Le lunghine di Fabio Lotti: Le vecchiette terribili

miss marpleTempo fa mi buttai sicuro sulla Introduzione del nostro Mauro Boncompagni scritta per Le signorine omicidi colpiscono ancora, Gli speciali del Giallo Mondadori 2009 (non lo perdete), per trovare conforto a qualche mia lettura. In principio erano zitelle. Ovvero “vecchiette terribili”, ovvero “eroine in pericolo”. Niente a che fare con quelle di oggi, ma non anticipiamo. Vediamone qualcuna.
Miss Silver di Patricia Wentworth è una “zitella sferruzzante” sempre china sui lavori a maglia per i vari nipoti. Ex insegnante ed istitutrice, sferruzza e tossisce, sferruzza e tossisce, sferruzza e tossisce. Mentre Miss Marple sorride, lei tossisce (non so se si è capito) ma all’occorrenza sa tirare fuori un bel sorriso accattivante. Educata, educatissima, vive con le sue vestaglie ornate di pizzo, con le sue pantofole vezzeggiate di perline, tra i suoi adorabili servizi di ceramica, sempre attenta e composta. Difficile, se non impossibile, che alzi la voce, al massimo scuote la testa. Talvolta il ticchettio dei ferri segue il ritmo della conversazione e mi pare di vederla impegnata a passare dall’adagio all’andante mosso. Si concede qualche citazione e qualche massima personale (si sente che ha studiato). Vista da un personaggio “Sembra uscita da una stampa del secolo scorso”. Nel libro citato sotto arriva con “un abito di lana verde oliva reso impeccabile dall’inserzione di piccole stecche di balena”, gonna di “una lunghezza decorosa”, i piedi “fasciati da calze di lana nera e da un paio di ciabatte dalla punta coperta di perline.“ (Ritorno dal buio, Mondadori 2010).
L’enigma della banderillaAltra pinza (dalle mie parti si dice anche così) Hildegarde Withers di Stuart Palmer, alta e rinseccolita, dalla faccia cavallina che ti aspetti un nitrito da un momento all’altro. Letterariamente parlando nasce qualche anno dopo Miss Marple (siamo negli anni trenta) ma non ne sono sicuro e non ho certo voglia di scartabellare tra i miei libri. Controllate voi. Dunque Hildegarde. Intanto è americana e non inglese. E questo è assodato. Insegnante di scuola elementare, tosta, dallo scilinguagnolo sciolto e affilato. Pettegola, insomma. Proprio non ce la fa a stare zitta e vuole mettere bocca dappertutto, dando lezione anche al capo della polizia di un’isola vicino a Manhattan. Ha un amico fidato, suo corteggiatore, (c’è speranza per tutti) nell’ispettore Oscar Piper della polizia di New York che la tiene in alta considerazione (considerazione non ricambiata almeno del tutto se lei pensa che non abbia una particolare intelligenza). Con il suo modo di fare aperto e sfrontato (sempre nei limiti) riesce a carpire i segreti altrui con la sua faccia da cavalla mattonata. Ama disegnare e camminare, vedere, osservare, esplorare. Certo non è una “signorina” sedentaria adatta all’uncinetto come Miss Silver. Per concludere una “vecchia gallina spennacchiata” che mette il naso dappertutto (entra ed esce dalle stanze altrui con una semplice forcella per capelli) e che risolve i misteri criminosi del suo tempo. (L’enigma della banderilla, Mondadori 2010).
I grandi casi di Miss MarpleE poi c’è la nostra Miss Marple. Con lei amore a prima vista. Sarà che il personaggio era pari pari spiccicato a certe vecchine del mio paese Staggia Senese che vedevo ogni giorno intente a ciabattare sulle scale di casa, mentre sferruzzavano maglioni a figli o nipoti e che mi salutavano quando passavo davanti a loro. Altri le consideravano solo brutte pettegole ma a me faceva piacere il loro sorriso e qualche frase riferita al mio continuo sviluppo “Guarda Fabio come cresce!”. Certo queste erano un po’ più sfortunate di quelle di St. Mary Mead. Nel senso che venivano prese di mira da noi ragazzacci che gliene combinavamo di tutti i colori. Una volta… ma lasciamo perdere.
Sarà quello che ho detto in precedenza, sarà che rivedevo in Miss Marple una nonna che non avevo mai conosciuta, sarà per altri motivi psicologici più reconditi ma l’impatto è stato subito positivo. Forse, a pensarci meglio, il primo elemento che me la rese nuova e simpatica fu proprio il fatto di essere donna e “vecchia” nello stesso tempo. Due particolari giallisticamente attraenti rispetto ai tanti poliziotti maschi e giovani che già conoscevo. E poi il villaggio di St. Mary Mead poteva benissimo essere il mio piccolo paese dove tutti ci conoscevamo e non c’era segreto di sorta per nessuno. Bello o brutto che fosse si sapeva perfettamente se quella se la faceva con quell’altro o se il postino non aveva portato le lettere perché aveva avuto la diarrea. Il personaggio funzionava e pure l’atmosfera che lo circondava. Un peana? Forse ho esagerato, ma mica tanto. L’anziana lady detective piaceva una cifra anche alla sua creatrice, quell’Agatha Christie, regina vera del giallo che ha allietato tante mie sere buie e tempestose (un classico).
Dicevo di Miss Marple, una vecchietta di circa settanta anni che si era intrufolata nella sua vita quasi senza accorgersene. Un tipo che aveva visto in casa di sua zia (o nonna che fosse) e che le si era stampata per sempre nel cuore. E sulla penna. Un fatto, però, mi incuriosiva. A St. Mary Mead si sapeva tutto su tutti eccetto che su Miss Marple. Una bella furbata di Agatha per renderla ancora più interessante? Diciamo quello che sappiamo: anziana (già detto), nubile (zitella dalle mie parti), alta, snella, occhi azzurri, di aspetto delicato, benestante, colta o dotta che fa lo stesso, di religione protestante, ottima istruttrice di domestiche e molto attaccata a suo nipote Raymond West. Per il momento non mi viene altro per la testa. Aggiungo semmai il volontariato e l’amore per il volo degli uccelli. Poi casa pulita, ordinata, precisa, giardino curato nei minimi particolari. Da qui guarda, scruta, osserva, conversa con le sue amiche. Quelle sì impiccione e pettegole! Specialmente la signorina Hartnell che non si fa gli affari suoi nemmeno a pagarla a peso d’oro. Il suo metodo di indagine (mal sopportato dall’ispettore Slack, ma tenuto in debito conto da Scotland Yard) è basato non solo sull’intuito e la deduzione ma anche, e direi soprattutto, dalla sua vasta esperienza di vita. Ogni abitante del suo paese, maschio o femmina, giovane o vecchio che sia è lì pronto nella sua mente per essere tirato fuori al momento opportuno e messo a confronto con i vari personaggi che ruotano intorno ad un delitto (niente di nuovo ma lo ridico lo stesso). Gli uomini saranno pure diversi nell’aspetto esteriore ma la natura umana è sempre uguale. E il male è dappertutto, anche dove meno te lo aspetti. Ma della natura umana fa parte pure il sesso. Che non è un male. Ecco un altro particolare che la rende simpatica. Non come quel misogino di Poirot! (solo all’inizio perché in seguito anche questo “difetto” diventa divertente). Certo non aspettatevi chissà che cosa. Siamo sempre nell’età vittoriana ed un casto bacio può benissimo rappresentare un’orgia dei giorni nostri. Ma insomma la nostra arzilla vecchietta è preparata anche su questo tema così scottante. E non solo sul sesso “normale”. Mi pare che lo dica lei stessa ma non ricordo dove (memoria andata).
Mi dimenticavo il sorriso (memoria ritornata). E l’aria innocente e svagata. Miss Marple parla e sorride. Parla, sorride e sembra pensare ad altro. E’ sempre così gentile e carina con quel suo amabile sorriso! Solo che sorridendo vi fa dire quello che vuole. Se avete dei terribili segreti e lei vi ha sorriso state pur certi che, bene o male, è riuscita a carpirveli. (Tra i millanta I grandi casi di Miss Marple, Mondadori 2010).
Altro personaggio da ricordare Cora Felton di Parnell Hall. La signora degli Enigmi vive con la nipote Shery Carter che vuole evitare le violenze del marito. Non cuce o sferruzza ma risolve i cruciverba. Nella rubrica tenuta da Sherry c’è la fotografia di Cora che appare “una dolce nonnina dai capelli bianchi”. Le piace bere e fumare senza perdere il ben dell’intelletto “Sherry, potrei bere una pinta di rum e recitarti ugualmente dall’inizio alla fine il celebre discorso di Lincoln a Gettysburg”.
Non si spaventa di niente. All’occasione appende al collo l’inseparabile borsa a sacco e si cala dal tetto. Sì, avete capito bene, si cala dal tetto per entrare in un ufficio. E non ha remora nello spaccare vetri con il calcio della pistola. Scorrazza a suo piacimento in internet e le piace chattare. Interessata a situazioni forti, che provocano emozioni “Voglio qualcosa di appassionante, dai risvolti succosi. Sesso, scandali, morti ammazzati. Chiedo troppo?”. Vista dal giudice Trillino “L’imputata, una signora piccolina, vestita di tweed, gli ricordava Miss Marple, e gli sembrava incapace, non solo di commettere il crimine di cui era accusata, ma anche solo di infrangere i limiti di velocità”. Non propriamente un occhio di lince. (Cruciverba criminale, Mondadori 2007).
Sapori assassini a BombayMiss Lalli di Kalpana Swaminathan, un metro e sessantacinque di altezza, cinquanta chili di peso. Viso da attrice “rugoso, intenso, espressivo”, occhi neri e lucenti, capelli argentati. Mani “quadrate incredibilmente forti”, elegante nel vestire, si muove veloce con delicatezza, “emana conforto, sagacia e una grazia vicina alla disciplina: quella sessantenne dallo sguardo acuto è infatti per la Omicidi di Bombay l’ultima spiaggia, la mente che risolve i casi più spinosi e sfuggenti.” Negata per gli acquisti, non sa mai quello che vuole. Acuta osservatrice, dettaglio scontato. In quarta di copertina “Questa donna è l’Agatha Christie indiana. Brividi assicurati”. E tutti i lettori incominciano a tremare. (Sapori assassini a Bombay, Kowalski 2009).
Concludo con mammina di James Yaffe, genitrice di David, ispettore della squadra omicidi di New York. Alla morte della moglie Shirley decide di lasciare la sua città per andare a Mesa Grande come investigatore privato di Ann Swenson, difensore d’ufficio. Mammina, oltre la soglia dei settanta, resta a casa (è vedova, naturalmente) perché non si sente ancora pronta a “voltare le spalle a quella che era stata la sua vita fino a quel momento”. A meno che non ci sia di mezzo un possibile delitto. Proprio da parte di un amico del figlio. Allora arriva con i suoi capelli grigi, i polsi magri, la faccia rugosa e la sua incredibile energia. Siamo nell’ambiente universitario. Invidie, ambizioni, tensioni, amarezze all’interno dell’accademia, sfruttati e sfruttatori di menti, razzismo strisciante, un plot complicato (in parte risaputo) neppure troppo credibile ma allo stesso tempo affascinante.
Al centro mammina che va alla sinagoga, fa amicizie, prepara colazioni e pranzetti gustosi, gira come una giovincella, gioca a Gin rummy (non so cosa sia) con il figlio imbrogliandolo, lo aspetta alzata di notte, lo aiuta a sbrogliare la matassa e, dopo la partenza, gli scrive pure una lettera finale dove spiega tutto l’ambaradan che però non gli spedirà mai. Solo che la leggeremo noi lettori. (Un bel delitto per mammina, Mondadori 2011).
Poi ce ne sono altre ma già queste ci hanno aperto la bocca al sorriso. E allora…
W le vecchiette terribili!Fabio Jonatan Jessica

