Io sono il castigo (Le gialle di Valerio 242)

Giancarlo De Cataldo
Io sono il castigo. Un caso per Manrico Spinori
Einaudi, 2020
Giallo

Roma. Novembre 2019. Il melomane sostituto procuratore della repubblica di Roma Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Rick Contino Spinori della Rocca dei conti di Albis e Santa Gioconda sta godendosi un calice di vino nel foyer del Teatro Costanzi, è appena finito il secondo atto della Tosca (col cadavere caldo di Scarpia), ma il cellulare vibra, lui è di turno, legge il messaggio e prende rapidamente un taxi per raggiungere la scena di un decesso cruento. Trova il cadavere di un personaggio famoso vittima di un incidente stradale sul tratto discendente di via delle Fornaci dal Gianicolo verso San Pietro, era a bordo ma non guidava una Iso Rivolta Fidia del 1973, notevole macchina d’epoca, roba costosa da collezionisti. Un testimone oculare aveva avvertito un botto e poi un urlo, l’auto schiantata sulle antiche mura, il passeggero senza cintura sbalzato dall’abitacolo, l’autista coperto di detriti e sangue uscito dallo sportello accartocciato. Spinori si fa portare dalla macchina di servizio all’ospedale Santo Spirito, dove era stato ricoverato il conducente, Gilberto Mangili, tuttofare del testaccino signor Stefano Diotallevi, in arte Mario Brans o Ciuffo d’Oro, settantaquattro anni, cantante pop nei Sessanta, poi bravo e sincero intrattenitore nel mondo dello spettacolo, ancora molto attivo come produttore discografico e conduttore televisivo, sempre donnaiolo. Sembra non ci sia molto da indagare, finché presto non viene fuori che qualcuno aveva tagliato il tubo che porta il liquido ai freni, la Fidia era stata sabotata, si tratta di un omicidio e bisogna scovare chi e perché ha ucciso. Nello stendere la lista di potenziali nemici (interessati ai soldi o illuse esordienti, “priffe o pelo”) si capisce che i nomi non mancano, Diotallevi aveva il vizio delle ninfette, era moralista e strafatto, al limite il colpevole poteva essere provvisto di coscienza. Tutti gli investigatori hanno altre beghe: Spinori una madre 76enne un po’ svampita, il bel figlio Alex aspirante musicista e Maria Giulia Lodi, una nuova affascinante conoscenza femminile, alta e mora, informatica.

“Ho cercato a lungo un personaggio che potesse tenermi compagnia per molti libri. Ora l’ho trovato”, spiega nella fascetta gialla il bravo magistrato e grande scrittore Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956). L’autore non è un melomane di gioventù (ben conosce Cohen e Zappa), a un certo punto ha riscoperto l’impatto emozionante con l’opera lirica, che gli ha scombussolato la vita e, ora, anche l’identità letteraria. Manrico (dal “Trovatore”) è un gran bel personaggio, perfetto per mescolare l’esperienza professionale e la passione musicale di De Cataldo con due differenti generi narrativi. Il credo è rigoroso: “non esiste esperienza umana – delitto incluso – che non sia già stata raccontata da un’opera lirica. Bisogna individuarla. E rimettere al centro della scena il melodramma della realtà”. Si comincia con due cadaveri, così, come da copione giallo. Seguono tutti i riti dell’indagine, sia letterari che istituzionali. Uno degli investigatori, però, ovvero il garantista protagonista, è concentrato sulla ricerca dell’opera (lirica) giusta di riferimento per quel caso reale, altrimenti non tutto potrà tornare. Ecco perché mantiene sempre la calma e ha una prodigiosa statistica di successi. Certo, l’unica altra fonte potrebbe essere Shakespeare (peraltro molto musicato da Verdi), qui comunque siamo soprattutto fra melomani che si fanno l’occhiolino, anche se il godimento è per tutti, rockettari compresi, basta avere il piacere di intrattenersi con letture intelligenti. La narrazione è in terza fissa al passato, con toni divertiti e romaneschi. Il titolo è tratto dal “Rigoletto”, ma ho contato almeno altre dieci opere esplicitamente citate con simpatia e arguzia, musiche e libretti di tanti. Spinori non è De Cataldo, è sì gentiluomo ma per antiche origini nobiliari (ricche e ora dilapidate), è sì affascinante e godereccio ma separato e frivolo, è sì immerso in turbinanti storie di vita ma ha una madre ancora ludopatica, non scrive capolavori e altri romanzi ma ha un autore che si fa il verso per suo tramite (pure descrivendolo alto e bello). Vero è che i punti di vista di entrambi sul lavoro giudiziario a piazzale Clodio tendono ad assomigliarsi (anche sulle intercettazioni invadenti e sui vizi mediatici), non può che diventare uno splendido personaggio seriale mite e ironico, contornato da una variegata squadra di donne, tre poliziotte, la gentile coordinatrice Vitale, la bassa sarda Orru, la nuova bella “fascista” Cianchetti, e l’efficiente segretaria Brunella. Un goccio di Sancerre per addolcire la pillola, bollicine per festeggiare. Whisky torbato (e non rum) col cioccolato fondente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2020

Per ora ci siamo salvati…

La signora del martedì di Massimo Carlotto, edizioni e/o 2020.
Primo personaggio l’attore porno e gigolò Bonamente Fanzago. A quarantun anni si deve difendere con le unghie e con i denti dalla concorrenza. Ovvero dai negri che sono meglio equipaggiati (in quel senso). Già colpito da un ictus prende delle medicine che lo buttano giù e ha una sola cliente, la signora del martedì (secondo personaggio) che regolarmente viene a visitarlo nel suo letto proprio in quel giorno della settimana dalle quindici alle sedici alla pensione Lisbona. Solo che, dopo un po’, si innamora di lei entrando in depressione. Inizio scoppiettante, nel senso della scrittura veloce e ironica che ha facile presa sul lettore e l’avrà sino alla fine.
Terzo personaggio il proprietario della suddetta pensione signor Alfredo Guastini, un ultrasessantenne travestito che si traveste, appunto, da donna, amico sincero di Bonamente e innamorato del professor Federico Bassi. Fino a quando… fino a quando il suddetto Bassi deve rinunciare agli incontri per via dei figlioli. E allora, unico suo scopo, quello di aiutare l’amico e difenderlo dalla signora del martedì…
La signora del martedì, dicevo, Alfonsina Malacrida, accusata ingiustamente dal commissario Michele Pagano dell’uccisione dell’avvocato Tommaso Fontana per averlo travolto con la macchina. Sua triste, desolante storia. Assolta, condannata, di nuovo assolta e di nuovo condannata a suo tempo per l’uccisione dell’amante quando era conosciuta con il nome di Nanà. Al momento della nuova accusa scrive libri per bambini sotto pseudonimo, inventa fiabe ma si porta dietro il marchio infamante dell’assassina. Aveva incontrato l’avvocato Fontana che si era presa cura di lei, erano andati a vivere insieme e diventati amici, veramente amici, non amanti. E ora, oltraggiata anche dai social, non le resta altro che “rannicchiarsi su se stessa”.
Non manca il classico giornalista nelle vesti di Pietro Maria Belli che ce l’ha fina con la sopracitata “Alfonsina Malacrida, la cagna, puttana e spacciatrice ora scrittrice di fiabe di successo” perché, secondo lui, non ha pagato abbastanza. È venuto il momento “di chiudere i conti”. Si mette quindi a indagare per questa sua sciagurata ossessione.
Una storia che lascia in secondo piano la parte squisitamente poliziesca per mettere al centro il sesso, la passione, l’amore, l’amicizia, i rimpianti e i pianti. Tutti a cercare conforto in qualcosa, in qualcuno, dentro situazioni ormai sfilacciate, dentro matrimoni falliti dove non c’è possibilità di separarsi anche per questioni economiche, dove a una gioia può contrapporsi un dolore. Si parte con il sesso e si finisce per rimanere aggrappati alle variegate maglie del Sentimento (con la esse maiuscola) che diventa il vero, più forte personaggio. E se si viene accusati, seppure innocenti, non c’è scampo, si verrà sicuramente messi alla gogna dai moderni mezzi di comunicazione. Ma, in fondo, potrebbe arrivare sempre qualcuno ad aiutarci. Qualcuno che calzi, magari, in questo caso, degli stivali texani a noi piuttosto conosciuti…
Ah la vita, la vita!

