La pista (Le gialle di Valerio 244)

Anne Holt
La pista. La prima indagine di Selma Falck
Einaudi Torino, 2020
Traduzione di Margherita Podestà Heir
Noir

Oslo. Dicembre 2017. Selma Mariska Falck è allo sbando. Già atleta ai massimi livelli (due volte argento olimpico di pallamano), 1,78 per 68, poi ammirata avvocata di fama, uno dei volti più famosi della Norvegia, nominata nel 2015 donna più elegante del paese, appena compiuti 51 anni all’insaputa di tutti si è ridotta in un tugurio sul lastrico per ammanchi di gioco (sedici milioni di corone, dieci valgono circa un euro). Ha comunque perso marito, figli (un 19enne e una 23enne), casa e affari, si mantiene con qualche vizioso poker segreto ed è pure ormai da tempo fisiologicamente incapace di piangere. Intanto, un uomo è rinchiuso in una cella con una parete che si avvicina e rimpiccolisce sempre più le dimensioni della stanza, vorrebbe uccidersi ma non sa come fare, è claustrofobico e terrorizzato; mentre la famosa 23enne sciatrice di fondo della nazionale Hege Chin Morell è risultata inspiegabilmente positiva ai test antidoping, siamo alla vigilia delle Olimpiadi invernali di PyeongChang, un disastro. Per varie ragioni nessuno cerca l’uomo mentre tutti parlano della ragazza. E il 55enne potente ricchissimo padre impone a Selma una scommessa, visto che dedica la vita alla irreprensibile figlia e Selma aveva sottratto i soldi persi proprio a lui quando lo aveva come cliente (obbligata presto a restituirglieli, non si sa come, insieme all’abilitazione all’esercizio della professione e all’impegno assoluto di non giocare mai più): ora dovrebbe invece aiutare Hege prima che ci sia l’ultima selezione, ha tempo circa un mese e, se riesce a dimostrare il sabotaggio e a farla scagionare, non dovrà ridargli niente. Un’impresa quasi impossibile, tanto più che, poche ore dopo, il miglior fondista viene trovato morto e subito si scopre che probabilmente pure lui aveva assunto sostanze proibite. Sembra davvero che qualcuno sia seriamente intenzionato a diventare criminale e assassino.

L’ottima scrittrice norvegese Anne Holt (Larvik, 1958), laureata in legge, giornalista dal 1984, avvocato dal 1994, ministro della giustizia nel biennio 1996-97, ha pubblicato complessivamente circa una ventina di gialli. Abbandona qui (dopo dieci avventure) la serie Wilhelmsen, iniziata nel 1993, e segue un’altra pista, la nuova serie con una inedita spettacolare protagonista. Selma ha un unico vero amico, il puzzolente barbone Einar Falsen, residente da undici anni in più scatoloni, di dimensioni diverse, sparsi in quattro posti differenti di Oslo, nei quali patisce fame (spesso) e freddo (di rado). Era stato un poliziotto molto abile e intuitivo, aveva pure scritto il banale caotico L’Abc dell’investigatore, poi aveva ucciso un pessimo uomo (che se lo meritava, secondo loro), Selma lo aveva difeso ma lui aveva comunque scelto di abbandonare ogni interesse terreno e vagabondare, da tempo non parla più con nessuno (esclusa lei), dissociato ma presente. Che straordinaria coppia per risolvere misteri! La narrazione è in terza varia, inframezzata talora dalla sceneggiatura che sta redigendo l’uomo sornione che progetta misfatti. I personaggi tendenzialmente seriali sono presentati lentamente, via via che si dipana questa prima avvincente avventura, interessante anche per la descrizione dell’ambiente dello sci di fondo (in quel paese lo sport per antonomasia, primordiale, un’essenza identitaria che unisce radicali e razzisti), delle federazioni sportive (le “gang”) e del doping (combattuto con sistemi inaffidabili che non tutelano gli atleti). Un presuntuoso furbo intellettuale intruso di quel mondo aveva scritto nel 1985 un romanzo vendutissimo e premiatissimo intitolato “Piste dimenticate”, da cui il titolo anche di questo. E si ragiona tanto sui bugiardi, sul saper mentire e sulle varie infedeltà che richiedono tempo ed energie. Hege legge Elena Ferrante. Selma canticchia gli Abba e beve solo enormi quantità di Pepsi Max senza zucchero, Einar brandy. Però circola vino rosso. Da gustare.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… L’estate di Piera

Piera Degli Esposti e Giampaolo Simi
L’estate di Piera
Rizzoli, 2020

Con atmosfere e particolari che richiamano il grande Hitchcock di Paura in palcoscenico, del famosissimo La finestra sul cortile e del Sipario strappato, L’estate di Piera è una commedia nera dolceamara scritta dal duo Piera Degli Esposti e Giampaolo Simi, che racconta con intelligente ironia un complesso intrico di menzogne, istinti, reazioni e verità tanto tipico della razza umana.
Una storia in cui, fin dall’inizio, si sa esattamente cosa è successo e perché: è la versione più classica di quella che gli anglosassoni definiscono inverted-story, e cioè un crime in cui l’identità dell’omicida è subito dichiarata. Il successivo sviluppo pian piano arriverà a sondare la sua personalità, la sua psicologia, la capacità di arrangiarsi e le motivazioni morali del suo vissuto. Di come una leggerezza, un nonnulla, l’abbia trasformato prima in artefice e poi in vittima delle sue azioni. La storia poi racconterà il lato di chi ha scelto di indagare e vuole risolvere il mistero e incriminare il colpevole.
Infatti la protagonista della storia, contraltare dell’assassino, è Piera Drago, grande attrice e osannata icona del teatro italiano. Piera Drago è una donna forte, sicura e allergica alle convenzioni. Non ama la casta, i potenti, e sa bene quanto spesso il palcoscenico sia simile alle realtà. Infatti durante la recitazione si rappresenta la commedia umana: si ama, si odia, si tradisce e si arriva persino a uccidere. Tutto fa spettacolo… Poi ci si rialza e si va a salutare e ringraziare il pubblico, tanto era solo una finzione.
La grande attrice ha un preciso scopo: sfidare Shakespeare e mettere in scena la prima rappresentazione al femminile del Riccardo III in un teatro abbandonato e occupato da giovani. Opera mitica che i due scrittori trasformeranno quasi in un ossessivo tormentone che riuscirà a coinvolgere e plagiare anche Alex Riccomanno, l’assassino.

Un percorso narrativo a due in una Roma bollente, soffocata nella speranza di una pioggia rigeneratrice, che parte dal Sushi Bar, un locale di Piazza Navona. Alex, quarantenne assistente sottopagato di un senatore, viene abbordato da Chiara. Bella bruna disinibita, bevono insieme, si fanno una striscia di neve. Per Alex, da solo a Roma ma da anni fidanzato con Elisabetta, che ogni settimana lo raggiunge dal paesino in Toscana, è un’occasione da prendere al volo. La ragazza Chiara, è molto disponibile, lo precede per le scale del bed&breakfast dove lei alloggia e nessuno li vede entrare. Chiusa la porta della camera, con la droga che lo fa sentire un leone, Alex sbrocca. Va forte, troppo forte, esagera e alla fine Chiara cade a terra. La scuote ma niente da fare… è morta. E ora? Alex è nei guai, deve fare qualcosa. Si agita freneticamente, comincia a cancellare ogni traccia. Per fortuna il cellulare della ragazza è spento. Bisogna distruggerlo e far sparire il corpo.
È notte fonda ormai, ma l’afa non fa respirare l’attrice Piera Drago. Il pensiero del suo progetto teatrale, interpretare il Riccardo III, la spinge a cercare frescura affacciandosi alla finestra del suo bell’appartamento al quarto piano che guarda sul cortile del vecchio Palazzo del Governo. Negli ultimi vent’anni Piera ha assistito con dispiacere al progressivo sfacelo del cortile, abbandonato alle erbacce, con il porticato trasformato in un laido rifugio clandestino, fino a quando steccati e blocchi di cemento ne hanno certificato la chiusura e poi l’abbandono. Con la luna piena, un uniforme chiarore le consente di distinguere un’ombra che trascina qualcosa, poi alza la grata del pozzo, solleva un grosso sacco nero e infine, dopo averlo faticosamente lasciato cadere, si dilegua… Quella fortuita visione la convince di aver assistito a qualcosa di terribile. Un delitto? Probabile, anzi Piera ne è talmente sicura da farsi accompagnare da Dolores, sua scettica ma solerte collaboratrice, alla polizia e sporgere denuncia. All’inizio, ad affiancarla nella macchinosa indagine destinata a trasformarsi in un duello psicologico con l’assassino, ci sarà solo l’ispettore Grossmeier, poliziotto di Bolzano arrivato da poco nella Capitale, che per di più parla male l’italiano. Grossmeier, che mal si confronta con l’indolenza e la mancanza di puntualità romana, diventerà l’insostituibile spalla dell’attrice. Ma sarà solo grazie a lei che, andando a spulciare tra il viavai dei clienti del B&B al primo piano del palazzo, potrà finalmente indirizzare le indagini nella giusta direzione e risolvere il mistero della morta buttata nel pozzo.

Una trama originalissima, avvolgente e affascinante in cui la seduzione del male, la politica e i sogni si trasformano nella scivolosa e pericolosa china che porterà Alex Riccomanno al suo epilogo. Uomo ossessionato dalle lusinghe del potere, pieno di contraddizioni umane, continuerà a rivivere il dramma dentro di sé. Si sente un personaggio unico, artefice e conduttore dei giochi, in un tetro noir che ha sullo sfondo un Riccardo III di Shakespeare al femminile, che diventerà per lui una vera e propria ossessione. E che trascinerà anche lui, inesorabilmente, in fondo al pozzo, come la sua vittima.

Piera Degli Esposti è la più importante attrice italiana. Ha lavorato con Antonio Calenda, Giancarlo Cobelli e Ida Bassignano nel teatro, i fratelli Taviani, Pier Paolo Pasolini, Lina Wertmüller e Giuseppe Tornatore nel cinema, Riccardo Milani e Giacomo Campiotti in tv. Più volte in cinquina, vince il David di Donatello per L’ora di religione di Marco Bellocchio e Il divo di Paolo Sorrentino. Nel 1980 ha collaborato con Dacia Maraini al libro Storia di Piera, ispirato ai fatti della sua infanzia, da cui nel 1983 è stato tratto il film omonimo diretto da Marco Ferreri.
Giampaolo Simi è scrittore e sceneggiatore. I suoi libri hanno ricevuto vari premi e sono stati tradotti in Francia (nella «Série noire» di Gallimard e presso Sonatine) e in Germania (Bertelsmann). Ha pubblicato tra l’altro Cosa resta di noi (Premio Scerbanenco 2015), La ragazza sbagliata (2017) e I giorni del giudizio (2019).

Vittima numero 2117 (Le gialle di Valerio 243)

Jussi Adler-Olsen
Vittima numero 2117
Marsilio Venezia, 2020 (orig. 2019)
Traduzione di Maria Valeria D’Avino ed Eva Valvo
Noir

Copenaghen, Barcellona, Nicosia e varie città tedesche. Settimane di fine 2018 (da ultimo). Nella capitale catalana il 33enne Joan Aiguader medita il suicidio, non riesce a sfondare da giornalista, è ricco di creditori, vede sull’enorme display digitale installato dal comune che il numero dei profughi annegati nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno ha appena raggiunto 2080 e stanno aggiornandolo con i corpi restituiti dalle onde quella mattina a Cipro. Ruba un po’ di soldi alla ignara ex e corre a prendere l’aereo. Sulla spiaggia di Avia Napa ce ne sono altri 36 e lui è particolarmente colpito da quello di una donna anziana, vittima numero 2117. Vi scrive sopra un pezzo, il migliore mai scritto, e l’Hores del dia il giorno dopo lo pubblica, solo che viene subito fuori da tutte le testate internazionali che quella signora era stata pugnalata sul barcone prima del naufragio, il giornale gli concede cinquemila euro e quindici giorni per andare a fondo della storia. La sua vita è così destinata a essere stravolta. Nella capitale danese il 53enne Carl Mørck e i suoi assistenti della sezione Q fanno la solita insolita vita, un loro collega più anziano è deceduto nell’ospedale dove era ricoverato. Si tratta di Lars Bjørn, lui e il compianto fratello Jess mentori di Assad, ex rifugiato dall’Iraq e ormai il collega più amato da Carl. Nessuno di loro sa (ancora) che il concittadino ragazzino Alexander, vittima di bulli e da mesi chiuso in camera nel suo mondo virtuale, ha letto un articolo su quella donna uccisa e ha deciso di vendicarla, farà una strage di ipocriti e indifferenti, dentro e fuori casa quando arriverà all’uccisione 2117 del gioco di cui è campione, Kill Sublime (è già a 1970 vittorie). Assad ha un secondo trauma in poche ore, conosceva l’anziana senza vita sulla spiaggia, decenni prima era stata una specie di madrina in Siria, non ha mai raccontato agli altri la sua vita precedente e intuisce che il trucido terrorista assassino ha due veri obiettivi d’odio: un attentato terrificante in Europa e lui stesso.

Il grande scrittore danese Carl Valdemar Jussi Henry Adler-Olsen (Copenaghen, 1950) è giunto all’ottava avventura della nuova avvincente serie (2007-2019), affronta qui con sensibilità e acume il dramma dei regimi mesopotamici, delle migrazioni forzate, del terrorismo fondamentalista, delle crisi psicotiche adolescenziali occidentali in un’unica trama ben congegnata. Il titolo ruota intorno al numero che intreccia tempi e luoghi. La narrazione è al passato in terza varia, su buoni e cattivi, comprimari e comparse assurti a protagonisti. Lo stile è secco, talora rudimentale, non lirico, coerente con vicende e pensieri terribili. Il tramite principale questa volta è una figura importante delle avventure precedenti, lo conoscevano e conoscevamo come Assad, in realtà è Zaid al-Asadi, ha una moglie e tre figli (due donne) prigioniere che non vede da tempo immemorabile (il più piccolo mai incontrato), non sapeva nemmeno che fine avessero fatto, le ha forse riconosciute vive nella foto accanto al cadavere della madrina fra i profughi morti a Cipro. Lentamente il culmine dell’azione si sposta in Germania dove stanno convergendo i terroristi e, in vario modo, tutte le parti in causa; mentre parte della sezione Q (il mitico Carl si sforza di essere ubiquo) rincorre i deliri omicidi (con la spada da samurai) di Alexander. I 61 capitoli sono intitolati ai vari personaggi che si alternano, alcuni ripercorrendo storie risalenti a decenni prima, e scandiscono il countdown verso l’epilogo del giorno 0. Al ricevimento dopo il funerale del giorno 10 Carl afferra un’intera bottiglia di rosso e sparisce con lei. Il giorno dopo si rimpinza di tavolette di Ritter Sport. Cosa non si fa per sopravvivere!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Sa morte secada

Nicola Verde
Sa morte secada
Fratelli Frilli, 2020
In libreria il 2 giugno

Sul finire degli anni Sessanta, il maresciallo dei carabinieri Carmine Dioguardi viene mandato a prestare servizio a Bonela, paesino di una Sardegna in piena trasformazione economica dove il nuovo, vale a dire la costruzione di una moderna fabbrica, deve trovare il modo di convivere con una civiltà risalente ai nuraghi. Sono gli anni in cui questa terra era considerata ancora selvaggia e fuori del mondo, ma sono anche gli anni di grandi mutamenti sociali ed epocali. Carmine Dioguardi, uso ad ubbidir tacendo, ha accettato il trasferimento di buon grado ma lo considera incomprensibile e immagina sia dovuto a un mero errore burocratico ai piani alti del Ministero. Da qui la iniziale sensazione di provvisorietà con la quale, già dal suo sbarco sull’isola, si accosterà a questo “mondo antichissimo eppure nuovo”. Con lui a Bonola è arrivata Ines, sua moglie. La coppia, che si avvicina alla mezz’età, non ha figli ma questa mancanza, invece di inasprirli, ha forse maggiormente rinsaldato il reciproco legame di affetto. Ines è la compagna, amica e confidente, placida colonna portante di un felice matrimonio. Con la sua presenza riesce persino a far sentire a casa Dioguardi, che si sente mal trapiantato in una terra dove si parla una lingua che non capisce, della quale ancora non conosce gli usi e i costumi. Si confronta con una splendida ma ambigua Sardegna, dura di scorza, ma sincera, che vorrebbe restare selvaggia e invece è costretta a subire il tallone della modernità rappresentato dalle installazioni della petrolchimica in costruzione. Una Sardegna ancora superstiziosa, oscura, che si sente oltraggiata e perciò potrebbe farsi violenta.
Presto un efferato omicidio sconvolge la tranquilla vita di Bonela. Il cadavere del piccolo Cosimo Frau, di soli quattro anni, viene trovato sopra un idolo dell’età nuragica, quasi si trattasse di un orrendo rituale magico. Il cadaverino del bambino, ucciso con una pietra e mezzo spolpato dagli animali selvatici, è stato ritrovato a Fardighei, dove già tanto tempo prima era stata abbandonata, a mo’ di sacrificio al fiume, una testa umana. Cosimo era figlio di Natalia Frau, una bella ragazza del paese, violentata da adolescente, che si è trasferita a Sassari, dove si mantiene prostituendosi. Il bimbo era affidato alla sorella maggiore Costantina, che da giorni ne aveva denunciato la scomparsa. Cosimo era figlio del peccato. In paese si mormorava che fosse addirittura figlio del preide Bertula, il parroco di Bonela, un brutto tipo “che ama il latte d’asina” e pratica l’usura. Un prete pieno di nemici di cui tutti hanno paura. Per saperne di più su quel barbaro omicidio, Carmine Dioguardi, il “forestiero”, si incaponisce, incontra persino il temuto bandito Farore e va fino a Sassari a interrogare l’amore giovanile di Natalia, che da anni si è trasformato nel suo cane da guardia. Le sue indagini si scontrano e si mischiano con le farneticazioni di Costantina, nel tentativo di andare “finzas a sa morte secada”, cioè fino a tagliare la morte, fino in fondo, e arrivare a capire quanto può diventare profonda l’insondabile e animalesca follia della mente umana.
Sa morte secada è un giallo a tinte noir, con un terribile delitto, immerso nel difficile ambiente di una Sardegna silenziosa, omertosa, capace di custodire brutti segreti, seguito dalle difficili ricerche per individuare il colpevole. E il comandante della stazione dei carabinieri, il maresciallo, dovrà imparare sbagliando a individuare il cammino della verità di una spaventosa tragedia.
Ripubblicare un romanzo pone davanti a un bivio. Sa morte secada era uscito la prima volta nel 2004, ben sedici anni fa. Se da una parte l’autore ha la soddisfazione di ripresentare un romanzo di successo a un nuovo pubblico, più giovane, più maturo, più interessato o comunque diverso, dall’altra deve affrontare il rischio di essere giudicato non più in grado di dire o scrivere altro. Non è il caso di Nicola Verde, e comunque non si può e non di deve mai rinunciare a riproporre qualcosa che si ritiene buono.
Negli ultimi anni gli editori ci hanno abituato alla strategia consumistica di bruciare ciò che pubblicano nello spazio di una stagione, decretando la rapida scomparsa non solo della (troppa) roba messa in circolazione per motivi di marketing, ma anche di ottimo materiale che, magari, non è riuscito a emergere nelle vetrine o sui banchi delle librerie.
Nessuno mi leva dalla testa che certi libri, meritatamente considerati grandi capolavori del passato, ai nostri giorni, senza un marketing adeguato o smisurate spinte economiche alle spalle, non avrebbero retto alla minacciosa sfida delle classifiche e magari sarebbero finiti nel dimenticatoio.
Grazie a Nicola Verde e al suo editore Frilli per aver permesso il ritorno in libreria di Sa morte secada, un romanzo raffinato che cattura fin dalla prima pagina ed esce ancora oggi decorato dalla prefazione dell’indimenticabile Luigi Bernardi

Nicola Verde è nato a Succivo (CE) l’1/3/51, è sposato e ha un figlio. Attualmente vive a Roma. Vincitore di alcuni prestigiosi premi dedicati al giallo, alla fantascienza e al fantastico, è presente in numerosissime antologie (Giallo Mondadori, Hobby & Work, Del Vecchio, Perdisa, Dario Flaccovio, Robin, Delos ecc.).

Io sono il castigo (Le gialle di Valerio 242)

Giancarlo De Cataldo
Io sono il castigo. Un caso per Manrico Spinori
Einaudi, 2020
Giallo

Roma. Novembre 2019. Il melomane sostituto procuratore della repubblica di Roma Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Rick Contino Spinori della Rocca dei conti di Albis e Santa Gioconda sta godendosi un calice di vino nel foyer del Teatro Costanzi, è appena finito il secondo atto della Tosca (col cadavere caldo di Scarpia), ma il cellulare vibra, lui è di turno, legge il messaggio e prende rapidamente un taxi per raggiungere la scena di un decesso cruento. Trova il cadavere di un personaggio famoso vittima di un incidente stradale sul tratto discendente di via delle Fornaci dal Gianicolo verso San Pietro, era a bordo ma non guidava una Iso Rivolta Fidia del 1973, notevole macchina d’epoca, roba costosa da collezionisti. Un testimone oculare aveva avvertito un botto e poi un urlo, l’auto schiantata sulle antiche mura, il passeggero senza cintura sbalzato dall’abitacolo, l’autista coperto di detriti e sangue uscito dallo sportello accartocciato. Spinori si fa portare dalla macchina di servizio all’ospedale Santo Spirito, dove era stato ricoverato il conducente, Gilberto Mangili, tuttofare del testaccino signor Stefano Diotallevi, in arte Mario Brans o Ciuffo d’Oro, settantaquattro anni, cantante pop nei Sessanta, poi bravo e sincero intrattenitore nel mondo dello spettacolo, ancora molto attivo come produttore discografico e conduttore televisivo, sempre donnaiolo. Sembra non ci sia molto da indagare, finché presto non viene fuori che qualcuno aveva tagliato il tubo che porta il liquido ai freni, la Fidia era stata sabotata, si tratta di un omicidio e bisogna scovare chi e perché ha ucciso. Nello stendere la lista di potenziali nemici (interessati ai soldi o illuse esordienti, “priffe o pelo”) si capisce che i nomi non mancano, Diotallevi aveva il vizio delle ninfette, era moralista e strafatto, al limite il colpevole poteva essere provvisto di coscienza. Tutti gli investigatori hanno altre beghe: Spinori una madre 76enne un po’ svampita, il bel figlio Alex aspirante musicista e Maria Giulia Lodi, una nuova affascinante conoscenza femminile, alta e mora, informatica.

“Ho cercato a lungo un personaggio che potesse tenermi compagnia per molti libri. Ora l’ho trovato”, spiega nella fascetta gialla il bravo magistrato e grande scrittore Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956). L’autore non è un melomane di gioventù (ben conosce Cohen e Zappa), a un certo punto ha riscoperto l’impatto emozionante con l’opera lirica, che gli ha scombussolato la vita e, ora, anche l’identità letteraria. Manrico (dal “Trovatore”) è un gran bel personaggio, perfetto per mescolare l’esperienza professionale e la passione musicale di De Cataldo con due differenti generi narrativi. Il credo è rigoroso: “non esiste esperienza umana – delitto incluso – che non sia già stata raccontata da un’opera lirica. Bisogna individuarla. E rimettere al centro della scena il melodramma della realtà”. Si comincia con due cadaveri, così, come da copione giallo. Seguono tutti i riti dell’indagine, sia letterari che istituzionali. Uno degli investigatori, però, ovvero il garantista protagonista, è concentrato sulla ricerca dell’opera (lirica) giusta di riferimento per quel caso reale, altrimenti non tutto potrà tornare. Ecco perché mantiene sempre la calma e ha una prodigiosa statistica di successi. Certo, l’unica altra fonte potrebbe essere Shakespeare (peraltro molto musicato da Verdi), qui comunque siamo soprattutto fra melomani che si fanno l’occhiolino, anche se il godimento è per tutti, rockettari compresi, basta avere il piacere di intrattenersi con letture intelligenti. La narrazione è in terza fissa al passato, con toni divertiti e romaneschi. Il titolo è tratto dal “Rigoletto”, ma ho contato almeno altre dieci opere esplicitamente citate con simpatia e arguzia, musiche e libretti di tanti. Spinori non è De Cataldo, è sì gentiluomo ma per antiche origini nobiliari (ricche e ora dilapidate), è sì affascinante e godereccio ma separato e frivolo, è sì immerso in turbinanti storie di vita ma ha una madre ancora ludopatica, non scrive capolavori e altri romanzi ma ha un autore che si fa il verso per suo tramite (pure descrivendolo alto e bello). Vero è che i punti di vista di entrambi sul lavoro giudiziario a piazzale Clodio tendono ad assomigliarsi (anche sulle intercettazioni invadenti e sui vizi mediatici), non può che diventare uno splendido personaggio seriale mite e ironico, contornato da una variegata squadra di donne, tre poliziotte, la gentile coordinatrice Vitale, la bassa sarda Orru, la nuova bella “fascista” Cianchetti, e l’efficiente segretaria Brunella. Un goccio di Sancerre per addolcire la pillola, bollicine per festeggiare. Whisky torbato (e non rum) col cioccolato fondente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)