Broken (Le gialle di Valerio 250)

Don Winslow
Broken
HarperCollins Milano, 2020
Traduzioni di Giuseppe Costigliola e Alfredo Colitto
Noir

New Orleans. Inutile dire alla piccola mite Eva McNabb che il mondo è a pezzi. Lavora di notte per smistare le chiamate alla sala operativa del Pronto intervento, sente la disperazione umana per otto ore buone, cinque giorni a settimana e nei doppi turni. Incidenti, rapine, sparatorie, omicidi, mutilazioni; paura, panico, rabbia, furia, caos. Il marito è un poliziotto in pensione, John, un omone alto un metro e novantatré col torace ampio e le spalle larghe dei suoi progenitori irlandesi, una leggenda, molto violento sia a casa che fuori, ormai spesso sbronzo. Anche i suoi figli sono poliziotti, abbastanza diversi fra loro: il maggiore, Jimmy, simile al padre, iroso e inasprito, potente ed efficiente, non ha mai una ragazza fissa, tende a odiare tutti; il minore, Danny, alto snello allampanato, sensibile e buono, fidanzato con la splendida allegra infermiera Jolene. Accade che la oleata squadra della Narcotici guidata da Jimmy sequestri un carico di anfetamine del trafficante Oscar Diaz per un valore di un paio di milioni di dollari e mandi saluti irridenti al boss; che Diaz faccia rapire e personalmente spezzi tutte le ossa più grandi di Danny, torturandolo fino alla morte, e invii al fratello il relativo video; che Eva chieda al figlio rimasto vivo di uccidere tutta la banda degli assassini per vendetta. Eva conosce la vita, conosce il mondo: sa che comunque tu ci entri, ne esci a pezzi, rotto. Il primo racconto lungo è per stomaci forti, i quattro successivi meno, l’ultimo più. Il violento episodio della famiglia McNabb è ambientato nell’estuario del Mississippi, ancora sofferente per le conseguenze dell’uragano Katrina. La madre dell’autore era nata lì, lì conobbe il padre durante la seconda guerra mondiale, era agli ultimi giorni di vita durante la stesura della novella.

Ennesimo mirabile capolavoro per Don Winslow (New York, 1953), il migliore scrittore americano dell’ultimo quarto di secolo. Non un libro minore o di transizione, non una raccolta di racconti; sei dettagliate novelle o romanzi brevi, crime stories tecnicamente, attente ai poliziotti, capaci di toccare più generi letterari e corde emotive, con alcuni personaggi che ricorrono, almeno quattro ripresi da differenti precedenti testi. Imperdibile. Non a caso, l’ottima traduzione è stata assegnata ai due ottimi traduttori dei romanzi passati dello stesso autore, Giuseppe Costigliola (le prime tre) e Alfredo Colitto (le seconde tre). In esergo Stephen King, i due si apprezzano. La prima novella, Broken (con citazione di Hemigway) dà il titolo al volume, pure nell’edizione americana. La seconda (per Steve McQueen) è dedicata a un eccelso non violento rapinatore, operativo sulla U.S. Route 101, la PCH, Pacific Coast Highway, el camino real, circa 2500 chilometri da Messico a Canada, oltre la metà in California. Proprio lì a sud agisce Davis, elegante e volatile: non compra niente, non possiede niente, paga in contanti con svariate identità pratiche. Tra l’aprile 2008 e l’ottobre 2018 ha messo a segni perfetti colpi mentre gioiellieri affidano a corrieri merce di enorme valore, due o tre lavori l’anno, mai nello stesso posto. L’unico a pensare che il colpevole sia lo stesso uomo solo è però il tenente Ronald Lou Lubesnick, nessuno dà credito alla teoria e, dopo l’ultima rapina, lui è costretto a separarsi dalla moglie che lo tradisce, pateticamente affitta un piccolo appartamento vista mare a Solana Beach. Casualmente frequenta il complesso residenziale anche Davis, sarà una bella sfida all’O.K. Corral fra i due. La terza novella (per Elmore Leonard) è una divertente mirabolante storia d’amore che inizia con lo scimpanzé Champion in giro con una pistola fuori dallo zoo di San Diego; Lou c’è. Anche la quarta (per Raymond Chandler) si svolge a San Diego e ruota intorno al surf e al Duca, Duke Kasmajian, ricchissimo malandato capo della più grossa agenzia di garante delle cauzioni della zona; Lou c’è ancora e ci sono anche sia il cacciatore di taglie Boone Daniels e i suoi amici della pattuglia dell’alba, sia il 65enne professor Neal Carey e la 68enne moglie pokerista (ex maestra) Karen; tutti in forma, a rischiare la vita. La quinta è un’avventura intermedia di Ben, Chon e O nel 2008, droga e surf nel pericoloso paradiso delle Hawaii, in sorprendente compagnia di Frank Machine e di Bobby Z. La sesta e ultima (anche come scrittura) è meravigliosa e terribile, descrive con cruda poesia quel che avviene ai bimbi strappati alle famiglie immigrate, buttati nelle gabbie del confine col Messico, a El Paso e altrove; il 37enne Cal lavora con le Pattuglie, ha votato per l’uomo del muro ed è un gran segugio; poi incontra Luz, una bambina salvadoregna di sei anni, isolata e silente. Trump c’è e non lotta insieme a noi, Winslow lo avversa con intelligenza e maestria letterarie (oltre che con militanti ottimi tweet quotidiani), solidale col figlio Thomas che lavorò per Obama e ora è nello staff di Biden. Tanto jazz e cioccolato fondente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Riccardino (Le gialle di Valerio 249)

Andrea Camilleri
Riccardino
Sellerio Palermo, 2020
Noir
(Volume cartonato anche con la prima stesura del 2005)