Le varie di Valerio/26: Mina di Sospiro

La metafisica del ping-pongGuido Mina di Sospiro
La metafisica del ping-pong. Un’introduzione alla filosofia perenne
Ponte alle Grazie, 2016
Traduzione di Alessandro Peroni (con la collaborazione dell’autore)
Sport

Un tavolo di 152,5 centimetri per 274, alto 76 con retina di 15,25. Prima, ora e dopo. Guido Mina di Sospiro è cresciuto a Milano, faceva le vacanze in montagna e al mare, lì qualche volta giocava a ping-pong. Università a Los Angeles, fidanzamento matrimonio figli (3 maschi), trasferimento a Miami dove comprò un tavolo di ping-pong ma i pargoli impararono senza appassionarsi, durante le vacanze in Italia qualche volta ancora giocava, occasionalmente anche a casa di amici a Londra. Anni dopo vinse un torneo amatoriale in crociera, passati due anni un figlio lo sfidò e lo batté mentre erano in viaggio con la famiglia, finché un medico gli diagnosticò la pressione alta, doveva praticare uno sport, scelse il tennis tavolo, saggio e appagante, ebbe pure la sua rivincita. Ormai ha un ranking altissimo (addirittura 1900 punti qualche anno fa), è felice, ne ha tratto insegnamenti su tutti i fronti della vita. Quello sport era nato per l’aristocrazia vittoriana, nel 1900 fu introdotta la pallina cava di celluloide, le racchette erano “hardbats”, ricoperte da gomme con i puntini, prive di gommapiuma tra gomma e telaio, per velocità e abilità dominavano europei e americani. Dal 1952 cominciarono a prevalere giapponesi e cinesi, avevano racchette lisce con gommapiuma, facevano ruotare la pallina, “offendevano” con il topspin più che con la schiacciata, incrementarono soprattutto scatto e tattica, trasmisero il colpo al gioco capostipite (che si imitava in piccolo) ovvero il tennis (che impedì però l’adozione di racchette congrue). Una decina di anni dopo fu standardizzato il “sandwich”, gomma puntinata (verso l’interno) più gommapiuma sottile. Fu una rivoluzione, ormai i giocatori sono quasi tutti metafisici, resiste una sciocca minoranza di empiristi. Wow!

Guido Mina di Sospiro (Buenos Aires), è tornato con i genitori dall’Argentina in Italia negli anni sessanta dove ha fatto scherma e poi il liceo, ventenne all’inizio degli anni ottanta è andato a studiare negli Usa e vi è rimasto. Pizzetto sul mento, fumatore di pipa, alto più di 1,80, scrive in inglese e ha aiutato la traduzione di questo bel libro dedicato al ping-pong (originale del 2013). Assegna giustamente essenziali funzioni vitali al nostro amato sport, il secondo più praticato al mondo dopo il calcio. Serve a capire il pianeta umano e, comunque, a vivervi meglio. Da mezzo secolo il ping-pong è divenuto un’attività studiata in laboratorio, per l’infinita combinazione di spin, velocità, angoli e traiettorie: risente di ogni progresso scientifico e tecnologico e viene collegato a discipline come la meccanica dei fluidi, la matematica avanzata, la biomeccanica umana, l’intelligenza artificiale, la scienza dei materiali. Incredibile, ma vero: un gioco controintuitivo per un intrattenimento irriverente (si cita Sheryl Crow), da “Absolute Beginners” (David Bowie). Il volume è insieme un’autobiografia di parti importanti della vita con il racconto meticoloso di molti viaggi effettuati e di alcuni incontri disputati, un saggio breve a cavallo fra sport e scienza, un romanzo di formazione (aneddoti politico-culturali, dialoghi fra amici di varie nazionalità, citazioni colte, aforismi). Le parti “filosofiche” sono le più vicine alla competenza professionale dell’autore, pur se talora rasentano un certo unilaterale fondamentalismo pongista, imperniate sulla contrapposizione tra il moderno Platone e l’antico Aristotele. Alcuni possono perdonarglielo, noi che giocammo non poco e non a stento. Giusta diffidenza, comunque, per il pensiero lineare e la superbia. Segnalo il diabete a pag. 103.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Un delitto da dimenticare di Arnaldur Indriðason

Un delitto da dimenticareArnaldur Indriðason
Un delitto da dimenticare
Guanda, 2016

Islanda, fine anni Settanta. Un cadavere viene rinvenuto in una pozza di acqua sulfurea. Ma non è morto per annegamento: a una prima occhiata sembra che sia caduto da una grande altezza. Solo che in Islanda sono pochi i posti talmente alti da poter provocare quel tipo di lesioni in caso di caduta. E uno di quei posti si trova al di fuori della giurisdizione della polizia criminale: è Kamp Knox, l’enclave americana sull’isola.

Mentre indaga sulla morte di Kristvin il giovane Erlendur Sveinsson, reduce da un divorzio e da poco entrato a far parte della polizia criminale su invito della collega Marion Brien, coltiva la sua ossessione per i casi di persone scomparse e mai ritrovate.
Ha un motivo personale per farlo, ma al momento il suo chiodo fisso si chiama Dagbjort: una tranquilla studentessa diciottenne, scomparsa una mattina di venticinque anni prima e mai ritrovata.
Arnaldur Indriðason, classe 1961, racconta un’Islanda cupa, nella quale arriva l’eco lontana dei fatti del mondo (l’assedio all’ambasciata di Teheran…), ma molto più coinvolta di quanto creda di essere.
I due casi, scollegati tra loro, hanno in comune il fatto di essere stati favoriti dal particolare contesto di isolamento, quasi di straniamento, dell’isola.
Mentre l’estate cede il passo al lungo inverno, due famiglie non si rassegnano, due detective sono intenzionati a non retrocedere davanti al muro di omertà che li circonda.
Piacevolissima lettura estiva per chi ama i gialli nordici.

