Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre

OLYMPUS DIGITAL CAMERAQuesta volta la seduta ponzatoria è stata dedicata all’attuale situazione del nostro paese che lo spirito civico deve stare sempre all’erta. Dopo un inizio cauto dedicato ai problemi principali, l’attenzione del gruppo di lavoro si è spostata decisamente sui politici. Con evidente salto di umore. Il primo ad essere preso di mira è stato quel tizio basso e tarchiato su tacchi alti che predicava gioia e abbondanza per tutti e vedete come ci siamo ritrovati. Botte da orbi per ogni dove tanto che mi è venuto fuori un tantinello di insospettata compassione. “Però non c’è nessuno qui in paese che (censura) come lui. Nemmeno (censura)!” ha esultato il sor Peppino saltellando gaudioso sulla tazza e gettando nel panico i convenuti che su questo tasto sono assai sensibili. Silenzio teso. Il soprannominato è un giovanottone muscolone ricercato da tutti i mariti della zona. Un colpo basso all’onore dell’intera comunità. Ma la sora Ginevra dalle zinne prorompenti che parlano ancora da sole, dopo un attimo di incertezza, ha ricordato, con lieve rossore sfuggente, come il nostro vecchio prete di paese abbia avuto sotto la tonaca un mandrillo infernale capace di soddisfare trenate di mature parrocchiane, e si è tirato un sospiro di sollievo. Almeno in questo il tizio basso e tarchiato su tacchi alti era stato battuto.
Siamo passati agli altri con il sottoscritto che cercava invano di mantenere un eloquio quantomeno rispettoso, ma il corporale, tipico della nostra regione, ha preso il sopravvento. Martoriata la bocca della Santanché vista come mezzo ad hoc per allietare le parti oscure di giovani virgulti; ridicola la faccia a pesce lesso di Gasparri e ridicolo pure quel Bondi con l’aria da prete dismesso che diventa un cane idrofobo appena lasciato sciolto. Anche Grillo ha avuto la sua parte di frizzi e lazzi, capocomico da piazza abituato a lanciare frizzi e lazzi insieme a quel guru allampanato capellone fissato con la rete. Così come Letta grigio funzionario da brivido ottocentesco, Renzi simpatico giocoliere circense che sputacchia pure mentre parla e il povero Bossi, ormai rintronato biascicone. Su Brunetta, poi, sono dovuto intervenire energicamente per porre fine ad un tiro al massacro. Insomma non è mancato niente a nessuno (nemmeno all’acciuga grigia di Monti) e che tutti se l’avessero a piglià in quel posto dove non batte il sole.
A fine seduta sfogo corale con trombettona dantesca, tirata di sciacquone e via a casa.

Un giretto tra i miei libri
Parto da La storia economica di Siena nella seconda metà del XVI° secolo. Non è un libro ma la mia tesi di laurea costruita soprattutto attraverso ricerche d’archivio. Quando Siena cadde sotto il dominio spagnolo, insomma (1555). Una crisi nera. Le Arti in completo disfacimento, lamentele dappertutto che sembra di essere ai giorni nostri. Ricordi e ricordi (con sospirone vegliardetto sul tempo che passa) di un giovanottello ignorantello di paese che, nel suo piccolo, ce l’aveva fatta (peccatuccio di orgoglio).

il morto che non riposaDella Polillo questa volta mi cade l’occhio su Il morto che non riposa di Guy Cullingford.
Il titolo originale era Post mortem, che deve essere piaciuto una cifra anche a Patricia Cornwell se lo ha ripreso per un suo famoso best-seller. Ma pure il nome dell’autore che compare sulla solita copertina rosso fuoco non è per nulla originale, nel senso che trattasi dello pseudonimo di Constance Lindsay Taylor, scrittrice e poetessa inglese, membro del celebre “Detection Club” di Londra, della “Crime Writers’ Association” e della “Writers’ Guild of Great Britain” (chi più ne ha più ne metta).
Ricordo di uno scrittore intento a lavorare nel suo studio che rende l’anima al Signore. Tutti pensano al suicidio ma qualcuno non ci sta. Proprio il morto (!) che, in forma di fantasma, si dà da fare per scoprire il colpevole. Non riposa, appunto. Una discreta trovata per quei tempi che però non ha perso di attrattiva ancora oggi. Egli vede, ascolta le conversazioni, si rende conto di che cosa provano i familiari e la servitù nei suoi confronti. Tutti sono i possibili sospettati. Chi per un verso, chi per un altro. Eccitante seguire un fantasma nelle indagini.