Vigata, Montelusa. Novembre 2004. Chi ha ucciso all’alba davanti al Bar Aurora l’impiegato della Banca Regionale Riccardo Lopresti, bello inappuntabile elegante sportivo espansivo, cittadino esemplare e cattolico osservante? Aveva appuntamento con tre inseparabili amici per una giornata da trascorrere insieme; sembra sia arrivata una grossa motocicletta Yamaha 1100 da strada, il conducente con casco integrale gli ha poi sparato due colpi in faccia. Lo strano è che poco prima la vittima aveva sbagliato numero e chiamato a casa il 54enne commissario Salvo Montalbano, presentandosi con un “Riccardino sono!” e ingiungendogli di sbrigarsi. L’indagine parte subito: gli amici erano tutti coetanei (del 1972), si erano conosciuti in prima elementare e non si erano più persi di vista; i giovani “quattro moschettieri” facevano giri e palestra insieme e avevano messo su famiglie intrecciate. Liotta e Licausi avevano sposato le due sorelle di Bonanno, Bonanno quella di Liotta; Lopresti, invece, Else, una tedesca, con la quale però gli altri non mantenevano buoni rapporti, lei sorella minore della sposa di un vigatese. Probabilmente, si capisce subito, Riccardo era amante di una moglie dei tre amici, due geometri e un ragioniere, loro tutti a vario titolo impiegati nella società della miniera Cristallo a Montereale. La vittima aveva fatto anche un’altra telefonata prima di morire. Corna o affari o altro dietro al delitto? Il commissario è molto incerto, sballottato su più fronti, distratto anche dalla voluminosa chiromante chiaroveggente Augustina Tina Macca che denunzia uno strano rumoroso traffico da parte di di un camionista che tutte le notti lascia un pacco nascosto sulla via davanti casa, per poi riprenderlo il giorno dopo con un’auto. Indaga su tutto e si consola mangiando in trattoria da Enzo o quel che Adelina gli lascia in frigo, parlando con Livia al telefono (pur pericolosamente incerta fra Rio e Johannesburg per le vacanze), bevendo whisky a canna.

Per chiudere in bellezza, l’immenso Andrea Camilleri (1925-2019) ha scelto una narrazione tridimensionale, con espliciti riferimenti a Pirandello e ad altri scrittori. Leggerete un impeccabile noir (senza verità e giustizia) imperniato sul solito protagonista (in terza persona fissa), con attorno i suoi mitici fedeli accoliti personaggi (Catarella e Fazio, Enzo e Adelina, la fidanzata Livia e il vice Augello a distanza) ed altre personalità (soprattutto questore, pm e vescovo). Leggerete del complicato locale impatto sociale dei mezzi di comunicazione di massa, in particolare dei rapporti conflittuali con l’immaginario prodotto dall’attore televisivo che interpreta Montalbano e dall’intera serie che stravolge la vita di tutto il paese. Leggerete della pessima relazione ormai instauratasi fra Salvo Montalbano e l’Autore dei romanzi ambientati, hanno opinioni diverse praticamente su ogni questione (eccetto che sullo scrivere o leggere americanate): da una parte sull’indagine, la sua evoluzione, la sua conclusione; dall’altra sulle reciproche biografie, l’invecchiamento e il futuro che, eventualmente, li aspetta. Sono tre le dimensioni, non due! Il vero Montalbano è infastidito dalla popolarità del falso, che gli complica il lavoro di polizia, lo fa sentire insieme bravo attore e inerte spettatore e, soprattutto, è più giovane, fisicamente non gli assomiglia affatto e non deve improvvisare come fa lui, impara la parte e via. Il vero Montalbano ha ormai propri codice e coerenza e sopporta sempre meno le idiosincrasie del pur altrettanto vero Autore che da Roma telefona a Vigata (la sua Porto Empedocle). Dovrà trovare non solo i colpevoli ma pure il modo di liberarsi delle verosimili fiction, una volta per tutte. Camilleri ideò il romanzo nel 2004, comunque come quello conclusivo della serie, voleva essere ironico e autoironico sul personaggio che lo aveva reso famoso nel mondo e gli aveva ingombrato le scritture oltre che la vita. Abbiamo continuato a godere le sue avventure anche dopo, a prescindere, altri diciotto romanzi e vari racconti. Nell’estate 2005 lo consegnò a Elvira Sellerio (1936-2010), amica del cuore e responsabile dell’omonima casa editrice; nell’attesa, Elvira custodì il manoscritto, poi gestito dal figlio quando lei morì e l’autore decise di “sistemarlo” un poco, rimodulandolo nella lingua e nelle sfumature (a 91 anni, nel 2016). Segnalo l’esame di filosofia di Montalbano a pagina 216 e la lettera rivoltagli dall’Autore con le opinioni sul governo del 2004-2005 a pag. 259. Teatralità e musicalità ovunque. Imperdibile.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Sentenza artificiale

