Le gialle di Valerio/85: Savatteri

la-fabbrica-delle-stelleGaetano Savatteri
La fabbrica delle stelle
Sellerio, 2016
Giallo

Makari (provincia di Trapani) e Venezia. Agosto 2015. Saverio Lamanna (Palermo, 1973) è rimasto senza lavoro certo e stipendio sicuro. Giornalista, era stato portavoce di uno sciocco sottosegretario del Ministero dell’Interno, prima di essere licenziato in tronco per un’uscita sulla legalizzazione delle droghe leggere. Scrittore, aveva esordito con un buon romanzo giallo (“Il lato fragile”), per restare poi del tempo alla ricerca di nuova ispirazione letteraria. Da fine giugno è tornato a casa in Sicilia (con nemmeno diecimila euro sul conto corrente), ha svolto qualche lavoro precario e, soprattutto, si è messo con la deliziosa giovane Suleima Lynch, nata a Dublino di padre irlandese e madre friulana, laureata in architettura, che vive a Bassano del Grappa (dove sta per tornare) e, in attesa del master a Bologna, fa la cameriera stagionale in un ristorante del posto. Vivono insieme nella (seconda) casa di famiglia, dove, da quando è morta la madre, il padre settantenne non vuole più tornare, restandosene a Palermo. Gli fa da angelo custode Peppe Piccionello, cui il padre aveva lasciato chiavi e manutenzione della casa, 55 anni e passa, milioni di esperienze senza aver mai preso un aereo. Mentre Peppe gli chiede di aiutare un suo amico pescatore che non sa dove è finito il figlio diciannovenne, dal capoluogo regionale lo chiama il vicequestore Randone e gli propone un remunerativo incarico alla Mostra del Cinema. Dovrebbe fingersi addetto stampa e controllare la sorella di una sua amica, produttrice cinematografica (sono ricche figlie di palazzinaro) in procinto di presentare un film al Lido. Saverio ha bisogno di soldi e teme il giorno della partenza di Suleima, prende Peppe e si avventurano in laguna, dove (fra molto altro) ci sarà un delitto.

Il bravo giornalista Gaetano Savatteri (Milano, 1964) è cresciuto a Racalmuto in Sicilia, da parecchio vive e lavora a Roma, finalmente torna al romanzo. Il suo protagonista aveva esordito nel 2014 in un racconto (“Il lato fragile”) della raccolta “Vacanze in giallo” ed è poi apparso in almeno altri tre ottimi racconti delle successive scoppiettanti fortunate antologie a tema, pubblicate dalla stessa casa editrice. Si è visto che il personaggio funziona proprio, col Carofiglio del padre, il corso spagnolo di Teresita e i pazzi di Rds in auto. Ora l’autore ha superato pigrizie, indolenze e pudori, costruendo un divertente romanzo con un’esile trama gialla, utilissimo per raccontarci la sua isola, per introdurre, capire e commentare il clima di alcuni grandi festival multimediali e per immergersi in quello veneziano, con innumerevoli incontri di famose personalità del cinema e il divertente ruolo in scena di alcuni amici (come la giornalista Fulvia Caprara e il regista Mimmo Calopresti). Il tono è sempre e solo lo stesso dei racconti, forse questo è un limite, visto che la narrazione è in prima persona e al presente. Lamanna scherza di continuo su ogni cosa, con ironia e autoironia; immerso nell’immaginario avvolge ogni evento in parole, tic, allusioni, frasi di canzoni e libri, come se avesse già visto tutto e conoscesse già tutti; così parla bene e mostra di aver studiato (rendendo piacevole il flusso della lettura), contemporaneamente non ascolta mai e fa trasparire paura dei fatti e delle emozioni (è il sincero Piccionello a doverglielo far notare). I genitori si erano incontrati al concerto di Jim Morrison and the Doors allo stadio della Favorita nel luglio 1970. Lighea freddo col padre che svela il segreto, sauvignon con Fiorenza che lo tenta, bianco di Custoza col figlio ritrovato che si rolla una canna.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/94: Ercolani

contro-le-donneAutore Paolo Ercolani
Titolo Contro le donne. Storia e critica del più antico pregiudizio
Editore Marsilio
Anno 2016
Pagine 318
Prezzo 17,50 euro

Qui, non solo là. Da non più di 200.000 anni, forse meno. Il filosofo Paolo Ercolani (Roma, 1972) prende in esame la scelta messa in piedi e condotta dagli esseri maschili di sottolineare, in teoria e in pratica, la disgrazia e l’inferiorità rappresentate dall’essere femminile. Le prove colpiscono uomini di ogni credo e livello, si trovano trasversalmente in tutte le culture, nelle religioni antiche e moderne, nel mondo greco e latino, negli “-ismi” recenti e contemporanei. Il rapporto che si instaura fra uomo e donna è impostato sul “potere” e gli uomini impongono alle donne ruoli di prede e vittime. Il bel testo s’intitola Contro le donne. Storia e critica del più antico pregiudizio, un pregiudizio misogino con conseguenti violenze e discriminazioni materiali, che “esiste e lavora nell’oscurità dell’animo di ognuno di noi”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/84: Stassi

La lettrice scomparsaFabio Stassi
La lettrice scomparsa
Sellerio, 2016
Giallo

Roma. Da settembre a novembre. Vincenzo Vince Corso è ammalato di letteratura. Laureato in Lettere, da venti anni in graduatoria e abilitato a pieni voti a insegnare materie letterarie, non è mai passato di ruolo vivacchiando fra precari incarichi e supplenze (o anche collaborazioni giornalistiche con pseudonimo) fino a che, questa volta, non è stato designato in nessuna scuola e la nuova legge ha azzerato i precedenti punteggi, così si è inventato un mestiere da sperimentare. Con i pochi soldi residui affitta un appartamentino-studio in via Merulana, un sottotetto all’ultimo piano, dove vive, lavora e si propone come facilitatore emozionale e biblioterapeuta, ricevendo le potenziali clienti senza segretaria o sala d’attesa. È cresciuto a Nizza con la madre Anna, graziosa e solare, e le sue colleghe, cassiere o cameriere o cuoche o inservienti di tante diverse strutture alberghiere, sconosciuto padre di passaggio al quale scrive tutti i giorni una cartolina senza destinatario e con l’indirizzo dell’albergo dell’incontro che lo ha concepito. Assomiglia un poco a Gérard Depardieu, fisico imponente, pelo grigio, occhi azzurri; e ha pure tradito tutte le donne amate, da ultimo Serena. Niente elettrodomestici e automobile, si arrangia, gira in motorino Malaguti, talora si diletta con il clarinetto o con gli scacchi. Nello stesso palazzo scompare l’anziana Isabella Parodi, viveva al piano sotto al suo, il marito non spiega bene cosa può esserle accaduto e quando, settimane dopo, viene recuperato un corpo dal Tevere risulta subito indiziato. Ma c’è qualcosa che allo scaltro lettore non torna. Vince è abituato a compilare schede sui personaggi dei libri letti (cataloga caratteri, modi e abitudini), ne abbozza una anche sulla signora, habitué della medesima libreria d’antiquariato, indaga.