Le brevi di Valerio/90: Insospettabili

InsospettabiliAutore AA. VV.
Titolo Insospettabili
Editore Einaudi
Anno 2016
Pagine 266
Prezzo 14,50 euro
Traduzioni Varie (Luca Lamberti e altri)

Grandi scrittori degli ultimi due secoli sono Insospettabili autori anche di “Racconti gialli”, provare per credere. Fulvio Gianaria e Alberto Mittone hanno curato un’antologia “discutibile e opinabile” (come dicono nella breve forzata introduzione) di 14 belle storie, opera di nomi straordinari della letteratura italiana e mondiale, che si sono cimentati col genere giallo per capriccio, pausa, divertimento, caso. O chissà perché. Comunque bene. Si va da Balzac (1799-1850) a Joyce Carol Oates (1938) passando per Buzzati, De Roberto, Scott Fitzgerald, Flaiano, Hemingway, James, London, Maupassant, Svevo, Twain, Wodehouse (il suo non è un racconto di genere ma spiega qualche motivo per cui tutti si lasciano tentare dal giallo, prima o poi), Virginia Woolf.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/78: Meyer

IcaroDeon Meyer
Icaro
Edizioni e/o, 2016
Traduzione di Nello Giugliano (dall’inglese)
Giallo

Cape Town e Stellenbosch. Dicembre 2014. Il bravissimo poliziotto Bennie Nikita Benna Griessel, 46 anni, è un alcolizzato in disintossicazione. I suoi 602 giorni di sobrietà finiscono quando un collega, traumatizzato per via delle indagini su vari serial killer, stermina la moglie e le due figlie, poi si uccide. Va in un bar, ricomincia a bere superalcolici, crede di potersi controllare. Lui è bianco (afrikaner), robusto brizzolato rugoso, capelli folti e arruffati, occhi slavi e luminosi, divorziato bassista dilettante, altruista e depresso; capitano della squadra investigativa speciale (gli Hawks), la sezione crimini violenti della città; vive con i figli Carla e Fritz insieme alla compagna, la bionda e sensuale manager musicale Alexa Xandra Barnard (più grande, sobria da 330 giorni). Sei mesi prima era stato gravemente ferito, il suo colonnello ucciso, strizzacervelli e sponsor degli Alcolisti anonimi avevano previsto che sarebbe stata dura resistere. Ora non ce la fa più. L’eccentrico tecnofilo amico nero Vaughn Cupido riesce a coinvolgerlo nell’indagine su un omicidio, lo copre dopo le sbronze, ne accetta l’appannamento, sa che gli serve il suo pensare metodico tecnofobo se vuole risolvere il caso. Hanno ucciso un personaggio famoso, Ernst Richter, gestore di un sito particolare: l’Alibi app aiuta a farla franca quando si vuole tradire il partner, trovando una scusa ben organizzata. Pare avesse molti clienti, facesse un sacco di soldi e possedesse almeno tre personalità (una “Icarus”, il titolo). Richter era scomparso da tre settimane, sotto la sabbia di una spiaggia hanno trovato il corpo avvolto nella plastica nera.

L’eccelso autore sudafricano Deon Meyer (Paarl, 1958), ex consulente BMW, scrive in afrikaans (2015), viene tradotto in inglese e (dall’inglese) in italiano. Magnifico e appropriato il glossario finale, con la nuova Costituzione del 1994 (dal presidente Mandela in poi) sono 11 le lingue ufficiali, ormai innumerevoli le contaminazioni nello slang. Il suo “eroe” era stato tutore dell’ordine anche col vecchio regime, ci fa capire molto di un grande paese plurale e dei contesti storici sociali meticci, ironico e divertente, per quanto hard-boiled. Usa una terza persona varia, presentando in questo caso un secondo filo narrativo: quasi subito dopo la scoperta del cadavere (non l’unica citazione alla McBain) e l’effetto sui poliziotti della strage familiare del collega, ci è data la possibilità di leggere la trascrizione di un colloquio (avvenuto giorni dopo) fra l’esperta avvocato Susan Peires (da consigliare) e il potenziale giovane cliente vignaiolo Francois du Toit, attraente, abbronzato, di belle ricche maniere. Prima di arrivare al dunque (una confessione? di un delitto?), le racconta tutta la storia della propria famiglia, in pratica la meravigliosa ultrasecolare vicenda della viticoltura in Sudafrica. Il fatto è che a Bennie il vino non era mai piaciuto: lui preferiva ubriacarsi subito e saziarsi poi. Al danno si aggiunge la beffa: anche la sua capacità di identificarsi con (e scoprire) il criminale è una forma di altruismo, che inevitabilmente genera depressione. Touché! Per darsi speranza mette Fresh Cream e suona il basso con Jack Bruce. Copertina non bella ma risalta il significativo albero di jacaranda (originario del Sud America).

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/89: Papisca

Noi, diritti umaniAutore Antonio Papisca
Titolo Noi, diritti umani. Rappresentazione di dignità umana, et di pace
Editore Marsilio
Anno 2016
Pagine 191

1215-2015. La Magna Charta Libertatum ha appena compiuto 800 anni. Le radici del diritto umanocentrico dei diritti umani e della pace ha radici ancor più lontane e una vita successiva molto contrastata ed elaborata. Il competente bravissimo Antonio Papisca, professore emerito dell’Università di Padova, ha realizzato un’azione scenica in prosa e poesia del diritto per rendere palpabile, con linguaggio semplice, la dolce ontologia dei diritti che ineriscono, egualmente, a tutti i membri della famiglia umana.
Il noi sono i nostri diritti, i testi in vigore a livello internazionale e due importanti espressioni di società civile: “Noi, diritti umani. Rappresentazione di dignità umana, et di pace”, testo inglese a fronte (traduzione di Lorraine Buckley), un paio di dispute (soprattutto contro il vecchio diritto statocentrico delle sovranità nazionali armate), evocazione di odi e musiche.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/25: Pennac

Abbaiare stancaDaniel Pennac
Abbaiare stanca
Salani, 2006
Traduzione di Cristina Palomba
(Illustrazioni di Cinzia Ghigliano)
Teen YoungAdults

Nizza e Parigi. Tempo fa. Il Cane sentiva che la sua padroncina Mela era irritata e preoccupata, da due giorni aveva pure smesso di mangiare, lui digiuna come lei, lo chiudono in cucina e sogna, trema e singhiozza ripercorrendo dolori e gioie della propria breve vita. È un randagio, nato brutto in una cucciolata di 5, scartato dalla vendita e quasi annegato, finito nella discarica di Villeneuve vicino Nizza. Lì la vecchia stanca autorevole Muso nero lo svezza e alleva, gli insegna a riconoscere odori e trovare una pista, a capire alcuni pericoli senza esitare, a schivare la roba buttata via dal camion della spazzatura, cose così. Un giorno lei viene travolta dallo sportello di un frigorifero, lui si avventura in città per cercare una “padroncina”, come suggeritogli. Scopre gerani, aranci, case ocra e cielo azzurro, ordine e pulizia. Trova subito come amico un macellaio, segue alcune passanti, ma poi viene preso dall’accalappiacani e portato al canile. Un postaccio: con la recente ordinanza del primo luglio, se qualcuno non riconosce o sceglie quelli senza padrone verranno soppressi. Stanno tutti insieme, fanno comunità, crescono legami, attendono la fine con coraggio. Quasi all’ultimo momento una coppia di turisti accompagna la figlia e, senza alcuna apparente giustificazione, viene salvato. Grazie Mela! La bimbetta è gracile, magrissima, la testa a sole acceso (capelli rossi dritti), un profumo di mela. In campeggio stanno benissimo insieme, corrono e giocano, si coccolano. Decide di dargli come nome “Il Cane”, il più originale che esista. Al ritorno a Parigi cambia tutto. I genitori restano antipatici, Mela riprende vecchi amori, lui infine fugge e trova un’altra sistemazione, finché per caso non la reincontra e decide, questa volta, di ammaestrarla meglio. Ora è di nuovo il tempo di partire per le vacanze, Mela e Il Cane digiunano, i genitori Spepa e Muschioso si sono stancati di lui

Daniel Pennac (Casablanca, 1944) aveva 38 anni quando pubblicò questo romanzo per ragazzi (“Cabot-Caboche”), era insegnante e padre. Alla fine della narrazione inserì un breve testo (in corsivo): “Né ammaestrato, né ammaestratore”. Dichiarava di non considerarsi uno specialista di cani, pur avendone avuti tanti per amici: Pec (il primo, bastardo cocker biondo) , Kanh (dobermann), Louke (compagnia per le vacanze, pastore beauceron), Diane, Fantou, Susi, Benjamin, Ubu, Petit, Alba, Swann, Bibi, Bolo, Julius, Blackie, J.B., Ouapy, Xango (cane di un amico, sotto il tavolo mentre scriveva). A loro (suoi, amici di parenti, personaggi letterari) il libro fu dedicato. Peccato non abbia mai conosciuto Brio e Lilla. La postfazione è molto utile a noi umani sapienti che da migliaia di anni conviviamo con varie specie canine, serve a far capire che è necessario un certo rispetto per la dignità di entrambi. E che, se si hanno amici che ne hanno paura, i cani non vanno imposti. E che si possono lasciare senza risposta le sciocche psicoanalisi sull’incapacità di amare. E che ognuno può verificare tranquillamente di persona che sono compatibili con i gatti. E che comunque non li si abbandona mai. Nel libro si capisce anche altro: la gelosia dei genitori, l’idiozia di alcune norme, il punto di vista animale sulle città e sulle relazioni civili. È in terza persona fissa sul Cane, una bella intelligente fiaba per adolescenti e adulti. Poche e graziose le illustrazioni, ottima la copertina originale e azzeccato il titolo dell’edizione italiana (la prima del 1993).

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/77: Manzini

7-7-2007Antonio Manzini
7 – 7 – 2007
Sellerio, 2016
Pagine 369
Giallo

Aosta e Roma, estate. La giornalista aostana Sandra Buccellato, ex moglie del questore Costa, ritira fuori sul giornale la storia avvenuta il 13 maggio 2013, poco più di un mese prima, nella casa del vicequestore Rocco Schiavone: il fortuito assassinio di Adele (la fidanzata dell’amico). Era il poliziotto la vittima designata, ora Rocco è costretto a spiegare al suo superiore e al magistrato perché conosce il nome dell’assassino (Enzo Baiocchi) e cosa è precisamente successo 6 anni prima nella capitale, quando aveva 41 anni, non era ancora vedovo e si fece venire gli occhi spenti e inespressivi. Altri tempi, pur se lui già detestava criminologia e feste comandate, portava sempre le Clarks, si faceva regolari spinelli, amava i cani, collegava le persone incontrate a una specie animale, girava in Toyota ibrida. Da sei anni aveva incontrato la bella vitale Marina, restauratrice d’arte: si amavano molto. Vivevano nell’appartamento di via Poerio e una domenica mattina la moglie, dopo aver studiato i conti bancari, gli chiese spiegazioni sulle entrate, visti i soldi che spendeva. Rocco era stato povero e aveva amici sul crinale del crimine: arrotondava sui carichi di marijuana sequestrati, intascava le bustarelle di chi era stato scoperto, rivendeva quadri o preziosi trovati sul lavoro. Lei era figlia di agiati onesti professionisti: si era indignata profondamente e aveva fatto la borsa, se ne era tornata a casa dei genitori con la Panda, voleva riflettere sul proprio amore per quel bestione irrisolto e ingiustificabile. Rocco si tuffò nell’indagine su due ventenni uccisi, risultava coinvolto nei traffici illeciti Luigi Baiocchi, la storia si ingarbugliò, Rocco fu bravo, intanto Marina era tornata da lui amandolo e chiedendogli moralità.

Dopo un paio di racconti a quattro mani e un paio di buoni romanzi, l’attore regista sceneggiatore Antonio Manzini (Roma, 1964) ha scritto dal 2012 oltre dieci storie con protagonista Schiavone. Ha riscosso uno straordinario meritato successo (nell’autunno 2016 anche in tv), cinque racconti ambientati a Roma dal 2007 al 2012, prima del trasferimento forzato e punitivo ad Aosta, cinque romanzi ambientati durante i primi mesi trascorsi nella nuova sede. In quest’ultimo i superiori chiedono a Rocco di spiegare dettagliatamente cosa era accaduto e perché ancora lo vogliono uccidere, gli eventi spesso evocati e mai chiariti nei testi precedenti. Li narra con dolore e senza reticenze, la sua prima vita è finita quando gli hanno sparato (mentre era al volante) e hanno ucciso Marina, il 7 luglio 2007, ecco il titolo. Tutto avviene in terza persona, fissa o comunque connessa al protagonista, al passato. Gran parte del testo si concentra sul 2007. Il registro è non solo noir: l’indagine romana hard-boiled, la passione amorosa sentimentale, i legami amicali generazionali. Già il protagonista affascinava i lettori, qui capiamo meglio l’origine di alcuni caratteri: l’interesse per il calcio, il personale senso di giustizia, la preferenza per i bianchi (non con cacio e pepe), il culto per i Pink Floyd (e per Paolo Conte: “era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti”), implicitamente il senso dell’ormai celebre hit parade delle rotture di coglioni. E degli antichi apici di goduria: Marina e Rocco dialogano sul primo fumetto, infine suggellano con rum e cioccolata. Risaltano personaggi minori, Domiziano fra gli altri di allora, il bell’elegantissimo amico antiquario gay della moglie, Gabriele ora, rumoroso sedicenne dirimpettaio del nuovo appartamento.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2016

book-toiletBuone vacanze!
Per onorare il centenario della nascita di Ludovico Ariosto ho tirato fuori dalla biblioteca l’Orlando furioso in due volumi a cura di Lanfranco Caretti, Einaudi 1992,  e me li sono portati, da soli (insomma senza altri libri), in quel di Ampugnano e in tre giorni (no, non ho dormito lì) l’ho riletti da cima a fondo partendo dalle donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le audaci imprese, (bello il volo sulla luna con Astolfo dove ho trovato anche una marea di senni contemporanei) per terminare con la morte di Rodomonte incazzato nero e bestemmiante nello scontro finale con Ruggero, dimenticandomi di tutto il casino della vita.
Poi è arrivato anche il centenario della nascita di Guido Gozzano. E allora, per non fargli torto, mi sono buttato, con rinnovato slancio senile, sulle signorine Felicita, Carlotta e Graziella, tanto per vedere l’effetto che fa. Ed è stato un bell’effetto visto che da giovincello scherzoso mica mi piaceva tanto il bel Crepuscolare (la parola stessa mi ammosciava). Ma da vecchietti, si sa, le cose cambiano e il crepuscolo può diventare pure un mattinoLe poesie luminoso. Consiglio Le Poesie di Guido Gozzano, 2 vol., Einaudi 2016, a cura di Edoardo Sanguineti. Altrimenti basta tirar fuori, per chi ce l’ha, il libriccino Gozzano, supplemento dell’Unità del 1993 (insieme a tanti altri piccoli gioiellini), con la presentazione di Giampiero Comolli e gli interventi di Emilio Cecchi e Edoardo Sanguineti per farsi un’idea del poeta colpito da un’ingiusta fama di “minore” a causa dei suoi sospiri e dei rimpianti che hanno spallato parecchi, compreso il citato giovincello scherzoso, e sono invece ascrivibili ad una poesia ”tenue e delicata” e ad “una sentimentalità foderata d’ironia.” (ignoranti!).
A volte anche i centenari delle nascite hanno la loro utilità.

Partiamo, come al solito, dai nostri amatissimi G.M.
Una croce era il segnale di John Dickson Carr, Mondadori 2016.
Una croce era il segnale“L’avvocato Patrick Butler è uno che non sbaglia una causa. Il “Grande Difensore”, come lo conoscono nell’ambiente londinese, ha una predilezione per la clientela femminile. E se le sue assistite sono colpevoli tanto meglio, farle assolvere è una sfida ancor più stimolante. Joyce Ellis è accusata di aver avvelenato l’anziana signora presso la quale lavorava come dama di compagnia: è senza dubbio un’assassina per l’arrogante e cinico Butler, che per scagionarla dispiega in aula le sue arti sopraffine.” E ci riesce piuttosto bene in una causa difficile con le impronte della cliente dal “fascino sensuale” sul barattolo contenente il veleno, cioè “antimonio o tartaro emetico la notte del ventidue febbraio.”
Ma la cosa non finisce qui perché anche Dick Renshaw, marito di Lucia, nipote della defunta Taylor, è stato avvelenato nello stesso modo, e allora subito il nostro Patrick a metterla sotto la sua protezione (“Io vi salverò”). E’ sospettata addirittura della morte della zia Mildred (dalla quale si becca una bella eredità), avendole fatto una visita inaspettata.  E la scia si allunga. Negli ultimi tre mesi “ci sono state nove morti per veleno non risolte.” Urge l’intervento del famoso criminologo Gideon Fell. E Gideon Fell arriva con tutta la sua formidabile  possanza. “In cima a quella mole torreggiante, un faccione rosso sormontato da un gran ciuffo di capelli grigi sorrideva benignamente al mondo attraverso lenti montate su un largo nastro nero”, la bocca “aperta in un lieto sogghigno sotto i baffoni da bandito.” Le espressioni sono in netto parallelismo con tutto il suo essere: urla e rimbomba “Arconti di Atene!”, “Tuoni e fulmini!”, fa smorfie spaventevoli, ansima, grugnisce, ruggisce, brontola, (in seguito “torreggia e irradia calore come una fornace”, tanto per dirne una), insomma mette tutti in una forte soggezione. Ed è lui, proprio lui, di fronte a questa sequela di morti, a tirare fuori il Medioevo, le messe nere e l’adorazione di Satana in un mondo dove “molta gente ritiene ormai che onestà e decenza siano solo parole prive di qualunque significato.” (perfette per oggi). Segni evidenti sulla polvere del davanzale della casa di Lucia una croce rovesciata di Satana e un candelabro d’argento con candele nere.
Non aggiungo e spiego altro che ce ne sarebbero di cose da dire (per esempio arriverà un altro morto ammazzato). Gotico, movimento, superstizione, paura, grande abilità descrittiva dei personaggi che si stagliano vitali, figure femminili conturbanti che mettono in agitazione il pur ferreo avvocato con il nostro Gideon Fell a gettare benzina sul fuoco, lanciare il sasso e ritirare la mano. Un racconto sull’assassinio sbagliato e sull’interpretazione degli indizi alla rovescia che metterà a dura prova il lettore con il Caso che si infila fra gli eventi funesti. Finale dove trionfa l’amore che è bello così.