Barbara Baraldi
Sentenza artificiale
ChiareLettere, 2020

Barbara Baraldi affronta per la prima volta una trama dal sapore fantascientifico che mi rimanda subito al celebre “Io robot” del grande Isaac Asimov. E allora concedete a me, per anni maniacale cultrice di fantascienza, di avanzare poche righe. Per quanto attiene al potere e all’utilità delle macchine nel nostro mondo, oggi siamo inchiodati a due opposte profezie: una tecnoutopista, l’altra scettica e catastrofista. La prima, ottimistica e illuminista, guarda al macchinismo come una liberazione (dalle costrizioni materiali, dalla pericolosità del lavoro) e si basa sul sapere sociale e la conoscenza (tecnologica) applicati. La seconda, la catastrofista, è invece molto condizionata dal timore che le più straordinarie tecnologie, magari legate al nucleare, possano sfuggire al controllo dell’umanità e segnarne la fine. E fu proprio Isaac Asimov, scienziato e futurologo, con il bestseller della letteratura fantascientifica Io robot, a metterci davanti agli occhi il peggior dilemma del macchinismo: l’uomo replicherà, secondo Asimov per il 2035, il proprio cervello in un androide. Ma a quel punto il “cervello positronico” (l’antimateria di cui Asimov immagina fatta la mente dei robot) sarebbe in grado di ingaggiare una sfida finale col cervello umano. Nella fantascienza di Asimov, l’uomo può difendersi dal sopravvento dei robot programmandone il software con algoritmi embedded di autocensura e autocontrollo (che nel suo romanzo la Baraldi inserisce e maneggia con perizia).
Ma in uno dei racconti di Asimov, il robot androide Viki (Virtual Interactive Kinetic Intelligence) sfugge al controllo umano… Fa pensare. Insomma, potremmo rischiare davvero il sopravvento delle macchine intelligenti sull’uomo?
La trama di Sentenza artificiale ci regala una splendida, inarrestabile avventura dai ritmi rapidissimi, tutta in salita, per presentarci un futuro prossimo plausibile in cui la maggioranza del governo italiano, sulla spinta di una formidabile pressione economica e mediatica, sta per votare una riforma, la più grande innovazione nella giurisprudenza dall’epoca della riscoperta del Codice giustinianeo. Un riforma per affidare la giustizia italiana a LexIA, l’algoritmo di “sentenza artificiale” in grado di rivoluzionare il processo penale. LexIA è in grado di valutare ogni aspetto del caso, dalle circostanze alle prove, dalle testimonianze alle attenuanti, ignorando le ingerenze politiche nella magistratura e la pressione dell’opinione pubblica, E, se non bastasse, può anche eliminare gli errori giudiziari e, di conseguenza, i risarcimenti milionari che andrebbero a gravare sulla spesa pubblica. Insomma LexIA è un algoritmo in grado di emettere la sentenza senza alcun intervento dell’intelligenza, della capacità decisionale e dell’etica umana. Promotore e sponsor della rivoluzionaria metodologia è Aristotile Damanakis, imprenditore e filantropo, fondatore e amministratore delegato della LegTech, società creatrice del programma, ex avvocato penalista, poi affermatosi nel campo dei servizi informatici per gli uffici legali e i tribunali, settore privatizzato di recente. Ma durante la conferenza stampa in una grande aula del Tribunale di Roma, una pacifica manifestazione dell’opposizione, i Responsabilisti, degenera in attacco rivoluzionario e provoca disordini disastrosi. Alcuni sicari vestiti di nero e mascherati raggiungono la sala delle conferenze. Damanakis viene assassinato e Colbran, ex giudice di Corte d’Assise, fondatore e portavoce del movimento dei Responsabilisti, ritrovato vicino al cadavere con un pistola fumante in mano, viene accusato del delitto.
Sono passati due anni, ogni resistenza alla messa a punto del progetto di LexIA è stata superata, il programma verrà introdotto a giorni. Il primo caso ufficiale su cui dovrà pronunciarsi sarà la colpevolezza di Saverio Colbran, accusato dell’omicidio di Aristotile Damanakis, ma la giovane e brillante informatica e analista ministeriale Cassia Niro, che da alcuni mesi sta lavorando al progetto, ritiene di aver scoperto un’anomalia nel sistema. Anomalia che, a suo vedere, potrebbe mettere a rischio il corretto funzionamento dello stesso. Cassia è sicura che qualcosa o qualcuno abbia sia pur brevemente interferito con la sandbox di protezione di LexIA. Ligia al dovere e all’azienda informa il suo capo e fa rapporto scritto su quando ha individuato. Dritta e decisa fino al midollo, immagina un’interferenza o un errore umano. Non può certo prevedere che, dal momento in cui ha reso noti i suoi dubbi, la sua vita sarà in pericolo. Qualcuno vuole interferire sulla riforma della magistratura ed è pronto a uccidere pur di manipolare le sentenze. Da quel momento Cassia si trasforma in bersaglio per qualcuno disposto a tutto pur di coprire le proprie tracce. Perché come lei è riuscita a vedere l’anomalia, così chi controllava quell’anomalia ora sa di lei.
Cassia, imbattibile hacker, sarà costretta a confrontarsi con un avversario di cui non riesce a indovinare fino in fondo le mosse. Ma il coraggio, la volontà, l’intelligenza, la convinzione, il senso di amicizia, di appartenenza e l’emozione umana a lungo andare possono trasformarsi nella carta vincente che ti può regalare la partita. E sarà infatti Cassia, in una spasmodica corsa per fermare il tempo, a sorprenderci con una serie di colpi di scena.
L’autrice fa pensare alla sua Cassia: “Nessuna macchina potrà mai competere con la flessibilità della nostra mente”.
E noi oggi in questo mondo, dove mille diversi input condizionano e governano le nostre giornate, anche senza la spada di Damocle di LexIA a incombere sulle nostre teste, speriamo che abbia davvero ragione, anche se un perverso angolino della nostra mente continua a chiedersi: chi comanda e decide veramente?
Applauso a Barbara Baraldi nell’aver scelto di portare avanti una trama potente, straordinariamente scenografica, in bilico sul doppio binario scientifico ed etico. Immaginate per un attimo che una macchina possa arrivare a sostituire un intero apparato di giustizia, che possa farsi garante di una giustizia priva di componenti pregiudiziali o soggettive, asettica e super partes: la vorremmo? Questo è il vero dilemma etico che ci affida Sentenza artificiale.
I grandi progressi della scienza e della tecnologia pongono sempre il quesito sui limiti entro i quali ne è consentita la messa in pratica. In Sentenza artificiale LexIA prende decisioni sulla base della riproduzione astratta di una realtà che non capisce. LexIA infatti è un’intelligenza priva di empatia, non in grado di distinguere tra il “bene” e il “male” come li intendiamo noi, e non può prescindere dalle idee e convinzioni dei suoi progettisti….

