Le brevi di Valerio/114: Leopardi

Autore Giacomo Leopardi
Titolo Inno a Nettuno, Odae adespotae
Editore Marsilio
Anno 2016
Pagine 285
Prezzo 26 euro
A cura di Margherita Centenari

Recanati. 1816-1817. Giacomo Leopardi cominciò a “narrare” con un inno e un’ode, misti di imitazione, traduzione e scrittura poetica originale. Non aveva ancora nemmeno vent’anni, aveva studiato già troppo, realizzato favole o liriche e già pubblicato trattati orazioni saggi. A partire dalla primavera 1816 compose in casa alcuni testi, poi stampati a Milano l’anno dopo, presentati da una rivista letteraria come inni greci ritrovati in un fantomatico codice di un’ignota biblioteca romana. Era il suo modo di reinterpretare e rivitalizzare (già da filologo classico) il mondo antico nella modernità, con molteplici risvolti teorici e poetici, già sperimentando una propria scrittura lirica, pensieri e passioni. La ricercatrice Margherita Centenari (Parma, 1986) ha discusso in materia la tesi del proprio dottorato nel marzo 2015. Ci ha lavorato ancora e presenta ora gli scritti leopardiani “Inno a Nettuno, Odae adespotae” con una ricca introduzione critica, note e appendici colte.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (II)

Fedele compagno di viaggi e di sere buie e tempestose…
Se il nostro G.M. ripropone storie dell’Agatha internazionale, come C’è un cadavere in biblioteca, il sottoscritto trilla come un passero all’arrivo della primavera. Fu uno dei primi libri che lessi con fervore negli anni giovanili. Il sogno meraviglioso della signora Bantry, vincitrice con i suoi piselli odorosi del primo premio dell’esposizione dei fiori, viene spezzato dalla voce “isterica e strozzata” di Mary “Oh, signora, signora, c’è un cadavere in biblioteca!”. E un cadavere c’è davvero, anche se suo marito, il sonnacchioso colonnello Bantry, non ci crede. È quello di una fanciulla bionda strozzata da una fascia di satin della sua stessa veste. Ragazza poco raccomandabile se fa la ballerina (vedi i tempi). In un batter d’occhio la “cosa” gira per St Mary Mead, il villaggio della nostra Miss Marple (anche perché ci pensano la signorina Wetherby e la signorina Hartnell a dargli una mano). E la matassa sarà sbrogliata dalla nostra inossidabile vecchietta che si avvale degli esempi tratti dalle storie del suo paese e da una incredibile conoscenza del cuore degli uomini, perché “la natura umana è sempre la stessa”. Libro sempre fresco, inossidabile, nonostante il passare degli anni.
Avevo da poco lasciato un cadavere trovato e poi sparito in Uscendo di casa una mattina di George Bellairs, che ecco ribecco la stessa idea in Il testimone muto di R. Austin Freeman. Là era Mrs Jump la “trovatrice”, qui il dottor Jardine durante una passeggiata notturna nella zona di Hampstead. Il morto sembra un sacerdote anche perché sul posto rimane un reliquiario dorato con alcune iniziali incise. Volatilizzato al ritorno sul luogo con la polizia. Caso interessante per l’amico dottor Thorndyke, tanto più che Jardine ha subito un attentato rischiando di morire soffocato con il gas, e c’è un uomo cremato troppo alla svelta che desta qualche sospetto. Iniziano le operazioni di ricerca, partendo dal luogo della scomparsa.
Azione, riflessione, osservazione, piccoli indizi sparsi, un uomo sospetto sempre alle calcagna, una signora che si incontra dappertutto, una bella ragazza amante della pittura, passi nel buio, travestimento, pericolo ancora per Jardine. Il tutto attraverso una scrittura precisa, minuziosa, “millimetrica” direi, senza la noia mortale che segue operazioni di tal fatta.
E ancora cadavere sparito (non stanno mai fermi!) in Un posto rosso per morire di John D. MacDonald (vedi un po’ come vengono variati, giustamente, gli autori).
“Travis McGee non accetta mai casi troppo facili d’affari. Mezzo investigatore e mezzo avventuriero, vive a bordo di una barca e non ama lavorare. Perciò, quando è costretto a farlo per mancanza di soldi, che almeno ne valga la pena. Questa volta il cliente è Mona Yeoman, moglie di un ricco uomo d’affari. La donna ha una relazione con un professore squattrinato, e vuole che Travis la aiuti a recuperare la sua dote dalle grinfie del marito per andarsene a fare la bella vita con l’amante”. Sogno spezzato da una pallottola che la stende ai piedi di Travis. Cadavere poi sparito (come nei libri già citati) ma la polizia non gli crede e pensa che i due piccioncini siano volati via.
John D. MacDonald delinea contorni, coglie le sfumature, scende dentro ai personaggi, critica la società, in special modo la scuola con gli studenti come polli da allevamento e la cricca che comanda su tutti e su tutto (c’è però anche il positivo in un avvocato integerrimo). Si perde un po’ nel finale secondo gusto lottiano (ma spero, invece, che piaccia ai lettori).
Con Bill Pronzini e I cospiratori bandita la noia. Si passa veloci da una storia all’altra, ci si intrufola nel passato, si scava nei rapporti del presente, nei ricordi insieme allo svolgersi della vita reale con squarci di natura e di realtà urbana che si inseriscono nelle storie popolate di personaggi vivi, concreti. Un bel miscuglio di cellule grigie e di azione, di sentimenti contrastanti, di umanità, espressi con una sicurezza professionale impeccabile.
Se non bastasse questo c’è pure I dissimulatori dello stesso autore. Gli investigatori privati Bill e Tamara devono ritrovare la prima delle tre ex mogli di David Virden per firmare l’annullamento del matrimonio. Cosa piuttosto facile se non ci fosse il piccolo particolare che la donna trovata è, per Virden, quella sbagliata, anche se porta le stesse iniziali e rivela una certa somiglianza. Tra l’altro il cliente sparisce pure… Altro parto riuscito della coppia felice di Pronzini.
Una data per morire di Mignon G. Eberhart è una bella raccolta di racconti. Personaggio di alcuni Susan Dare, scrittrice di romanzi gialli dalla “testa leonina”, coadiuvata dall’amico giornalista Jim. Al tavolo di un ristorante. Scena sotto ai suoi occhi, la vecchia signora Farish alle prese con un nipote e la frase “Non la farò lunga. Ma ho deciso. Basta, soldi, mio caro”. Sicuro che rimarrà stecchita prima del tempo. Tra l’altro mentre si sta facendo le manicure.
Altre vicende hanno come protagonista James Wickwire, vicepresidente di una banca, “scapolo più o meno incallito e piuttosto anziano”, suo amico Happy un “cane enorme bracco dal pelo rossiccio”. “Una data per morire” è la storia che dà il titolo alla raccolta e insomma viene fuori un biglietto dove si stabilisce che il sig. Brown deve schiantare il 9 ottobre e oggi è l’8. Si potrà evitare questa morte prematura?
Con Avventura a mezzanotte di Brett Halliday il nostro Brett non solo si è divertito a scrivere una storia ma ci si è buttato perfino dentro. Siamo ad un gran gala del premio letterario Edgar Allan Poe. Volti noti e meno noti con qualche frecciatina in qua e là. Poi l’incontro con Elsie Murray che ha letto tutti i suoi libri. Ergo accompagnamento a casa e la solita idea del salto sul letto. Che va a farsi fottere perché lei ha in serbo il manoscritto “Notte tragica” (giuro) e vorrebbe il suo parere. Bene, leggiamolo. Solo che la ragazza si ritrova strangolata e l’autore dei gialli incasinato perché è l’ultimo che l’ha vista viva.
Fatto sta che Brett ha bisogno dell’aiuto della sua creatura letteraria: Michael Shayne “un uomo alto, slanciato, con i capelli rossi”, maniere spicce, whisky, cognac, Martell o Monnet lungo il gargarozzo. C’è pure un caso di assassinio rimasto insoluto ad infilarsi nella vicenda, raccontata da par suo dal nostro Halliday che, tra l’altro, è sparito.
Chi cerca il surreale e la suspense, arricchita di un pizzico di humour nero si butti su Pezzi d’uomo scelti di Boileau-Narcejac.
Pezzi d’uomo scelti, ovvero pezzi d’uomo morto trapiantati in corpi vivi che hanno subito terribili ferite. Gambe, braccia, organi interni. Perfino la testa. Sì, proprio la testa. In questo caso del condannato a morte René Myrtil che viene smembrato in sette parti per “rifornire” sette sfortunati, sotto la direzione del professor Anton Marek. Ma ad un certo punto questi operati incominciano a suicidarsi… Perché?.
Lacrime innocenti di Rhys Bowen è un romanzo dalle tinte gotiche con un pizzico di soprannaturale e la chiusura decisamente classica. Molly Murphy e Daniel Sullivan, capitano della polizia di New York, in luna di miele a Newport in un cottage offerto dal consigliere comunale Brian Hannan. Gli amici sono amici. Però io ti faccio un favore a te e tu fai un favore a me perché c’è qualcosa che mi turba. E questo qualcosa deve essere piuttosto grosso se il suddetto Brian si ritroverà sfracellato su una scogliera, dove anni prima era stata rinvenuta morta una sua nipote. C’è un collegamento fra queste due fini drammatiche? Molly incomincia ad indagare da sola dato che il maritino si è beccato una bella polmonite.
Si va sul sicuro con Perry Mason e il siero della verità di Erle Stanley Gardner.
Nadine Farr è in cura dal dottor Logbert P. Denair per problemi psichici. Sottoposta al siero della verità dichiara di avere avvelenato lo zio Mosher Higley che non voleva farla sposare con l’amato John Avington Locke. La faccenda scotta, urge un parere di Perry Mason, tanto più che il tutto potrebbe essere la conseguenza di una allucinazione provocata dal farmaco. Occorre indagare, fare delle ricerche anticipando l’intervento della polizia. Ma la polizia entra in scena prima del previsto e il nostro famoso avvocato viene addirittura accusato di fabbricare prove false. E allora sono cavoli amari… Tutto ruota intorno alla figura di Nadine, ora ritenuta commediante e cinica, ora brava e buona ragazza, in una relazione strana con lo zio (sembra che l’avesse in suo potere), che poi proprio zio non era. Solito scontro Mason-Burger (difesa e accusa) in tribunale con il giudice che cerca di mettere ordine e dialoghi a tamburo battente caratteristici di Gardner.
Per il filone degli apocrifi sherlockiani, curato magistralmente da Luigi Pachì, Sherlock Holmes al Raffles Hotel di John Hall.
Sherlock se la deve vedere con un avvelenamento all’arsenico inserito in certi cioccolatini (solo in certi cioccolatini) di berkeleyana memoria (qui, però, c’era il nitrobenzolo). Un discreto plot da mettere in fibrillazione il lettore con un biglietto che sembra un ricatto, una vecchia storia di simpatia amorosa, un investigatore privato reclutato dalla defunta, una bottiglietta di arsenico trovata in un bidone dell’immondizia, un testamento particolare, dubbi, perplessità, depistaggi, Watson e l’amico dal fiuto d’oro a creare i loro indimenticabili personaggi. Il tutto attraverso una scrittura leggera, piacevole, delicata, pronta a creare una giusta atmosfera di tensione.
Chiudo con Sherlock Holmes e l’affare Hentzau di David Stuart Davies.
Questa volta non troviamo il grande investigatore intento a snocciolare soltanto le solite acrobatiche deduzioni (ci sono anche queste) ma, soprattutto, lo seguiremo in un continuo, incessante movimento. Racconto d’azione più che di pensiero. D’altra parte meglio così che vederlo impigrire sulla poltrona. Il suo cervello ha bisogno di continue sfide per non morire di noia. Come quella instillata dal colonnello Sapt che arriva addirittura dalla Ruritania, piccola nazione dell’Europa centrale, perché Sherlock possa ritrovare un certo Rassendyl, sosia perfetto del re, ora gravemente ammalato. Solo che il suddetto è scomparso e in giro c’è il conte Rupert di Hentzau che vuole impadronirsi del trono. Tra le varie abbiamo anche, signori miei, una bella sorpresa. Uno Sherlock più umano che, almeno per una volta, tira ad indovinare ed è lui stesso ad ammetterlo. Leggere per credere.

Le brevi di Valerio/112: Canaletti

Autore Angelo Canaletti
Titolo Storie di Pasti Marginali
Editore Edizioni Creativa
Anno 2016
Pagine 176
Prezzo 15 euro

Civitanova e valle del Chienti. 2011-2015. Nella notte fra il 10 e l’11 settembre 2011 due ladri cinquantenni sovversivi tentano l’ennesimo furto ma i due anziani si svegliano; nel buio il vecchio prende la doppietta e purtroppo uccide la moglie. Viene accusato, non ci sono prove certe della presenza dei due balordi. Si tratta di Gino, lento insegnante di matematica fra le nuvole, senza moglie né figli, e di Umberto, più basso e agitato, impiegato postale, sposato in chiesa con due figli, entrambi con storie militanti alle spalle. Sono Storie di Pasti Marginali sia il nome del loro commando enogastronomico marchigiano che il titolo del simpatico romanzo noir di Angelo Canaletti (1966). I colpevoli si sanno dal principio ma è il dipanarsi della vicenda (verso un sorprendente epilogo 4 anni dopo) a incuriosire, pur fra inciampi e refusi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/111: Abruzzese

Autore Sandro Abruzzese
Titolo Mezzogiorno padano
Editore Manifestolibri
Anno 2015
Pagine 127
Prezzo 14 euro

Italia, dal Sud al Nord. Negli ultimi anni. L’insegnante Sandro Abruzzese (1978) è nato in Irpinia e vive a Ferrara. Da qualche anno gestisce il bel blog “racconti viandanti” e nel volume Mezzogiorno padano (prefazione di Vito Teti) narra, con pulito acume, storie di donne e uomini dell’Italia meridionale andati o restati.
Sono fili d’erba, lettere alla Terra, percorsi intrecciati (Maria e Marta, Marianna e Ignazio, Vittorio e Carmelina, e così via): fughe e necessità, scelte e occasioni, solitudini e relazioni a seconda dei protagonisti, personaggi reali. Fanno intuire sia il diritto di restare che la libertà di migrare, offrendo un poetico ritratto del nostro paese intero, per episodi, flash, biografie, in cui ogni “origine” ne ha una precedente, un circuito senza dialettiche bipolari.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

 

Le gialle di Valerio/96: Bussi

Michel Bussi
Tempo assassino
Edizioni e/o, 2016
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Giallo

Nord Ovest della Corsica; baia di Calvi e penisola della Revellata. Agosto 2016; e 27 anni prima e 27 anni dopo. L’avvocato 42enne Clotilde Clo Idrissi in Baron torna con marito biondo e figlia 15enne nel camping dei Tritoni dove era stata in vacanza nel 1989, lei 15enne con genitori e fratello maggiore. Finalmente! È la prima volta da allora. Quell’estate la loro Renault Fuego rossa precipitò da una curva a strapiombo sul mare, il burrone di venti metri conosciuto come Petra Coda, non si sa come lei era sopravvissuta, orfana, cresciuta dai nonni materni in Normandia. Il padre era il figlio del mitico Cassanu, famiglia antica e potente, proprietario di ottanta ettari incontaminati di natura, gran parte di quella bellissima area. Clo è sempre stata energica ed elegante, bella ed esile, appena 1,48, capelli neri, sorriso sexy; non aveva più rivisto il lato corso della sua identità, soprattutto il nonno di 89 anni e la nonna Lisabetta di 86, lei unica erede in linea diretta. Appena arriva cominciano ad accadere cose strane: riceve una busta con un breve messaggio della madre (ancora viva?) contenente riferimenti e frasi che nessun altro avrebbe potuto conoscere; subisce il furto del portafoglio da una cassaforte che nessuno sconosciuto avrebbe potuto aprire; Orsu il tuttofare del campeggio usa gli strofinacci alternandoli nel secchio proprio come faceva sua madre un tempo e ha un labrador che si chiama come il bastardino che aveva nella casa di Tourny con i suoi; una mattina trova apparecchiata una colazione per quattro identica a quella che facevano in famiglia; scopre sorprendenti evoluzioni e riscopre vecchi amori; e così via. Poi i crimini diventano più violenti e rischia molto.

Il professore di geografia all’università di Rouen e direttore di ricerca al Cnrs francese Michel Bussi (Louviers, 1965) pubblica ottimi gialli di successo da una decina d’anni (avendoli cominciati a scrivere ben prima). L’ultimo è ambientato lontano dalla Normandia e dedicato “agli amici dell’adolescenza che durano tutta la vita”, “come se il tempo che passa fosse innocente e siamo noi a sbagliare quando lo accusiamo e lo chiamiamo assassino”. La narrazione sull’oggi è in terza al passato, si alterna con il diario di Clo ragazzina riletto dall’uomo che lo ha requisito e ha deciso di farla pagare a tanti per come erano andate le cose. Il diario inizia il 7 agosto 1989, Clo posa il mazzetto sul parapetto ove precipitarono il 12 agosto 2016, poi tutto prosegue in parallelo fino alla fatidica data del 23 agosto, il tramonto sul Mediterraneo. Il congegno giallo è molto complesso, ben strutturato su due livelli temporali con due diverse schiere di possibili “colpevoli”, un meccanismo investigativo appassionante e originale, se proprio si vuole solo un po’ troppo costruito (per lettori complici). Rimarchevole il numero di significativi coprotagonisti come il gigante disabile barbuto Orsu, mal detto Hagrid, orfano e muto, un lato devastato dalla nascita (occhio fisso, guancia atrofizzata, spalla storta, braccio pendente, gamba rigida) o la magnifica preda predatrice italiana Maria Chiara. Il tema ricorrente è familiare, le impossibili relazioni di coppia. Si capisce molto pure sui delfini e sul santuario dei cetacei di quel biodiverso mare. Canzoni d’epoca (possibilmente in cuffia) e sempiterno gran vino locale Clos Culombu (bianco, rosato, rosso, bollicine).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/32: Storie di Natale

AA. VV.
Storie di Natale
Sellerio, 2016
Traduzione di Maria Nicola per Giménez-Bartlett

Racconti

La vigilia di Natale, o giù di lì. Da più parti. Quel 24 dicembre a Bologna c’era maltempo. Il volo GX5566 delle 18.35 per Palermo fu prima annunciato in ritardo, poi cancellato. Sembravano assenti le condizioni sia per atterrare (l’aeromobile era quello del volo da Madeira) che per decollare (però altri apparecchi arrivavano e partivano); un folto gruppo di viaggiatori, circa centoquaranta persone (verso la Sicilia per i più svariati motivi) restavano in tesa attesa di assistenza, fra notizie e voci di tutti i tipi, ognuno cercando più volte di aggiornare chi attendeva a Palermo. La compagnia stava affannosamente cercando soluzioni alternative. Non la faccio lunga, a molti lettori in movimento sono accaduti episodi analoghi in qualche aeroporto una qualche volta, soli o accompagnati, per turismo o lavoro, andata o ritorno, misti anche per età e nazionalità. Dopo qualche ora furono approntati per la maggior parte dei passeggeri (quelli che preferivano tentare comunque di arrivare in serata) due pullman per Firenze-Peretola, dove l’aeromobile era riuscito ad atterrare. Stava ormai per farsi mezzanotte, iniziò a nevicare. Un autista avvisò chi era a bordo della difficoltà di muoversi; insulti e minacce lo indussero ad avviarsi comunque in autostrada (mentre l’altro pullman andava in un albergo vicino Bologna). Sul tratto appenninico proseguire fu impossibile, la stessa autostrada venne chiusa. Molto tempo dopo seguirono l’arrembaggio in un autogrill spento e altre vicende inenarrabili, tutte da leggere, questa è una storia di natale che è accaduta veramente. O no?
Alla fine del 2016 l’editore Sellerio ha chiesto a sette grandi autori della “scuderia” (perlopiù celeberrimi “giallisti”) di narrare a proprio modo il sacro 25 dicembre. Francesco Recami (Firenze, 1956) esce dalla milanese casa di ringhiera e ambienta il mitico pranzo natalizio in un autogrill circondato dalla neve, isolato da tutto e tutti. È il racconto più comico e divertente (e anche più lungo) di una raccolta interamente godibile, comunque siano andate le feste trascorse. Andrea Camilleri ci racconta del bravissimo pescatore Tridicino Sghembari (nato a Vigàta il 15 maggio 1810) e delle scoperte avvenute in quattro dei suoi natali: il primo incontro con la violenza delle dragunare, la grande conchiglia per la moglie incinta, le due anfore d’archeologia, l’altra conchiglia per la vita. L’esistenza “è come la risacca: un jorno porta a riva un filo d’alga e il jorno appresso se lo ripiglia”. Giosuè Calaciura dei due fratelli Santo e Santino, il primo, più grande, quattordicenne, è un ragazzo speciale. Antonio Manzini interseca a Roma le vicende della comparsa Enzo De Dominicis, precario figurante di film e fiction, 43enne basso e brutto, e dell’ambiziosa collega Monia (o Giada) Breccoli, 25enne bellissima, capelli lunghi e neri, occhi verdi, che lo ha appena lasciato, puntando in alto. Fabio Stassi ci consegna una traversata tempestosa e struggente da Palermo a Ustica, forse quella stessa del vaporetto con a bordo Antonio Gramsci nel dicembre 1926: un musicista in catene (suonava il piano nei cinema durante i film muti) parla al presente e in prima persona (gli altri racconti sono tutti in terza), incarcerato dal fascismo, lui coinvolto per amore nell’attacchinaggio di due manifesti, pensa alla madre, a Lisa, soprattutto a Giuseppe e Maria: “la libertà è un’allucinazione, quando non è un privilegio”. Francesco M. Cataluccio parte da Milano e dall’ufficio di Felice Settembrini presso la casa editrice Pompazzi Barbieri per imbattersi poi in un laboratorio “letterario” di un ristorante greco. Infine, Alicia Giménez-Bartlett illustra nel racconto più breve il curioso incontro a Barcellona fra un padre, pittore separato, dispiaciuto per il mancato arrivo della figlia da Madrid (dove vive con la mamma, sua ex moglie) e una giovane testimone di Geova, magra e incinta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Il mercante d’arte di Hitler

Il mercante d’arte di Hitler
di Nicola Kuhn e Meike Hoffman
Newton Compton, 2016

«Svizzera, 2010. Cornelius Gurlitt, cittadino tedesco di 79 anni, sta viaggiando su un treno diretto a Monaco quando viene fermato per un controllo di routine. Agli occhi degli agenti l’uomo non è che un innocuo vecchietto, ma un’ispezione rivela che, cuciti nel risvolto della sua giacca, ci sono ben novemila euro in contanti. Una cifra importante per un pensionato, che porta la polizia ad approfondire le indagini. Si scopre così che nella sua casa di Monaco l’anziano vive come un barbone, nel disordine e nella sporcizia, ma tra scatole vuote di cibo e carte ammucchiate alla rinfusa, nasconde un vero, inestimabile tesoro: più di duemila capolavori di ogni epoca, ufficialmente scomparsi nel bombardamento di Dresda del 13 febbraio 1945. Cornelius afferma di aver ereditato quella fortuna – opere di Canaletto, Picasso, Franz Marc, Matisse, Dürer, Rodin, Kokoschka e moltissimi altri, per un valore stimato di oltre un miliardo di euro – da suo padre, Hildebrand Gurlitt , “mercante d’arte” al servizio del Führer…»
Questo ritrovamento è solo lo scoop finale, o se vogliamo la casuale conclusione della saga dei Gurlitt, di quella incredibile storia di “Il mercante d’arte di Hitler” ricostruita pezzo su pezzo da Meike Hoffmann della Freie Universitaet di Berlino e da Nicola Kuhn del Tagesspiegel nella prima lunga e dettagliata biografia di Hildebrand Gurlitt, l’uomo che, al servizio del Führer, per tanti anni sequestrò e requisì, anche con la forza, le opere d’arte degli artisti ebrei e tutto ciò che il regime chiamava “arte degenerata” perché avversa ai principi del nazionalsocialismo.
Una storia di un momento del nostro passato prossimo in cui prevaricazione, odio e violenza facevano da padroni. Un periodo tragico e di sofferenza per molte popolazioni del mondo. E di sfrenata corsa al potere per chi stava al comando. Un libro storico da leggere e meditare. Spulciando attentamente negli archivi del Terzo Reich, Meike Hoffmann e Nicola Kuhn hanno ricostruito l’incredibile “carriera” di uno spregiudicato curatore di mostre che, cavalcando l’onda del nazismo, riuscì a diventare uno dei collaboratori più stretti di Hitler e uno dei principali mercanti d’arte nei territori occupati.
La polizia doganale, con un’indagine fatta quasi pro forma, scoprì che Cornelius Gurlitt, lo stravagante vecchietto, non presentava la denuncia dei redditi ma viveva nel bel quartiere di Schwabing, a Monaco. L’appartamento, arredato con mobili fatiscenti, era sporco da fare schifo, traboccava di carte e spazzatura, ma appesi alle pareti e accatastati negli angoli c’erano centinaia di quadri. E che quadri, capolavori di ogni epoca! Un tesoro quasi inestimabile, scomparso dal 13 febbraio del 1945. Un tesoro che si pensava distrutto nel terribile bombardamento di Dresda. E invece quell’incredibile patrimonio d’arte è là, intatto. Sono oltre 1.400 dipinti di Canaletto, Picasso, Franz Marc, Matisse, Duerer, Kokoschka o Rodin. Altre migliaia di opere verranno ricuperate a Salisburgo in una seconda casa di Gurlitt. Per un valore che supera largamente il miliardo. Sono opere, però, di origine criminosa, che l’uomo ha ereditato da suo padre, Hildebrand Gurlitt e che da decenni, per vivere, ha smerciato sul mercato nero.
Hildebrand Gurlitt era uno dei quattro specialisti incaricati da Hitler di confiscare in Germania opere d’arte dette “degenerate”, sia perché non rappresentative dello stile nazista, sia perché dipinte da ebrei. Queste opere venivano o rivendute a musei e collezionisti esteri (in valuta pregiata) o scambiate con altre più grate al regime. Hildebrand Gurlitt in particolare aveva il compito di acquisire capolavori per il “Museo del Führer” di Linz.
Hildebrand Gurlitt, nato in una famiglia colta di artisti e intellettuali di Dresda, una nonna ebrea, aveva incominciato la sua carriera come esperto d’arte al Koenig – Albert – Museum di Zwickau, dove alla fine degli anni Venti collezionava con entusiasmo opere delle avanguardie germaniche, quadri di Max Pechstein, Ernst Ludwig Kirchner, Oskar Kokoschka. Ma quando, all’inizio degli anni Trenta, cominciò la cupa propaganda nazista a binario unico, Gurlitt fu licenziato. Passato poco dopo alla direzione di un Museo di Amburgo, continuò a raccogliere tele degli espressionisti e di artisti ebrei. Però quando il primo maggio del 1933, mentre le camicie brune sfilavano per la città anseatica, rifiutò di issare la bandiera nazista, si trovò contro il partito e a luglio dovette lasciare l’incarico. A quel punto si mise in proprio lavorando come mercante d’arte, come curatore di mostre, poi all’improvviso si convertì al nazismo.
«Come mai uno spirito critico, un entusiasta delle avanguardie — si sono chieste le autrici della biografia — ne diventa improvvisamente il liquidatore, si trasforma da vittima in carnefice?». Inspiegabile? No! forse non tanto, ricordiamoci che allora per vivere in una Germania nazista, non allineati e con un quarto di sangue ebreo poteva essere molto, ma molto pericoloso.
Di là, l’incondizionato appoggio del Füher, la sua grande ascesa verso il successo e, dopo, l’opportunità di assecondare la sua incontrollabile smania di possesso, impadronendosi di un’inestimabile raccolta di opere.
Alla disfatta tedesca poi, nel dopo guerra, riuscì rocambolescamente a sfuggire tra le maglie degli inquisitori alleati e tenere per sé e occultare quella che ormai era diventata la “sua” collezione privata.
Avrà dominato in lui la maniacale follia di certi collezionisti per i quali conta soltanto il possesso e non l’esibizione dell’opera? Probabile e comunque è certo che Hildebrand Gurlitt non ha mai pensato di rendere qualcosa ai legittimi proprietari, alle loro famiglie o agli eredi. E non deve aver mai provato rimorso per le sue scelte, tanto che nel 1956, prima di morire, fece promettere al figlio di tacere per sempre.
Cornelius Gurlitt è morto nel 2014. La sua volontà era di donare la collezione paterna al Museo di Berna, ma tante di quelle tele illegalmente sequestrate forse potrebbero ancora essere restituite…

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Le varie di Valerio/31: Boncinelli e Giorello

Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello
L’incanto e il disinganno: Leopardi
Guanda, 2016
Scienza

Recanati, Italia. 1798 – 1837. Quella di Leopardi è una filosofia autentica, vissuta sofferta cantata articolata. Nei Canti, nei Pensieri, nello Zibaldone, nelle Operette Morali mostra una chiara (malinconica) visione della realtà: il mondo non è stato creato apposta per la specie umana, la natura si guarda bene dal mantenere le promesse che noi intuiamo e per le quali ci illudiamo, l’essere umano gode del (discutibile) privilegio del tedio o disagio esistenziale. Pur essendo vissuto prima di Darwin e delle sue ottime osservazioni e considerazioni biologiche, Leopardi insistette con acume razionale, sensoriale e poetico sul fatto che siamo solo una delle tante specie viventi in “natura”, comprimari dunque e inevitabilmente “traditi” dal vivere, chiamando spesso “male” solo ciò che non corrisponde alle aspettative individuali, via via più consapevoli dopo le nebbie mentali dell’infanzia in cui tutto pare gradevole e ragionevole (non ovunque, non per tutti). Fu capace di affrontare con lucidità e poesia coerenti il rapporto fra materia e spirito, la problematica del tempo, la sorpresa della parola e l’arte della fuga. E amò molto la scienza e la laica coscienza della propria finitezza. Risale al 1813 l’autografo (non era ancora quindicenne) della mirabile Storia dell’astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXI, “la più sublime, la più nobile fra le Fisiche scienze”, in cui esaminò rigorosamente anche i calendari del matematico Gaio Giulio Cesare e poi del pontefice Gregorio XIII; e trattò credenze e scoperte, teorie e personalità (da Platone a Tolomeo, da Copernico a Galileo, da Cartesio a Newton) poi ricorrenti in tutti i suoi scritti, dando abbrivio a quel noto scientifico poetico relativismo, contro la pretesa assolutezza di qualsiasi dottrina, anche religiosa. E senza negarsi l’infinita gioiosa possibilità come unica, struggente, indomita necessità.

I milanesi Edoardo Boncinelli (Rodi, 1941, genetista) e Giulio Giorello (Milano, 1945, epistemologo) sono due grandi intellettuali europei, già capaci di dialogare e scrivere insieme. Alla vigilia degli anniversari leopardiani (180° dalla morte e 220° dalla nascita) consegnano alle stampe un interessante volume con due saggi scritti nello stile dei loro frequenti contributi su riviste e inserti culturali: “L’uomo e la natura. Leopardi e la filosofia” lo scienziato, “Desiderio d’infinito. Leopardi e la scienza” il filosofo della scienza. Nessuna pedante trattazione sistematica, con note e rassegne critiche degli studi; piuttosto una colta scrittura agile e gradevole, narrazione chiara e pungente (non l’inizio del secondo saggio), lunghe stimolanti citazioni di Leopardi, insomma una reinterpretazione originale del favoloso giovane recanatese, densa di riferimenti ai temi filosofici e scientifici di cui si parla oggi, sottolineando la “tendenza malinconica”, antidialettica. Non del tutto convincenti sono semmai le scelte dei due studiosi “agganciati”: Luporini per la filosofia (negativamente), Timpanaro per la scienza (positivamente). È buono e giusto sbeffeggiare i progressisti “razionalizzanti”, tuttavia nel 1947 si usciva da fascismo e guerra, si doveva superare la lettura calligrafica crociana di Leopardi e ci si doveva confrontare con le spiegazioni “romantiche”, molto e molti altri andrebbero criticati, tanta acqua è poi passata sotto i ponti. È buono e giusto osannare lo straordinario filologo marxista (fiorentino d’adozione), tuttavia il rigore critico spesso si accompagnava a una prospettiva militante che giunse a definire Leopardi “verde” ai primi tempi dei “Grünen” tedeschi. Del resto, Luporini e Timpanaro (e Binni) vengono spesso trattati all’interno di un unitario nuovo corso della critica leopardiana, tanti decenni fa. Poi molto si è ragionato sugli aspetti filosofici e scientifici. Boncinelli e Giorello aggiungono qualcosa di utile, anche nel dialogo che chiude il volume, “oltre il poeta romantico”, natura ironia e sentimenti come strumenti di conoscenza.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/110: Beckert

Autore Sven Beckert
Titolo L’impero del cotone
Editore Einaudi
Traduzione di Andrea Asioli
Anno 2016
Pagine 604
Prezzo 34 euro

Addosso a tutti, ovunque. Da cinquemila anni, forse più, da meno in Europa. Appropriandosi della ricchezza biologica di una pianta (umile e anonima fibra lanuginosa che cresce accanto a specie alimentari in aree di clima mite) dalle origini antiche (diacroniche in più zone), e delle competenze e degli enormi mercati in Asia, Africa e Americhe, imprenditori e politici europei costruirono L’impero del cotone.
Il giovane ottimo storico americano Sven Beckert (nato in Germania insegna ad Harvard) tratta con rigore, competenza e ricchissima bibliografia la più importante industria manifatturiera dello scorso millennio, alla base del capitalismo globale costruito dall’Occidente negli ultimi due secoli. Schiavismo, espropriazione delle popolazioni indigene, espansione imperialistica, commercio delle armi e dichiarazione di sovranità su persone e terre ne costituirono le fondamenta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2017

Vedendo quello che accade in giro, per esempio la coppia assassina anestesista-infermiera, mi vien che ridere pensando ai risvolti mortiferi della letteratura poliziesca nelle sue varie sfaccettature. Storie all’acqua calda, storie da barzelletta rispetto agli avvenimenti della realtà funesta. E allora, cari lettori, ridiamoci su. Magari appollaiati sulla nostra adorata tazza da water.

Partiamo da Bara per due di James Hadley Chase, Mondadori 2016.
James Hadley Chase non è uno scrittore da niente. Nel senso, anche, che è proprio venuto su da niente come venditore di enciclopedie per ragazzi a domicilio. “Occhi verdi, penetranti, sguardo beffardo, statura atletica”, ci dice Gian Franco Orsi in una intervista, un po’ come qualche suo personaggio.
“Per Chester Cain è tempo di cambiare aria. Giocatore d’azzardo che non disdegna all’occorrenza di usare la pistola, è venuto a Paradise Palms per godersi finalmente il frutto di tante fatiche.” Posto stupendo, tutti gentili con lui. Anche troppo. Come quelli del Palm Beach Hotel, come Speranza, il proprietario del Casinò Club che gli appioppa la bella signorina Clair Wonderley a fargli compagnia. Piacevole serata sulla spiaggia (ci scappa pure un bacio). Finita male, però, causa cognac offerto da un certo Killeano che lo stende. Al risveglio un morto ammazzato, più precisamente John Herrick, avversario politico del citato Killeano, e il tenente della squadra omicidi Flaggerty (vivo). Accusa di omicidio. Una trappola che non ferma certo il nostro Chester (ci vuole ben altro). Fuga con qualche colpo ben assestato ma la ragazza è messa in prigione. Ora bisogna liberarla e non è detto che, dopo l’eventuale liberazione (a tal proposito occorre una bara per due), il problema sia risolto. Qualcuno la dovrà pur pagare e già aveva sentenziato “Scoprirò chi voleva togliere di mezzo Herrick e continuerò il suo lavoro. Rimarrò qui finché non avrò scoperto la faccenda. E cercate di fermarmi, se ci riuscite.” Faccenda che nasconde traffico di valuta falsa e di gente clandestina.
Dunque Chester Cain che racconta, spavaldo, in prima persona. Solo contro tutti (con un paio di aiutanti, via), ritmo, velocità, dialoghi sparati a raffica, violenza, cazzottoni, pallottole che fischiano e abbaiano, scontro finale a chiudere un’impresa impossibile (per noi). Magari con un ritorno da Clair che l’amore è l’amore.

L’ombra del padre di Maureen Jennings, Mondadori 2016.
“Le vie del delitto sono infinite, lo sa bene il detective William Murdoch della polizia di Toronto. Ma davvero imprevedibile è il modo in cui un ordinario episodio criminale finirà per intrecciarsi con la sua vita privata. Tutto ha inizio quando il proprietario di un cane da combattimento accusa un rivale, un certo Delaney, di giocare sporco, per vedersi qualche ora dopo accusato del suo assassinio.”
Il rivale si chiama Harry Murdoch ed è il padre del nostro William. Ecco che riemerge la storia della sua vita, la violenza di Harry verso la famiglia, la sottomissione della madre, il fratello Bertie con difficoltà di apprendimento, la sorella Susanna che si fa suora con il nome di Philomena. Il nucleo centrale della storia è questo, vissuto nell’animo dei protagonisti, momento dopo momento durante i loro incontri al carcere. Sentimenti che si intersecano, accavallano e oscillano insieme ai ricordi: il cuore che batte all’impazzata, la bocca asciutta, dubbio, incertezza, rancore, gli scontri, l’odio che riemerge insieme a piccoli gesti di riavvicinamento (la mano sulla spalla del figlio).
Il padre sembra sincero nell’affermare la sua innocenza, e allora William da vita ad una indagine del tutto personale sotto falso nome, per tirar fuori una verità che si cela dietro false apparenze. Spunti a braccio: sul luogo del delitto a ricercare qualche traccia, in giro a chiedere ed informarsi sull’accaduto, il suo innamoramento con Enid, un po’ di sesso, la buona tavola (trota salmonata, cosciotto di montone, lingua di bufalo, filetto di cervo…), piccoli scorci sulla società del tempo, la ragazza ritardata tenuta fuori al laccio come un cane, una persona sparita, banconote false, bontà d’animo del nostro (episodio della gallina), sensualità, passione, il sogno, la forza di andare fino in fondo (occhio anche ai cani). Indagine dura tra personaggi sicuri della colpevolezza di Harry che sembrano nascondere segreti e qualche zona d’ombra.
Una bella storia, costruita sapientemente, soprattutto di introspezione psicologica con sprazzi di pura commozione.

Pane per i bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2016.
È una vita che aspetto al varco Maurizio de Giovanni. Da quando uscì fuori con Il senso del dolore del 2007. D’accordo sono solo dieci anni che lo aspetto…
Ma andiamo al sodo. Napoli, giugno 2016. Un morto ammazzato per i Bastardi di Pizzofalcone, la famosa banda di reietti che si sta riprendendo le sue brave rivincite, proprio vicino al commissariato. Più precisamente il “Principe dell’Alba” Granato Pasquale, proprietario di un forno. Si parte in tromba ma c’è l’Antimafia, nella persona del sostituto procuratore Diego Buffardi, a mettere i bastoni fra le ruote. Quello è un omicidio mafioso, dice, che spetta a loro. Il morto aveva fatto una testimonianza, anche se ritrattata, che aveva dato fastidio ad un boss locale. Ma l’ispettore Lojacono (il Cinese), presente sul luogo dell’omicidio, ha subito capito che la mafia non c’entra un fico secco e ti snocciola, davanti a tutta la combriccola dei Bastardi, nove deduzioni da Sherlock Holmes. Conflitto di poteri, i nostri rientrano in gioco, Buffardi da una parte e loro dall’altra, entrambi per scoprire la verità. Iniziano le indagini e gli interrogatori dei parenti e di chi, in qualche modo, conosceva il defunto. Chi avrà ragione? Alla fine il mistero sarà svelato. È domenica e tutte le cose torneranno al loro posto. Quasi tutte…
Poi ci sono le storie. Le storie personali dei Bastardi che si intrecciano con gli eventi narrati. Continui turbamenti e conflitti nei loro animi. La storia d’amore dell’ispettore Lojacono, divorziato dalla ex moglie Sonia, con il magistrato sardo Laura Piras che non va tanto bene. Praticamente ad un bivio. Continuare o smettere? La storia dell’assistente capo Francesco Romano (Hulk), la sua solitudine, la separazione dalla moglie Giorgia, la sospensione per avere quasi ucciso uno spacciatore, il riscatto con il lavoro proprio lì in quel ghetto, il ritrovamento di una bambina accanto a un cassonetto che segue come se fosse suo padre. La storia di Alessandra Di Nardo (Alex), la figlia del generale, lesbica. Ha avuto una relazione nascosta con Martone Rosaria, capo della polizia Scientifica da cui è uscita tradita e con il cuore a pezzi (si ricomporrà?). Quella di Giorgio Pisanelli (il Presidente, persa la moglie e molto malato) che si intestardisce sui finti suicidi. Eccone un altro bello caldo; un professore impiccato. E sul luogo del delitto una penna. La sua. E poi c’è Marco Aragona (Serpico), un po’ ganzo, un po’ simpatica macchietta che strappa il sorriso e segue, insieme ad Alex, il caso di uno stalking. C’è il commissario Luigi Palma (Gigi) innamorato di Ottavia Calabrese (Mammina), la vice sovrintendente addetta al computer, sposata con figlio problematico. Non manca alla Trattoria “Da Letizia”, proprio Letizia, belloccia il giusto, innamorata di Lojacono (lo dice anche la figlia Marinella) non ricambiata.
Insieme alle sofferte storie personali gli spunti su una società problematica e ingiusta: il vecchietto povero al mercato che ruba un pezzo di formaggio; due ragazzi che rubano in farmacia per il loro figlio; uno sguardo su chi è costretto a vivere in macchina. Squarci di vita, di povertà e miseria con il controcanto ironico che c’è pane per tutti. Momenti di pathos (il bimbo che chiede dello zio morto), momenti in cui qualcosa si rimescola nel nostro petto. Una frecciatina ai film, telefilm e gialli dove tutto torna alla perfezione.
Dunque è una vita che aspetto al varco Maurizio de Giovanni. D’accordo, sono solo dieci anni che sono lì, con il fucile puntato pronto a sparare su qualche suo difetto, su una caduta di stile, su qualche errore grossolano, sul sentimento che diventa una melassa di penoso sentimentalismo, su qualcosa di troppo, di strabordante. Mai colto in fallo.
Ma qui l’ho beccato. Piangono tutti! Piange il ragazzo Christian, piange Alessandra di Nardo, piange la madre di Alessandra Di Nardo, piange Giorgia, piange la professoressa Loredana Toppoli, piange, anzi singhiozza, Mimma Marino, piange Francesco Romano, finché aripiange Giorgia che fu l’ultima (Manzoni). Un torrente, una marea, un oceano di lacrime.
Ti ho beccato in flagranza di recidiva piangente, Maurizio!
P.S.
D’accordo. Libro molto bello e commovente.

Asso di quadri asso di cuori di Edgar Wallace, Polillo 2016.
Nelle letture di dicembre lo avevo accennato. Che forse questo libro lo avrei letto. Detto fatto. Vediamo subito il curioso Mr. Reeder dagli spunti tratti lungo il racconto. Un “tizio dall’aria molto strana. Se uno come lui può fare il detective, allora c’è posto per tutti!” esclama un personaggio. La sua prima apparizione con un lungo pastrano, un cappello di feltro schiacciato che non toglie quasi mai (“Qualche volta a Natale” risponde in modo scherzoso) e guanti grossi e sformati. Al collo una notevole sciarpa gialla, scarpe pure grosse con la punta squadrata, al braccio un ombrello accuratamente chiuso nel suo fodero. Uomo metodico con un segreto senso dell’umorismo. Lui stesso ad un personaggio “Mio caro Gaylor, deve capire che io ho una mente criminale, in un certo qual modo. Vedo sempre il lato peggiore delle persone e delle azioni umane. È davvero tragico.” Lo stesso ispettore Gaylor, che segue il caso, ha sempre l’impressione che “sia lui stesso il colpevole del delitto, per tutto quello che sapeva.” Consapevole di avere una mente piuttosto maligna, distorta ed estremamente curiosa. Ammirato da tutti. Astemio, al massimo un’orzata.
Tale personaggio, ottimamente caratterizzato nella sua eccentricità, deve indagare su un omicidio, più precisamente di Walter Wentford, trovato di notte nelle vicinanze di Beaconsfield (si saprà che è stato bastonato e trascinato lì) da un poliziotto a cavallo e dall’avvocato Enward. Dal buio sbuca pure il nostro Reeder che stava appunto andando a fargli visita. Nel frattempo l’avvocato si accorge di avere del sangue sulla mano, anche se non ha toccato il morto, così come sulla manica del suo assistente. Inoltre, attaccate alla porta del cottage di Wentford nelle vicinanze, sono appese due carte, un asso di quadri che svolazza subito in terra e un asso di cuori. Dentro Reeder trova una donna straordinariamente bella, Margot Lynn, segretaria del morto. Cosa ci faceva lì? In seguito si scoprirà anche l’uccisione del poliziotto a cavallo… E tanto basta.
Una storia, siamo nel 1929, di tavoli da gioco, di bari, truffatori, di perdite cospicue, di soldi veri e falsi, di travestimenti, di belle donne ingenue e cattive, di uomini innamorati, di ironia e sorriso anche su narrazioni come questa. Alla fine, dalla relazione in corsivo dello stesso Reeder “Asso di quadri – Asso di cuori”, veniamo a conoscere tutta quanta la complessità della vicenda nei minimi particolari. Non sono un fan sfegatato di Wallace. Talvolta l’ho trovato geniale, più spesso frettoloso e tirato via. In questo caso la lettura è stata gradevole.

Il marchio dell’inquisitore di Marcello Simoni, Einaudi Stile Libero Big 2016.
Roma, dicembre 1624.
Il primo morto non naturale è fra’ Pietro Rebiba, domenicano e consultore dell’Indice, schiacciato dentro un torchio tipografico, in rione Pigna presso la bottega dello stampatore Zanetti. A cercare di risolvere il mistero l’inquisitore, anch’egli domenicano, Girolamo Svampa, nominato commissarius dalla più alta sede capitolina con poteri assoluti. Suo metodo investigativo quello del “furetto”, ovvero non giudicare in base al sospetto ma, come questa bestiola, “addentrarsi nel rifugio della preda, al fine di portare alla luce nomi, indizi e moventi.” Reca sul collo il marchio di un roveto ardente, simbolo e ricordo di un drammatico passato che lo fa soffrire, costringendolo anche all’uso del laudano.
Fra’ Rebiba era membro della Congregazione dell’Indice, sotto il diretto controllo di padre Francesco Capiferro (gran fumatore di pipa), incaricato di valutare il contenuto dei libri sottoposti al suo esame, “al fine di prevenire la divulgazione di testi eretici, blasfemi o immorali.” Ora nella bocca del morto, e sparsi a terra, alcuni fogli di un libello libertino, zeppo di citazioni anticlericali e con incisione di una danza macabra, ovvero della Morte che “irrompeva in una bottega di stampatori per insidiare librai e tipografi.” E qualcuno, in seguito, dichiarerà di avere visto nelle vicinanze un uomo tutto vestito di nero con una maschera dal naso smisurato che ha detto di essere Capitan Spaventa.
Da qui inizia il lungo viaggio dell’Inquisitore alla ricerca della verità con l’aiuto del suddetto Capiferro e del fedele bravo Cagnolo Alfieri che ha una figlia monaca di clausura (possibile oggetto di ricatto). Altro morto ammazzato un membro della Santa Inquisizione, il precedente sotto il torchio, questi sul banco delle matrici. L’indagine si complica anche perché il nostro deve scontrarsi con gli altri poteri dell’Urbe, in primis con il governatore di Roma. La sfida è capire cosa ci sia dietro a questi delitti che non sembrano eseguiti solo per scopi individuali. Forse c’entra di mezzo la politica, magari gli spagnoli del Sud o le potenze del nord. O, forse, la religione…
Marcello Simoni ne sa una più del diavolo per tenere desta l’attenzione del lettore. Capitoletti brevi e fitti con ripetuti colpi di scena e cambiamenti di prospettiva; il segreto che logora l’Inquisitore portato avanti fino al suo completo disvelamento; una splendida ricostruzione storica della città attraversata da mille poteri, sette segrete, i Rosacroce, il “Mercurio”, libri e libelli sovversivi e libertini, le teorie di Lucrezio e Campanella, streghe, satanismi, Iside, l’alchimia e chi più ne ha più ne metta. Un mondo maestoso nell’opulenza e nella miseria, popolato di tagliaborse, accattoni e ogni genere di canaglia, intrigante e fascinoso. Aggiungo il passato che ritorna funesto (ormai di moda in tutti i libri), la neve candida a dare un breve senso di pace, niente amori o amorini, niente sesso spiaccicato di brutto sulla pagina (pura novità). Alla fine l’Inquisitore forte, risoluto e nello stesso tempo gonfio di ricordi dolorosi, snocciola tutto quanto l’ambaradan, intricato, intricatissimo, nel più classico dei classici, con la stessa precisione e nonchalance di un redivivo Poirot.

Spiluzzicature
Qualche spunto sui libri spiluzzicati nella solita libreria di Siena. Per chi vuole conoscere un nuovo ispettore “particolare” si butti su Congelato di Anthony Weymouth, Polillo 2016. Potrà così incontrare l’ispettore Treadgold, piuttosto basso, vestito di blu, naso a punta su cui posano occhiali dalle lenti spesse cerchiato d’oro, baffetti da furetto, sempre pronto a commentare e dire la sua in una maniera che pare incomprensibile, lasciando gli interlocutori a bocca aperta. Qui se la deve vedere con un vecchietto rimasto congelato nel parco della sua tenuta.
Chi vuole, invece, conoscere la nuova creazione di Sandrone Dazieri, dopo il famoso ciclo del Gorilla, ergo la vicequestore Colomba Caselli, apra L’angelo, Mondadori 2016. Questa volta alle prese con un treno, il Frecciarossa, carico di passeggeri privi di vita. Una intrigante storia di spionaggio internazionale.
Ritorna in libreria Il commissario Soneri di Valerio Varesi, Frassinelli 2016, con tre racconti dove trovano la morte due vecchi fratelli a loro tempo fascisti, un’affittacamere e diversi morti ammazzati in quel di Montelupo, suo luogo di vacanza.
Da non perdere Coscienza sporca di Loriano Macchiavelli, Mondadori 2016, con il noto Sarti Antonio ad indagare in una Bologna ricca di sghei e di vizi, di gente senza scrupoli, uomini e donne tesi al proprio tornaconto.
Ma, soprattutto, non lasciatevi scappare Nebbia sul ponte di Tolbiac di Léo Malet, Fazi 2016, per ritrovare il mitico Nestor Burma sulle tracce di un delitto che si svolge nel XIII arrondissement dove ha trascorso i primi anni di una misera adolescenza ricca, però, di sogni e di ideali. Ricordi e ricordi che si affacciano alla mente durante un’indagine sofferta nella Parigi del dopoguerra attraversata da timori e paure.

Un giretto fra i miei libri
Per chi ancora non lo sapesse (penso in molti) sono stato un discreto giocatore di scacchi. Per essere più precisi un Maestro per corrispondenza chiamato addirittura a difendere i colori della Nazionale A. Non avendo ricevuto in dono dalla dea bendata nemmeno una scintilla di genio, mi sono dovuto fare un mazzo così (sangue, sudore e lacrime), per arrivare a certi traguardi. Potete dunque immaginarvi il mio disappunto (leggi incazzatura) quando, scartabellando tra i miei gialletti, ho trovato il professor Augustus S.F.X. Van Dusen (non chiedetemi la spiegazione delle lettere puntate) meglio conosciuto come la “Macchina Pensante” di Jacques Futrelle che con la sola forza della logica riuscì a battere a scacchi un campione che aveva dedicato tutta la sua vita a studiarli (cfr. Il problema della cella n.13, Polillo 2002). Una rabbia!
Oggi me lo ritrovo ancora una volta davanti in La casa fantasma del già citato Futrelle, scritto insieme alla moglie May e pubblicato, sempre dalla Polillo, nel 2008. Trattasi di un lungo racconto composto dalla lettura di un manoscritto (May) e dalla risoluzione del problema da parte della Macchina Pensante (Jacques). Praticamente il ricordo di una brutta avventura. Non dico altro. Il racconto è bene organizzato e ricco di mistero e tensione con tutti (o quasi) i tasselli che piano piano vengono messi al loro posto.

La casa stregata di Carter Dickson, Mondadori 2011.
Il Vecchio, ovvero sir Henry Merrivale, è citato subito all’inizio dal suo collaboratore Ken Blake che racconta la storia, ma entra in azione solo oltre metà della vicenda. Il famoso medico, criminologo e avvocato è uno “strano personaggio, straordinariamente pigro, straordinariamente garrulo e sciamannato, sprofondato nella sua poltrona con gli occhietti assonnati, le mani intrecciate sul pancione e i piedi sulla scrivania”. Ufficio al ministero della guerra, un po’ in alto per la verità, con ben cinquemila gradini (sì, avete letto bene) per arrivarci. Alla porta targhetta con nome e cognome, più qualche foglio scritto a mano con diverse minacce a chi osa entrare. Grande mole, pur non essendo alto, adagiata su una poltrona di cuoio, calzini bianchi ai piedi, testone quasi calvo, lenti di tartaruga, cappello a tubo di stufa vecchio e spelacchiato, cappotto lungo dal collo di astrakan mangiato dalle tarme. Fuma la pipa e più che parlare ringhia e grugnisce. Dal momento della sua apparizione tutti gli occhi fissi su di lui…
Al sodo. Plage Court è infestata da un fantasma, Louis Plage, assistente di un boia del XVII° secolo, morto durante una epidemia di peste, dopo avere maledetto il proprietario della casa. Per esorcizzarlo viene chiamato una specie di mago, Roger Darworth, che si rinchiude in una piccola costruzione nel cortile della casa, chiusa con un catenaccio alla porta e del tutto inaccessibile. Chiaro che viene trovato morto pugnalato con il pugnale di Luois scomparso dal London Museum, e dunque classico mistero della camera chiusa.
Non mancano, da parte di Carr, critiche a certi libracci proprio sulla camera chiusa e lui te ne tira fuori una mica da ridere. Ma solo Carr riesce a rendere quasi credibile una storia impossibile.

La circonferenza delle arance di Gabriella Genisi, Sonzogno 2010.
Vigilia di Natale a Bari (dicembre caldo). Personaggio principale il commissario di polizia Lolita Lobosco detta Lolì. Alcuni spunti: 36 anni, capelli lunghi corvini, quinta di reggiseno, arance sempre a portata di mano, si sposta su una Bianchina cabriolet celeste pallido del ‘62, adora la musica napoletana, madre siciliana e padre carabiniere napoletano morto ammazzato davanti a casa, ottima cuoca, detesta le smancerie, adora i bagni rilassanti nella vasca e i massaggi del centro benessere.
Sottoposti Forte Antonio innamorato innocuo ed Esposito Tonino. Fatto principale: il dentista Stefano Benedetto Morelli, ex fiamma liceale, viene accusato di stupro su Capua Angela. Inizia l’indagine con tutte le implicazioni psicologiche da parte di Lolita, un tempo fidanzata respinta. Attorno a questo episodio ruotano altre vicende relative alla vita di ogni giorno. C’è l’amica del cuore che tradisce il marito, c’è l’amica di gioventù che diventa nemica e fa carriera con l’aiuto del questore, c’è la sorella acida e il cognato donnaiolo che la spinge a darsi da fare sessualmente, c’è il giovane giornalista che esaudisce il desiderio.
Una storia di dubbi, di tradimenti (praticamente un giallo di corna), squarci di vita della città, fino all’arrivo del morto ammazzato e alla scoperta dell’assassino. Un bel risultato psicologico supportato da un linguaggio fresco inframmezzato da espressioni dialettali e intriso di forte senso umoristico (ad un certo punto si meraviglia che “i sentimenti possano restare intatti come merluzzi surgelati”). Il tutto in prima persona al presente raccontato dalla protagonista principale.
Trama giallistica leggerina ma qui conta poco che al centro del palco sta Lolita Lo bosco, detta Lolì, con la sua quinta di reggiseno e le sue arance (alla fine del libro alcune ricette) tonde e appetitose come il suo corpo.

La nostra incomparabile Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta
Il mestiere più antico del mondo, antologia a cura di Marilù Oliva. Racconti di Dacia Maraini, Marilù Oliva, Romano De Marco, Camilla Ghedini, Alessandro Berselli, Sara Bilotti, Ilaria Palomba e Maurizio de Giovanni.
In libreria dal 24 novembre Il mestiere più antico del mondo, Elliot 2016, è un’antologia curata da Marilù Oliva con racconti suoi e di altri sette scrittori tra i quali fanno da faro Dacia Maraini e Maurizio de Giovanni.
Scrive Marilù Oliva nell’introduzione: «Il mestiere più antico del mondo? Partiamo subito sfatando un mito: la prostituzione non è il mestiere più antico del mondo. Ho proposto questo titolo per demolire un cliché che assomiglia molto a una cantilena e che connota spesso, anche come sinonimo, l’indiscutibile longevità di questa professione.
Infatti, come ci insegnano gli studi sulla preistoria, evincendo il loro assunto dai reperti del paleolitico e dai dipinti rupestri – e come rimarca meravigliosamente, sul piano narrativo, Roberto Calasso ne Il cacciatore celeste (Adelphi) – il mestiere più antico del mondo è il cacciatore. Ciò non toglie che la prostituzione abbia origini antichissime…».
Allora non è vero, ma il titolo mi pare lo stesso ben studiato. Il progetto editoriale è stato concepito per sostenere Telefono Rosa, da ventotto anni in prima linea contro la violenza alle donne, e provocare discussioni e ragionamenti in merito alla professione “più famosa” dell’altra metà del cielo, senza effetti dissacranti o romanticherie quali la storia della celeberrima Pretty Woman. E raccontare, cercando di spiegare, attraverso voci e interpretazioni diverse che vanno fino ad agghiaccianti situazioni noir, il perché e il percome, reale o magari inconscio, si debba o si voglia scegliere di fare quello che viene definito il mestiere più antico del mondo enumerando e descrivendo anche le più disgraziate o false attuali modalità “professionali”.
Modalità che vanno dalla schiavitù sessuale al lavoro come sopravvivenza, dal vendersi per i futili motivi delle studentesse squillo, ma che offrono un fiorente mercato ai trans, agli psuedo massaggi cinesi, alle escort imprenditrici, eccetera, eccetera.
Dacia Maraini apre la narrazione con la tragedia di una vittima designata, una ragazza troppo brava venduta dalla famiglia per far fronte a un debito. Marilù Oliva racconta del tragico e tardivo pentimento dell’amore di un trans, Susy bocca golosa e l’orrida epopea di due ladri e serial killer strangolatori che lavorano in coppia. Romano De Marco descrive la presuntuosa “performance” erotica di un bancario e un massaggio cinese con aggiunta di ectasy. Camilla Ghedini scrive prima dell’inutile impegno di una buona samaritana, poi dell’educazione sentimentale alla Sade della sedicenne e incosciente puttanella. Alessandro Berselli racconta del crudele gioco di una vogliosa madre di famiglia e della sofferta soluzione del problema di Klarissa danzatrice del ventre. Sara Bilotti ci presenta il fantasma buono di una battona e l’orrida schiavitù di piccole prostitute domestiche. Ilaria Palomba propone un’orgia a pagamento in barca, al largo di Bari e la memoria di un incubo dal pungente odore d’anice.
E Maurizio de Giovanni finisce in bellezza con la spaventosa rivalsa omicida del bel gigolò.
Preceduta da una colta prefazione di Camilla Ghedini, l’antologia si conclude con un’intervista fatta in una stazione di polizia a una prostituta nigeriana da dieci anni per strada.
Tutti i proventi delle vendite saranno devoluti a Telefono Rosa.

Arricchito dalla prefazione di Nino Marazzita, avvocato, grande penalista che porge con arte e modi azzeccati la scena al narratore, Mario Caprara ci offre questo enciclopedico saggio: Delitti e luoghi di Roma criminale, Newton Compton 2016.
Alla scoperta di Roma attraverso i suoi crimini? Sì certo, e non solo un dettagliato saggio enciclopedico per raccontare il delitto ma anche una possente e minuziosa ricostruzione storica e ambientale di Roma, dell’Urbe Capitolina, dalla sua fondazione a oggi. In questo libro non troverete solo l’accurata toponomastica di tutti i delitti commessi nell’Urbe per millenni ma anche preziosi frammenti di storia inseriti in un scenario che ha racchiuso e tuttora racchiude il male.
A cavallo tra passato e presente, è appena arrivato in libreria in anteprima assoluta Il segno della croce, il nuovo thriller di Glenn Cooper, Editrice Nord 2016, reso famosissimo in Italia dal suo bestseller La biblioteca dei morti.
Il segno della croce sarà il primo di una nuova serie di gialli con forti legami storici e con un nuovo e straordinario protagonista, Cal Donovan, brillante professore di religione e archeologia a Harvard.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti