Le brevi di Valerio/145: Marco e l’arcobaleno

Autore Paola Olmi
Titolo Marco e l’arcobaleno
Editore Sorbello
Anno 2017

Una città marchigiana. Di questi tempi. Marco Milani è uno studente quattordicenne “con problemi”: da un decennio convive con una forma d’asma, costretto spesso a ricoveri, sempre seguito da adulti, spesso evitato dai coetanei; ora in prima superiore sembra stare meglio. I genitori Romolo ed Helena sono originari della Romania. Narra in prima con garbo e sensibilità delle vecchie storie e della nuova malattia della mamma, dei problemi di lavoro, dei compagni di classe, degli insegnanti, del terremoto.
La giornalista Paola Olmi (Macerata, 1962) prosegue la sua opera di medicina narrativa, il racconto di come la quotidiana condizione di salute rende in ogni campo diversamente abili noi e gli altri. Marco e l’arcobaleno è il secondo bel romanzo, dopo quello più schiettamente autobiografico, con protagonista Anna cui viene diagnosticato un tumore al seno.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/111: L’ultima sera di Hattie Hoffman

Mindy Mejia
L’ultima sera di Hattie Hoffman
Einaudi, 2017
Traduzione di Carla Palmieri
Giallo

Pine Valley, Sud Minnesota. 12 aprile 2008. Dopo una recita scolastica in teatro, a tarda sera nel lontano granaio abbandonato una secca coltellata uccide una ragazza solare, poi il bel volto viene sfregiato. Henrietta Sue Hattie Hoffman, alta e snella, pelle abbronzata color miele, occhi sbarazzini e intelligenti, lunghi capelli castani, aveva compiuto 18 anni a gennaio. Amava recitare sia nel rapporto quotidiano con gli altri sia come prospettiva di vita professionale (ambiva diventare attrice e lavorare a Broadway). A fine agosto 2007 aveva iniziato l’ultimo anno di scuola, sempre andata benissimo. C’era un nuovo affascinante docente di Lettere, il 26enne Peter Lund, capelli scuri e occhiali quadrati, runner e vegetariano, appena trasferitosi da Minneapolis per seguire la moglie Mary che doveva prendersi cura della madre e della fattoria. Sia Hattie che Peter avevano un nickname in rete, HollyG e BookNerd, per caso loggavano entrambi su Pulse e si incrociarono in un forum, scoprendo di avere gli stessi gusti culturali e sociali, era cresciuta in autunno un’intensa travolgente relazione virtuale (anche sessuale). Sulla scena del crimine arriva il taciturno anziano sceriffo della contea Del Goodman, trent’anni di onorato servizio, veterano di guerra (lasciato dalla moglie appena tornato dal Vietnam), molto amico dei genitori di Hattie, alla quale era pure affezionatissimo. Trovano sul cadavere traccia di sperma, un rapporto consensuale. Sanno che la ragazza frequentava Tommy Kinakis, un solido sciocco giocatore di football del quale forse non era innamorata. Scoprono altro aspettando il test del DNA.

La giovane graziosa scrittrice Mindy Mejia (che nasce, lavora e vive in Minnesota) fa centro al secondo romanzo, 26 capitoli datati (da agosto 2007), in cui si alternano tre prime persone in un originale percorso narrativo: Hattie nei mesi precedenti il delitto tiene una particolare forma di diario (che si rivelerà decisiva), Peter racconta e confessa in parallelo la sua vicenda sentimentale durante il corso d’insegnamento e poi le indagini, Del resoconta giorno per giorno il caso (per una settimana) dalla scoperta del corpo alla complicata soluzione. Sappiamo che la ragazza è morta e siamo ansiosi per la tragedia incombente, capiamo che ognuno dei personaggi ha in testa vari possibili colpevoli e, soprattutto, che alla vittima è stato impedito di far godere molte persone della propria esistenza (nelle passioni e nei tormenti), chiunque l’avesse incontrata, lì e altrove (da cui il titolo inglese “Everything You Want Me to Be”). Belli e colti i dialoghi sia orali che internet. Molto c’entra Shakespeare ovviamente, e la maledizione notoriamente connessa alle rappresentazioni del “dramma scozzese”, il Macbeth. La protagonista delle prove e della recita era stata Hattie, la malvagia Lady, interpretazione sublime, l’ultima. Del resto, adorava pure i fratelli Coen, Non è un paese per vecchi, e detestava la musica country, Nashville compresa. Segnalo che al padre (non grasso) diagnosticano il prediabete. Ben innamorati, i due sgranocchiano cracker e formaggio sorseggiando Pinot Nero (da bicchieri di carta)!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/144: Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore

Autore Hans Tuzzi
Titolo Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore
Editore Bollati Boringhieri
Anno 2017

Lezioni di scrittura creativa a Radio Popolare, qualche tempo fa. Il saggista e consulente editoriale Adriano Bon (Milano, 1952) è un affermato scrittore grazie allo pseudonimo Hans Tuzzi, soprattutto per le tante avventure del commissario Melis. Sa di libri e storie, di personaggi e generi, ce ne insegna molto, se ne autocompiace in Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore. Bisogna saper leggere (con attenzione alla “formazione” tra i 13 e i 20 anni), ma non basta: la scrittura non è scienza esatta, dipende dall’incipit che aggancia, da struttura stile trama ritmo che reinterpretano e ristrutturano la realtà: evocare e non enunciare, suggerire senza declamare, non sentenziare, accennare a sentimenti rifuggendo il sentimentalismo, muoversi nelle terre di nessuno fra i generi. Il giallo nasce con Poe ed è spesso un utile gabbia, ogni vero scrittore non si limita a regole e convenzioni. Ricchi con personalità i riferimenti bibliografici e gli indici di nomi e opere.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Nero di mare