I cerchi nell’acqua di Alessandro Robecchi, Sellerio 2020.
Milano, settembre 2020. “Il sovrintendente Ghezzi è già una sagoma che si allontana, il passo svelto, imbocca il vialone che va verso Porta Garibaldi, una figurina in marcia verso i grattacieli, illuminata da lampioni e fari in movimento, da luci bianche che tagliano tutto con righe dritte, spigoli nella notte”. È appena uscito dalla casa del bellimbusto, ricco e viziato autore televisivo Carlo Monterossi, personaggio principale di diverse inchieste dell’autore, a cui ha raccontato un paio di storie che hanno coinvolto lui stesso e l’amico poliziotto Carella.
Che cosa era successo? Qualche settimana prima una visita inaspettata della prostituta Franca (fossette, fossette…) dopo addirittura trent’anni, la donna di un certo Salina Pietro, ladro di professione, praticamente il suo primo arresto. Ora è sparito da più di una settimana e la “vecchia amica” chiede il suo aiuto per ritrovarlo. Allo stesso tempo il vicequestore Gregori vuole capire che cosa frulla nella testa di Pasquale Carella che gli ha chiesto, cosa mai avvenuta prima, un bel po’ di giorni di vacanza. E non è tutto. Sta frequentando locali notturni poco raccomandabili, gioca grosse somme ai tavoli del Giambellino e gira su auto lussuose. Qualcosa non quadra… Carella è coinvolto dentro un fatto personale, un vecchio conto da regolare con un energumeno magnaccia che diversi anni prima ha mandato all’ospedale una ragazza diventata sua amica. A ciò si aggiunga il clamoroso fatto del giorno, ovvero l’inspiegabile delitto dell’antiquario incensurato Amedeo Crodi, trovato morto a furor di botte nel suo magazzino-laboratorio senza che siano stati portati via denaro e ricchi oggetti.
I due si ritroveranno insieme. Diversi. Tarcisio Ghezzi “poco meno di sessant’anni, poco più di ottantaquattro chili”, prende i malviventi e li porta dal magistrato. Fine. Pasquale Carella, invece, completamente acceso da sacro furore, è disposto a tutto. Proprio a tutto. “Carella cerca ogni balordo come se gli avesse scopato la fidanzata”. Due casi paralleli che finiranno per convogliare in un’unica indagine.
Praticamente un intreccio di giallo classico, di investigazione con i soliti dubbi e tormenti personali e di giallo d’azione alla maniera hard boiled americana dove non mancano minacce, violenza, scontri, sparatorie in una Milano feroce “tra bar, la mala, strozzinaggio, i gironi infernali di spacciatori, trafficanti, truffatori, uomini di fiducia, boss, galoppini”.
I cerchi nell’acqua del titolo rappresentano “una scia di dolore che non è possibile calcolare. Il sassolino nell’acqua ferma produce un cerchio, poi un altro, poi un altro, i cerchi si allargano. Il morto è morto, cazzi suoi, ma il dolore per la sua morte si contagia come una brutta scabbia”. Tra una pausa e l’altra, come sottofondo in casa di Carlo Monterossi, la canzone Memphis in June di Nina Simone.
La scrittura fila via liscia che è un piacere attraverso il volteggiare sinuoso delle parole che si muovono quasi motu proprio intorno ai tratti somatici, agli umori, ai sentimenti dell’animo, ai ricordi, ai momenti di brutale ferocia. Leggerezza, ritmo, che non vuol dire faciloneria espressiva. È la forza di una concatenazione verbale in continuo movimento senza perdere in profondità.

L’abate nero di Edgar Wallace, Il Giallo Mondadori 2020.
Mettiamo subito un po’ d’ordine. Intanto siamo al castello di Fossaway nel villaggio di Chelfordbury nel Sussex. Qui vivono il conte lord Harry Alford, proprietario della tenuta, e il fratello Richard (Dick) suo reale amministratore, entrambi innamorati della stessa ragazza Leslie Gine, al momento fidanzata di Harry. Poi abbiamo Arthur Gine, avvocato, fratello e tutore di Leslie, che sta prosciugando tutto il suo patrimonio con i debiti di gioco ed è costretto a chiedere aiuto al suo capufficio Fabran Gilder, anche lui innamorato di Leslie. Dunque tre uomini che girano intorno a una ragazza che sembra propendere, sin dall’inizio, verso Dick. E un certo Thomas Luck, il domestico della famiglia, con un passato piuttosto oscuro alle spalle…
A complicare la situazione abbiamo un tesoro che un avo degli Alford avrebbe nascosto da qualche parte e che Harry ricerca incessantemente studiando vecchi documenti, ovvero mille verghe d’oro e una mitica ampolla contenente l’elisir di lunga vita risalente, addirittura, al tempo degli aztechi. Alla sua ricerca partecipa anche Mary Wenner, l’ex segretaria di Harry, cacciata da Dick perché sospettata di voler sposare il fratello solo per interesse.
A tutto ciò si aggiunge il fatto più inquietante della storia, la maledizione dell’abate di Chelfordbury che nel medioevo era stato ucciso su ordine del secondo conte. Ed ora sembra ricomparso, come fantasma, tra le rovine dell’antica abbazia a suscitare terrore…
Il sergente Puttler arriva a pagina novantatré. Alto, magro, sulla quarantina, la fronte bassa, il labbro superiore stirato e lungo, le braccia che quasi raggiungono le ginocchia. Insomma una specie di scimmia. Chiamato da Dick proprio per avere un aiuto in un momento piuttosto difficile, anche se al fratello è stato presentato come un valutatore della sua tenuta, ma non avrà quel peso nella storia che ci si potrebbe aspettare. Intanto viene fuori un omicidio e la sparizione della stessa Leslie. Dove sarà? Qualcuno l’avrà rapita?…
Tutto gira intorno al tesoro, all’ampolla della vita eterna, al misterioso abate nero (Chi è? Perché appare solo in certi momenti?), al denaro e ai sentimenti d’amore contrastanti che provocano scontri tra alcuni personaggi. E poi il buio, la pioggia, la nebbia, la paura, la pazzia, urla, sinistre apparizioni, sotterranei, cunicoli che mettono brividi. Scrittura veloce, capitoletti brevi, brevissimi con continui colpi di scena, una commistione di giallo, gotico, rosa che fila via spedito fino all’ultima riga.
Per I racconti del giallo abbiamo Nel Brunello c’è il tranello di Fiammetta Rossi e Melania Soriani.
Montapicino 2018. Morte del cavaliere Sigismondo Brogi, proprietario di una vigna. Sembra una morte normale per infarto ma c’è qualcuno che non ci crede e allora il maresciallo Ivana Proietti è costretta ad indagare. Saltano subito agli occhi diversi sospettati ed è sparita una boccetta di calcio gluconato, la medicina giornaliera del defunto, proprio quella del lunedì, il giorno della sua dipartita. Poi c’è pure il fatto che il Brunello di Montapicino non è DOC… e allora basta la classica riunione finale per chiudere il caso. Con un gradito invito per la nostra Ivana…

Morte a corte di Rhys Bowen, Il Giallo Mondadori 2020.
Questa volta la quarta di copertina viene a fagiolo per introdurre la storia: “Lady Georgiana Rannoch è a corto di soldi. Pur essendo trentacinquesima nella linea di successione al trono britannico, è costretta a lavorare per guadagnarsi da vivere. Tuttavia non può accettare lavori tali da mettere in imbarazzo la Corona, che d’altra parte non le offre alcun sostegno finanziario. Un’occasione irrinunciabile le si presenta quando il principe Giorgio, quarto figlio del re, abituato alla bella vita e oggetto di pettegolezzi non proprio edificanti, si appresta a convolare a nozze con la principessa Marina di Grecia. Nientemeno che la regina in persona ingaggia lady Georgiana come dama di compagnia della promessa sposa. Tra i suoi compiti, aiutare la principessa ad ambientarsi nell’alta società londinese, portarla a fare acquisti o a teatro, e magari smentire qualunque maldicenza sul futuro marito. Il tutto complicato dal fatto che Kensington Palace, la residenza assegnata alla titolata ospite, risulta popolato da entità soprannaturali…”
Ecco il punto. E la nostra lady, che racconta la storia in prima persona, se ne rende conto quando vede una donna con un lungo abito bianco attraversare un’arcata che porta a un corridoio come se scivolasse senza far rumore. E lì sparire. La cosa si ripete più avanti quando scorge ancora qualcosa di bianco steso sotto la torre dell’orologio. Solo che questa volta non si tratta di un fantasma (si credeva fosse quello della Principessa Sofia) ma di un morto, più precisamente di una morta soffocata dopo avere sorseggiato un whisky con Veronal (lo si scoprirà in seguito), ovvero Bobo Carrington, una delle donne più affascinanti e in vista di Londra. Ma che ci faceva lì? Tra l’altro con una gravidanza recente portata a termine, secondo il medico della polizia, di circa tre mesi. E dove si trova il bambino?
Le indagini sono affidate all’ispettore capo di Scotland Yard Pelham che chiede l’aiuto di Georgiana in modo da indagare con tatto, senza creare scompiglio nelle alte sfere e provocare uno scandalo nazionale. Già sospettati il principe Giorgio e, addirittura, Darcy O’Mara, il fidanzato della stessa Georgiana. Ma non mancheranno anche altri fra cui la contessa Irmtraut. Indagine davvero difficile dentro un mondo nobiliare con le sue etichette, le sue stravaganze e i suoi lati bui nascosti, in una società assai diversa dove convivono “gentiluomini con bombetta e ombrello” e madri che accompagnano “a scuola bambini tutti pelle e ossa”. E Georgiana al centro della scena, intraprendente, sicura, ma anche impressionata dalle dicerie sui fantasmi, con una madre piuttosto “vispa”, un fratello cortese sposato a una donna scostante, un nonno affettuoso, la cameriera Queene servizievole (anche lei ha visto qualcosa di strano), la sua amica Belinda molto “aperta” con l’altro sesso e il fidanzato Darcy O’Mara “bello, in una maniera quasi impossibile.”
La Nostra si infila dappertutto, anche nelle feste e dove si gioca alla roulette russa, finge di essere un’altra persona, chiede, ascolta, rimugina, in contrasto con il sentimento d’amore verso il fidanzato (si sente tradita) e sarà perfino lei stessa sospettata! Scontro finale pericoloso con entrata in scena dei fantasmi. D’altra parte se esistono…

