Ambiente (Le brevi di Valerio 264)

Ugo Leone
Ambiente
Doppiavoce, 2019
Ecologia

Da quando il pianeta Terra è abitato anche dalla biodiversità umana. Il professor Ugo Leone (Napoli, 1940) inaugura una nuova collana di un ottimo editore campano. “la parola alle parole”. Ovviamente s’inizia dalla A e da Ambiente. Non è sinonimo di natura, né di ecologia. Ha origine dal participio presente del verbo latino “ambire”, che significare stare intorno, circondare. Nasce con noi, con l’umanità, indica ciò che ci siamo trovati intorno e abbiamo poi modificato, ampliato, umanizzato. Il sinonimo che preferisco è “contesto”, per rendere l’idea anche degli infiniti espansivi usi ai quali la parola viene di continuo sottoposta, pure metaforici. Ugo Leone ne dà ora efficace sintetico conto in Ambiente: la storia ambientale del nostro mondo (con bibliografia meditata), l’ambiente di vita e di lavoro, l’ambiente urbano e quello naturale, la scienza dell’ecologia. Per ora i volumi sono acquistabili sul sito www.doppiavoce.it, presto saranno in libreria.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Lettera a un razzista del terzo millennio (Le varie di Valerio 88)

Luigi Ciotti
Lettera a un razzista del terzo millennio
Gruppo Abele, 2019
Migrazioni

A noi, italiani. Ora, in questo secolo. È appena arrivata una lettera. Redatta da un uomo che in genere scrive poco e agisce molto, preferisce i fatti con il loro linguaggio, silenzioso ma vero. Rivolta non solo a me, chi altri avrà voglia di leggerla scoprirà che ci interessa tutti, come compatrioti. Un sacerdote famoso, don Luigi Ciotti, ha deciso di scriverci di fronte all’ingiustizia che monta intorno a noi. Di ogni cosa che non va si dà la colpa ai migranti, non è d’accordo. Le migrazioni non vanno sottovalutate ma governate in un modo intelligente ed è necessario parlarne senza rimozioni. Così ci ha provato. E ci è riuscito. Prende in esame tutte le paure, ne condivide l’origine, ci si confronta, allarga lo sguardo su altre emozioni e su altri fatti. Inizia dalle ingiustizie, non le nega certo, anzi conferma subito che non viviamo in un bel mondo, troppe povertà disoccupazione disuguaglianze. Prendersela con chi non c’entra nulla non fa che aggravare il problema. L’inversione di tendenza, quando cioè i figli hanno iniziato a stare peggio dei padri, è cominciata già alla fine degli Ottanta, e dunque ben prima che nel nostro Paese si affacciassero ampie immigrazioni. Eppure, il razzismo dirotta la rabbia sociale contro il capro espiatorio dei migranti, incombe come pulsione ostile e aggressiva nei confronti di chi è percepito diverso: per il colore della pelle o per abitudini di vita, lingua, religione. Si susseguono insulti e gesti quotidiani di intolleranza, di emarginazione, di odio; il linguaggio di alcuni media getta benzina sul fuoco e alimenta pregiudizi; alcune leggi contribuiscono a dare diritto di cittadinanza al razzismo con un inasprimento repressivo che non c’entra niente con la sicurezza. Il testo è molto descrittivo e minuzioso nelle citazioni e negli esempi, soprattutto per sfatare i luoghi comuni dell’invasione in corso, del “prima gli italiani”, dei muri, dell’“aiutiamoli a casa loro” o dell’“uomo solo al comando”.

Pio Luigi Ciotti (1945) ha deciso di trovare parole semplici e giuste per contrastare l’onda xenofoba e razzista. Non si sente, comodamente e presuntuosamente, dalla parte giusta. La parte giusta non è un luogo dove stare; è, piuttosto, un orizzonte da raggiungere. Insieme. Non mostrando i muscoli e accanendosi contro la fragilità degli altri. Ascoltando, ribattendo, approfondendo, agendo. Sicurezza è vivere in libertà insieme agli altri, non a scapito di altri; è costruire una società responsabile, fondata su diritti e doveri, dove ogni persona sia riconosciuta nella sua inviolabile dignità. Così ci ha scritto una lettera aperta, chiara, ferma, costruttiva, colma di rispetto e pietà per ciascuno di noi, senza pulpiti, con tanti palpiti. Coglie l’occasione per offrire spunti autobiografici sulla propria vocazione e fede, sul Gruppo Abele, sul comune percorso di impegno. La sua e la loro parrocchia è la strada. Segnala di essere anche lui un migrante, trasferitosi dalla provincia di Belluno a Torino per il lavoro operaio del padre. Ricorda con precisione l’ex medico divenuto clochard, il cruciale incontro che a 17 anni cambiò la sua esistenza. Spiega i primi passi del Gruppo fra drogati, prostitute, immigrati, carcerati, disadattati, emarginati. Richiama spesso le parole di Papa Francesco e i passi dell’Enciclica, cita altri donne e uomini che hanno detto o scritto frasi significative. Conclude con la speranza e la voce dei bambini. Un libro magnifico che si legge in 30 minuti, che si può portare in tasca, che ci fa con-vivere meglio, che può aiutarci a non subire come inevitabile ineluttabile l’onda imperante contro la libertà di migrare e contro il valore di ogni persona.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Venezia 1902, i delitti della fenice

Davide Savelli
Venezia 1902, i delitti della Fenice
Todaro, 2019

Venezia, 1902: un ragazzo tedesco cade nel vuoto, dalla sommità del campanile di San Marco, e si schianta tra i turisti nella piazza evitando per un pelo due signore di Mantova. Ma l’orario di visita del campanile era già terminato: in alto non avrebbe dovuto esserci nessuno, e invece… Certo, un morto spiaccicato sul selciato non è una buona pubblicità. Bisogna chiarire la faccenda prima possibile, tanto che le indagini vengono discretamente affidate al commissario di polizia Guido Bordin, molto capace pur se afflitto da problemi esistenziali e ancora tormentato da sensi di colpa per la morte di un amico. Intanto nella dinamica dell’incidente c’è qualcosa che non quadra. Un incidente analogo è avvenuto l’anno prima a Tubinga ma Werner Ziegel, fratello della vittima di allora, non crede che quel “suicida” (bavarese e molto cattolico) abbia potuto togliersi la vita. Ed è arrivato a Venezia sulle tracce di un connazionale, convinto che sappia qualcosa di quel fatto. La chiacchierata mette una pulce nell’orecchio di Bordin. Il volo del ragazzo del campanile è stato un suicidio o è stato spinto? La faccenda si aggrava perché anche Ziegel viene ritrovato morto alla Giudecca, vicino alla fabbrica di orologi. Due strani suicidi? Più facile due omicidi. Tra commissario e assassino comincia una vera sfida che si risolverà in una caccia all’uomo tra calli e canali. Una sfida che vedrà anche invertirsi i ruoli tra cercatore e preda. Ma qual è la molla che spinge il killer a uccidere? Potrebbe avere dei legami con il furto di alcuni rarissimi e preziosi testi da una libreria antiquaria di proprietà di una nobile famiglia veneziana?
Una trama che corre durante i pochi, anzi pochissimi giorni di vita che restano ancora al campanile di San Marco, prima dello storico crollo del 14 luglio, mentre il confronto tra assassino e commissario si dilata ripercorrendo flashback legati al passato. Un romanzo suggestivo che ricostruisce per i lettori una Venezia che fu: una città lagunare fatta di favolose librerie antiquarie, di circoli intellettuali ma anche di bàcari (le vecchie osterie), ancora in parte buia (l’illuminazione a gas copre solo una zona della città), dove i nuovi edifici industriali che stanno sorgendo svettano minacciosamente annunciando un inquieto futuro.

Autore, regista, scrittore, docente universitario a contratto, Davide Savelli è nato a Forlì il 2 luglio 1968. Negli ultimi anni si è diviso tra l’insegnamento di Teoria e tecnica di produzione audiovisiva presso l’Università di Bologna (Laurea magistrale in Mass media e politica) e il suo mestiere di autore e regista al servizio di numerosi broadcaster (Rai, La7, Sky, laEffe, A&E, Fox); attualmente collabora con Rai Cultura. Ha scritto o realizzato numerosi programmi, serie e documentari.

Nota storica: dopo il plebiscito del 1866 per l’Unità d’Italia, Venezia dovette affrontare il fatto di essere declassata da capitale a città di provincia del nuovo Stato, con conseguenze negative sia sul piano del lavoro che per il disagio legato alle condizioni economiche e sociali della popolazione. Bisognava rimboccarsi le maniche. Nel 1891 fu approvato il piano regolatore cittadino per dare il via a una serie di trasformazioni viarie quali l’apertura della via Vittorio Emanuele, sventrando calli e vicoli, dalla Stazione di santa Lucia a Rialto (oggi Strada Nova), l’apertura di Campo Manin, il Bacino Orseolo, Calle larga XXII marzo. Si provvide anche alla ristrutturazione dell’Arsenale e alla creazione della Stazione marittima di Venezia. Poi dal 1895, con l’elezione a sindaco di Filippo Grimani (che lo fu fino al 1919), vi fu un fiorire di investimenti anche dall’estero. Il barone Salomone de Rothschild aprì una fabbrica di bitume, fu costruito il primo gasometro a San Francesco della Vigna, Breda dette il via ai cantieri navali nella zona di Sant’Elena, Cantoni al cotonificio veneziano, Stucky al Molino Stucky e nel’isola della Giudecca, Arturo Junghans aprì una fabbrica di orologi. Non basta perché dalla fine dell’Ottocento il Lido di Venezia si trasformò in una località balneare di lusso attirando nelle sue spiagge e nei nuovi alberghi di lusso l’aristocrazia e la ricca borghesia d’Europa e d’America. Una città, la Venezia di Savelli, abituata a confrontarsi con la burocrazia e la mentalità savoiarda e ormai frequentata regolarmente da un turismo di buon livello.
Era il 1902 quando il campanile di San Marco, della cui esistenza abbiamo notizie fin dal IX secolo, crollò su se stesso. La storia del Paron de casa, come viene chiamato dai veneziani, è costellata di momenti magici (come quello in cui Galileo Galilei dimostrò il funzionamento del suo cannocchiale proprio da qui) ma anche da cedimenti, fulmini, incuria. La stessa incuria che portò la burocrazia sabauda del neonato Regno d’Italia a sottovalutare e ignorare gli allarmi sullo stato precario della struttura, nonché ad avviare dei lavori di rifacimento della copertura in piombo della loggetta, vero e proprio colpo di grazia per l’intera costruzione. Dopo i danni causati dai lavori, non restò che stare a guardare impotenti il progressivo e rapido sgretolarsi dell’intera struttura che, in pochi giorni, crollò su se stessa. La notizia fece il giro del mondo, destando ovunque grande scalpore. E se l’invenzione di cineprese e cellulari era ancora lontana, qualcuno tuttavia giurò di aver scattato una foto del momento del crollo, tanto che si diffusero alcuni fotomontaggi che, oggi, vengono conservati con cura.

Breve storia della Sicilia (Le brevi di Valerio 263)

John Julius Norwich
Breve storia della Sicilia
Sellerio, 2018 (originale 2015)
Traduzione di Chiara Rizzuto
Storia

Sicilia. Dai greci a Cosa Nostra. Nel 1961 il visconte di Norwich John Julius Cooper (1929-2018) lavorava per il ministero degli Esteri. A ottobre capitò con la moglie in Sicilia, innamorandosene. Fu colpito dall’eccezionale varietà di popoli e culture che avevano lasciato tracce significative, manufatti non solo artistici, eventi sociali: greci, romani, bizantini, arabi, normanni, poi spagnoli e pirati, Borboni e francesi, garibaldini e carbonari, la Mafia e l’Italia. A partire dal medioevo la Sicilia era sempre appartenuta a qualcun altro. Da diplomatico studioso scoprì presto che c’erano pochi testi in inglese. Decise di dedicarsi a tempo pieno a colmare il vuoto e iniziò, inevitabilmente, con “I normanni nel Sud” (1967). Scrisse altri volumi, girò documentari, fece da guida. Dopo cinquant’anni di studi e ricerche John Julius Norwich firma un ultimo volume sulla triste Breve storia della Sicilia, che considera un “commiato” da luoghi che gli hanno donato grande felicità.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

A ruota (gialla) libera – Occhio a non passare di qua!

A ruota (gialla) libera di Fabio Lotti
Così, come mi frulla per la testa. Spunti di lettura, scrittori, sensazioni, emozioni, satirette per sorridere insieme…

Occhio a non passare di qua!
La mia trasformazione in licantropo notturno è dovuta alla lettura dei gialli di Carr e di Van Dine sul mistero della camera chiusa, che poi con Gaston Leroux è diventato il mistero della camera gialla. Una sera sul tardi, mentre ne stavo leggendo uno e mi scervellavo a capire per l’ennesima volta come fa un povero cristo a morire assassinato dentro una stanza chiusa all’interno da tutte le parti senza che l’omicida si ritrovi dentro con lui, mi sono cominciati a uscir fuori peli, artigli e zanne. Li ho cercati, li ho trovati, li ho abbrancati e portati in una camera. Prima l’ho aperta, poi l’ho chiusa e ho detto loro di risolvere il mistero. Riuscissero questa volta a passare da una camera chiusa ad una aperta. Ogni tanto vado a vedere come se la cavano. Sono sempre lì dentro.
Non avvicinatevi! Statevene alla larga! Questo è un angolo tutto mio. Buio da far paura. Da qui guardo, scruto e azzanno. Non voi reietti della penna ma tutti quelli che vengono incensati e osannati. Autori e personaggi. Maschi, femmine e… come sono sono. Non vado per il sottile. Mi piace il candore delle loro carni e il succo denso del loro sangue. Quanto più ricchi e famosi tanto più appetitosi. Da qui ne sono passati parecchi. E parecchi ne ho azzannati tutti belli pomposi che non se l’aspettavano. Si credevano invincibili, insuperabili ed eterni. Ma dovreste aver visto le loro facce spaurite quando li ho ghermiti e avere sentito i loro tristi gemiti per capire quanto siano molli e flaccidi questi palloni gonfiati! Soprattutto quando sono da soli e non hanno il viscido appoggio dei soliti paraculi.
Il primo che mi è capitato fra le grinfie è stato Holmes. Sì proprio Sherlock Holmes! Non avvicinatevi! Non crediate di farmi paura perché siete in tanti. Anche se la vostra pellaccia mi fa schifo vi giuro che vi sbrano con un colpo solo. Holmes, il grande Holmes, l’insuperabile Holmes! È passato di qui con la solita mantellina, la solita pipa puzzolente, il solito cappellaccio, il solito sguardo da “So tutto mi” che mi ha fatto sempre andare in bestia. Era con Watson, con quel povero tontolone del dottor Watson che viene preso sempre in giro. Stavano discutendo e ancora una volta lo spilungone gli ha rifilato una serie di discorsi uno dietro l’altro con il solo scopo di metterlo a disagio e far sentire la sua marcata superiorità. Alla luce del lampione ho visto la faccia bonaria del dottore diventare rossa come un cocomero. Ho digrignato le zanne e Holmes deve avere percepito qualcosa perché si è girato verso l’angolo buio dove ero nascosto. Hanno parlottato fra di loro e poi ho sentito la voce di Watson “Non andare. Può essere pericoloso.” Ma ancora una volta il bellimbusto non si è fidato di lui e ha fatto la fine che si meritava. Un logorroico, un borioso di nulla. Uno che ha risolto dei casi impossibili con argomenti impossibili e tutti lì a bocca spalancata come citrulli. Si può osannare uno che si droga, un cocainomane che dovrebbe marcire in prigione? Ma gliel’ho fatta pagare la sua superbia! Anche se il pasto è stato un disastro. Poca polpa e tanti ossi.
Di qui è passato anche Poirot. Fermi! Non fate un altro passo in avanti che faccio un macello. Vi conosco tutti, nome e cognome. Non ve l’aspettavate, vero? Vi conosco, mascherine. Difensori sciagurati di questi parti mostruosi. Sì, è passato di qui anche Poirot. E ha fatto la fine che si meritava. Era un caldo boia, uno di quei caldi africani che fanno sudare anche l’abitante del Burundi e lui era tutto vestito a puntino con le sue maledette scarpe lucide, le ghette e i guanti. Capite! Perfino con i guanti quando io impazzisco se non mi tolgo la canottiera. Di giorno mentre ritorno quello di prima. Di notte, invece, è ancora peggio. Con tutti questi peli la sauna è assicurata. Dunque è passato il nano belga con la sua ridicola testa d’uovo. Mi sono nascosto nell’angolo più buio nel caso fossi scoperto dalle sue cellule grigie. Sì, perché le sue cellule grigie scoprono tutto. Anche quello che non c’è. E come gongola quando le mette in funzione! E come sorride! E come si liscia i baffi! E come ti guarda dal basso in alto! Ho odiato Poirot fin dall’inizio. Quando tutti erano ammaliati dal suo scilinguagnolo sciolto e non si accorgevano di essere presi in giro da lui e dalla grande burattinaia Agatha Christie. Uno almeno gliel’ha cantate chiare e tonde alla cosiddetta regina del giallo. Regina poi, regina dei miei stivali. Un certo Chandler che ringrazio con tutto il cuore. Anche se…Insomma qualche giorno fa è passato di qui insieme ad Hammett e ad Edgar Allan Poe. Ubriachi fradici si sono messi a cantare le osterie. Una figuraccia! Christie e Poirot dicevo. Una bella coppia davvero. Che ha sedotto milioni di babbei. Speravo tanto che passassero insieme che pure a lei dovevo dirgliene un paio ma è venuto solo Poirot. Oltre i guanti aveva anche un bel bastone da passeggio. Non lo lascia mai. Ho l’impressione che lo porti perfino al gabinetto a volte inciampasse e cadesse dentro il water. È arrivato con i suoi passettini corti e veloci e ha incominciato a parlare. Ho guardato bene se vicino ci fosse quell’imbecille di Hastings, ma niente. Nemmeno l’ombra di un passero. Parlava da solo ma non sentivo bene. Mi sono scostato dal buio profondo per ascoltare meglio. Parlava di sé. Dei suoi casi risolti. Della sua abilità. Della sua fine intelligenza. E si rivolgeva alle sue favolose cellule grigie. Allora non ce l’ho fatta più a trattenermi. Sono uscito di corsa dal buio, ho emesso uno dei miei ululati più terribili, l’ho abbrancato con gli artigli, l’ho portato nel mio angolo e l’ho fatto a pezzi. Questa volta è andata bene. Ho trovato più polpa che osso. Anche se è stata dura strappargli tutti i vestiti. Lo volete sapere? Non era la prima volta che i due cicisbei passavano di qui. Questa è una strada particolare. Ai margini della città. Qualche lampione e poi buio pesto. Sono passati, ma non soli. In compagnia. In dolce compagnia. Sì, proprio in dolce compagnia con due “sventole” da far girare la testa. E in atteggiamento provocatorio. Una volta Poirot è stato abbracciato dalla sua bella di turno che gli ha sussurrato “Pisellone mio!” facendogli tremare i baffi e cadere il bastone. Vi meravigliate eh? Vi vedo sbiancare. I due più intransigenti misogini della storia del giallo che vanno a…Tutta una finta, tutta una recita. Vi hanno preso in giro. E voi ci siete cascati ancora una volta, allocchi che non siete altro.
È passata anche Miss Marple. Porc… Chi ha tirato il sasso? Giù le mani dai sassi o vengo lì e… Ecco, fate bene a scappare. Dunque anche Miss Marple è passata di qui. Avevo voglia di dirgliene quattro per quella sua falsa modestia, per quel suo artefatto candore, per quella sua curiosità da pettegola nata e cresciuta prima di squartarla ma… ma è stato impossibile. È arrivata insieme a quelle dannate vecchiette che le fanno sempre compagnia e hanno incominciato a parlare a parlare a parlare che non la finivano più. Del figliolo del postino, di zia Carolina, della cognata del marito del funzionario di polizia, dei pasticcini di quella, delle tendine immacolate di quell’altra. Non ne potevo più. Ho messo la coda tra le gambe, pardon tra le zampe, e sono ritornato quatto quatto nella mia tana.
Philo Vance e Lord Wimsey passeggiavano insieme tutti leccati a puntino con la solita aria di snobismo strafottente che circola nelle loro facce. Si stavano beccando come due galli in un pollaio anche se non c’erano le galline: io conosco quindici lingue, io sedici, io so giocare a scacchi, anch’io, io ho una stupenda collezione di incunaboli, io fumo solo sigarette egiziane e bevo solo caffè turco, io vado a cavallo, io sono un impareggiabile spadaccino, io faccio collezione di francobolli, io colleziono qui io colleziono là, il mio autore è più bravo del tuo, guarda che la mia autrice ha perfino tradotto la “Divina Commedia”, il mio ha scritto le famose venti regole ecc… ecc… ecc… Appena passato il lampione gli sono saltato addosso e me li sono mangiati insieme ai loro monocoli.
Nero Wolfe non esce mai di casa? E chi ve lo ha detto? Si muove, si muove. Con lo stesso obiettivo di Holmes e Poirot. Non porta rose ma gardenie. Una sera è arrivato insieme al suo cuoco personale. Fritz se non sbaglio. Stavano litigando su un piatto. Non ricordo di preciso. Due piccioni con una fava mi sono detto. Li ho abbrancati tutti e due. Questo Fritz mi ha pregato lasciarlo vivo, almeno per un po’, che con tutta la carne del suo padrone mi avrebbe preparato un sacco di piatti prelibati. Mi ha convinto. Perché mangiare sempre crudo e di fretta?
Fatto fuori anche Dan Brown. Per la soddisfazione di un amico pseudo scrittore di gialletti che conosce il mio segreto. Era stufo di farsi un mazzo così e di vendere al massimo duemila copie mentre questo Dan Brown ne sforna a milionate. È passato per questa strada maledetta. Tutti, prima o poi, passano per questa strada che porta non solo a… a quello che già sapete ma anche verso altri precipizi dell’animo umano. L’ho beccato mentre contava i suoi blocchetti di assegni e le carte di credito. Quando è arrivato a cento gli sono saltato addosso. Ha cercato disperatamente di difenderli come fossero pezzi e’ core. Di notte ho una forza tremenda ma c’è voluto del bello e del buono per trascinarlo nell’angolo buio. Qui ha giocato la carta della corruzione con la storia che mi avrebbe regalato la Gioconda. Per un attimo sono rimasto perplesso. Poi mi è venuta in mente la faccia disperata del mio amico dopo l’uscita di ogni suo libro e non ho avuto pietà.
Al tenente Colombo ho staccato di netto un braccio che teneva alzato anche mentre camminava. Non ricordo se era il destro o il sinistro. Si è salvato lasciandomelo tra le fauci e scappando come un razzo su una macchina nuova fiammante. Come abbia fatto a guidarla rimane un mistero.
Invece Maigret l’ho salvato. Pure se mi stuzzicava l’appetito bello sodo com’era. Fumava tranquillamente la pipa. Era a passeggio con la moglie. Signora Maigret diceva, signora Maigret e signora Maigret e signora Maigret. Anche nell’intimità di una passeggiata. Mai che la chiamasse con il suo nome. Mi ha fatto venire una rabbia! Poi ho visto la faccia della signora Maigret che era contenta di sentirsi chiamare signora Maigret e li ho lasciati andare.
È passato Montalbano. Sì proprio Montalbano. Assomigliava spiccicato a Zingaretti. Era parecchio buio ma l’ho riconosciuto perché ad ogni passo diceva “Montalbano sono”. Quando ho finito di spolparlo gli ho detto la frase che avevo in mente di dirgli da un pezzo “Montalbano fosti!”.
A un certo punto ho visto un signore alto, bello, elegante dal profilo greco. Teneva in mano una valigetta verde. Lì per lì non l’ho riconosciuto. Poi ha appoggiato la valigetta sopra un muro e ha cominciato a tirar fuori arnesi e ampolle varie. Thorndyke ho detto! Bene, anche tu non mi scappi. Troppo bello, troppo bravo, troppo intelligente, troppo scientifico. In realtà ce l’avevo soprattutto con il suo creatore, quel Richard Austin Freeman che ha aperto la porta proprio al cosiddetto giallo scientifico motore primo di tutte le indagini pazzesche moderne dove i morti non vengono lasciati in pace nemmeno da morti. E sono costretti a dire tutto sulla loro dipartita. Intanto ho divorato il suo apollineo personaggio. Era delizioso.
Non sempre questo mio lavoro notturno dà delle soddisfazioni. Con Sarti Antonio è andata proprio male. Sarti Antonio chi? Quello di Macchiavelli. No, non del Machiavelli con una c sola. Che c’entra il segretario fiorentino! Di Loriano Macchiavelli. Chiaro? È arrivato trafelato con la faccia accesa che sembrava scoppiare da un momento all’altro. Forse ce l’ha a morte con qualcuno, ho pensato. Si è scelto un angolino buio vicino al mio. Ora è fatta, ho pensato di nuovo. È venuto da solo in bocca al lupo. Si è tirato giù i pantaloni e ha scaricato una montagna di cacca che si sentiva ad un miglio di distanza. La solita colite cronica. Mi ha fatto passare l’appetito. E ho giurato di non pensare più.

Chi ha rubato Annie Thorne? (Le gialle di Valerio 190)

C.J. Tudor
Chi ha rubato Annie Thorne?
Rizzoli, 2019 (originale 2019, The Taking of Annie Thorne)
Traduzione di Sandro Ristori
Noir

Nottinghamshire. Settembre 2017 (e 1992). Non lontano dai resti della leggendaria foresta di Sherwood c’è Arnhill, inospitale paesino al centro della zona delle miniere inglesi nel cupo tetro Nord, i pullman non arrivano, la stazione ferroviaria più vicina si trova a una ventina di chilometri. Joseph Joe Thorne vi era nato il 13 aprile del 1997 e vi aveva studiato, prima di subire traumi affettivi e andarsene a insegnare altrove. Lì due mesi prima sono morti in modo cruento una donna e un ragazzo, Joe riceve a Manchester una mail che lo riporta indietro nel tempo e decide di tornare con quel rottame della sua Golf. Ora, a inizio anno scolastico ha trovato posto come professore d’inglese nell’istituto che aveva frequentato, affittando proprio il cottage del recente fattaccio. Quand’era un quindicenne povero, timido e impacciato fu accolto nella banda del bello intelligente sadico bullo, insieme trovarono una botola d’ingresso ai cunicoli e un ossario di bambini. La sorellina di 8 anni li aveva seguiti con la torcia, avevano tutti avuto paura e, nella confusa fuga, Annie aveva subito un colpo e poi era scomparsa per due giorni. Al ritorno nulla era più stato come prima. Nei mesi successivi Annie sembrava come impazzita, un amico era entrato in depressione e si era suicidato, a causa di un incidente d’auto erano morti prima il padre e la stessa sorella di Joe, in seguito la madre. Ora Joe è perseguitato dai debiti di gioco e dalla killer inviata dal Ciccione per fargliela pagare, ma vuole comunque scoprire cosa era veramente accaduto 25 anni prima. Trova il bullo padrone effettivo del paesino, l’amata carina furba amica di allora moglie (malata) del bullo, l’unico figlio del bullo a spadroneggiare in classe e fra i coetanei. Viene minacciato e malmenato più volte, gira fra pub, riaffiorano suoi rancori risentimenti paure incubi, emergono malefici e segreti del villaggio, non è affatto certo che riesca a venirne fuori.

C. J. Caz Tudor è nata a Salisbury e cresciuta a Nottingham, dove vive con il compagno e la figlia. Ha lasciato la scuola a sedici anni e poi ha fatto di tutto un po’, sempre scrivendo come prima o seconda attività. Dopo l’enorme successo del romanzo d’esordio L’uomo di gesso (agosto 2017) torna ai lettori del globo con una seconda avvincente convulsa (e poco entusiasmante) storia narrata in prima persona al presente (con incisi sui trascorsi al passato). Il contesto è un piccolo claustrofobico centro, imperniato unicamente sulla pervasiva miniera di carbone (con i propri tanti incidenti sul lavoro e conflitti di classe), ora abbandonata da oltre un decennio, ormai desertificato e lontano da tutto. Più che criminalità metropolitana endemica vi domina la minuta sopraffazione sociale. La vecchia banda è ancora sulla bocca di tutti, una dinamica “genetica”, di cui Joe ha fatto parte per breve tempo, pur comprendendone a fondo i meccanismi relazionali. Annie e il fratello erano legatissimi, gli è stata presa (da cui il titolo) e non si è più ri-preso. Annie era una signorina piena di vita, stupidamente intelligente, insopportabilmente dolce, divertentissima e spassosa, cocciuta e frustrante. L’alto e magro Joe ha una gamba malandata e occhi scuri iniettati di sangue, niente famiglia e figli, sciatto incallito fumatore bevitore, non esattamente un eroe positivo. Anzi, il romanzo è pieno di cattivi o di cattiverie e molto fa riferimento al clima che si respira nelle scuole, colpa dei bulli da una parte, dell’apatia opportunistica dall’altra. Birra a fiumi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Carnevale a Milano

Raffaele Crovi
Carnevale a Milano
Ripubblicato dalla Biblioteca Comunale di Milano nella collana Ebook della Biblioteca Sormani, 2019

Siamo a Milano, nel gelido inverno del 1955, in pieno Carnevale. Un gruppo di giovani, studenti universitari, ex partigiani, insegnanti, operai, dattilografe e ragazze di buona famiglia, passano l’ultima settimana prima della Quaresima in balli, sbronze e finte avventure d’amore. Fa un freddo cane in città. Sta nevicando a sprazzi da giorni e, quando smette, subentra la coltre neutrale della nebbia, lattiginosa, con l’umidità che s’insinua sotto le vesti. Giovani in caccia del futuro, alcuni con uno scomodo passato, altri incerti in cerca di un possibile approdo, un motivo per darsi da fare e forse ormai arrivati un gradino dall’età adulta, nella Milano anni Cinquanta che era appena uscita dall’impatto dell’occupazione e della guerra. Un’opera giovanile di Raffaele Crovi, il primo romanzo, che gode oggi di una bella prefazione di suo figlio Luca. Un romanzo, che vinse allora il Premio della sezione narrativa italiana Cino del Duca. Interessante e sentita testimonianza anche per stile e impostazione letteraria di un’altra epoca, di un altro secolo… Un gruppo di amici, punto di ritrovo serale: una latteria di via B, dove passano le loro serate e che per loro si trasforma in caffè, trattoria, sala giochi e all’occorrenza pista da ballo. Un punto di raccolta, di aggregazione. Con il freddo si beve cognac per riscaldarsi e per sentirsi forti, leoni. Sergio, il protagonista, ama Giuliana, una ragazza di Genova che come lui studia all’università ed è prossima alla laurea, però la distanza lo mette a disagio. Non è facile amare ed essere fedeli a distanza, soprattutto quando si è giovani e il corpo reclama il suo piacere.
I personaggi di Carnevale a Milano sono alla ricerca di una futura strada da percorrere, aspettano il via ma non sono ancora pronti, perdono tempo. Sulla copertina dell’odierno Carnevale a Milano campeggia una bella foto: “Balera del Ticinese, 1958″ © Mario Cattaneo. Sono ancora i ragazzi della generazione degli anni Cinquanta, quella che ha cominciato a vivere una straordinaria avventura, in un certo senso la più intima radiografia del “boom economico”. Si prendono e si lasciano in continuazione, sono maliziosi eppure fiacchi, si fanno compagnia bevendo e fumando sigarette. Nessuno di loro aveva tanti soldi a disposizione e anche quella fu la ragione che li tenne uniti. Parlavano e si confrontavano, per ingannare il tempo, per riempire i momenti di noia. È poi è una Milano invernale quella di Crovi nel 1955, con la neve che scende dal cielo e nasconde tante cose. Una Milano in cui sembra possibile annullarsi.
Luca Crovi scrive di suo padre che, senza approfittare di coup de thèatre o di avventurose peripezie, riesce lo stesso a incuriosire il lettore con una lucida analisi di mosse e sentimenti dei diversi personaggi. Raffaele Crovi nel 1955 aveva 21 anni. Era nato in Lombardia, ma cresciuto in Emilia. Aveva pubblicato un libro di poesie e dal 1956 lavorerà per una casa editrice… Molti dei protagonisti di Carnevale a Milano si ispirano ai suoi compagni di quell’epoca, dell’Università e di fuori. A loro piacque ciò che lui aveva narrato e si identificarono nella storia. Erano nomi che si ricordano: Emilio Isgrò, Marcello Venturi, Riccardo Misasi, Sisto della Palma, Ciriaco ed Enrico De Mita, Ruggiero Orfei, Paolo Prodi, Vincenzo Consolo, Evandro Agazzi, Nino Andreatta, Giuliana Ruggerini, Giorgio Veronesi, Ernesto G. Laura, Sergio Silva, Gerardo Bianco, Romano Prodi, Vito Rapelli. Anni dopo Raffaele Crovi spiegava in un’intervista che scrisse Carnevale a Milano nel 1954, quando aveva lasciato il collegio dell’Augustinianum della Cattolica e dormiva da solo o dividendo la stanza con altri ragazzi, in camere in affitto. Quando il libro fu pubblicato successe persino che una certa verità facesse scandalo. Per aver inserito la visita dei ragazzi al “Casino” si fece espellere dalla codina Cattolica di Milano, accolto poi per fortuna a braccia aperte dal cattolicissimo Carlo Bò all’Università di Urbino, dove si laureò tranquillamente. Per quei ragazzi del ‘55 spesso la politica era cultura e la cultura politica, ma con una dimensione anticonformista e provocatoria. La cultura era sinonimo di libertà e scrive di sé l’autore: «volevamo affrontarla con atteggiamento che mi piace definire gastronomico, ovvero un appetito continuo e insaziabile. Mai diminuito». La Milano che Crovi senior racconta fra le pagine del suo romanzo di esordio era la Milano di Vittorini e della grande letteratura del dopoguerra, del Piccolo Teatro, del cinema neorealista. Una metropoli “politecnica” che, guardando all’Europa, portava fuori da tutti i provincialismi. A conti fatti un romanzo scritto da un giovane di allora che viveva così e che inquadra perfettamente con ambientazione, modi di fare e modi di pensare, tipici e naturali per i tempi, l’atmosfera milanese di quel periodo . E ci riporta pensieri, sogni, idee, volontà di impegno politico o disinteresse, insomma esattamente quello che allora era il modo di vivere dei coetanei di Raffaele Crovi.

Raffaele Crovi (Paderno Dugnano, 1934 – Milano, 2007) ha trascorso l’infanzia a Cola sull’Appennino reggiano; ha svolto gli studi ginnasiali e liceali a Correggio (Reggio Emilia) e quelli universitari a Milano, città che lo ha visto impegnato, nell’ultimo cinquantennio, in un’intensa e multiforme attività culturale, come poeta, narratore, saggista, giornalista, direttore editoriale ed editore, produttore e conduttore di programmi radiofonici e televisivi.

La Debicke e… Il manuale dell’inquisitore

Bernardo Gui
Il manuale dell’inquisitore
con introduzione storica di Marcello Simoni
Newton Compton, 2019

Lo abbiamo incontrato da poco nell’attesissima serie tv “Il nome della rosa” con le sembianze e la bravura di recitazione di Rupert Everett. Una serie che finora, pur ben costruita, non pare in grado di raggiungere la vette emozionali del grande film di Annaud, interpretato da Sean Connery in cui Bernardo Guy era impersonato da F. Murray Abraham. Bernardo Gui, nella fiction, è il domenicano ammanicato con il papa, uomo spietato, incorruttibile, deciso a far rispettare a ogni costo i dettami di Santa Romana Chiesa anche servendosi della tortura. Ma Bernardo Gui, l’implacabile e dotto inquisitore, è realmente esistito. Fu un vescovo cattolico e scrittore, un domenicano francese, noto sia per la sua opera purificatrice e indagatrice che come autore del famoso Manuale dell’inquisitore. Fu vescovo di Lodève ed è considerato uno dei più prolifici scrittori del Medioevo. Esercitò il complesso incarico di inquisitore a Tolosa, Albi, Carcassonne e Pamiers. Un uomo tutto di un pezzo, insomma, convinto di agire solo per il bene della fede cattolica e di essere nel giusto in un’epoca buia in cui sbocciavano focolai di eresia (i Catari, i collettivistici seguaci di Dolcino) e gli scontri e le persecuzioni religiose travisarono molto spesso i limiti che avrebbero dovuto essere moderati dalla chiesa sconfinando a gamba tesa (perdonate il paragone calcistico, ma ci sta) nella politica.
In questi giorni la Newton Compton ha riproposto in libreria Il manuale dell’Inquisitore che Gui realmente concepì e scrisse come una specie di “guida” per diventare inquisitori come lui. Un testo che ancor oggi mette addosso i brividi. Un testo che elenca seraficamente le più barbare tecniche di tortura e di persuasione per estorcere una confessione. Quindi, prima di prenderlo in mano e sfogliarlo, dimenticate tutte le regole relative ai diritti umani, allora inesistenti se per un motivo o l’altro si cadeva nelle avvolgenti spire dell’Inquisizione.
Marcello Simoni, autore best seller della Newton che ha ambientato più di un thriller all’epoca dei “secoli bui” del basso Medioevo, introduce il Manuale di Gui con una perfetta analisi sull’Inquisizione. Si pensa troppo spesso male dei secoli bui e invece, come Simoni spiega, «in realtà il Medioevo fu molte cose, buona parte delle quali guidò l’umanità verso il Rinascimento. Tuttavia risulta difficile interpretare uno dei principali aspetti che lo caratterizzarono: l’Inquisizione. Nata dal cuore dell’Occidente cristiano come un’ombra destinata a cambiare per sempre la storia della Chiesa, della società e del pensiero, questa istituzione si qualifica come un fenomeno di longue durée di cui, in parte, stiamo ancora subendo gli effetti. Un fenomeno che oggi, non solo nella cultura di massa, viene spesso associato alla figura di Bernardo Gui».
Il suo “Manuale dell’inquisitore”, documento unico di quell’epoca, aveva conquistato anche un cultore del Medioevo quale Umberto Eco. Marcello Simoni ci consente con destrezza di avvicinare un testo che fornisce dettagliate istruzioni per interrogare i sospettati di eresia, da un minuzioso prontuario delle particolarità di ogni setta eretica alle le istruzioni su come istruire il processo. Bernardo Gui suggerisce come “intortare” le peculiari scaltrezze di chi adora un falso dio. Ci dà precise istruzioni su come aggirare i cavilli, smascherare le bugie per riuscire infine a estorcere una piena confessione e l’abiura. E parimenti spiega che, come per guarire ogni diverso morbo bisogna servirsi dell’apposito farmaco, così si dovranno utilizzare modi e mezzi differenti per interrogare gli eretici a seconda della setta di appartenenza. Quindi le domande inquisitorie andranno poste in diverso ordine e, in alcuni casi, non si dovrà contentarsi della prima risposta, perché potrebbe essere ingannevole. Il Maligno si cela come un serpente velenoso, pertanto di deve prestare grande attenzione affinché i figli delle tenebre non abbiano il sopravvento.
Bernardo Gui più di ogni altro ha incarnato simbolicamente lo spirito dell’Inquisizione, ma la sua grande fama è salita alla ribalta in virtù del personaggio che porta il suo nome in “Il nome della rosa”. E quindi riverenza a Umberto Eco. Sappiamo che Il manuale dell’Inquisitore è il manuale è il più attendibile e rappresentativo documento di quella “società di persecuzione” che segnò l’Europa per secoli. Questo ci porta a confutare la diceria che lo dipinge come un ignorante inquisitore, mentre certi studiosi cattolici sostengono il contrario. Gui, Procuratore generale del suo ordine “per la sua vasta produzione, specialmente storica, la ricca e minuta informazione e lo studio dell’esattezza, è considerato uno dei più notevoli storici del primo Trecento, come pure il migliore storico domenicano del medioevo”. Oggi gli storici hanno completato lo spoglio dei suoi processi inquisitoriali: su novecentotrenta imputati, dal 1308 al 1323, “se ne trovano soltanto 42 rimessi al braccio secolare”, mentre altri (307?) sono condannati a pene minori, spesso di straordinaria mitezza, e centotrentanove assolti. Bernardo Gui impegnato nella caccia alle streghe? A conti fatti parrebbe di no. Presso gli inquisitori suoi contemporanei “è sempre modestissimo il numero degli accusati per pratiche stregoniche”, a quei tempi di competenza dei vescovi e non degli inquisitori, salvo nei casi in cui la stregoneria fosse mischiata all’eresia. Anche in epoche successive la caccia alle streghe fiorirà rigogliosamente nei paesi protestanti, mentre la Chiesa cattolica si sforzerà piuttosto di controllare e frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con buonsenso, dai tribunali laici dei principi. La tortura generalizzata e indiscriminatamente applicata? Anche questo viene contestato: l’Inquisizione nel secolo XIV, a differenza dei tribunali laici del tempo, usa in pochissimi casi la tortura di cui – secondo un decreto del 1311 di Papa Clemente V – l’inquisitore non può, da solo, decidere di servirsi: deve sospendere il procedimento e instaurare “un giudizio speciale, al quale partecipi il vescovo o il suo rappresentante”. E quindi non sarebbe vero dire che l’inquisitore decide in poche ore senza difesa né appello, e anzi enuncia il principio che “chiunque contesta il verdetto di un inquisitore è lui stesso un eretico”: menzogna. È l’Inquisizione del secolo XIV che inventa la giuria, consilium, che mette l’imputato in condizione di essere giudicato da un numeroso collegio, spesso di trenta o magari cinquanta giurati, dove molti “pare logico, diventano gli avvocati dell’accusato” ed è l’inquisitore che spesso, davanti a loro, si trova magari in condizione di inferiorità. Del resto l’imputato ha diritto di difendersi e “può produrre testimoni a discarico”; “può anche ricusare i suoi giudici e, in caso di rifiuto di questa ricusazione, ottenerla mediante un appello a Roma”. Nel processo inquisitoriale – lungo e complicato – i rei confessi e pentiti possono essere condannati soltanto a pene minori; poi è il potere laico, il braccio secolare – e mai la Chiesa – a occuparsi dell’esecuzione delle condanne.
Bernardo Gui, personaggio dei suoi tempi, a posteriori discusso e controverso, al termine di una carriera intensa fu consacrato vescovo di Tuy, in Galizia, e nel 1324 di Lodève. Accettò di fatto, il titolo di Tuy ma rimase in Provenza, per non allontanarsi dalle livree cardinalizie di Avignone e dai luoghi in cui fino ad allora aveva vissuto, studiato e svolto i gravosi compiti che gli erano stati assegnati. Impegnò i suoi ultimi anni a scrivere nuove opere (tra cui una corposa summa agiografica dedicata a Giovanni XXII) e a correggere le vecchie. Finché a settantun anni, il 30 dicembre 1331, si spense tranquillamente nel suo letto presso il castello di Lauroux, nell’Hérault (e non precipitato tra le rocce come nel film del Nome della Rosa). L’anno successivo il suo corpo fu traslato presso il suo amato convento di Limoges.

Festa Internazionale della Donna: Che cosa significa essere donna a Kabul

Per celebrare la Giornata internazionale della Donna oggi diamo spazio a FREEDA.

FREEDA è nata per per colmare un vuoto di rappresentazione femminile e per accompagnare le nuove generazioni attraverso tutti i cambiamenti sociali che stiamo affrontando nell’epoca più veloce della storia. Superare i pregiudizi e far prevalere ascolto ed empatia non è semplice, ma è quello che cerchiamo di fare dall’inizio: il nostro obiettivo non è proporre un nuovo modello di donna, ma dare voce a tante donne, tutte diverse, che ogni giorno popolano il nostro palinsesto. Raccontare le loro storie è quello che ci permette di celebrare la complessità femminile e di interrogarci, insieme a loro, su che cosa davvero significa femminilità. Nei primi due anni di FREEDA siamo riusciti a farlo in Italia e in Spagna (con notevoli risultati anche in Sud America), raccontando centinaia di vite e vissuti diversi. In occasione della Festa Internazionale della Donna, quest’anno abbiamo deciso di spingerci oltre i confini del mondo occidentale per provare a raccontare che cosa significa essere una donna oggi a Kabul. Lo abbiamo fatto per la prima volta con un film di 30 minuti disponibile sul nostro canale YouTube: Figlie di Kabul.

Perché Kabul? Perché Kabul è il cuore pulsante di tutte le contraddizioni che hanno lacerato la storia contemporanea. Agli antipodi culturali di una New York simbolo del mondo occidentale, è la città che ha ospitato Al Qaida, i talebani, gli eserciti russi, quelli americani, e ora anche le pressioni della Cina. È lì che sono nati gli attentati dell’11 settembre che hanno cambiato il mondo, anche il nostro mondo, per sempre. La nostra ricerca non ha l’obiettivo di raccontare le dinamiche politiche e militari di un territorio così complesso, bensì quello di provare a rispondere a una domanda solo apparentemente semplice: che cosa provano le donne di Kabul, qual è il loro vissuto personale? Per rispondere a questa domanda abbiamo lavorato con Fondazione Pangea Onlus e abbiamo scoperto la storia di una donna, Laila, che non è una su un milione, ma una tra un milione. E abbiamo provato a conoscerla, e a entrare in contatto con lei, senza l’arroganza di proiettare un nostro punto di vista su di lei, ma cercando di ascoltarla e di amplificare la sua voce, in modo che quante più persone possibile possano sentirla. Laila è una donna di quasi cinquant’anni che ha vissuto in prima persona il passaggio dalle libertà dei costumi degli anni ‘70 alla guerra, dalla sharia imposta dai talebani fino alla pace precaria e militarizzata di oggi. È sopravvissuta ai bombardamenti e agli attentati, ma anche alle continue violenze del marito. È riuscita, nonostante tutto, grazie alle sue doti, a ritagliarsi uno spazio all’interno di una società che non lascia spazio alle donne. Non è un Premio Nobel, né un’imprenditrice di successo, non è un’eroina dell’Occidente con origini afgane. È una donna che si alza ogni giorno in una città dove la sua vita non vale niente, e lotta non solo per sopravvivere, ma per consentire a se stessa e alla sua famiglia una vita dignitosa. Per questo è così simile e così diversa da tante donne occidentali.

Laila è una donna forte, granitica, abituata a doversi difendere da tutto e da tutti. È una donna intelligente, che ha sviluppato una sua strategia di sopravvivenza e che l’ha applicata anche nel rispondere a molte delle nostre domande, con l’idea di proteggersi, di sfruttare un’opportunità, di darci quello che si aspettava volessimo da lei. Questa corazza e questa fierezza meritano stima e rispetto. Ma davanti alla camera, ricordando la sua infanzia, il suo matrimonio, la guerra, in qualche modo costretta dal suo stesso racconto a riflettere sulla propria vita, la corazza di Laila ogni tanto si è infranta, e ci ha lasciato intravedere un’emotività potente, universale, umana. Un’emotività che nella sua vita è stata un lusso che deve essersi concessa poche volte per riuscire ad andare avanti, e che per questo abbiamo deciso di mostrare, con quanta più delicatezza possibile, per riuscire a trasmettere un’autenticità altrimenti nascosta. La migliore amica di Laila è Farzanah, sua figlia, nata e cresciuta quando guerra e repressione erano ormai scontate. lI punto di vista di un’altra generazione di donne ci porta dalle violenze della guerra a quelle di una realtà domestica in cui i retaggi religiosi, sociali e culturali che attribuiscono all’uomo il ruolo di padrone assoluto privano le donne di ogni libertà. Farzanah è una donna che ha la stessa forza della madre: è prima una bambina vittima di violenza assistita poi un’adolescente con il coraggio di difendere sua mamma contro il papà. E grazie a questo coraggio riesce a imprimere una svolta alla sua vita.

Che cosa significa, quindi, essere donna a Kabul? Mentre in Occidente discutiamo del maschilismo intrinseco di espressioni come “donna con le palle”, in Afghanistan “essere donna” significa schiavitù, ed “essere uomo” significa potere. Quelli che qui sono diritti acquisiti, là sono incomprensibili privilegi. Laila e Farzanah sono state capaci di lottare per reagire ai contesti più ostili e sono riuscite a cambiare la propria condizione in un mondo in cui le donne non valgono niente. Oggi continuano a uscire di casa senza sapere se torneranno vive la sera, ma grazie anche al sostegno e ai programmi di Pangea Onlus, entrambe oggi lavorano e sono capaci di sorridere. Il desiderio di raccogliere la loro testimonianza ha messo duramente alla prova le persone che hanno lavorato al progetto – a cominciare da Simone Varano, il regista che ha rischiato la vita per girare 48 ore di materiale in 5 giorni – ma se la mission di FREEDA è quella di dare voce alle donne per provare a cambiare in meglio la società, era doveroso da parte nostra almeno il tentativo di far risuonare a un pubblico più ampio le voci di Laila e Farzana: oltre a restituire uno spaccato di vita a Kabul, ci ricordano di non dare mai per scontate le nostre conquista di libertà.

Figlie di Kabul è disponibile sul canale YouTube di FREEDA a partire dall’8 marzo. Co-prodotto da Freeda e Pangea – Regia di Simone Varano – Scritto da Daria Bernardoni, Fabrizio Luisi, Simone Varano – Con Laila e Farzanah – Montaggio di Simone Varano, Giacomo Marchetti – Art direction di Alessandro Arena – Motion Design di Raffaele Amici – Con la collaborazione artistica di Gaia Bernasconi.

Concorso Letterario “Sulle orme di Agatha Christie”

[Ricevo dalla cara Patrizia Debicke e volentieri segnalo]

La Società Umanitaria e le Edizioni Le Assassine promuovono il concorso di scrittura per racconti di genere giallo Sulle orme di Agatha Christie.
Per partecipare occorre essere soci (non temete, costa solo 10 euro ed è per una buona causa).
I partecipanti potranno presentare un solo elaborato, inedito, di loro produzione, scritto in lingua italiana, di lunghezza compresa tra le 25.000 e le 50.000 battute (spazi inclusi).
I racconti dovranno essere inviati via email in Word o Pdf all’indirizzo concorsoingiallo@umanitaria.it entro il 30 giugno 2019. L’oggetto dell’email dovrà essere il titolo del racconto.
Il modulo di iscrizione è scaricabile sul sito (leggete con attenzione come anonimizzare gli elaborati!)

La giuria, che renderà noti i vincitori a fine ottobre e la cui valutazione degli elaborati sarà insindacabile, è composta da:
Patrizia Debicke, scrittrice
Elena e Michela Martignoni, scrittrici
Daniela Pizzagalli, scrittrice e giornalista
Tiziana Elsa Prina, editrice di “Le Assassine”
Mauro Cerana, agente letterario
Franca Magnoni, direttrice Humaniter
Lidia Acerboni, insegnante scrittura creativa
Giuseppe Carfagno, insegnante scrittura creativa

La premiazione avverrà durante la prolusione dei Corsi Humaniter 2019/20 nella sede di Milano.
Saranno premiati i primi tre racconti con la pubblicazione dei medesimi in un volume edito dalle Edizioni Le Assassine. Al primo classificato verrà inoltre offerta l’iscrizione gratuita ai corsi.

I racconti dovranno ispirarsi alle 10 regole stilate nel 1930 dal Detection Club di cui faceva parte Agatha Christie:

Il Detection Club, il prestigioso circolo dei giallisti fondato nel 1930, non si radunava in posti lugubri e terrorizzanti, ma intorno a ricche tavole imbandite. Nei loro romanzi, i suoi membri s’impegnavano ad attenersi a dieci precise regole, giurando su Eric, un teschio autentico, mascotte del club.

  1. Il criminale dev’essere un personaggio che compare nella prima parte della storia, ma al lettore non devono essere esplicitati i suoi pensieri.
  2. Non sono ammessi eventi soprannaturali o paranormali.
  3. Non sono permessi più di una stanza o di un passaggio segreto.
  4. Non è concesso l’uso di veleni fin qui sconosciuti, né di strumenti che richiedano alla fine una spiegazione scientifica troppo lunga.
  5. Nessun cinese deve apparire nella storia. (N.B.: all’epoca tutti i mysteries di massa avevano sempre un cinese nella trama. Questo significa che gli scrittori devono evitare i clichés).
  6. Nessun evento casuale deve arrivare in soccorso dello scrittore né questi deve avere un’intuizione inspiegabile che risulti poi corretta.
  7. Non può essere il detective colui che commette il crimine.
  8. Il detective non può scoprire un indizio che non sia all’istante presentato anche alla verifica del lettore.
  9. L’amico stupido del detective non deve celare i pensieri che gli passano per la mente: la sua intelligenza deve essere leggermente, ma molto leggermente, al di sotto della media del lettore medio.
  10. I gemelli o i sosia non dovrebbero apparire nella storia, a meno che non siano stati debitamente introdotti fin dall’inizio.