Nero di mare
di Pasquale Ruju
e/o, 2017
collana Sabot/age

Con una bella e suasiva copertina, opera del padre dell’autore, ecco, per il piacere dei numerosi fan di Sabot/age, Nero di mare, secondo romanzo di Pasquale Ruju. Ancora una volta, uno sceneggiatore dei celebri fumetti di Dylan Dog si concede il piacere e lo svago di regalarci un indovinato romanzo thriller a tinte noir. E, giocando in casa, privilegia la raffinata salsa barbaricina pur con godibilissime e bucoliche diversioni banditesche e passaggi continentali.
Palcoscenico privilegiato però la scintillante opulenza della Costa Smeralda con irrinunciabili e stupende puntate verso l’aspra vegetazione mediterranea dell’isola.
Il protagonista della storia, Franco Zanna, è un fallito e un vigliacco, o almeno questo è quanto lui pensa di se stesso.
Tanti anni prima minacce di morte e ricatti, ai quali non ha saputo, potuto e voluto far fronte, lo hanno costretto a lasciare Torino, dove si stava facendo strada come giornalista e fotoreporter, a cancellare dalla mente e dal cuore la donna che amava e il figlio che lei attendeva e a fuggire in Sardegna, trovando protezione alle falde del Gennargentu, presso la zio da anni alla macchia, Gonario Strangio, un bandito vecchia maniera in pensione, che ai suoi tempi rifiutava il sangue e le ritorsioni contro gli innocenti. Poi, dopo anni di vita insulsa e da disutile ubriacone, uscito in qualche modo dalla spirale della sua depressione, finalmente Zanna era sceso verso la costa sistemandosi a Porto Sabore, nel settentrione della Sardegna. Là aveva cominciato a leccarsi le ferite e aveva trovato un nuovo modo di barcamenarsi per sopravvivere, lavorando con fotoreporter in caccia di scoop di vip in dorata vacanza a Porto Cervo, Porto Rotondo e dintorni o, alla peggio, rubacchiando immagini di coppie clandestine per tirar su qualche soldo. Come amica e conforto morale Cosima, anziana e scafata barista della zona, e come occasionale sostegno economico Irene Sanna, a capo dell’agenzia Gallura Vera. Unico vantaggio per un uomo vinto: una vita senza problemi e più niente da perdere, o almeno pare.
Ma quando un’affascinante ragazza dai capelli rossi attraverserà la sua strada mentre, in contemporanea, un’adorabile figlia diciassettenne, con il corollario del rimpianto del passato, irromperà nella sua vita, Franco Sanna, trovandosi sotto tiro di un gruppo di criminali ben vestiti ma male intenzionati, scoprirà che invece ha molto da perdere e deve inventarsi una soluzione. Non basta: la faccenda si complica perché, per avere fotografato la ragazza sbagliata, si ritrova sotto tiro di una banda di criminali che lo coinvolgerà in una rapina. Ormai non può più tirarsi indietro.
Districandosi tra le onde del Tirreno, l’aspra natura della Barbagia e la sfacciata ricchezza della Costa Smeralda, Franco Zanna dovrà andare fino in fondo, coraggiosamente armato di macchina fotografica, per combattere il marciume che non risparmia più niente e nessuno.
Per fortuna, però, in Sardegna girano ancora certi vecchi briganti…

Le gialle di Valerio/110: Storia nera di un naso rosso

Alessandro Morbidelli
Storia nera di un naso rosso
Todaro, 2017
Noir

Milano. Parecchi anni. Angelo Cantiani era un oncologo, lavorava con i bambini malati in un ospedale al nord della città, talvolta si travestiva da clown (Willy Pancione) per farli ridere un po’; sulla quarantina, atletico alto snello, talaltra si mostrava crudele e sbrigativo verso la morte (altrui). Una sera rimprovera un gruppo di giovani scapestrati, il 12enne Diego Lentini (uno di loro) il giorno dopo si suicida, sia il padre Remo che la mamma Anita vanno in depressione, non sanno di che e chi potersi vendicare, si lasciano. Silvia, la sua collega clown (Radicchio Ridarella) s’innamora (ricambiata) della madre rumena di un bambino agli ultimi giorni, Angelo le aiuta. Lui tradiva la moglie Serena con la bella feroce studentessa 22enne Valentina, che tirava su qualche soldo aiutando la grassa ritardata Paola a fare i compiti, scoprendo che la madre era sua professoressa al Politecnico, il padre colpito dal suo fascino e la ragazzina amica di Diego. Serena aveva lasciato definitivamente Angelo poco prima che la madre morisse di cancro allo stomaco, aveva reso loro la vita difficile ed era ricoverata nel suo ospedale, il giorno dopo il funerale si rivedono, la loro figlia Isabella crescerà senza che lui ne sappia niente. Settimane dopo Anita riceve la visita di Angelo, lei gestisce un negozio di acquari e pesci, le amiche Mariella e Dina non riescono a consolarla, tanto meno Alessandra, moglie di Vincenzo, carissimo amico del marito; con Angelo Anita ha una breve storia prima di tornarsene nella sua Belluno. Anni dopo Angelo non c’è più e Remo è un vecchio ubriacone fallito ed ex galeotto, vive nella mansarda sopra Vincenzo e Alessandra, che ancora non riescono ad aver figli.

L’architetto imprenditore Alessandro Morbidelli (Ancona, 1978) da anni si è costruito variegate esperienze e discrete prove di scrittore di genere, qui narra crudeli intrecci usando per tutti i protagonisti la prima persona al presente. Ben presto si intuisce che gli spezzoni di biografia sono diacronici, collocati in almeno due differenti contesti temporali, a oltre dieci anni di distanza l’uno dall’altro, ognuno con (spesso) inconsapevoli incastri dei personaggi. Il primo a parlare è l’unico maschio, le successive sono cinque donne; una successiva compagna (cercata per il rimorso o altro più cattivo movente), la collega lesbica, la giovane amante, la ex moglie, una loro conoscente; l’ultima, ormai desiderosa solo di diventare madre, lucidamente freddamente. La fluidità della storia ne risente un poco, l’intreccio criminogeno è evocato, denso comunque di colpi di scena volutamente senza regia, descritti in modo chiaro ed efficace. Il trio Sgranocchio (Pamela, Pipolo Pallino, è la terza) usa sul naso una pallina rossa per darsi un’aria buffa da pagliacci, una pallina di speranza alla quale sono tutti in vario modo affezionati (da qui il titolo e la copertina). Segnalo che Darwin non sosteneva che i più deboli sono i meno adatti e falliscono. Ogni protagonista ha i suoi gusti musicali: Lou Reed, Leonard Cohen, Red Hot Chili Peppers e via ascoltando. Vino generico fino al Valtellina Superiore Inferno di una cena speciale. Postfazione di Barbara Garlaschelli per un’ottima collana gialla a lungo curata e diretta dalla compianta Tecla Dozio.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/143: Io sono l’imperatore

Autore Stefano Conti
Titolo Io sono l’imperatore
Editore Affinità elettive
Anno 2017

Ankara, Roma e dintorni. Estate 2010. Francesco Speri è impiegato di banca, fissato per l’ultimo imperatore pagano, Flavio Claudio Giuliano, detto l’Apostata per l’abbandono del cristianesimo, morto il 26 giugno 363 d.C. in guerra con i persiani. Aveva lavorato all’università e scritto vari saggi su di lui, sotto la direzione del professor Barbarino che presiedeva scavi archeologici a Tarso. Lo avvisano della sua morte, parte per recuperare la salma. Lo bloccano all’arrivo, aiutato da un’interprete 35enne, piccola e dai lunghi capelli biondi, Chiara Rigoni, figlia d’italiani, nata e vissuta in Turchia. La vicenda s’intorbida: non è che hanno scoperto la tomba dell’imperatore? e trafugato i resti, rubato i gioielli? Si trova coinvolto nell’incredibile: codici cifrati, sette neopagane, furti d’arte.

Stefano Conti (Ancona, 1970) ha molto studiato e insegnato storia romana. Con Io sono l’imperatore si diletta con gusto in un giallo “archeologico”, perlopiù in prima sul protagonista.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

So long, der Wolf (Alan D. Altieri, 1952-2017)

L’uomo a sinistra è Sergio “Alan D.” Altieri. Per molti è “solo” il traduttore della saga Il Trono di Spade di George R.R. Martin. Per alcuni è anche un grande scrittore di action fiction o l’ex curatore del Giallo Mondadori. Oltre che per tutto questo, io lo ricorderò sempre come un uomo dall’intelligenza straordinaria e dalla gentilezza altrettanto straordinaria. Così incredibilmente disponibile che si stentava a credere che un uomo con il suo aspetto da boscaiolo canadese, la sua esperienza e i suoi trascorsi a livelli over the top potesse essere anche così affabile.