il canto dell'upupaBella sorpresa fu Il canto dell’upupa di Roberto Mistretta.
Più che la storia mi colpì il personaggio del maresciallo siciliano Saverio Bonanno. Lasciato dalla moglie vive con la madre donna Alfonsina, la figlia Vanessa e il cane Ringhio. Si sposta con macchina Punto (un po’ di pubblicità alla Fiat fa sempre bene). Abitudinario. Caffè in casa e poi al bar “Excelsior” (ma non lasciatevi ingannare dal nome). Fuma in continuazione, ottima forchetta, risultato la pancia. Animo sensibile anche alla vista della bellezza della natura. Buono. Non spara anche quando c’è da sparare, morirebbe di rimorso. Per curare il catarro provocato dalle sigarette si rifugia dai francescani e qui ci trova le sue amate paste di Napoli. Buono ma se si arrabbia sono guai per tutti. Il libro mi piacque perché trovai mischiati, attraverso un equilibrato amalgama tra italiano e siciliano, delicatezza e forza cupa, umorismo e ironia con autentica commozione.

il bosco mortoRimasto nel cuore Il bosco morto di James Sallis.
Turner è un veterano del Vietnam, ex agente di polizia, ex detenuto, una laurea in psicologia ottenuta dietro le sbarre, che ha deciso di vivere in una capanna nel bosco. Aiuta lo sceriffo del luogo a risolvere un assurdo omicidio di un vagabondo inchiodato ad una specie di traliccio metallico con le braccia incrociate sopra la testa, i polsi rivolti all’esterno ed un paletto conficcato nel petto. Più che la ricerca dell’omicida qui, quello che più conta, è la storia terribile della sua vita, una litania di miserie e dolori senza un appunto, un pur semplice commento. Così come nudi e crudi vengono allineati quelli del presente: bambini sfruttati, seviziati, ragazzi di strada allo sbando. Violenza che chiama violenza.
In contrasto con la delicatezza dell’ultima parte. L’incontro con Valerie Bjorn, la nascita di una simpatia, di un legame affettuoso fatto di gesti e poche parole, di ricordi, di emozioni, di musica, di idee condivise. Il bello della vita sono le piccole cose, i particolari, il caffè , il giornale, il pane appena sfornato, il vento sulla pelle. E poi la campagna, i suoi rumori, i suoi animali, le rane, le cavallette, le civette, i ragni, il falco che sembra ghermire un piccolo opossum, una gru che plana sull’acqua. E infine il silenzio. Soprattutto il silenzio. Che parla più di mille parole.

il mistero degli incurabiliÈ stato un incontro piacevole quello con Il mistero degli incurabili di Lorenzo Beccati.
A Genova nel 1589. Tre ragazzi spariscono dalle mura dell’ospedale degli Incurabili. Chi indaga, su invito dei Dodici Protettori di Genova, è Pimain, il Guaritore di maiali (questo mi aveva colpito), già soldato con incarichi, appunto, di indagatore. Uomo concreto, intelligente, dotato di buon senso. Cervello e braccia che interagiscono fra loro.
La scrittura è piana, semplice, quasi elementare. Ne viene fuori una umanità viva, colta nei suoi gesti quotidiani, ora credulona, ora cinica e sghignazzante, ora umile e devota, ora quasi animalesca. E vengono fuori anche certi aspetti infamanti del tempo, soprattutto le cure assurde e terribili inflitte ai malati di mente, o la situazione difficile degli ebrei e quella, peggiore, delle streghe (e via discorrendo…). Una ironia garbata e leggera (non mancano spunti mordaci) si insinua nelle pagine in un modo naturale attraverso annotazioni sugli uomini, le cose e gli animali. Sorpresona.

la regina degli scacchiAndiamo ora a trovare il “nobil giuoco” con La regina degli scacchi di Walter Tevis.
Orfana. Beth Harmon è orfana. Non ha più i genitori. La madre morta in un incidente stradale, il padre perso l’anno precedente. Vive in un orfanotrofio del Kentucky in cura con farmaci. È timida, molto timida. Ed è anche bruttina. Presente duro, vuoto, doloroso. Futuro zero. Solo un miracolo può salvarla. E il miracolo arriva nella persona del custode Shaibel che le fa conoscere gli scacchi. Gli scacchi come riscatto, forza, elevazione. Come scoperta dei propri sentimenti: gioia, rabbia, paura, odio, vergogna, aggressività, delusione, esaltazione. Non la faccio lunga. La storia di Beth è la storia di ogni scacchista. Ma direi anche la storia di tutti gli uomini.

scacco alla reginaScacco alla regina di Robert Löhr.
Scacco alla Regina è un giallo scacchistico o un romanzo di scacchi dove si insinua anche il giallo. Dovrei parlarne bene perché in definitiva mette insieme due delle mie passioni principali. E invece, dopo un inizio promettente e ricco di aspettative, mi ricordo che il romanzo si intorcina su se stesso con una serie incredibile (e improbabile) di avvenimenti che tendono solo a meravigliare e a capovolgere le aspettative del lettore. Il libro, comunque, è da leggere non fosse altro per conoscere le mirabolanti imprese del Turco, la macchina infernale del barone von Kempelen che meravigliò le corti di mezza Europa. Si trattava di un automa, il Turco, che sapeva giocare a scacchi. In realtà al suo interno era nascosto un giocatore molto forte e di piccola statura che poteva muovere i pezzi senza essere visto.

Spiluzzicature
Sarò breve. Ne ho fatte alcune alla Feltrinelli di Siena ma niente di particolare. Colpito, invece, da una bella intervista a Luca Canali (non pensavo che fosse un personaggio così tribolato), ho ripreso in mano Il sangue di Roma del famoso latinista, e ho riletto i ritratti dei grandi romani da Publio Cornelio Scipione Emiliano a Marco Emilio Lepido (la storia, altra feroce passione).
Non contento ci ho messo accanto pure Le armi, i cavalli, l’oro di Duccio Balestracci e mi son buttato tra le braccia di Giovanni Acuto e quelle dei condottieri dell’Italia del Trecento (una goduria e mi sa che non sono normale).

Presentazioni
Nero Wolfe: le tre ragazze di Rex Stout, Mondadori 2013.
Non la faccio lunga. Il nome dell’autore me lo permette. Praticamente tre storie raccontate da Archie Goodwin con la sua frizzante ironia. C’è la stazza di Wolfe che troneggia, l’ispettore Cramer ingrugnito con il suo faccione rosso e gli occhi grigi, il cuoco Fritz con le sue prelibatezze culinarie, le orchidee attaccate dai parassiti (stacci più attento Theodore Horstmann!), la classica riunione finale che lascia tutti a bocca spalancata.

Cinque strade per il delitto di John Bingham, Mondadori 2013.
“Io sono, credo, l’unica persona in grado di registrare tutti i fatti che concernono Philip Bartels. Ogni altra persona crede di conoscerlo, ma non è vero. Per cominciare, non sa che io sono, immagino, un assassino; più esattamente uno che ha compiuto il suo delitto sotto gli occhi di un funzionario di polizia il quale, sino ad oggi, è assolutamente all’oscuro di questa circostanza”.
Siamo a pagina diciannove e la cosa comincia a solleticarci. Già abbiamo alcune informazioni attraverso i ricordi di questo narrante così “particolare”. Intanto Bartles era il suo migliore amico, non bello, un po’ buffo, bocca larga, capelli ritti sul cocuzzolo, aborriva la pena per ogni essere vivente. In seguito arriveranno altri particolari.
Lo incontra a dieci anni, perseguitato a scuola dai compagni e da lui stesso, perde i genitori a tredici anni, vive con gli zii, si sposa con Beatrice Wilson. C’è, però, di mezzo Lorna Dickson di cui si innamora e da qui cominciano i guai perché Lorna piace anche al nostro “assassino”.
Non posso dire di più. Un viaggio lucido e allucinante nella mente e nel cuore dei due personaggi, un continuo riflettere, esplorare in profondità in stretta connessione con gli eventi narrati e con i ricordi che affiorano corposi. Storia interna-esterna che ti invita a pensare sull’imperscrutabile e diabolico mondo dell’animo umano.

Delitti a Cinecittà di Umberto Lenzi, Giallo Mondadori 2013.
C’è di tutto e di più in questo marzo 1940 a Roma sotto il regime fascista e ai prodromi della seconda guerra mondiale. C’è il Trio Lescano, Rabagliati, Castellani, Gino Cervi, Blasetti, De Sica, Camerini, Scerbanenco, Zavattini, Spadaro, Titina De Filippo, Totò con a prescindere, perdincibacco, quisquiglie senza le pinzillacchere, ci sono i film e le canzonette d’epoca snocciolati lungo tutto l’arco della storia come una ininterrotta cantilena.
Ci sono i personaggi principali tra cui primeggia Bruno Astolfi, investigatore privato con agenzia in via Piemonte al quarto piano di un vecchio palazzo, “dimissionato forzatamente da commissario aggiunto di Pubblica Sicurezza” per le sue idee antifasciste (il fratello all’estero). Appartamento di cinquanta metri adiacente all’ufficio, Balilla di seconda mano, Macedonie extra, caffè autarchico (da manata galattica), Cinzano bianco e via tra mille difficoltà.
Per esser breve c’è Luisa Ferida, attrice, che gli propone di scoprire chi è l’attentatore alla sua vita e allora le cose vanno meglio dal punto di vista pecuniario e si incomincia a respirare.
C’è lo scontro con vito Patanè, commissario capo di pubblica sicurezza, a rappresentare l’odioso fascistello, i morti ammazzati del presente e il morto ammazzato del passato, i possibili assassini, un biglietto listato a lutto, un diario, i pedinamenti, gli spari, le botte, l’incubo, il pensiero e l’azione, il siparietto d’amore (citati pure gli scacchi).
C’è una prosa leggera e veloce, ricca d’entusiasmo e di saltellante ingenuità narrativa tipica (di solito) del primo parto.
Congratulazioni, ma al secondo meno ciance.

un uomo da nienteUn uomo da niente di Jim Thompson, Einaudi Stile Libero Big 2013.
Pacific City. Clinton Brown, giornalista del Courier, (capo Dave Randall, direttore Austin Lovelace), “menomato” dalla guerra (praticamente privo di virilità), bottiglia di liquore incollata alla bocca. Un uomo da niente. Ex moglie puttanona che l’adora e che farà una brutta fine. Manoscritti incompiuti. “Sei una persona triste” dice la bellona di turno che si innamora di lui.
Poi c’è il detective Lem Stukey per dare una “ripulita” dei poveracci alla città. Simbolo di corruzione, mazzette a go-go, messo a nudo il marcio della società.
E la ex moglie prende fuoco (nel senso che viene proprio bruciata). Occorre trovare l’assassino in ogni modo, ne va del buon nome della città. Ossessivo sbevazzone il nostro Clinton alterna momenti di lucidità e sofferenza “perché le cose andavano in un certo modo e non potevano andare altrimenti”. Seguono altri morti ammazzati che proprio se la cercano.
Racconto duro, ritmo veloce, un po’ di filosofia sparsa in qua e là. In prima persona come detective e assassino. Ma alla fine un dubbio serpeggia nella nostra mente “Storia vera o frutto di delirante follia?”.
Da tenere a portata di mano.

uscendo di casaUscendo di casa una mattina di George Bellairs, Polillo 2013.
Novembre a Londra. Più precisamente lungo July Street, di Willesden. Un morto per terra, afferma sicura, Mrs Jump. Sparito al suo ritorno dalla chiesa. Verità o immaginazione? Lo dovrà scoprire Littlejohn di Scotland Yard nella cui dimora presta servizio la suddetta vedova.
In effetti il corpo viene ritrovato in un canale ucciso con una ferita da taglio al torace. Trattasi di un famoso ladro di gioielli che “lavorava” in Francia. Urge un viaggetto anche a Parigi (si sa che l’autore era amante di questo paese).
Indagini su indagini (si può cogliere notizie importanti anche dal barbiere), classico pedinamento, marmocchi da tutte le parti con incorporata pertosse, qualche spunto perfino sulla mania incombente del bowling e del bingo.
Prosa lenta, sicura, un po’ sonnacchiosa, con Littlejohn che fuma la pipa e sembra avere una carica incorporata (non si stanca mai). Atmosfera uggiosa con pioggerella insistente e Tamigi nella nebbia (però a Parigi c’è il sole). Questione di soldi e di cuore con i sospettati che alla fine si accusano a vicenda.
Un buon lavoro artigianale.

dritto al cuoreHo incominciato a leggere Dritto al cuore di Elisabetta Bucciarelli, edizioni e/o 2013, dopo aver perso una partita a scacchi (in quel di Cesenatico) con sacrificio di Cavallo che si era rivelato del tutto scorretto e l’animo di farla pagare a qualcuno. In questo caso all’autrice del libro (anche i recensori hanno le loro malvagità).
Non c’è stato verso. Intanto siamo in montagna, al villaggio Walser sui duemila metri. Aria tersa e pura che fa rinascere. Poi un pizzico di mistero con la “Casa” chiusa e buia, “personaggio” inquietante del libro. Un capo mozzato di una ragazza negroide (delitto collegato ad altri delitti), una morte oscura del passato, campi magnetici nel fiume, la battaglia delle mucche, una di queste avvelenata.
Lì vicino, in vacanza, l’ispettore Maria Dolores Vergani presa dai suoi ricordi (in aspettativa sei mesi dopo una brutta storia). C’è un villaggio, ci sono le vicende dei suoi abitanti, l’amore adolescenziale, la violenza, il fuori di testa. Ma, soprattutto, il mistero, gli spazi, la solitudine, il silenzio, i sentimenti e i ricordi che affiorano. Due donne a confronto: la Nina Parisi in relazione amorosa con il dott. Funi, sicura, decisa, che vuole tutto e la titubante Vergani alla ricerca di un senso da dare alla vita, il tentativo di cambiare se stessa.
Interessa poco l’indagine (che ho volutamente trascurato insieme ai tipici personaggi di un giallo che si rispetti), se non come spunto per le vicende umane e i dubbi che si agitano dentro di noi.
Una prosa semplice, tenera, leggera. Come in una fiaba. Dritta al cuore.
Però quel maledetto sacrificio di Cavallo…

Questa volta un ospite speciale, Pietro De Palma, uno dei maggiori esperti del giallo classico in circolazione, commentatore e scrittore su blog come Sherlock Magazine e quello del Giallo Mondadori. Da seguirlo nel suo La morte sa leggere e negli altri due in lingua inglese Death can read e The Invisible Man.

Katherine Farrer Morte di un Fantasma (Gownsman’s Gallows, 1957) – trad. Mario Rivoire – I Romanzi del Corriere N.40 del 1 aprile 1958.

Katherine (Newton) Farrer, è un nome sconosciuto ai più. Dette alle stampe solo tre romanzi: The Missing Link (1952), The Cretan Counterfeit (1954) e Gownsman’s Gallows (1957).
Katherine nacque nel 1911 a Wiltshire, e si può dire per tutta la vita gravitò nell’ambiente di Oxford, dove frequentò le scuole, e poi dove insegnò. Il fatto che suo padre, F.H.J. Newton, fosse un Pastore anglicano, la portò a sposarsi con uno dei più grandi teologi anglicani del ventesimo secolo, Austin Farrer, che insegnò a Oxford fino all’anno della sua morte, nel 1968.
Austin e Katherine fecero parte degli Inklings, un gruppo di studiosi che avversava il materialismo scientifico, formato tra gli altri da JRR Tolkien, autore de Il Signore degli Anelli; dal poeta e romanziere Charles Williams; da Dorothy L. Sayers, creatrice del detective nobile Lord Peter Wimsey, e grande letterata; e da C.S. Lewis, il grande scrittore cristiano di fantascienza e di letteratura fantasy per bambini.
Purtroppo la Farrer soffrì spesso di polmonite e bronchite, il tutto aggravato da un pesante vizio del fumo. Una conseguenza fu l’insonnia, per curare la quale si dette al bere e ai barbiturici, terminando presto così la sua carriera di scrittrice. Morì nel 1972.
Morte di un fantasma è il suo terzo ed ultimo romanzo, Gownsman’s Gallows.
Il romanzo comincia con due fratelli che passeggiano in macchina fuori del Collegio di Oxford dove Tim Dawson-Gowner studia. Ad un certo punto sentono un sobbalzo e poi il fratello più grande dei due, Nigel, vede un uomo disteso sulla strada: qualcuno gli è passato sopra. Pur non credendo che possa essere stato il fratello, lo convince a fuggire in Francia, mentre lui provvede a bruciare il cadavere in un fienile. Tuttavia il corpo non brucia interamente: si salvano i piedi. Cosa fa l’Ispettore Ringwood, incaricato delle indagini? Fa odorare i piedi alla sua cagna, Ratter, che egli ha addestrato appositamente, cosicché, seguendo l’odore, possa portarlo dove presumibilmente sia stato ucciso, perché nessuno pensa che il fienile possa essere il luogo dell’omicidio.
Il fatto è che i calzini sembrano portare ad un signorino, pure lui studente a Oxford, che però per l’ora presumibile del delitto ha un alibi di ferro. Costui rivela che spesso aveva prestato le due cose ad un altro tale, che a sua volta si rivelerà un ricattatore. Le sue tracce portano in Francia, per cui anche Ringwood si imbarca alla sua volta…
Mentre Ringwood e il poliziotto francese investigano, un vagabondo che il giorno prima avevano visto in guardina, viene trovato morto… e completamente nudo: i suoi abiti sono stati rubati. Chi mai potrebbe prendere i cenci di un vagabondo?… (tagliato solo per motivi di spazio e me ne scuso con Pietro – nota di Fabio L.).
Romanzo fiume, che comincia sotto tono, con uno stile a volte troppo ridondante, per poi prendere ritmo e continuare con una marcia spedita fino alla soluzione finale. Morte di un fantasma è un procedural serrato, con le movenze di un thriller, più che di un romanzo ad enigma: la scrittrice mischia vicende belliche, spionaggio, ricatto, noir, in un intreccio altamente spettacolare. Sembrerebbe la trama di un film francese del dopoguerra, un film di Marcel Carné, tanto i personaggi sembrano stralunati. C’è anche una storia d’amore tra Nigel e Juliette in Francia, e accenni molto ruspanti, come quando il cane odora i piedi del cadavere: un misto di feticismo e di necrofilia, ci verrebbe da dire, che mal si accordano con una personalità come quella di Katherine Farrer, figlia di un teologo e moglie di un teologo. Eppure proprio questo quadretto dissacrante, dona freschezza all’inizio che sembrerebbe molto pesante.
Interessante è l’ambientazione oxfordiana: “dal momento che, come un critico ha osservato una volta, tutti i professori leggono romanzi gialli, non è sorprendente che molti romanzi gialli inglesi siano stati impostati in una città universitaria come Oxford”. Prima di lei, da Dorothy L. Sayers a Edmund Crispin, da Masterman a Blake, parecchi oxfordiani avevano scritto romanzi gialli. Tuttavia, se alcuni di essi sono maestri nel tratteggiare la vita del college, e gli ambienti (per esempio Crispin e il Masterman), la Farrer si trova a suo agio nel descrivere la vita di ogni giorno.
Per dare freschezza e nello stesso tempo sposare la territorialità della trasferta francese di Ringwood, parecchi dialoghi sono in questa lingua che nasconde anche alcuni indizi.

i confini del nullaTermino, come al solito, con la nostra Patrizia Debicke (la Debicche). Ecco a voi I confini del nulla di Carsten Stroud, Longanesi 2013.
Udite, udite: arriva I confini del nulla, il seguito di Niceville, un thriller noir, che si compiace di venature di horror ma, a ben guardare, è invece una bella, solida e argomentata storia di fantasmi alla migliore maniera di Edgar Allan Poe con un irrinunciabile fondo di humour.
A chi non avesse letto il primo, consiglio di procurarselo (appena uscito in versione economica TEA) anche perché la trama di I confini del nulla parte proprio da quanto accade nelle ultime pagine di Niceville.
Humour dicevo che salta fuori subito con il nome della città: Niceville = graziosa cittadina. Così parrebbe a prima vista, ubicata nel Sud degli Stati Uniti, sulla sponde di un fiume, con antiche ville signorili avviluppate da parchi alberati, circondata da colline verdi, ma tutto meno che nice. Infatti cela con disinvoltura antichi segreti di minacciose faide familiari e crimini esecrabili. Il male? E, se non bastasse, c’è stato un furto di milioni di dollari con strage. Insomma c’è del marcio a Niceville, ma di chi è la colpa? Degli uomini? O di un qualcos’altro di terribile e sconosciuto…?
Aggiungiamo, tanto per non farci mancare qualcosa, lo stravagante suicidio del presidente dello Cherockee trust che si sfracella con il suo Cessna contro le scoscese pareti del Crater Sink, religioso simbolo atavico per la nazione indiana, disturbando i corvi e provocando la successiva caduta di un jet cinese con ben sei morti.
Ci fanno ala nella lettura una galleria di personaggi straordinari quali: il poliziotto ex forze speciali con bella moglie avvocato che fa parte dell’élite cittadina, il quasi figlio adottivo Rainey Hogue, cittadini buoni e cattivi, poliziotti corrotti, un’ininterrotta serie di sparizioni o rapimenti, una catena di ogni sorta di delitti e perversioni che sembrano l’emanazione infernale delle nere acque millenarie di un fiume spaventoso.
Dialoghi intelligenti e trama articolata. Unica storia – divisa in due libri – divertente e di pura invenzione, che si prende lo spasso di mettere in confusione il lettore dilagando su mille rivoli ma riesce lo stesso a sembrare quasi vera. Consiglio di leggerla tutta d’un fiato, e poi… evitare gli specchi come la peste.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti.

8 Comments

  1. Non me l’hai tagliato. Me l’hai devastato! Non si capisce per quale motivo dovrebbe essere spattacolare! Assassino! 🙂
    Per cui, aggiungo qui qualche notizia della trama, sfrondata da Fabio:
    la trasferta in Francia porta Ringwood ad investigare sull’ambiente di famiglia del presunto morto, un tal Despuys: sua sorella, che fa la puttana, è stata messa al bando dal paese (siamo in Touraine, dopo la seconda guerra mondiale e gli odii non si sono ancora sopiti) perchè durante la guerra era stata l’amante di un professore di lettere, un tal Fleurat, che era stato collaborazionista e torturatore di partigiani. Questo Fleurat è però sfuggito alla cattura, e qualcuno ne ha ricollegato la fuga all’improvviso arricchimento di Nigel, uno dei due fratelli che si trovano nel prologo a bordo dell’automobile, che durante la guerra era stato un inglese paracadutato tra i partigiani. Insomma un coacervo di situazioni le più disparate possibili. Nigel è ritornato in tanto in Francia e guida un gruppo di ex partigiani non si sa bene a far cosa, Fleurat si sospetta che sia ritornato a seminare odio, inspiegabilmente qualcuno uccide un barbone per rubargli i cenci, e la sorella prostituta di Despuys che ha un mucchio di soldi sotto una pietra, nel gabinetto (Fabio, il malloppo lo hai pure tu nascosto nel tuo bagno, come quella lì? ), viene ritrovata morta (uccisa?): si sospetta che avesse ospitato qualcuno di nascoso a casa sua: Fleurat?
    Fine rimpolpamento trama.
    Barzun, il grande critico, mise in rilievo come alcuni dialoghi fossero al limite della sgrammaticità, però a mio parere, proprio questo francese molto basso, fanno capire che non siamo nella colta Parigi di Maigret ma nella campagna francese, tra villani e gente molto semplice. Insomma, proprio il linguaggio dona una vena di freschezza. Talvolta l’autrice se ne serve anche per celare degli indizi.

    Like

  2. Perchè anche se mi chiamo Pietro, mi hanno sempre chiamato Piero, fino dall’infanzia: è più colloquiale “Piero” e meno forte. “Pietro” invece – come dice Cristo – è roccioso. Capisco che al nord come ti chiami ti chiamano, ma da noi non è così: c’è gente – non è il mio caso – che viene chiamata non con il nome ma con un appellativo personale.
    Comunque sia, Grazie Fabio, del tuo invito: è sempre gradito.

    Like

    1. Spezzo una lancia a favore di Pietro/Piero: per me è normale, mio padre si chiama Pietro ma lo chiamano tutti, da sempre, Piero 🙂
      Grazie anche da parte mia per l’intervento, Piero 🙂

      Like

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.