Sherlock Holmes. Il mistero dell’oro boero di Kieran McMullen, Mondadori 2016.
Il mistero dell’oro boeroWatson ce lo dice sin dalla premessa “Questa storia ha per oggetto un successo e insieme un fallimento. Holmes fu ancora una volta eccezionale, ma come in occasione dello scontro finale con Moriarty, andò incontro a complicazioni non derivanti dalla sua responsabilità. Diede un contributo di cui andare orgogliosi, e posso affermare in tutta sicurezza che senza di esso la guerra in Sudafrica non si sarebbe conclusa positivamente, almeno per quanto riguarda la provincia di Pretoria.”
E dunque andiamo a vedere di che storia si tratta. 3 febbraio 1900. Il nostro dottore è occupato dai libri su Holmes e dalle corse dei cavalli, mentre qualcuno sta passando ai Boeri i piani inglesi in Sudafrica durante la guerra fra i due popoli. Per Mycroft occorre snidare il traditore (probabilmente la Pantera Nera Duquesne nei suoi continui travestimenti: boscaiolo, banchiere, proprietario terreno) e vengono a fagiolo (per usare un’espressione popolare) Holmes, sotto mentite spoglie del corrispondente di guerra Escott, e il nostro Watson come dottore per curare i feriti dell’ospedale di Bloemfontein dove sbarcheranno i nostri. Da ritrovare pure un bel carico d’oro sparito nel nulla. Il quartier generale di lord Roberts, comandante dell’esercito britannico, è sistemato in un grande albergo al centro della città con i suoi ufficiali.
La situazione è critica. Feriti da accudire, manca l’acqua, scoppia la febbre tifoide, casse di cibo che spariscono, disperso o ucciso il capo degli esploratori sostituito da uno nuovo. Notizie interessanti arrivano, però, dal tenente Murtry, aiutante di campo di lord Roberts, che ha formulato “una teoria tutta sua riguardo a quel che sta accadendo… con le scorte di cibo in scatola, con due tipi di piantapatate e con le Sarven.” (Cosa vorrà dire?). Chiaro che ci lascia la pelle, un singolo colpo al cuore con un’arma affilata, ucciso in una stanza e portato in un’altra. Holmes rivela la sua vera identità (non può più nascondersi dietro il paravento di Escott) e sul luogo del delitto trova un pezzo di catenella da orologio con incastonata una moneta da mezzo pond con due teste ai lati, oggetto di riconoscimento fra i traditori. Qualcuno l’ha fatto fuori evidentemente perché Murtry aveva scoperto qualcosa di importante.
Spunti in qua e là. Un “brav’uomo” e certi “bravi ragazzi” che proprio bravi non sono, altri morti ammazzati, di mezzo un rapporto amoroso non sincero con la padrona di una pensione, un agguato dei Boeri che non inseguono i nemici sconfitti (perché?).  Tra i vari personaggi si segnalano Winston Churchill come corrispondente di guerra e Arthur Conan Doyle nei panni di un chirurgo.
Non mancano motivazioni concrete contro gli inglesi, combattuti pure da irlandesi o americani di origine irlandese, che uccidono, saccheggiano e depredano. Per scoprire la mente diabolica organizzatrice dei tradimenti (ovvero il famigerato Duquesne), compresa la sparizione dell’oro, un’idea astuta di Holmes che prevede una ricognizione con piani di attacchi diversi e fasulli. Essendo numerosi i sospettati, sotto quale personaggio si celerà il temibile avversario?…
Per Sotto la lente di Sherlock ecco Nuovo secolo e nuove avventure per Sherlock Holmes e il dottor Watson del nostro Luigi Pachì. Un bell’articolo sulla storia e la passione di Kieran McMullen per il Detective di Baker Street.

La lettrice scomparsa di Fabio Stassi, Sellerio 2016.
La lettrice scomparsaGià letto e recensito (per due volte) Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin, Sellerio 2013. Cosa c’entra questo libro con il presente? Intanto l’autore ne fu il curatore e da lì deve avere preso lo spunto per questa storia.
Ma veniamo al sodo. Siamo a Roma e abbiamo proprio un personaggio che si inventa come lavoro la biblioterapia. Ovvero curare le persone con i libri, ovvero Vince Corso, professore precario, padre sconosciuto (ogni tanto gli manda una cartolina), lasciato dalla moglie Serena (assillato dall’abbandono), in affitto di monocamera in via Merulana (ci ricorda qualcosa) con poster di Buster Keaton e poltrona in pelle anni Cinquanta. Qualche cliente arriva. Donne. Cito a braccio senza ricontrollare a partire da Carla con il problema dei capelli impossibili; Velia lasciata dal marito per una ragazza più giovane di lui; Rosalba, abbandonata, invece, dal fidanzato perché sta per diventare cieca; Elettra l’“elettrica” che lancia il primo oggetto a portata di mano; Melissa spallata del “coinquilino”, ovvero del marito (immagina anche di vederlo morto); Elena che si butta sull’alcool perché le sembra di vivere in una stanza vuota; Guendalina a cui piace infrangere il pudore; Margherita Dupuis, la donna cannone decisa ad ingrassare per il suo lavoro, è dimagrita perché desiderava andare più in alto (un po’ di sorriso ci vuole); Lidia, vecchia con voce giovanile, ex attrice, non riesce più a leggere, non ricorda i nomi, confonde le trame. E allora giù a chiedere qualche lettura curativa, a discutere, confrontarsi, litigare, sulla vita, sull’uomo e sulla donna, sui rapporti ormai logori e finiti, sulla voglia di cambiare, di ribellarsi, di evadere, di togliersi dalle palle. Qualche consiglio di lettura, anche un audiolibro, accettato o rifiutato.
Con Emiliano, suo amico libraio, discussione approfondita (direi colta) su Wakefield di Nathaniel Hatwhorne, storia di un uomo che una mattina saluta la moglie, poi affitta una stanza nel palazzo di fronte al suo e si mette ad osservare la vita della famiglia per venti anni (diabolico). Parallela la scomparsa dell’inquilina del piano di sotto, che il nostro biblioterapeuta cerca di studiare, capire e conoscere attraverso i libri che leggeva, trascritti in uno schedario dell’amico citato. Avrà fatto mica come il personaggio della Hatwhorne?
Tutte le figure, anche quelle minori, come il portinaio Gabriel, lontano dalla propria patria da venticinque anni, eppure forte nella vita, hanno il loro ruolo, il loro piccolo spessore. Ogni tanto Vince è assalito dai ricordi della sua vita, della moglie, della madre, dal senso del suo fallimento, di essere destinato alla solitudine in una Roma malinconica e sempre più illusoria.
E poi citazioni storiche, letterarie, musicali a go-go, una brancata di citazioni culturali che mi hanno riportato indietro ai tempi della non beata gioventù universitaria (mai una lira in tasca) quando mi buttavo a capofitto nel mare magnum degli scritti.
Finale con disvelamento di tutto l’ambaradan attraverso una mera indagine sui libri letti dalla signora scomparsa (già detto) che una parola può farci capire il senso di una vita. Idea carina, stimolante. Ci ritrovi i tuoi amici, le persone più care, ci ritroviamo noi nudi tra mille dubbi e mille domande. Al termine della lettura un senso di smarrimento con lieve sorriso (non manca l’ironia) e l’ansia di scoprire se qualcuno nel nostro condominio sia sparito. Se sia sparita la consorte o si voglia sparire, addirittura, noi stessi (un pensierino ci si fa, via).
Bel libro, bel thriller letterario. Citati pure gli scacchi e questo, ma solo per me, è un altro pregio.