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret al Picrats del 1951
Un Maigret molto classico. Freddo e pioggia, ambiente dei locali notturni di Montmartre, squadra degli ispettori al completo (con il giovane Lapointe che, si viene a scoprire, era addirittura innamorato della spogliarellista defunta!), con l’aggiunta del triste Lognon. Tal Arlette, sensualissima “stella” del Picratt’s, locale notturno a conduzione familiare, viene strangolata, e a seguire anche una contessa drogata all’ultimo stadio. La lenta marcia di avvicinamento al colpevole, tal Oscar, fascinoso ex-cameriere, è inesorabile. Il giallo è appena accennato, in compenso le figure di contorno sono fantastiche: da Fred, il padrone del Picratt’s, al Grillo, ad altre appena accennate. Il sesso domina sovrano, molto più dello stesso alcool, pur presente in dosi massicce: quasi tutti sono irrimediabilmente sessuomani, mentre le donne o accettano passivamente, o raggiungono straordinari livelli di ninfomania, come, a quanto pare, entrambe le defunte. Lo spogliarello integrale, marchio di fabbrica del Picratt’s, viene descritto a lungo un paio di volte. A ciò si aggiungono due categorie descritte certo non in modo politically correct (non era stato ancora inventato…): i drogati e i “pederasti”, umanità reietta presentata senza la minima pietà, con un disgusto profondo, viscerale e privo di sfumature. Un mondo abbastanza orribile, sul quale Maigret veglia con grande calma e serenità, del tutto a proprio agio con chi, almeno, non raggiunge i vertici dell’abiezione, come, per esempio, i coniugi tenutari del Picratt’s.

Le memorie di Maigret del 1950
D’accordo, Simenon è in grado di rendere piacevole anche la lista della spesa. Inoltre, leggendo queste pagine si vengono a scoprire tante cose belle su Maigret (penso soprattutto all’infanzia, con i racconti sulla morte per parto della madre; molto carino anche la narrazione dei goffi approcci a Louise, la futura signora Maigret) e, per di più, si ha anche un quadro ritengo plausibile della criminalità a Parigi nei primi anni Cinquanta (Simenon sicuramente si sarà informato a dovere). Senza contare che l’incontro tra Simenon ventiquattrenne e lo stesso Maigret più o meno quarantenne, e il dipanarsi della loro amicizia, è raccontato con finezza. Ma, e vengo finalmente al ma: che senso ha tutto questo? Delle volte si ha l’impressione che Simenon, nel suo lussuoso eremo americano, abbia voluto vuotare i cassetti: perché scrivere un Maigret senza trama, senza alcun giallo, basato per di più su un’incongruenza (Maigret non è uno scrittore – a casa sua non ha neppure una scrivania e la cosa che odia di più è scrivere i rapporti! Figuriamoci se si mette a puntualizzare mille particolari, scrivendo qualcosa di simile alle sue memorie), è una cattiveria nei confronti del lettore: grande per i lettori occasionali, che nulla capiscono di quel che leggono (e un romanzo dovrebbe ambire a essere leggibile di per sé), ma tutto sommato irritante anche per i milioni di seguaci del commissario.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Un nuovo e per me inatteso Bruno Morchio nel nuovo libro Dove crollano i sogni, Rizzoli 2020. Non ho ritrovato la colta e perspicace melanconia di Bacci, né l’avventurosa volontà di Il greco, sempre pronto a battersi. Niente di tutto questo, e invece un amaro e inquietante romanzo noir che pesca nel torbido dominato dal carattere della protagonista e voce narrante Blondi, nomignolo di Ramona, esoticheggiante rimando alle telenovelas televisive sudamericane, una ragazza bionda con gli occhi azzurri, bella come un fiore, figlia di madre single che si affanna a fare le pulizie in una casa di riposo e affoga la sua solitudine nel vino cattivo. Amaro, inquietante ma non per questo meno squisitamente realistico. La protagonista Blondie, poco più che bambina, un fiore cresciuto nel fango ma ricca di saputa ignoranza, è indurita da una strana quotidianità di nullafacente indifferenza, con rituali quali vedersi regolarmente con gli amici, fumare qualche spinello ogni tanto e scopare con il suo ragazzo. Per cui già un aborto alle spalle. Un personaggio multiplo, una ragazzetta mal cresciuta o un’astuta allieva delle male lezioni impartite da Youtube e dalla strada? Ma a me, che bazzico di storia, richiama la normale, consueta e scontata fino allo scorso secolo, mostruosa crudeltà dei fanciulli di tutti i tempi, sanguinari protagonisti o vittime ma sempre schierati in prima fila davanti alle esecuzioni. Un romanzo, che a tratti non può e non vuole fare sconti, ambientato in Val Polcevera, quella valle da dove fino a pochi giorni fa si vedeva il ponte ancora tagliato in due ma lì, lì, quasi pronto a ricongiungersi. Diventato forse l’unico vero simbolo in questo nostro oggi, in questa Italia percossa e ferita dalla pandemia, di una chance di rinascita, di una possibile uscita dal tunnel. Ma torniamo a Dove crollano i sogni, un noir classico che strizza l’occhio ai libri di Simenon, ambientando l’azione nei mesi di tragica vigilia del crollo del Ponte Morandi, mentre ci narra il retroscena da cui scaturirà un omicidio. Blondi, diciassette anni, è nata e cresciuta a Certosa, lo squallido quartiere ex industriale fatto di casamenti sbrecciati a quattro piani. Dalla periferia della Certosa il mare non si vede. Là la gente tira solo a campare tra i capannoni dismessi e gli scheletri di fabbriche della vecchia Genova operaia che non c’è più, all’ombra del grande ponte autostradale. Blondi non ha mai conosciuto suo padre. Di lui sa appena che era un marinaio e ha abbandonato sua madre prima della sua nascita. Blondi fa coppia stabile con il bello e arrapato Cris, un imbranato che sogna di comprarsi una moto ma non sa far altro che vivere alle spalle del padre e contestare, rifiutando il lavoro dello zio, stimato proprietario di una falegnameria. Un mezzo sbandato senza testa che passa da una canna a un “tirello” di ero. Loro due ragazzi non hanno mai finito gli studi e frequentano insieme una compagnia di sbandati, salvo forse un vecchio compagno di scuola di Cris, che fa il ragioniere e un muratore peruviano, a conti fatti l’unico ad avere davvero la testa sul collo. Da due anni, dopo avere letto, rubata e poi preziosamente conservata una patinata rivista di qualità, Blondi sogna solo di andarsene in Costa Rica. Perché a Certosa non c’è alcun posto al sole, alcun roseo futuro per lei che abita con la madre in un misero bilocale di periferia. La sua esistenza è tutta là, imprigionata o peggio inchiodata all’asfalto, tra le panchine dei giardinetti e il bar di Carmine, ritrovo degli ultras della Sampdoria, a bere e fumare fino a notte con improbabili amici. Salvo quelle scappate del venerdì e del sabato in centro, con la metro o il motorino, a sbavare davanti alle vetrine per poi la sera scendere nei vicoli vicini al porto, dove impazza la movida, a bere alcol, comprare ganja a poco prezzo, e dopo anche sedersi a guardare il mare di notte. Ma Blondi vuole altro. Lei mira ad altro. Lei vuole fuggire in Costa Rica e iniziare là una nuova vita. Epperò, per poterlo fare, ci vogliono i soldi, abbastanza soldi per pagare il biglietto aereo e arrivati là altri soldi per ricominciare. Ma per averli, occorre trovarli. O prenderli, ma allora bisogna creare l’occasione giusta. O sapersela creare a ogni costo, anche inventandola. Se si è veramente privi di anima e disposti a tutto pur di tagliare la corda, sembra persino facile scordare ogni scrupolo, ogni dubbio, ma proprio tutto e andare avanti fino in fondo, a occhi aperti. Un personaggio da manuale Blondi, costruito con straordinaria e plausibile genialità a tavolino. Un personaggio che ha imparato molto bene a fingere, a muoversi e ad agire pericolosamente. Un diabolico noir, Dove crollano i sogni, ambientato in zone e quartieri di Genova, ormai contaminati dalle nere dita della mafia. Una confessione in diretta che ci rivela il baratro in cui potrebbe facilmente sprofondare certa gioventù priva di innocenza e umanità. Una gioventù priva di altruismo, senza arte né parte, senza ideali, senza speranza e che soprattutto non ha modo e non riesce a imparare a vivere. Si può cambiare qualcosa? Attenti però perché è la stessa gioventù che, come tutti noi, ha dovuto affrontare la sfida del coronavirus, la drammatica peste nera del 2020. Molti hanno reagito bene e gli altri? Avranno imparato qualcosa? Avremo noi imparato qualcosa, o almeno imparato abbastanza da riportare qualcuno dei tanti, troppi giovani sbandati e lasciati in balia di se stessi a pensare e vivere in un altro modo?
Bruno Morchio è nato nel 1954 a Genova, dove vive e ha lavorato come psicologo e psicoterapeuta. È autore, tra l’altro, di una fortunata serie gialla che ha per protagonista l’investigatore privato Bacci Pagano. Per Rizzoli ha pubblicato Il testamento del Greco (2015) e Un piede in due scarpe (2017).