Il bibliotecario di origine siciliane Fabio Stassi (Roma, 1962) è ormai giunto a una decina di romanzi (il primo del 2006), lindi, solidi e ben scritti, colmi di notevoli letture e densi di riferimenti ad altrui scritture. Vince narra monocorde in prima persona al passato, 26 capitoli titolati con le lettere dell’ordine alfabetico e sottotitolati da una o due righe (versi) in corsivo e in francese. In fondo al testo c’è l’appendice con “consigli di lettura” e “altri libri” da lui suggeriti, una quarantina di testi utili (forse) a curare sofferenze e insofferenze, abbandoni e stanchezze, miopia e invecchiamento, magrezza e vita di coppia. In quei due mesi lo avevano consultato a pagamento 9 lettrici, solo donne (si sa): Carla, Velia, Rosalba, Elettra, Melissa, Elena, Guendalina, Margherita, Lidia. Il romanzo scorre attraverso le loro motivazioni, dialoghi serrati sulla solitudine, sulle vicende e proiezioni di chi legge, trasferendo sempre un poco di sé nelle pagine e acquisendo sempre un poco delle pagine nella miriade di “analoghe” situazioni già verificate. Scrivere è un modo di predire il passato. E ognuno ha comunque il suo modo di leggere: infantile, analitico, empatico, diffidente; si capiscono molte cose, a scoprirlo. Specie con cioccolato fondente a disposizione. Per il resto ricette interne ai libri e cibo a buon mercato fuori casa. Con le pazienti non scattano affetti, quando rimane solo Vince ascolta canzoni struggenti, perlopiù francesi (Montand, Brel, Piaf, Greco, Dalida, cose così) ma anche gli appunti di viaggio di Paolo Conte. Sono giochi cerebrali (non sempre di scacchi) le relazioni con il librario, il portiere, il commissario e sor Gigi. Solo con la riccioluta amica bibliotecaria Marta mantiene una sicura sporadica frequentazione, dentro e fuori gli orari di lavoro.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le lunghine di Fabio Lotti: Le giovincelle terribili

Dopo le vecchiette terribili spazio alle giovincelle altrettanto tremende.
blanche-o-il-cuore-dellassassinoPartiamo con la diciassettenne Blanche Paicham di Hervé Jubert. Siamo nel 1870 durante l’assedio dei prussiani di Parigi. Idea non peregrina. La città assediata ricorda un po’ le case circondate dalla neve del giallo classico da cui non si poteva uscire. Dunque un thriller in uno spazio ben delimitato. Due piccioni con una fava. La solita litania di assassini mostruosi: un cappellaio, un macchinista, un soldato, un fonditore di caratteri ecc… che porta alle sette sataniche e a Rebecca, la signora dei veleni. Tutti i cadaveri recano impresso un misterioso tatuaggio sul braccio sinistro e i loro nomi hanno origine dalla mitologia. La colpa ricade su Victor Pilotin, un giovane apprendista del cappellaio che riesce a fuggire e viene addirittura tenuto nascosto da Blanche (crede alla sua innocenza).
Dicevo di Blanche Paicham che si ritrova sola a Parigi separata dai genitori (era destino, l’avevano già persa più di una volta) ad aiutare nelle indagini lo zio Gaston Loiseau, ispettore di polizia sulla quarantina. Studia il “Dizionario di polizia”, suona il pianoforte, segue un corso accelerato nei locali della scuola di medicina, si prodiga come infermiera per alleviare il dolore dei soldati feriti. Dunque fuori dagli schemi del suo tempo: energica, forte, resistente “Quella giovane era una forza della natura. E alcuni di coloro che s’erano trovati tra la vita e la morte le dovevano gratitudine”. E anche concreta, realista “Si era nutrita di materialismo e, tra le sue certezze, c’era questa: che la magia era soltanto un paravento aperto davanti a fenomeni assolutamente reali. Nel loro caso cosa nascondeva? Una storia di potere, non c’erano dubbi in proposito”. Non manca il movimento, il colpo di scena, il pericolo (rischia addirittura di essere uccisa da suo zio), il travestimento e insomma tutto l’armamentario del vecchio feuilleton. Compreso il volo sul pallone aerostatico con il famoso fotografo Nadar (realmente esistito). Il ritmo si fa via via più convulso sino all’epilogo finale e un’aura di mistero e magia nera serpeggia lungo tutto il libro (Blanche o il cuore dell’assassino di Hervé Jubert, Salani 2008).

Continuiamo con Maisie Dobbs di Jacqueline Winspear.
maisie-dobbs“Londra, primavera 1929. Dieci anni dopo l’armistizio che ha posto fine a una guerra cruenta, l’intraprendente Maisie Dobbs apre un ‘agenzia di investigazioni private. Un’occupazione insolita per una donna e un traguardo ambizioso per lei, raggiunto con determinazione e fatica ma anche con un pizzico di fortuna, considerate le umili origini.
Questa Maise Dobbs è davvero un personaggio eccezionale. Capelli neri e occhi azzurri che guardano “dritto dentro”. Sin da piccola dura, forte, caparbia. Intenso e affettuoso rapporto con il padre Frankie vedovo (vive solo per lei) e con il suo insegnante privato Maurice Blanche i cui consigli le sono utili anche nella vita adulta.
Affascinata dalla biblioteca di lady Rowan (opere filosofiche di Hume e altre cosette del genere), studia e lavora, studia e lavora fino ad arrivare all’Università. Per puro slancio patriottico diventa infermiera. Ed ecco la guerra, il contatto con la morte e la sofferenza degli altri. E poi l’amore con Simon, tenero amore fatto solo di sentimento e teneri baci. Maisie è il vero motore del libro, al margine il mistero del giallo. Qualche lacrima subito asciugata, niente lamenti o piagnistei, “A parte la guerra, finora sono stata sempre fortunata”. La vita, seppure dura, continua “Bene, Billy. Allora… diamoci dentro!”.
In un mondo reale o in quello fittizio dei libri, dove vengono messe in mostra le sozzerie più sozze, le vigliaccherie più vigliacche, il marciume più marcio dell’uomo, dove impera il linguaggio più becero e schifoso e la volgarità più volgare, fa piacere ritrovare una ragazza semplice e pulita come Maisie Dobbs con i suoi sentimenti semplici e puliti.
(Maisie Dobbs di Jacqueline Winspear, Sonzogno 2007).

flavia-de-luce-e-il-delitto-nel-campo-dei-cetrioliFlavia de Luce di Alan Bradley ha solo undici anni. Madre morta quando aveva 1 anno, padre Colonnello con la passione per i francobolli, due sorelle maggiori (Le “Sorelle Fatali”), Daphne (Daffy) 17 anni che legge, legge, legge e Ophelia (Feely) 13 anni, con la testa fra le nuvole dietro ai suoi sogni amorosi, cuoca signora Mullet, giardiniere “strano” il sig. Dagger.
Siamo in estate quando sull’uscio di casa viene trovato un uccello morto con un francobollo nel becco e, di lì a poco, un altro morto, questa volta un uomo in giardino, la cui ultima parola prima di spirare è “Vale”. Incomincia l’avventura della nostra piccola eroina. Qualche particolare: sua passione per la chimica (“Chimica! Chimica! Quanto la amo!”) tanto da avere appeso allo specchio di camera il ritratto di Marie Anne Paulze Lavoisier, e della chimica soprattutto i veleni di cui conosce vita morte e miracoli. Suo luogo di “lavoro” il laboratorio lasciato dallo zio Tar, porta un apparecchio per i denti, dorme in un grande letto a baldacchino, legge molto e tra le letture troviamo anche qualche giallo di Austin Freeman con il dott. Thorndyke (inevitabile). In continua lotta con le sorelle e in continuo scarrozzamento con Gladys, la vecchia bicicletta, per cercare indizi e scuriosare di qua e di là. Bugiardella il giusto, forte, risoluta e coraggiosa riesce a superare anche i momenti più difficili (Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli di Alan Bradley, Mondadori 2010, ristampato di recente dalla Sellerio).

