“Non avevo capito niente” di Diego De Silva (2007)

Non avevo capito nienteNonostante suoi racconti compaiano in antologie dichiaratamente di genere come Crimini e Crimini Italiani, Non avevo capito niente (Einaudi, 2007 – finalista al premio Strega 2008) di Diego De Silva è narrativa mainstream. L’autore, in occasione di una presentazione, aveva precisato: «Non sono un giallista, ma poiché ho scritto un paio di libri “oscuri” sono stato inserito nel giro giallo-noir. Io però amo gli intrecci oscuri, ma non le trame gialle. Non avevo capito niente, in origine, doveva essere un libro buffo, o meglio un’opera letteraria di spessore drammatico ma che avesse la caratteristica della lievità. È un’insana passione italica, quella di “dare del lei” ai libri, di considerarli validi solo se sono “pesanti”: ma la narrativa che che ha il tratto della leggerezza, come Il giovane Holden, ha comunque dignità letteraria».

In Non avevo capito niente il protagonista, Vincenzo Malinconico, è un avvocato, ma è l’esatto opposto dell’avvocato figo da stereotipo. Ma poteva anche essere un ingegnere: il punto è che la classe dei liberi professionisti sta progressivamente scivolando lungo la china dell’indigenza sociale.
Vincenzo Malinconico è un “avvocato di insuccesso”: vive in una casa totalmente arredata Ikea, anzi ha talmente tanta familiarità con gli oggetti Ikea che li chiama per nome. È stato abbandonato dalla moglie Nives, psicologa di successo (lei sì), che lo ha sostituito con un architetto (ma non nel letto: qualche sana ora di ginnastica con l’ex marito è consentita anche dall’etica professionale, pare).
La carriera di Malinconico ha una svolta improvvisa quando arriva una chiamata dalla Procura: un piccolo camorrista, Mimmo ‘o Burzone, ha bisogno di un legale d’ufficio. Malinconico è preoccupatissimo, lui che da anni non tratta la materia penale. Ma per qualche strano motivo fa bella figura, così i capi di ‘o Burzone si convincono che lui sia un avvocato molto preparato che non ha ancora avuto la sua occasione. E decidono di farne un penalista di grido, mettendogli alle costole un guardaspalle molto poco discreto.
Contemporaneamente nella vita di Malinconico accade un altro miracolo: Alessandra Persiano, l’avvocatessa più gettonata del tribunale, si interessa a lui. Con esiti fino alla fine imprevedibili.
Pene d’amore e incerti del mestiere sono trattati con soave leggerezza. Lo stesso dicasi per il tema della camorra. Dati i tempi, sorge spontanea la domanda: la camorra dipinta da Roberto Saviano e la camorra di Diego De Silva sono la stessa cosa? Certo che sì. Ma se Gomorra sottolinea gli aspetti criminali, Non avevo capito niente ne evidenzia quelli grotteschi: «La camorra non è solo sangue: è anche cattivo gusto, stupidità, precariato, ottusità, cafonaggine, incapacità di evolversi. Le camicie che non si chiudono bene, la panza debordante, sono parte di una rappresentazione parodistica che può servire, se non a combattere, quanto meno a demolire un mito».
D’altra parte, per De Silva, «la letteratura dev’essere bella, non dev’essere un momento di rivoluzione delle coscienze. Se ottiene questo effetto, deve essere un elemento accessorio e complementare, e soprattutto spontaneo. Non può essere l’obiettivo principale».

Lettura godibilissima e raccomandata.

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