Pandemia di Laurence Wright, Piemme 2020.
Sorpresa, sorpresa, è uscito il 5 maggio e parla, figuratevi un po’, di una spaventosa pandemia provocata da un virus che somiglia tanto al Covid-19. Scritto dallo scrittore, giornalista sceneggiatore e premio Pulitzer Lawrence Wright, reso celebre dal suo Le altissime torri (in inglese: “The Looming Towers”), un bestseller sugli attentati dell’11 settembre poi trasformato anche in una serie televisiva. Insomma, uno che ci sa fare eccome coi disastri di ogni genere. Quale sarà la risposta del pubblico? Ci saranno quelli più schiacciati e provati dai mesi sotto il fatale tallone del Coronavirus che non ne vorranno sapere. Forse ci sarà chi preferirà ridere, leggere magari di impossibili e stravaganti avventure invece di avvinghiarsi all’orrore di descrizioni di morti spaventose. Ciò nondimeno non ho idea del livello di ritorno del masochismo umano, esaltato da un quinquennio almeno di orrori in diretta su You Tube. E se invece nelle affollate “chiese degli adoratori del complotto” si pensasse a metterlo sugli altari per esorcizzarlo? Non mi pronuncio, anche perché Pandemia è un polposo mix di fantapolitica mischiata alla guerra batteriologica con in più, a far da fil rouge, l’americanissima famiglia americana di un rachitico (per colpa dei genitori) ma straordinario scienziato, destinato a salvare una parte di mondo (naturalmente sotto la bandiera a stelle e strisce). Insomma, tanta roba tutta insieme per un romanzo parascientifico su un virus devastante che inizia in Asia prima di diventare globale…

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
questa volta niente Geronimo e niente Schiappa ma vi presenterò Delitti esemplari di Max Aub, Sellerio 2006.
Questo libro parla di vari delitti commessi da tante persone in cui è spiegato il motivo, il luogo e il modo in cui sono avvenuti. Per esempio: una signora spara ad un altro signore del suo condominio perché continua a russare e non la fa dormire; un signore ammazza con una pietra una signora perché lei ha riso di lui quando è scivolato su una buccia d’arancia; due amici si sono dati appuntamento in città alle sette ma quello più giovane arriva tre ore dopo e l’altro lo scaraventa sotto il primo autobus che passa. Come potete vedere negli esempi l’autore esagera sempre a raccontare le ragioni del delitto, anche per far sorridere il lettore. E dunque si può sorridere anche di morti ammazzati.

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
oggi vi presento La bambina della noce, Edizioni del Baldo 2015.
Una bambina, di nome Mignolina, nasce da un guscio di noce. È alta come dieci formiche. Vuole cercare una casa dove vivere con una mamma ed un papà. Allora prima va dalle rane, poi da un uccellino, poi dai conigli, poi dalla gallina e infine riesce ad arrivare dai genitori. Durante questi incontri impara un sacco di cose e alla fine diventa sempre più grande come una vera bambina. Che bello!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

“Ohio” di Stephen Markley

Stephen Markley
Ohio
Einaudi Stile Libero Big, 2020
Traduzione di Cristiana Mennella

Finito il lockdown, durante una delle varie fasi che hanno scandito gli ultimi mesi, una mattina mi sono trovata a passeggiare per le strade di Roma. Ancora vuote, irriconoscibili, che tuttavia provavano a rinascere. Sono entrata in una Feltrinelli e, dopo una rapida lettura delle quarte di copertina, ho letteralmente arraffato un pugno di libri tra quelli consigliati dai librai. Con una sorta di ebbrezza per aver potuto portare a termine quell’attività fino a qualche giorno prima preclusa: entrare in libreria, sfogliare, scegliere. È stato uno dei momenti clou del mio ritorno alla nuova normalità. Tutto questo per dire che nel pugno di libri è entrato, in modo casuale, questo splendido Ohio.

New Canaan, Ohio. È il giorno del funerale di Richard Rick Brinklan. È in questa triste, sfortunata occasione che incontriamo – di persona o solo menzionati – i personaggi che, nel corso del libro, conosceremo meglio.

Qualche anno dopo, in una calda notte di luglio, una manciata di quasi trentenni, ognuno per i fatti suoi, sta tornando a New Canaan. Durante il viaggio, man mano che la strada si apre su scorci familiari, hanno dei flashback sugli ultimi dieci anni delle loro vite, il percorso post-liceale, e fanno i conti con un presente svariatamente infelice. Bill, Stacey, Dan, Tina hanno vissuto il loro momento di gloria fra i banchi di scuola: bellissimi o brillanti, o ancora eccellenti nello sport, legati dai primi amori e da un solido spirito di gruppo, hanno attraversato i conflitti adolescenziali con le famiglie, la ribellione, la scoperta della libertà fatta di droghe, alcol e sesso. Poi l’università, l’abbandono della cittadina e degli amici. Un abbandono netto, repentino. Si sono persi di vista, con il miraggio di prospettive strabilianti e “grandi cose”.
Ma le cose non sono andate affatto bene. Non per Bill, che ha autosabotato una promettente carriera da attivista dei diritti umani con generose dosi di alcol e droga, perso nel ricordo della bellissima Kaylyn, la mantide del liceo. Meglio per Stacey, che ha accettato la propria omosessualità dopo la traumatica rottura della relazione con l’affascinante Lisa Han e ora cerca di costruire una carriera accademica nel mondo della letteratura. Ma anche lei ha lasciato a New Canaan segreti e rimpianti. E che dire di Dan, che in una delle missioni all’estero da militare ha perso un occhio. Ora lavora in un’impresa ma non riesce a dimenticare ciò che ha vissuto in Iraq e Afghanistan. E infine Tina, con il suo inconfessabile segreto: c’è un’ultima cosa che deve fare prima di sposare Cole. E ci sono Hailey, Rick, Todd, il professor Clifton…

Si ritrovano tutti a New Canaan in una sera d’estate, si sfiorano e si scontrano, a malapena si riconoscono.

Qualche anno dopo, nel 2017,  in una notte di tregenda, in un bar avviene un ultimo incontro tra i due superstiti più determinati e lucidi. Un incontro non risolutivo per loro, ma al lettore Stephen Markley fa il regalo di non lasciare dubbi. Così, anche se nella vita le cose non sempre hanno una spiegazione, almeno quando chiudiamo Ohio abbiamo qualche – poco rassicurante – certezza.

Ohio è un romanzo di formazione, il racconto di una generazione che passa dalla promessa adolescenziale di un futuro radioso e felice all’illusione del sogno infranto, solo dieci anni dopo. Nel mezzo il conflitto tra la ricerca della felicità e il confronto impietoso con la realtà. C’è dentro tutto: le droghe, la politica, l’11 settembre e il ritorno del sovranismo che ha spianato la strada a Trump, l’ingenuità e il complottismo, la religione, la provincia industriale e operosa in declino, il conflitto generazionale, di genere e razziale. Su tutto aleggia un alone di mistero, un “non detto”, qualcosa di sfuggente e impalpabile che ha pesanti ricadute sulle vite delle persone.

L’affresco di una generazione in bilico che poteva aspirare a tutto, ma che si è dovuta accontentare di poco o nulla. Una generazione che si è arresa ancora prima di provarci.

Un romanzo amaro, a tratti crudo, ma assolutamente imperdibile.

La Debicke e… L’ultima storia

John Grisham
L’ultima storia
Mondadori, 2020
Traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe

L’ultima storia prende avvio nel bel mezzo di un micidiale uragano estivo. Siamo in piena estate su Camino Island (nome di fantasia di un isola alla moda a sud della Florida, arricchita da splendide dimore vittoriane in cui realmente l’autore soggiorna durante la stagione estiva), dove la gente vive rilassata, si dedicano ad attività poco impegnative e partecipa a splendide cene irrorate da vini di qualità. In questo contesto molto tranquillo, dove non accadono crimini e non si ricorda la data dell’ultima rapina, Grisham inserisce la sua storia. L’isola è abituata ad affrontare tempeste e tutti gli abitanti sono preparati e, soprattutto, assicurati. Ordinaria amministrazione dunque? No invece, perché stavolta, dopo aver girato minacciosamente per giorni nella zona, tastando qua e là, sull’isola sta per abbattersi un vero e proprio inferno di nome Leo, spaventoso uragano “sfascia tutto” di livello 5 con venti a oltre duecento chilometri all’ora. Il governatore dello stato è corso ai ripari. Dopo aver allertato i soccorsi, ha ordinato agli abitanti l’immediata evacuazione dell’isola, collegata alla terraferma da una lunga passerella a doppia corsia. Passerella che per ore è stata intasata da interminabili file di auto e mezzi in fuga stracarichi di persone e cose. La maggior parte dei residenti e turisti infatti, a scanso di ogni rischio, ha mollato tutto per cercare un rifugio sulla costa, meno sottoposta alle conseguenze del cataclisma. La maggior parte ma non Bruce Cable, noto libraio, moderno mecenate e ricco collezionista di libri antichi, oltre che indefesso animatore della vita culturale dell’isola, che ha deciso di spostare al primo piano tutto il materiale del suo celeberrimo negozio e proteggere l’edificio con solide barriere. Insime a Nick Sutton suo collaboratore e brillante studente universitario, ha deciso di rimanere sul posto, rifugiandosi nella sua solida villa vittoriana. Villa che nei secoli ha già superato indenne altri distruttivi uragani. Secondo i puntuali bollettini trasmessi via radio, Leo infuria per ore e rispetta le regole, sfasciando ogni cosa o quasi. Abbatte pali della luce, alberi, taglia linee telefoniche, danneggia gravemente case, alberghi e negozi e fa diverse vittime. Tra queste Nelson Kerr, noto scrittore di thriller, ex avvocato, coetaneo e amico di Bruce, che da pochi anni ha comperato un bella casa dalle parti dell’Hotel Hilton e si è trasferito a vivere a Camino Bay. L’hanno trovato Bruce e Nick durante la ricognizione dopo la tempesta, morto e accasciato contro il muro di mattino sul retro della sua abitazione. Ucciso da diversi colpi alla testa. Il vento faceva volare rami dappertutto, dunque tutto farebbe pensare a un incidente, ma alcuni particolari non quadrano. Secondo Nick Sutton, mente fina e accanito giallista, le ferite di Nelson sembrano provocate da altro, e alcune macchioline scure in salotto farebbero pensare che l’ex avvocato scrittore sia stato ucciso là. Chi può averlo ucciso? E perché? La polizia locale, che d’abitudine si limita a perseguire ladruncoli e fermare le stramberie di qualche ubriaco, non è certo in grado di occuparsi di un omicidio, soprattutto in un momento di emergenza che vede tutti impegnati altrove. E dato che la temperatura esterna media è di 35°, bisogna far recuperare presto il corpo e portarlo in un obitorio sulla terraferma. Tutte ragione che spingeranno Bruce a impegnarsi di persona e a intraprendere una sua indagine. Nelson Kerr, che in passato aveva patteggiato con l’FBI rivelando segreti appresi durante la sua professione, nella sua “seconda vita” si era dedicato alla scrittura di romanzi di denuncia che avevano avuto molto successo. Quando è stato ucciso stava appunto finendo un nuovo misterioso thriller. E se la sua morte fosse in qualche modo collegabile a quanto contenuto in quell’ultimo romanzo, quell’ultima storia, ancora inedito?
Indagine lunga, molta pericolosa, che finirà per scoperchiare un pentolone infernale di menzogne, inganni, trabocchetti e tradimenti.
Il nome di John Grisham è legato ai legal thriller e, anche in questo caso, l’autore inserisce elementi legati a quel mondo, ma stavolta si serve soprattutto della finzione narrativa per affrontare problematiche tragiche e reali, seguendo anche un preciso tracciato di critica al sistema e a certi cliché sugli abitanti dei diversi Stati americani. Grisham ci regala una storia piena di colpi di scena, che si muove agilmente nell’ampia zona grigia tra legalità e illegalità. Un terreno fertile per spiegare come certe situazioni, a volte un po’ al limite del verosimile, possano trasformarsi in realtà. Romanzo ben costruito, imprevedibile, originale e da leggere,

John Grisham è autore di trentaquattro romanzi, un saggio, una raccolta di racconti e sette romanzi per ragazzi, tutti bestseller editi da Mondadori. Le sue opere sono tradotte in quarantaquattro lingue. Vive in Virginia e in Mississippi.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2019

Arieccoli!…
Ogni estate è così. Un attacco quasi improvviso che si riversa nelle strade della città. Bande di giannizzeri, lanzichenecchi, samurai, opliti, barbari, ostrogoti, visigoti, unni, vichinghi. Di ogni tipo, di ogni razza umana. Con le loro armi micidiali: le bocche. Bar, ristoranti, pizzerie, gelaterie, birrerie, tavolini all’aperto sono invasi dalle bocche fameliche di eserciti italiani e stranieri. Che tutto trangugiano, tutto bevono, tutto distruggono. Inutili i pianti disperati di pizze, lasagne, briosce e gelati. Cuori di pietra e terra bruciata intorno a loro.
Ogni estate è così. Siena viene praticamente invasa da una moltitudine enorme di uomini, donne, ragazzi e ragazze. Bianchi, gialli, rossi, neri o di qualsiasi colore. Un’ondata gigantesca che sfila come un serpente impazzito tra le viuzze medievali della città.
Ogni estate è così.

La gemma del Cardinale de’ Medici di Patrizia Debicke Van Der Noot, TEA 2019.
“Firenze era parata a lutto. La città piangeva il suo granduca. Francesco I era morto il 19 ottobre nella villa di Poggio a Caiano. Due settimane prima aveva accusato lievi disturbi gastrici. Vomito, nausea”. Siamo nel 1587. All’annuncio del decesso muore anche la moglie granduchessa Bianca “in preda a brividi, dolore e vomito”. L’erede, il cardinale Ferdinando de’ Medici, scopre casualmente qualcosa che lo mette in guardia. Nel cassetto di uno scrittoio-forziere rinviene una bottiglietta che, secondo il suo medico, contiene arsenico, un veleno letale. Allora Francesco è stato assassinato e qualcuno vuol far ricadere la colpa su di lui! E forse dietro a questo c’è il fratello Pietro “invidioso, tenebroso, invelenito”. Meno male che l’altro fratello Giovanni può dargli una mano in un momento storico allo stesso tempo grandioso e difficile. Il Granducato di Toscana è uno stato florido, ricco, guidato dalla potente famiglia dei Medici, mercanti e banchieri il cui oro fa gola a molti. Il pericolo più infido proviene dalla Spagna di Filippo II che vuole liberarsi di Ferdinando altrimenti “l’eresia e le tenebre governeranno”, ora preso anche dai preparativi della Invincible Armada per conquistare il regno d’Inghilterra, mentre la Francia è in fiamme percorsa da eserciti che predano e fanno terra bruciata. L’unica difesa potrebbe essere costituita da una coalizione con i Farnese, gli Este, Venezia, l’impero e lo stesso papa. E occorrono uomini fidati che proteggano le spalle come il luogotenente Donati e Niccolò Fieschi, comandante della guardia.
Ma qualcuno della setta, voluta da Filippo II e guidata dall’Illuminato, ovvero un frate di origine francese, riesce a inserirsi, a trovare da loro un impiego: “Il prescelto aveva eseguito gli ordini, facendosi accettare come agnello nella tana del leone”. Così come Pamela, la ragazza che si è fatta mettere incinta dal più piccolo dei fratelli Juan Batista, pagata dall’ambasciatore Olivares per avere un “orecchio attento” nella casa di Don Giovanni. Ad aumentare ancor più i sospetti dei Medici si aggiungerà la premonizione di Rodolfo II d’Asburgo durante una delle sue allucinazioni “Guardatevi dai corvi… Volano a frotte, neri, incontrollabili. Hanno un capo che li guida, li sprona e un monarca che li appoggia… Vedo invidia, sangue, la religione. Non la vera, ma il fanatismo crudele. È una setta? Sì!”
La combatterà soprattutto Don Giovanni, giovane biondo, alto, sul collo una catenella d’oro dalla quale pende una “sferetta porta aromi a forma di tritone in oro e smalto, con rubini, perle e un grosso granato”. Aiutato, in seguito, anche dal generale Ottavio Colonna e dal suo piccolo eunuco Alizeth (e qui preparatevi ad una sorpresa). Difesa personale e alleanze, dunque continuamente in giro tra gli stati amici a cercare appoggio, aiuto, ora con promesse, ora con favori e ricchi regali.
Romanzo ampio e complesso. Personaggi storici realmente vissuti e inventati ben costruiti e fatti vivere con pochi tratti efficaci. Ognuno con i suoi tic, le sue manie, le malattie che li tormentano (vedi, per esempio la gotta di Filippo II o la depressione di Rodolfo II). Complotti, intrighi, l’assassinio, il potere, lo sfarzo, gli abbigliamenti, i banchetti, le cerimonie, l’amore, il sesso, angherie e umiliazioni (come la storia della bella Clelia Farnese, la “gemma” di Ferdinando de’ Medici) ma anche l’amicizia, la devozione, il sacrificio, la commozione che può nascere all’improvviso da una scena inaspettata, da qualcosa che colpisce nel profondo, una piccola luce nel buio di tanta grettezza e crudeltà. In giro tra i palazzi più potenti ma anche in bettole malfamate e avventure all’aperto dove si rischia la vita, come durante una lotta sanguinosa contro i lupi.
Capitoletti brevi alternati a quelli più lunghi in cui vengono espresse le intenzioni dei vari attori sulla scena. Lettura veloce, piacevole, che si avvale di una profonda conoscenza degli aspetti storici e sociali dell’epoca, ovvero ricerca storica e invenzione felicemente a braccetto lungo il racconto, dove grandeggia l’uomo con tutto il male e il bene che si porta appresso. Scontro finale che potrebbe preparare un altro seguito…
Di Patrizia Debicke vorrei ricordare L’oro dei Medici, Corbaccio 2009, L’uomo dagli occhi glauchi, Corbaccio 2010 e La sentinella del papa, Todaro 2013.

Le scelte imperfette di Manuela Costantini, Giallo Mondadori 2019.
“E lo vede. È proprio di fronte a lei. Un ragazzo legato per il busto con una corda che gli gira intorno al petto a uno di quei tavoli bianchi, scostato dal mucchio. Sandra lo guarda. Occhi negli occhi. Solo che quelli del ragazzo non ci sono più”. Siamo nel vecchio edificio dell’ex liceo da dove qualcuno è uscito poco prima correndo. Sandra cammina male dopo un incidente automobilistico ma deve arrivare al commissariato per dare l’allarme. Si ferma davanti allo studio dell’avvocato Filippo Dolci dal quale avrà l’aiuto desiderato.
Incomincia la storia con i suoi personaggi e gli eventi connessi. Filippo Dolci, dunque. Qualche spunto veloce. Avvocato, già detto, sposato con Lavinia, ha una figlia piccola Emma che ama teneramente. Basso, lo dice lui stesso, cappello Borsalino che non riesce ad indossare, ricordi della nonna sempre al centro dei suoi pensieri, la sua storia della pioggia, alla ricerca delle lettere di un certo nonno partigiano quando lui era bambino, apprensione per il suo grande amico Nunzio all’ospedale, la passione per il cibo e, dunque, da Osvaldo per la pizza più buona del mondo.
Gli altri: Pietro Ciccone, commissario di polizia; Saverio Tudini e Caterina Bernabè ispettori; il vicequestore Leone Nuvoli (preso da un bel libro di Dino Buzzati); Adele Scalzi medico legale; Nunzio Maiorani e Canella Ernani amici. Ognuno con la propria caratteristica peculiare di vita e di aspetto ben concretizzati.
Gli eventi principali: per ora tre omicidi in luoghi diversi; a un disgraziato sono cavati gli occhi, all’altro tagliate le mani, a un terzo le orecchie e non sarà finita… Perché prendere queste parti del corpo? Quale problema angoscioso e terribile si agita nell’animo dell’assassino? L’ospedale, tutto sembra girare attorno all’ospedale, anche perché gli uccisi vengono anestetizzati con il Diprivan… E Sandra, a un certo punto, ricorda qualcosa che le era sfuggito, qualcosa di bianco nella visione dell’uomo che correva via.
In prima persona il racconto di Filippo, in terza quello degli altri che si incrociano, si allacciano e convergono. Abbiamo il classico indiziato che scappa e viene messo in luce uno dei problemi attuali che agitano l’opinione pubblica, ovvero la legittima difesa (caso di Michele Corsini).
Un libro con domande infinite sull’uomo. Sulla sua malvagità (forse uccide perché non è felice secondo una suora), sulle sue scelte sbagliate o segnate dal Destino, sulla ricerca di un senso da dare alla vita. Le morti brutali restano quasi in secondo piano in un racconto dall’aspetto ugualmente concreto, brutale ma direi anche filosofico. Entrano nella scena vicende del presente e del passato individuale e collettivo come la guerra e la Resistenza. Importanti le scelte, ripeto, che bisogna fare “anche quando tutto sembra perduto”. Anche quando la vita ci appare “una grandissima, immensa, gigantesca fregatura”. Un personaggio questo Filippo Dolci che riesce, con la sua mitezza e bontà, a sfumare gli aspetti più neri dell’uomo. A fine lettura alziamo la testa e stringiamo le labbra. Qualcosa rimane.
Per La storia del Giallo Mondadori ecco Le copertine, quinta interessante puntata del nostro Mauro Boncompagni.

La notte non esiste di Angelo Petrella, Marsilio Farfalle 2019
Già conosciuto l’autore e il personaggio principale Denis Carbone in Fragile è la notte. Ecco cosa scrissi “Napoli, quartiere di Posillipo sotto un caldo boia. Fuma Rothmans e beve, a litri, cognac Macallan. Poi Maalox e Gastroloc a consolare lo stomaco. Fisico snello, capelli brizzolati, occhi azzurri, vita sballata tra scommesse, allibratori, ubriacature, scopate nelle ville dei ricchi da costargli la carriera e l’unica donna, Laura, che abbia mai amato. Via con la Clio, Bukowski, Moby Dick, Henry Miller e romanzi polizieschi nella piccola biblioteca. Carattere di merda. È lui, l’ispettore di polizia Denis Carbone”.
Questa volta niente caldo boia ma, alla vigilia di Natale, “un inverno inquieto” che è dire poco. Anche la Natura ci metterà di suo in una storia che incomincia con il ritrovamento del corpo di una bambina, sporco, tumefatto e seviziato. Ecco, allora, riemergere il terribile passato di Carbone: la perdita della sorella Alice, forse annegata in mare, forse rapita da qualcuno per sua colpa. Un assillo, un tormento che lo ha gettato in un baratro di vizio e disperazione. Nella sua vita, tra le altre, due donne: Teresa ex amante che gli annuncia di essere incinta, e Laura, un tempo anch’essa fidanzata, ora sposata con un altro dal quale vuole divorziare. Suo capo Lettieri, che gli fa girare le palle e il vice questore Tagliamonte deciso a incastrarlo per una vecchia vicenda non completamente chiarita in cui era stato coinvolto.
Qualche indizio come la caramella trovata nelle tasche dei pantaloni della morta, la nigeriana Salimah, a fare da esca per la vittima e il solito video che inquadra un sospetto con un particolare tatuaggio (il simbolo del Sole a cinque raggi) a dare impulso all’indagine in un ambiente davvero difficile: “Era un pezzo d’Africa trapiantato nel cuore dell’Europa, ma era l’Africa peggiore: quella della miseria, dei riti vudù e della gente prigioniera di un mare incurabile”. Tutto sembra ruotare attorno alla setta misteriosa del Culto del Sole Nero frequentata da uomini potenti. E arriva l’uccisione di un altro bambino mentre viene arrestato, addirittura, il suo capo Lettieri…
Verità e menzogna, apparenza e realtà si intrecciano e mescolano fra loro generando momenti di estremo dubbio e incertezza: chi è davvero questo?, chi è davvero quello? (non c’è da fidarsi di nessuno). In una Napoli disfatta dal gelo, dal vento, dalla pioggia e dagli uomini stessi dentro un groviglio vorticoso di eventi che si susseguono a ritmo serrato con continui colpi di scena (anche troppi) per un finale che ci prospetta una nuova avventura. Al centro il solito generoso Denis Carbone tra incazzature, ricordi penosi e incubi votato alla ricerca della verità dentro un’atmosfera esoterica che sembra vada di moda. Violenza contro violenza attenuata, in parte, dallo spicchio di luce d’amore di Laura e Teresa.