Barbara Baraldi è autrice di thriller e sceneggiature di fumetti. Pubblica per Giunti editore la serie “Aurora Scalviati, profiler del buio” di cui fanno parte i romanzi Aurora nel buio (2017), Osservatore oscuro (2018) e L’ultima notte di Aurora (2019). Nel corso della sua carriera ha pubblicato romanzi per Mondadori, Castelvecchi, Einaudi e un ciclo di guide ai misteri della città di Bologna per Newton & Compton. Tra il 2014 e il 2015 ha collaborato con la Walt Disney Company come consulente creativa. Dal 2012 scrive per la serie “Dylan Dog” di Sergio Bonelli Editore. È vincitrice di vari premi letterari, tra cui il Gran Giallo città di Cattolica e il Nebbia Gialla. È trai protagonisti di Italiannoir, documentario sul thriller italiano prodotto dalla Bbc. I suoi libri sono accolti con favore dalla critica e dal pubblico e sono pubblicati in vari paesi, tra cui Germania, Inghilterra e Stati Uniti. Dal 2010 tiene lezioni e corsi di scrittura creativa per adulti e ragazzi in collaborazione con le scuole secondarie di primo e secondo grado.

Come la pioggia sul cellofan (Le gialle di Valerio 248)

Grazia Verasani
Come la pioggia sul cellofan
Marsilio Venezia, 2020
Noir

Bologna. Fine estate. Dopo un anno di convivenza, l’irreprensibile giudizioso Luca Bruni, dirigente della questura a capo della squadra Mobile, ha lasciato la graziosa conciliante Giorgia Cantini, esperta titolare di una piccola agenzia di investigazioni private, incallita fumatrice e bevitrice, impulsiva atea solitaria. Lui aveva avuto una bella infatuazione, ora è tornato sui suoi passi, ha radunato le proprie poche cose mentre lei era fuori, ha lasciato le chiavi sul tavolo e se n’è andato senza lasciare un biglietto. Tre mesi prima il figlio Mattia aveva avuto un grave incidente con una settimana di coma, è ancora in convalescenza, la madre Giusi aveva vietato a Giorgia di fargli visita, Bruni non si era opposto e anzi aveva progressivamente scelto di tornare in “famiglia”. Lei si compiange e si ubriaca spesso. Un amico la distrae suggerendole un lavoro: la famosa pop star alcolista cocainomane Furio Salvadei ha una devota ammiratrice non più giovanissima, la 44enne Adele Fossan residente a Mestre ed ex proprietaria di un negozio di abbigliamento. Si è fatta troppo insistente, è stata già ammonita dalla polizia; il musicista è in piena crisi artistica ed esistenziale, se ne vorrebbe liberare senza ricorrere a forza e giustizia. Giorgia va a trovarlo in un appartamento da capogiro, che uomo! Vicino ai cinquanta, niente di artificiale, capelli folti e castani schiariti dal sole, setto nasale deviato in modo fascinoso, occhi marroni luminosi; un fratello quasi altrettanto affascinante. L’incarico si rivela meno facile del previsto: si tratta di uno stalking intermittente, la donna molestatrice è sfuggente enigmatica strana mutevole. A Giorgia, in parallelo, viene anche chiesto di verificare la biografia della possibile futura nuora di una riccona. E poi ci scappa un omicidio.

La scrittrice e cantautrice, attrice e doppiatrice Grazia Verasani (Bologna, 1964) confeziona l’ennesimo bel noir, come sempre narrato in prima persona al presente dalla riuscita protagonista. Scrive buone storie e musiche da oltre trent’anni, il primo romanzo con Cantini nel 2004 (ne furono tratti un film da Salvatores e una serie televisiva). Questo è il sesto, a quattro anni dal precedente; la vita cartacea scorre più lenta, è trascorso solo un anno dalla vicenda narrata nel 2016. Ora che è tornata sola, Giorgia incontra di nuovo molti dei soliti interessanti amici, sempre aiutata dalla mitica Genzianella. Il titolo parte dalla pioggia persistente della stagione e riprende un effetto sensoriale, gli involucri che ci proteggono e separano dal fastidio e dal dolore, in un contesto dove tutto appare disilluso, falsato da miti e tecnologie. La stalker e l’investigatrice sono donne disperate e lottano insieme a noi, nell’ombra, in un continuo rimando di citazioni cinematografiche e letterarie, perlopiù di testi e film di genere giallo e noir. Come epitaffio della sua storia d’amore Giorgia sceglie, comunque, Françoise Sagan: “per un istante furono sul punto di conoscersi”. La gioia di veder cadere chi è salito in cima si chiama Schadenfreude, lo sapete? Come spesso, la lotta interiore è, invece, a metà tra il senso di colpa e lo scaricabarile. Liquori, birra e vino in gran quantità, anche amarone e traminer. Pure molta musica, compreso il pezzo di Dalla che piaceva alla scomparsa sorella Ada: “leva il tuo sorriso dalla strada e fai passare la mia malinconia”. Beati quelli che ci riescono.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2020