le-ragioni-dellinvernoBelli i racconti di Elena Vesnaver con Sonia Leibowitz che scrive, beve Tocai e aiuta il commissario Leone (siamo a Cormòns) a risolvere qualche caso di morti ammazzati. Suo fidanzato Alex, un assassino che l’amore si trova nei posti più impensati.
Di mezzo la gelosia, litigi, il passato che si intreccia con il presente, violenza, gli uomini che credono di sapere tutto. L’estate e l’inverno, il ritorno e la partenza, il rapporto con Alex, le pene d’amore, i treni di notte e le stelle cadenti. Anche un po’ di movimento e di lotta a rendere più ondulante il racconto.
Prosa leggera, delicata, sensibile. Prosa semplice e intensa. Non c’è bisogno di farla lunga. Basta un tratto di penna, un piccolo tocco per creare un sentimento, una atmosfera. Per disegnare un volto o una caricatura (le sorelle Toffolo). Una breve osservazione (le formiche nella tazza del caffè) a riportare il tutto alla concretezza della vita. La classe non è acqua (Le ragioni dell’inverno di Elena Vesnaver, Agar edizioni 2009).

la-detectiveA Londra, nell’agosto del 1853 troviamo Mary Lang di Y.S. Lee, dodici anni, condannata all’impiccagione per furto con scasso viene liberata da una fantomatica “Accademia per Ragazze di Miss Scrimshaw” con lo scopo di “offrire alle giovani una vita indipendente”. Direttrice Anne Treleaven e collaboratrice Felicity Frame. Si passa, poi, di botto al 1858, quando Mary è già diventata una esperta insegnante. Arrivano i primi dati sulla sua vita sfortunata: il padre naufragato con la nave su cui viaggiava, la madre costretta a fare mille lavori, poi a prostituirsi e lei a rubare. Le viene chiesto se vuole far parte di una Agenzia di investigazioni e di svolgere alcune indagini su un mercante che sembra fare commerci di contrabbando. Affare fatto e da qui inizia l’avventura della nostra nuova eroina che entra come damigella di compagnia nella casa del mercante in questione Henry Thorold, sposato con moglie invalida ed una figlia capricciosa. Ora Mary ha diciassette anni, capelli corvini, bella, coraggiosa, risoluta, con la battuta pronta tanto da suscitare l’interesse di qualche maschietto. E se la caverà piuttosto bene. (La detective di Y.S. Lee, Mondadori 2010).

il-treno-per-la-campagnaDopo la cicciotella detective panettiera Corinne Chapman ecco Phryne Fisher di Kerry Greenwood, l’aristocratica londinese (nata in Australia) venuta dal basso dopo avere ricevuto una inaspettata eredità. Alta, slanciata, caschetto di capelli neri, occhi grigioverdi, vestiti di classe inappuntabili (insomma una gnocca come la cortigiana greca Frine di cui porta il nome). Adora “Alice nel paese delle meraviglie”, legge un po’ di tutto, perfino il “Trattato di tossicologia” di Glaister. Abita in una bella villa con la dama di compagnia Dot Williams e i Butler marito e moglie per le faccende domestiche. Colore verde suo preferito, sa sparare, conosce i trucchi della lotta senza armi, canta, fuma, gioca a whist, fa tranquillamente all’amore senza innamorarsi. I soldi non le mancano ma si annoia a morte. E allora ecco che si inventa detective. Paese Australia (sì, avete capito bene), anni 20 (sì, avete capito bene).
Il treno è sempre stato un luogo ideale per sparizioni e morti misteriose. E dunque va a fagiolo anche per questa storia. Siamo in treno. Cloroformio, tutti narcotizzati eccetto la nostra Phryne che spacca il vetro del finestrino con una pistolettata. Sparita una signora ritrovata poi morta come calpestata lontano dalle rotaie, in più arriva una ragazzina che ha perso la memoria. Sparito anche uno strano controllore giovane, biondo e con un bel sorriso. Aggiungo un ipnotizzatore, la magia (va di moda) e lo sfruttamento di ragazze degli orfanotrofi. Per le sue indagini si avvale dell’apporto di Bert e Cec. Ci sono pure due bei giovanotti con uno dei quali si lascia andare fino ad un certo punto, perché è inutile innamorarsi di lei “Ma non ho intenzione di giocare con il tuo cuore, Lindsay: solo col tuo corpo”. Infatti ci gioca. Non mancano il movimento, gli scontri, pedate (quelle coi tacchi fanno veramente male), cazzotti e gomitate. E un cuore grande che si prende cura di due ragazze dell’orfanotrofio (Il treno per la campagna di Kerry Greenwood, Polillo 2009).

Fabio Jonatan JessicaE qui mi fermo.

Le brevi di Valerio/93: Hammett

on-the-wayAutore Dashiell Hammett
Titolo On the Way
Editore Mondadori
Traduzione di Sergio Altieri e G.L. Staffilano
Anno 2016
Pagine 330
Prezzo 22 euro

Usa. 1922-1934. Dashiell Samuel Hammett (1894 -1961) fu un uomo alto bello tubercolotico solitario e donnaiolo (oltre moglie e due figlie, ovviamente Lillian Hellman), spesso un investigatore privato tra il 1915 e il 1922, un compagno militante per metà della vita (messo in carcere sei mesi dal maccartismo), un grande scrittore per un’altra breve parte della sua e per sempre, una star per un paio di decenni. Sulla base dell’archivio acquistato da un’università texana, con l’aiuto degli eredi e in particolare della nipote Julie, il suo biografo Richard Layman ha fatto riemergere 17 racconti e 3 soggetti cinematografici, mai raccolti in antologia e perlopiù inediti: The Hunter and Other Stories in americano (2013), On the Way ora in italiano. I testi sono raramente hard-boiled, distinti in quattro sezioni (crimine, uomini, uomini e donne, storie per il cinema) e un’appendice con alcune pagine dell’incompiuto Sam Spade, con l’aggiunta di ottime introduzione e postfazione.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/83: Poldelmengo

I pregiudizi di DioLuca Poldelmengo
I pregiudizi di Dio
Edizioni e/o, 2016
Giallo

Roma e valle dell’Aniene. Primavera. L’ateo integerrimo commissario Andrea Valente soffre; dopo un decennio di sezione omicidi alla squadra Mobile romana l’immatura bionda moglie Alice lo aveva lasciato solo col piccolo biondo Lorenzo e aveva subito pure un trauma cranico e una pistolettata sul lavoro; durante la convalescenza gli era venuta una forma di epilessia jacsoniana, poi lo avevano trasferito al comando della polizia giudiziaria di Tivoli, capo del distaccamento di Villalba, vive lì vicino con figlio e suocera, un’isolita frangetta castana nei capelli con la riga, sopra la cicatrice. Il cinico ispettore quarantenne Marco Alfieri nonostante tutto soffre; è figlio del vicecapo della polizia, imboscato in vari uffici, appena nominato vice nello stesso distaccamento, gira in Audi A3 e frequenta centri massaggi con amplessi vista biondo Tevere; pensava di aver eliminato per vendetta l’assassino dell’amata sorella ma scopre che era un mandante non l’esecutore. Pure la bella e fragile commissario trentottenne Francesca Ralli soffre; ha preso una seconda laurea con lode, pratica alla grande la kickboxing, segue intelligenti studi avanzati anche d’inglese, fa carriera ma va dallo psicanalista; continua a essere innamorata di Andrea dopo una vita che lo frequenta, una sola notte di passione, un’intensa amicizia e un’asincronicità amorosa; finché non la mandano a seguire il caso del cadavere rinvenuto nella zona di Andrea e Marco. Si tratta di Margherita Lazzerini legata, sodomizzata con un oggetto di legno, percossa, infine strangolata e gettata in un fosso. Sarà stato il laido e bugiardo marito, fedifrago seriale e amministratore di un forum hard? Chi altro?