La sostanza del male di Luca D’Andrea, Einaudi 2016.
La sostanza del male“Jeremiah Salinger è un giovane autore televisivo newyorchese che, insieme alla moglie Annelise, si è trasferito per un periodo a Siebenhoch, il piccolo centro del Sud Tirolo dove lei è cresciuta. Con loro c’è la precoce figlia Clara, di cinque anni. Affascinato dalla montagna e dalla gente che vi abita, Salinger comincia a realizzare un factual sul soccorso alpino, ma nel corso delle riprese viene coinvolto in un pauroso incidente.” Ovvero si trova chiuso in un crepaccio al buio, con la paura e la “Bestia” che lo farà soffrire suscitando, ogni tanto, l’orrore dentro di lui. Accanto al trauma la voglia disperata di scoprire il massacro di tre giovani avvenuto il 28 aprile 1985, durante una tempesta autorigenerante, nel Bletterbach, specie di zoo preistorico ricco di fossili. Il massacro di Evi, Kurt e Markus trovati con le gambe e le braccia spezzate e la testa mozzata della ragazza, massacro di cui non fu trovato il colpevole e nessuno nel paese vuole parlarne (perché?).
Una ricerca spasmodica tra documenti e persone che lo porta in contrasto con il paese stesso (lui già forestiero) e con la moglie preoccupata della sua salute (importante anche il suo rapporto con la figlia). Le possibili teorie sull’accaduto riguardano un ex poliziotto di Venezia, la pista dei bracconieri, il padre di Evi, la droga, la moglie di Max, lo sceriffo del luogo, oppure… Oppure c’è in giro l’idea dei “mostri” preistorici che vivono in quelle grotte, più precisamente dello Jaekelopterus Rhenaniae “una specie di scorpione con la coda di una sirena” armato di chele micidiali. Che sia stato lui l’assassino? E perché alcuni soccorritori hanno fatto in seguito una brutta fine?
Un bel libro tra mistero, paura, ossessione, i segreti di un paese con le sue tradizioni antiche e le inestricabili vicende familiari, l’alcol, la scienza, il mostro preistorico, il solo contro tutti, il disvelamento finale, il ritorno sul luogo della tragedia a vedersela con la terribile verità. E la montagna che incombe, possente e minacciosa. Un bel libro, dicevo, senza gridolini di gioia, sulla scia di tanti thriller scandinavi sbertucciati o osannati secondo l’estro del momento.

Stesso sangue di Nesbø, Lansdale, Fois, Guccini & Macchiavelli, Einaudi 2016.
Stesso sangueQuesto incanto non costa niente di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli.
Anno 1938. Bagni dell’Appennino nella montagna bolognese a metà strada tra Bologna e Firenze, quattro vie più la piazza. Macchina in un precipizio. Morto Romano Pareschi, figlio del federale Adolfo che non crede all’incidente ma in un omicidio premeditato. Occorre una indagine laterale riservata e affidata al maresciallo Santovito. Ma tanto l’assassino o gli assassini devono essere quelli, i nemici del regime o qualche ebreo bastardo. Atmosfera fascista con le canzonette e i cantanti di allora (Trio Lescano, Rabagliati, Natalino Otto), con qualche libro a far pensare (Moravia e Corrado Alvaro), l’odio razziale, l’olio di ricino, la violenza e lo stupro. Cenni dell’orrore fascista.
Coco Buttermit di Joe R. Lansdale
Solo uno scambio ben pagato. Portare una borsa in un certo posto ad un ricattatore e ricevere Coco Buttermit. Un cane, una femmina di cane tedesco. Mummificata. La mamma di Jimmy Farmer ci teneva tanto e lui teneva tanto alla mamma. Tutto facile per Hap, Leonard, Brett e Chance, la figlia di Hap. Troppo facile. Puzza. Anche perché la cifra sborsata per la suddetta mummia, almeno centomila dollari (si scopre, poi), è pazzesca. E chi ha voluto lo scambio, Jimmy Farmer, farà una brutta fine. Ancora una volta la scrittura pulp di Lansdale a creare sorridente putiferio con scontro finale, addirittura, tra una scavatrice e un bulldozer.
Siero di Jo Nesbø
Sponda di un fiume nella Botswana orientale. Di fronte Stan Abbott e Ken Abbott, padre e figlio. In mano una siringa con un liquido trasparente e giallognolo per salvare il padre dal morso di un serpente velenoso. Dalla fine all’inizio. Storia della famiglia. Una richiesta dopo l’altra di Ken, soldi su soldi persi per le scommesse, per il gioco d’azzardo e il padre quasi sfinito, ormai arrendevole. Poi la vendita della sua casa editrice, il divorzio e lo stabilirsi a Tuli come allevatore di serpenti. Una lettera a Ken, seguita da una seconda e il figlio arriva per non subire le brutte conseguenze di una disgraziata scommessa. E ora sono lì in Botswana, uno davanti all’altro. Lo salverà? Oppure…
Ti ho fatto male di Marcello Fois
Commissario Giovanni Sanzio in chiesa. Gli è stata uccisa la moglie Laura e non si dà pace. Sospeso pure dal servizio. Arriva l’ispettore Osvaldo Maccari con un’altra notizia. Uccisa anche la moglie del vicequestore Anselmi, Evelina, “Niente testa gambe e mani. Solo il busto.” Sanzio svuotato. Forse la morte di Evelina non ci sarebbe stata se lui avesse  trovato l’assassino di Laura. Ricordi dei genitori che litigano in treno, la lettura di Guerra e Pace, l’odio per l’odioso personaggio Dolochov, relazione “solo sessuale” extraconiugale e il “Giovanni, dobbiamo parlare” della moglie. Ora è lì in chiesa ad aspettare. Sa che qualcuno arriverà.
Storie diverse, racconti diversi nel contenuto e nello stile. Prepotenza, rabbia, malinconia, introspezione, il capovolgimento delle aspettative, la vita come un inarrestabile, penoso destino, il susseguirsi furioso e sgangherato di accadimenti, un quadretto terribile di storia italiana. Ottimo amalgama.

L’amico, e lettore accanito, Stefano Piersimoni ci segnala in breve:
Francesco CaremaniHeysel. Le verità di una strage annunciata (Bradipolibri, 2010).
L’autore ripercorre le fasi della tragedia dell’Heysel, quando prima della finale di Coppa dei Campioni del 1985, hooligans del Liverpool ubriachi attaccarono tifosi juventini presenti nella stessa curva, e prevalentemente composti da famiglie, provocando una strage che costò la vita a 39 persone. In primis viene ripercorsa la battaglia di Otello Lorentini, padre dell’aretino Roberto, per far sì che il sacrificio di suo figlio e degli altri non si perdesse nell’oblio delle istituzioni che volevano far dimenticare le negligenze compiute.

Stephen KingChristine. La macchina infernale (Sperling & Kupfer, 1983)
Il Maestro “crea” una macchina che sembra possedere vita propria, portando alla dannazione chiunque ne venga in possesso, buon ultimo un imbranato adolescente che diventerà un affascinante ragazzo prima di… Riusciranno i suoi amici a salvarlo? Come sempre, nulla è scontato con King.

Mario GiordanoProfugopoli. Quelli che si riempono le tasche con il business degli immigrati (Mondadori, 2016)
Il popolare giornalista ci conduce alla scoperta di un mondo forse non ancora ben analizzato e conosciuto. Quante volte abbiamo sentito dire che lo Stato “dà” agli immigrati 30 euro al giorno? In realtà questa cifra non va direttamente a loro ma a delle entità, spesso costituite all’uopo, che intascano la gran parte di queste somme, utilizzandole solo in minima parte per quelli che ne dovrebbero essere i beneficiari. Per un business che spesso e volentieri è quantificabile in milioni di euro.

Raffaele Cantone, Gianluca Di FeoFootball clan. Perché il calcio è diventato lo sport più amato dalle mafie (Rizzoli, 2010)
Un viaggio sui retroscena del pallone all’italiana. Un mondo prevalentemente relegato nelle serie minori, fatto di scommesse, minacce, soldi al nero, partite truccate e quanto di più bieco vi possa essere nello sport nazionale. Una riflessione che va fatta sullo sport più amato dagli italiani perché questo è anche lo specchio del nostro Paese.

Spiluzzicature
La via del maleSpiluzzicato La via del male di J.K. Rowling (quella di Harry Potter), Salani 2016. Però, quando ho visto che l’investigatore privato Cormoran Strike deve vedersela con un tizio che taglia a pezzi le vittime per le sue fisse erotiche, sono passato ad altro. Cioè a Come cani selvaggi di Ian Rankin, Longanesi 2016, questa volta con il famoso John Rebus alle prese con un biglietto che non scherza. Minaccia di morte chi lo riceve e la minaccia non è vana. Ad Edimburgo tra famiglie mafiose e l’usuale ritmo incalzante dell’autore.
Ho leggiucchiato in qua e là,  La dama in rosso di Anthony Wynne, Polillo 2016, dove troviamo il classico delitto impossibile che andava di moda negli anni Trenta. Un uomo accoltellato alla schiena davanti a tutti ma dietro di lui solo il quadro di Holbein “La dama in rosso”. E ora?… (tra l’altro il quadro sparirà).
Per chi desidera entrare nelle spire di una vita familiare all’apparenza normale, e via via sempre più misteriosa, c’è La vedova di Fiona Barton, Einaudi 2016. Una donna sottomessa che vorrebbe un figlio in qualsiasi modo contro il parere del marito, accusato pure di aver rapito una bambina. E quando muore in un incidente stradale ecco che la vedova non sembra proprio così innocua…

Un giretto tra i miei libri
Riduco al minimo.
Punto di rottura di Simon Lelic, timeCrime 2012.
Punto di rotturaUna mattina d’estate in una scuola dei sobborghi di Londra. Assemblea plenaria, l’insegnante Samuel Szajkowski spara sui presenti: quattro morti, tre studenti ed un insegnante. Poi un colpo alla testa e fine della sua vita. A condurre le indagini l’ispettore Lucia May che non vuole arrendersi all’evidenza del caso: perché ha sparato? Chi voleva colpire?.
Al centro, dicevo, l’ispettrice May sotto pressione del capo Cole che vorrebbe chiudere velocemente il caso (un classico) e sotto gli “attacchi” maschilisti di Walter, stupido compagno di lavoro. Lettrice accanita, libri di storia, libri gialli, Rankin, Cornwell, Dexter (mica male, eh), perfino “Il Codice da Vinci” (insomma…) che le è pure piaciuto.  In crisi, è vero, trentadue anni e già si sente “obsoleta, esclusa”, alti e bassi (rapporto finito con il fidanzato, qualche lacrima) ma non si arrende e continua testarda ad andare avanti per cercare di rendere responsabile chi dovrebbe esserlo  (il Preside, gli insegnanti, le famiglie stesse). Una piccola eroina, o forse una stupida idealista come afferma il suo capo, che ho seguito con istintivo affetto e affettuosa simpatia. Il linguaggio è fresco, diretto, un miscuglio di espressioni da lingua parlata e spontanea coniugata con un notevole approfondimento psicologico ed un accrescersi graduale della tensione narrativa. Un bel libro senza bisogno di passaggi spermatozoici o di sospirini struggentini ad ogni piè sospinto che vanno tanto di moda.

Strade di sangue di Tom Coffey, Mondadori 2010.
strade di sangueNew York 1946. Si parte da un prologo con una specie di eremita che vive nel deserto. Poi, subito di botto, una ragazza, Amanda Price, trovata morta ammazzata da un negro. Ad indagare il giovane giornalista Patrick Grimes dell’Examiner.
Razzismo, egoismo, cinismo, violenza pubblica e privata, giustizia che giusta non è, intreccio perverso fra politica, giornalismo e malaffare. L’epoca dei vari Costello e Anastasia, l’epoca della spartizione del potere economico, delle costruzioni facili in nome della modernità, via il vecchio fuori il nuovo. E giù soldi a palate e sangue da tutte le parti.
Con il nostro eroe (un classico) che lotta da solo contro tutti e contro se stesso, contro i fantasmi che si porta dietro, in perenne conflitto fra il bene e il male. Inutile rifugiarsi in un posto sperduto del deserto. Prima o poi arriveranno anche lì. Rimane solo la foto di una bella ragazza a fare compagnia, di un bacio che non si scorderà mai.
Un libro di forte impatto e nello stesso tempo scontato (le tematiche proposte sono state più volte sviscerate) con il protagonista in bilico tra personaggio vero e simbolo di un riscatto morale destinato al fallimento.

Vendetta di R.J. Ellory, Giano 2010.
VendettaQuartiere di Chalmette a New Orleans, estate calda (trentotto gradi) “di una ferocia quieta”. Nel bagagliaio di una macchina il corpo di un tizio massacrato con un martello a granchio, legati i polsi e caviglia con una corda di nylon, strappato il cuore e rimesso al proprio posto (segno di tradimento), sulla schiena una specie di disegno raffigurante la costellazione dei gemelli.  L’ucciso è la guardia del corpo di Charles Mason Ducane, governatore dello stato della Lousiana, un pezzo grosso, insomma. Accompagnava la figlia Catherine di diciannove anni, che è stata rapita. Il rapitore chiede di trattare con Ray Hartmann, investigatore speciale a New York, vita dura con la moglie Carol e la figlia Jessica che si sono allontanate da lui per la sua violenza.
Entrano forti e compatti nel tessuto narrativo squarci di vita cittadina, il degrado, la miseria, il caldo soffocante che toglie il respiro, storie individuali mischiate con la storia sociale e politica e con quella di malaffare mischiate a sua volta fra loro. E poi il senso di solitudine, un ripensamento, un dubbio, una lacrima, un piccolo raggio di luce subito oscurato dall’ombra di un destino segnato dal male: gli spostamenti, i viaggi, gli incontri, la freddezza feroce, le gole strozzate dal filo di ferro, il colpo di pistola mortale. Il male, dicevo, che ammazza il male e si rigira, feroce, su se stesso. Una prosa dura, secca, che non lascia il posto a tentennamenti di sorta.
È un bel libro, questo di Ellory, con un finale ricco di colpi di scena. Forse, ad essere pignoli, qualche momento scontato, quasi rivisto nella nostra memoria come in un film (vedi il Padrino), reso meno evidente dal taglio profondo della storia e dalla ricchezza della prosa.

La nostra immarcescibile e intramontabile Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta Cesare l’immortale di Franco Forte, Mondadori 2016.
Cesare l’immortaleE se nel 71 a.C. 682 ab Urbe condita, il trace Spartaco sconfitto dalle legioni al comando di Marco Licinio Crasso invece di morire fosse stato sostituito sulla croce da un gladiatore grande e grosso come lui, ma con il volto sfigurato?
E se nel 53 a.C. 700 ab Urbe condita il triumviro Publio Licinio Crasso e suo figlio Publio Licinio Crasso fossero sopravvissuti alla sanguinosa sconfitta subita dai Parti a Carre in Mesopotamia?
E se le Idi di marzo con la congiura del 15 marzo del 44 a.C, con l’assassinio di Giulio Cesare ad opera di Decimo Giunio Bruto, Marco Giunio Bruto, Gaio Cassio Longino e altri cospiratori, fosse stata invece solo una farsa orchestrata da Giulio Cesare per liberarsi dai troppo pesanti vincoli di potere che lo legavano a Roma? Una farsa, nota solo a pochi, ma tra i quali figurava anche Marcantonio che doveva coprire la loro scomparsa…
Un romanzo molto diverso dalle biografie storiche dei grandi personaggi alle quali ci aveva abituato Franco Forte con Caligola, Roma in fiamme, Carthago o Gengis Khan. Qui si è lasciato coinvolgere e trasportare dalla fantasia e, per sorprendere il lettore, ha preso Giulio Cesare, gli ha affiancato Cicerone, Spartaco, Bruto, Marco Antonio e tanti altri e l’ha trasportato in una straordinaria avventura oltre i confini del mondo!
Però non è finita qui. E dopo? Appuntamento alla prossima.

Prima di dirti addio di Piergiorgio Pulixi, E/O 2016.
Prima di dirti addioE quattro! Quarta sanguinaria avventura, o forse meglio dire quarto e ultimo capitolo delle avventure di Biagio Mazzeo, l’ispettore superiore di polizia, il colosso di 95 chili dagli insondabili e magnetici occhi azzurri e il suo Branco, un clan di sbirri che si muove ai confini della legge e oltre. Capitolo che, con il profetico titolo Prima di dirti addio, ci prepara a brutti tempi in arrivo per il nostro mastodontico eroe.
Con questo libro Piergiorgio Pulixi entra in dirittura d’arrivo e, ingranando la sesta per raggiungere il traguardo, ci serve un piatto forte, anzi fortissimo: un altro noir durissimo senza far sconti a nessuno, tracciato sulle orme di Don Winslow e delle sue storie internazionali, legate al mondo del narcotraffico. Prende la tragedia delle sue pantere e la mischia a una guerra tra calabresi e messicani, fa un’inchiesta dura e coraggiosa sul vero volto della ‘ndrangheta, la multinazionale del crimine che, avvalendosi dei suoi plurilingue rappresentanti di seconda e terza generazione trasformati in manager, ha adottato la politica del poco sangue e del basso profilo e, mirando solo a fare grandi affari sotto copertura, ha cambiato la geografia del narcotraffico e della grande finanza criminale nel mondo.
Leggendo la quarta storia di Mazzeo, scopriremo i loro modi, i mezzi adottati dai professionisti dei trasporti della droga, a capo di multimilionarie holding che smuovono tonnellate di materiale per volta, fino a dove si allungano gli infiniti tentacoli mafiosi e cosa, volenti o nolenti, possono arrivare a coprire. Scopriremo anche i mille volti adottati dai segugi che li braccano: della Dea, della Cia, dell’FBI e di tutte le polizie internazionali alleate per controllarli e incastrarli tenendosi sotto traccia.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le lunghine di Fabio Lotti: Il detective magico