Correva l’anno 2009 quando realizzammo questa bella intervista. So long, Sergio.

AB – C’è bisogno di presentarlo? Sergio “Alan D.” Altieri è attualmente responsabile di tutto ciò che trovate in edicola per le collane Mondadori e di tanto, tanto altro. Oltre a essere, lui stesso, uno dei più prolifici autori nostrani. Come dire: le migliori braccia che la letteratura ha strappato all’ingegneria…
Come e perché Sergio è diventato Alan D.? E soprattutto, cosa significa la D.?
SA – Correva l’A.D. 1981 e – assieme al mio primo editore: il grande Andrea Dall’Oglio – stavamo preparando la copertina di Città Oscura, il mio primissimo romanzo. Ci venne l’idea di creare una sorta di “caso” italo-americano (il libro si svolge tutto in una Los Angeles da girone dantesco) e pensammo a uno pseudonimo a metà. Per ragioni di composizione grafica, “Alan” parve suonare bene. Quanto alla “D”, bene, la D è autentica: Diego. Da quei giorni, Alan D. è rimasto con me. Una sorta di trademark?

AB – Sceneggiatore, scrittore, traduttore… In quale di questi ruoli ti trovi più a tuo agio?
SA – Preferisco conglobarli nell’unico ruolo di narratore. La sceneggiatura è un medium straordinario, in quanto permette di comunicare per immagini. La prosa da romanzo permette di entrare nella testa dei personaggi, lavorando anche su atmosfere e scenari. Quanto alla traduzione, sempre nella massima fedeltà al testo originale, permette di connettere due linguaggi, vale a dire due diverse strutture di pensiero. Ecco perché preferisco vedere quei ruoli nel loro assieme.

AB – Hai avuto una vita decisamente movimentata, tra gli Stati Uniti e Milano. Una vita avventurosa è importante per chi scrive, più che stare seduto davanti al foglio bianco a lambiccarsi il cervello?
SA – Francamente, non ritengo che un narratore debba per forza avere avuto avventure per scrivere di avventure. I viaggi aiutano, nessun dubbio: genti, culture, paesaggi, storia. Ma, alla fine, la chiave di volta rimane la mente e l’immaginazione. Il grandissimo genio Edgar Allan Poe non aveva visto la “vera” Casa degli Usher, né il Pozzo della Santa Inquisizione (in cui il protagonista è rinchiuso ne Il pozzo e il pendolo, n.d.i.). Così come il grande Maestro Emilio Salgari non aveva di certo viaggiato nel Borneo.
Direi che quella che gli americani chiamano con perfetto sintetismo “the blank page syndrome” (sindrome della pagina bianca) può essere esorcizzata in due modi: 1) avere bene in mente la storia che si vuole raccontare; 2) mettersi a raccontarla.

AB – Tu non sei mai stato un giallista classico. Come definiresti il tuo genere (action writing, thriller, spionaggio, New Italian Epic…)? E le frequenti incursioni in altri periodi storici, come possiamo collocarle?
SA – Cerco sempre di essere cauto con la parola “genere”. Può diventare sia un concetto incompleto che un’etichetta impropria. Se proprio vogliamo usare il genere riferito al mio lavoro, userei il termine “narrativa di intrigo”. Non è una scappatoia: nei miei libri, nei miei racconti, cerco sempre di costruire intrighi complessi. Non senza dimenticare però i parametri del thriller, l’impulso della hard-action, il coinvolgimento dell’epica. In sostanza, oops, lavoro in un genere altamente ibrido.

AB – Da quali suggestioni nascono le tue storie?
SA – Letteralmente, “da tutto”. Concetti, immagini, tematiche, problematiche. Una costante del mio lavoro è costruire una situazione estrema – urbana, criminale, bellica – e stirare ugualmente all’estremo i limiti dell’essere umano. Ritengo sia proprio ai margini del tollerabile che emerga il nucleo profondo dell’uomo, e il lato oscuro dell’uomo.

AB – Hai una preferenza per qualcuno dei tuoi libri o dei tuoi personaggi?
SA – Un mio attento lettore ha rilevato che i miei protagonisti sono – nella sostanza – sempre lo stesso protagonista. Non ha affatto torto: nomi diversi, epoche diverse, situazioni diverse ma il protagonista che chiamo ad affrontarle ha delle caratteristiche di riferimento: solitudine, contraddizione, etica, capacità di sopravvivere. È come se il “bastone del testimone” del conflitto passasse da un protagonista all’altro.
Il Solomon Newton di Città Oscura non è poi troppo dissimile dal Russell Kane della serie Sniper che non è a sua volta troppo dissimile dal David Stark di Kondor e di Ultima Luce. Ciò premesso, ed evitando il concetto di “preferenza”, il libro a cui sono più legato è certamente la trilogia di Magdeburg, soprattutto per la sfida narrativa che ha rappresentato. In un’altra direzione, Kondor – concepito nel 1987 in forma di sceneggiatura, scritto nel 1997 in forma di romanzo – rimane tuttora un testo fin troppo attuale.

AB – Credo che un aspetto di grosso interesse per i lettori del Dizionario Atipico sia il fatto che da qualche anno curi le collane Mondadori di giallo, spionaggio & affini. Da questo osservatorio privilegiato, che idea ti sei fatto dello stato dell’arte in Italia?
SA – In Italia stiamo andando alla grande. Tanti ottimi autori, tanti validi stili, grande varietà tematica in tutti, eccoci di nuovo, i generi. Oltre ai solidi professionisti, ci sono almeno due nuove generazioni di autori – diciamo i trentenni e i quarantenni – in pieno sviluppo.
I due fronti più variegati ed effervescenti sono il thriller e la fantascienza. Quanto alla spy-story, non esito a dire che gli autori italiani – da Di Marino a Nerozzi, da Cappi a Narciso, da Forte a Salvatori – sono i migliori in senso assoluto. Sottolineo: assoluto.

AB – Da esperto conoscitore, quali romanzi/autori consiglieresti ai nostri lettori?
SA – Ritengo che Valerio Evangelisti e Giuseppe Genna siano due autentici fuoriclasse. Da Evangelisti è in arrivo una nuova saga sui pirati dei Caraibi, da Genna ecco Le Teste (Mondadori, Strade Blu), un thriller al napalm con il ritorno del personaggio di Guido Lopez.
I narratori che ho citato nella mia risposta precedente continuano a lasciare il segno.
Ma non perdiamo affatto di vista Simone Sarasso, Patrick Fogli, Barbara Baraldi, Zarini & Novelli: e questi autori sono certamente il futuro.

AB – Cosa hai in progetto adesso?
SA – Ho in cantiere due progetti storici: un quarto libro della saga di Magdeburg, di ambientazione quasi interamente nipponica, e un nuovo concetto collocato nel Secolo XIV ancora in fase di lavori in corso. Nel 2010, la TEA proporrà Killzone, un antologico che raccoglie tutti i racconti dello Sniper.