Firmato Cardosa di Carlo Parri, Il Giallo Mondadori 2020
Dopo Il metodo Cardosa, Mondadori 2012, e Cardosa e il codice Modigliani, Mondadori 2018, letti con soddisfazione, mi sono buttato anche su questo.
Roma 2015. “Ruggero Abate era stato ucciso, secondo il medico legale, tra le dieci e trenta e le undici del giorno precedente. Un colpo d’arma da fuoco, con foro d’entrata a livello dell’orbita sinistra e foro d’uscita a livello della linea nucale superiore”. Con una pistola, la Desert Eagle, di provenienza israeliana. Strano, molto strano per il vicequestore aggiunto Leonardo Cardosa avere usato una potente arma da fuoco per un semplice omicidio del capo di una piccola casa editrice. Mah… Intanto al caffè Greco un grog doppio come il suo mito Maigret che risolveva sempre. E avrebbe risolto anche lui. Primo incontro con “il decano dei giornalisti di nera romana” Matarò, che avrà la sua bella parte nella vicenda, e scambio di vedute.
Al centro certi libri misteriosi sull’alchimia e la scomparsa dell’ultimo manoscritto che conterrebbe stupefacenti rivelazioni esoteriche. È sparito anche l’autore, un certo Giulio Gaburri, nell’area archeologica del Cairo. Urge mettere in moto i due cervelli del nostro Cardosa e ricercarlo insieme a Matarò, che fa un po’ da spalla, a Imbaba e Al-Qaràfa dove la miseria esplode dappertutto. E il ritrovato Gaburri potrà finalmente spiegare il segreto di certe fotografie della Madonna di Foligno di Raffaello trovate nascoste dietro un armadio del fu editore.
Dunque un caso particolare, un caso assai complesso dove entrano in gioco i servizi segreti israeliani, la mafia stessa e un certo Amerikano piuttosto scaltro. Dove Cardosa fa a modo suo sfruttando tutti i mezzi, leciti e illeciti, per giungere alla soluzione. Coadiuvato da un gruppo di collaboratori forte e coeso (ognuno con i propri risvolti di vita) e i soliti scontri con chi sta più in alto (vedi il questore) e anche con altri apparati della polizia (vedi il capo della sezione M dei servizi). Intorno alla vicenda i fatti personali, il ritorno di fiamma con il magistrato Caterina Lamanna, ricordi, letture, citazioni, qualche buona mangiata, qualche buona bevuta, qualche breve momento di distensione con la sua armonica a bocca suonando Blowin’ in the Wind e il Natale in Sicilia dalla sorella e dal padre irto di pericoli. Inoltre dubbi su dubbi, minacce, scontri, feriti, uccisioni, spunti critici su una Roma dove tutto è guasto: la scala mobile del parcheggio, gli ascensori, i display degli autobus, le biglietterie automatiche, i distributori del caffè e, dunque, perché dovrebbero funzionare le telecamere quando ce n’è bisogno?
Una miscela di misteriose, arcane aspettative, di astuzie, intrighi, inganni, complotti e cruda realtà. Un lavoro assai duro per i due cervelli del Nostro.

Sherlock Holmes. Il delitto impossibile di M.J.H. Simmonds, Il Giallo Mondadori 2020
Giugno 1884. “Sherlock Holmes, alla disperata ricerca di un caso o di una qualsiasi altra sfida intellettuale, era lo specchio personificato di quel tempo orribile. Sembrava un sosia di se stesso, sempre cupo, triste e scontroso”, annota il solito Watson. E dire che sono passate solo tre settimane da quando ha risolto in soli sei giorni sei crimini e, addirittura, accennato ad un settimo di cui nessuno si è accorto. Ovvero: l’assassinio di una fioraia, un vetturino disonesto in libertà, un furto di gioielli, una contesa testamentaria, alcune morti sospette e un allibratore ucciso davanti alla porta di casa. Sei casi con al centro il nostro Holmes a destare continue sorprese a Watson e all’ispettore Lestrade attraverso il suo infallibile fiuto e il suo acutissimo “occhio”. Tra una boccata di pipa e l’altra e un’occhiata, quando ci vuole, alla sua biblioteca. Capita anche che siano tutti e tre insieme a svelare il mistero.
Dunque, dicevo, Holmes a giugno “langue in uno stato di scontrosa apatia”, magro, il viso scavato, mangia e beve a stento, avvicinandosi sempre di più “alla schiavitù della siringa”. Ed ecco, fortunatamente, l’arrivo dell’ispettore Gregson a chiedere aiuto per un caso impossibile. Nella residenza campagnola di Bedhurst Hall, piena di ospiti, è stato assassinato il proprietario James Harrison. Strangolato con una corda che però non si trova. Nessuna arma del delitto e nessuna prova. Porte e finestre ermeticamente chiuse. Un caso da leccarsi i baffi per il nostro Holmes. Primo passo l’analisi del morto e del luogo in cui è avvenuto l’omicidio. Poi il colloquio con i testimoni: il colonnello E. Fauwkes, il reverendo St John Beekey, il signor J. Banks Wells e consorte, l’esimio R. Wulf Fessington e consorte, il dottor E. Pace e consorte, la signora C. Fairchance, il signor J. Wergeld e il professor J. Seaworthy. Dal quale si ricavano un bel po’ di notizie sul defunto e sugli aspetti particolari dei testimoni. Con Watson pronto ad ascoltare ma anche a dire la sua. Le domande alla fine sono sempre le stesse: “Come ha fatto l’assassino ad uccidere? Dove si trova la corda usata per lo strangolamento? Chi ci guadagna di più dalla sua morte? Chi eredita la sua tenuta?” Intanto occorre sapere cosa contiene il testamento. Ma anche su questo nasceranno delle problematiche…
Comunque facile sospettare l’assassino perché sta fuggendo. Occorre solo svelare la sua vera identità e acciuffarlo mentre sta per imbarcarsi su una nave. Però tra accusarlo e dimostrare la sua colpevolezza ce ne corre, se non arrivasse a proposito il colpo di scena finale creato magistralmente da Sherlock. Tuttavia manca ancora un tassello, ovvero il mistero di come sia avvenuta l’uccisione. A meno che… a meno che Watson, come succede spesso con una delle sue battute innocenti, non faccia accendere la lampadina al suo grande amico. All’interno, durante un momento di pausa, il racconto Il mistero della chiesa di Croxham dove viene fuori, addirittura, come arma omicida il Botafumeiro…
Facilità di scrittura, pochi tocchi a creare un personaggio, a delinearne il carattere, a sviluppare un’ambiente e un’atmosfera particolari, a creare una storia complessa che affonda le radici in un passato lontano, sia nel tempo che nello spazio, dall’Inghilterra all’Africa. Per rendere autentico il romanzo l’autore, come segnala il nostro Luigi Pachì, “ha effettuato ricerche approfondite su svariati aspetti della società vittoriana: linguaggio, ferrovie, spedizioni, vestiti, architettura e molto altro.” Una bella lettura.
Per Sotto la lente di Sherlock abbiamo Cultura sociale e storica attraverso Sherlock Holmes di Luigi Pachì che mette in rilievo come le avventure del Grande Detective sono occasione di svago ma anche un accrescimento della nostra “conoscenza storica e sociale del periodo a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900”. Seguono notizie dettagliate sull’autore.

L’ira funesta di Paolo Roversi, Rizzoli 2013
Avevo lasciato Paolo Roversi a Milano alle prese con il giornalista free lance Radeski, il suo vespone giallo e il Buk Labrador “dagli occhi liquidi” e me lo ritrovo ora in un paesino della Bassa a tirar su un nuovo personaggio, anzi, nuovi personaggi. Intanto il paesino è Piccola Russia, governato da incalliti comunisti e composto da una Polisportiva (la Poli), la caserma dei carabinieri, l’ex cooperativa ora in disuso, la farmacia, il negozio di alimentari, un’osteria. Intorno “le fattorie, le porcilaie e i loghini dell’aperta campagna”. A vigilare su tutto il maestoso Po.
Qui abitano le classiche figure di paese che non si sono mosse di un passo insieme a quelle che ritornano dopo tanti anni dall’America o dalla Germania con le loro straordinarie esperienze e i loro mitici ricordi. Qui abitano soggetti strampalati come il Gaggina “un ragazzone di centotrenta chili, alto come un trattore” che va fuori di testa e mette in subbuglio il paese. E qui abita pure Omar Valdes, il comandante della stazione dei carabinieri (quattro in tutto) “carattere ruvido e di poche parole” con la passione spudorata per la pesca, specie del pesce siluro (vedi Il male quotidiano di Massimo Gardella, Guanda 2012), un mostro baffuto pesante anche più di cento chili. Finito lì, il Valdes, “per colpa di faccende vecchie e sepolte”, lui di Cagliari dove vivono l’anziana madre e la sorella. A questi si aggiunga una giornalista che fa le cose sul serio riguardo agli sbarchi e alla vita degli emigranti che arrivano su Lampedusa e come ricompensa viene spedita anche lei nella Bassa (mai dire la verità). Chiaro che nasce qualcosa di friccicarello con il nostro maresciallo che un po’ di situazioni ormoniche fanno sempre bene.
Quando il giallo arriva con l’assassinio di Giuanìn Penna (quello ritornato dall’America), sbudellato da una spada, l’imputato principale sarà il Gaggina che minaccia tutti con una katana da samurai e si è asserragliato in casa con due ostaggi (il giornalista e il regista di paese) e la nonna pluriottantenne prodiga dispensatrice, a suo tempo, di delizie amorose. Ma c’è qualcosa che non quadra in tutta la faccenda e allora si deve ricercare nel passato. È lì la chiave di volta per scoprire il movente di un delitto inatteso.
Questo noir un po’ serio, un po’ leggero, un po’ ironico, un po’ grottesco, un po’ pulp, un po’ sociale, si inserisce tra i prodotti genuini di quella banda di mascalzoni (vedi anche “Sugarpulp”) che hanno preso di mira la Bassa con le loro storie strampalate che divertono e a volte (non sempre) fanno riflettere più dei mallopponi seriosamente impegnati. La trama giallistica è fragiletta e risaputa (pure certi personaggi sono gli stessi da una vita) ma quello che conta è il tratteggiare un universo di paese fatto di rapporti consolidati dal tempo, di frizzi, lazzi, battute, prese per il culo, storie eclatanti rimaste nella memoria comune e che riemergono con l’evolversi della vicenda. E insomma il libro va letto con quello spirito goliardico con il quale è stato scritto. Altrimenti cambiate canale.

I Maigret di Marco Bettalli

La furia di Maigret del 1947
Un Maigret archetipico per quanto riguarda il disprezzo assoluto (da cui il titolo, reso in italiano anche con La collera di Maigret, da non confondersi con il titolo simile del n. 60), la frattura insanabile tra i ricchi – debosciati, corrotti, inaffidabili, semplicemente e irrimediabilmente cattivi – e la povera gente, cui il commissario, nonostante la sua ascesa sociale grazie alla brillantissima carriera, si sente di appartenere. Maigret è – ancora una volta – in pensione nella sua casetta a Meung-sur-Loire in una caldissima estate: la descrizione della vita dei coniugi ormai ritirati, con cui si apre il romanzo, è tra le più belle che Simenon ci abbia proposto. La storia in sé, incentrata su una di quelle figure di “mostri” assoluti che – guarda caso – appartengono sempre alla classe degli arrampicatori, i piccoli borghesi ambiziosi e senza scrupoli (questo è addirittura un ex compagno di classe di Maigret!), è cupa, violenta, ambigua, con moglie e cognata rese schiave, figli che scoprono l’orrore della famiglia e si suicidano, con l’onere/onore di fare giustizia affidato alla vecchia e volitiva Bernadette, vedova del capostipite, che assisteva da anni allo scempio della famiglia. Bello, intenso, anche se in qualche misura eccessivo. Piccola nota: Maigret fa uccidere due splendidi alani con polpette avvelenate e “non era fiero di quello che aveva fatto”: tutto qui, l’animalismo deve ancora essere inventato!

Maigret e l’affittacamere del 1951
Di nuovo nella primavera parigina, una storia originale che si svolge tutta nei dintorni e all’interno di una pensioncina di rue Lhomond, tenuta dalla morbida, infantile, allegra signorina Clément, presso cui il commissario, orfano momentaneamente della signora Maigret, si trasferisce per alcuni giorni, circondato dalle attenzioni lievemente ambigue della padrona e da un largo campionario di figure un po’ marginali che Simenon è maestro nel rendere con pochi tratti. Lo scopo è cercare di spiegare il misterioso ferimento del fidatissimo Janvier, colpito nei paraggi da una pallottola mentre sorvegliava un ladruncolo di scarsa importanza. Il ritmo è lento, la lettura molto piacevole; la trama si rivela come sempre complessa, con l’entrata in scena di una cinquantenne ormai paralizzata ma ancora in grado di mantenere due relazioni, una con il marito amato ma quasi sempre assente, una con una vecchissima fiamma, improvvisamente ritornata a riempire la sua vita ormai vuota. Tutti, compreso il colpevole, per caso quasi assassino di un poliziotto, si rivelano persone fondamentalmente per bene, con un Maigret sottilmente sotto tono, rarefatto, ma in realtà acuto nel venire a capo di una situazione apparentemente senza sbocchi.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La memoria del lago di Rosa Teruzzi, Sonzogno 2020
È la quinta puntata della Saga delle Miss Marple dell’Ortica, così ribattezzate dalla smaliziata penna della Smilza, cronista in carica alla Città, il quotidiano d’assalto più letto nelle portinerie milanesi. Dunque, le Miss Marple, al secolo Jole, stravagante nonna e madre cultrice dello yoga e del libero amore, che, benché passata la sessantina gira abbigliata in hippy look; Libera, sua figlia, la bella rossa che somiglia come una goccia d’acqua a Julianne Moore. Tutte e due rigorosamente single per ideale scelta mentale e nella vita di tutti i giorni spesso costrette sugli attenti dalla rispettiva figlia e nipote Vittoria, venticinquenne poliziotta, perfettina di carattere, poco discorsiva e sempre sulla difensiva. Oddio magari la si può anche capire. Provate un momento a mettervi nei suoi panni. Insomma, Vittoria deve confrontarsi giorno dopo giorno con una nonna decisamente sopra le righe e una mamma un po’ svagata e nostalgica (anche se per ottime ragioni), costretta a guadagnarsi da vivere con il suo lavoro di fioraia, specializzata in bouquet da sposa.
In una sera di fine estate (un’estate decisamente più calda e afosa del solito), un vecchio e sottile dossier, ingiallito dal tempo, proveniente dagli archivi della polizia, mercé l’occhio vigile e l’aiuto dell’amica giornalista Irene Milani, atterrerà sul tavolo del laboratorio di Libera, la fioraia del Giambellino. Una cartellina verde con dentro i documenti di un lontano caso di cronaca – legato agli anni del dopoguerra, una giovane donna, una madre trovata morta sulla ripida scarpata del lago di Como. Una storia trascurata e poi archiviata in fretta dalle autorità. Una morte imputata a un incidente, ma aleggiano sinistri dubbi sul caso. Le carte contengono anche la testimonianza e i dubbi di un vice parroco di montagna, che addirittura aveva inoltrato un esposto alla questura facendo nomi e cognomi. Esposto tuttavia poi ritirato. Tarcisio Planetta e suo figlio un tempo innamorato di Ribella infatti, tirati in causa dal prete, interrogati in merito dalle forze dell’ordine, avevano esibito degli alibi. Ma chi erano mai i funzionari che avevano coperto e garantito per loro? Qualcosa non quadra perché parte di quanto scritto sul rapporto di polizia, su quei fogli ingialliti, è stato cancellato con grossi freghi di inchiostro nero. Libera legge tutto, sconvolta e inquieta: quella faccenda la tocca molto da vicino. La donna morta era Ribella Gheitz, sua nonna, la mamma di Iole e moglie del nonno Spartaco. Quali brutti misteri nasconde la sua famiglia? E perché Tarcisio Planetta, il ricco e sfrontato contrabbandiere poi diventato stimato industriale milanese, prima della morte di Ribella l’aveva minacciata ad alta voce nell’osteria? C’è abbastanza roba perché la fioraia milanese si senta obbligata a trasformarsi di nuovo in detective…

Un conto aperto con il passato di Luigi Guicciardi, Damster 2020
Torna il Commissario Cataldo con Un conto aperto con il passato. Il giallo parte da una macabra scoperta, lo scheletro semimummificato saltato fuori durante i lavori di demolizione di una fatiscente cartiera della periferia di Modena. Uno scheletro che, dopo i primi approfondimenti di Cameroni, l’antropologo forense, apparteneva a una ragazza tra i diciotto e i ventidue anni. Le indagini per far luce sulle circostanze della sua morte e identificarla vengono affidate al commissario Cataldo. Ben presto scoprirà che la cartiera, fino a quando era diventa inagibile e il suo perimetro recintato, era il posto preferito di ritrovo per un gruppo di bikers, ragazzi e ragazze liceali di buona famiglia. La cartiera, frutto di un’eredità famigliare, è stata venduta di recente e si pensa che l’acquirente voglia farci un ipermercato. Ma ben presto il commissario Cataldo dovrà dividersi in due: il giovane e brillante proprietario della Delta, l’azienda farmaceutica più nota in città, un pilastro della grossa borghesia imprenditoriale modenese, viene assassinato sulla porta di casa sua. Questo secondo omicidio apre un ampio ventaglio di ipotesi: concorrenza, relazioni industriali, traffici di sostanze pericolose e proibite imputato da molte voci alla Delta, contrasti con i sindacati dopo il licenziamento di un sindacalista e, come se non bastasse, anche le minacce degli animalisti. E Cataldo non può trascurare la vita privata del morto, che sembra avesse un’amante sconosciuta. Intanto la scoperta dell’identità della giovane vittima della cartiera, in virtù soprattutto di una catenina e una medaglietta ritrovate vicino al corpo, gli dirà che aveva appena superato l’esame di maturità e che la sua morte risale a nove anni prima. Il commissario Cataldo deve chiedere aiuto a un vecchio collega e andare a cercare nel passato gli amici, i legami e i potenziali testimoni di allora. Un diffacile salto a ritroso nel tempo che lo obbliga a numerosi, sfiancanti e a prima vista inutili interrogatori, soprattutto nel giro dei compagni di scuola. Mentre le due indagini del commissario Cataldo, apparentemente senza nessun legame tra loro, lo costringono a impegnarsi in un doppio binario investigativo, altre persone verranno uccise. Il gioco cambia, si oscura, si allarga e lo forza a un continuo avanti e indietro tra presente e passato, tra gli uomini di oggi e i ragazzi di ieri, nella più classica atmosfera della nebbia modenese che ben riesce a celare invidie, gelosie, abbandoni, tradimenti, ricatti, vendette, sete di potere, voglia di carriera a ogni costo…
Una storia vecchio stile, un giallo classico dove ci sono i delitti, chi indaga, i personaggi e gli indizi messi ad arte da scoprire. Ancora una volta una scrittura, quella di Guicciardi, sempre fluida ed essenziale per una trama scorrevole che si crogiola di in un sottofondo profondamente umano e melanconico.

