Le ossa parlano – Antonio Manzini

Antonio Manzini
Le ossa parlano
Sellerio Palermo, 2022
Noir
Recensione di Valerio Calzolaio

Val d’Aosta e dintorni. Aprile 2014. Il vice questore Rocco Schiavone può ormai tornare al lavoro. Ha testimoniato al processo romano contro il primo dirigente di polizia Mastrodomenico, a capo della banda armata sulla quale aveva indagato nel 2007, poi nel 2012 responsabile del suo trasferimento in montagna (pur per giustificati motivi disciplinari); ha finalmente bruciato le scarpe e gli abiti della moglie Marina uccisa per gli sviluppi di quell’indagine, lei comunque continua ad apparirgli e a parlargli; ha venduto a un buon alto prezzo l’attico a Monteverde Vecchio, sente di non avere più davvero nessun legame con Roma; ha dormito in una stanza d’albergo a piazza Vittorio, “’sta città m’ha cacciato e a tornarci non vedo il motivo”; ha salutato con affetto gli amici d’infanzia Brizio e Furio, tutti e tre traditi da Sebastiano complice della banda. Al rientro scopre che Lupa ha partorito tre cuccioli ma viene subito coinvolto da una brutta storia: nei boschi vicino Saint-Nicolas (a una trentina di chilometri dal capoluogo) durante la passeggiata un ortopedico in pensione ha rinvenuto ossa umane, di bimbo. Chiamano subito vari esperti e l’antropologo forense di Torino offre un nome ai resti (finché non trovano quello vero): Pillo era alto un metro e 25 e doveva avere tra dieci e undici anni, si vede una vecchia frattura alla gamba sinistra, difficile dire da quanto è morto, forse nel 2008. Trovano pure una spilletta con lo stemma scudo di Capitan America e cominciano a fare ricerche fra gli scomparsi e i pedofili, domande in giro. Presto riusciranno a scoprire l’identità dell’ucciso, la spilla è di Mirko di Ivrea, quasi certamente strangolato, probabilmente violentato, tutta la squadra della Questura non se ne dà pace, bisogna trovare chi è stato. In tutti i modi. Rocco è la quinta volta che incappa nell’omicidio di un minore, non riesce a ignorare orrori malattie sangue lacrime, si concentra solo sull’indagine, con tanta pazienza e il solito acume (anche nel gestire i suoi uomini e donne).

Undicesimo godibilissimo romanzo letterario dell’eccelsa serie Schiavone per l’attore e regista di teatro Antonio Manzini (Roma, 1964), originale anche perché concepita come opera unica “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato diciannove mesi valdostani del suo personaggio romano, sempre con uno straordinario meritato successo (anche in televisione, strumento diverso e separato, a breve la quinta stagione). Qui il processo di desertificazione interiore (il continuo circuito di illusioni e delusioni) è confermato dal senso di solitudine amoroso ma affievolito dal totale disgusto e dalla fattiva rabbia verso il pedofilo assassino. “I fatti corrono, scivolano via come oggetti in una scarpata e vanno a finire in luoghi nascosti dove recuperarli è impossibile. Solo le parole, a volte, possono fermarne la corsa”, enunciate o lette o scritte. Tutto avviene in terza persona varia al passato (quasi sempre su Rocco), lo stile appare sempre curato e coerente fra commozione e sorriso, i dialoghi affiatati e divertenti, il titolo connesso alle vere attività del Labanof di Milano per i cadaveri senza nome (ancor più meritorie in relazione al naufragio di Lampedusa il 3 ottobre 2013), così sintetizzate dall’antropologo nel caso concreto: “Ossa luquuntur. Le ossa parlano. I denti… la tibia sinistra… l’osso ioide…”. Il protagonista non rinuncia a Loden e Clarks, si rattrista per Mirko ucciso e il figlio che non ha avuto, sottolinea alcune significative rotture di coglioni dell’ottavo livello: le rimpatriate fra colleghi (è tornata anche Caterina), ginnastica e sport, l’acquisto di un nuovo telefono. Tutti gli altri e le altre della squadra aggiornano propri casini e passioni: per esempio Italo le pericolose illegali truffe al poker o Michele la conquistata normalità del rapporto con Federico. Come sempre tanti libri nelle righe o fra di esse, tanti personaggi definiti dagli animali cui assomigliano. Segnalo il molto fico capo ufficio stampa del FAI a Milano che potrebbe aver conquistato la mamma di Gabriele: chi mai sarà? Whisky sì, se è vino queste volte bollicine oppure rosso. L’anatomopatologo Alberto Fumagalli è pure esperto di musica, considera Kikujiro di Joe Hisaishi in L’estate di Kikujiro una delle più belle colonne sonore di sempre e Atom Earth Mother dei Pink Floyd qualcosa di definitivo.

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