Dossier Afghanistan – Craig Whitlock

Craig Whitlock
Dossier Afghanistan
Newton Compton, 2021
Recensione di Patrizia Debicke

Dossier Afghanistan è il racconto, basato su fatti precisi e testimonianze, di come tre presidenti degli Stati Uniti, e i loro capi militari, abbiano ingannato il mondo per venti lunghi anni per giustificare un conflitto infinito, costato oltre 2300 miliardi di dollari e 241.000 morti.
Un minuzioso dossier per la penna di Craig Whitlock, reporter del «Washington Post» e tre volte finalista al Premio Pulitzer.
Proprio come i Dossier del Pentagono hanno cambiato la visione del pubblico sulla guerra del Vietnam, Dossier Afghanistan contiene sorprendenti rivelazioni dalla viva voce di coloro che hanno avuto un ruolo indiretto nella guerra e si sono succeduti alla Casa Bianca e al Pentagono, per poi passare alle testimonianze delle persone, come i soldati e gli operatori umanitari, che operavano al fronte e stavano in prima linea.
Senza peli sulla lingua, la maggior parte degli intervistati ha dichiarato che purtroppo ben presto la droga e la corruzione hanno preso il sopravvento sui loro alleati nel governo afghano.
Il rapporto di Whitlock si basa soprattutto su interviste. Più di 1000 persone erano al corrente del fatto che il governo degli Stati Uniti offriva spesso al pubblico una versione distorta, e talvolta addirittura inventata, dei fatti afghani.
Attraverso prove documentali, scoperte attraverso il Washington Post, Craig Whitlock dimostra che il presidente Bush non conosceva il nome del suo comandante in Afghanistan e addirittura non gli interessava incontrarlo. Il suo segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, ha ammesso di non avere «nessuna idea su chi fossero i cattivi». Il suo successore, Robert Gates, poi rimasto in carica anche con Barack Obama, ha persino dichiarato in pubblico: «Non sapevamo nulla di al-Qaeda».
Insomma una dettagliata relazione sul “lungo inganno” della guerra più lunga d’America.
A differenza delle guerre in Vietnam e Iraq, l’invasione americana dell’Afghanistan nel 2001 aveva ottenuto un sostegno pubblico quasi unanime.
All’indomani dell’11 settembre 2001, gli obiettivi degli Stati Uniti e dell’Onu erano chiari: sconfiggere al-Qaeda e prevenire il ripetersi di attacchi terroristici. Tuttavia appena due anni dopo la rimozione dei Talebani dal potere, i funzionari statunitensi avevano perso di vista gli obiettivi iniziali della missione e avevano lasciato che l’esercito americano e i loro alleati fossero coinvolti in una guerriglia perenne, impossibile da vincere.
L’America infatti, forse distratta dalla faraonica guerra in Iraq che aveva richiesto un colossale impegno di truppe, in Afghanistan si era trovata impantanata in un conflitto scoordinato che non sapeva come combattere, in un paese che non conosceva e non capiva. Ma nessun presidente tra quelli eletti anche in seguito ha mai voluto, o forse potuto, ammettere il fallimento dei risultati militari, soprattutto perché la guerra era cominciata per una giusta causa.
Ragion per cui le amministrazioni Bush, Obama e Trump hanno inviato sempre più truppe in Afghanistan, continuando a parlare di progressi, di successi sul terreno, benché non ci fossero prospettive realistiche di arrivare a una vittoria.
Dossier Afghanistan non mira certo ad essere un resoconto esaustivo della guerra degli Stati Uniti in Afghanistan, né un resoconto ufficiale in grado di sviscerare le operazioni militari in combattimento. È, piuttosto, un tentativo di spiegare cosa sia andato storto in quella che definiremo la fallimentare operazione Afghanistan e perché tre presidenti e le loro amministrazioni abbiano voluto nascondere al mondo la verità. Un’omertosa noncuranza che ha permesso ai leader, militari e politici, di non assumersi responsabilità e di schivare quei necessari approfondimenti che forse avrebbero potuto cambiare il risultato del conflitto o almeno abbreviare la durata di un sanguinoso stillicidio di vite umane e denaro. Dal 2001 infatti più di 775 mila militari Usa sono stati impiegati in Afghanistan. Di questi 2.300 sono morti e oltre 20 mila sono rimasti feriti.
E invece hanno preferito mettere la testa sotto la sabbia, coprire i propri errori e lasciare che la guerra andasse alla deriva fino ad arrivare al forzoso ritiro corredato dall’attuale drammatico finale.

Craig Whitlock è un giornalista investigativo del «Washington Post». Si è occupato della guerra globale al terrorismo dal 2001 come corrispondente estero e specialista della sicurezza nazionale. Nel 2019 ha vinto il George Polk Award for Military Reporting, lo Scripps Howard Award for Investigative Reporting, l’Investigative Reporters and Editors Freedom of Information Award e il Robert F. Kennedy Journalism Award per la copertura giornalistica sulla guerra in Afghanistan. Tre volte finalista al Premio Pulitzer, vive a Silver Spring, nel Maryland.

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