Dopo altri cinque bei romanzi (dal 2009) l’ottimo sceneggiatore Luca Poldelmengo (Roma, 1973) conferma qualità letterarie e concentra l’attenzione su tre diversi poliziotti in un nuovo intreccio in terza varia (con incursioni in prima e in corsivo), ripresentando alcuni dei personaggi di un precedente romanzo del 2012, L’uomo nero, con uno stile tutto diverso, questa volta in qualche modo empatico verso i loro punti di vista. Soprattutto quello del “cattivo” Marco che in pubblico mostra un qualche fiuto investigativo e in privato dà una vera mano al vedovo Sergio e al figlio Valerio della sorella. Ne vien fuori un noir più sfaccettato, tre fili di pensieri investigativi e affettivi non paralleli, a due a due conflittuali e affiatati, sicché il bianco e il nero, amare e detestare subiscono un meticciato. All’inizio li divide anche il giudizio su Begucci, il marito di Margherita, dipende dal proprio stato d’animo prima che dalle prove. Tuttavia, il padre del commissario gli ha insegnato almeno una cosa decente: “Il bene e il male sono solo i pregiudizi di Dio”, da cui il titolo e la sostanza del libro. Sulla scena del truculento crimine vengono puntati riflettori e clamori, a un certo punto un mostro va sbattuto in prima pagina. A prescindere. Mentre altri mostri continuano comunque ad agire, braccati senza regole e senza pubblicità. Poco spazio per musicalità ed enogastronomia, non è necessariamente un male in un romanzo.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/82: Gardner

dobbiamo-trovarlaLisa Gardner
Dobbiamo trovarla
Marcos Y Marcos, 2016
Traduzione di Barbara Bertoni
Giallo

Boston e Usa. Pochi giorni dello scorso novembre. Cosa sappiamo? La bella 27enne Florence Flora Dane, capelli biondi e fisico tonico, occhi chiari grigio-celesti, si presenta in un locale notturno pagandosi il primo drink e facendosi pagare i costosi successivi da un tipo muscoloso che vuole solo portarsela a letto, escono tardi, nel vicolo lui ci prova in modo violento, arriva il barman culturista dai pettorali incredibili, stende l’altro e la rapisce lasciandola senza sensi, nuda e legata in un garage; lei ha molte risorse e, quando lui torna, lo ammazza. Sette anni prima Flora era stata rapita da un maniaco durante le vacanze pasquali in Florida, tenuta segregata quattrocentosettantadue giorni, perlopiù dentro una cassa di legno, uscendone solo per essere violentata o soggiogata; quando fu liberata pensava ormai di chiamarsi Molly e raccontò parte di quanto accaduto durante la prigionia solo a uno psicologo Fbi, il bellissimo ricco elegante laborioso afroamericano Samuel Keynes, esperto in vittimologia; poi, sentendosi solo una sopravvissuta e non ritrovando un buon rapporto nemmeno con la madre Rosa, rifiutò di vendere i diritti per libro o film, trovò lavoretti per mantenersi e cominciò a fare corsi di autodifesa, a studiare il comportamento criminale e a occuparsi di acciuffare i predatori. Ora la brava sergente D.D. Warren e la sua squadra sono scocciati del suo comportamento, anche perché capiscono che era sulle tracce di Stacey Summers, minuta studentessa biondina da agosto nelle mani di qualche cattivo; la poliziotta è in servizio limitato, dovrebbe solo supervisionare, ancora convalescente per una brutta frattura; poi scopre che Flora è stata di nuovo rapita. Dobbiamo trovarla.

L’affermata scrittrice Lisa Gardner (Hillsboro, Oregon) continua a sfornare notevoli appassionanti noir (con uno pseudonimo dal 1992 anche libri romantici). Dal 2007 vive tranquillamente (pare) nel New Hampshire con marito, figlia, cani e gatto e racconta storie crudeli senza compiacenze splatter, con mano ferma e rigore narrativo. La poliziotta è un suo personaggio seriale (una decina di romanzi), ce ne parla in terza, moglie intelligente del “perfetto” Alex (istruttore all’accademia, quasi collega, non sul campo), madre affettuosa di Jack (4 anni), amica dei pub irlandesi più che delle discoteche, capa testarda dispotica efficiente di un gruppo che abbiamo imparato ad apprezzare (non solo Phil e Neil, anche il recente utile acquisto, l’acuta novellina Carol Manley). Il nuovo romanzo è uscito nel 2016 anche negli Usa: qui la protagonista è soprattutto Flora che racconta in prima sia la storia della prigionia (al passato in corsivo, quello che aveva descritto allo psicologo e poi quello che aveva taciuto pure a lui) sia quanto le sta accadendo ora in diretta, al presente, quando di nuovo viene privata sensorialmente ma crede di poter affrontare ogni prova, liberando altre vittime e finalmente se stessa. A proposito di (reciproca) sindrome di Stoccolma; a un certo punto padrone e schiava cantarono insieme Taylor Swift. Il fatto è che gli esseri umani sono creature sociali; non siamo fatti per vivere nel vuoto assoluto; o, per essere più specifici, rinchiusi in una cassa grande come una bara.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2016

cento-racconti-illustrati-degli-autori-per-ragazzi-piu-notiIn quel di Ampugnano, dove vado quasi tutte le mattine a leggere e camminare (ormai lo sapete), ho portato Cento racconti illustrati degli autori per ragazzi più noti, Edizioni Usborne 2012, per tenermi al passo con le letture del mio nipotino Jonathan che ha frequentato la prima elementare. E sono ritornato indietro nei secoli quando pure il sottoscritto volteggiava sinuoso sulle ali della fantasia fra lupi feroci, brutte streghe, orchi mostruosi ma anche fatine carine che risolvevano il tutto con un tocco di bacchetta magica (beate loro) facendomi tirare un sospiro di sollievo dopo tanto batticuore.
Per Jessica, tre anni, bionda, occhioni azzurri da infarto, mi cimento con testi più semplici (vedi Masha e Orso, oppure Peppa Pig, per esempio). Però è difficile conquistarla. Inizio a leggerle una storia ma dopo tre parole di numero “Ora basta, nonno” e via a saltellare giuliva. Comunque Jessica è proprio una lettrice spiccicata da gabinetto che fa onore alla mia rubrica. Quando le scappa qualcosa prende il vasino, raccoglie i suoi libretti e incomincia a leggerli a voce alta, rimbrodolando non so che cosa. E via così per delle mezz’orette intere. Due tesori (se gli girano bene).

Inizio, come al solito, con gli immarcescibili G.M.
Delitto in prestito e altre storie di Cornell Woolrich, Mondadori 2016.
delitto-in-prestito-e-altre-storieQuando mi trovo davanti a Cornell Woolrich mi prende un non so che, una specie di ansia e di brivido incorporato. C’è sempre qualcosa di imprevisto e di ossessionante nelle sue storie.
Sentite questa. Jerome Swanson ha bisogno di soldi per curare il figlio malato. Ma come procurarseli? Viene a fagiolo il “Daily Reflector” con la bella somma di dollari che mette a disposizione di chi darà informazioni per la cattura dell’assassino di Robert J. Ranger, facoltoso agente di cambio. Bene, il gioco è fatto. Basta qualche ricerca, presentarsi come l’assassino stesso, intascare i bigliettoni, poi il nostro Jerome si trarrà d’impaccio con la testimonianza della moglie e del dottore. Ok, ottima idea, se tutto filasse liscio…
Murray Hobart, esperto, espertissimo di francobolli. C’è bisogno di lui per l’ispettore Foster. È stato ucciso un agente immobiliare soffocato nella sua poltrona con un fazzoletto, collezionista pure lui di francobolli e alcun album tutti intorno al luogo del delitto. Bisogna ispezionarli per vedere di ricavarci qualcosa, una traccia, un indizio. Tra i francobolli il famoso Capo di Buona Speranza che vale una fortuna. A meno che non si tratti di un falso. Ma Murray sa come verificarlo e ora lo hanno lasciato tutto solo. Allora potrebbe… la tentazione è forte…
Due amici diversi: Bill Brown, vivace, brillante, pittoresco e Joe Greeley, un semplice sgobbone. Due poliziotti, il primo promosso e il secondo solo a fare pesanti ricerche (vedi il destino). Un omicidio e i due che indagano insieme. Qualcosa nel comportamento di Bill non quadra. Qualcosa di poco chiaro…
In prima persona. Il Caso. Un giornale, conti inattivi non reclamati da molti anni. Un peccato lasciarli lì. Occorre studiare la faccenda e farsi passare per il possessore di uno dei conti stessi. Tutto fila liscio, un sacco di soldi in tasca per chi racconta la storia. Ma c’è qualcuno che lo nota, che lo fissa in un night club. Certo un poco di buono. Per risolvere il problema l’aiuto di un amico occasionale (bastano dieci dollari). Ma il destino è davvero incredibile…
Ecco, dicevo, il Destino, il Caso, qualcosa che all’improvviso si intromette nell’agire dell’uomo e ne condiziona il suo scopo. Spesso in negativo, talvolta con inaspettata sorpresa positiva.
Ogni volta che leggo un lavoro di Cornell Woolrich, non so perché ma mi pare di essere catapultato in un’altra dimensione.

Dieci incredibili giorni di Ellery Queen, Mondadori 2016.
dieci-incredibili-giorni“È successo ancora. Lo scultore Howard Van Horn si risveglia in un alberghetto di New York dopo l’ennesimo episodio di amnesia. Ha addosso del sangue non suo e i segni di una colluttazione. Forse questa volta, durante il lungo blackout di cui nulla ricorda, ha davvero fatto quello che si aspettava, prima o poi: forse ha commesso un omicidio.”
Urge un aiuto. Dell’amico Ellery Queen, in casa sua a Wrightsville per essergli vicino al prossimo attacco. La famiglia: il padre Diedrich, uomo grosso e affascinante, ha sposato la giovane e bella Sally, che piace subito a Ellery; lo zio Wolf che emana “acredine”, un “filo sottile e storto” che sdegna il nipote e Sally, “pericoloso.”; Christina Van Horn, la madre che gira nel parco di notte e cita salmi della Bibbia. “Abbiamo fatto un patto con la morte!” grida (perché?).
La faccenda si complica. Ellery pensa che il male di Howard sia dovuto al profondo attaccamento verso il padre messo in pericolo da Sally ma poi scopre…
E qui mi fermo. Dieci, incredibili giorni. Oscuri misteri familiari, lettere d’amore nascoste in un doppio fondo di un cofanetto, furti, ricatti con voce artefatta, omicidio, momenti di crisi, inquietudine, il lampo, la luce ed ecco “il piano, l’intero, orribile, magnifico piano” formarsi nella mente del nostro Ellery. La Bibbia e i dieci comandamenti. E gli anagrammi. Cosa c’entra la Bibbia e cosa c’entrano gli anagrammi? Vedrete che c’entrano anche questi.
Un viaggio inquietante tra gli oscuri meandri di una famiglia. Una costruzione assai complessa dei due famosi cugini.

Quella casa nella brughiera di Ngaio Marsh, Mondadori 2016.
quella-casa-nella-brughieraCuthbert ha assassinato l’amante della moglie; Mervyn ha mandato all’altro mondo un ladro con un ferro da stiro piazzato in cima ad una porta; Wilfred, Kittiwee per gli amici dato che ama i gatti, ha sbattuto mortalmente contro un muro la testa di una guardia che li maltrattava; Nigel, appartenente ad una setta estrema, ha fatto fuori una donna definita da lui “peccaminosa”, mentre Vincent ha soltanto avuto il torto di rinchiudere una vecchia strega in una serra piena di vapori di arsenico.
Ecco i “particolari” domestici, ognuno con le proprie mansioni, della isolata residenza di campagna di Halberds, il cui proprietario è il ricchissimo antiquario Hilary Bill-Tasman che ha invitato Agatha Troy, moglie del sovrintendente di Scotland Yard Roderick Alleyn, a dipingere il suo ritratto. Fra poco ci sarà un party natalizio e la festa si prospetta molto interessante (soprattutto per il lettore).
Tra gli invitati anche la bella Cressida Totthenam, fidanzata di Hilary, la zia Bed non la vede di buon occhio ma “è la pupilla dello zio Flea”. Ci sono pure i signori Forrester con il loro domestico Alfred Muolt e Bert Smith, un antiquario.
Intanto piccoli inconvenienti, piccoli “scherzetti” di cattivo gusto: trappola per Troy con un barattolo di olio e trementina sulla porta che le cade in testa, biglietto sotto la porta di Cressida definita donna peccaminosa che deve stare attenta, altro biglietto per il colonnello Forrester (dopo la lettura si sente male), sapone nell’orzata di Smith. Trattasi di burlone che si diverte a fare brutti scherzi o che cosa? E quale fine si propone?
Il clou della festa è la cerimonia dell’Albero affidata al colonnello Forrester vestito da druido con barba, baffi, sopracciglia, parrucca, stivali e abito dorato a fare le dovute manovre per portare i regali ai bambini del luogo. Solo che si sente male e verrà sostituito da Moult che improvvisamente sparisce. Le ricerche successive risultano del tutto vane, si sospetta che sia stato ucciso, e allora occorre l’intervento di Alleyn con la sua abilità psicologica per tirar fuori qualche mezza verità da quel branco di servitori poco raccomandabili. Tra neve, pioggia e situazioni atmosferiche tremende, lui stesso in pericolo di vita. Aggiungo Troy che si sente a disagio in mezzo a sconosciuti in una casa isolata, un cuneo infilato tra i pannelli di una finestra, una cassetta preziosa, un diario, documenti assai delicati. Pure due gatti, Drittone e Sapientone, con il loro momento di gloria. Personaggi sbozzati magnificamente e il “sospetto” che si infila dappertutto.
Ancora un inedito della banda mondadoriana a cui va il nostro ringraziamento.

Delitti in prima pagina di Fredric Brown, Gregory Mcdonald, Cornell Woolrich, Mondadori 2016.
delitti-in-prima-paginaDi detective giornalisti ce ne sono stati parecchi. Basta leggere la bella Introduzione di Mauro Boncompagni che ci offre solo un assaggio. A Partire da Joseph Rouletabille di Gaston Leroux e via a seguire con Philip Trent di E.C. Bentley e poi Roger Sheringham, Flashgum Casey e Kent Murdoch per arrivare a Jim Qwilleram, forse il più famoso, tanto per dare un’idea e già sapete i nomi degli autori. O vediamo, ora, con chi faremo la nostra conoscenza…
Gorgo fatale di Fredric Brown
In prima persona da Sam Evans dell’“Herald” per un articolo su un ragazzo morto a Whitewater Beach in un incidente. Sembra Henry O. Westphal, investito mentre cerca di attraversare le rotaie. Falso allarme. Il morto è un polacco che ha rubato il portafoglio al suddetto Obie di cui era compagno di scuola. Intanto la moglie Millie se ne va per un periodo di riflessione ed ecco riapparire la vecchia fiamma Nina con relativo salto sul letto. Ricerche su ricerche, Sam non è convinto dell’incidente, sogni, incubi, una vera ossessione. Scoperte di altre morti strane tra cui quella della sorella dello stesso Obie. Dubbi, perplessità, solo una sua fissazione? Qualcuno che lo segue. Pericolo. La svolta finale. Un turbinio di pensieri che volteggia lungo tutto il racconto con il lettore sballottato di qua e di là, ora quasi certo di ciò che avviene, ora confuso e come preso per il naso.
Giovedì mi ucciderai di Gregory Mcdonald
Irwin Fletcher, detto Fletch, giornalista del “News Tribune”, residente a The Beach per un’inchiesta sulla droga. Ecco ricevere una proposta sorprendente da certo Alan Stanwyk che lo ha scambiato per un barbone ”Voglio morire giovedì prossimo, tra una settimana esatta, circa alle otto e mezzo di sera.” Ma come? Ucciso da lui con un colpo di pistola, tanto dovrà schiattare lo stesso per un cancro. In cambio cinquantamila dollari e un biglietto per Buenos Aires. Mica male. Ma per Fletch qualcosa non quadra. Meglio registrare quello che è successo e fare le dovute ricerche sul tizio in questione. Intanto Alan Stanwyk è un famoso manager, ricco e sano (così sembra)…
Dialoghi veloci, talora esilaranti con le due ex mogli, con il padre di Alan, telefonate a getto continuo attraverso false identità. Spudorato mentitore il nostro giornalista che ha vinto anche un premio prestigioso non ritirato. Capace di scoprire chi fornisce la droga (spunti su questo triste mondo) e tutto proteso a scoprire anche il mistero della incredibile richiesta. Ci riuscirà?
Galoppino di Cornell Woolrich
Clint Burgess è solo un galoppino, uno che deve andare in giro a cercare notizie senza scrivere una parola. Ma prima o poi farà carriera. Di sicuro, lui ne è certo. Intanto si deve catapultare nel locale Mike’s Tavern dove è stato ammazzato proprio il titolare Mike Oliver. Un tipo per niente simpatico e tirchio, secondo il barista. Ha leticato pure con un vecchio cliente che viene subito incriminato. Ma Clint non è convinto della sua colpevolezza. Per esempio c’è un bicchiere con le impronte ed uno pulito sul bancone del bar. Insomma un bicchiere di troppo. Perché?…Ce la farà Burgess a risolvere il caso e, magari, a intraprendere la sua fantomatica carriera? Vediamo.
Un trio speciale. Tre personaggi alla ricerca della verità. Tre tipi diversi contro tutto e tutti. E il lettore è lì, a bocca spalancata, che li segue nei loro movimenti e nelle loro elucubrazioni attraverso una scrittura spesso veloce, ironica, leggera e pure divertente (soprattutto nel Galoppino) dentro una trama da manuale. Ora sorpreso, ora scosso, ora ammirato, ora un po’ sconcertato tra gli improvvisi cambiamenti che gli si parano davanti.

Un caso bizzarro per il commissario Carra di Claudio Arbib e Rodolfo Rossi.
un-caso-bizzarro-per-il-commissario-carraUltimamente ho letto diversi libri del “Giallo Italia” per vedere cosa ti inventano i nostri compatrioti. Qualche volta con soddisfazione e più spesso con un certo sconforto. Diciamo la verità (ovvero la verità di chi dice diciamo la verità). Il fatto è che ci sono in giro millanta gialli o gialletti tutti uguali spiccicati e uno non ne può più di leggere le solite tiritere. Vediamone alcuni punti in comune.
1) Intanto il commissario con contorno di sottoposti. E qui, naturalmente, c’è: si chiama Carra. Laureato, colto, divorziato da una moglie amata e che ama ancora. Niente bambini, matrimonio sfilacciato, ormai senza senso. Suo amico professore Luigi Bevilacqua (meglio di google per il commissario) che conciona di pittori surrealisti e metafisici (un ripassino fa sempre bene). Passeggiate, ricordi, sogni, incubi che lo tormentano. Non mancano i sottoposti con le loro caratteristiche personali: Di Giacomo, Tuozzi, Marzullo e Vittoriani (se ricordo bene), compreso il dialetto che porta vivacità al dialogo e alla storia.
2) Di solito esiste il superiore rompipalle che deve per forza dire la sua e avvertire che su, in alto, ma in alto alto, qualcuno desidera che si faccia in una certa maniera. E anche questo lo si trova a pizzicare il nostro Carra con il suo eloquio infiorettato di citazioni latine che spingono al sorriso.
3) Ogni storia ha il suo “caso” o i suoi “casi”. Bene, qui ne abbiamo praticamente quattro: quello “bizzarro” del titolo si riferisce al ritrovamento di un elefante morto, o meglio, di una elefantessa (in seguito si saprà che se ne è “andata” causa overdose). Ottimo il personaggio di Attilio Cecconi, il barbone incazzato nero che cerca di scassinare un furgone frigorifero per inserirvi gli eventuali pezzi dell’incredibile animale. Accanto a questo la sparizione di un ragazzo dai capelli verdi, la vicenda di un bambino rom rapito che già si enuclea fin da principio e la morte per overdose di una prostituta rom. Quattro problemini tutti sul groppone del nostro Carra.
4) Oltre al “caso” o ai “casi”, dietro alla pura indagine c’è sempre uno sguardo alla società. Vedi, nel presente contesto, il problema della droga, del traffico degli stupefacenti reso più consistente dalle novità tecnologiche (via internet, per esempio), lo sfruttamento vigliacco delle prostitute e dei ragazzi che può coinvolgere persone inimmaginabili come un prete. Una parte cruciale svolta con piccoli tocchi di delicata commozione anche attraverso i ricordi degli sfruttati. Aggiungo le minchiate dei politici, la critica delle forme del lavoro sempre più astratto (leasing, banqueting, franchising) e via di seguito.
5) Spunti sul luogo dove si svolge la vicenda. In questo caso Roma “con i suoi marciapiedi coperti di automobili, con i suoi bidoni della spazzatura stracolmi, i suoi muri coperti di manifesti elettorali abusivi…”, e perfino una veloce carrellatale sulle varie parti della città postate come in un caleidoscopio.
6) Qualche personaggio particolare un po’ a macchietta. Il già citato Attilio Cecconi e, aggiungo, la signora altezzosa, moglie di un ambasciatore presso la Santa Sede, che fa venir voglia di prendere a calci in culo.
7) Naturalmente una trama giallistica bene organizzata che non faccia capire subito dove si va a parare. E qui, bene o male, ci siamo.
Dunque le solite cose. Ciò che distingue, che può distinguere ogni giallo o gialletto tra i millanta in circolazione è soprattutto il linguaggio, la potenza della scrittura, la capacità di evocare emozioni e sentimenti. In una parola, lo stile.
E allora? E allora questa è una storia che si fa leggere volentieri, dove accanto alla parte drammatica della dura, schifosa realtà (certi personaggi, sbozzati con pochi tocchi, rendono bene l’idea) convive una tenera delicatezza e un soffio di sorriso. Anche il personaggio principale, ovvero il commissario Carra, risulta ben costruito, afflitto da problemi esistenziali che il classico uomo comune si porta appresso. Al termine perfino un quiz per i lettori appassionati d’arte e di enigmistica. Che volete di più?

La detective miope di Rosa Ribas, Mondadori 2016.
la-detective-miopeQuesta ci mancava. Voglio dire tra le millanta detective sfornate ci mancava una che fosse miope. Caratteristica inusuale che stona con l’occhio “acuto” che dovrebbe possedere qualsiasi detective. Inusuale, perciò curioso e attraente per il lettore, sottoscritto compreso.
Dunque Irene Ricart, detective privata di Barcellona ha questo problema. Non il solo e il più grande. È da poco uscita da uno ospedale psichiatrico dove è rimasta per molti mesi, causa l’uccisione del marito poliziotto e della figlia di dieci anni. Il suo obiettivo, da qui in avanti, sarà quello di scoprire l’assassino.
Primo passo trovare un lavoro, e allora viene a fagiolo Miguel Marin, un biondo scuro che le offre l’opportunità di inserirsi nella propria agenzia “Detectives Marin”. Suoi colleghi Rodrigo Carrasco, il veterano che gode piena fiducia del capo; il nipote del suddetto capo, Felix (viso degno di un affresco rinascimentale), che aiuta nelle faccende informatiche; Flavia Irigoyen, giovane detective argentina dalla stretta di mano mortale e la segretaria Sarita Picó che le resta simpatica.
I casi piuttosto “strani” di cui si occuperà: figlio di un grossista di stoffe che sbaglia i conti; un signore che sospetta che suo padre sia un negro; ritrovare un cliente di un “ocularista”; scoprire se il dipendente di un fast food sia realmente malato e, infine, beccare il ladro di un furto di scatole con ragni (sì, avete capito bene).
Secondo la teoria dei 6 gradi di separazione (scoprirete cos’è) ogni caso può portarla alla soluzione del suo personalissimo tormento. Ma deve fare in fretta che la miopia sta peggiorando. Intanto diventa sempre più consistente l’idea che la morte di Victor sia probabilmente legata al suo lavoro, soprattutto a qualche storia di droga. Tutti i mezzi sono buoni per arrivare alla verità, compreso il travestimento da giornalista con Felix che porta la telecamera. Momenti di euforia e di crisi in cui le pare di avere sbagliato tutto. Un personaggio positivo, generoso (ospita in casa anche una ragazza filippina trovata legata in un bordello da Rodrigo) che trasforma il dolore in determinata, caparbia azione.
La storia è raccontata dalla stessa Irene, il presente alternato con il passato, con i ricordi della malattia, del marito, della figlia e del padre, i vari personaggi sono ben caratterizzati. Non mancano tratti di tensione (viene seguita da qualcuno che le butta all’aria la casa) evidenziati da una scrittura incisiva senza tanti svolazzi, intessuta di citazioni varie e di una simpatica vena ironica. Trama giallistica che ripercorre un filone fin troppo abusato. Però capisco che tirarne fuori una originale sia un’impresa davvero titanica.

Spiluzzicature
Per chi desidera sapere subito il nome dell’assassino, tra l’altro già morto, senza lambiccarsi troppo il cervello, è pronto La vedova di Fiona Barton, Einaudi 2016. Naturalmente il libro ha diversi risvolti interessanti, a cominciare dal punto di vista dei vari personaggi. Così, a naso (leggiucchiato in qua e là), la scrittura mi pare buona.
I delitti della città vuota di diciotto autori, Atmosphere 2016, lo consiglio senza averlo sfogliato. Nel senso che lo sfoglierò di sicuro dopo il bel giudizio di Maurizio de Giovanni.
Svelato il mistero di chi si cela dietro lo pseudonimo dello scrittore Emilio Martini e il suo commissario Bertè. Due del gentil sesso, Elena e Michela Martignoni. Su La regina del catrame, Corbaccio 2012, non ero stato troppo tenero terminando con un “libro da inserire in quella caterva di pubblicazioni che scivolano nel carino e lì ci restano”. Però gli auguri glieli faccio lo stesso e, ripensandoci, restare nel carino non è poi così male.
Continuano a scodinzolare i Bassotti della Polillo con Omicidio in laboratorio di T.L. Davidson. Qui ci lascia le penne il professore Sheppery avvelenato dal cianuro. Chi indaga per capirci qualcosa sono l’ispettore Mellison di Scotland Yard e il dottor Blyte. Come succede spesso (anche nella vita reale) la personalità del morto, ritenuta di grande moralità, si scopre essere piuttosto diversa. Praticamente una doppia vita…
Il lettore amante della buona scrittura si butti senza tema su Insospettabili, antologia di racconti gialli curata da Fulvio Gianaria e Alberto Mittone. Potrà trovarvi autori particolari distanti fra loro nel tempo e nello spazio, occupati occasionalmente nella letteratura gialla. Basta qualche nome: Cechov, Hemingway, Svevo, Buzzati, Moravia, Dickens… e perfino un certo Giorgio Spini con il quale mi laureai al tempo che fu. Tutti grandi anche quando sguazzano in una materia che non è proprio la loro.

Un giretto tra i miei libri
Per motivi di spazio solo pochissime righe.
il-silenzio-delle-ombreIl silenzio delle ombre di Freeman Wills Crofts, Mondadori 2008.
“Il Surrey, quale ameno, tranquillo angolo del paradiso. Almeno fino a quando alcuni dei suoi abitanti non cominciano a svanire nel nulla. Per primo lo scontroso dottor James Earle, poi l’infermiera Helen Nankivel, che sembra essere la sua amante. L’ispettore French sospetta che siano stati assassinati, ma nessun cadavere è stato rinvenuto e tutto rimane nel campo delle ipotesi…”. Quello che ha rappresentato Crofts per il romanzo poliziesco è già stato scritto da Willard Huntington Wright (più conosciuto come S.S. Van Dine, il creatore di Philo Vance) e cioè il migliore esponente della tendenza realistica, per cui nella scelta della trama e dei suoi personaggi, in primis di chi deve indagare, si va più al sodo. Niente detective “particolari”, geniali e bizzarri al tempo stesso, ma poliziotti laboriosi e tenaci. Più umani, insomma. Come il nostro Joseph French. Stile piano, concreto, sicuro. Andamento lento della trama che coinvolge e appassiona il lettore nella ricerca degli scomparsi. Solita spiegazione finale che può infastidire i non amanti del giallo classico.

Il silenzio di Jan Costin Wagner, Einaudi 2008.
il-silenzio“Nell’estate del 1974, durante i campionati del mondo, una ragazzina viene violentata e uccisa nei pressi di Turku, in Finlandia. Le indagini della polizia, condotte da Antsi Ketola, non portano ad alcun risultato.
Trentatré anni dopo, nel luogo in cui una semplice croce ricorda la vittima, viene rinvenuta la bicicletta di un’altra giovane, Sinikka Vehkasalo: uscita per andare all’allenamento di pallavolo non è più tornata in casa.
Il caso viene affidato a Kimmo Joentaa, e Ketola, andato in pensione da poco, si dichiara disponibile ad aiutarlo. Intende in qualche modo riparare a quell’insuccesso professionale che ancora gli brucia, ed è profondamente convinto che vecchio e nuovo delitto siano opera di un’unica persona…”
L’indagine si sviluppa in maniera semplice, così come semplice e naturale è il linguaggio e lo stile. Il tutto un po’ moscio, a dir la verità. Un neo piuttosto grosso la soluzione finale tirata per i capelli.

Sherlock Holmes e le ombre di Gubbio di Enrico Solito, Hobby and Work 2006.
sherlock-holmes-e-le-ombre-di-gubbioTralasciando tutta la prima parte, andiamo al nocciolo quando Pier Luigi Neri da Gubbio chiede l’aiuto di Holmes. Una specie di lupo fantasma terrorizza la sua città. Data la fama di grande detective solo lui può risolvere il mistero. Dunque Holmes e l’inseparabile dottor Watson partono per risolvere il nuovo caso.
Essi vengono inquadrati con le loro note caratteristiche, i loro tic e le loro manie. Holmes che snocciola una dietro l’altra le sue famose deduzioni (anche troppe), con i suoi momenti alti e bassi, il violino, la conoscenza degli scacchi (sua l’osservazione sul “curioso meccanismo mentale” dei giocatori di scacchi mentre assiste alla partita tra due personaggi) e così via. Watson amante delle comodità, del suo buon sigaro, del giornale inglese e, soprattutto, del suo sherry. In mancanza di meglio basta il Nebbiolo. Vi si trovano citazioni espresse o sottintese di altri libri, notazioni ironiche sugli italiani e gli inglesi, una conoscenza accuratissima della Londra di allora. Ma, soprattutto, un amore sconfinato per Gubbio, per questo luogo bellissimo e “bizzarro” insieme. Ritrovo qui lo stesso stile, la stessa garbata arguzia, la stessa fine ironia che fanno dei libri dell’autore una sana e piacevole lettura. Sia emozionale che intellettuale.

Passiamo ora alla nostra imprescindibile Patrizia Debicke (la Debicche) che ci presenta Roma Caput Mundi. L’ultimo Cesare di Andrea Frediani, Newton Compton 2016.
roma-caput-mundi-lultimo-cesarePer chi sa e studia di storia, la figura di Costantino rappresenta una bella sfida.
Secondo quanto si è scritto di lui, fu uomo sempre ambiguo e pieno di contraddizioni imperatore “cristiano” e contemporaneamente alleato degli ariani e massima autorità religiosa pagana. Santo? Uhm… soprattutto diavolo, mi pare.
Comunque in questo secondo episodio di Roma Caput Mundi, Andrea Frediani non mette Costantino sugli altari né lo condanna. Lui resta sempre sullo sfondo, da perfetto antagonista par suo, che non guarda in faccia a nessuno. Lo scenario della storia è quello dello scontro tra Costantino e Licinio per il dominio dell’impero e, anche stavolta, come per L’ultimo pretoriano, il personaggio principale è Sesto Martiniano. Ex pretoriano, valoroso combattente, innamorato sfortunato e, oibò, sempre sconfitto. Lo è stato al fianco di Massenzio, nella battaglia di Ponte Milvio, e lo sarà, al fianco di Licinio per otto anni e nella battaglia di Crisopoli, che ne decretò la definitiva sconfitta. L’ultimo Cesare pagano, investito di stoicismo e “mos maiorum” augusteo.
Una disfatta cosciente e per questo più eroica di fronte ai tempi che cambiano, con il nodo sostanzialmente culturale delle guerra civile che man mano va precisandosi con l’evoluzione degli eventi.
Personaggi buoni, cattivi, vigliacchi, coraggiosi e crudeli quanto basta. Un cristianesimo che talvolta sconfina nel fanatismo e fa rimpiangere troppo spesso l’apertura mentale dei pagani.
Un romanzo maturo e interessante, con alla fin fine Sesto Martiniano, l’eterno sconfitto, che riesce a dominare moralmente sul vincitore. Perché, come giustamente scrive l’autore nella sua postfazione: «Ma soprattutto questo è un romanzo e, come in amore, tutto è lecito o quasi».
La storia invece parla solo dei vincitori.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le brevi di Valerio/92: Manotti

il-sentiero-della-speranzaAutore Dominique Manotti
Titolo Il sentiero della speranza
Editore Sellerio
Anno 2016
Pagine 406
Prezzo 15 euro
Traduzione di Francesco Bruno

Parigi, Sentier. 29.2-4.4.1980. Icaro, nome di un abbonato a un club di pedofili e viveur, uccide una giovanissima tailandese. Sulle sue tracce viene messo il mitico Théo Daquin della Narcotici. Stuprato da bambino, ha 35 anni, è ricco e solo, omosessuale senza esclusività (pur se ora convive con un ragazzino turco, fra ricatto e affetto). Nella lotta all’eroina sono coinvolti politici altolocati e poliziotti corrotti, seguono altri efferati delitti, fino a qualche arresto. Così si presenta Il sentiero della speranza, primo romanzo (1995) della straordinaria serie della bravissima Dominique Manotti, uno pseudonimo per la colta sindacalista e docente di Storia economica che ebbi l’onore di presentare qualche anno fa in Brianza. Ottima riedizione con la stessa traduzione della prima (2002), che subito già recensii. Da non perdere, se non lo avete ancora letto.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… La confraternita delle ossa

la-confraternita-delle-ossaLa confraternita della ossa
di Paolo Roversi
Marsilio, 2016
Pagine 396
Euro 18,50

Con La confraternita delle ossa (Marsilio, in libreria dall’8 settembre), la prima avventura di Enrico Radeschi al suo approdo a Milano, Paolo Roversi taglia tre traguardi: il decimo romanzo, dieci anni di scrittura e, ciliegina sulla torta, dieci anni di vita del suo personaggio cult. Infatti La confraternita delle ossa è l’indovinatissimo prequel, o meglio un preludio, per Enrico Radeschi, senza la k come il nostro eroe si affretta a precisare ai meneghini ancora suscettibili di fronte a cupe memorie austriache. Il nostro, dicevo, è un ex universitario ventisettenne ma ben poco scafato, che inizia a farsi le ossa come giornalista e a imparare dal coinquilino e amico calabrese, genio della matematica e fornitore di ‘nduja a go-go, i rudimenti del suo secondo mestiere, l’hacker.
E quindi i primi faticosi passi a piedi o sui mezzi pubblici della città, l’apprendimento forzoso dei trucchi necessari per la sopravvivenza, il (diciamo) fortunoso acquisto di una Vespa del 1974, un rottame tossicchiante che dopo uno spettacolare incidente si trasformerà in una bomba ruggente: la mitica Vespa gialla detta “Il Giallone”. Il ficus benjamina che Radeschi cura neppure fosse un figlio in fasce e il suo Buk, il cucciolo labrador adottato dopo la barbara uccisione del suo padrone, vittima della Mantide, la serial killer che uccide a comando giovanotti avvenenti e con capelli neri. Perché?
Di cosa parla insomma La confraternita delle ossa? Tanta roba, guardate bene, perché sono 396 pagine. Per farla breve, la storia comincia quando un noto avvocato milanese viene accoltellato in pieno giorno nella centralissima piazza dei Mercanti, a due passi dal Duomo. Prima di morire, però, il poveretto riesce a tracciare uno strano simbolo col sangue… Da qui dovrà partire l’inchiesta della polizia che porterà Radeschi – solo un ficcanaso sfaccendato all’inizio, ma che ha colto certi inquietanti particolari – a indagare, a dare una mano a quello che diventerà una sorta di partner, il vicequestore Loris Sebastiani (abbandonato dalla moglie, ora conquistatore da una botta e via), su una misteriosa e antica confraternita segreta detta dei Disciplinati. La faccenda si complicherà parecchio perché, dopo quello dell’avvocato, ci saranno altri omicidi o presunti tali, come l’inquietante schianto di un piccolo aereo svizzero contro il grattacielo Pirelli. Un episodio realmente accaduto, che ha provocato tre morti e diversi feriti, a cui Roversi si è liberamente ispirato. E la giovanile incoscienza e l’impulsività di Radeschi gli faranno rischiare la pelle di brutto. Ma il romanzo è anche un viaggio indietro nel tempo, dritti al 2001. Appena quindici anni fa direte voi: vero, ma per certe cose sembra lontanissimo. Nelle sue note di autore Paolo Roversi ci segnala con pignolesca puntualità: «Non esisteva Facebook e c’erano ancora le cabine telefoniche; la gente si smarriva imprecando contro le cartine stradali perché non esistevano Google Maps né gli smartphone; per comprare i biglietti del treno facevi la coda in biglietteria anziché acquistarli con un’app o al Pc; c’erano i rullini per le macchine fotografiche con cui certo non ti mettevi a fotografare ogni pietanza che ti trovavi nel piatto»…
Non svelo altri segreti sulla trama, vi dico solo che è un bel thriller che riesce a mischiare orgiastiche cerimonie iniziatiche a follia e a perversione pura in una trama coinvolgente, articolata ma che non dimentica il senso dell’humour anche nelle situazioni più drammatiche. L’ambientazione, densa di vividi particolari, non omette di citare la scrofa lanuta e l’incredibile eco della Piazza Mercanti, e quelli cromatici come i fenicotteri rosa che vivono davvero in un milanesissimo giardino…

Qualche cenno biografico che non guasta mai.
La confraternita delle ossa è il prequel di La marcia di Radeschi (Mursia), La mano sinistra del diavolo (Mursia, Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007), Niente baci alla francese (Mursia) e L’uomo della pianura (Mursia).
Paolo Roversi è reduce dal grande successo Solo il tempo di morire (Marsilio), premio Selezione Bancarella e premio Garfagnana in giallo 2015.