La Debicke e… Nella mente del serial killer

Mike Omer
Nella mente del serial killer
Newton Compton, 2019

Un diabolico assassino sta colpendo a Chicago. Una dopo l’altra, in posti diversi, giovani donne vengono ritrovate strangolate, imbalsamate e lasciate in posa come se fossero ancora vive. La polizia locale, priva di mezzi per fronteggiare l’indagine, sollecita l’appoggio del FBI. La capo unità, Christine Mancuso, manda sul posto l’agente speciale Tatum Gray, da poco trasferito a Quantico da Los Angeles in virtù di una specie di premio-punizione, dopo una letale azione in solitario. A conti fatti un elemento valido, ma troppo abituato a muoversi da solo e senza gran rispetto per le regole. Appena arrivato a Chicago e messo di fronte agli sproloqui di un sedicente profiler/conduttore televisivo locale, Tatum chiede l’intervento di Zoe Bentley, psicologa forense e consulente del FBI, giovane donna dall’intelligenza fuori dal comune, con la straordinaria capacità di penetrare nella mente degli assassini. Lavoreranno in coppia. Uno choc per Zoe: lei, precisa e super programmata, non apprezza l’idea di collaborare con una specie di cane sciolto, ma dovrà adattarsi. E, nonostante le diversità, riusciranno a investigare fianco a fianco, calandosi insieme nei tenebrosi meandri della mente del serial killer, individuandone le fantasie più perverse. Perché quella sua follia lo sta invischiando sempre più in un progressivo vortice criminale. E se Zoe e Tatum non riusciranno a scoprire in tempo la sua identità, altre donne moriranno.
Ma quando, nel corso delle indagini, emerge un indizio che collega in modo inquietante questi nuovi omicidi a orrendi delitti connessi all’adolescenza di Zoe, lei si ritrova a dover fronteggiare gli incubi del passato, quando era una quattordicenne terrorizzata a cui nessuno voleva credere. Il cacciatore potrebbe trasformarsi improvvisamente in preda? La polizia di Chicago, pur brancolando nel buio, decide di escludere Tatum e Zoe dal caso…
La trama di Omer ci regala un intenso viaggio psicologico nella mente distorta e spietata dei killer seriali. Apprendiamo che colpiscono per appagare una particolare fantasia, fantasia che li tormenta fino alla realizzazione, a un momentaneo orrendo appagamento. Per poterli scoprire e fermare, bisogna saper leggere i segnali, comprenderne il significato e la profonda e tenace motivazione. Zoe Bentley, nella sua veste di psicologa forense, è in grado di sondare i loro pensieri. Le sue capacità sono radicate, le sue motivazioni vanno oltre il semplice lavoro e senso di giustizia, il suo carattere esibisce innumerevoli sfaccettature emozionali, legate al presente e al passato. Zoe Bentley è una donna notevole e, pur esteriormente fredda tanto da apparire asociale, ha un’eccezionale personalità. È profondamente intelligente, razionale e, cancellando la propria empatia, riesce a immergersi totalmente nelle macabre prove degli omicidi. L’altro protagonista, l’agente del FBI Tatum Gray, con la sua concezione di vita, le sue grane domestiche – condivide la casa con un gatto feroce e un nonno a dir poco impossibile – e il suo carattere alleggerisce l’atmosfera. Lui menefreghista, ironico, scettico, disincantato e rassegnato alla sua ‘promozione’, regala alla storia quel tanto di anticonformismo che non guasta. Insieme Zoe Bentley, psicologa forense e consulente dell’FBI, e Tatum Gray, agente dell’FBI con la tendenza a diventare una canaglia, formano un team lavorativo perfetto, che dovrà confrontarsi con un perverso assassino, dominato dalla follia.
Un thriller intelligente e ben calibrato di Mike Omer, autore bestseller del Washington Post, che riesce a mantenere fino alla conclusione una spasmodica suspence, legata alla caccia all’assassino e che ci proietta in una folle corsa fino all’ultimo respiro. Un epilogo intrigante che spiana la strada a un ritorno sulle scene di Zoe e Tatum.

Mike Omer è autore di numerosi thriller di successo. Ama prendere spunto dai casi reali per inventare le sue storie, senza rinunciare a una dose di ironia. Nella mente del serial killer è il primo libro pubblicato da Newton Compton.

Guida al cinema noir (Le brevi di Valerio 287)

Stefano Di Marino
(in collaborazione con Michele Tetro)
Guida al cinema noir
Odoya Bologna, 2018

USA e mondo. Da quasi un secolo. Noir è parola francese ma definisce un genere cinematografico americano. Fu impiegata dai critici d’oltralpe dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando scoprirono la cinematografia statunitense sino ad allora “vietata” e ripresa dalla cultura europea per film e romanzi della prima metà del Novecento. La definizione parte da cosa non è, argomenti e ambienti che non gli sono propri: il noir è più uno stato d’animo, un’atmosfera che resta nel confine urbano dell’ambiguo e del chiaroscuro. Ben venga, dunque, questa aggiornata colta Guida al cinema noir dello scrittore (con immensa videoteca) Stefano Di Marino (Milano, 1961), esaustiva pur non essendo un dizionario, strutturata in cinque parti (scena del crimine, figure del genere, crimini privati, personaggi e temi dell’era moderna, anti eroi del post Noir), riferimenti alla storia cronologica e a singole vicende nazionali, approfondimenti su protagonisti e casi “scottanti” di specifiche opere.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Alba nera (Le gialle di Valerio 196)

Giancarlo De Cataldo
Alba nera
Noir
Rizzoli, 2019

Roma, soprattutto. Dicembre 2018. Due giovanotti della pandilla di Giardinetti, gang di latinos, stanno per dare il colpo di grazia a una ragazza torturata a morte (da altri). Grazie alla soffiata di un informatore di fiducia, all’ultimo momento interviene il possente commissario Gianni Romani, atletico chiuso serio integerrimo puritano passionale carismatico, un tempo soprannominato il Biondo. Li blocca e scopre che potrebbe esserci una connessione con un vecchio caso che aveva affrontato quasi dieci anni prima insieme agli altri due migliori allievi del corso 2006-2008 per commissari della Scuola superiore di polizia: Giannaldo Grassi, esile simpatico povero timido arrampicatore sociale, chiamato dr. Sax in quanto discreto musicista col suo strumento preferito, e Alba Doria, infanzia dorata con padre diplomatico e madre insopportabile, alta e magrolina, bella intelligente arrogante, capelli mogano castani, occhi luminosi sul verde con taglio obliquo, zigomi alti, ovale delicato, collo da cigno, che alla fine li aveva stracciati nettamente e sorprendentemente nella gara di tiro al poligono di Nettuno. Si erano occupati del caso della Sirenetta, una giovane straniera uccisa da un sadico; nel tentare di risolverlo avevano commesso errori e si erano coperti a vicenda. Romani li ricontatta, li convince che forse l’antica soluzione non era quella giusta, discutono a lungo (rievocando il passato), hanno avuto percorsi e carriere diverse. Biondo e Alba erano stati insieme per un po’, lui è magari ancora innamorato, lei si sente attanagliata dal male della Triade Oscura, prova insieme attrazione e repulsione. Grassi aveva sposato Luisella, la figlia colta e bruttina di un potentissimo capo dei Servizi, si muove ormai nei meandri dei poteri istituzionali e finanziari. La nuova indagine si rivela ben presto piena di imprevisti e di pericoli, inevitabilmente rischiano la loro vita.

Un nuovo bel romanzo noir per lo scrittore giudice Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), che riprende e rilancia la protagonista di un recente racconto lungo (nel volume collettaneo “Sbirre”). La seconda avventura si svolge qualche mese dopo la riuscita caccia al serial killer, Alba ne ha ricavato la consapevolezza di un forte disturbo della personalità (altro che “post-traumatico”) e va regolarmente dall’analista, che la considera un poco folle e pericolosa. La Triade Oscura è una silenziosa compagna di vita, un doppio selvaggio col quale si è condannati a convivere, cocktail di narcisismo, sociopatia e capacità manipolatoria, senza mai attacchi di panico o compassione e spesso invece utile brachicardia o capacità di dominio, lei la ha e si sente una predestinata, tendenzialmente incontrollabile inafferrabile crudele. La godibile narrazione è in terza varia, alternando l’oggi al presente e il pregresso al passato, all’inizio più il secondo, sempre meno, finché non prevale la rischiosa complicata indagine contemporanea. Tutta noir in un contesto oscuro, fra pecore nere e divisioni nere, operazioni che lo Stato (il governo di turno, pro tempore) ha tutto l’interesse a fare ma che non può ammettere di aver condotto. Considerati i bisogni sadomaso di individui maschi insospettabili e funzionali, non si può che entrare in Rete fra le Luxuryslaves come Alba Nera Slave (da cui il titolo): ti si apre un mondo! Il vino bevuto meriterebbe una gustosa appendice alfabetica tecnica, aldilà dei vari superalcolici: Biancolella d’Ischia, Castelli romani, Falerno campano, Lettere di Grignano, Nebbiolo, Pinot Nero 2014, prosecco. Pur se non mancano Opera e cantautori, è il jazz a prevalere, trasgressione follia anarchia schizofrenia bastardaggine deformità di tanti suoi irrinunciabili interpreti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Giustizia (Le brevi di Valerio 286)

Mario Salomone
Giustizia. Sociale e ambientale
Doppiavoce Napoli, 2019

Pianeta terra. Dal Neolitico a oggi, sempre più. La disuguaglianza nasce con la proprietà privata, quindi probabilmente, rispetto a un certo specifico egualitarismo del Pleistocene, le disuguaglianze compaiono tra 15 e 10.000 anni fa attraverso un processo graduale e multifattoriale, talora storicamente altalenante qui e là, prima e dopo. In un agile volumetto, Giustizia, terzo della collana delle lettere e delle parole-chiave (curata da Ugo Leone), il sociologo dell’ambiente, protagonista della fondazione dell’educazione ambientale in Italia, Mario Salomone (Potenza, 1949) riassume i nessi fra giustizia libertà ed eguaglianza, descrive i principali volti dell’attuale ingiustizia sociale e ambientale, definisce i termini dell’indispensabile conversione ecologica del pianeta, una utopia necessaria.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… “Ogni riferimento è puramente casuale”

Antonio Manzini
Ogni riferimento è puramente casuale
Sellerio, 2019

Ogni riferimento è puramente casuale è felicemente approdato in libreria: una godibile e spietata raccolta di racconti satirici con la quale Antonio Manzini si prende una vacanza da Rocco Schiavone e, levandosi qualche sassolino dalla scarpa, scrive sette frecciatine, dedicandosi equamente al mondo della comunicazione e a quello dell’editoria. Sette storie, a bandiera della sua raffinata ma crudele ironia, per tratteggiare una spassosa realtà che talvolta tuttavia assume contorni amari se non squallidi. Con il suo irrinunciabile humour, Manzini si diverte a descrivere il rituale pellegrinaggio, di presentazione in presentazione, che sbatacchia l’autore dai fasti della suite nel grande albergo veneziano alla monacale camera/cella dell’alberghetto della cittadina della bassa emiliana che si affaccia sul pollaio e dove vieni svegliato dal cantar del gallo. Narra l’angosciante incubo delle campagne pubblicitarie, le gioie e i dolori del social, la spasmodica ossessione di guadagnare a ogni costo la prima pagina, l’inquieta e incerta attesa della benevolenza o meglio della palma della critica. Lo scrittore di turno poi, costretto giocoforza ad affrontare qualunque ostacolo per promuovere il proprio libro, finisce per considerarlo come un figlio degenere sulle orme del dottor Hyde. Insomma, coinvolto volente o nolente in una specie di dantesca bufera infernale, diventerà anche il muto testimone della perenne lotta al coltello tra case editrici. Con la costante minaccia del fallimento economico sempre in agguato, il boom editoriale si trasforma infatti, nei racconti di Manzini, nel nefasto effetto di un patto stretto col diavolo. Eh già, perché vendere l’anima sembra l’unico possibile prezzo da pagare per pubblicare e ottenere stima e successo. Traduco: tanti bei soldoni guadagnati. Insomma in Ogni riferimento è puramente casuale Antonio Manzini racconta con spietata schiettezza un funambolico “girotondo” editoriale, quel navigare in una specie di diabolico limbo, in un mondo a sé in cui amarezza e squallore tracimano allegramente nel comico. Ci sono, nella sua mini antologia, l’autore che mira alla consacrazione ai posteri e quello che vive l’eterno incubo dei manoscritti in perpetuo stallo; l’editore che pretende il bestseller, il critico che giura sulla purezza, il libraio che ambisce ad accalappiare l’ospite d’eccezione, il lettore che si mette in fila e vuole l’autografo, meglio se con dedica. La indovinata canzonatura di Manzini non guarda in faccia nessuno. E bene fa! Ogni riferimento è puramente casuale ci fa scoprire le paranoie e le tante manie di un mondo in cui s’incrociano danzando riti e percorsi obbligati. Un mondo sopra le righe e fuori dai binari, dove anche il sesso finisce per farne parte come ingrediente indispensabile, quel quid con cui condire il successo. Sette racconti fuori dai denti, tutti scritti con uno spirito ai limiti del grottesco. Non a caso la morte, la rovina, la caduta fanno malignamente capolino in tutte le sue storie. È il trionfo epocale della sfrenatezza degli eccessi legati al mondo della comunicazione che non risparmia nessuno. Il mondo dell’editoria di Manzini poi è un inferno dove una caotica bufera mai s’arresta, dove imperano solo le regole del profitto a scapito del buonsenso, dove anche i ringraziamenti alla fine del romanzo si trasformano in un’imboscata. A conti fatti, siamo sempre in zona noir, in un giro solo ed unico testimone dalla speranza degli aspiranti autori, dei librai, degli editori. Pragmatismo e thriller psicologico per sette racconti sull’industria culturale che, a ben guardare, si riallacciano alla pungente visione Manziniana di Sull’orlo del precipizio sul cinismo e la speculazione che minacciano la libertà dei libri. Sette racconti che riflettono l’inventiva di un scrittore che ci sa fare e la sua capacità di attrarre e imprigionare i lettori con la sua affabulatrice bravura del raccontare, inserendo con leggerezza anche graffianti elementi critici. Un importante lato comico esaltato a ragione dalla sua poliedrica capacità di attore, sceneggiatore e regista. Un impagabile e impareggiabile divertissement. Non ne dubitavo!

A ruota (gialla) libera – Rivelazioni! (2)

Così, come mi frulla per la testa. Spunti di lettura, scrittori, sensazioni, emozioni, satirette per sorridere insieme…

La vera, incredibile storia di tanti personaggi leggendari. Da Poirot a Miss Marple, da Sherlock Holmes a Nero Wolfe, da Philo Vance a Perry Mason
Come già espresso nella puntata precedente sono venuto in possesso di certe lettere esplosive da parte di personaggi famosi del romanzo poliziesco.
Philo Vance si lamenta di essere stato trasformato in un personaggio di discendenze nobiliari, colto e raffinato, mentre per sua natura era portato più ai modi spicci e naturali dei campagnoli. Di nascosto la notte a bettole e puttane. Fiumi di birra e rutto libero alla Fantozzi, seguito da qualche mitragliata nelle parti basse (traduzione piuttosto libera e modernizzata). Gli scacchi, poi, adatti a smidollati perditempo buoni a nulla. Al che mi sono piuttosto incacchiato e ho in mente di rispondergli per le rime. Anche se non ho ancora trovato la risposta giusta…
“Aria! Aria! Aria!” grida di continuo Henry Merrivale, il Vecchio di Carr, come se fosse sotto un attacco di asma. E tutta la lettera dà l’idea di uno fuori di testa che ripete sempre le stesse cose con una novità assoluta: il delitto della camera aperta. Il suo autore non ne ha mai voluto sapere, costringendolo ad estenuanti soggiorni in camere chiuse, ed ora il Vecchio la propone alle generazioni di questo secolo. Un delitto in una casa con porte e finestre aperte dove circoli un’aria almeno respirabile per chi deve condurre le indagini e dove l’assassino venga visto mentre compie addirittura il misfatto. Un’idea nuova, originale, geniale, punteggiata da “Arconti di Atene!”. Milionate e milionate di copie vendute. Dice lui. E non c’è da dargli torto, dico io, che le stronzate spesso vendono più dei capolavori.
Philip Marlowe ce l’ha a morte con l’autore che lo faceva fumare di continuo. Ha scritto una lettera pietosa da un ospedale dove è in cura per un cancro al polmone. Manda un saluto a tutti e ci prega di ricordarlo. Gli risponderò di stare tranquillo che il suo nome vincerà di mille secoli il silenzio. E non mi pare poca cosa, visto il poetico accostamento.
Lo stesso dicasi per Duncan Maclain, l’investigatore cieco di Baynard Kendrik, che ci vedeva benissimo ed era costretto a girare le scene fantasiose del suo autore con una benda sugli occhi. Per entrare meglio nel personaggio, secondo Baynard. Al suo attivo una trentina di riferimenti variegati da primo posto al Festival Internazionale degli Insulti. Dove “abita” ora può vedere all’opera un bel po’ di campioni del gioco degli scacchi che ha sempre amato con i loro tic e le loro manie. Fischer fa un casino del diavolo per la scacchiera che non gliene va bene una, la luce troppo forte o troppo debole, il pubblico troppo vicino o troppo lontano e insomma un bel rompipalle; Lasker avvelena tutti con il suo sigaro pestilenziale e sbuffa di continuo “Lotta, sempre lotta, fortissimamente lotta!”; Tal ipnotizza i suoi avversari con lo sguardo dei suoi occhi diabolici e sulla scacchiera sacrifici a go-go; Blackburne gira mezzo ubriaco fra i tavoli e arraffa tutti i liquori a portata di mano; Steinitz ha sfidato perfino Dio su dieci partite e insomma intelligenti, mah, strani parecchio di sicuro.
Padre Brown si lamenta, invece, di non essere stato una vera, genuina creatura del favoloso intelletto di Chesterton, un personaggio, cioè, compiutamente inventato e non una fotocopia di un essere esistente come Padre John O’Connor di Bradford, al quale manda subito un paio di sentiti accidenti per quel viso rotondo e inespressivo come gnocchi di Norfolk e gli occhi incolori come il mare del Nord. Almeno l’autore avesse scelto un esemplare umano di un certo fascino! E invece si ritrova ad essere un pretucolo da strapazzo imbranato fradicio con l’ombrello che gli casca perennemente fra i piedi. Una macchietta, solo una macchietta! E giù altri accidenti che in bocca ad un religioso mi hanno creato, devo dire, un certo imbarazzo.
Perry Mason sbuffa e risbuffa di non avere mai potuto intessere una relazione amorosa con Della Street, di cui era innamorato pazzo. Solo rapporti di lavoro, mentre lui si ingrifava (mio conio) non appena la vedeva ancheggiare con il lato B bello sodo, e l’avrebbe pure inchiappettata anche durante il controinterrogatorio di un teste reticente. Qui non ho potuto edulcorare niente e speriamo in un momento di distrazione della responsabile. (Uhm… n.d.A.)
Insomma ho fra le mani una interminabile sequela di lettere esplosive che faranno saltare sulla sedia i lettori del mondo letteral-giallistico. Ne cito soltanto altre due per non farla troppo lunga. In primis quella del famoso Maigret che si lamenta di una vita insipidamente grigia insieme alla signora Maigret, appunto, e dei quintali di birra che gli ha fatto ingurgitare l’autore. Conseguenza prostata da mongolfiera e corse interminabili al gabinetto. Per seconda quella di Charlie Chan, il cicciottello ispettore di Honolulu, stressato dalla ricerca disperata di proverbi e aforismi vari con i quali condire le sue indagini. Non aveva un attimo di tregua e doveva tirarli fuori anche di notte per finire freschi freschi al mattino sulle pagine dell’autore. Dalla scrittura zigzagante e da tutto il contesto del discorso si evince uno stato mentale decisamente alterato.
L’unico soddisfatto in questa trenata di musi lunghi e volti paonazzi è John Evelyn Thorndyke che si crogiola beato nella sua bellezza apollinea, o quanto sono bello, o quanto sono fascinoso e come me non c’è nessuno. Bello e scientifico con quella sua valigetta verde sempre appiccicata dietro e dunque mi prega di ricordarlo ai lettori, qualora se ne fosse dipartita la memoria. Insieme al suo creatore, Richard Austin Freeman che, smack smack smack, se lo bacerebbe tutto! Anche per quell’inverted story, una robetta mica da poco nell’ambito della letteratura poliziesca. E insomma ricordateci, ricordateci, ricordateci e allora me lo segno, seppure con un po’ di stizza che a me non mi ricorda nessuno.
Tutte le lettere, ad eccezione di quest’ultima, sono un miscuglio di rabbia, invettive e rimpianto di noti personaggi, per non essere stati riconosciuti per quello che erano. Una lotta continua con gli autori che li tiranneggiavano ed umiliavano. Li rendevano ridicoli con i loro tic, le loro stupide manie inventate per attirare l’attenzione del lettore e vendere di più. I personaggi letterari, e il romanzo poliziesco è letteratura, hanno diritto ad essere rispettati per quello che sono e nessuno deve modificare la loro natura.
Questo è il messaggio principale. Il sottoscritto l’ha recepito e comunicato in questo blog. Ed è tutto vero, giuro, cascassero le palle a quelli che non mi credono.

Adesso riposa (Le brevi di Valerio 285)

Giuseppe Bommarito
Adesso riposa
Italic Pequod Ancona, 2019

Macerata. Primavera. Il quasi 50enne vice questore Diego Cardelli, bel volto, sguardo penetrante, capelli neri, alto e slanciato, sta indagando su un traffico di rifiuti industriali, anche tossici, smaltiti illegalmente da un’azienda della provincia. Poi arriva il risultato dell’autopsia legata al terribile incidente notturno del 22 febbraio dopo la notte in discoteca, un morto sul colpo, i due amici ancora in coma. Ci sono le prove tossicologiche di ectasy, eroina e ketamina oltre che di alcol. Cardelli ha angosce e rischi di padre, una figlia appena 18enne, Chiara, sveglia e in piena fase oppositoria; decide di capire di più sul crescente fiorente mercato delle droghe, torna anche in ospedale da Stefano Monterisi che ogni pomeriggio parla al figlio Marco. Gli hanno dato qualche speranza di un risveglio, ma passano i mesi, crescono disperazione e sensi di colpa. Un secondo bel romanzo per Giuseppe Bommarito (Macerata, 1951), Adesso riposa, di forte dolorosa impronta autobiografica.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Come una lama (Le brevi di Valerio 284)

Maria Vittoria Pichi
Come una lama
Ventura, 2018 (Prima edizione 2011: ne avevamo parlato qua)
2018

Padova. 1981-82. È bene conoscere questa dolorosa storia vera, raccontata in prima con nitore e garbo. Il 17 dicembre 1981 venne rapito a Verona il generale Nato James Lee Dozier. Undici giorni dopo viene arrestata a Padova Maria Vittoria Pichi (Senigallia, 1954), lì dal 1973, laureata, contrattista in una farmacia a 20 km dalla città. Aveva appena compiuto 27 anni, viveva con Paolo, il cane Botolo e una coppia di coinquilini. La polizia dichiara di aver arrestato “quattro brigatisti della colonna veneta”. Falso, nonostante titoloni nazionali e marchigiani. Resterà in carcere fino al 6 aprile, Paolo fino al 10 ottobre. Il processo del 1988 dirà del “vuoto probatorio assoluto”, nessun clamore, nessun risarcimento. Nel 2009, dopo altre due perquisizioni fasulle, Maria Vittoria ha trovato il coraggio di raccontare quella vicenda, Come una lama, quanto di brutto accaduto durante, quanto di complicato accaduto dopo. Leggetela, nei primi mesi del 2019 ha già vinto vari premi letterari.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Hap & Leonard. Sangue e limonata (Le gialle di Valerio 195)

Joe R. Lansdale
Hap & Leonard. Sangue e limonata
Einaudi, 2019 (Originale 2017)
Traduzione di Luca Briasco
Noir

Texas Orientale. Anni cinquanta e sessanta. Hap e Leonard rievocano quando erano piccoli, già facevano battute in ogni situazione. Hap Collins (1950) oggi è un attempato bianco di un metro e ottanta, pigro e orgoglioso, buon psicologo di uomini, esperto di Hapkido e arti marziali, vota democratico quando ci va, vive d’amore con la bella acuta rossa naturale, ex infermiera professionale Brett, con la ritrovata figlia Chance e con la cagnetta Buffy. Il suo fraterno amico Leonard Pine oggi è un grosso nero macho, magro ordinato pulito atletico, brizzolato ormai, si arrangia da Hap e Brett quando non convive con amanti maschi, elettore repubblicano se vota. Hap e Leonard sono proprio culo e camicia. Si conobbero quando avevano circa 17 anni, non si sono più lasciati. Li abbiamo incontrati da investigatori avventurieri adulti, ben li abbiamo visti operare spesso insieme, ora sono in vena di ricordi. Quel giorno è tranquillo, leggiucchiano il quotidiano cittadino, per caso ripensano alla parabola del bastone, a come reagire quando qualcuno ti mena e opprime: Hap si era trasferito a Marvel Creek e, da ragazzino di campagna, pur dopo aver avvisato il preside, aveva presto avuto un problema a scuola con il bulletto che lo picchiava tutti i giorni. L’amato padre gli aveva consigliato di procurarsi un bel bastone e reagire, contro ignoranti e falliti è sbagliato fare i martiri, cattivi e malvagi vanno trattati diversamente dalle persone giuste e rette, aveva funzionato. Escono per andare al dojo ad allenarsi, esausti continuano a chiacchierare a luci spente, nella conversazione Hap si trova a ripercorrere vecchie storie della sua infanzia e della sua adolescenza, anche le prime che hanno vissuto insieme. Vanno avanti così quasi per un intero giorno, prima da soli, pure al caffè, poi a casa, quando le donne di Hap tornano e si incuriosiscono. Incontri e pericoli del vivere nella provincia americana razzista.

Un romanzo a mosaico sui primordi arricchisce la divertente intelligente serie noir hard-boiled di Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951). La successione degli eventi non è sempre regolare, né si incastrano uno nell’altro; in alcuni Hap non è il protagonista, in altri Leonard non è ancora comparso all’orizzonte, in un caso serve addirittura la terza persona. Sono quattordici episodi inframezzati da dialoghi contemporanei, narrati non in ordine cronologico, collocabili fra il 1959 e il 1968, ambientati in un’area di poche decine di chilometri intorno al fiume Sabine, in parte pure a La Borde (dove vivono ora). Sono racconti, quando Hap inizia a parlare del passato è una narrazione assestante, breve e specifica. Il racconto più lungo, quello con Hap più giovane, è quasi in mezzo e dà il titolo generale alla racconta: uscendo dal cinema con la mamma, impiegata e pittrice part time, vedono un ragazzino nero che piange, lo fanno salire a bordo della vecchia Ford nera e sferragliante, sono anche loro poveri ma vige la segregazione e i neri stanno peggio. Lo nutrono e, in qualche modo, scoprono da chi riaccompagnarlo. Non vengono bene accolti, ritornano mogi ma la madre spiega ad Hap: “la vita ha i suoi lati buoni e i suoi lati cattivi. Ha la limonata e il sangue. E non puoi lasciare che il bene che abbiamo fatto, ossia la limonata, venga cancellato da qualcosa che è andato storto”. Hap e Leo sono apparsi come coppia vissuta in una decina di romanzi e qualche racconto (1990-2018), sempre narrati in prima da Hap, e in una serie televisiva che l’autore considera bella, pur non essendo “la versione ufficiale”. Costituiscono quasi due lati dello stesso personaggio e subiscono un invecchiamento rallentato. Qui, invece, sono due personalità imberbi e autonome, prima di e durante la sperimentazione della nuova amicizia, non sapendo a quale livello sarebbe giunto il loro legame. Hap fin dal liceo fu capace di vivere dimostrando di non essere razzista, a differenza del pur bravo padre meccanico tuttofare, coraggioso e fisicamente fortissimo. Leo aveva una precoce vocazione gay ed era molto legato allo zio. Insieme si stanno completando da decenni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Forme del paesaggio 1970-2018 (Le brevi di Valerio 283)

Tullio Pericoli
Forme del paesaggio 1970-2018
Quodlibet Macerata, 2019

Colline, sopra e sotto, fuori e dentro, da mezzo secolo. Se e quando vi capita trascorrete ore o qualche giorno ad Ascoli nelle Marche. Fino al maggio 2020 resterà aperta una splendida mostra il cui catalogo è appena uscito in un’ottima curata edizione: Tullio Pericoli, Forme del paesaggio 1970-2018. Pericoli (Colli del Tronto, 1936) è uno dei più grandi illustratori giornalistici viventi (non solo italiani) e ha sempre continuato a dedicarsi soprattutto alla pittura, con una produzione di opere di alta qualità. La mostra prende spunto dai recenti terremoti del 2016 in quell’area a cavallo fra Lazio Marche Umbria (dipinti del 2017-2018) e va progressivamente cronologicamente indietro sino all’iniziale (significativo) “Focolaio sismico” del 1971; oli su tela, acquerelli, chine e matite su carta, immagini stratificate, sezioni materiche. Nel catalogo interessanti saggi (pure nella traduzione inglese) di Silvia Ballestra, Salvatore Settis e Claudio Cerritelli (curatore della mostra).

(Recensione di Valerio Calzolaio)