La Debicke e… Il cacciatore di tarante

Martin Rua
Il cacciatore di tarante
Rizzoli, 2020

Martin Rua, massone, appassionato di esoterismo e di riti che risalgono ad antiche consuetudini locali, ci regala un fantastico giallo avventuroso, ambientato nella cornice di Napoli e del Salento negli anni in cui, al centenario regno borbonico, subentrava il nostalgico e riottoso Mezzogiorno di un regno d’Italia appena costituito.
Siamo nel 1870, l’Italia è stata fatta ma per fare gli Italiani la strada è ancora lunga. Dal 1864 i Savoia hanno spostato la capitale da Torino a Firenze (radendo al suolo le mura e distruggendo interi quartieri della città medioevale e medicea), ma i collegamenti ferroviari Nord-Sud erano ancora precari: servivano diversi cambi e addirittura, per coprire in treno la distanza tra Roma e Napoli, appena 200 Km, ci volevano ben dodici ore. Ma l’assoluta urgenza della missione da compiere richiede la presenza del miglior funzionario piemontese del ramo, Giovanni Dell’Olmo, ispettore di pubblica sicurezza a Torino. L’unico, secondo il prefetto di Torino, conte Costantino Radicati Talice, al quale era giunto tramite il prefetto di Lecce il grido d’aiuto di un proprietario terriero del Salento.
Giovanni Dell’Olmo, spalleggiato dal duca Carlo Caracciolo de Sangro, brillante medico, docente ed esperto tossicologo presso la partenopea Università Federico II, è l’unico in grado di risolvere l’astruso caso delle morti sospette di ben tre donne, uccise da una qualche bestia velenosa… Un ragno, una letale tarantola?
Intanto i due (diciamo) detective, chiamati a collaborare dallo stato sabaudo per far luce sul caso, dovranno superare per prima cosa il loro conflitto intellettuale e di costume tra il nuovo regno piemontese e la borbonica nostalgia del Sud.
La diversità di pensiero e visione tra chi viveva nel meridione e chi nel settentrione. Di chi si sentiva liberatore e chi invece non sentiva il bisogno di essere salvato e nell’unione vedeva più una violenza che una possibilità. Realtà diverse che stentavano a conciliarsi ma potevano arrivare a farlo, con l’accettazione e il mutuo rispetto della diversità.
Sarà il caso, per i nostri eroi. Il primo, il piemontese Giovanni Dell’Olmo, è freddo, scattante, razionale e rigoroso, il secondo, Caracciolo de Sangro, padre napoletano e madre salentina, con precisi legami quindi con le ataviche credenze dell’ambiente che dovranno affrontare, uomo malinconico e geniale, ancora legato al vecchio mondo, è di nome e di fatto il discendente ideale di quel Raimondo principe di Sansevero, considerato un secolo prima il principe diavolo. Ma chi può dimenticare l’incredibile opera del Cristo velato, la perla dell’arte barocca che dobbiamo all’ispiratissimo scalpello di Sanmartino e alla fiducia accordatagli dal suo committente? Il fatto che l’opera sia stata realizzata da un unico blocco di marmo, senza l’aiuto di alcuna escogitazione alchemica, conferisce alla statua un fascino ancora maggiore. La leggenda del velo, però, è dura a morire. L’alone di mistero che avvolge il principe di Sansevero e la “liquida” trasparenza dell’impalpabile sudario continuano ad alimentarla.
Insomma sulla carta un’efficace collaborazione tra loro parrebbe impossibile. Tanto per cominciare, però, i due hanno molto in comune, a partire dall’intelligenza e dalla preparazione che li fa i migliori nel loro campo, e anche per questo invidiati, malvisti o addirittura temuti da colleghi e subordinati.
Se il primo è tanto franco da sembrare indisponente, l’altro è chiuso, altero e troppo spesso tormentato da dolorosi fantasmi che affoga nella bottiglia. Conoscendosi meglio, si scopriranno complementari, degni di rispetto, di amicizia leale e sincera tanto da arrivare addirittura a sostenersi l’un l’altro.
Per indagare sulla misteriosa morte di cinque ragazze, “calate” da quella che sembra essere una velenosissima taranta, Dell’Olmo e Caracciolo de Sangro dovranno raggiungere Ariadne, l’epicentro dei decessi, arcaico paesino rurale situato nel profondo Salento, devoto al santo Paolo, dove sorge anche il palazzo del barone Pisanelli, uno dei potenti feudatari del contado.
Proprio là, nei pressi di una grande masseria, in pochi mesi i morsi della taranta sembrano aver “calato” le braccianti che lavorano nei campi del barone, causandone l’avvelenamento e la morte. E proprio là i due protagonisti dovranno fare fronte a una sfida mortale, tra inganni, complotti, folli perversioni e mostruosi delitti. E per raggiungere la verità dovranno districarsi in un dedalo di antiche credenze, culture esoteriche e fanatismi che costringono a fare i conti anche con le insidie mortali di vecchi rivali e di inconcepibili delitti del passato. Un’orrida ragnatela intessuta da ragni umani, pronta a ghermire le prede e che inchioda il lettore fino alla fine. Una pericolosa sfida che potrebbe rivelarsi fatale.

Martin Rua (Napoli, 25 giugno 1976) è uno scrittore e studioso di esoterismo. Si è formato a Napoli, dove si è laureato in Scienze Politiche con una tesi in antropologia culturale. Ha collaborato con varie associazioni per la promozione del patrimonio culturale di Napoli. Ha pubblicato con Newton Compton due serie di successo.
La Malombra, l’inquietante figura che si nasconde nel profondo delle tenebre pronta a uccidere, come l’antica superstizione della Taranta (oggi sfruttata a fini turistici) sono la dimostrazione della permanenza a Sud di antichi riti dionisiaci sacrificali appena celati da credenze più rassicuranti.

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