(A.B., dicembre 2009)

Le lunghine di Fabio Lotti: Nella perfida terra di Dio

Una piccola luce nel buio del mondo…

Nella perfida terra di Dio
di Omar Di Monopoli
Adelphi 2017.

Lasciamo da parte Peckinpah, Tarantino, Faulkner, O’ Connor e compagnia bella ai quali il nostro è stato accostato. Lasciamoli riposare in pace e veniamo a Omar Di Monopoli.

Ho conosciuto l’autore attraverso i suoi libri Uomini e cani, Ferro e fuoco, La legge di Fonzi, pubblicati dalla Isbn e il suo blog (peccato che abbia smesso di scriverci). L’ho conosciuto e apprezzato soprattutto per la ricerca e la voglia di costruirsi un linguaggio tutto suo.

Siamo nel Salento. Presente e passato che si alternano. C’è Mbà Nuzzo, un pescatore santone preso dalle apparizioni di “maestose creature dalle ali di fuoco”, visioni che lo hanno fatto sentire un eletto. Accusato dalla figlia Antonia di avere lasciato morire la moglie senza nessuna cura, moglie, a sua volta, di Torre della Cucchiara latitante che ritorna dopo tanti anni dai figli Gimmo e Michele. Ci sono le suore, le Sorelle del Martirio (martiri davvero certe novizie e un ragazzone, il “giovane idiota”), intestatarie del terreno di Nuzzo, che nascondono terribili segreti. C’è il nuovo boss Carmine che la deve far pagare al suo vecchio protettore.

La brutalità della vita la si osserva dappertutto. Nei rapporti umani violenti, negli scontri, nelle guerre fra i clan per la droga o per mantenere il comando, nei combattimenti clandestini dei cani. Direttamente, voglio dire. Ma già si insinua fin dall’inizio come nel figlio più piccolo di Tore. Seguendolo nella sua caccia alla rana siamo introdotti in una specie di scena horror tra animali infilzati “su lunghi spuntoni aguzzi e aculei di fil di ferro arrugginito”: lucertole, cervi volanti, cavallette, fringuelli. Il bambino sta scontando la sua infanzia. La violenza è già lì, nella stessa terra “cattiva”, spoglia, arida, deserta, polvere e monnezza insieme con i corvi neri che gracchiano “suggerimenti funerei”. La violenza espressa in tutte le sue forme, fisica e morale, le frustate, il cilicio, la pedofilia, lo stupro. Quasi tutti (o tutti?) i personaggi hanno subito all’inizio della loro esistenza qualche ferita nel cuore.

Il sorriso, in un vissuto di ghigni crudeli, sembra non abbia forza di esistere. E, invece, nasce improvviso da uno spunto inaspettato, grottesco, che può sfuggire al lettore frettoloso come “La sparuta schiatta di teste spettinate…” che riprende energicamente a dondolare esprimendo il suo assenso; o il semplice “ciccione in groppa a un trattore sovraccarico di armenti” che taglia, all’improvviso, la strada a due delinquenti; o il gruppetto delle “suorine stufe” che diramano un coro di esultanza; o il “Babbione dalle trippe sbordanti”, lo scopatore di pecore scolpito nella sua ridicola figura; o anche suor Narcissa che, con “la sgargiante chiostra di denti rifatti” tiene sottobraccio il cantante Albano durante l’ultima edizione della fiera bovina… Mille piccoli gioielli sparsi qua e là. Tra la forza brutale dei sentimenti qualche spiraglio di umanità si fa largo (vedi i ricordi di Tore al figlio Gimmo), a fatica, ricacciato subito indietro.

Il dialetto, spesso futile gingillo di giallastri nostrani (non ce n’è uno in cui non venga ficcato a forza), qui vive in perfetta simbiosi con l’impasto forte e acerbo della scrittura, formando un unicum. Non manca la satira attraverso “Occhio alla notizia” di Max Lubrano (riferimento al programma di Antonio Ricci) sul santone per svelare le sue patacche ai babbioni che lo seguono,

Lasciamo da parte Peckinpah, Tarantino, Faulkner, O’ Connor e compagnia bella ai quali il nostro è stato accostato. Fermiamoci su lui. Su Omar Di Monopoli e sul suo ultimo libro. C’è da riflettere con l’amaro in bocca, c’è da fremere e commuoverci allo stesso tempo e, perché no, anche da divertirci seguendo scene di mirabile impasto e il suono imprevedibile delle parole. Una sinfonia su tasti diversi che rimane nel cuore.

Siamo Nella perfida terra di Dio dove tutto appare polveroso, arido, secco, morto. Nella terra e negli uomini. Ma forse, alla fine, qualcosa che si irradia da una piccola statua di marmo della Vergine colpirà qualcuno. Qualcuno, forse, si salverà. Una piccola luce nel buio più totale del mondo.

E così sia.

La Debicke e… L’uomo della nebbia

L’uomo della nebbia
di Stefano Di Marino
D-Books, 2017
Pagine 1158

Il male è in agguato nel buio dei vicoli della ribollente New York degli anni ’20, mischiato ai tanti immigrati che hanno portato con sé storie, tradizioni e oscuri e pericolosi segreti. Ma si fa largo, minaccioso e inesorabile, anche tra le impenetrabili foreste che circondano l’Università di Arkhamhouse, dove la ricerca di un vecchio professore e dei suoi allievi sta per scatenare un evento fatale. Il ritrovamento dell’Antico libro del Mistero che condanna, chi lo apre a sproposito, alla perdita dell’umanità asservendolo al male. Ma anche la chiave per riaprire la porta a un sovrumano, spaventoso e incontrollabile potere. Un Libro che rischierebbe di provocare il ritorno sulla terra di Antichi Dei, pronti a riappropriarsi del pianeta e distruggere la razza umana. Ma il massimo criminale dei criminali, convinto di poter controllare i suoi arcani e magici poteri, non aspetta altro.
I nemici del male, però, sono schierati e pronti a combattere. Il procuratore Wambaugh infatti ha convocato Fogman, l’Uomo della Nebbia o Johnny Callaghan l’ispettore 41, dato per morto ma miracolosamente in vita in virtù di arcane forze orientali e Abigail Russel, una giovane e bella agente dell’FBI, ancora tormentata dai fantasmi del bayou del suo angoscioso e lontano passato, per formare una squadra e scoprire il perché dell’improvvisa follia assassina del professor Pickman, eminente docente presso l’Università di Arkhamhouse, costruita in una zona isolata e solitaria, circondata da laghi e dalle propaggini degli Adirondack.
A loro dunque, a Fogman il giustiziere di New York e alla bella agente del FBI, spetterà il compito di recarsi in treno fino alle Seneca Falls per indagare sul sanguinoso delitto. Ma il loro compito non sarà facile perché prima dovranno portare alla luce gli spaventosi retroscena, scavando a fondo nei miasmi negromantici dell’antica regione in cui gravitano ancora potenti e magici retaggi del passato, per arrivare ad affrontare il male nell’apoteosi finale.
Una coinvolgente favola a fosche tinte, un funambolico Gothic Thriller ambientato negli anni venti con degli straordinari personaggi costruiti dalla fervida fantasia e bravura di Stefano Di Marino e che vedrei molto bene cavalcare le pagine di un colorato “comic streep” di oltreoceano. Con nomi e appellativi dei personaggi che bucano lo schermo con prepotenza, come si direbbe se fossimo al cinema. Infatti nelle pagine di L’uomo della nebbia troviamo il Gran Serpente, l’astuto e perfido negromante; la sua amante e braccio destro strega Baba Naga; il bieco e crudele criminale Big Jim che domina i bassifondi statunitensi; Shan-Ton, l’occhialuto e dotto cinese, il campione membro della Tong dei 108 Dragoni e al servizio della saggia e potente Madame Sin; Scrooge il rettore dell’Università che porta il nome del protagonista Dickensiano del canto di Natale; Fogman il redivivo senza volto della polizia newyorkese diventato leggenda; il Gran Cacciatore Marmaduke e la giovane e ardita agente del FBI con la sua spada corta d’argento. Personaggi baroccheggianti ma plausibili, con la magia e l’esoterismo che fanno da padrone, mischiati a quella che sembra l’ineluttabilità del male. Una storia ben calibrata che fa sognare, riporta piacevolmente ad altri tempi e che si legge facilmente, nonostante le 1158 pagine.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2017

Miti…
No, non parlo dei miti classici, degli dei e dee che ne combinavano di tutti i colori, o di altri personaggi della notte dei tempi. Parlo dei miti che abbiamo incontrato e costruito nella nostra vita. Cantanti, scrittori, attori… che ci hanno conquistato ed esaltato con le loro performance. Parlo dei nostri miti da ragazzi, quelli più grandi di noi che ammiravamo per le loro gesta eroiche o per le qualità fisiche: il bullo, il bello, il forte, il coraggioso, il bastardo, coniugati anche al femminile, tra cui spiccava la “bona” che ci faceva passare momenti di esaltante euforia (soprattutto al gabinetto). Miti che se ne sono andati e che se ne vanno lasciandoci con un palmo di naso, con un fondo di struggente malinconia. E se non se ne vanno rimangono senza il loro fascino usurati e rimbecilliti dal tempo, ridotti spesso a figure stanche e sbilenche senza il pur minimo carisma. Porca vacca.
Miti. I nostri miti. Ridateci i nostri miti, maledetti stronzi!

L’occhio di Giuda di Carter Dickson, Mondadori 2017.
“Il padre di Mary Hume si alzò da dietro la scrivania, con la luce sul viso. Aveva appena chiuso una scacchiera e riposto le pedine nella loro scatola. Come Jim Answell entrò, il padrone di casa spostò la scacchiera di lato”. Mi piace iniziare da questa citazione degli scacchi di cui sono innamorato (per chi vuole conoscere qualcosa su Re e Regine nella letteratura poliziesca, insieme ad altre cosucce, qui) per introdurre l’argomento. Jim Answell è un giovanotto innamorato e fidanzato di Mary Hume. È stato invitato a conoscere il suo suocero Avory praticamente “in una camera blindata con finestre sbarrate da imposte solide come l’acciaio”. Sopra il caminetto tre frecce a triangolo, ricordo di vecchi trofei. Un whisky, evidentemente drogato, e Jim perde i sensi, ritrovando, al risveglio, il possibile suocero trafitto al cuore da una delle frecce. Spariti i bicchieri in cui avevano bevuto e la bottiglia sembra ancora intatta. Sulla freccia chiare impronte digitali. Le sue, come verrà stabilito in seguito. Ma lui, giura, non ha ucciso nessuno (anche se ha una pistola con sé) e c’è bisogno, allora, di un grande difensore che lo salvi dalla forca: l’avvocato Henry Merrivale. Lo troviamo seduto ai banchi della difesa all’inizio del processo “coi gomiti appoggiati alla scrivania. La vecchia toga lo faceva sembrare ancora più enorme e la parrucca, male appoggiata sul capo, gli conferiva un aspetto ridicolo”. Così ce lo presenta Ken Blake, il narratore della vicenda e collaboratore del suddetto, insieme alla moglie Evelyn (una specie di Watson, insomma).
Henry Merrivale, il Vecchio, figura imponente in tutti i sensi che troveremo al centro della vicenda con il suo modo, quasi animalesco, di esprimersi: grugnisce, tuona, ruggisce con uno sguardo bellicoso e maligno. Oppure, se non gli aprono subito la porta di casa, la tempesta di pugni e grida e se una macchina ha l’ardire di sfiorare il paraurti della sua, comincia ad imprecare “con una veemenza ed una incredibile varietà di termini” . Preso un po’ in giro dal nostro Carter Dickson che ne fa una figura grottesca e umoristica allo stesso tempo. Per esempio, quando la sua toga si impiglia, probabilmente in un tacco delle sue stesse scarpe, “si lacerò con un rumore così simile a una pernacchia che, per un terribile secondo, pensai che lui l’avesse fatta veramente”, riporta Ken Blake. Il Vecchio, dicevo, fornito di un intuito diabolico quando butta lì con nonchalance, tra una chiacchierata e l’altra, la soluzione dell’intricato problema sul classico delitto in una stanza chiusa e sigillata dall’interno (nessuno avrebbe potuto entrarci), irrisolvibile attraverso i metodi letti e conosciuti nei romanzi polizieschi conosciuti dall’ispettore Mottram e dall’imputato stesso.
Soluzione, dice lui senza aggiungere altro, dovuta all’occhio di Giuda che c’è in ogni casa, dato che “l’assassino è entrato e uscito attraverso l’occhio di Giuda”. E noi lettori, siamo lì, insieme ai due collaboratori, ad almanaccare invano su quest’occhio (che cavolo avrà voluto dire?).
La difesa sarà lunga e difficile. Duro il confronto con l’accusa impersonata dal procuratore generale Walter Storm che svolge benissimo il suo lavoro (durante il controinterrogatorio “Fa tutto a pezzi come se smontasse un orologio”). Ancor più duro quando una lettera sembra inchiodare l’imputato e Jim stesso si autoaccusa!
Qualche spunto in qua e là: cose che ci dovrebbero essere e che spariscono come un vestito, un timbro, una metà della penna azzurra attaccata alla freccia assassina che non è stata trovata durante la perquisizione (strano), e poi foto osé, ricatto, scambio di persona, pazzia. Ma, soprattutto, chi è l’assassino e come ha fatto ad uccidere il padre di Mary?.
Splendido quadro dell’iter giudiziario inglese che non ammette moralismi (lo dichiara lo stesso giudice Balmy Rankin, “ometto paffuto”, dagli “occhi piccoli e stretti”) di fronte ad una situazione un po’ scabrosa per quei tempi. Scrittura di classe, grande abilità nel depistarci, tocchi sicuri a creare personaggi vivi e concreti che rimangono impressi nella mente, spruzzi di ironia sparsi anche su qualche signora che assiste al processo,
Non chiedetemi se tutto torna, se ogni piccolo particolare, se ogni pur minimo tassello combacia perfettamente con l’altro. Il grande Carter Dickson, alias John Dickson Carr, mi ha preso per mano e mi ha sballottato, sicuro, dove ha voluto. Facendomi girare la testa. Superba traduzione di Mauro Boncompagni.

Robot 79 (curata da Silvio Sosio)
È possibile presentare una rivista di fantascienza come questa soltanto da un paio di racconti? Possibile, possibilissimo se ne sei stato rapito. Spunti veloci.
Partiamo dal primo La figlia del fabbricante di slitte di Alastair Reynolds.
Katrin, la figlia del fabbricante di slitte, sedici anni con lentiggini, ha un bel carico da portare, fra cui due teste di maiale, alla vedova Grayling. Una strega, dicono. Vita dura la sua. Soprattutto con un certo disgustoso Garrett che cerca di approfittarsene (in quel senso) ancora una volta. Dalla “strega” riceve una specie di braccialetto con una impugnatura. Dell’Uomo Alato caduto dal cielo con una lunga coda coperto da un’armatura calda. C’è stata una guerra di uomini contro “sferraglianti”, costruiti per fare il lavoro dei primi. Bramavano di prendere essi stessi il potere. Con il braccialetto si invecchia più lentamente e ci si sente più forti. L’inverno. Il Disgelo. Il cielo che imbrunisce. I corvi. Ce n’è uno da solo. Katrin vorrebbe provare l’arma contro di lui. Ci proverà?…
Proprio in fondo alla rivista, Pechino pieghevole di Hao Jingfung.
Lao Dao da Ping Li. È povero. Vive nel Terzo Spazio. Ha bisogno di soldi per iscrivere la figlia a due mesi di scuola materna e il suo amico può aiutarlo a spiegargli come andare nel Primo Spazio. Deve recapitare un messaggio. Possibile entrarci mentre il terreno ruota durante il Cambiamento è la risposta, dopo la quale Ping Li va a dormire nel letto a bozzolo che rilascia un gas soporifero. Inizia il Cambiamento, il mondo si rovescia, la città di Pechino si piega. Ecco Lao Dao arrivare da Qin Tian nel Secondo Spazio che vuole mandare un regalo alla donna di cui si è innamorato del Primo Spazio. Incontro con la ragazza che sta già, però, con un altro. Accetterebbe del denaro per dire una bugia all’innamorato? Dubbio, ma i soldi servono per la figlia trovata nel luogo in cui lavora. E’ però riconosciuto, lì non ci può stare. Aiutato da un pezzo grosso. Economia, crescita e disoccupazione. Meglio farli dormire gli uomini. Finale con delicato tocco di sentimento.
La fantascienza, ho imparato da perfetto neofita, a volte è più incisiva del più crudo realismo. Il mondo, seppure diverso, alla fin fine non cambia: violenza, sopraffazione, la guerra. La ribellione dei robot solo un’invenzione? E poi i tre Spazi, tre condizioni di vita diverse in una società, le distanze fra classi sociali, il tentativo di affermarsi, di stare meglio, di migliorare la propria esistenza. Il potere, il denaro insieme al riscatto del sentimento, dell’umanità che ancora vive nella gente più semplice e più povera. Forse c’è ancora una speranza per noi mortali. Un senso di straniamento, di inquietudine e mistero circola brividoso nei due racconti.
E ora, scusatemi (anche per le notazioni ingenue) ma devo continuare la lettura. Mi aspetta ancora un bel po’ di roba. Gli altri racconti di Diego Lama, Samuele Nava, Ilaria Tuti, Manuel Piredda e Luigi Calisi. E poi l’intervista, la polemica, la critica.
Se il buon dì si vede dal mattino…

Nero Caravaggio di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2017.
Vediamo un po’. Intanto è un libro adattissimo per tutti coloro che vogliono conoscere le bellezze e i tesori di Roma. Una specie di guida artistica della città. In particolare sull’opera e la vita di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Il quale entra a buon diritto nella trama gialla che ne costituisce il fulcro principale. Infatti, proprio davanti ad un suo quadro, la Madonna dei Pellegrini nella basilica di Sant’Agostino accanto a Piazza Navona, viene ritrovato ucciso un certo Paolo Moretti con uno strumento per incisioni (perforato il polmone sinistro).
Ad indagare l’ispettore Ceratti “un Cristone di un metro e novanta e passa” e “baffi vagamente asburgici” (si incazza facilmente) con l’aiuto di Ettore Misericordia e dell’amico “Fango” (soprannome), che racconta le sue gesta. Facciamo la conoscenza di questo nuovo segugio. Da molto tempo gestisce la libreria in via San Giovanni Decollato lasciatagli dal padre. Quarant’anni, alto e dinoccolato, magro, naso prominente, viso pallido, occhi scuri penetranti, capelli arruffati biondo cenere, basettoni lunghi. Gran fascino sulle donne, pozzo di scienza con particolare riferimento ai cosiddetti gialli (ha letto tutti i grandi classici, ma non sopporta i noir scandinavi e i thriller storici).
Fatto curioso. Il morto veniva lì da diversi mesi tutte le domeniche alla stessa ora per ammirare il quadro. Perché?. Altri personaggi coinvolti: la vedova Alba De Santis, donna bella e affascinante, ordinaria di storia dell’arte, studiosa soprattutto di Caravaggio; il nobile Florenzo De Florenzi che vuole comprare a tutti i costi la libreria (ironia sulla nobiltà decaduta e affamata); Cosimo Martinelli, un amico fraterno e collega a cui il morto aveva chiesto un prestito; una prostituta della quale il defunto si era innamorato; Il pittore Anselmo Scordia che ha fatto una copia de La Madonna dei Pellegrini e ha comprato un paio di strumenti per incisioni simili a quello che ha ucciso il Moretti; lo studente Mario Graziosi, detto Caravaggino che farà una brutta fine. Ma, soprattutto, il Caso, come esplicita lo stesso Misericordia “Il Caso, Fango, è il Caso invece che spesso è il protagonista…”. Domande, dubbi, “inquietanti particolari” che legano alcuni personaggi fra loro, un viaggio tra le bellezze e le peculiarità di Roma (ci si mangia pure bene), Caravaggio a grandeggiare sulla scena principale con la sua arte e la sua incredibile vita.
Per non farla lunga. Durante la lettura si avverte la passione, la gioia e il divertimento dei due autori che cercano di dare forza al loro racconto attraverso una scrittura veloce, simpatica, infiorettata con qualche spunto in dialetto romanesco. Ma anche con una serie, a volte interminabile, di punti esclamativi che rendono il tutto piuttosto enfatico. Citazione ripetuta e imprescindibile di Sherlock e Watson, ormai di casa e di bottega in qualsiasi romanzo o libercolo giallo.

Il traduttore di Biagio Goldstein Bolocan, Feltrinelli 2017.
Milano 1956. Al centro della storia Il dottor Zivago di Boris Pasternak, tradotto da Cesare Paladini Sforza per la Feltrinelli. Che viene ucciso con un taglio alla carotide (si tenta di far credere ad un suicidio). Dietro l’assassinio il regime comunista a cui lo scrittore era inviso?. O che altro?.
Materia scottante per il vicecommissario comunista Ofelio Guerini, intrappolato nelle sue credenze politiche in un momento cruciale della Storia (la Guerra Fredda, la rivolta ungherese, la crisi di Suez). Nato nel 1922, 34 anni, sposato da otto con Maria, trasferito a Milano da Ferrara nel maggio 1948, corpaccione freddoloso, timidissimo, lento a carburare, malinconico (Maria tenta sempre di svegliarlo), tifoso del Milan, gli piacciono certe definizioni come “Democrazia popolare”, “Dittatura del proletariato”, “Lotta di classe”, fedeltà assoluta all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, scarsa simpatia e notevole sospetto verso la rivolta ungherese. Cinque ingredienti fondamentali per il suo lavoro: fantasia, intuito, pregiudizio, memoria e analisi. Cinque ingredienti che gli saranno necessari per risolvere il delitto.
Indagine a tappeto, soprattutto tra i collaboratori della casa editrice, vedi una certa Anna Tricella che lo affascina (“Risveglia nella sua indole uno sfarfallio nel cuore…”) e altri che hanno avuto un rapporto stretto (anche in quel senso) con il suddetto Paladini Sforza. Indagine, dicevo, mentre il suo ménage con Maria sta cambiando, gli tiene testa, ribatte, contesta, non è più remissiva, attratta dal bel giovane barista Moreno.
La figura di Ofelio viene costruita lentamente aggiungendo tassello su tassello alla sua complessa personalità attraverso l’incontro con certi personaggi. Per esempio l’erudizione pomposa dell’amico professore Aurelio Valmassi lo rafforza nella sua convinzione che “l’intelligenza è una virtù scarna, essenziale, da impiegare senza fronzoli e lustrini”, mentre con Oreste Palmieri intavola discussioni sull’URSS che lo rendono meno granitico.
Comunque il problema principale è quello di risolvere il caso. Difficile. Dubbi, rovelli, la politica che vuole sempre intervenire anche dai piani alti, personaggi equivoci che cercano di depistarlo. Dietro l’omicidio il potere russo (il libro di Pasternak scredita il regime) o, addirittura, gli americani per far cadere la responsabilità sui sovietici? O, ancora, una guerra economica fra case editrici? E chi era la persona che si recava con una certa frequenza a casa di Paladini Sforza con un impermeabile e un cappello in testa?
C’è, però, in tutto questo qualcosa che non quadra per l’istinto, “il proverbiale istinto di Guerini”, fino a quando una fugace intuizione è seguita dalla classica luce che si accende: un leggio, un anello, e certe forchette che…Ci siamo.
Scrittura ariosa che avvolge e scava soprattutto il personaggio principale dentro un momento storico difficile, dentro un’atmosfera di sospetti e di inquieta umanità, fatta di slanci e di incertezze, illusioni e disillusioni. La politica, la cultura, le problematiche della vita quotidiana. Con un pizzico di ottimismo finale.

Un giretto fra i miei libri

Ho scoperto Paolo Roversi con Niente baci alla francese, che usai come digestivo dopo un paio di mallopponi rimasti sullo stomaco. Poi l’ho seguito con Taccuino di una sbronza e ora eccomi a tu per tu con La mano sinistra del diavolo, Mursia 2009 (Blue Tango lo leggerò in seguito), già vincitore del Premio Camaiore di letteratura gialla e poliziesca 2007.
Non la faccio lunga. Siamo a luglio a Capo di Ponte Emilia nella Bassa padana. Abbiamo il funerale di Pietro Caramaschi detto Giasér, ex combattente partigiano che avrà il suo bel posto nella storia. Il postino Nello Ruini trova una mano mozzata in una cassetta della posta (si verrà a sapere che è la sinistra scongelata e vecchia di almeno sessanta anni) insieme ad una lettera indirizzata ad un certo Rudolph Mayher.
Da qui l’inizio di tutto l’ambaradan che vede in prima fila Enrico Radeschi, classe 1973, laurea in Lettere Moderne, giornalista free lance, genio del computer. Lo troviamo in sella al suo Giallone (vespa) con le “bermuda da bagno, sandali di pelle, T-shirt bianca e giubbetto a mezze maniche modello cacciatore”. Fidanzato con Stella che lo tradisce e lo lascia, si rifarà in seguito con Jennifer che ci dà che ci dà che ci dà e lo lascia pure lei (destino perfido fino a un certo punto…). Suo amico fidato (è proprio il caso di dirlo) il cane Buck razza Labrador, suo amico sfidato il cellulare Motorola sempre scarico. E la parola amico va a fagiolo anche per il vice questore Loris Sebastiani a cui ha salvato la vita durante una sparatoria e che gli procura un bel po’ di notizie.
Dunque la mano mozzata e il primo sospettato: un barbone. Arriva poi il cadavere di una donna soffocata e poi violentata, seguito a ruota da quello di un ottuagenario, di un altro anzianotto e di una seconda mano sinistra mozzata ecc ecc… Indiziato un albanese innocente sbattuto in prigione e insomma si capisce che ci vanno di mezzo i più deboli.
Tutti presenti i personaggi tipici di un giallo che si rispetti: il maresciallo Boskovic lettore accanito degli scrittori americani e amico di Gatsby, un armadillo che fa le veci del cane, il brigadiere Rizzitani, il medico legale Franco Ambrosio, l’ispettore Mascarani, il Pubblico Ministero Giovanni Altomare, il rappresentante del RIS di Parma certo Piccini, il capo redazione del giornale Beppe Calzolari e via e via…
Abbiamo poi un bar che deve subire la concorrenza di un Nippon sushi, la coltivazione di marijuana, la sbronza da incubo di Radeschi, le vicende sessualmente allegre di Sebastiani, cultura culinaria sparsa in qua e là, sprazzi di paesaggio della Bassa e del Naviglio pavese, situazioni personali mischiate con il lavoro e la Storia con la S maiuscola che riguarda la guerra e la fine del fascismo.
Non manca il movimento, la scazzottata (vedi l’inseguimento di stupratori), qualche spunto scontato, il colpo di scena che viene scavalcato da un altro colpo di scena e infine dal definitivo colpo di scena finale.
Capitoletti brevi a chiudere e ad aprire sempre nuove prospettive, forma frizzante, tono ora ironico, ora pensoso. Tutto plausibile, tutto vivo. Con una buona documentazione storica. Mi pare il libro migliore tra quelli che ho letto.

Dopo La mano sinistra del diavolo, sopracitato, nella mia piccola biblioteca non poteva certo mancare La mano sinistra di Dio di Jeff Lindsay, Sonzogno 2009. Anche per fare un paragone fra le due mani. Se a ciò si aggiunge in quarta di copertina un avviso a caratteri maiuscoli in stampatello “Vieni a conoscere Dexter, lupo mascherato da agnello, mostro che rabbrividisce alla vista del sangue, serial killer con una regola d’oro: uccidere solo la gente cattiva” allora visto e preso. E se questo da solo non bastasse c’è l’incipit in seconda di copertina ad attrarre inesorabilmente “Spaventoso Giano Bifronte, Dexter è il miglior esperto della scientifica di Miami: nessuno come lui sa ricostruire la dinamica di un omicidio in base alle tracce di sangue sulla scena del delitto. Ma è anche il più astuto e inafferrabile serial killer della Florida. Quando c’è la luna piena e nella sua mente giunge il richiamo del Passeggero Oscuro, non può più resistere all’impulso assassino. Deve trovare una vittima da sottoporre al suo macabro e spietato rituale”.
Questa volta non sono andato a leggere il libro lungo la solita strada che porta all’aeroporto di Ampugnano ma mi sono chiuso a doppia mandata nel mio studiolo. Non si sa mai (ho pensato).
Lavoro duro questo di Dexter che ha ricevuti i primi insegnamenti dal padre adottivo Harry Morgan (lui poliziotto tutto d’un pezzo). Il quale padre aveva intuito il suo lato oscuro e quindi, da buon padre, lo aveva consigliato di esprimerlo compiutamente almeno sui tipi cattivi. Che ce n’erano tanti in giro.
Lavoro duro, dicevo. Deve scoprire l’assassino di alcune persone uccise con la sua stessa tecnica (praticamente le taglia a pezzi che infila nei sacchetti della spazzatura), deve combattere con il suo doppio, deve evitare i sospetti della sorella poliziotta Debbie e della detective La Guerra della Squadra Omicidi. Chiaro che le due donne non si sopportano e tutte e due vogliono fare carriera. Indagine serrata sul proprio Io (è la voce narrante del libro) e su tutte le elucubrazioni che possono portare alla scoperta del colpevole. Movimento, inseguimenti, una testa mozzata di ragazza che gli capita addosso, una testa mozzata di una bambola (nella sua casa) appesa allo sportello del frigorifero con il corpo all’interno, altre teste mozzate (sia di donne che di Barbie). E sogni, incubi, dubbi e tormenti che sia solo lui l’artefice di tutto il macello. Con il colpo finale a sorpresa che sfrutta un cliché risaputo. Per correttezza non nego una certa abilità nella scrittura e nella rappresentazione allucinata del protagonista.
Ma questo basta e avanza. Ormai non si sa più che cosa inventare.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Si cambia marcia e Maurizio zac! Niente Ricciardi e il suo mortifero intuito, scordatevi I Bastardi di Pizzofalcone perché siamo al via di una nuova storia e soprattutto di una nuova serie tutta da assaporare.
Un regalo inaspettato? Esatto, perché non una favolosa passeggiata nel regno del mystery, anzi amici miei azzarderei perfino che andiamo a braccetto con la fantascienza. Questo è quello che ci regala Maurizio de Giovanni con I Guardiani (Rizzoli, 2017, 362 pagine, 19 Euro).
Ma Maurizio de Giovanni, per il suo fantastico viaggio nel tempo, non molla di un centimetro il suo palcoscenico napoletano, non cambia orizzonte, va a cercare e ci fa scoprire a bocca aperta i millenari, diversi e sconosciuti ai più luoghi della sua città che risalgono agli albori dei tempi. Perché Napoli è una città speciale e diversa dalle altre. Perché cela sotto di sé una metropoli sotterranea, dove il buio domina sulla luce. Una metropoli  piena di cunicoli e grotte scavate nel tufo, con numerosissime testimonianze del susseguirsi dei culti, lontani tra loro nel tempo. La dea madre terra, Diana, Dioniso, Iside, Mithra, Cristo…
Un luogo di sacra energia. Il perfetto palcoscenico per una potenziale, ancestrale realtà costruita da questo esoterico dark, archeologico mystery napoletano che si espande  fino a strisciare nelle gallerie più profonde, gridando, grugnendo, uccidendo e scatenando angoscia e terrore. Un qualcosa di tentacolare che si mimetizza, pronto a scandire il futuro e che forse ritorna dalla notte dei tempi… (Taglio in parte il bel pezzo di Patrizia solo per lasciare il lettore ancora più incuriosito).
Altri libri segnalati dalla nostra infaticabile:
Il dipinto maledetto di Alex Connor, Newton Compton 2017.
Un nuovo thriller di Alex Connor, l’autrice di Cospirazione Caravaggio che, avvalendosi ancora una volta di una narrazione che si svolge su due piani paralleli ma divisi tra loro da quasi cinquecento anni, ci riporta nuovamente nel meraviglioso e misterioso mondo della pittura.
Tiro al bersaglio di Gianni Simoni, Tea 2017.
Un nuovo intrigante e sofferto episodio del serial milanese targato Gianni Simoni che vede come protagonista Andrea Lucchesi, l’“abbronzato” commissario, capo della Divisione Omicidi della Questura in via Fatebenefratelli.
Milano quartiere milanese QT8. Sintesi dell’accaduto, da un quarto alle otto di sera fino a tarda notte: quello che sembrava solo la maldestra fucilata ai danni di un vecchio droghiere esplosa da un giovanissimo drogato per impadronirsi dell’incasso, con la morte della vittima in ospedale si trasforma poche ore dopo in omicidio per rapina. La brutta storia, fino ad allora di competenza del commissariato di San Sepolcro guidato dall’ispettore capo Mario Napoli, deve passare d’ufficio alla divisione Omicidi della Questura.
È una Milano grigia, amara e brutale, profondamente noir, quella che fa da palcoscenico a Tiro al bersaglio, mentre in aria svolazzano i piccioni ammorbando i davanzali, tra le mura di case e condomini si costruiscono terribili delitti, scatenati da un mixer di povertà, delinquenza e follia.
Il falsario di reliquie di Carlo Animato, TEA 2017.
La presentazione editoriale recita: «Berna, maggio 1507. Due morti misteriose, un traffico di oggetti sacri, una folla che inonda la città per la festa delle Pentecoste. L’alfiere Mathis Sinner indaga…» E proprio nel centro di Berna, infatti, nel maggio 1507, dentro la fontana dell’orco ebreo che divora un bambino, vicino al vicolo dal ghetto, vengono ritrovati due cadaveri. Sono nudi e hanno dei garofani piantati tra le natiche. Contrariamente alla prassi il sindaco, quasi intendesse scaricare una patata bollente, affida le indagini sul duplice delitto all’alfiere della corporazione cittadina dei fornai, Mathis Sinner. Una fitta trama, densa di colpi di scena, e contemporaneamente una indovinata storia noir in chiave umoristica in cui fa capolino, e non guasta affatto, un bel tocco di sacrilega blasfemia. Descrizioni e situazioni talvolta al limite del boccaccesco ma sempre condotte con garbata lievità.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
oggi vi presento I viaggi di Gulliver di Jonathan (questo nome non mi è nuovo) Swift, Piemme 2012, adattato da Geronimo Stilton.
“Ero sdraiato a pancia in su, il sole mi bruciava le guance e c’era qualcosa…che mi stringeva il corpo. Ma che cos’era?!”. Si tratta del medico inglese Lemuel Gulliver appassionato di viaggi in mare che racconta la sua storia. Durante l’ultimo viaggio una terribile tempesta lo ha fatto naufragare su un’isola. E ora è legato, legato da… da ometti, piccoli, piccolissimi!!! I lillipuziani che parlano un linguaggio strano…
Ma non ci sarà solo questa avventura. Gulliver si ritroverà a Brobdingnag, paese abitato da giganti (sarà lui il lillipuziano!), poi sull’isola volante di Laputa (abitata da studiosi, chiamati lapuziani), infine nella terra degli Houynhnm, i saggi cavalli che parlano. Non ci credete? Lo giuro sulla testa pelata del mio nonno!
Alla prossima!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti