Elisabetta Bucciarelli Story – 3 – Ti voglio credere (2010)

ti voglio credereCi sono uomini che se ci ripensi ti monta un’incazzatura cosmica. Le fini incomprensibili. Le azioni irrazionali. Le loro assenze e il loro sottrarsi. Solo questo ti torna in mente di loro. Altri ti infastidiscono, solo per il fatto di aver messo la tua lingua nella loro bocca. O aver accettato la loro nella tua. Altri ancora senti che potevi risparmiarteli.
Non hai fatto niente di male, in fondo, per meritarti certi residui di umanità. Poi ci sono quelli pericolosi.
Solo a pensarli ti salta un battito cardiaco, ti ritrovi in apnea, senti che un virus sta cercando di cancellarti il file della sofferenza. Quello che ti ha mantenuta in vita, che ti ha permesso di allontanarti e proteggerti, di fartene una ragione, anche una sola tra mille possibili. La boa di salvataggio. D’un tratto quel file non riesci a recuperarlo più. Si spegne da sola la lampadina di allarme rosso, si allontana il pericolo, anzi sparisce, raccontandoti che potresti farcela, adesso che stai meglio, che sei più forte, sì potresti davvero farcela a riconquistarli e a farti amare come si deve, magari anche a fidanzarti e a trascorrere una vita insieme. Se questo vale per le donne, pare non sia affatto dissimile per gli uomini. Facciamo un atto di fede.

Ti voglio credere (Kowalski – Colorado Noir) segna l’attesissimo ritorno di Maria Dolores Vergani. Questa volta l’ispettore è alle prese con un’indagine tutta personale, quella sulla propria innocenza. L’avevamo lasciata assassina, giustiziera privata di una brutale violenza non denunciata. Ma non basta questa giustificazione per autoassolversi. Così la Vergani rifiuta di assecondare un facile difesa legittima perché non ricorda, davvero non ricorda, come sono andate le cose.
Mentre l’ispettore rimugina sul passato, nell’isolamento affollato degli arresti domiciliari, il lavoro dei suoi colleghi procede. Corsari è alle prese con un dentista che impianta protesi a bassissimo costo dopo aver estratto denti sani. Funi indaga sullo strano caso delle croci piantate nel giardino di un appartamento della Milano bene. La Vergani collabora da lontano, presa dalla sua indagine nelle pieghe della memoria.

Matura Doris Vergani e matura la scrittura di Elisabetta Bucciarelli. Si fa più rotonda, più prosa. Entra nei personaggi, narra con piacere, scava nelle psicologie. Rimane ferma la costante dell’uso esatto e affilato delle parole e della coerenza delle riflessioni. Lettura intensa, ricca, emozionante. Rara per affinità e interesse.

È un piacere sentire direttamente la “voce”dell’autrice, a cui lascio spazio.

AB – Elisabetta, Ti voglio credere segna una svolta e una maturazione nella vita di Doris Vergani. L’ispettore si trova sospesa nel limbo degli arresti domiciliari. Le è inibita l’azione, in compenso ha il tempo di affrontare e sciogliere i nodi irrisolti del passato. Ci sono conti da chiudere e nuovi orizzonti da aprire. Dunque Doris Vergani è, a tutti gli effetti, personaggio seriale. Quali ambizioni coltivi nei suoi confronti?
EB – Maria Dolores Vergani è il personaggio che ho scelto per guardare il mondo. Scomodo ma normale. In un’età difficile, perchè di confine. Dove sei ancora giovane ma intravedi altro. Hai in potenza ancora tutto, ma stai maturando la consapevolezza di avere già un passato significativo. Fai i conti con la tua parziale visione del mondo. Ma sai che puoi ancora ripartire. Se solo lo desideri. Se ti capitasse mai l’occasione.
Lei, la mia ispettrice, è un seriale in evoluzione. Con le cicatrici che si vedono, il linguaggio che cambia e matura, le opportunità che passano, si perdono, oppure vengono raccolte. Pensa e riflette immersa in una realtà. Non fugge, affronta. Non sempre è simpatica e guerriera, a volte è fragile e insopportabile. Capisco che possa essere anche fastidiosa. Perché non è compiacente con le donne, pur amandole. Lo è ancora meno con gli uomini. Non tollera la mancanza di eleganza esistenziale. Le loro menzogne, la loro arroganza e la violenza gratuita, fisica e verbale.
Non è una donna “sbagliata”. Perché non c’è niente di sbagliato nel confrontarsi con la propria storia. Privata e collettiva. E nemmeno con la normalità. Doris Vergani non ha figli né mariti. Niente è all’altezza delle aspettative, spesso anche del “minimo sindacale”… e su questo si sta interrogando. Prova e fallisce. In attesa di giungere, forse, a qualche compromesso o a scelte radicali. Chissà.
Non si attacca alla bottiglia e nemmeno si chiude in se stessa. Non è un’ottimista imbecille né una depressa cronica. Guarda avanti. Tra alti e bassi. Come una donna normale, che non ha ambizioni da virago, supereroe, intellettuale d’assalto o velina. Per questo la sua epica quotidiana potrebbe essere facilmente quella di molte di noi. Alle prese con la propria battaglia, combattute tra le fantasie e i desideri da una parte, i bisogni e il piano di realtà dall’altra.

AB – Nel romanzo viene affrontato il tema dell’anoressia, controllo totale del corpo per controllare il mondo circostante. Ma c’è anche il caso del dentista che approfitta della sua professione per frodare i pazienti. È un atto d’accusa nei confronti di medici privi di scrupoli che sfruttano il disorientamento dei malati e delle loro famiglie per lucrare economicamente (e non solo). Quanta indignazione suscita la situazione di un medico (idealmente baluardo di un bene prezioso come la salute) che abusa della fiducia di chi gli si affida?
EB
– Ho raccontato il corpo a partire dalla sua assenza. Assenza ingombrante (le tre ragazze di Ti voglio credere), presenza ingombrante (Olga di Femmina de Luxe). Se recuperiamo il corpo come elemento centrale, non corpo esibito, ma corpo che racconta, con i suoi segni, estetici o meno, allora dobbiamo ridare una dignità ai “falegnami del corpo” e  agli “aggiustatori” dell’anima. Ma se la meritano questa dignità?
Menzogna e verità, al centro di questo libro, toccano anche il tema delle garanzie collettive. A quante cose crediamo perché riteniamo che ci sia a monte una collettività che garantisce? È davvero ben riposta la nostra fiducia? Sembrerebbe di no, ora rimane da chiarire come possiamo difenderci in modo efficace. Prendendoci, a partire dalla famiglia, la nostra parte di responsabilità.

AB – Mentre l’ispettore Vergani riflette, l’ispettore Corsari perde la testa. Vittima di una follia amorosa, sceglie la strada di una predicibile rovina. Per cosa viene “punito”?
EB
– Mi piace pensare che esista sempre, a qualsiasi età, la possibilità di perdere la testa. Ma la punizione arriva quando la perdiamo per “un luogo comune”. La storia di Lolita, le infinite storie di Lolita, avrebbe/ro già dovuto insegnare qualcosa.

AB – Anche Achille Maria Funi cresce, professionalmente e sentimentalmente, non senza sensi di colpa nei confronti del suo mentore. C’è una forma di pudore e di delicatezza da parte dell’allievo che, nel momento in cui raggiunge il maestro, teme di ferirne la suscettibilità. È così anche nella vita?
EB
– L’allievo venera in qualche modo il Maestro. Gli è grato e lo ama. Qualcuno ha detto che deve ucciderlo per riuscire a compiere la sua strada fino in fondo. Ci sono molti modi per uccidere, Achille Funi sta cercando una via senza dolore, vedremo se ci riuscirà oppure no. Nella vita si fa una gran fatica per essere riconosciuti. E forse, il mentore, non esiste più. In compenso esiste lo sponsor, che gioca decisamente un ruolo diverso, pur chiedendo gratitudine eterna.

AB – “Undicesimo: non dire mai la verità. La verità non esiste”. Il tema centrale di Ti voglio credere è la verità. La ricerca della verità, il percorso per arrivare alla verità. La verità da cui gli altri ci proteggono. Il bisogno di verità. Il diritto di mentire. A quali conclusioni sei arrivata al termine di queste riflessioni?
EB
– Ho visto molte persone soffrire perché  non sapevano la verità. Altrettante esattamente per la situazione contraria. Scrivendo questo libro mi è parso di afferrare un concetto di verità relativa soddisfacente e di perderne le tracce subito dopo.
Vorrei sapere sempre la verità, ma poi faccio anch’io fatica a dirla in ogni situazione. Distinguo la verità, le omissioni, il senso di giustizia, la giustizia, la legge degli uomini e quella di Dio. Rimango rapita da un autentico stupore di fronte agli atti di fede. Al credere incondizionato. Come vedi non sono conclusioni, sono considerazioni. La Vergani dirà che vuole essere libera di mentire, ma per farlo vuole conoscere la verità. Una contraddizione che avrà necessità di un sacrificio simbolico per essere pacificata. Vorrei poter rispondere che la verità non esiste, ma è vero esattamente il contrario. Esiste eccome.

AB – “Chi cerca ciò che non deve, spesso finisce per trovare ciò che non vuole. E che non c’entra, soprattutto”. È esattamente ciò che succede alla Vergani. È esattamente ciò che succede nella vita. Procediamo per ipotesi e tentativi. Poi qualcuno cerca solo gli elementi a conforto delle ipotesi formulate, qualcun altro è aperto alla ricerca della verità, qualunque essa sia. Tu da che parte stai?
EB
– Cerchiamo di far quadrare il cerchio. E in modo quasi maniacale ci adoperiamo perché le nostre tesi vengano suffragate dalle prove reali. Ci piacciono i gialli e i noir e i polizieschi perché tutto torna. Invece nella vita non torna quasi mai niente. Rimangono molte cose sospese, aperte, inevase. La vita è proprio un continuo atto di fede. Che domani sia ancora un giorno da vivere, che l’amore sia per sempre, che l’amicizia non si perda, che il lavoro rimanga… si può fare fatica e costruire, ma mai e poi mai, essere certi di niente. Nel bene e nel male, la ricerca personale di ogni esistenza dovrebbe essere aperta all’imprevisto. E invece, mi accorgo io stessa, che spesso si procede per tesi. Sicurezze presunte, perché frutto di convinzioni rigide e poco fruttuose. Mi chiedi da che parte sto, e istintivamente ti rispondo che sto dalla parte della trasparenza, della ricerca della verità appunto, perché ho la presunzione di riuscire a sostenerla. Sono forte, mi dico. Poi ripenso ad alcuni episodi di vita vissuta, mia e degli altri, e devo dirti che in molti casi, la verità ha sortito effetti devastanti. Quindi non tutte le verità sono per tutti, per tutte le stagioni della vita, per tutte le strutture di personalità. Guarda la Vergani. Forse se non avesse saputo di essere una figlia adottiva all’età di 18 anni, avrebbe fatto altre scelte. Se lo avesse saputo subito sarebbe una donna diversa. Non possiamo esserne certi, solo immaginarlo.

AB – L’insopportabile bambino (nipote della vicina di casa) appassionato di Gormiti. Parliamone. Possibile che le giovanissime generazioni siano solo questo?
EB
– Mi serviva un bimbo insopportabile come metafora del fastidio che si prova di fronte alla menzogna. Il lettore lo vive aggressivo e irrequieto, spavaldo e presuntuoso. Fino a che la situazione viene ribaltata proprio da una bugia. Ingenua. Detta da un adulto però, per sedare il bambino. Quando la bugia fa il suo ingresso ci rendiamo conto che è così facile e istintivo mentire. E che talvolta pare persino giustificato. Sappiamo confonderci facilmente, costruiamo le basi mentendo istintivamente e ci lamentiamo di essere l’oggetto delle menzogne altrui. E poi, fingendo di credere o adattandoci a farlo, diventiamo complici.

AB – “Ogni uomo uccide le cose che ama” (questa non è tua, ma di Oscar Wilde), o almeno ci prova. Doris Vergani sembra essere bersaglio ideale per strali amorosi violenti. Ci sarà un po’ di fortuna anche per lei, prima o poi?
EB
– Siamo dei segugi dell’infelicità. Appena ci appare qualcosa di bello e buono istintivamente lo mettiamo in discussione. D’altra parte qualcuno ci ha mentito all’origine. Non siamo onnipotenti, moriremo. Il problema è quando eccediamo in questa inclinazione distruttiva. Allora diventa una patologia. E la paura ha il sopravvento. La paura è un sentimento vero e proprio, invalidante, negativo, legato a doppio filo con il Male. A volte è l’unica possibilità che abbiamo per sentirci vitali. Vergani ha paura ma non si abbandona a questo. Paura di perdere le cose che ha, di spaventarsi, di illudersi. Qualcuno mi ha detto “bisogna aver paura di chi ha paura”. Niente di più vero. La mia ispettrice, però, è fortunata, perché è profondamente sana e apprezzata. Anche se è una persona normale (forse proprio per questo), riesce ad avere il suo meritato consenso. Mi auguro per lei che sappia cogliere le nuove opportunità in arrivo. Che sappia ammorbidirsi, che non cerchi sempre un modo antagonista di porsi. A costo, magari, di ridimensionare i traguardi.

AB – Hai scelto di far sentire, finalmente, la voce di Vergani, che per la prima volta in Ti voglio credere parla (anche) in prima persona. Come è arrivata questa svolta?
EB
– In modo naturale. La struttura dei miei libri cambia sempre e questa volta anche i toni narrativi si alternano. Ho voluto far conoscere al lettore come parla davvero Maria Dolores Vergani. Aprendo ai suoi non detti, al flusso di coscienza, alle riflessioni che negli altri libri non potevano trovare spazio. L’ho costretta in una situazione difficile, nell’unità teatrale di tempo-spazio-luogo, chiusa in casa e nemmeno tra le sue cose. Le ho chiesto di interrogarsi e ho creato delle contraddizioni, in modo che potesse uscire anche la parte umana e incerta, disposta a cambiare e a ripartire. L’indagine è qui propriamente interiore e si riflette anche fuori, non il contrario, come è stato negli altri miei lavori.

AB – I tuoi personaggi vivono nelle pagine quasi come nella realtà. Sono permeati di sano realismo. Si interrogano sulla vita, certo, ma da un punto di vista privilegiato: “nella vita succede che il confronto con gli altri ti porti a maturare la consapevolezza di un livello medio assai basso e quindi, poco se mi giudico – molto se mi confronto, come avrebbe detto la Vergani”. Nasce in chi legge l’emozione (e la presunzione) di ritrovarsi nelle frasi, nei gesti, nelle espressioni, nelle storie stesse. Hai consapevolezza del fatto che la tua scrittura induce riflessioni profonde? 🙂
EB
– Se questo succede, sono felice. Non offro fughe dalla realtà, anche se vorrei tanto farlo. Penso che prima sia necessario esplorare quello che ti circonda, avere il coraggio di guardare in faccia le miserie umane. I miei sono libri di solitudini molto rumorose, per citare Bohumil Hrabal, ma dove il singolo può intervenire sul mondo quando ha finito di fare il possibile per migliorare se stesso. O per conoscersi, almeno. Tengo a bada la mia parte visionaria perché devo ancora esplorare “l’oscuro reale”. Che ci coinvolge tutti e che spesso non vediamo perché siamo occupati a fare altro. Basta puntare una luce e avere un po’ di coraggio, poi forse arriverà anche la mia ora del fantasy.

AB – Puoi dire qualcosa sul futuro di Vergani e dei suoi colleghi?
EB
– Posso solo anticiparti che Maria Dolores Vergani sta partendo per un viaggio. Come Ulisse, sì, un po’ così. Non so davvero quando tornerà.

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