La luce che illumina il mondo di Paola Ronco (e un po’ di revival)

la luce che illumina il mondoCorreva l’anno 2009 quando parlavo di Corpi estranei (vedi sotto) di Paola Ronco concludendo “Con quest’ottima esibizione di scrittura e contenuti, la Ronco si candida a diventare una delle scrittrici più promettenti dei prossimi anni. Da seguire con molta attenzione.”
Dopo quasi quattro anni Paola Ronco è tornata a pubblicare: La luce che illumina il mondo (Indiana, 2013) è uscito a giugno, in tempo per farsi leggere sotto l’ombrellone anche se, va detto, la lettura non è affatto consolatoria.
Riporto la scheda, per dare un’idea: “L’architettura di una città rispecchia l’anima dei suoi abitanti, le stratificazioni sociali emergono dal grigiore di periferie dormitorio, volontariamente dimenticate ai limiti del comune interesse. La società guarda altrove, verso il lusso degenere delle isole felici dove il potere brinda al sicuro dei propri privilegi. Sumonno non fa eccezione. Neppure l’ennesima alluvione che colpisce i quartieri più poveri, seminando distruzione, riesce a smuovere i politici corrotti dalle loro mire individualiste. Sono due le fazioni che si dividono la città: da un lato il sindaco ad interim e imprenditore Costanzo Neri con i figli, il mondano e crudele Ramsete e il riservato e spirituale Osiride; dall’altro il re del crimine Florestano Leoni e la sua affascinante e pericolosa donna, Melissa. Ai padroni di Sumonno si oppone una serie di figure ciniche e scoraggiate ma ancora combattive: Maurilio, cliché del vecchio giornalista moralmente irreprensibile; Maria Sole, ex terrorista condannata a una vita in carcere; Toni, la silenziosa e tormentata guardia del corpo di Ramsete, raccordo inconsapevole dei destini di molti personaggi. C’è poi chi crede di dover riportare il bene attraverso una violenza simbolica. Gli adepti di un setta di ispirazione medievale, i Neo-catari, si danno fuoco per le strade in nome di un fanatico idealismo, ma anche loro rischiano di diventare pedine invischiate nelle trame di potere che permeano la città“.

paola roncoDopo l’edificante e anche un po’ inquietante lettura ho scambiato due parole con l’autrice:

AB – La luce che illumina il mondo è un romanzo che si colloca a metà tra fantascienza e allegoria. Come mai hai scelto un’ambientazione reale (Genova, immagino, sotto il nome fittizio di “Sumonno”) ma futuristica?
PR – In realtà la città di Sumonno è una mia invenzione, volutamente non caratterizzata né riferita ad alcuna città esistente, se non inconsciamente. Ho scelto il nome come omaggio alle mie origini sarde; il termine sta a significare in dialetto ‘il mondo’. Quello che ho cercato di fare, in questo romanzo, è stato raccontare la realtà distanziandomene, usando una città fittizia e un tempo indefinito. È una cosa su cui ragiono da molto tempo, e che compariva in un certo senso già nel mio primo romanzo, Corpi estranei; trovo interessante trasportare vicende ben riconoscibili in un altro tipo di contesto.

AB – Fra le ipotesi ragionevolmente plausibili riguardo al futuro c’è quella della catastrofe totale: come va intesa? Palingenesi, purificazione o semplicemente destino ineluttabile?
PR – Non credo di essere l’unica ad avere la sensazione, ogni volta che leggo le notizie, di un’umanità decisa a farla finita con ogni mezzo possibile; tra guerre, incuria, disprezzo assoluto per le risorse e la qualità della vita, pare che non ci sia proprio l’intenzione di cercare una via d’uscita. Eppure, nonostante tutto, io rimango convinta che ciascuno sia responsabile della propria personale palingenesi, e che spesso da una situazione di azzeramento possano nascere opportunità impreviste.

AB – La protagonista femminile è la conturbante e turbata Melissa: perché il suo “importante cognome” non viene mai menzionato?
PR – Ho pensato che non fosse necessario citarlo esplicitamente; così come a noi basta sentir parlare di cavalieri e avvocati per capire, agli abitanti di Sumonno basta sentire il nome di Melissa, per sapere che non è il caso di scherzare.

AB – Il pragmatismo di Costanzo, l’edonismo di Ramsete, lo spiritualismo di Osiride, il potere/controllo (con mezzi leciti e illeciti) di Florestano: nulla di tutto ciò rende un amministratore un buon governante. Forse perché alla fine guardano solo a sé stessi, ai loro interessi, e non alla collettività?
PR – A un certo punto del romanzo il giornalista Maurilio Sori, idealista disilluso, dice qualcosa di molto simile; è come se nessuno dei potenti di Sumonno avesse una visione d’insieme, un piano a lungo termine per amministrare la città. Tutti guardano al loro orizzonte ristretto, alla contingenza, al tornaconto immediato; si governa improvvisando, andando avanti per emergenze e allarmi, puntando a far sentire isolati e fragili i cittadini. Tristemente, per raccontare la morte di una collettività non mi sono dovuta inventare niente.

AB – I Neo-Catari: una religione che discende da un fanatismo. Ma anche questo culto di nicchia non smuove le coscienze. Non c’è nulla che possa risvegliarci?
PR –
Uno dei temi che ho cercato di trattare in questo romanzo è il bisogno di salvezza che appartiene a ognuno di noi. Tutti i personaggi, in un certo senso, non fanno altro che cercare questo: la religione, il potere, il sesso, la ricerca del trascendente sono solo dei mezzi, il fine resta lo stesso. Il problema è che in molti, ancora e sempre, non hanno il coraggio di mettersi a cercare la propria luce.

AB – Infine: nei ringraziamenti finali, oltre ad amici e colonna sonora, citi anche le sigarette fumate nel percorso. Paole’, 4.700?! Quando smettiamo di fumare? (Parlo anche per me, eh).
PR – Tengo a precisare, sia per mamma e papà che per il mio medico curante, che si tratta di un calcolo approssimativo, spalmato su un tempo molto lungo; questo romanzo mi ha preso degli anni di vita. E comunque, sia chiaro, io e te possiamo smettere quando vogliamo, no? :-p

E questo invece è quello che dicevo a proposito di Corpi estranei (Perdisa, 2009)

corpi estraneiLo dico subito e mi tolgo il pensiero: Corpi estranei è un noir. Vero. È noir nell’accezione correntemente più accreditata, cioè è il racconto di una vicenda criminale dal punto di vista della vittima – o delle vittime, e no, non è un errore, leggendo il romanzo capite anche il perché -, con un’attenta critica sociale e un finale tutt’altro che consolatorio.
Ambientato a Torino, si svolge in otto giorni consecutivi, scanditi dal racconto dei tre protagonisti: l’agente Cabras, Silvia e Alessia.
Mauro Cabras lavora come amministrativo, dopo “ciò che gli è accaduto” durante una missione operativa. Tutti i colleghi sono molto gentili e solidali con lui, tormentato dai dolori al ginocchio. Postumi anche quelli di “ciò che gli è accaduto”.
Silvia lavora in un’agenzia di P.R. e sta per andare a convivere con il fidanzato, Luciano, collega di Cabras. Ma ha una relazione con il suo capo, Umberto, sposato. Ed è tormentata da una tremenda nausea e da attacchi di panico che fa fatica a dominare e che la rendono facile vittima nel suo ambiente di lavoro.
Alessia è una studentessa universitaria e lavoratrice precaria. Convive con Silvestro, il suo fidanzato dj, e con Aldo, studente e “compagno”. E anche Alessia ha un malessere fisico, non riesce a respirare, è convinta di essere gravemente malata dopo “ciò che le è accaduto”. Però si arrabatta, tra esami universitari e ricerche di lavoretti part-time.
Ciò che accomuna i tre personaggi è il G8 di Genova di due anni prima. Corpi estranei è la storia del “dopo”, raccontata attraverso le conseguenze che chi c’era ha subito e continua a subire. L’impossibilità di riprendere una vita normale dopo “ciò che è accaduto”. La compassione di chi non c’era o c’era, ma è stato più fortunato. L’incapacità di dire agli altri, e perfino a se stessi, cosa si prova, come si sta.
Poi c’è la vicenda attuale, quella degli anonimi “giustizieri”, una banda che uccide gli emarginati di Torino: tossici, barboni, marocchini. Occupano le prime pagine di giornali e telegiornali. E non tutti ne biasimano l’operato.
Non si può rivelare oltre della densa trama, degli spunti di riflessione che la Ronco offre al lettore sia sulla psicologia dei personaggi che sulle inquietanti vicende di cronaca.

Paola Ronco racconta che, pur non essendo presente a Genova (città nella quale oggi vive), ha raccolto molte testimonianze dirette su quanto è accaduto nei giorni del G8. Lo spunto nasce da una foto – non molto nota – che offre una prospettiva diversa, e inquietante, sui fatti. Iniziato come racconto breve sull’agente Cabras, che nella prima stesura era un “duro” tagliato con l’accetta, Corpi estranei si è poi arricchito (anche su consiglio di Luigi Bernardi) con le voci di Silvia e Alessia, fino a diventare un romanzo compiuto e – come lo definisce Monica Mazzitelli – maturo sotto il profilo della scrittura.

Paola Ronco descrive un efficace quadro della realtà e degli stati d’animo di una generazione, quella dei trent-equalcosa-enni, gravata da una situazione politica e sociale difficile e senza prospettive. Senza note di ottimismo, se non quello che può nascere dalle risorse individuali.

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