Serenata senza nomeVa di moda il detective magico. Voglio dire il detective che possiede qualche dono, qualche dote particolare oltre l’umano. Già visti singolarmente li ho qui riuniti. Parto dal commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Maurizio de Giovanni incontrato nel primo e precedente articolo di questa rubrica. E dunque non la faccio lunga riproponendone un breve accenno. Napoli, al tempo del fascismo. “Ho conosciuto il suddetto personaggio fin dalla sua nascita. l’ho visto fare i primi passi e poi camminare baldanzosamente spedito per la gioia di una vastissima moltitudine di lettori. Un personaggio riuscito, riuscitissimo, con la sua perenne malinconia e quella dote, unica, di sentire le ultime parole degli uccisi. Misterioso e irraggiungibile e, anche per questo, amato dalle donne”. Accanto alle doti particolari che lo fanno sentire diverso anche la sua umanità sofferta, un miscuglio di dolore e malinconia che lo rende così vicino ai lettori. Come se possedere certe doti fosse motivo continuo di sofferenza. Un successo planetario dell’autore. Ultimo libro Serenata senza nome, Einaudi Stile Libero Big 2016.

venti corpi nella neveSimile a Ricciardi il commissario Roberto Serra di Giuliano Pasini. Lo troviamo in Venti corpi nella neve, Time Crime 2012.
Il commissario Roberto Serra è a Case Rosse speditoci dal superiore Bernini, viso tondo e baffi gialli di nicotina, per farlo riprendere da una situazione difficile. Dopo la morte violenta dei genitori, avvenuta quando aveva sedici anni, è colpito da un “dono”, ovvero la capacità di “sentire” ciò che provano le vittime e i loro carnefici attraverso una “danza” particolare. Sintomo e preavviso l’odore di fiori marci. Non si dà tregua finché non riesce a far riposare in pace i morti ammazzati che il destino gli fa incontrare. Qui, nel più piccolo commissariato d’Italia, Serra è visto come uno di fuori ed è aiutato dall’agente Valerio Manzini. Ufficio essenziale dove domina il colore grigio, corse per chilometri e preparazioni culinarie innaffiate di ottimi vini per ritrovare calma e lucidità. Gli ci vorranno perché nella notte di Capodanno del 1995 tre cadaveri al Prà grand: un uomo, una donna e una bambina barbaramente uccisi con un colpo di fucile a distanza ravvicinata.
Usciti in seguito Io sono lo straniero, Mondadori 2013, e  Il fiume ti porta via, Mondadori 2015. Caratteristica dell’autore, già sottolineata da altri critici, la sua attenzione verso le vittime: i civili trucidati dai fascisti, gli immigrati clandestini, i “matti” rinchiusi in ospedali terribili e poi lasciati allo sbando dopo l’abolizione dei manicomi.

L’odore del peccatoVediamo ora il “superpotere” di Don Attilio Verzi di Andrea Franco in L’odore del peccato, Mondadori 2013.
Già trovato il nostro uomo in L’odore del dolore in Giallo 24-Il mistero è in onda di AA. VV., Il Giallo Mondadori extra 2013, che mi colpì per la sua originalità.
La vicenda si svolge a Roma in dieci giorni, dal 16 al 26 giugno del 1846. Don Attilio Verzi ha un dono particolare “che molti avevano additato come una maledizione del demonio”. Percepisce gli odori nel profondo, “vivi come può essere viva una persona, vicini come la carezza di una madre o lo schiaffo di un padre che educa un figlio”. Centinaia di preghiere sotto la guida del bigotto padre Ruggero Ancillotti, conseguenza incubi ripetuti. Cercato dal papa per scovare l’assassinio di un giovane prete, don Pasquale Masini, colpito al capo nella chiesa dei Santi Vito e Modesto. Don Attilio viene aiutato nella ricerca del colpevole dal padre Augusto Giani, anch’egli con le sue passate sofferenze (le “cicatrici”) e in seguito dal capitano della Milizia Jacoangeli .
Ultimo nato L’odore dell’inganno, Mondadori 2016.
Anche qui odori, odori e odori (forte quello dell’inganno), voci, visioni, incubi, momenti di crisi, il passato doloroso che riemerge improvviso. La ricerca sofferta della verità attraverso una scrittura intensa e delicata, capace di penetrare nelle profondità dell’animo di don Attilio Verzi “caricato” di un dono portentoso e nello stesso tempo pesante che lui non vorrebbe possedere.

La mossa del cartomanteSimile a Verzi abbiamo l’ispettore Marzio Santoni di Franco Matteucci in La mossa del cartomante, Newton Compton 2014.
Marietta Lack, la sarta di Valdiluce, muore nell’incendio della sua casa. Tragico incidente o attentato? Ad indagare  Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, capelli biondi lunghi, occhi azzurri, fisico splendido e splendido naso capace di avvertire i minimi odori. Vespa 50, bianca come la neve, degli anni ottanta (e qui mi viene in mente il free lance Radeski di Paolo Roversi). Scapolo, vive in una casa con formicaio (giuro) e il topo Mignolino. Suo assistente Kristal Beretta, capelli a spazzola, occhi celestini e una gran simpatia. Supercapo Soprani invischiato in traffici piuttosto dubbi.
Consiglio Tre indagini per l’ispettore Santoni, Newton Compton 2016 che comprende Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante e Tre cadaveri sotto la neve.

La congiura di San DomenicoSu una memoria straordinaria si basa Julius von Hertenstein in La congiura di San Domenico della nostra Patrizia Debicke van der Noot, Todaro 2016.
Il leutnant Julius von Hertenstein ha visto la luce ne La Sentinella del Papa, Todaro 2013. Vediamolo più da vicino sfruttando quasi le stesse parole dell’autrice. Fratello minore di Peter von Hertenstein, camerlengo del pontefice e vice di Kaspar von Silenen, comandante della Guardia pontificia. Biondo come il lino, spalle imponenti e lunghe gambe, insondabili occhi chiari, faccia maschia e squadrata. Straordinaria capacità di apprendere, dotato di eccezionale memoria, “in grado di ripetere parola per parola” ciò che sentiva e leggeva (gli sarà utile anche nella presente storia). A quattro anni parlava tedesco, francese, italiano, latino. Un “mostro” che aveva fatto inorridire il suo confessore ritenendolo, addirittura, affiliato al demonio. Con il passare del tempo aveva imparato a nascondere queste sue “diaboliche” capacità. E ora, nella Bologna del 26 novembre 1506 (freddo e neve),  deve vedersela con un terribile delitto.

La profezia infernaleTermino con il Grifo di Massimo Pietroselli in La profezia infernale, Newton Compton 2013.
Roma 1599, a pochi mesi dall’apertura dell’anno santo. Al centro della storia il cranio deforme del pittore romano Maestro del Monogramma (in seguito sapremo chi è), autore dell’“Alfabeto di Erode”, un libro dalle incisioni terribili di bambini seviziati e uccisi che dovrebbe nascondere insegnamenti ermetici. Si aggiunga una profezia infernale dall’estasi di una suora che prevede sfracelli per il Giubileo e “innocenti che tremeranno fra le fredde mura”. E, infatti, quattro bambini con i nomi degli Evangelisti, spariscono dallo Spedale. Dietro al maledetto “Alfabeto” Leonia, in missione per Rodolfo II di Boemia (sue immense collezioni di bizzarrie) insieme a Grifo, un turco (gli hanno ucciso tutta la famiglia) che ha il dono di poter disegnare “a distanza di tempo, qualunque gli fosse stato detto di osservare, perfetta in ogni dettaglio, esattamente come l’aveva veduta, ma non avrebbe potuto alterarla, abbellirla, modificarla in alcun modo.” Qualche spunto “Colorito olivastro, occhi neri, sopracciglia folte e arcuate, e una barba fitta appena striata di grigio. Era un colosso, alto e dalle spalle forti: sovrastava la folla con il capo avvolto in un turbante giallo scuro con una penna nera di sghimbescio. Il busto era compresso in un farsetto leggero, di elegante seta color arancione con strisce nere, e il collo massiccio era adorno dei pizzi di una camicia bianca. Invece di una cintura, alla vita era annodata una fusciacca bianca con un sottile ricamo in oro.”
In seguito è uscito anche La congiura di Praga, Newton Compton 2013, altro successo dello stesso autore, che già avevo conosciuto e apprezzato attraverso il mitico Giallo Mondadori.
Dunque personaggi anomali provvisti di “doni” speciali che un po’ si assomigliano e che, evidentemente, attirano l’interesse, visto il boom straordinario di de Giovanni e l’ottimo risultato degli altri autori. Sì, perché la loro arma extraumana, chiamiamola così, incuriosisce il lettore che freme per vederla messa alla prova. Aiuta a risolvere i casi e nello stesso tempo umanizza i possessori che addirittura ne soffrono, attirando l’empatia di chi li segue nello loro vicende complesse e ricche di pathos, qualunque sia il tempo in cui esse vengono circoscritte.
E allora diamo il benvenuto al detective magico, sperando che un po’ della sua magia si riversi anche su di noi comuni mortali.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti