A ruota (gialla) libera – Le lunghine di Fabio Lotti

Così, come mi frulla per la testa. Spunti di lettura, scrittori, sensazioni, emozioni, satirette per sorridere insieme

Mi butto velocemente sui detective e sui poliziotti, uomini o donne, gay e lesbiche. Parto da un giallo degli anni Settanta, ovvero Scomparso – Dave Brandstetter mysteries di Joseph Hansen. E mi immagino la sorpresa, se non lo shock, dei lettori americani di quei tempi (oggi farebbe sorridere). Il protagonista stesso, Dave Brandstetter, come da titolo è gay. Tra l’altro sfortunato perché ha perso il compagno della sua vita per un tumore. Ma non è il solo gay del racconto, a partire dalla sua amica Madge, lesbica che si relaziona con ragazzine più giovani. Il pregio dell’autore sta nell’aver trattato i personaggi omosessuali come tutti gli altri. E oggi si becca un discreto successo anche nel nostro paese.
Sandra Scoppettone, nome italiano ma pura figlia di New York, per prima ha creato Lauren Laurano, una detective privata ex agente federale di trentacinque anni, che non arriva al metro e sessanta ma carina lo stesso, con la fobia per gli insetti e un istintivo ribrezzo per il sangue. Va pazza per la cioccolata e le altre ragazze. Vive con la compagna Kip, psicoanalista. Una lesbica dichiarata, come la stessa autrice. Ha pubblicato diversi libri negli anni Novanta. Ricordo. tra gli altri, Tutto quel che è tuo è mio dove deve indagare su uno stupro che vede come vittima la bella Lake Huron, la cui famiglia nasconde inconfessabili segreti e intrighi. Brividoso ma anche divertente come nello stile della scrittrice.
Ricordo pure la Saz Martin di Stella Duffy (protagonista di Carne fresca, Marsilio 2006) e la Vanessa Tullera che viene apertamente dichiarata anche nel titolo Bloody art. Il ritorno della lesbocommissaria di Pablo Echaurren, Editore Fernandel 2006. Tanto per citarne solo un paio sulle quali ho già scritto.
Passando di palo in frasca, per rispettare il titolo della rubrica, ora mi butto, invece, sul sorriso tra i morti ammazzati. Non c’è problema, basta beccarsi un libro di Donald Westlake, che il Signore lo abbia in gloria. Tutti conoscono il ladro sfortunato e pasticcione Dortmunder che ne combina di tutti i colori. Meno conosciuto, ma non per questo meno irresistibile, Fred Fitch. Ecco come si presenta “E così a trentun anni, ma dimostrandone cinquanta, sono un semirecluso e uno scapolo incallito, afflitto da tutti i disturbi dovuti alla mia professione sedentaria. Spalle rotonde, occhiali rotondi, stomaco rotondo e fronte rotonda”. Quando uno nasce broccolo, insomma fesso, non c’è niente da fare. Diverrà l’oggetto preferito di tutti gli imbroglioni di questo mondo. Bidonate su bidonate come da titolo Un bidone di guai, Mondadori 2013. Il libro è un variopinto scenario di risate, partendo dall’imbranato personaggio e continuando con altri strambi come Wilkins, l’inquilino del secondo piano che ha scritto un resoconto delle campagne di Giulio Cesare con l’aggiunta dell’aviazione. Titolo “Veni, Vidi, Vici grazie alla potenza aerea” da pubblicare, è ovvio, con il finanziamento del nostro Fred. A seguire situazioni e battute da gag irresistibili (qualcuna anche meno).
Se non siete attratti da Westlake c’è la coppia perfetta Hap e Leonard di Joe R. Lansdale a farvi allargare la bocca. Ricordo Sotto un cielo cremisi, Fanucci 2009, tanto per darvi un’idea. I due, già detto, si chiamano Hap e Leonard (a cui muore un armadillo). Poi c’è Marvin e poi c’è Gadget sua nipote. Che deve essere liberata dalle grinfie di uno spacciatore e ricondotta fra le braccia del nonno. Conclusione botte da orbi, un cane che se ne vola dalla finestra, una pistolettata in una gamba e un bel po’ di cocaina che va a finire nel cesso. Fine della partita e inizio di un’altra un po’ più dura. Con gli amici degli amici e un paio di poliziotti che di poliziotto hanno solo l’uniforme. Se poi ci si mette di mezzo anche l’FBI, un pentito di Mafia e un killer killer (Vacilla Ride) di quelli duri duri siamo tutti. Di rinforzo Tonto e Jim Bob. Non manca certo il movimento (anche lungo il fiume), corse, salti, ancora legnate a go-go, sparatorie inframmezzate da momenti di amore (vedi Hap e Brett), ricordi di storie brutali (Tonto) dove il Destino è barbaro e cieco e una realtà che più nuda e cruda non si può. Prosa frizzante, veloce, ironica, leggera, costellata di battute e invenzioni rare che molto hanno a che vedere con il sesso e il turpiloquio. Eccone una tanto per dare un’idea “Tanedrue perse i sensi più in fretta di un ottantenne asmatico che s’incula una pecora in un fienile senza un briciolo d’aria”. Essendo anch’io asmatico, anche se non ancora ottantenne, il paragone mi si è presentato di una efficacia sbalorditiva.
Altrimenti basta andare dalle parti di Nero Wolfe per farci quattro risate. Va bene, se non risate, almeno quattro sorrisi. Su questo non ci piove. La coppia Nero Wolfe e Archie Goodwin è stata programmata proprio per metterci di buonumore. Anche per trovare gli assassini, certo, ma per noi lettori spesso in secondo piano. Un grazie a Rex Stout è il minimo.
Ultimamente letti con ampia soddisfazione molti racconti di Georges Simenon che ha creato un dottorino detective niente male nella veste di Jean Dollent, ben lontano dal più noto Maigret (Per esempio Il fiuto del dottor Jean e altri racconti, Adelphi 2019). Un personaggio davvero singolare. Si innamora facilmente, battibecca con la polizia, pensa, riflette, rimugina, si immedesima nei personaggi, li sviscera, cerca “di farli vivere, di animarli nel loro scenario” fino all’accendersi della lampadina, fino a scoprire il “dettaglio” che gli permetterà di risolvere l’ambaradan. Ironia sparsa dovunque in questi gustosi e arguti racconti. E noi lettori siamo lì che cerchiamo di capire e, magari, superare nella deduzione degli eventi il nostro simpatico e stravagante dottor Jean. Consigliatissimi, soprattutto dopo aver inghiottito a fatica uno dei millanta mallopponi che ti restano sullo stomaco.

A voi che siete giunti fin qui… Buon Ferragosto!

Ora su Netflix: La vita dopo i figli

La vita dopo i figli (Otherhood)
Regia di Cindy Chupak
Con Patricia Arquette, Angela Bassett, Felicity Huffman
USA, 2019
Su Netflix dal 2 agosto 2019

Deliziosa commedia generazionale con un cast brillante, La vita dopo i figli è la storia di tre amiche che, nel giorno della festa della mamma, scoprono di essere state “dimenticate” dai rispettivi figli, troppo assorbiti dalla vita newyorkese. Decidono così di salire in macchina e andare a trovarli senza preavviso, piombando nelle loro case e nelle loro vite, di cui sanno poco o nulla.
La vedova Carol si piazza in casa del figlio Matt, un brillante laureato che spreca il suo talento per una rivista “di massa” e ha storie fugaci (mentre la madre, nemmeno a dirlo, vorrebbe vederlo sistemato con una brava ragazza).
Gillian si è convertita all’ebraismo per amore del padre di Daniel, aspirante scrittore senza successo, il quale è innamorato di una parrucchiera che alla madre non piace anche perché… non è ebrea.
La nevrotica “divorziata e risposata” Helen è la madre di Paul, al quale non perdona i buoni rapporti che il ragazzo ha mantenuto col padre.
Le tre donne dovranno ragionare sul ruolo madre-figlio quando entrambi sono adulti, e sul fatto che non sempre i figli hanno le stesse aspirazioni dei genitori. Ma se i tre giovani uomini hanno i loro segreti, e le loro legittime recriminazioni, la vera evoluzione sarà quella delle tre donne: non solo devono fare i conti con tutto ciò che non hanno capito, ma dovranno ricordarsi del loro passato dimenticato, di ciò che erano prima e a prescindere dai figli, delle bugie che per anni si sono raccontate per mandare avanti la famiglia.
La gita a New York sarà l’occasione chiudere con il passato e aprirsi a un sereno, luminoso futuro.
Apprezzabilissima l’idea di dare un tocco di leggerezza a tre donne alle prese con i bilanci della mezza età. Carol, Gillian ed Helen sono allegre, mature, pronte a  mettersi in discussione e a reinventarsi. Con equilibrio ed energia.
Finalmente anche a Hollywood si sono accorti che c’è vita oltre i cinquant’anni…

Da vedere, magari con le amiche. Qualcuno porti il bourbon!

 

La Debicke e… Il bacio della mantide

Roberto Mistretta
Il bacio della mantide
Fratelli Frilli, 2019

Frutto di una corposa e sostanziale rivisitazione del precedente Il diadema di pietra, completamente riscritto e in parte aggiornato per concedere maggiore e meritato spazio alla figura del Maresciallo Bonanno, Il bacio della mantide merita un occhio di riguardo anche perché, afferma Roberto Mistretta, è il prequel di La profezia degli incappucciati, romanzo che quest’anno ha vinto il Premio Tedeschi del Giallo Mondadori.
La mantide in questione è la perfida e intrigante Agatina Barresi, detta la Catanisa, sposata con il professor Cristenzio Marchiafava, rampollo di una ricca famiglia nobiliare di Villabosco, proprietario di uno sfarzoso palazzo barocco nel centro storico. Agatina è una bella e prestante rossa trentanovenne dai capelli corti che, dopo essersi illusa per tre anni di poter dare l’ambìto erede al marito, ha dovuto accettare la realtà: non avrebbe mai potuto avere figli. Tuttavia la convivenza tra marito e moglie era andata avanti, senza grandi voli pindarici, anzi con esoticheggianti e rischiosetti peccati dell’est da parte di lei e frequenti assenze di lui per soggiorni “di lavoro” nella magione di campagna. Ma sempre ufficialmente insieme, per riguardo alle apparenze. Fino a quando Agatina la Catanisa, durante una fredda serata imbiancata da un invernale velo di neve, spara due colpi di pistola contro il marito. Pare quasi un dispetto al maresciallo Saverio Bonanno, impegnato in un romantico (e luculliano) invito a cena nella vicina abitazione della seducente Rosalia Santacroce, la nuova assistente sociale. Naturalmente quelle inconfondibili esplosioni guastano irrimediabilmente il perfetto e tenero clima di comprensione creatosi tra i due piccioncini in amore e costringono Bonanno a chiedere a Rosalia di telefonare al 112, mentre lui si precipita in maniche di camicia, nonostante il gelo, nel palazzo poco distante, dove trova il professore sanguinante colpito alla spalla da un colpo di pistola. La storia che gli viene propinata è che la signora, nel pulire la pistola…
Ma Bonanno, che per principio detesta la gente altezzosa e prepotente, a maggior ragione se questa gente crede di avere i santi in paradiso, ascolta invece il suo intuito. E quello gli dice che la faccenda del ferimento fatto passare per incidente puzza. Insomma non quadra proprio, tanto che lui va avanti dritto come un fuso seguendo il suo naso, insofferente delle pastoie gerarchiche e burocratiche, spalleggiato per fortuna dal nordico, efficiente e modernissimo brigadiere Stoppani e coperto dalla ruvida ma vigile bonomia del procuratore Provenzano. Contro tutto e tutti. Anche se, per vergogna e coscienza sporca, il professor Marchiafava dal letto d’ospedale sostiene la favola della consorte. E dall’alto si mettono bastoni tra le ruote investigative di Bonanno. Ciò nondimeno gli ostacoli, la presunzione dei superiori e il piano perverso della mente crudele di una mantide non l’avranno vinta su Bonanno, esaltato dalla complice e rassicurante tenerezza di Rosalia.
Ma quando i suoi peggiori presentimenti si avverano, sotto forma di un delitto infame, Bonanno non si tira indietro: c’è il buon nome dell’Arma da tutelare e la pistola d’un carabiniere da ritrovare. Lo spirito di corpo, facendo scordare i dissapori, stringe i ranghi dell’arma. Una pistola ha sparato uccidendo chi ha incontrato sulla sua strada: siciliani ma anche albanesi. Ma quale mano o mani hanno premuto il grilletto? A Bonanno spetta sbrogliare la matassa, con l’atroce barbarie della guerra civile balcanica che fa da cornice a un angosciante mosaico che predica la violenza sui più deboli anche sotto il cielo siciliano. Un mosaico che si insinua di prepotenza nella vicenda e ci costringe a seguire la tragedia di un ragazzino kosovaro, Mishna, costretto in fretta e furia a diventare adulto per colpa di belve senza scrupoli che stuprano, saccheggiano, uccidono senza mai volgere lo sguardo al cielo. Mishna sa di dover recuperare un paio di stivali e di dover completare la sua missione, ma non potrà mai recuperare la sua innocenza o dimenticare. Toccante e struggente l’immagine finale di Mishna vittima, reso adulto dalla vendetta, mentre nella memoria collettiva di un popolo domina ancora la grandezza rinascimentale di Scandberg. I veri cattivi saranno puniti, l’ombra del male sembra allontanarsi. Il cerchio si chiude.
Una straordinaria storia giallo noir, barbaramente intrisa di violenza ma anche di umana poesia.
Roberto Mistretta: nato morto in una domenica di settembre e riportato in vita dalle cure energiche di un medico di altri tempi, Roberto Mistretta avrebbe subìto “danni irreparabili al cervello” che lo portano a scrivere noir durissimi alternati a romanzi per ragazzi e saggi/interviste a siciliani perbene. Vive e lavora in Sicilia, a Mussomeli (CL), la Villabosco letteraria dei suoi romanzi. Con il protagonista Saverio Bonanno ha già pubblicato: Il maresciallo Bonanno, Il canto dell’upupa e Il bacio della mantide (Fratelli Frilli Editori). È anche autore dei volumi Giudici di frontiera. Interviste in terra di mafia (con introduzione di Giancarlo De Cataldo), Il miracolo di don Puglisi, Rosario Livatino. L’uomo, il giudice, il credente. È autore del radiodramma Onkel Binnu (Zio Binnu) sulla cattura del capomafia Bernardo “Binnu” Provenzano, mandato in onda con successo dalla WDR di Colonia, con attori professionisti tedeschi.

La Debicke e… Delitto in alto mare

Alessandra Carnevali
Delitto in alto mare
Newton Compton, 2019

Ricordate Assassinio sull’Orient Express e Assassinio sul Nilo, con l’indimenticabile Hercule Poirot? Alessandra Carnevali, giallista di scuola classica, sembra voler tornare alle atmosfere anglosassoni care ad Agatha Christie ma trasferite in una specie di inferno galleggiante, un’oasi di orge e trasgressioni culinarie e prosecchiane di una crociera di quasilusso alla scoperta del Sol Levante (traduco: Giappone) a bordo del mostro Seastar che porta circa quattromila passeggeri più l’equipaggio.
Dalla prima trilogia del commissario Adalgisa Calligaris, che avevamo lasciata fresca di matrimonio, è passata abbastanza acqua sotto i ponti e oggi la nostra torna in libreria con un’indagine particolare. Non c’è più il borgo umbro di Rivorosso, ma una esotica (e splendida) location dall’altra parte del mappamondo. In “Delitto in alto mare”, infatti, Adalgisa Calligaris è in vacanza per festeggiare le “nozze di stagno” (dieci anni) in Giappone a bordo della gigantesca nave da crociera. Oddio, per dirla tutta il nostro Poirot in gonnella era piuttosto reticente a festeggiare in grande. Lei è una dura, un po’ brusca, che preferisce sempre la semplicità ai lussi. Ma l’entusiasmo di sua madre e l’insistenza di suo marito, il goffo ma amabilissimo magistrato Gualtiero Fontanella dagli “inutili occhi azzurri”, l’hanno convinta ad affrontare tutte le incombenze e noie legate a un volo aereo transoceanico. Durante il volo da Roma a Tokyo, Adalgisa conosce Bianca, una karateka quattordicenne che fa parte di una squadra di otto giovani atleti partiti in viaggio premio che, per coincidenza, comprende anche la crociera sulla Seastar. Quel soggiorno + crociera, pacchetto decisamente costoso, avrebbe dovuto essere un periodo solo di relax, ma non appena Adalgisa comincia a farsi catturare dall’atmosfera vacanziera, suo malgrado sarà costretta a rimettersi i panni del commissario e risfoderare il fiuto investigativo, accompagnato dal suo proverbiale caratteraccio, per via della sparizione di una giovane passeggera diciassettenne. Scomparsa notata dopo una lunga sosta della nave per fare un’escursione a Maizuru, nell’isola di Hoingo. Ottavia Ferrari, karateka come Bianca, era la sua compagna di cabina. L’ultima volta è stata vista nel corridoio a tarda notte. Poi più nulla. E poiché la sua cruise card non è stata registrata in uscita, è possibile che sia ancora a bordo. Sulla nave Adalgisa si troverà a lavorare senza i fidati collaboratori di Rivorosso, muovendosi a tentoni in un ambiente esotico e a lei completamente estraneo, con il solo maldestro appoggio della vecchia stravagante amica Paris Picchio, assunta dagli armatori come promoter ufficiale delle crociere e che per sua fortuna ha accesso dappertutto, e il supporto morale del suo bravo compagno di vita, il magistrato Gualtiero Fontanella.
Insomma, da Rivorosso siamo proiettati in una antica e suggestiva meta ricca di fascino, storia millenaria e diversità. Ci godiamo lo scenario di un bel Giappone turistico da cartolina!
Alessandra Carnevali si è lanciata arditamente in descrizioni tentatrici che stuzzicano, mettendo addosso la voglia di partire e ha messo insieme un indovinato ventaglio orientaleggiante di personaggi ben caratterizzati, sia umanamente che psicologicamente, facili da inquadrare e ricordare.
Ma torniamo al romanzo. Un giallo non può mai definirsi tale senza un mistero. E soprattutto se, come in questo caso, ci viene servito su un piatto d’argento un classico giallo deduttivo, basato sugli interrogatori, le incongruenze e gli indizi che mettono in moto il cervello. Dopo il giusto numero di capitoli (tantini, ho notato) per far sprofondare il lettore nella narrazione e far salire in scena la vittima e gli attori del dramma cartaceo, la nostra protagonista viene piazzata davanti a un astruso rompicapo, una sfida che, volente o nolente, la intriga e la coinvolge, perché Adalgisa Calligaris non può fare a meno di investigare. Fa parte della sua natura. Ma se la giovane vittima chiede giustizia, intorno alla sua morte regna l’opacità delle bugie e della nebbia. Ripicche, segreti, misteri, bugie, ma lei, il commissario, saprà avvalersi del suo intuito e di occasionali ma validi assistenti che l’aiuteranno a distinguere il bene dal male. Amori incrociati, tradimento, gelosia, quando il movente è guidato dai cattivi istinti legati al possesso carnale tutto è possibile, e quindi, mentre la crociera continua a dividersi tra navigazione ed escursioni a terra, molte domande troveranno svariate risposte, costringendo la nostra brava commissario a shakerare le ipotesi, fino all’illuminazione con accusa finale al colpevole, corredata dalla riunione di tutti i sospetti convocati artamente in un salotto della nave, (vedi metodologia di Agatha Christie con Hercule Poirot).
Alessandra Carnevali è nata a Orvieto ed è laureata in Lingue. Ha partecipato, in veste di autrice, al Festival di Sanremo 2002 con il brano All’infinito eseguito da Andrea Febo. Nel 2007 è stata la prima blogger accreditata al Festival di Sanremo. Ha curato il blog Festival, sulla musica italiana e Sanremo, per il network Blogosfere. Si occupa di promozione web per eventi e artisti emergenti. La Newton Compton ha pubblicato Uno strano caso per il commissario Calligaris, libro vincitore del Premio il mio esordio nel 2016, Il giallo di Villa Ravelli e Il giallo di Palazzo Corsetti.

“Gennaio di sangue” di Alan Parks

Alan Parks
Gennaio di sangue (originale Bloody January, 2017)
Bompiani, 2019
Traduzione di Marco Drago

Glasgow, 1 gennaio 1973. Il trentenne (tra un giorno) detective Harry McCoy viene “convocato” nel carcere di Barlinnie dal detenuto Howie Nairn per una soffiata: l’indomani una certa Lorna verrà uccisa. La segnalazione è talmente generica che McCoy decide di ignorarla e si rifugia da Janey, giovane prostituta, per un festino privato a base di sesso, alcol e canne. Al risveglio, però, per scrupolo di coscienza inizia a cercare Lorna, che forse fa la cameriera in un ristorante di lusso. Troppo tardi: Lorna Skirving viene uccisa, proprio davanti agli occhi di McCoy, dal giovane Tommy Malone, che immediatamente dopo si suicida. E poco dopo anche Nairn viene rinvenuto cadavere nelle docce della prigione. A McCoy non resta che indagare, affiancato da Wattie Watson, una nuova recluta.

Nel 1973 Glasgow era molto diversa da come appare oggi:

Paddy’s Market si trovava sotto gli archi della ferrovia, giù lungo il Clyde. Era il mercato di quelli che non potevano nemmeno comprare le scarpe ai loro bambini, di quelli che a cena mangiavano pane e marmellata o un sacchetto di patatine quando gli andava bene. Glasgow ne era ancora piena, per loro non c’erano palazzoni né TV a colori prese a nolo. Era lì che si ritrovavano tutti i venerdì a vendere e comprare biscotti rotti in sacchetti di plastica, tendine di tulle strappate, qualsiasi cosa. Paddy’s Market era una specie di grande magazzino distorto: non c’era niente che non potessi trovare, e niente che volessi comprare“.

E poi ci sono le zone di lusso:

Park Circus faceva parte di una serie di grandiosi edifici edoardiani costruiti su una collina sopra Kelvingrove Park. Per Glasgow erano insoliti, sarebbero andati bene a Edimburgo. Era una zona elegante, ville a schiera per ricchi, uffici di avvocati e banchieri, un paio di hotel.

La microcriminalità e la corruzione dilagavano. La città era buia, sporca, povera, piena di gente disperata e di contraddizioni. Ecco perché lo scrittore scozzese Alan Parks ne ha fatto l’ambientazione ideale per la serie noir del detective Harry McCoy, con la quale aspira a essere “Il James Ellroy di Glasgow“.
Gennaio di sangue non è un “whodunnit”, è un “whydunnit”: non c’è una ricerca del colpevole ma una ricerca sul movente. Il caso potrebbe riguardare pratiche sessuali inconsuete, uno scenario allora inedito. McCoy è un buon detective ma è anche un disperato, un borderline in bilico tra sanità e follia. Beve, fuma, non disdegna le amfetamine, ha un dramma familiare alle spalle (in quel caso il suo capo, Murray, lo difese, stavolta chissà) e un debito di sangue con Stevie Cooper, violento boss locale.
L’atmosfera è quella degli anni Settanta. Si ascoltano Rod Stewart e David Bowie, in concerto. Si mangia indiano (dhansak di pollo, pakora ai funghi, rogan josh di agnello, riso con zafferano, chapatti) e si bevono pinte di birra, nella migliore tradizione.

 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2019

Arieccoli!…
Ogni estate è così. Un attacco quasi improvviso che si riversa nelle strade della città. Bande di giannizzeri, lanzichenecchi, samurai, opliti, barbari, ostrogoti, visigoti, unni, vichinghi. Di ogni tipo, di ogni razza umana. Con le loro armi micidiali: le bocche. Bar, ristoranti, pizzerie, gelaterie, birrerie, tavolini all’aperto sono invasi dalle bocche fameliche di eserciti italiani e stranieri. Che tutto trangugiano, tutto bevono, tutto distruggono. Inutili i pianti disperati di pizze, lasagne, briosce e gelati. Cuori di pietra e terra bruciata intorno a loro.
Ogni estate è così. Siena viene praticamente invasa da una moltitudine enorme di uomini, donne, ragazzi e ragazze. Bianchi, gialli, rossi, neri o di qualsiasi colore. Un’ondata gigantesca che sfila come un serpente impazzito tra le viuzze medievali della città.
Ogni estate è così.

La gemma del Cardinale de’ Medici di Patrizia Debicke Van Der Noot, TEA 2019.
“Firenze era parata a lutto. La città piangeva il suo granduca. Francesco I era morto il 19 ottobre nella villa di Poggio a Caiano. Due settimane prima aveva accusato lievi disturbi gastrici. Vomito, nausea”. Siamo nel 1587. All’annuncio del decesso muore anche la moglie granduchessa Bianca “in preda a brividi, dolore e vomito”. L’erede, il cardinale Ferdinando de’ Medici, scopre casualmente qualcosa che lo mette in guardia. Nel cassetto di uno scrittoio-forziere rinviene una bottiglietta che, secondo il suo medico, contiene arsenico, un veleno letale. Allora Francesco è stato assassinato e qualcuno vuol far ricadere la colpa su di lui! E forse dietro a questo c’è il fratello Pietro “invidioso, tenebroso, invelenito”. Meno male che l’altro fratello Giovanni può dargli una mano in un momento storico allo stesso tempo grandioso e difficile. Il Granducato di Toscana è uno stato florido, ricco, guidato dalla potente famiglia dei Medici, mercanti e banchieri il cui oro fa gola a molti. Il pericolo più infido proviene dalla Spagna di Filippo II che vuole liberarsi di Ferdinando altrimenti “l’eresia e le tenebre governeranno”, ora preso anche dai preparativi della Invincible Armada per conquistare il regno d’Inghilterra, mentre la Francia è in fiamme percorsa da eserciti che predano e fanno terra bruciata. L’unica difesa potrebbe essere costituita da una coalizione con i Farnese, gli Este, Venezia, l’impero e lo stesso papa. E occorrono uomini fidati che proteggano le spalle come il luogotenente Donati e Niccolò Fieschi, comandante della guardia.
Ma qualcuno della setta, voluta da Filippo II e guidata dall’Illuminato, ovvero un frate di origine francese, riesce a inserirsi, a trovare da loro un impiego: “Il prescelto aveva eseguito gli ordini, facendosi accettare come agnello nella tana del leone”. Così come Pamela, la ragazza che si è fatta mettere incinta dal più piccolo dei fratelli Juan Batista, pagata dall’ambasciatore Olivares per avere un “orecchio attento” nella casa di Don Giovanni. Ad aumentare ancor più i sospetti dei Medici si aggiungerà la premonizione di Rodolfo II d’Asburgo durante una delle sue allucinazioni “Guardatevi dai corvi… Volano a frotte, neri, incontrollabili. Hanno un capo che li guida, li sprona e un monarca che li appoggia… Vedo invidia, sangue, la religione. Non la vera, ma il fanatismo crudele. È una setta? Sì!”
La combatterà soprattutto Don Giovanni, giovane biondo, alto, sul collo una catenella d’oro dalla quale pende una “sferetta porta aromi a forma di tritone in oro e smalto, con rubini, perle e un grosso granato”. Aiutato, in seguito, anche dal generale Ottavio Colonna e dal suo piccolo eunuco Alizeth (e qui preparatevi ad una sorpresa). Difesa personale e alleanze, dunque continuamente in giro tra gli stati amici a cercare appoggio, aiuto, ora con promesse, ora con favori e ricchi regali.
Romanzo ampio e complesso. Personaggi storici realmente vissuti e inventati ben costruiti e fatti vivere con pochi tratti efficaci. Ognuno con i suoi tic, le sue manie, le malattie che li tormentano (vedi, per esempio la gotta di Filippo II o la depressione di Rodolfo II). Complotti, intrighi, l’assassinio, il potere, lo sfarzo, gli abbigliamenti, i banchetti, le cerimonie, l’amore, il sesso, angherie e umiliazioni (come la storia della bella Clelia Farnese, la “gemma” di Ferdinando de’ Medici) ma anche l’amicizia, la devozione, il sacrificio, la commozione che può nascere all’improvviso da una scena inaspettata, da qualcosa che colpisce nel profondo, una piccola luce nel buio di tanta grettezza e crudeltà. In giro tra i palazzi più potenti ma anche in bettole malfamate e avventure all’aperto dove si rischia la vita, come durante una lotta sanguinosa contro i lupi.
Capitoletti brevi alternati a quelli più lunghi in cui vengono espresse le intenzioni dei vari attori sulla scena. Lettura veloce, piacevole, che si avvale di una profonda conoscenza degli aspetti storici e sociali dell’epoca, ovvero ricerca storica e invenzione felicemente a braccetto lungo il racconto, dove grandeggia l’uomo con tutto il male e il bene che si porta appresso. Scontro finale che potrebbe preparare un altro seguito…
Di Patrizia Debicke vorrei ricordare L’oro dei Medici, Corbaccio 2009, L’uomo dagli occhi glauchi, Corbaccio 2010 e La sentinella del papa, Todaro 2013.

Le scelte imperfette di Manuela Costantini, Giallo Mondadori 2019.
“E lo vede. È proprio di fronte a lei. Un ragazzo legato per il busto con una corda che gli gira intorno al petto a uno di quei tavoli bianchi, scostato dal mucchio. Sandra lo guarda. Occhi negli occhi. Solo che quelli del ragazzo non ci sono più”. Siamo nel vecchio edificio dell’ex liceo da dove qualcuno è uscito poco prima correndo. Sandra cammina male dopo un incidente automobilistico ma deve arrivare al commissariato per dare l’allarme. Si ferma davanti allo studio dell’avvocato Filippo Dolci dal quale avrà l’aiuto desiderato.
Incomincia la storia con i suoi personaggi e gli eventi connessi. Filippo Dolci, dunque. Qualche spunto veloce. Avvocato, già detto, sposato con Lavinia, ha una figlia piccola Emma che ama teneramente. Basso, lo dice lui stesso, cappello Borsalino che non riesce ad indossare, ricordi della nonna sempre al centro dei suoi pensieri, la sua storia della pioggia, alla ricerca delle lettere di un certo nonno partigiano quando lui era bambino, apprensione per il suo grande amico Nunzio all’ospedale, la passione per il cibo e, dunque, da Osvaldo per la pizza più buona del mondo.
Gli altri: Pietro Ciccone, commissario di polizia; Saverio Tudini e Caterina Bernabè ispettori; il vicequestore Leone Nuvoli (preso da un bel libro di Dino Buzzati); Adele Scalzi medico legale; Nunzio Maiorani e Canella Ernani amici. Ognuno con la propria caratteristica peculiare di vita e di aspetto ben concretizzati.
Gli eventi principali: per ora tre omicidi in luoghi diversi; a un disgraziato sono cavati gli occhi, all’altro tagliate le mani, a un terzo le orecchie e non sarà finita… Perché prendere queste parti del corpo? Quale problema angoscioso e terribile si agita nell’animo dell’assassino? L’ospedale, tutto sembra girare attorno all’ospedale, anche perché gli uccisi vengono anestetizzati con il Diprivan… E Sandra, a un certo punto, ricorda qualcosa che le era sfuggito, qualcosa di bianco nella visione dell’uomo che correva via.
In prima persona il racconto di Filippo, in terza quello degli altri che si incrociano, si allacciano e convergono. Abbiamo il classico indiziato che scappa e viene messo in luce uno dei problemi attuali che agitano l’opinione pubblica, ovvero la legittima difesa (caso di Michele Corsini).
Un libro con domande infinite sull’uomo. Sulla sua malvagità (forse uccide perché non è felice secondo una suora), sulle sue scelte sbagliate o segnate dal Destino, sulla ricerca di un senso da dare alla vita. Le morti brutali restano quasi in secondo piano in un racconto dall’aspetto ugualmente concreto, brutale ma direi anche filosofico. Entrano nella scena vicende del presente e del passato individuale e collettivo come la guerra e la Resistenza. Importanti le scelte, ripeto, che bisogna fare “anche quando tutto sembra perduto”. Anche quando la vita ci appare “una grandissima, immensa, gigantesca fregatura”. Un personaggio questo Filippo Dolci che riesce, con la sua mitezza e bontà, a sfumare gli aspetti più neri dell’uomo. A fine lettura alziamo la testa e stringiamo le labbra. Qualcosa rimane.
Per La storia del Giallo Mondadori ecco Le copertine, quinta interessante puntata del nostro Mauro Boncompagni.

La notte non esiste di Angelo Petrella, Marsilio Farfalle 2019
Già conosciuto l’autore e il personaggio principale Denis Carbone in Fragile è la notte. Ecco cosa scrissi “Napoli, quartiere di Posillipo sotto un caldo boia. Fuma Rothmans e beve, a litri, cognac Macallan. Poi Maalox e Gastroloc a consolare lo stomaco. Fisico snello, capelli brizzolati, occhi azzurri, vita sballata tra scommesse, allibratori, ubriacature, scopate nelle ville dei ricchi da costargli la carriera e l’unica donna, Laura, che abbia mai amato. Via con la Clio, Bukowski, Moby Dick, Henry Miller e romanzi polizieschi nella piccola biblioteca. Carattere di merda. È lui, l’ispettore di polizia Denis Carbone”.
Questa volta niente caldo boia ma, alla vigilia di Natale, “un inverno inquieto” che è dire poco. Anche la Natura ci metterà di suo in una storia che incomincia con il ritrovamento del corpo di una bambina, sporco, tumefatto e seviziato. Ecco, allora, riemergere il terribile passato di Carbone: la perdita della sorella Alice, forse annegata in mare, forse rapita da qualcuno per sua colpa. Un assillo, un tormento che lo ha gettato in un baratro di vizio e disperazione. Nella sua vita, tra le altre, due donne: Teresa ex amante che gli annuncia di essere incinta, e Laura, un tempo anch’essa fidanzata, ora sposata con un altro dal quale vuole divorziare. Suo capo Lettieri, che gli fa girare le palle e il vice questore Tagliamonte deciso a incastrarlo per una vecchia vicenda non completamente chiarita in cui era stato coinvolto.
Qualche indizio come la caramella trovata nelle tasche dei pantaloni della morta, la nigeriana Salimah, a fare da esca per la vittima e il solito video che inquadra un sospetto con un particolare tatuaggio (il simbolo del Sole a cinque raggi) a dare impulso all’indagine in un ambiente davvero difficile: “Era un pezzo d’Africa trapiantato nel cuore dell’Europa, ma era l’Africa peggiore: quella della miseria, dei riti vudù e della gente prigioniera di un mare incurabile”. Tutto sembra ruotare attorno alla setta misteriosa del Culto del Sole Nero frequentata da uomini potenti. E arriva l’uccisione di un altro bambino mentre viene arrestato, addirittura, il suo capo Lettieri…
Verità e menzogna, apparenza e realtà si intrecciano e mescolano fra loro generando momenti di estremo dubbio e incertezza: chi è davvero questo?, chi è davvero quello? (non c’è da fidarsi di nessuno). In una Napoli disfatta dal gelo, dal vento, dalla pioggia e dagli uomini stessi dentro un groviglio vorticoso di eventi che si susseguono a ritmo serrato con continui colpi di scena (anche troppi) per un finale che ci prospetta una nuova avventura. Al centro il solito generoso Denis Carbone tra incazzature, ricordi penosi e incubi votato alla ricerca della verità dentro un’atmosfera esoterica che sembra vada di moda. Violenza contro violenza attenuata, in parte, dallo spicchio di luce d’amore di Laura e Teresa.

L’uomo che amava le nuvole di Paul Halter, Mondadori 2019.
Anno 1936. Pickering nel Somerset in Inghilterra. Un giornalista bizzarro, Mark Reeder, che ama le nuvole; una ragazza eterea, Stella, che svanisce nel nulla e predice il futuro; un vecchio maniero custode di storie e sciagure inquietanti. Il puzzle è già costruito per coinvolgere il criminologo Alan Twist e l’ispettore Archibald Hurst di Scotland Yard. E per attirare l’attenzione dei lettori. Soprattutto la mia.
O vediamolo più da vicino. Il giornalista Mark Reeder, dicevo, decide di andare in vacanza. Entra nella sua auto, segue le nuvole e arriva al villaggio costiero di Pickering nel Somerset. Qui incontra Stella, una bella ragazza di 20 anni figlia di John Deverell che si è suicidato due anni prima a causa del fallimento dei suoi affari. Si era buttato da una alta scogliera così come la giovane moglie Dorothy. I due vivevano in un maniero in cima ad una collina dove il vento soffia sempre, che fu venduto quando John morì e Stella iniziò a vivere con la sua madrina maestra Miss Patience Walsh.
L’incontro e la frequentazione (ci scappa pure un bacio) lo porta a scoprire altre soprannaturali “caratteristiche” della ragazza, ovvero la sua capacità di trasformare in oro strofinando certe pietre e la premonizione delle morti proprio il giorno esatto.
Gli altri personaggi della incredibile vicenda sono Charles Trent, frequentatore della locanda locale, Joseph Wilder pescatore, Kenneth Fish e sua moglie Amanda entrambi insegnanti, Thomas James vicario e l’attuale proprietario del maniero Gerald Usher che lì vive con il maggiordomo Jasper. Tutti a conoscenza di almeno una delle “doti” di Stella.
Ottima è la loro caratterizzazione partendo dai due principali diversi nel fisico e negli atteggiamenti. Hurst robusto, dal respiro pesante, il viso arrossato e una ciocca di capelli che ondeggia nei momenti burrascosi. Si agita, sbraita, inveisce, aspira continue boccate dal suo sigaro. Twist alto e magro, con magnifici baffi rossi, volto pacifico e sorridente, occhi azzurri di “un brillio malizioso” dietro un pince-nez con cordoncino di seta nera. Una specie di calma serafica che non disdegna i pasticcini a delineare un perfetto, ironico, contrasto. E poi, come detto, il vento che soffia minaccioso e le premonizioni delle morti che puntualmente avvengono. Eventi soprannaturali? Chi c’è dietro a tutto questo? La stessa Stella o chi per lei? Plot complesso, intrigante, brividoso, apparenza e realtà che si mischiano, chi è quello?, chi si nasconde dietro l’altro? Inutili tutti i tentativi organizzati da Hurst per scoprire le sparizioni improvvise di Stella (una fata? una silfide, secondo i dubbi di Mark?) e acciuffare l’eventuale assassino dopo la predizione funerea della stessa.
Dunque lungo tutto il racconto circola il mistero, l’arcano, l’impossibile, la morte ma anche l’amore. Spiegazione finale di Twist come nel più classico dei classici. E se non convince del tutto, data la complessità proposta, pazienza. La mano dello scrittore di vaglia c’è e si vede.
Per La storia del Giallo Mondadori ecco in arrivo L’era Tedeschi di Mauro Boncompagni. Non perdetela.

I Maigret di Marco Bettalli

Il caso Saint-Fiacre del 1932
Celebre, e anche giustamente, anche se è il libro in cui Maigret si dà meno da fare e meno dimostra la sua straordinaria sensibilità e intelligenza, limitandosi a fungere da spettatore privilegiato di un dramma cupo, che si svolge nel giorno dei Morti nel paesino dove è nato e ha passato l’infanzia. Il tema del ricordo è fondamentale in ogni pagina: la tomba del padre (si chiamava Évariste, intendente al castello dei conti di Saint-Fiacre), la bimba dagli occhi storti compagna di giochi e ora triste zitella, la grande chiesa dove il commissario aveva servito da chierichetto in tante gelide mattine… Sul piano del giallo, la fama è dovuta al fatto che l’assassinio (formalmente non perseguibile; e una domanda rimane, senza che Simenon si curi di dare spiegazioni: per quale motivo avvertire la polizia giorni prima?) è compiuto facendo morire la contessa di crepacuore con l’inserimento nel messale di un messaggio per lei terribile, che annuncia il falso suicidio del figlio; poi la trama va avanti in modo inerziale, con la figura del conte Maurice che cresce sempre di più, fino a prendere tutta la scena da mattatore: un triste trionfo, ma con la soddisfazione almeno di aver ripulito il castello delle meschine figure di imbroglioni e farabutti che vi si erano stabiliti, anche e soprattutto per colpa sua.

La casa dei fiamminghi del 1932
Ambientato a Givet, alla frontiera franco-belga, bagnata dalla Mosa con le sue chiatte e i suoi battellieri, e con l’usuale contorno di freddo, pioggia e nubifragi vari (Simenon ama Maigret quando il suo cappottone è intriso di pioggia e il suo eroe sta per prendersi un malanno, combattuto con un’incredibile quantità di grog e liquori assortiti), mentre le notazioni sulle differenze tra francesi e belgi si agganciano in tutta evidenza alla condizione stessa di Simenon, La casa dei fiamminghi è un Maigret strano, che pone innanzi tutto un quesito morale: è vero che il commissario, qui e altrove, mostra di avere una sua idea di giustizia che può contrastare con le procedure ufficiali, ma è corretto “salvare” l’assassina, una lontanissima parente (che tra l’altro l’aveva tirato in ballo senza alcun incarico ufficiale) che ha ammazzato con premeditazione – a martellate! – una povera ragazza per “motivi familiari” legati alla salvaguardia di un fragile e troppo amato fratello? Comunque, il dipanarsi della storia permette a Simenon di dispiegare la sua capacità di disegnare personaggi, tra i quali il ritratto di Anna, l’assassina, è ben riuscito.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il pianto dell’alba di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2019.
Ci sono voluti undici episodi della fortunata serie, ambientata negli anni Trenta del Novecento, per regalare a Ricciardi la speranza di un futuro. Poi finalmente la certezza di un sentimento ricambiato, un sereno matrimonio senza sfarzo, la sua volontà di tornare a Fortino, il castello avito, per il viaggio di nozze anche per presentare a quanto resta della famiglia sua moglie, la baronessa di Malomonte e proprio là concepire con reciproco amore ed estrema tenerezza una nuova vita. Il Ricciardi che esce una mattina dal portone di casa, per andare a coprire il turno domenicale in questura, non è più il commissario ombroso e solitario che abbiamo conosciuto. Ha imparato a sorridere, a gioire dei gesti affettuosi di Enrica, a ricambiarli. E infatti è un uomo e un poliziotto diverso il protagonista di Il pianto dell’alba. Sembra un’altra persona. E forse lo è. Perché la responsabilità è qualcosa che fa cambiare, nei sentimenti ma anche nelle reazioni di fronte alla realtà politica di quel periodo, che copre tre anni di vita del commissario fino al fatidico 1934. Nel 1934 in Germania ci fu quella che è passata alla storia come La notte dei lunghi coltelli, un notte di massacri organizzata per volere del Führer con il dichiarato intento di eliminare ogni ostacolo alla propria ascesa al potere. Nella notte tra il 30 giugno e il primo luglio del 1934, infatti, furono eliminati i capi delle SA (Squadre d’Assalto) e gli avversari di Hitler all’interno del partito…
De Giovanni trasforma quel sanguinoso episodio della notte tra il 30 giugno e il 1 luglio. con la definitiva presa del potere in Germania del partito nazionalsocialista, nella causa incidentale e nel minaccioso sfondo della sua storia, riportando in scena Manfred, l’ufficiale nazista che aveva chiesto la mano di Enrica e Livia, la bella cantante vedova.
Ma ritorniamo al nostro vecchio amico e siamo contenti per lui. Enrica è la incontrastata regina del suo cuore e della casa. E infatti ogni volta che esce di casa e si allontana da lei, quasi in una muta confessione di amore, non fa che alzare lo sguardo per cercare il suo che lo segue dalla finestra. Sguardi, i loro, colmi di condivisa complicità. Perché Ricciardi, il trentaquattrenne da sempre provato da un grave fardello psicologico e che forse per la prima volta della vita sperimenta la dolce spensieratezza di un adolescente, oggi è un uomo felice. Dai giorni del Purgatorio dell’Angelo, la precedente indagine, Ricciardi ha aperto il suo cuore a Enrica e le ha affidato il suo pesante segreto (dono o condanna che sia): la sua angosciante capacità di saper cogliere gli ultimi istanti di chi sta per morire per cause innaturali. Lei lo ha ripagato offrendo appoggio, acquietandolo con comprensione e infinito amore. Contraccambiata. Tanto che Nelide, nume tutelare tuttofare del commissario, granitica nipote della vecchia tata morta, le spiega senza peli sulla lingua «Sì, vabbè, il barone, se mai ho visto uno che, parlando con rispetto, si è completamente scimunito per amore, è lui». Oltre al matrimonio, l’abbiamo preannunciato, Ricciardi sta per diventare padre. Una gioia infinita appena velata dal segreto timore che il nascituro possa ereditare il dolore insito nei suoi occhi verdi, invece della serenità e gioia di vivere che brilla in quelli di Enrica. Il sesso poi? Maschio o femmina, cosa che si scoprirà solo alla fine, è oggetto di discussioni e contrastanti interpretazioni tra Maria, madre di Enrica, e Nelide. Però, anche se il romanzo parte con un Ricciardi che esce disinvolto e appagato dal portone di casa avviandosi verso il lavoro, c’è il sottotitolo dell’indagine: «Ultima ombra per il commissario», che porta in sé la premonizione di un mutamento. Il pianto dell’alba narra infatti, come ha anticipato Maurizio de Giovanni, una storia molto articolata. Leggeremo che quella domenica mattina Ricciardi non arriverà mai in questura perché incontrerà il brigadiere Maione, che sta scortando la cameriera di Livia in lacrime e gli chiede di seguirlo. Ricordate Livia, l’amica cantante da sempre infatuata di Ricciardi, che da mesi esce con un tedesco, il maggiore Von Brauchitsch, che corteggiava Enrica? Tra loro è scoccato qualcosa, la sera prima erano a una gran festa, ma la cameriera di Livia, rientrando prima del previsto, li ha scoperti nel letto: lui morto, lei priva di sensi ma con in mano la pistola con la quale Brauchitsch è stato ucciso. L’immediato accertamento di Ricciardi e Maione, supportati dal dottor Modo, viene interrotto dall’arrivo della polizia politica fascista che li allontana e si accolla il caso. Ma se Ricciardi, Maione e Modo sentono di dovere a Livia almeno un’indagine senza preconcetti, sanno di avere a che fare con gente pericolosa, senza scrupoli e soprattutto servi del potere. E allora bisogna muoversi con grande discrezione, senza dare scandalo. Come? Tornano in scena i personaggi noti, il femminiello Bambinella trascinato dall’acume del brigadiere Maione, il fruttivendolo Tanino o’ Sarracino coinvolto nell’affare dall’intelligente logica contadina di Nelide, l’infinità generosità del dottor Modo a cui tutti devono qualcosa, l’impagabile contessa Bianca Palmieri, la vera grande amica sempre pronta a intervenire per Ricciardi. Come se in questo clima da fine di un ciclo, ciascuno di loro volesse offrire il meglio per contribuire alla soluzione del caso. Una trama complessa che naviga a vista nell’aspro clima di paura di quei tempi. E la paura allora attanaglia Ricciardi…
Una trama con un’indagine da brivido che vede implicati tanti burattinai, che va a intrecciarsi ad altre storie su diversi piani personali e professionali gestiti da agenti fedeli in contrasto, con sporche azioni biecamente premeditate da ambigue spie e personaggi equivoci. Come venirne a capo? Maurizio de Giovanni aveva fermamente dichiarato di voler chiudere la serie Ricciardi con questo dodicesimo episodio. Tuttavia solo l’idea ha messo in subbuglio i fan della serie. Ma poi sarà davvero la fine di Ricciardi? O piuttosto un lungo congedo? Sicuramente questo preciso ciclo narrativo di Ricciardi legato agli anni Trenta è finito. Ma in futuro? Chissa…

Il mistero del cadavere sul treno di Franco Matteucci, Newton Compton 2019.
Per i tipi della Newton risale in scena Lupo Bianco, al secolo l’ispettore Marzio Santoni, e noi torniamo in Val di Luce, straordinaria e fiabesca località montana (a me ricorda tanto l’Abetone e l’autore, nelle note finali, ammette tranquillamente qualche artistica correità). È comunque una spettacolare ambientazione per un ideale paese montano che Matteucci riempie di personaggi originali e decisamente intriganti. Cominciamo subito con Marzio Santoni, il gigantesco poliziotto dai lunghi capelli biondi, dotato di un odorato finissimo, che possiede una vespa rigorosamente bianca e vive nella sua baita immersa nell’incontaminato splendore della natura, priva di tecnologie moderne e comodità. E ci vive spesso con la piacevole compagnia di qualche bella ragazza di turno e sempre con quella di un piccolo zoo che comprende un riccio, un topo, Romeo una specie di efficientissimo cane poliziotto, un gattino (new entry), un pipistrello e una colonia di formiche. Passiamo ora alla sua squadra di collaboratori, cominciando dal suo vice e numero due Kristal Beretta, impavido pilota della Suzuki Samurai, nessuna condizione atmosferica potrà mai arrestarlo e che carbura divorando la vasta gamma dei cioccolatini Ferrero, per proseguire con l’anziano ma efficientissimo dottor Franzelli con l’hobby della pittura e l’irrinunciabile supporto del maresciallo Pieretti a capo del team della scientifica. Ci sarebbero anche le vedette clandestine, le “mirtillaie”, curiose vecchiette che tutto vedono e di tutti sanno, ma quelle tengono sempre la bocca chiusa. Al massimo diffondono voci. Figure caratteristiche, gente di montagna, dura, chiusa, grezza, non cattiva ma omertosa. Però per fortuna ogni tanto a dare una mano arriva il messaggio, profumato di Chanel n°5, firmato dalla misteriosa Coccoina. Dopo novene e preghiere in chiesa, in fervida attesa della gara maschile di Coppa del mondo, finalmente la neve fiocca abbondante (anche troppo) su Valdiluce e su alcuni segreti che intrigano Lupo Bianco e il suo vice. Coccoina ha scritto instillando sospetti sulla morte della giovanissima sensitiva Franca Berti, un cuore puro in grado, si diceva, di parlare con gli alberi. Ma la sua morte è stata davvero provocata dalla sua pur gravissima e letale malattia?…
I morti ammazzati si accumulano e Santoni e il suo vice, per riuscire a scoprire gli assassini, dovranno districarsi in una fitta ragnatela di illeciti, atti criminali e spaventosi omicidi, supportati anche dall’utilizzo di modernissime e fantascientifiche tecnologie. Ma ogni indizio che trovano, mostrando solo parte della verità, pare volersi intrecciare malignamente in un macabro gioco mortale. E mentre non aiuta certo la testarda omertà delle vedette, per fortuna la famosa Miss Coccoina, ha deciso di svelare la propria identità, intervenire e con la sua testimonianza indirizzare la svolta finale delle indagini. Imperdibili le atmosfere montane e il fine humour descrittivo nella presentazione dei vari personaggi, sia animali che esseri umani. E complimenti per l’ingresso di Valdiluce nel Guinnes dei primati per produzione della più grande quantità di vin brulé al mondo. Ben 2106 litri! Urrah! Franco Matteucci, alla prossima!

Le letture di Jonathan

Oggi vi presento Lo strano caso del ladro di notizie di Geronimo Stilton, PIEMME 2015.
Come tutte le volte Geronimo se ne sta tranquillo nel suo ufficio. Però questa volta, oltre ad essere molto tranquillo, è anche veramente soddisfatto perché è uscito il suo nuovo libro, un vero e proprio topseller. Ad un tratto entra in ufficio la sua segretaria Topella per comunicargli una cosa piuttosto importante. Il loro giornale, l’Eco del roditore, ha venduto solo dieci copie mentre la Gazzetta del ratto ne ha vendute molte di più per una notizia sensazionale in prima pagina. Geronimo, assai depresso, decide di andare a cena in un ristorante con la sua famiglia per tranquillizzarsi. Lì incontra Sorcello Panzana, un direttore de “La Gazzetta del Ratto”, che riceve una telefonata alle dieci in punto. È stato chiamato da qualcuno che gli ha comunicato una notizia sensazionale da mettere in prima pagina per il giorno dopo: un furto ad una fabbrica di formaggio. Il giorno seguente Benjamin, il nipotino di Geronimo, legge il giornale e capisce che qualcosa non torna… sono stati imbrogliati. Infatti la notizia è falsa!
Ma questa non è l’unica notizia falsa, ce ne saranno molte altre escogitate da Sorcello per vendere più copie, come il furto del pezzo di formaggio della Statua della Libertà di Topazia, che invece era stato messo in una botola sotterranea da Sorcello stesso e dai suoi collaboratori…
Geronimo riuscirà a far conoscere l’inganno di Sorcello a tutti e a vendere più copie?… Ogni tanto, cari lettori, anche voi, come lui, troverete sparsi degli indizi che vi aiuteranno a capire la truffa. In bocca al lupo!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Quasi innocente

Paolo Pinna Perpaglia
Quasi innocente
Newton Compton, 2019

Torna in libreria Paolo Pinna Perpaglia con un secondo legal thriller che potremmo definire in salsa sarda. Caratteristiche: falsi connotati da giallo classico leggero, e invece intelligente novità delle scelte di indagine mischiate a un narrare preciso, netto ma con il forte e l’amaro in bocca, che pare sia una della principali caratteristiche della sua terra, fatta di gente di scorza dura, tutta di un pezzo con uno stravagante e omertoso senso dell’onore non riconducibile alle leggi scritte. Una peculiare qualità dei Sardi e della Sardegna, che salta all’occhio con prepotenza attraverso anni e anni di tradizione e che arricchisce il romanzo di tangibile umanità.
L’autore si serve della realtà dei fatti e, spiegandoci alcune motivazioni psicologiche dei suoi personaggi, riesce a farci provare una speciale empatia che travalica persino la giustizia dei tribunali, a farci accettare quanto sia “giusto” quello che si “deve” fare di fronte a un torto troppo grande.
Borore, piccolo paese della Sardegna al margine di tutto, è stato sconvolto da due spietati e brutali omicidi. Un killer invisibile, silenzioso e ferale, è penetrato abilmente nelle due case, ha drogato e immobilizzato le vittime poi, dopo aver catturato le mogli, ha coperto loro la testa con un cappuccio nero, legandole e facendo in modo che, riuscendo a sciogliere le corde per liberarsi, facessero scattare il grilletto di un fucile che ha sparato contro il volto dei rispettivi mariti, uccidendoli. Giuseppe Nonnis e Mariano Spada sono morti così, sotto lo sguardo sconvolto delle loro donne. Il duplice efferato omicidio fa balzare Borore al centro del mondo guadagnandogli le prime pagine dei giornali locali e no. Per questo motivo Antonella Demelas, brava e famosa avvocato penalista, coinvolta nella faccenda dal suggerimento di una sua vecchia conoscenza (anche nostra, sì ma non ve lo dico, dovrete leggere) ha affrontato il viaggio da Cagliari, la città in cui vive e lavora abitualmente, per raggiungere la regione del Marghine, nell’entroterra isolano. La famiglia Cherchi vuole affidarle il non facile incarico di assumere la difesa del figlio d Roberto, tra i maggiori sospettati dei due omicidi. O meglio, l’unico vero sospettato per i due omicidi. Ciò nondimeno la sua unica colpa – secondo i genitori – sarebbe quella di essere un ragazzo “strano”, diverso dagli altri della sua età: di poche parole, gran lavoratore, solitario. L’avvocato Solinas, decisamente incuriosita, si accollerà il doppio compito di difensore togato e di investigatrice per portare avanti un’indagine che si rivelerà piena di trabocchetti perché, in un paesino, le ruggini e le maldicenze non fanno che depistare le ricerche. E dovrà mettere in campo il suo istinto, la capacità di immedesimarsi nel caso e nella mentalità delle persone, perseverando con testardaggine per riuscire a sbrogliare la matassa. Come se non bastasse, non sarà aiutata dal suo strano cliente, inafferrabile, evanescente peggio di un fantasma: un diciottenne con una sua etica particolare, un colpevole che potrebbe essere innocente o magari un innocente che invece è quasi colpevole.
Racchiuso nelle pagine del romanzo c’è un giallo nel giallo, travestito da diario infantile, nascosto, o meglio scavato dentro la copertina cartonata di una raccolta di Reader’s Digest. Un diario che, pagina dopo pagina, fa tornare alla luce un mistero del passato regalando al lettore due storie in una, e tutte e due con lo stesso identico sapore dolce amaro.
Alla fine, anche e soprattutto per la tenacia della brava penalista, tutte le domande troveranno risposta, e le colpe verranno imparzialmente assegnate, in un piccolo universo aspro ma vero, fatto di mare, di terra e vento, dove nessuno è innocente, ma esistono solo diversi gradi di colpevolezza.
In Quasi innocente Paolo Pinna Parpaglia ha ricostruito con affetto filiale tutti i gesti, la mentalità e i “sapori”, in senso lato, della Sardegna. Della Sardegna, e della sua gente, ha dipinto un ritratto parlante che riproduce i personaggi del suo libro: fieri, aspri, forti, silenziosi, legati alle radici, alle consuetudini e chiusi verso quei forestieri che di loro non sanno nulla e forse nulla potranno capire.
Paolo Pinna Perpaglia è nato nel 1974. Laureato in Giurisprudenza, svolge la professione forense dal 2005. Vive a Cagliari. Con Newton Compton ha già pubblicato Quasi colpevole.

La donna di picche (Le gialle di Valerio 204)

Remo Bassini
La donna di picche
Fanucci, 2019
Noir

Torino e Vercelli. Da maggio a ottobre. L’alto commissario Pietro Dallavita, occhi castano scuro e voce bassa roca, sguardo dolce e acuto, gran fiuto investigativo, è turbato. Si sente vecchio e malandato, è sfinito nonostante abbia solo 59 anni e solo tre amori alle spalle, coi quali crede di aver fatto del male, di non essere stato all’altezza e di aver stritolato il figlio 28enne Giacomo. Ha avuto tre strapazzate donne di cuori: la moglie Carmen di cui è stato a lungo fedele e buon marito, una seconda Carmen amata follemente dieci anni prima (giovane moglie di un collega), poi la recente storia con la comprensiva criminologa Maria Grazia, ancora una volta finita dolorosamente. Una donna di picche è quella che non arriverà mai. A pochi mesi dalla pensione, con tante ferie arretrate, frastornato e spento, accetta da un potente subdolo funzionario romano e dal questore un incarico lontano da Torino, pur sempre in regione, con treno o con l’auto Vercelli non è troppo distante. Resta un insistente pestino e ci si mette di buzzo buono. C’è lì un delitto irrisolto da più di un anno, probabilmente una cruenta esecuzione. Qualcuno ha sparato tre colpi col silenziatore in pieno volto all’avvocato vedova 52enne Eleonora Paganica Malerba in chiesa all’alba. Dallavita capisce subito di essere un poco manovrato; si fa aiutare, oltre che dal fido Tavoletti, per una reciproca attrazione da Micaela, gentile affidabile segretaria del questore, separata con tre figli grandi; riprende comunque in mano tutta la copiosa documentazione sulle indagini inutilmente svolte e sulle tre piste prese in considerazione: quella passionale, quella di una vendetta per una causa persa o per malversazioni della ricca potente famiglia d’origine. Però era stata praticamente ripudiata quando aveva deciso di mettersi col professore conosciuto nell’ultimo anno di liceo (e quindici anni più vecchio), poi uccisosi lasciando la figlia adolescente, Lucilla, una magnifica ragazza che aveva lavorato in Questura a Torino dove aveva conosciuto anche Pietro e verificato (anche in quel caso) una reciproca attrazione. Lui è soprattutto un poliziotto e capirà cosa è davvero successo.

Il bravo giornalista e scrittore (già operaio e portiere di notte) Remo Bassini (Cortona, 1956) fin da piccolo si è trasferito a Vercelli, pubblicando via via vari romanzi, un’esperienza letteraria sempre più orientata al genere noir meditabondo ed esistenziale. Esce ora il secondo della serie Dallavita, ancora all’interno dell’appropriata collana dell’esperto Fanucci. Si tratta di un giallo narrato (a differenza del primo) attraverso due differenti prime persone femminili, di più Micaela e abbastanza anche Lucilla, le personalità che si autocandidano a diventare la donna di picche (da cui il titolo e la copertina). La scrittura è morbida, sensibile, accurata; la trama quasi un pretesto per narrare la città intensa e le complicate relazioni dei personaggi, nelle loro ferite e nelle loro durezze. Quasi tutti dicono solo dei pezzi verità (quando va bene), il che equivale spesso a una bugia (cui si aggiungono le omissioni). Molto ruota intorno al tempio abbandonato di Soletta e ai suoi sotterranei, per i protagonisti in coppia una sorta di pellegrinaggio a pochi chilometri da Vercelli (a Costanzana), il borgo delle leggende maledette. Segnalo poi Augusto Franzoj, il poco conosciuto amico di Salgari, che intriga Dallavita durante le tante settimane in cui l’indagine non procede. Qui il buon colto maschio tradito si suicida, forse anche perché cardiopatico e diabetico, vita dura! Ovvio che birra e vini scorrano a fiumi, pure un po’ di prosecco purtroppo, oltre ai magnifici piemontesi rossi, bianchi e rosé. Micaela amava il Banco del Mutuo Soccorso, anche se la colonna sonora è tutta di Pietro, i soliti Conte e Tenco, soprattutto Susanna (Antonella) Parigi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il destino di Roma (Le varie di Valerio 100)

Kyle Harper
Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero
Einaudi Torino, 2019 (orig. 2017)
Traduzione di Luigi Giacone
Storia

Roma e dintorni. 24 agosto del 410. Per la prima volta in oltre 800 anni (dopo la mitica monarchia, comprendendo repubblica e impero) la Città Eterna fu saccheggiata dai goti, in quello che fu il momento più drammatico nella lunga successione di accadimenti noti come “la caduta dell’impero romano”. Come poté accadere può essere valutato sotto vari punti di vista con l’ausilio di molte scienze, non solo sociali, non solo storiche. Certo, i romani fecero alcune scelte (sbagliate dal loro punto di vista, postumo) che condussero alla catastrofe. Probabilmente c’erano da tempo vari problemi strutturali (militari e fiscali soprattutto) nel meccanismo imperiale. Forse sia l’avvento che la caduta sono cicli alla lunga inevitabili per ogni civiltà dominante. E, però, occorre considerare di più e meglio il secolare contesto ecologico delle vicende dell’attuale capitale italiana e degli immensi territori interconnessi e urbanizzati, mediterranei e atlantici, conquistati intorno alla città, ai margini dei tropici, in Eurasia e in Africa; dare il giusto peso alle pandemie antonina, di Cipriano, bubbonica (sotto Giustiniano). Il destino di Roma (da cui il titolo dell’accurato studio) fu portato a compimento da imperatori e barbari, senatori e generali, soldati e schiavi, ma venne parimenti deciso da batteri e virus, eruzioni vulcaniche e cicli solari. Solo negli ultimi anni siamo venuti in possesso degli strumenti scientifici che consentono almeno di intravedere, spesso fugacemente, il grande dramma del cambiamento ambientale di cui i romani furono attori inconsapevoli, talora dando vita e vigore al dissesto ulteriore e alla latente pericolosa evoluzione patogena (le malattie infettive emergenti). Il modo di produzione agricolo che creò la base energetica delle società premoderne non è un fondale statico, l’antropizzazione interagì (come anche prima e dopo) in forme più o meno prevedibili, vendicative, capricciose.

Il giovane storico americano Kyle Harper (Edmond, Oklahoma, 1979) esamina circa quattro secoli di storia romana distinguendo l’impero per zone ecologiche del volubile pianeta, valutando innanzitutto i differenti impatti dei periodi climatici: dall’optimum climatico (200 a.C. – 150 d.C) alla fase di transizione fino al 450 d.C. e all’inizio della piccola glaciazione della Tarda Antichità. Ogni volta che emergono gli eventi noti che portarono i romani a cooptare intelligentemente i ceti elitari di tre continenti, con poche centinaia di propri funzionari di alto rango, decine e decine di migliaia di schiavi, battaglie e imperatori, attacchi e difese, frontiere e norme, in parallelo (con le opportune sincronie e diacronie) ragiona sullo stato della salute umana e del contesto ecologico, su malattie e pestilenze, mortalità e resilienza, energia solare e alimentare, assimilazione biologica e competizione sociale rispetto agli altri gruppi umani, recependo contributi interdisciplinari di microbiologia, geologia, climatologia, riflettendo sul ruolo della politica e delle ideologie nel modellare resilienza o meno, e comparando spesso il quadro mediterraneo con aree del resto del pianeta. Bravo! Le società umane sono profondamente radicate nei loro ambienti naturali, sono vulnerabili ai loro cambiamenti, che influiscono su ogni aspetto delle biografie individuali e collettive. L’impero romano non era sulla strada di un’inevitabile apocalisse, negli ultimi tempi era stato capace di determinare un patriottismo militare che andava oltre l’antica aristocrazia senatoria di origine laziale e mediterranea. Eppure crollò e l’autore ci aiuta a capire meglio i perché e il come. La rete globale di migrazioni e scambi aveva messo in circolazione anche le malattie, non solo idee e merci. Vi erano vari agglomerati urbani sovrappopolati e malsani, innanzitutto la megalopoli romana con oltre un milione di abitanti (e almeno 45 tonnellate di escrementi). Hanno avuto già meritato successo studi comparati sui collassi di civiltà antiche e moderne, qui si affronta con acume e precisione, con ricchissimi materiali (cartine e indici) un caso davvero paradigmatico.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’ovale storto (Le brevi di Valerio 301)

Matthias Canapini
L’ovale storto. Ritratto poetico del rugby inclusivo
Aras Fano, 2019

Campi da rugby. 2016-2018. Il rugby si gioca con una palla ovale, la leggenda dice che lo inventarono gli inglesi nel 1823. In genere competono due squadre con 15 elementi, muovendola di mano e di piede, con regole specifiche su cosa si può fare e dove si può stare rispetto a compagni e avversari nelle varie fasi distribuite in due tempi di 40 minuti ciascuno. Attraverso il bel diario L’ovale storto il viaggiatore lento Matthias Canapini (Fano, 1992) ha realizzato l’interessante progetto culturale “Rugby e rivoluzione. Il giro dell’Italia ovale in 80 treni”: con taccuino, macchina fotografica e memoria di giocatore agricoltore racconta, disabilità, malattie mentali, carceri, immigrazione, periferie e un pizzico di politica tramite i luoghi dove concittadini praticano rugby, mai soli, mostrando le capacità propedeutiche e inclusive della palla ovale. La narrazione è piena di storie belle e dati significativi, non manualistica (casomai a fondo pagina qualche breve nota informativa).

(Recensione di Valerio Calzolaio)