.
Trovo la struttura del thriller molto efficace, per via del ritmo, della partitura quasi musicale. Il thriller si presta all’universalità. Credo si possano scrivere anche bellissime storie d’amore sotto forma di thriller, perché è un meccanismo che non tradisce mai.
AB – Che tipo di riscontro hai avuto dai lettori?
DC – Ho un buon rapporto con i lettori: ho una pagina su FaceBook, rispondo a tutti, anche se con grandissimo ritardo. Ho girato molto l’Italia perché credo nella promozione personale del libro. Non mi sono risparmiato. Anche se da lettore non so se sarei interessato a conoscere l’autore, forse preferirei che mantenesse una sorta di aura di mistero.
AB – Il premio Bancarella è arrivato a sorpresa, più o meno.
DC – Beh sì, c’erano delle voci in questo senso, ma ovviamente non era scontato. Anche per via del fatto che sono esordiente, non sapevo se volessero creare un precedente in questo senso. Io l’ho vissuto come un thriller: c’era tutta la casa editrice schierata, c’era anche mia mamma, io ero tesissimo. È stato il mio contrappasso…
AB – Quali progetti hai in cantiere?
DC – Iniziare a scrivere il secondo romanzo. Continuare a fare lo sceneggiatore, magari cambiando genere. E poi stiamo chiudendo l’accordo per il film tratto dal Suggeritore.