L’uomo che amava le nuvole di Paul Halter, Mondadori 2019.
Anno 1936. Pickering nel Somerset in Inghilterra. Un giornalista bizzarro, Mark Reeder, che ama le nuvole; una ragazza eterea, Stella, che svanisce nel nulla e predice il futuro; un vecchio maniero custode di storie e sciagure inquietanti. Il puzzle è già costruito per coinvolgere il criminologo Alan Twist e l’ispettore Archibald Hurst di Scotland Yard. E per attirare l’attenzione dei lettori. Soprattutto la mia.
O vediamolo più da vicino. Il giornalista Mark Reeder, dicevo, decide di andare in vacanza. Entra nella sua auto, segue le nuvole e arriva al villaggio costiero di Pickering nel Somerset. Qui incontra Stella, una bella ragazza di 20 anni figlia di John Deverell che si è suicidato due anni prima a causa del fallimento dei suoi affari. Si era buttato da una alta scogliera così come la giovane moglie Dorothy. I due vivevano in un maniero in cima ad una collina dove il vento soffia sempre, che fu venduto quando John morì e Stella iniziò a vivere con la sua madrina maestra Miss Patience Walsh.
L’incontro e la frequentazione (ci scappa pure un bacio) lo porta a scoprire altre soprannaturali “caratteristiche” della ragazza, ovvero la sua capacità di trasformare in oro strofinando certe pietre e la premonizione delle morti proprio il giorno esatto.
Gli altri personaggi della incredibile vicenda sono Charles Trent, frequentatore della locanda locale, Joseph Wilder pescatore, Kenneth Fish e sua moglie Amanda entrambi insegnanti, Thomas James vicario e l’attuale proprietario del maniero Gerald Usher che lì vive con il maggiordomo Jasper. Tutti a conoscenza di almeno una delle “doti” di Stella.
Ottima è la loro caratterizzazione partendo dai due principali diversi nel fisico e negli atteggiamenti. Hurst robusto, dal respiro pesante, il viso arrossato e una ciocca di capelli che ondeggia nei momenti burrascosi. Si agita, sbraita, inveisce, aspira continue boccate dal suo sigaro. Twist alto e magro, con magnifici baffi rossi, volto pacifico e sorridente, occhi azzurri di “un brillio malizioso” dietro un pince-nez con cordoncino di seta nera. Una specie di calma serafica che non disdegna i pasticcini a delineare un perfetto, ironico, contrasto. E poi, come detto, il vento che soffia minaccioso e le premonizioni delle morti che puntualmente avvengono. Eventi soprannaturali? Chi c’è dietro a tutto questo? La stessa Stella o chi per lei? Plot complesso, intrigante, brividoso, apparenza e realtà che si mischiano, chi è quello?, chi si nasconde dietro l’altro? Inutili tutti i tentativi organizzati da Hurst per scoprire le sparizioni improvvise di Stella (una fata? una silfide, secondo i dubbi di Mark?) e acciuffare l’eventuale assassino dopo la predizione funerea della stessa.
Dunque lungo tutto il racconto circola il mistero, l’arcano, l’impossibile, la morte ma anche l’amore. Spiegazione finale di Twist come nel più classico dei classici. E se non convince del tutto, data la complessità proposta, pazienza. La mano dello scrittore di vaglia c’è e si vede.
Per La storia del Giallo Mondadori ecco in arrivo L’era Tedeschi di Mauro Boncompagni. Non perdetela.

I Maigret di Marco Bettalli

Il caso Saint-Fiacre del 1932
Celebre, e anche giustamente, anche se è il libro in cui Maigret si dà meno da fare e meno dimostra la sua straordinaria sensibilità e intelligenza, limitandosi a fungere da spettatore privilegiato di un dramma cupo, che si svolge nel giorno dei Morti nel paesino dove è nato e ha passato l’infanzia. Il tema del ricordo è fondamentale in ogni pagina: la tomba del padre (si chiamava Évariste, intendente al castello dei conti di Saint-Fiacre), la bimba dagli occhi storti compagna di giochi e ora triste zitella, la grande chiesa dove il commissario aveva servito da chierichetto in tante gelide mattine… Sul piano del giallo, la fama è dovuta al fatto che l’assassinio (formalmente non perseguibile; e una domanda rimane, senza che Simenon si curi di dare spiegazioni: per quale motivo avvertire la polizia giorni prima?) è compiuto facendo morire la contessa di crepacuore con l’inserimento nel messale di un messaggio per lei terribile, che annuncia il falso suicidio del figlio; poi la trama va avanti in modo inerziale, con la figura del conte Maurice che cresce sempre di più, fino a prendere tutta la scena da mattatore: un triste trionfo, ma con la soddisfazione almeno di aver ripulito il castello delle meschine figure di imbroglioni e farabutti che vi si erano stabiliti, anche e soprattutto per colpa sua.

La casa dei fiamminghi del 1932
Ambientato a Givet, alla frontiera franco-belga, bagnata dalla Mosa con le sue chiatte e i suoi battellieri, e con l’usuale contorno di freddo, pioggia e nubifragi vari (Simenon ama Maigret quando il suo cappottone è intriso di pioggia e il suo eroe sta per prendersi un malanno, combattuto con un’incredibile quantità di grog e liquori assortiti), mentre le notazioni sulle differenze tra francesi e belgi si agganciano in tutta evidenza alla condizione stessa di Simenon, La casa dei fiamminghi è un Maigret strano, che pone innanzi tutto un quesito morale: è vero che il commissario, qui e altrove, mostra di avere una sua idea di giustizia che può contrastare con le procedure ufficiali, ma è corretto “salvare” l’assassina, una lontanissima parente (che tra l’altro l’aveva tirato in ballo senza alcun incarico ufficiale) che ha ammazzato con premeditazione – a martellate! – una povera ragazza per “motivi familiari” legati alla salvaguardia di un fragile e troppo amato fratello? Comunque, il dipanarsi della storia permette a Simenon di dispiegare la sua capacità di disegnare personaggi, tra i quali il ritratto di Anna, l’assassina, è ben riuscito.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il pianto dell’alba di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2019.
Ci sono voluti undici episodi della fortunata serie, ambientata negli anni Trenta del Novecento, per regalare a Ricciardi la speranza di un futuro. Poi finalmente la certezza di un sentimento ricambiato, un sereno matrimonio senza sfarzo, la sua volontà di tornare a Fortino, il castello avito, per il viaggio di nozze anche per presentare a quanto resta della famiglia sua moglie, la baronessa di Malomonte e proprio là concepire con reciproco amore ed estrema tenerezza una nuova vita. Il Ricciardi che esce una mattina dal portone di casa, per andare a coprire il turno domenicale in questura, non è più il commissario ombroso e solitario che abbiamo conosciuto. Ha imparato a sorridere, a gioire dei gesti affettuosi di Enrica, a ricambiarli. E infatti è un uomo e un poliziotto diverso il protagonista di Il pianto dell’alba. Sembra un’altra persona. E forse lo è. Perché la responsabilità è qualcosa che fa cambiare, nei sentimenti ma anche nelle reazioni di fronte alla realtà politica di quel periodo, che copre tre anni di vita del commissario fino al fatidico 1934. Nel 1934 in Germania ci fu quella che è passata alla storia come La notte dei lunghi coltelli, un notte di massacri organizzata per volere del Führer con il dichiarato intento di eliminare ogni ostacolo alla propria ascesa al potere. Nella notte tra il 30 giugno e il primo luglio del 1934, infatti, furono eliminati i capi delle SA (Squadre d’Assalto) e gli avversari di Hitler all’interno del partito…
De Giovanni trasforma quel sanguinoso episodio della notte tra il 30 giugno e il 1 luglio. con la definitiva presa del potere in Germania del partito nazionalsocialista, nella causa incidentale e nel minaccioso sfondo della sua storia, riportando in scena Manfred, l’ufficiale nazista che aveva chiesto la mano di Enrica e Livia, la bella cantante vedova.
Ma ritorniamo al nostro vecchio amico e siamo contenti per lui. Enrica è la incontrastata regina del suo cuore e della casa. E infatti ogni volta che esce di casa e si allontana da lei, quasi in una muta confessione di amore, non fa che alzare lo sguardo per cercare il suo che lo segue dalla finestra. Sguardi, i loro, colmi di condivisa complicità. Perché Ricciardi, il trentaquattrenne da sempre provato da un grave fardello psicologico e che forse per la prima volta della vita sperimenta la dolce spensieratezza di un adolescente, oggi è un uomo felice. Dai giorni del Purgatorio dell’Angelo, la precedente indagine, Ricciardi ha aperto il suo cuore a Enrica e le ha affidato il suo pesante segreto (dono o condanna che sia): la sua angosciante capacità di saper cogliere gli ultimi istanti di chi sta per morire per cause innaturali. Lei lo ha ripagato offrendo appoggio, acquietandolo con comprensione e infinito amore. Contraccambiata. Tanto che Nelide, nume tutelare tuttofare del commissario, granitica nipote della vecchia tata morta, le spiega senza peli sulla lingua «Sì, vabbè, il barone, se mai ho visto uno che, parlando con rispetto, si è completamente scimunito per amore, è lui». Oltre al matrimonio, l’abbiamo preannunciato, Ricciardi sta per diventare padre. Una gioia infinita appena velata dal segreto timore che il nascituro possa ereditare il dolore insito nei suoi occhi verdi, invece della serenità e gioia di vivere che brilla in quelli di Enrica. Il sesso poi? Maschio o femmina, cosa che si scoprirà solo alla fine, è oggetto di discussioni e contrastanti interpretazioni tra Maria, madre di Enrica, e Nelide. Però, anche se il romanzo parte con un Ricciardi che esce disinvolto e appagato dal portone di casa avviandosi verso il lavoro, c’è il sottotitolo dell’indagine: «Ultima ombra per il commissario», che porta in sé la premonizione di un mutamento. Il pianto dell’alba narra infatti, come ha anticipato Maurizio de Giovanni, una storia molto articolata. Leggeremo che quella domenica mattina Ricciardi non arriverà mai in questura perché incontrerà il brigadiere Maione, che sta scortando la cameriera di Livia in lacrime e gli chiede di seguirlo. Ricordate Livia, l’amica cantante da sempre infatuata di Ricciardi, che da mesi esce con un tedesco, il maggiore Von Brauchitsch, che corteggiava Enrica? Tra loro è scoccato qualcosa, la sera prima erano a una gran festa, ma la cameriera di Livia, rientrando prima del previsto, li ha scoperti nel letto: lui morto, lei priva di sensi ma con in mano la pistola con la quale Brauchitsch è stato ucciso. L’immediato accertamento di Ricciardi e Maione, supportati dal dottor Modo, viene interrotto dall’arrivo della polizia politica fascista che li allontana e si accolla il caso. Ma se Ricciardi, Maione e Modo sentono di dovere a Livia almeno un’indagine senza preconcetti, sanno di avere a che fare con gente pericolosa, senza scrupoli e soprattutto servi del potere. E allora bisogna muoversi con grande discrezione, senza dare scandalo. Come? Tornano in scena i personaggi noti, il femminiello Bambinella trascinato dall’acume del brigadiere Maione, il fruttivendolo Tanino o’ Sarracino coinvolto nell’affare dall’intelligente logica contadina di Nelide, l’infinità generosità del dottor Modo a cui tutti devono qualcosa, l’impagabile contessa Bianca Palmieri, la vera grande amica sempre pronta a intervenire per Ricciardi. Come se in questo clima da fine di un ciclo, ciascuno di loro volesse offrire il meglio per contribuire alla soluzione del caso. Una trama complessa che naviga a vista nell’aspro clima di paura di quei tempi. E la paura allora attanaglia Ricciardi…
Una trama con un’indagine da brivido che vede implicati tanti burattinai, che va a intrecciarsi ad altre storie su diversi piani personali e professionali gestiti da agenti fedeli in contrasto, con sporche azioni biecamente premeditate da ambigue spie e personaggi equivoci. Come venirne a capo? Maurizio de Giovanni aveva fermamente dichiarato di voler chiudere la serie Ricciardi con questo dodicesimo episodio. Tuttavia solo l’idea ha messo in subbuglio i fan della serie. Ma poi sarà davvero la fine di Ricciardi? O piuttosto un lungo congedo? Sicuramente questo preciso ciclo narrativo di Ricciardi legato agli anni Trenta è finito. Ma in futuro? Chissa…

Il mistero del cadavere sul treno di Franco Matteucci, Newton Compton 2019.
Per i tipi della Newton risale in scena Lupo Bianco, al secolo l’ispettore Marzio Santoni, e noi torniamo in Val di Luce, straordinaria e fiabesca località montana (a me ricorda tanto l’Abetone e l’autore, nelle note finali, ammette tranquillamente qualche artistica correità). È comunque una spettacolare ambientazione per un ideale paese montano che Matteucci riempie di personaggi originali e decisamente intriganti. Cominciamo subito con Marzio Santoni, il gigantesco poliziotto dai lunghi capelli biondi, dotato di un odorato finissimo, che possiede una vespa rigorosamente bianca e vive nella sua baita immersa nell’incontaminato splendore della natura, priva di tecnologie moderne e comodità. E ci vive spesso con la piacevole compagnia di qualche bella ragazza di turno e sempre con quella di un piccolo zoo che comprende un riccio, un topo, Romeo una specie di efficientissimo cane poliziotto, un gattino (new entry), un pipistrello e una colonia di formiche. Passiamo ora alla sua squadra di collaboratori, cominciando dal suo vice e numero due Kristal Beretta, impavido pilota della Suzuki Samurai, nessuna condizione atmosferica potrà mai arrestarlo e che carbura divorando la vasta gamma dei cioccolatini Ferrero, per proseguire con l’anziano ma efficientissimo dottor Franzelli con l’hobby della pittura e l’irrinunciabile supporto del maresciallo Pieretti a capo del team della scientifica. Ci sarebbero anche le vedette clandestine, le “mirtillaie”, curiose vecchiette che tutto vedono e di tutti sanno, ma quelle tengono sempre la bocca chiusa. Al massimo diffondono voci. Figure caratteristiche, gente di montagna, dura, chiusa, grezza, non cattiva ma omertosa. Però per fortuna ogni tanto a dare una mano arriva il messaggio, profumato di Chanel n°5, firmato dalla misteriosa Coccoina. Dopo novene e preghiere in chiesa, in fervida attesa della gara maschile di Coppa del mondo, finalmente la neve fiocca abbondante (anche troppo) su Valdiluce e su alcuni segreti che intrigano Lupo Bianco e il suo vice. Coccoina ha scritto instillando sospetti sulla morte della giovanissima sensitiva Franca Berti, un cuore puro in grado, si diceva, di parlare con gli alberi. Ma la sua morte è stata davvero provocata dalla sua pur gravissima e letale malattia?…
I morti ammazzati si accumulano e Santoni e il suo vice, per riuscire a scoprire gli assassini, dovranno districarsi in una fitta ragnatela di illeciti, atti criminali e spaventosi omicidi, supportati anche dall’utilizzo di modernissime e fantascientifiche tecnologie. Ma ogni indizio che trovano, mostrando solo parte della verità, pare volersi intrecciare malignamente in un macabro gioco mortale. E mentre non aiuta certo la testarda omertà delle vedette, per fortuna la famosa Miss Coccoina, ha deciso di svelare la propria identità, intervenire e con la sua testimonianza indirizzare la svolta finale delle indagini. Imperdibili le atmosfere montane e il fine humour descrittivo nella presentazione dei vari personaggi, sia animali che esseri umani. E complimenti per l’ingresso di Valdiluce nel Guinnes dei primati per produzione della più grande quantità di vin brulé al mondo. Ben 2106 litri! Urrah! Franco Matteucci, alla prossima!

Le letture di Jonathan

Oggi vi presento Lo strano caso del ladro di notizie di Geronimo Stilton, PIEMME 2015.
Come tutte le volte Geronimo se ne sta tranquillo nel suo ufficio. Però questa volta, oltre ad essere molto tranquillo, è anche veramente soddisfatto perché è uscito il suo nuovo libro, un vero e proprio topseller. Ad un tratto entra in ufficio la sua segretaria Topella per comunicargli una cosa piuttosto importante. Il loro giornale, l’Eco del roditore, ha venduto solo dieci copie mentre la Gazzetta del ratto ne ha vendute molte di più per una notizia sensazionale in prima pagina. Geronimo, assai depresso, decide di andare a cena in un ristorante con la sua famiglia per tranquillizzarsi. Lì incontra Sorcello Panzana, un direttore de “La Gazzetta del Ratto”, che riceve una telefonata alle dieci in punto. È stato chiamato da qualcuno che gli ha comunicato una notizia sensazionale da mettere in prima pagina per il giorno dopo: un furto ad una fabbrica di formaggio. Il giorno seguente Benjamin, il nipotino di Geronimo, legge il giornale e capisce che qualcosa non torna… sono stati imbrogliati. Infatti la notizia è falsa!
Ma questa non è l’unica notizia falsa, ce ne saranno molte altre escogitate da Sorcello per vendere più copie, come il furto del pezzo di formaggio della Statua della Libertà di Topazia, che invece era stato messo in una botola sotterranea da Sorcello stesso e dai suoi collaboratori…
Geronimo riuscirà a far conoscere l’inganno di Sorcello a tutti e a vendere più copie?… Ogni tanto, cari lettori, anche voi, come lui, troverete sparsi degli indizi che vi aiuteranno a capire la truffa. In bocca al lupo!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti