“Ricordi giallastri” di Fabio Lotti (2)

Ricordi giallastri II (Qua la prima parte di “Ricordi giallastri”)

Ancora nella notte dei tempi.

earl derr biggersCreato nel 1925 con La casa senza chiavi dal giornalista e critico teatrale Earl Derr Biggers, il cinese Charlie Chan, ispettore della polizia di Honululu, è piccolo, abbondantemente grasso, si muove con una leggerezza vellutata, guance morbide, pelle color avorio, occhi obliqui (naturalmente). Un impasto cino-americano intriso di lieve umorismo che conquistò gli americani stessi. Dalle sue avventure furono tratti più di quaranta film, alcuni dei quali con un interprete davvero eccezionale: lo svedese Warner Oland che rappresentava in maniera perfetta il personaggio (per essere nordico aveva un aspetto orientale). Nella letteratura del tempo l’uomo con gli occhi a mandorla è visto infido, perverso e maligno. Con il nostro cinese, modi garbati e amabile fino all’eccesso, Earl volle fornire “un ritratto più corretto di quella razza”.
E con la sua saggezza orientale di proverbi e aforismi vari: “Se qualcuno non avesse lodato il suo raglio, l’asino non raglierebbe più”, “La fretta è il vento che distrugge le impalcature”, “Cosa può un uomo pensare sotto un albero pieno di uccelli?”, “È l’uccello che sceglie l’albero, non l’albero l’uccello”, “L’uomo saggio, sapendo di essere sospettato, non si china ad allacciarsi le scarpe in un campo di meloni” (questa è bellina, ma perché proprio in un campo di meloni?), “L’uomo che sta per attraversare il fiume non dovrebbe insultare la madre del coccodrillo” (io serberei il massimo rispetto perfino ad un suo biscugino alla lontana). Se in una storia non c’è il Personaggio mi affloscio un po’.

dorothy l sayersDorothy L. Sayers, che è stata donna di profondi studi e di grande cultura— ha perfino tradotto in inglese quasi tutta la “Divina commedia”— porta nel romanzo poliziesco quella abilità letteraria che le era quasi connaturata. Nel 1923 scrive Peter Wimsey e il cadavere sconosciuto, capostipite di una lunga, lunghissima serie di romanzi e racconti polizieschi che hanno per protagonista il nostro giovane bellimbusto. Notizie più particolari sulla sua vita le abbiamo dallo zio Paul Austin Delagardie, richiesto dalla stessa Sayers “di riempire alcune lacune e correggere alcuni errori trascurabili nel suo resoconto sulla carriera di mio nipote Peter” come trascrivo dal libro citato. Si sa che nasce nel 1890 e che da piccolo è “esile e pallido, molto inquieto e birichino, sempre troppo sveglio per la sua età”. Ha un coraggio “diabolico” e spesso soffre di incubi. A diciassette anni gli viene affidato e mandato a studiare a Parigi e poi a Oxford. Si innamora di una ragazzetta, parte per la guerra, salta in aria per lo scoppio di una granata e al suo ritorno in patria se la ritrova sposata con un altro. Nel 1921 c’è lo scandalo degli smeraldi di Attembury. Peter depone in qualità di testimone d’accusa e da qui incomincia il suo nuovo passatempo di investigatore. In seguito riesce a tirar fuori da un bel vespaio suo fratello Denver accusato di omicidio dalla Camera dei Lord. Infine si invaghisce della ragazza “che ha discolpato dall’accusa di aver avvelenato l’amante”. Un aristocratico che vanta illustri discendenti nobiliari, raffinatissimo, snob come quasi tutti i nobili e i raffinati, colleziona incunaboli e libri rari (dei quali la Sayers se ne intende, eccome), esperto cavallerizzo, adora la musica, la storia, ma soprattutto la criminologia. Porta un monocolo, in realtà una lente molto potente, un classico bastone da passeggio un po’ particolare, perché dentro contiene una lama di spada e il pomo una bussola. Tiene sempre con sé una scatola portafiammiferi che altro non è se non una pila. Il suo stemma di famiglia, poi, è tutto un programma. Scudo in campo nero con tre topi che corrono color argento sormontato da un gatto rampante con il motto “A mio capriccio”.

van_dine_ssParlando di Lord Wimsey non può non venire alla mente un altro celebre aristocratico nato, questa volta, dalla penna di S.S. Van Dine: Philo Vance.
Possiamo notare diversi lati in comune. Anche lui è uno snob con la puzza sotto il naso (però manca, se non erro, di un titolo nobiliare) e discretamente cinico, ricercato nel vestire, porta anch’egli un monocolo (vero, però), appassionato collezionista di opere d’arte, di stampe cinesi, di tesori egizi. Non ricordo che ami cavalcare ma sono sicuro che si diletta di scherma ed è un eccezionale giocatore di poker e, soprattutto, di scacchi, il che non guasta. Ha una cultura vasta ed enciclopedica. Insomma ce n’è tanto da far venire il sospetto…
Peter Wimsey nasce nel 1923 in Inghilterra mentre Philo Vance tre anni dopo, nel 1926, con La strana morte del signor Benson. Ora l’autore, che di mestiere faceva il giornalista, si ammala di tubercolosi e deve essere ricoverato per due anni in sanatorio. Non sapendo cosa fare si mette a leggere romanzi polizieschi di ogni tipo tanto da diventarne un vero esperto. Quando esce dal sanatorio incomincia a scrivere e crea questo famoso personaggio. Un po’ di sospetto viene ma forse non ce l’ha fatta a reperire il romanzo della Sayers, ed allora trattasi di pura coincidenza. All’inizio i due personaggi mi davano un discreto fastidio, lo confesso. Abituato come ero alla vita schietta e un po’ rozza (diciamo la verità) di paese questi due fringuelli aristocratici mi facevano venire il prurito alle mani. Se li avessi avuti a tiro li avrei presi senz’altro a sganassoni. Poi il Tempo cambia tutto ed ora me li ritrovo davanti come due miti incrollabili. Accidenti!

richard austin fremanIl più bello? Il più bello è Thorndyke via, un medico inglese creato dalla penna di Richard Austin Freeman. Bello che più bello non si può. Alto, slanciato, atletico, profilo greco, un dio sceso sulla terra (gli venisse…). Appare per la prima volta nel romanzo L’impronta scarlatta del 1907, un anno d’oro per il giallo. Questo medico legale non ha nulla a che vedere con gli investigatori “da tartufo” che seguono il loro intuito  ma si occupa, direi quasi esclusivamente, degli oggetti e solo da loro trae quegli indizi che possono essergli utili a smascherare il colpevole. Ha una cultura molto vasta e approfondita che spazia dall’anatomia alla archeologia, dalla botanica alla egittologia alla oftalmologia ecc… Insomma una vera e propria enciclopedia vivente. Tiene sempre a portata di mano una valigetta verde in cui ci sono tutti gli strumenti e le sostanze chimiche che gli servono per i suoi esperimenti scientifici. Ecco la parola giusta: “scientifico”. Freeman dà vita al romanzo poliziesco scientifico che oggi va così di moda. Per questo scrittore non importa tanto la scoperta del colpevole ma come, in che modo, con quali mezzi scientifici viene scoperto. D’altra parte lui stesso ce l’aveva con i romanzi polizieschi ricchi di colpi di scena scritti solo per lettori piuttosto ingenui (è vero, ci sono anche io).

John dickson carrPoi… poi potrei ricordare due personaggi creati dalla penna di John Dickson Carr, alias Carter Dickson (o viceversa). Dunque le sue creature sono Gideon Fell e Henry Merrivale. Anzi, a dir la verità, il primo parto fu il giudice istruttore della polizia parigina Henri Bencolin, un personaggio bizzarro dal sorriso ambiguo e crudele che non ebbe il successo degli altri. Il dottor Gideon Fell fa la sua comparsa nel 1933 con Il cantuccio della strega e Henry Merrivale l’anno successivo con La casa stregata (una strega c’è sempre di mezzo…). Il primo è un omaccione di 120 (centoventi!) chili con dei baffoni pittoreschi ed un naso piccolo sul quale sono stanziati degli occhialini a pince-nez legati da un nastro di seta. Fuma sigari e pipa, beve birra, indossa un grosso mantello e un cappellaccio di feltro nero. Una specie di bandito, insomma. Un bandito scoordinato e disordinato. Inciampa, impreca, tossisce rumorosamente, parla a voce alta, ripete più volte le stesse domande tanto da apparire imbranato, geme, si intenerisce. Più che istintivo un concentrato di istintività esterna e un concentrato di razionalità interna. Praticamente un genio nello scoprire i colpevoli.
Anche Henry Merrivale è dotato di una discreta stazza, ma ha un caratterino che te lo raccomando! Arcigno, scontroso, irritabile per un nonnulla, mastica tabacco, è calvo, porta occhiali dalla montatura di tartaruga. È un avvocato, sottaniere impenitente sposato con una ex ballerina. La sua specialità è il delitto della camera chiusa che allora andava tanto di moda. Sembra proprio che Carr avesse un debole per lui.

Banyard KendrickSe sono rimasto ammaliato dalle incredibili deduzioni di Holmes con l’occhietto attento e vispo, figuriamoci di fronte a quelle di un investigatore cieco come Duncan Maclain di Baynard Kendrick, che deve sfruttare al massimo gli altri sensi. Qualche spunto personale. Cieco da più di vent’anni per un incidente mentre era in servizio durante la prima guerra mondiale, passo sicuro e scattante come la mente ma malinconico dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor e la perdita dell’amico più intimo. Capelli neri e crespi, personalità magnetica senza compromessi, qualche buona tirata di sigaro. Abile con le mani “Sybilla rimase a osservarlo affascinata quando lui prese da un cassetto un puzzle di cinquanta pezzi e lo posò sulla scrivania. Le dita affusolate del capitano si muovevano più velocemente dello sguardo di lei, tastando e scartando i vari pezzi”. Ha un servitore di nome Cappo ed un cane femmina di nome Schnucke (mi ricordo anche di un cane piuttosto feroce). È meteoropatico dato che “i capricci del tempo esercitavano una forte influenza” su di lui (non solo su di lui…). La ricompensa per un uomo che non può vedere sono le semplici cose della vita “E il pericolo. La sfida. L’incessante battaglia combattuta col cervello contro uomini in possesso di occhi perfettamente funzionanti. E la vittoria. Ogni tanto si arrabbia ma gli passa subito”. In un libro, ripubblicato di recente da cui ho tratto qualche frase sopraccitata, tira fuori una serie di deduzioni alla Sherlock Holmes, per spiegare perché il sig. Courtney ha un braccio rotto o slegato. Seguitelo: ”Io non ci vedo ma tutti gli altri sensi sono stati costretti a lavorare il doppio. Lei ha tirato fuori dal cappotto solo un braccio quando la signorina Sprague l’ha aiutato a sfilarselo nell’ingresso. Il suo passo era irregolare quando è entrato qui dentro – indicazione infallibile di una contrazione muscolare, anche nei casi in cui la lesione è a una spalla o a un braccio. Poi si è voltato di lato per darmi una mano, un movimento istintivo allo scopo di proteggere il braccio infortunato. Infine c’è la questione dei dolori, signor Courteney. Le sue bende hanno un odore ben preciso. Quanto all’udito, il rumore della seta che sfregava contro il tessuto di lana del suo abito, ogni volta che lei si muoveva, era un altro chiaro indizio, e gli uomini di solito non portano camicia di seta”. Figuriamoci se ci avesse visto…

Parto dall’autore, anzi dall’autrice. Da Elizabeth Daly. E non perché sia stata la scrittrice americana (1879-1967) preferita da Agatha Christie, e già questo, comunque, costituirebbe un discreto viatico, ma perché solo nel 1940, a sessanta anni suonati, pubblica il suo primo romanzo. Come a dire che c’è speranza per tutti (oggi c’è speranza anche per gli ultra novantenni). Elizabeth nasce a New York da una ricca e potente famiglia, il padre è addirittura giudice alla corte suprema della città e lo zio commediografo, regista e produttore teatrale. Si laurea alla Columbia University, insegna per alcuni anni nello stesso College che ha frequentato da studentessa, si dedica al teatro ed infine, come ho detto, si butta sul giallo dopo essersi esaltata alla lettura di Wilkie Collins.
In poco tempo sforna un bel po’ di romanzi che hanno come protagonista principale Henry Gamadge, giovane sui trent’anni, grande esperto di libri e manoscritti antichi e, a tempo perso, investigatore dilettante. Pochi accenni. Fuma (abbastanza), beve all’occasione (whisky con soda), allegro, divertente, “Gamadge si sforzò di vivacizzare un po’ la festicciola… Versò cocktail, distribuì tartine e tentò di introdurre una nota di frivolezza nell’intero procedimento”. Consapevole delle sue capacità “Il mio è un tipo di cervello estremamente seccante, sa, continua a rimuginare su una questione quando menti meno importune sono pronte a lasciar perdere già da tempo”. Con un pizzico di vanità. Rivolto ad un personaggio “Ne sai quanto me, quindi puoi trarre le mie stesse conclusioni…se il tuo cervello funziona come il mio”. Forse, più che un pizzico…
Ogni tanto la sua mente vaga per conto suo “Gamadge era appoggiato allo schienale della poltrona, le gambe accavallate, e dalla sua sigaretta si alzava una tremula spirale azzurrina che poi si trasformava in un fungo grigio. Sembrava non badare alle parole dell’interlocutore, aveva gli occhi semichiusi e un’espressione assorta”. Non vuole denaro perché gli piace risolvere gli enigmi senza bisogno di un compenso. Nel complesso una figura piuttosto scialba (seppure con il sorriso stampato sulle labbra).

edgar wallaceNon so se sia successo anche a voi. Qualche volta attira più il nome dell’autore che il titolo del libro. La vita di Edgar Wallace mi ha sempre incuriosito. Soprattutto per un fatto. Scriveva, scriveva, scriveva. Guadagnava, guadagnava, guadagnava. Sperperava, sperperava, sperperava. Ancora oggi non si sa di preciso il numero di commedie, romanzi e racconti che abbia scritto. All’apice del successo gli fruttavano grosso modo sui 250.000 (duecentocinquantamila!) dollari all’anno. Una bella cifretta anche al momento. Nonostante questo ai suoi eredi lasciò un debito di centoquarantamila sterline! Immaginatevi per un attimo la loro faccia davanti al notaio… Ma si ripresero ben presto con i diritti di autore che arrivavano a valanga.
Come ho già scritto “Una delle ragioni che mi spingono ad acquistare un libro è, talvolta, la “lotta” disperata con un autore di successo. Soprattutto se si tratta di un classico, cioè di uno scrittore che ha avuto una parte più o meno rilevante nella storia del romanzo poliziesco. Per qualche motivo non mi piace ed io continuo a leggerlo, cocciuto, per vedere se riesco in qualche modo a farmelo piacere. È un po’ quello che mi succede con Edgar Wallace. Non mi vuole andar giù ma io non demordo”.
Sua creatura Mason, l’ispettore capo di Scotland Yard, “un uomo calvo, dagli occhi vivacissimi e dalla voce profonda, melliflua”, volto rotondo, pesante e assorto. Quando rimugina sembra dimenticarsi di ciò che gli sta intorno. Abile negli interrogatori: “un alone di leggenda circondava Mason. Era davvero un uomo cordiale e sotto l’influsso della sua aria bonaria e comprensiva molti criminali, per una malintesa fiducia, gli avevano detto più di quanto avrebbero voluto, cosa di cui si erano amaramente pentiti quando si erano trovati di fronte ai giurati e avevano udito le loro confidenze sfruttate con effetti per loro disastrosi”. Insomma non c’è da fidarsi troppo. Se si passa il segno sa essere diretto, deciso e anche offensivo. Buon conoscitore di romanzi polizieschi se la prende con le storie costruite in ambienti del tutto inverosimili (troppo lusso!), “Il signor Mason scosse il capo, si grattò una guancia e chiuse il libro per ritornare al suo delitto della serata, allo squallore di Tidal Basin, con i suoi vicoli fangosi, le catapecchie di un piano, dove tre famiglie vivevano in uno spazio che sarebbe stato addirittura inadeguato per la stanza da bagno di un appartamento di Park Lane”. Duro con i sottoposti che commettono un errore e che non resistono alle fatiche lavoro “Lei è un poliziotto. Non sono ancora ventiquattr’ore che è sveglio e lo rimarrà di certo per altre ventiquattro”. Ma sa anche aiutarli quando se lo meritano. Non ha problemi di sonno, dorme dappertutto e a qualsiasi ora (beato lui). Conosce a memoria i regolamenti, per eluderli in caso di necessità. Stimato: “Mason non è cattivo. È uno degli uomini migliori della polizia e uno dei più intelligenti”.
Spesso sembra quasi fare da specchio a ciò che sta avvenendo. In breve sorride, annuisce, annuisce più volte, annuisce energicamente, oppure fischietta, grugnisce, sospira, non risponde, spalanca gli occhi, guarda divertito, scuote il capo, fa un gesto di impazienza, ha il volto grave, è nervoso e irritato, si alza in fretta, balza in piedi, mette le mani nelle tasche, fa tentennare le monete, infila il mignolo nell’orecchio e lo agita violentemente oppure i pollici nel panciotto, misura la stanza a lunghi passi e così via.
Tutto ruota intorno alla sua persona ma la sensazione che mi è rimasta è quella di qualcosa di sbozzato, di non finito. Come mi succede spesso per questo fin troppo prolifico scrittore.

(Qua la prima parte di “Ricordi giallastri”)

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