La selva degli impiccati di Marcello Simoni, Einaudi 2020
Anno Domini 1463, autunno del Medioevo o, come lo definisce la Storia, verso la fine dal Basso Medioevo, a Saint Philibert, Beaune, Borgogna. Un’accusa di commercio con il demonio e di eresia seguiti dal linciaggio di Maitre Flamand, parroco del villaggio, danno il via a una straordinaria storia, ammantata da una colta ed eccezionale ricostruzione storica ambientale. Siamo in Francia, siede sul trono Luigi XI, figlio ed erede di Carlo VII, il sovrano di Giovanna d’Arco, colui che riuscì a farsi incoronare re a Reims e riconquistare Parigi. Risuonano ancora paurosamente gli echi di quella spaventosa epoca legata alla fine della Guerra dei cent’anni con l’Inghilterra. Guerra che, dopo aver insanguinato la Francia, raso al suolo fiorenti città, isterilito intere contrade, armando i francesi gli uni contro gli altri, aveva scatenato le mostruose scorribande di eserciti di banditi, belve pronte a schierarsi senza pietà con l’una o l‘altra fazione. Nel 1463, Carlo VII è morto da due anni e Luigi XI ha eletto Tours a sua residenza e capitale di Francia a scapito di Parigi, ma Parigi, governata dal prevosto (o magistrato generale con tutti poteri) che sarà il fulcro e il cardine del romanzo, resta sempre la capitale morale e intellettuale del paese, con la sua celeberrima roccaforte universitaria nella città: La Sorbonne. E il protagonista di La selva degli impiccati è François Villon, il poeta maledetto, colui che fece della poesia la sua bandiera. Uno dei piú celebri ribelli della storia, un assassino, un ladro, un violento, un dannato folletto, un imprendibile mascalzone, l’uomo due volte condannato a morte di cui la storia era persino arrivata a dubitare l’esistenza. Si diceva che Villon, il ladro poeta, tutto volle, tutto osò, quasi volesse cancellare per sempre i propositi di onestà inculcatigli da mastro Guillaume Villon, suo padre adottivo, di tutti i suoi buoni e savi insegnamenti e quelli di anni presso la Sorbonne. François Villon, colui che ha lasciato in ricca eredita ai posteri la sua grande capacità di cantare il mondo trasformandolo in versi. Ma ora, nel 1463 a Parigi, chiuso in un pozzo dello Châtelet per volere del Prevosto, il feroce Jacques de Villiers, François Villon, sottoposto ai gelidi rigori dell’inverno, si sente ormai attorno al collo la corda del patibolo quando gli viene concessa la grazia. Tuttavia la sua vita avrà un prezzo molto salato, perché dovrà accettare di essere bandito da Parigi per ben dieci anni. E, come se non bastasse, un altro fatale impegno l’aspetta. In cambio della riconquistata libertà dovrà anche, sia pur pagato con dieci sonanti reali d’oro, accettare di trasformarsi in un traditore e una spia e stanare dal suo nascondiglio Nicolas Dambourg, il fantomatico capo dei Coquillards, una banda di fuorilegge ritenuta ormai sciolta e di cui il ladro poeta avrebbe fatto parte in passato…
La selva degli impiccati è una storia di potere, soprusi, crudeltà, ma anche riscatto e capacità di rivincita. Una storia che ci costringe a leggere con il fiato sospeso ben quattrocento pagine. Scrivo questa recensione con lo splendido sottofondo musicale della bella versione della Ballade des pendus di Louis Bessières, interpretata da Serge Reggiani. La ballata degli impiccati (Ballade des pendus) ha ispirato anche un altro grandissimo cantautore francese, Leo Ferrè. La canzone francese infatti ha un’antica e cospicua tradizione di testi poetici messi in musica. Ma anche Bob Dylan, più volte nelle sue poesie, ci rimanda al grande mito di François Villon.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento L’impero della fantasia di Geronimo Stilton, Piemme 2019.
Geronimo sta leggendo un libro di fantasia e ad un tratto ci si ritrova dentro. Incontra la sua amica Floridiana che gli dice che l’impero della fantasia sta per essere invaso dall’esercito degli invisibili. Per salvare l’impero Geronimo deve partire per un’isola insieme a un cavaliere, un drago, una tigre e una principessa. Floridiana aveva dato a quest’ultima una maschera che le avrebbe indicato la strada giusta. Lungo il viaggio per l’isola incontrano molti amici: una volpe avara, ma anche simpatica; una tartaruga vecchia e saggia e una ranocchia vivace e chiacchierona. Ma anche molti pericoli: un ragno gigante, un serpente a tre teste, un lago di fuoco, un pesce fornace, un mostro alato e un gigante di roccia. Ce la faranno a salvare l’impero della fantasia?…
Questo libro mi è veramente piaciuto perché parla di fantasia, ci sono dei personaggi buffi e divertenti e delle situazioni particolari e difficili da risolvere. La fantasia è importante per tutti, soprattutto per noi ragazzi.

Le letture di Jessica

Cari bambini,
oggi vi presento Aldin magico orsetto di Tony Wolf, Dami editore 2019.
Questa è la storia magica di Aldin, un orsetto prodigioso. Guardate come è straordinaria la sua casa! Si vede subito che è abitata da un vero mago, di quelli con il cappello a punta e la bacchetta magica. Con un incantesimo Aldin ha trasformato una vecchia pianta in una specie di castello. Tutto è incantato nella sua casa abitata da esseri ed elementi fantastici: la bacchetta fatata, il cappello delle stelle, le pozioni, Jet la scopa volante, il mantello dell’indovino, lo scrigno dei tesori, la sfera di cristallo, il grande libro degli incantesimi. E poi c’è la cucina magica e tanti, tanti amici e una bella gara di magia! Riuscirà Aldin a vincerla? Per saperlo dovete solo leggere il libro!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti