La Debicke e… Tempo da elfi

Tempo da elfi. Romanzo di boschi, lupi e altri misteri
di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini
Giunti, 2017

Tempo da elfi è un nuovo capitolo della saga giallo noir, scritta a quattro mani dalla coppia Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli che con questo libro festeggia un ventennio di lavoro insieme. Avevano cominciato con Macaronì (1997), poi Un disco dei Platters (1998), Questo sangue che impasta la terra (2001), Lo spirito e altri briganti (2002), Tango e gli altri (2007), Malastagione (2011) e La pioggia fa sul serio (2014) – finora tutti editi da Mondadori e animati da indimenticabili personaggi quali il maresciallo Santovito e l’ispettore Poiana ma, anche e soprattutto, scegliendo come scenario l’Appennino, con i suoi boschi, i suoi segreti, e tanti ricordi da strappare al silenzio. Stavolta invece escono per i tipi della Giunti. In Tempo da elfi la splendida natura dell’Appennino, che domina la trama, ne diventa quasi la principale protagonista, visto che il nucleo e pilastro portante della storia è rappresentato dagli Elfi, l’eterogeneo gruppo di persone dette anche “movimento comunitario italiano”, che ha scelto di vivere nei boschi, a contatto con la natura e in semi-isolamento dal resto dell’umanità. (tengo a segnalare che Mario Cecchi fu tra i fondatori della Comunità degli Elfi, agli inizi degli anni ‘80. E oggi, a più di trent’anni di distanza, la Comunità comprende ancora almeno una mezza dozzina di insediamenti, tutti sull’Appennino Pistoiese). Questi elfi, dunque, non sono folletti ma donne, uomini e bambini che si vestono con abiti a colori vivaci, portano sandali di cuoio fatti a mano e vivono di pastorizia, artigianato, agricoltura e raccolta dei prodotti che regalano il bosco e la natura. Ogni tanto gli elfi stanziali scendono fino a Casedisopra, per scambiare o vendere alcuni manufatti artigianali. Non sono un pericolo per i montanari, ma anzi rappresentano una piccola risorsa per salvaguardare e curare i territori degli Appennini. A Casedisopra le stagioni si susseguono sempre uguali fra la tabaccheria della Nerina e le due caserme, una della Forestale e l’altra dei Carabinieri, forse troppe per il piccolo borgo tranquillo frequentato ormai da pochi turisti stagionali e, spesso, tutto il lavoro da fare sembra multare qualche cacciatore di frodo locale o sorvegliare i pochi clienti abituali che giocano a carte o mangiano nella trattoria-bar di Benito dove, anche quando la caccia è chiusa, chissà perché il maiale sa di cinghiale…
L’unico trambusto in zona è provocato dalla comparsa dei primi stravaganti visitatori, che segnalano l’inizio della calata degli elfi in vista del grande raduno per la Festa dell’Arcobaleno, e dalla notizia del previsto assorbimento del corpo della forestale da parte dell’Arma dei Carabinieri, cosa che non entusiasma Marco Gherardini, detto Poiana, ispettore della Forestale, e i suoi uomini. Ma Poiana non fa in tempo a lasciarsi andare a cattivi pensieri perché due spari nel bosco stanno per rompere la pace paesana. E quando in fondo a un dirupo viene ritrovato il cadavere di un giovane elfo sconosciuto, Marco Gherardini capirà subito di trovarsi di fronte all’indagine più difficile della sua carriera, sia perché potrebbe essere l’ultima come forestale, sia perché si tratta di un caso importante che, toccando altre sfere d’influenza, lo costringe a muoversi con i piedi di piombo, sia perché lo porterà a sospettare anche degli amici più cari. E se l’intuito femminile può essere molto utile per risolvere l’omicidio, Poiana dovrà essere disposto a vagare per giorni negli amati boschi, e a rinunciare a una “strada” per riconoscere finalmente l’altra, l’unica giusta.

Azzeccatissima l’accoppiata Guccini e Macchavelli. E non solo per la perfetta sintonia di sensibilità tra i due, che non fa che accrescersi dopo vent’anni di scrittura in comune, ma anche per un calibrato mix di collaborazione che, sommandosi alla realtà dello scenario ambientale della residenza di Francesco Guccini, non fa che valorizzare la trama. Guccini, infatti, pur nato a Modena, ha trascorso a Pàvana (appenino tosco-emiliano) i primi anni della sua esistenza, per poi tornarci a vivere negli ultimi tempi. E proprio Pàvana, per colpa sua e di Macchiavelli, si è mascherata, come fanno gli Elfi per la Festa dell’Arcobaleno, in Casedisopra, il pacifico borgo di montagna teatro dei misfatti e delitti che capitano tra capo e collo a Marco “Poiana” Gherardini.

Francesco Guccini è nato a Modena nel 1940. Cantautore-poeta e scrittore di assoluta originalità, è un mito per generazioni di italiani. Esordisce nel 1989 con Cròniche Epifàniche per pubblicare poi Vacca di un cane (1993), Storie d’inverno (1993, con Giorgio Celli e Valeri Massimo Manfredi), La legge del bar e altre comiche (1996), Cittanòva Blues (2003), Icaro (2008), i due volumi del Dizionario delle cose perdute (2012 e 2014) e Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto (2015) che – così come il disco L’ultima Thule con cui ha concluso la sua carriera musicale – hanno avuto uno straordinario successo di pubblico.
Loriano Macchiavelli, bolognese, è un maestro riconosciuto del noir italiano e il creatore di Sarti Antonio, uno dei più popolari poliziotti della nostra narrativa, la cui ultima avventura, Uno sterminio di stelle. Sarti Antonio e il mondo disotto, è da poco uscita per Mondadori. Ha all’attivo più di trenta romanzi, oltre a opere teatrali e sceneggiature per il cinema e la tv.

Non ti faccio niente di Paola Barbato

Paola Barbato
Non ti faccio niente
Piemme, 2017

Nell’arco di sedici anni, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, alcuni bambini (molti, si scoprirà) sono stati rapiti. Si è trattato di rapimenti brevi (qualche giorno, meno di una settimana) e nessuno di loro ha mai riportato danni. Anzi, tutti sono tornati a casa ben vestiti, ben nutriti e senza aver subito alcun tipo di violenza. Contenti, quasi. Solo che, a differenza di quel che accade oggi, non c’erano database, gli inquirenti non incrociarono subito le informazioni e i rapimenti erano avvenuti qua e là per l’Italia: bisognerà attendere il sesto o settimo caso perché un investigatore più attento degli altri realizzasse che dietro ai vari rapimenti c’era un’unica mano. Una mano gentile, che tratta bene i bambini e li restituisce dopo qualche giorno alle famiglie terrorizzate. Talmente terrorizzate che solitamente, al ritorno la vita dei bambini migliorava sensibilmente: vuoi perché le forze dell’ordine, la stampa, gli assistenti sociali li tenevano d’occhio; vuoi perché gli stessi genitori, messi davanti all’orrore della perdita, modificavano comportamenti dolosamente o colposamente distratti, i piccoli rapiti, una volta tornati, sperimentavano un modo più piacevole di stare in famiglia. Questo, si sarebbero detti, se solo si fossero parlati tra loro. Ma i bambini, ormai adulti, non si sono mai incontrati. Non ce n’è stata occasione né motivo. Non c’è mai stato il processo, in qualche caso forse non c’è nemmeno stata una denuncia, e il rapitore, di punto in bianco, ha smesso di colpire. Quel rapitore mai catturato, quel caso dei bambini rapiti è il grande cruccio di Giuseppe Cardinali, poliziotto ormai in pensione.
Il tutto potrebbe sparire nelle pieghe della memoria senonché un giorno la piccola Greta, figlia di Remo Polimanti, viene rapita. Remo è uno dei piccoli rapiti degli anni Ottanta. Non ha ancora realizzato appieno il significato della scomparsa della figlia quando la bambina viene ritrovata. Morta.
E non è l’unica: altri due bambini, di recente, sono stati vittime di incidenti più o meno sospetti, ed entrambi erano figli di ex rapiti. Non si conosce il motivo, ma si intuisce che ancora una volta il disegno criminale è il medesimo, e stavolta non ha niente di positivo. A questa conclusione arriva Giacomo, uno degli ex rapiti che, ossessionato dalla sua vicenda personale (e anche da tante altre cose), già da anni si è messo in cerca degli altri rapiti, seguendone le tracce sul web. Giacomo contatta Daniele, e insieme iniziano una corsa contro il tempo per rintracciare tutti i piccoli ex rapiti. Cooptano altri due di loro, due donne, Bianca e Mariangela: i “non genitori” si mettono in cerca di quelli “con figli” per avvisarli del pericolo.

Anche le forze dell’ordine si attivano ma, per deformazione professionale, iniziano a cercare il vecchio rapitore, convinti che dietro i casi di adesso ci sia la stessa persona di allora.
Niente di più sbagliato, come il lettore apprende presto, perché il vecchio rapitore, ancora vivo, non è più in condizioni di nuocere. Rintanato in un casale di un paesino sperduto, vive ormai quietamente tenendo a bada i vecchi fantasmi. Basta poco per far franare il precario equilibrio conquistato in anni di isolamento. Lo sa bene Nives, la donna che, con pazienza, gli sta accanto da anni.

La monumentale caccia all’uomo che si snoda per mezza Italia, e che vede i buoni sempre un passo indietro rispetto al cattivo, lascerà sul campo morti e feriti. Amaro il finale.

Raccontato in terza, Non ti faccio niente è una monumentale ragnatela che si snoda tra passato e presente attraverso le vite di decine di personaggi. Ci sono gli investigatori, di allora e di ora; ci sono i cattivi; ci sono soprattutto i piccoli rapiti, le loro famiglie di origine e le famiglie attuali, quelle che hanno formato nel tempo.
Tutto ruota intorno all’evento che ha segnato ciascuno di loro, quei pochi giorni trascorsi in compagnia del loro rapitore di cui ognuno ha conservato un ricordo diverso. Quell’evento ha segnato il loro futuro: quello di essere finalmente accuditi, dopo essere stati maltrattati, o anche solo ignorati, da genitori distratti o assenti.
Ci sono una miriade di motivazioni e di ragionamenti che stanno dietro a ognuno di loro, e ci sarà un motivo se Remo è diventato padre di famiglia mentre Daniele ha scelto di non avere relazioni, se la bellissima Bianca ha deciso di farla finita mentre la bruttina Mariangela è assessore nel comune in cui risiede.
E poi c’è Vincenzo, che li ha salvati non potendo salvare se stesso. E che anche a distanza di anni sente forte il peso della responsabilità per quei piccoli “prescelti”.

Emozionante fino all’ultima riga.

Pubblicato a giugno, Non ti faccio niente è un romanzo nato su Wattpad, una piattaforma che consente, fra le altre cose, di pubblicare i singoli capitoli e ricevere un feedback dai lettori mentre l’opera è ancora in progress. Al momento Paola Barbato sta scrivendo un altro romanzo, 300, con la stessa formula. Si può leggere iniziando da qua.

Con Paola Barbato parleremo di Non ti faccio niente il 7 ottobre a Perugia, nell’ambito della manifestazione UmbriaLibri

Le brevi di Valerio/158: L’uomo nero

Autrici varie (a cura di Elisabetta Bucciarelli)
Titolo L’uomo nero
Editore Caracò
Anno 2017

Luoghi e tempi vari. I racconti contenuti in L’uomo nero sono stati scritti (appositamente, attraverso un percorso comune) da Simona Giacomelli, Anna Scardovelli, Cira Santoro, Elena Mearini, Cristina Zagaria, Monica Stefinlongo, sei scrittrici. Narrano di un 50enne apicoltore poeta, un maturo professore (di chimica) doppiatore (di passione), un vecchio macchinista teatrale, un 32enne product manager cocainomane, un bel poliziotto in carriera, un 47enne speaker dj radiofonico, uomini. Come spiega la curatrice Elisabetta Bucciarelli “guardare i maschi e provare a ragionarci sopra, abbandonando le solite categorie antagoniste, cancellando per un’istante la parola “contro”, non è un’operazione semplice”. Il fertile laboratorio parte dalla cattiveria di genere per cercare incrinature di cambiamento rispetto allo stereotipo maschile imperante, da qualunque essere umano siano praticate.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/124: Il sentiero

Peter May
Il sentiero
Einaudi, 2017 (orig. 2016, Coffin Road)
Traduzione di Alessandra Montrucchio
Giallo

Isole Ebridi, Scozia. Settembre 2013. Un bell’uomo quasi quarantenne, capelli scuri e ricci, occhi azzurri e zigomi alti, magro e in forma, si trova stropicciato sulla spiaggia di un luogo sperduto e pochissimo abitato, con un giubbotto di salvataggio, senza ricordare chi è e dove abita, perché è lì e come ci è arrivato. Un tipo lo osserva col binocolo dalla collina prospiciente accanto a una roulotte e a una Land Rover malconce. Grazie alla battuta di un’anziana incontrata mentre sale verso la strada per il sentiero fra le dune, impara di chiamarsi Maclean e di abitare nel piccolo cottage a un piano dove lei lo accompagna. All’interno ci sono il Labrador color cioccolato Bran (accidenti, sa il suo nome!) e alcuni indizi: bollette destinate a Neal Maclean, Dune Cottage, Luskentyre, isola di Harris. Dunque, è la spiaggia di Tràigh Losgaintir, Ebridi scozzesi. Il computer è vuoto ma fra i pochi libri c’è Il mistero delle isole Frannan, sono vicine, isolotti vari a 30-35 chilometri, con un faro da dove scomparvero i tre guardiani nel dicembre 1900. Continua a non capire cosa ci fa lì, arriva una coppia di vicini, Jon e Sally Harrison. A loro ha detto di essere in periodo sabbatico dalla carriera accademica a Edimburgo e di star scrivendo un libro sull’antico mistero. Lo viene a sapere da Sally, a letto, hanno una relazione. Lei gli conferma di gestire col marito un anno sabbatico rispetto a un matrimonio che si stava sgretolando. Poi lo accompagna sul sentiero evidenziato in una mappa, la Via delle Bare, una specie di cimitero all’aperto in pendenza. In cima ci sono due massi e subito dietro una conca, ove qualcuno ha messo al riparo 18 arnie quadrate. Sa cosa sono e vede ferite da puntura sulle mani. Ancora non ricorda, intuisce che nella propria vita c’entrano le api e l’agrochimica.

L’affermato giornalista, scrittore e autore televisivo scozzese Peter May (Glasgow, 1951) dedica il nuovo romanzo “alle api”. E, in effetti, molte pagine illustrano, allegramente e senza supponenza o tecnicismi, che si meriterebbero molti ringraziamenti dalle altre specie, soprattutto da piante e umani. Sono una chiave decisiva per la sopravvivenza di molti ecosistemi. Anche se è stato un processo evolutivo casuale, non possiamo fare a meno di loro. Impollinano oltre i due terzi dei frutti e degli ortaggi, ovvero molto di quanto ci impedisce di morire di fame; hanno vita dura e breve, circa sessantamila in un alveare, tutte imparentate. Le femmine (“operaie”, fanno quasi tutto loro) svolgono le preminenti funzioni riproduttive e gerarchiche, i maschi (fuchi) oziano e muoiono dopo aver fecondato la regina. Quando lo incontriamo, il protagonista soffre di amnesia dissociativa e ci mette un po’ a ricordare come mai percorreva la Via delle Bare (il titolo inglese, Coffin Road) e cosa ha a che fare con le api. Narra l’improvviso enorme smarrimento in prima persona al presente, come ad alta voce; la storia avanza come disvelamento parallelo per se stesso e per i lettori. Emergono così due altre figure rilevanti, anche loro all’oscuro della sua identità: da una parte l’irrequieta figlia 17enne Karen, convinta che sia morto già da quasi due anni; dall’altra il non più giovane calmo sergente Gunn della stazione di polizia dell’isola, quasi convinto che comunque sia pure un assassino, visto che poi nel faro trovano anche un cadavere fresco. Il loro parallelo percorso investigativo è narrato in terza persona al passato, alternandosi col protagonista, con aggressioni e morti, intreccio e ritmi da buon giallo, ecothriller o “verdenero” che dir si voglia. Non mancano parole e frasi in gaelico, sono posti dove andare! Karen seleziona Marilyn Manson. Per provarci si serve dello syrah australiano, viola scuro. Caol Ila è l’ottimo whisky isolano.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/157: Sette giorni in Grecia

Autore Emanuele Apostolidis e Isacco Saccoman
Titolo Sette giorni in Grecia
Editore Becco Giallo
Anno 2017

Grecia. Se capita. Bella idea, un taccuino di viaggio a fumetti con suggestioni, curiosità, tradizioni e cibo per “Sette giorni in Grecia”. Si tratta di sette itinerari scelti da un nipote con sua nonna (Afrodite), qualche pagina scritta per orientarsi, un’avventura a vignette per comunicare meglio: il centro e le periferie di Atene, da Patrasso a Corinto, le 56 isole delle Cicladi, il Dodecaneso (non solo Rodi), le Sporadi, da Salonicco ai sette monasteri di Meteora, Creta. Lo sceneggiatore poeta Emanuele Apostolidis (Schio, 1982) e il fumettista illustratore Isacco Saccoman (Mira, 1987) hanno poi aggiunto in appendice qualche piatto tipico e un dizionario linguistico per il turista, fornendoci così una guida simpatica e originale di bei luoghi da rivisitare, prima o poi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/123: Pulvis et umbra

Antonio Manzini
Pulvis et umbra
Sellerio, 2017
Noir

Aosta e Roma. Giugno 2013. Il vicequestore Rocco Schiavone è sui 47 e da sei si trascina la vita sulle spalle con la faccia spiegazzata, i capelli spettinati, il torso masticato, gli occhi spenti e inespressivi, inno alla gioia come sarcastica suoneria personalizzata. Il 7 luglio 2007 era morta la moglie Marina (per caso, volevano uccidere lui). Depressione e allucinazioni non lo lasciano, ora da qualche tempo lei non va più a trovarlo, neanche ad Aosta dove è stato forzatamente trasferito da dieci mesi per punizione e ora retrocesso pure di ufficio. Vive solo, senza internet quadri libri. Gli resta Lupa, fedele cucciola lupetta che riconosce tre nomi (il proprio, “pappa”, “no”). Finisce pure per affezionarsi paternamente a Gabriele, l’adolescente ciccione brufoloso ignorante, vicino di appartamento, che gli chiede aiuto per il latino e glielo garantisce per il web. Rocco continua a detestare le rotture di coglioni (seconda una personale classifica), comprese criminologia e feste comandate, porta sempre le Clarks (sedici paia e tallonite al sinistro dopo i primi dieci mesi di montagna), si fa regolari canne, collega le persone incontrate a una specie animale, gira in Volvo. Trovano una trans argentina M to F morta, sulle rive della Dora Baltea; la prostituta è stata strangolata a casa e gettata lì. Già risulta complicato darle un’identità, peggio se capisce di essere seguito e spiato, sembra c’entrano i Servizi in qualche modo. E, poi, a Castel di Decimo in un campo sulla Pontina, trovano un cadavere sgozzato, in tasca un foglietto con il suo numero di cellulare. Potrebbe tornare a galla la vecchia storia del traffico di droga ed essere coinvolto Enzo Baiocchi, il vendicativo detenuto scappato da Velletri che (volendo uccidere lui) ha già ucciso Adele, donna del grande amico Sebastiano, messosi in caccia verso il Friuli. Rocco cerca gli amici e risolve entrambi i casi; ma forse è peggio: verità e giustizia son distanti.

Fra altre scritture, sesto romanzo per l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964) della bella sospesa serie Schiavone, originale anche perché concepita come un unico romanzo “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato dieci mesi valdostani del suo vicequestore (comunque frequenti le incursioni sugli antefatti romani, non solo nei racconti), sempre con uno straordinario meritato successo (nell’autunno 2016 anche in tv). Tutto avviene in terza persona, quasi fissa o comunque connessa al protagonista, al passato. Anche qui è vero autentico noir, il protagonista fa i conti con il proprio dolore strutturale e con il proprio ruolo formale, mettendo a repentaglio l’amicizia più profonda, quella trasteverina dei sodali romani (Furio e Brizio oltre a Seba), loro ancora sul crinale del crimine ai bordi della legalità, lui ormai poliziotto di (poco) potere, bene o male che sia. Le molliche possono essere lasciate non da Pollicino ma a bella (polverosa) posta. E si tradisce nell’ombra, talora senza saperlo volerlo poterlo. Il latino appare nel titolo (appunto “polvere e ombra”, Orazio), nelle ripetizioni sulle declinazioni, in qualche proverbio. I personaggi vecchi e nuovi lasciano bene il segno: il questore Costa, il magistrato Baldi e la turbata vice Caterina fra i primi; fra le seconde la dolce Carmen all’ambasciata dell’Honduras e la sospettosa palermitana commissario della Scientifica (appena arrivata) Michela Gambino, convinta che le scie chimiche siano un ottimo sistema di controllo da parte dei 300 registi mondiali. Segnalo che il 40enne calciatore dilettante Gianandrea rinviene il cadavere mentre ascolta Finardi e corre dopo solo due mesi di fermo per la cuffia dei rotatori. Più che su scontati bianco o rosso, meglio puntare su rhum e cioccolato fondente. Gabriele gli mette David Bowie in sottofondo triste e Rocco apprezza.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Un anno in Afghanistan

Un anno in Afghanistan
di Marco Henry
Newton Compton, 2017

Un anno in Afghanistan è il diario del soggiorno di Marco Henry per quasi quattordici mesi, dal 21 aprile del 2006 al 3 giugno 2007, come responsabile degli approvvigionamenti per i contingenti alleati dell’Operazione Enduring Freedom schierati in Afghanistan.

Il diario è contemporaneamente un viaggio, un’avventura e la diretta testimonianza di un uomo che è riuscito a vivere una pseudo normalità in un paese con una guerra in atto, ma che allora era “proibito” chiamare guerra. Un quarantenne italiano con famiglia che ha scelto di lavorare per più di un anno in uno dei peggiori teatri bellici del pianeta.
Henry ci spiega come, per motivi economici, si è trovato a scegliere tra la sicurezza della propria casa e il calore della famiglia e un lavoro lontano, molto ben remunerato ma con poche certezze e molti rischi.
Un lavoro da impiegato civile con base a Kabul, città che definire pericolosa era un eufemismo, e frequenti viaggi per tutto il paese. Marco Henry aveva l’incarico di gestire gli approvvigionamenti delle varie basi militari sparse per un Paese grande due volte l’Italia, con un clima infido, gelido d’inverno e bollente d’estate, in un territorio difficilissimo fatto di montagne e vallate impenetrabili. Una complessa gestione logistica, che esigeva la presenza anche a rischio della vita al momento delle consegne, ma anche amministrativa e organizzativa non semplice. Quando poi alle richieste normali e legittime si aggiungono quelle ridicole… Come la pretesa del comandante della base tedesca di avere, per Pasqua, una fornitura di coniglietti di cioccolato destinati ai suoi uomini. Pretesa che comportò un apposito volo speciale dal costo vertiginoso e, ciliegina sulla torta, dati i problemi di pressurizzazione in volo, buona parte dei coniglietti arrivarono spiaccicati.

Un’esperienza di quattordici mesi descritta in maniera lucida e disincantata. Molte cose spiccano in queste pagine: le descrizioni del primo impatto con l’Afghanistan, Kabul con il suo polveroso caos, l’assenza di colori e la popolazione, migliaia di persone affrante ma non dome. E poi gli altri, gli stranieri, uomini e donne provenienti da tanti paesi diversi, sballottati fin là per una scelta di lavoro e uniti dal desiderio di andare avanti fino in fondo con un unico scopo: darsi da fare e aiutare.
La difficoltà di vivere quella che dovrebbe essere una missione di pace ma che in realtà è una continua guerra, dove il pericolo si nasconde dietro le cose più normali come una passeggiata, una cena con gli amici… I viaggi all’insegna del rischio di attentati, la vita dentro le strutture militari in compagnia di persone di tutto il mondo, gli incontri brevi ma intensi con la popolazione locale. In un luogo spaventosamente ostile e pericoloso, le precauzioni non sembrano mai sufficienti. Ogni spostamento deve essere programmato e protetto. Ma, purtroppo, non tutto va sempre per il verso giusto. Gli stranieri vengono presi di mira e spesso sono vittime di feroci assalti o attentati kamikaze.
Capitoli che colpiscono, descrivendo senza fronzoli la normalità dell’inimmaginabile, la finale dei mondiali di calcio vinta dall’Italia e il venir presi a fucilate dai pastori, perché con la macchina sei passato loro troppo vicino, disturbando le pecore, il fastoso matrimonio di un collaboratore locale, in cui Henry era l’unico straniero invitato e il funerale di un kamikaze dopo averne raccattato i resti. E poi la straordinaria bellezza del cielo notturno in una base dove ogni notte i missili colpiscono il perimetro; la lista dei pro e dei contro nel rimanere quando è sempre presente la voglia di tornare a casa, dove ti aspettano e hanno bisogno di te e la domanda più frequente, quando sei stanco e hai paura: “Chi me l’ha fatto fare?” ma non vuoi mollare.
Il diario di chi è partito per l’Afghanistan non per combattere, ma per accollarsi un lavoro ed è riuscito a farlo e bene anche in condizioni che potevano sembrare impossibili. Un libro reale, un vero resoconto in cui è ancora viva la speranza che in futuro le cose possano cambiare, migliorare per un paese che da troppo conosce solo la guerra. Un anno in Afghanistan è una irrinunciabile lettura per chi voglia capire fino in fondo cos’è una guerra, proponendo elementi e riflessioni ignorate dai media.
Un’esperienza fuori dal comune, tra un sorriso, tanta paura e la quasi innaturale “normalità” di un mondo sconvolto da un conflitto che sembra non voler finire mai, l’autore riesce a regalarci anche delle straordinarie immagini dell’Afghanistan e delle speranze del suo popolo.
Ma purtroppo, a più di dieci anni di distanza, il caos afghano non si placa.

Ad aprile 2017, dopo 27 mesi dal ritiro delle forze alleate da combattimento che ha lasciato nel paese solo i 13.400 militari statunitensi e NATO della missione addestrativa e di consulenza e supporto (Resolute Support), l’Afghanistan ha subito una spaventosa escalation bellica confermata dall’attacco della sera del 21 alla base di Mazar-i-Sharf che ha provocato oltre 200 morti e feriti tra le truppe di Kabul.
Bisogna calcolare che da quando il grosso delle forze statunitensi e della NATO, contributrici alle operazioni militari in supporto alle forze di sicurezza afgane, sono state ritirate, il 2016 è stato un anno di carneficine. Tra gennaio e novembre sono morti 6.785 tra soldati e poliziotti afghani, mentre i i feriti sono stati oltre 11.000. Paragonati ai circa 5.000 caduti del 2015, questi numeri certificano il vertiginoso aumento di perdite in combattimento. Un sanguinoso anno record anche tra i civili: (3.498 morti e 7.920 feriti) come pubblicato dalla missione dell’ONU (UNAMA) e in aumento rispetto al 2015. L’area di Kabul, le province di Helmand, Kandahar, Nangarhar, Uruzgan, Kunduz e Faryab registrano gli scontri più violenti dell’esercito regolare contro i Talebani. E purtroppo anche il gruppo Isis, insediatosi in tempi recenti in Afghanistan Orientale, nel 2016 ha reclamato il suo tributo di sangue contro gli sciiti con 209 morti e 690 feriti. Altissimo il numero di giovani feriti e uccisi, più di 3.500 (di cui 923 morti), a causa dello sterminato numero di ordigni bellici inesplosi disseminati ovunque.

Chi ha bisogno di te – Elisabetta Bucciarelli

Elisabetta Bucciarelli
Chi ha bisogno di te
Skira, 2017

Meri, diciassette anni, è un’adolescente speciale, introversa e sensibile. Salva le api e le mosche invece di ucciderle. Ha un piccolo difetto fisico, residuo di una disgrazia accaduta dieci anni prima, compensato da un piccolo superpotere. Si muove controllata – con l’abitudine che le deriva dallo studio del pianoforte –  al centro del suo universo fatto a corone concentriche: famiglia e amici stretti, scuola, interessi, forse un amore che si manifesta, attraverso misteriosi bigliettini colorati, con frasi tratte dalle canzoni dei Queen.
Intorno a lei gli altri sono nebulosi, vicini ma a volte distratti: i genitori sono separati, Meri vive con la madre che le ha trasmesso la passione per la musica e per le piante – i semi, soprattutto. Il padre è una debole presenza/assenza. Sara, la migliore amica, vive in un mondo che condivide solo in parte. Zia Vale ha il compito di dire ciò che gli altri non dicono. E poi c’è il misterioso autore dei bigliettini, che mantiene le distanze, suscita curiosità, si fa desiderare.
Attraverso lo sguardo acuto, curioso ma non invadente, disincantato e nitido di Meri, Elisabetta Bucciarelli restituisce il punto di vista di un’adolescente imperfetta che osserva gli adulti ma non li giudica, prende da loro ciò che serve e lascia il resto, si interroga su come stare al mondo:

Lei non fa mai domande, prende atto. Osserva i comportamenti
e poi trae le sue conclusioni. Dice che alcuni gesti
parlano in modo eloquente, non servono spiegazioni, non
serve nemmeno interpretare. Sono quello e basta. Allora
penso che anche le parole dette e non dette siano un gesto. Il
silenzio è un gesto. Tenere chiusa la bocca, non muovere le
corde vocali.

Meri è un’adolescente “normale”, di una normalità che troppo spesso dimentichiamo perché non fa rumore, non appare sui social o sui media, ma non per questo è indenne da delusioni e turbamenti. Qua e là ci sono riflessioni sulle relazioni affettive e umane (amore, amicizia, vicinanza), sul mondo (importante il capitolo UnoDiNoi sul cyber-bullismo), sugli altri. È un continuo sperimentare il mondo per conoscere se stessa.

Un romanzo compatto, evocativo, colmo di significati e pensieri, immagini e sensazioni. Per chi conosce il percorso di Elisabetta Bucciarelli c’è un piacere ulteriore nella lettura, quello di scoprire i cameo di opere precedenti:

Stimo solo chi ha molto amato. Lo dice uno dei nuovi personaggi
di Mamma, una donna molto grassa che è contenta del
proprio peso e delle sue dimensioni. Si chiama Olga.

i temi ricorrenti come fili di una trama unica, l’interesse per letteratura, musica e arte che persiste nel tempo (in questo romanzo ho scoperto Naoko Ito). E l’ormai celebre uso della lingua, sintetico, lineare ed efficace che molto deve alla poesia:

“Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire.” È un
aforisma di Alda Merini, la Mamma lo ha scritto su un biglietto
e messo sul frigorifero.

Route 68 project di Naoko Ito
2013
Wood, paint, hinge, screw, chain
24 x 33 x 15 inches
60.9 x 83.8 x 38.1 cm

Chi ha bisogno di te“: una domanda, un’esclamazione, una premessa da cui trarre le debite conseguenze?

Prima regola, non possiamo innamorarci di chiunque.
Seconda regola, ci sono modi diversi di essere innamorati.
Terza regola, l’amore vero contiene sempre una perdita.
Quarta regola, l’amore ha molti modi per esserci. Ci vuole
tempo e forse un po’ di vita per accettarlo.

Con Elisabetta Bucciarelli parleremo di Chi ha bisogno di te il 7 ottobre a Perugia, nell’ambito della manifestazione UmbriaLibri

Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (IV)

Continuiamo la carrellata delle signore o signorine in giallo…
Sfruttando il fatto di vivere in un condominio in cui abitava anche lo scrittore poeta Attilio Lolini (un caro saluto), nonché appassionato cultore di gialli, sono riuscito a carpirgli, tempo fa, qualche notizia su una detective lady a me francamente sconosciuta.
Pur vivendo negli Stati Uniti e risultando una scrittrice americana sotto tutti gli aspetti, Lillian O’Donnell è d’origine italiana essendo nata a Trieste nel 1926. Prima di darsi alle lettere fu ballerina, attrice e regista di successo. Il suo esordio di narratrice avvenne nel filone del romanzo gotico-romantico; datato 1972 è il suo primo libro d’impianto decisamente realista: Phone Calls, con protagonista il poliziotto Mulcahaney, precursore della sua “vera” investigatrice, Mici Anhalt, che debutterà cinque anni dopo in una trama assai drammatica e riuscita: Buio sulla metropoli. Lillian O’Donnell non nasconde la sua ammirazione per Agatha Christie, Dorothy Sayers e, perfino, per Josephine Tey. Come la sua idolatrata maestra, la grande Agatha, la scrittrice non manca di rilasciare sconcertanti interviste sulla politica, notando che il sistema giudiziario americano è troppo generoso con i criminali.
Va detto che un’investigatrice che si chiama Mici, almeno da noi, non si presenta con la dovuta autorità ai lettori, che stanno molto attenti ai nomi dei loro eroi; difficilmente il protagonista di una telenovela o d’un telefilm potrebbe appellarsi Amintore o Ildebrando essendo questi nomi, ad onta della loro bellezza fonica, poco adatti a protagonisti, con la pistola spianata, circolanti nelle metropoli a caccia di spietati assassini. Peccato perché Mici è un personaggio originale che emerge decisamente dall’informe panorama dei tanti investigatori sfornati con la fotocopiatrice. Nel giallo intitolato Wicked Designs Mici, che lavora all’ufficio risarcimento vittime del crimine, si trova davanti un caso veramente insolito: un’anziana signora igienista viene trovata cadavere su una scala della metropolitana; pare sia morta per un’overdose mentre il suo cane, un delizioso barboncino, viene rinvenuto, con la testa fracassata, in un secchio d’immondizia. La donna era ricca, così Mici indagando scopre che c’era molta gente interessata a farla fuori. La O’Donnell o, meglio, la Mici segue il consiglio della sua famosa antenata Miss Marple: è il danaro ossia l’eredità il motivo principe d’ogni delitto che si rispetti, traccia ineccepibile che conduce a una soluzione quanto mai logica ed esauriente.

Come piante tra i sassi di Mariolina Venezia, Einaudi 2009.
La trama interessa fino ad un certo punto. Voglio dire interessa, sì, scoprire l’assassino e tutto l’ambaradan connesso all’evento funesto, che altrimenti non sarei un lettore (anche) di gialli. Ma al centro della scena si piazza lei, Imma (Immacolata) Tataranni, sostituto procuratore di Matera. Quarantatré anni, alta uno sputo, un po’ miope (mi pare), faccia di “luna piena”, tacchi a spillo, capelli rosso mogano o fiamma o carota, o addirittura di “un infido color melanzana”, secondo lo schiribizzo giornaliero. Per la suocera, poi, “la donna peggio vestita di tutta la provincia”, anche se sui giudizi delle suocere c’è sempre da stare cauti.
Ci si piazza, dicevo, ed è difficile staccarle gli occhi di dosso. Non ha fantasia, né una particolare intelligenza, né un certo intuito comune a tanti/e piedipiatti/e dei nostri romanzi, ma una bella memoria che l’ha aiutata anche durante gli studi scolastici. Ligia al dovere, “implacabile come un orologio a cucù, insensibile alle sfumature e concentrata sul risultato”, tiene sotto torchio i suoi sottoposti (spia soprattutto la Moliterni che esce spesso per gli affari suoi) e li fa tremare quando ha la luna storta. Per non esplodere troppo spesso trattiene il respiro (guance gonfie) o tira fuori qualche piacevole ricordo. Ostinata e dura come le piante che crescono fra i sassi, i suoi pensieri vanno di pari passo con le azioni di tutti i giorni e con i suoi istinti primordiali, mentre sbuccia i piselli o, se presa da un dubbio, subito distratta da un babà o da una pizza rustica.
Sposata felicemente con Pietro e portata altrettanto felicemente al sesso come cosa naturale e spontanea, è attratta dal giovane appuntato Caligiuri che le dà una scossa dentro. Ha una figlia Valentina in età adolescenziale, studia al liceo e le procura qualche grattacapo (i soliti vestiti firmati e via dicendo) condito da qualche pulsione omicida a stento repressa (tipo soffocamento). Non manca la vecchia madre con badante, anzi badanti straniere che non ne possono più, insieme a uno strisciante senso di colpa.
Soliti personaggi di contorno: Diana, la sua assistente, “un’accanita spettatrice di fiction televisive”, il giovane e bell’appuntato Calogiuri (già citato), il maresciallo tuttofare Domenico La Macchia. Sulla trama è presto detto. Trovato morto ammazzato il giovane Nunzio (taglio alla gola) con mutande Dolce e Gabbana e sull’erba un santino di La Madonna della Sula. Di mezzo traffici illeciti e, come al solito, l’amore.
Attraverso le indagini vengono fuori in maniera naturale alcuni aspetti della società della sua terra senza il facile e roboante sdegno di tanti autori impegnati: maschilismo e dura vita delle donne, smaltimento dei rifiuti tossici radioattivi, sfruttamento degli aiuti della Comunità Europea, abusi edilizi, sottrazione di reperti archeologici.
Ma, soprattutto, è lei, Imma (Immacolata) Tataranni, che si piazza risoluta in mezzo alla scena su impossibili tacchi a spillo e si muove di qua e di là attraverso paesaggi ricchi di storia antica, incespicando, osservando, pensando, rimuginando, ricordando, sognando. E, nei momenti critici, mangiando. Che, con lo stomaco pieno, si ragiona meglio.

Quando si dice la copertina. Voglio dire che la bella copertina di un libro fa sempre un certo effetto sul lettore. Magari si prende una bufala ma intanto si acquista. Quando poi ce ne sono addirittura due, sotto nera e sopra di uno splendido giallo-arancione, allora si va proprio in brodo di giuggiole. È quello che mi è capitato con Whiskey Sour di J.A. Konrath, Alacran 2007. Ma mi è andata bene. Non è una bufala.
“In vent’anni di carriera, la tenente Jacqueline “Jack” Daniels ha catturato molti assassini, ma questa è la prima volta che è un assassino a voler catturare lei: un serial killer l’ha appena messa in cima alla sua lista. Tuttavia la bella e dura detective di Chicago PD, coadiuvata dal collega Herb, dall’ex detenuto Phin e dall’ambiguo investigatore Harry, è pronta a raccogliere la sfida. All’ultimo sangue”.
Jacqueline “Jack” Daniels: tenente della Squadra Crimini violenti del Dipartimento di polizia di Chicago. Ha una Nova del 1986. Siamo a ottobre e fa troppo freddo. Impermeabile tre-quarti London Fog sopra un blazer blu Armani e gonna grigia. A volte anche blazer di Donna Karan tanto per gradire. Non mancano jeans e maglioni. Caffè a volontà, whiskey sour ecc… Insonnia cronica. Primo spunto su di lei “A quarantatré anni i miei capelli castani erano striati di grigio, che cresceva più rapidamente di quanto lo riuscissi a tingerlo, le rughe sulla mia faccia rivelavano più l’età che la personalità e nemmeno due bottiglie al mese di crema Visine riuscivano a sistemare le cose”. Alta un metro e sessantotto, peso sessantuno chili, occhi castano scuro, capelli scuri e zigomi alti. Ha una mamma che è stata anche lei una poliziotta di Chicago e le ha insegnato a sparare bene. È la sua migliore amica, la sua guida, la sua eroina. Il padre è morto quando aveva undici anni (ormai un classico). Lasciata dal marito e dal fidanzato (altro classico). Biglietto del fidanzato Don “Jack, ti lascio per la mia personal trainer, Roxy. Non eravamo adatti l’uno all’altra, tu eri troppo presa dal tuo lavoro e anche il sesso non era granché”. Quando si dice la sintesi. Ottima giocatrice di biliardo a stecca. Esercizi mattutini con cento addominali, flessioni sulle braccia e bilanciere. Scrive con una macchina elettrica. Le piace leggere. Abituata a tutto. Forte, energica, veloce nel combattere e nello sparare. Le manca di essere innamorata. Ogni tanto ripensa con nostalgia all’ex marito Alan che ha conosciuto sul lavoro. Matrimonio sprecato per la sua carriera. Disperata decide di chiedere aiuto a una agenzia di incontri.
Una volta accoltellata dal componente di una gang, ferita a una gamba esce in fretta dall’ospedale. Regge bene il dolore. Mangia quello che trova “A ogni morte di papa mi cuocevo un hamburger o mi preparavo degli spaghetti”. Fa acquisti la notte convinta dai “teleimbonitori”. Momento triste “Nessuno era felice. Ogni giorno portava altre seccature, altri problemi, altro dolore. E se riuscivi a evitare il cancro, l’Aids, le droghe, gli incidenti d’auto, i malevoli interventi di Dio, c’era sempre la possibilità che uno sbarellato ti rapisse, o rapisse i tuoi figli e li torturasse a morte senza ragione”. Fregata (in passato) dal collega Harry per un caso risolto da lei. Prende simpatia (ricambiata) per il capo contabile Latham che va a finire in rianimazione.
La detective parla in prima persona. Prosa leggera che scivola via. Ironia, parodia, umorismo. Finalmente si sorride.

Tra le sempre più numerose detective lady che affollano le storie di stampo più o meno giallistico ecco arrivare anche la deliziosa Jane Austen in Jane e la disgrazia di Lady Scargrave di Stephanie Barron, Tea 2009.
Proprio la famosa scrittrice inglese in visita dall’amica Isobel Payne, Contessa di Scargrave, si trova testimone di una tragedia. Suo marito, Il Conte Frederick (vecchio il giusto), colto da un improvviso malore, muore in poco tempo. Un biglietto la accusa di omicidio e di adulterio. E da qui cominciano i guai.
Il tutto proposto in forma di diario scritto da Jane Austen medesima tra il 1802 e il 1803 che contiene alcune lettere all’amica Cassandra. Brevi spunti sul nuovo personaggio letterario: figlia di un ecclesiastico ha lasciato un suo pretendente al matrimonio e se ne è venuta via di casa. Spirito libero, aperto, moderno, dotata di acuta intelligenza e di brillante dialettica, tiene testa a tutte le conversazioni. Sensibile, riflessiva, timida (spesso arrossisce), all’occorrenza botta e risposta energica e affilata. Pronta a difendere la sua amica, dinamica, grande camminatrice (tre miglia le fanno un baffo), non gradisce la città, gli “interminabili pavoneggiamenti, l’irrequieta vacuità delle conversazioni, l’affollamento dei luoghi pubblici…”. Mille volte meglio la campagna.
Sempre elegante e curata nel vestire, una penna infilata in una fascia adorna di perle che porta intorno alla fronte. E vanitosa. Lo dice lei stessa “Ognuno di noi ha i suoi difetti, e il mio è la vanità”. Non crede al matrimonio ma non è immune al fascino maschile e ci scappa pure un bacio.
L’autrice cerca di riprodurre la prosa della Austen, fluente, elegante, graziosa, brillante, ricca del bon ton e dello spirito del tempo.
Libro di molti ingredienti che mischio fra loro: fasi di un processo, lettere minacciose, amori ricambiati e non ricambiati, signorine prematuramente incinte (succedeva anche allora), differenze sociali, problemi di testamento e patrimoni, aspettative delle fanciulle in un bel matrimonio con relativo bel patrimonio, mistero, dubbi, angosce, prigioni malsane e puzzolenti, fazzoletto rivelatore insieme a noci delle Barbados piuttosto indigeste, spruzzo di gotico con il fantasma redivivo del conte che a mezzanotte in punto fa la sua inquietante e grottesca comparsa. Non manca la politica e Napoleone. Psicologie ben sviluppate, buona organizzazione, colpo di scena finale con relativo pericolo (un classico) per la nostra Jane.
Piacevole senza entusiasmare.

Le brevi di Valerio/156: La terra come casa comune

Autori Jürgen Moltmann, Piero Stefani, Paolo Trianni
Titolo La terra come casa comune
Editore EDB
Traduzione di Andrea Gloria Michler
Anno 2017

Prima durante e forse dopo la vita. Ora ed eventualmente poi. Finalmente una stimolante riflessione che intreccia teologia ed ecologia! Tre docenti di teologia (a Bonn, a Milano, a Roma) affrontano La terra come casa comune. Crisi ecologica ed etica ambientale. Come spiega il direttore del Centro per le scienze religiose Marco Ventura “il movimento della terra e il movimento della religione si intersecano”, ripensando testi sacri e mutando orientamenti superati. A partire dalle relazioni a un convegno del maggio 2017, l’ecoteologo Jürgen Moltmann insiste sulla “terra, nostra patria”, spiegando la “dignità di tutte le creature”. Piero Stefani ricomprende “i viventi nell’orizzonte della creazione”, con donne e uomini “specifici” perché responsabili individualmente e collettivamente. Il giovane Paolo Trianni collega “sensibilità vegetariana ed etica ambientale”. La recente enciclica papale riflette dunque molti studi e dibattiti, alle spalle e in avanti. Pensare al divino è un confronto utile per tutti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)