Le varie di Valerio/28: Daniel Pennac

lavventura-teatrale-le-mie-italianeDaniel Pennac
L’avventura teatrale. Le mie italiane
Feltrinelli, 2007
Traduzione di Yasmina Melaouah
Teatro

In teatro. Inverno 2003 – autunno 2006. Oltre un decennio fa Daniel Pennac scrisse un’opera teatrale poi pubblicata in Francia e successivamente in Italia. Era il monologo (dedicato a Stefano Benni) di un premiato, un qualsiasi scrittore, compositore, scultore, pittore, attore, regista (o qualunque altra cosa) costretto al ringraziamento pubblico, dopo che gli sono stati consegnati un riconoscimento o un trofeo per l’insieme dell’opera. Il testo fu subito declamato, si pose il problema del suo adattamento in teatro. Per primo fu letto da Benni all’Archivolto di Genova nell’ottobre 2004. Dal luglio 2005 (anteprima a Milano in libreria) fu recitato da Claudio Bisio in giro per l’Italia. Dal settembre 2005 all’aprile 2006 fu recitato dallo stesso Pennac al Teatre du Rond-Point degli Champs Elysees a Parigi e poi, anche altrove, in Francia. Al termine della lunga serie di rappresentazioni uscì un volume del Folio Gallimard con il testo originale, il testo adattato da Pennac e, in mezzo, stupenda, la cronaca di cosa gli era capitato in teatro. A fine 2007 Feltrinelli ha fatto una pregevole congrua edizione italiana. I 21 deliziosi paragrafi parlano della creatività e del suo pubblico: dalla scrittura letteraria alla “traduzione” teatrale, dalla pagina stampata alla retorica memorizzata, dal personaggio finto all’attore incarnato, dagli automatismi all’improvvisazione, dagli errori di scena alle concatenazioni fonetiche, dalla noia alla nostalgia, dall’entusiasmo al panico. Come sempre, c’è senso del limite e pensiero ironico; la realtà ha multipli e mutevoli punti di vista.

Daniel Pennac, nato Pennacchioni (Casablanca, 1944), è un magnifico scrittore “ogni genere”. Gialli e neri, racconti per ragazzi, saghe, monologhi, diari, testi autobiografici (soprattutto su quando era “somaro” a scuola e sul successivo decennale insegnamento), pièce, conversazioni, fumetti, di tutto e di più per far divertire e riflettere. Va ringraziato. Nel gergo teatrale sono “italiane” le prove in piedi, senza costumi e movimenti di scena, le letture ad alta voce; così “Le mie italiane” costituisce sia il sottotitolo del libro che il titolo della parte cronachistica; si riferisce alle sperimentazioni dell’attore finalizzate a imparare il testo, spesso ambientate nelle vie di Parigi, accompagnato dal copione stampato continuamente appuntato. Sono note le tante variazioni intorno alla parola “grazie”; fra l’altro qualcuno di noi la usa troppo, sia come gratitudine fasulla sia come ringraziamento vero. Qui la parte cronachistica, “non” teatrale, narra in prima persona la personale avventura sulle scene. La lettura può risultare particolarmente utile a chi, di qualsiasi età e per qualsiasi ragione, debba frequentemente esprimersi in pubblico, davanti ad altri, nei luoghi e nei tempi della politica soprattutto. Ne avrà godimento e forse qualche giovamento, più capace di adattare buone strategie, al microfono o dalla platea, attivo o passivo, per trasformare il dolore in conoscenza ed evitare di trasformare i consumi in bisogni. Segnalo l’analisi qualitativa o “il diario” del pubblico, le tipologie delle risate e dei silenzi. Come sempre, non ci sono cibi e musiche; gusto e orecchio vengono appagati altrimenti.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/105: Charles Dickens

nero-dickensAutore Charles Dickens
Titolo Nero Dickens
Editore Marsilio
Anno 2016
Pagine 206
Prezzo 15 euro
Traduzione di  Marisa Sestito

Londra. 1836-1866. Il grande scrittore inglese Charles Dickens (Landport, 7 febbraio 1812 – Gad’s Hill 9 giugno 1870) narrò anche storie del mistero, nove sono ora raccolte nell’interessante volume Nero Dickens, tradotto da una delle sue migliori studiose, Marisa Sestito, ordinario a Udine, che ha pure ben curato introduzione, biografia, note, bibliografia. Sette sono propriamente racconti interpolati, “inserted tales”, capaci di incunearsi fra viaggi e avventure dei personaggi dei suoi romanzi. Scritti lungo tutto un creativo trentennio (mai usciti insieme), si costruiscono intorno a temi duri, linguaggio passionale (in prima persona), presagi oscuri, influssi spettrali, finali drammatici.
Il nero prima del noir.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/94: Arosio e Maimone

non-mi-dire-chi-seiErica Arosio e Giorgio Maimone
Non mi dire chi sei. Il caso Giuditta
Tea, 2016
Pagine 351
Noir storico

Milano e Vedano Olona (tre chiese, una stazione, un cimitero, una manciata di case). Primavera-autunno 1962. Marlon ha appena compiuto 42 anni, Greta sta per compierne 37. Si trovano a indagare su una bella ragazza scomparsa incappata in un intrigo epocale e son guai. Mario Longoni, ex partigiano, ex pugile e comunista ha maturato un gran fiuto di detective, ormai socio dell’avvocatessa penalista di successo. Greta Morandi, folti capelli rossi e lentiggini ovunque, intelligente affascinante colta, aveva un ricco padre fascista, mangia poco e gira in bicicletta. Vive un intenso amore con l’avventuriero giramondo Tom Dubini e si accompagna talora con il nobile sposato avvocato 35enne Stefano Solbiati, di pelo rosso e di padre destrorso anche lui. È Virginia Valsecchi, la contessa madre di Stefano, a voler ritrovare una certa Giuditta Broggi di Vedano Olona, una 21enne che lavorava a Milano da due anni come commessa in una merceria, sparita nel nulla da qualche settimana. Marlon parte per la provincia, Greta “scuficchia” un poco in città. Tracce ce ne son poche, sembra possa essere viva. Il fatto è che morti e crimini le girano intorno, c’è di mezzo la Triade, primi passi dell’operazione Stay-behind poi divenuta torbidamente nota come Gladio. Marlon si fa aiutare da vecchi e nuovi amici, rischia più volte la vita e non finisce lì.

Seconda storia di genere per il duo di giornalisti milanesi Erica Arosio (da “Gioia”) e Giorgio Maimone (dal “Sole 24 ore”), in terza al presente alternata sui due investigatori (in diretta i flussi di pensieri di lei), in prima e corsivo il diario di Giuditta, ogni tanto qualche dialogo fra i cattivi. Il titolo è connesso alle origini e alla personalità della scomparsa, sono meno scontate di quel che dicono. I sottofondi politico, storico e culturale sono descritti nei cruciali particolari. Ognuno degli oltre sessanta capitoli (a parte i brevi brani del diario) ha un verso di canzone circa dell’epoca, pur se Marlon preferisce il jazz di Dave Brubeck e di Miles Davis (sta arrivando pure Dylan). Greta e Stefano vanno spesso al cinema prima che a letto. In via Cerva poi la radio è sempre accesa, imprescindibile l’appuntamento con “Anacleto, il gasista” di Franco Parenti. E, soprattutto, aleggia l’attivismo energetico di Enrico Mattei, fino al tragico epilogo con i servizi protagonisti. Un vino schietto e sincero non manca mai, quello del contadino, uno Spanna del 1958, il Chianti, il Raboso e via degustando. Segnalo per Marlon (e non solo) l’impossibile abitudine alla bellezza, a pag. 83. E il compianto amico Mario Dondero, a pag. 138. Segnalo purtroppo altresì una pagina saltata, due 305 e nessuna 205.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre 2016

christmas-tree-toilet-paperA ruota libera e senza farla tanto lunga.
Questa volta via veloce tra libri letti e spiluzzicati. Per spiluzzicati intendo quelli di cui ho visionato almeno una trentina di pagine in qua e là nella solita libreria di Siena. Sarà mia cura indicarli.

Inizio con Occhi nel buio di Margaret Millar, Mondadori 2016.
Una famiglia tormentata quella degli Heath. La morte per malattia della madre Isabel e un incidente d’auto che toglie la vita a Geraldine, la ragazza del figlio John, e rende cieca la figlia minore Kelsey al centro della vicenda tormentata e tormentante. Chiaro che ci lascia le penne. È il momento dell’ispettore Sands, uomo di statura normale, di mezza età, che sembra più alto per la sua magrezza, eternamente solo (non è sposato) e stanco. Un delitto del presente e un incidente automobilistico del passato che si intrecciano e danno vita a dubbi, ipotesi e congetture dentro una cornice da brivido. Splendida ricostruzione finale dell’ispettore con l’immancabile colpo a sorpresa.

L’uomo autentico di Don Robertson, Nutrimenti 2016.
luomo-autentico“Don Robertson è stato ed è uno dei tre scrittori che mi hanno influenzato quando ero un ragazzo che stava cercando di diventare un romanziere (gli altri due sono Richard Matheson e John D. MacDonald)” scrive Stephen King nella sua Introduzione. Un bel viatico e, dunque, un forte stimolo alla lettura. Qualche parola in più qui è d’obbligo.
Vediamo. Houston in Texas. “Herman Marshall guardava di traverso la pioggia.” È il personaggio principale. Ha settantaquattro anni. La moglie, Edna, giace sul letto d’ottone. Sta per morire. Il figlio Billy è già morto. A diciassette anni di meningite spinale. Arrivano i ricordi, a ondate, con un continuo ritorno al punto di partenza. Lì, in quella stanza. Fratello minore maltrattato dagli altri tre, prima base in una squadra di quasi professionisti, ottimo giocatore di scacchi, autista di camion, uccisore di nazi in guerra. Una vita in giro a bere e scoparsi ragazze, cameriere, puttane, mogli di pastori. E ora è davanti alla sua Edna ad ascoltare la “rivelazione”. Billy non è suo figlio ma di un suo amico, Romero, il messicano.
E ancora il tempo passato che si affaccia, spinge e non da tregua, frasi in corsivo, dirette, che sfrecciano nella memoria: la sofferenza del figlio, gli amici, i vecchi che si intrattengono al Top of the World con la birra che scende a fiumi, le loro stupide barzellette, le pisciate continue al bagno, qualche figura particolare tra gli ubriaconi che si lascia dietro una scia di morti, comprese le tre mogli, i quattro figli e i sei nipoti. E poi Edna, il suo incontro, l’innamoramento, la passione, la terribile verità, la voglia della moglie di farla finita. Che sia lui toglierla di mezzo…
E via, di nuovo Herman a correre indietro negli anni con il suo eroe Tom Mix di cui ha visto tutti i suoi film, Tom Mix che uccide tutti quegli sporchi farabutti e fuorilegge e avrebbe fatto qualunque cosa per essere come lui; i pensieri e le domande su Dio, sull’inferno e il paradiso, gli applausi di quando giocava a scacchi, il momento in cui Edna si concesse a lui per la prima volta, il matrimonio, la guerra, l’uccisione dei soldati nemici, l’amicizia con il messicano Romero…
C’è tutta la vita, la stramaledetta vita in questo libro, già pubblicato nel 1987. Così com’è. Nuda e cruda. Un paese per vecchi con la loro schifosa puzza di piscio e qualche sbandata di sentimento. Con le avventure, gli errori, le umiliazioni, il senso di colpa e l’istinto brutale che ci accompagna anche nei momenti più teneri e delicati. A chiusura il classico colpo finale, insospettato, tragico e terribile che inchioda il lettore. C’è tutta la stramaledetta vita in questo libro.

poirot-e-i-quattroIl rapporto giallo-scacchi mi ha sempre incuriosito. In effetti parecchi pezzi grossi dell’indagine poliziesca (notare la parola “pezzi” che viene a fagiolo) conoscono bene il “nobil giuoco”. Partendo dalla regina del giallo Agatha Christie che in Poirot e i quattro fa usare all’omicida l’Alfiere di Re del Bianco per uccidere l’avversario. In una maniera del tutto inaspettata (leggete il libro). Alla testa d’uovo si può aggiungere Sherlock Holmes, Philo Vance, Philip Marlowe, Lord Peter Wimsey e tanti altri. Così come tanti altri autori di successo o meno. Magari ne riparlerò più ampiamente in una mia lunghina. Chi vuole leggere le mie cose di scacchi qui e qui.

Per rimanere nell’ambito del “nobil giuoco”, colpito da fischerite acuta, ho preso (quante volte l’avrò fatto!) dalla mia libreria i tre volumi di Bobby Fischer, Ediciones Eseuve 1992, con le partite del grande campione americano commentate da altrettanti campioni, e me le sono gustate, anche se in minima parte, sulla scacchiera sembrandomi di averlo lì, accanto a me. Bello, forte, solo contro tutti. Siccome, poi, vicino ai suddetti libri ne ho trovati tre piccoli dalla splendida copertina rossa, li ho ripassati con calma senile. I primi due appartengono al reparto storia (una delle mie passioni): Il massacro di San Bartolomeo di Tommaso Sassetti, Salerno editrice 1995 e Vita di Giovanni de’ Medici detto delle Bande Nere di Giovangirolamo de’ Rossi, Salerno editrice 1996. Il terzo, una vera chicca, è Lucifero disoccupato di Aleksander Wat, sempre della stessa casa editrice del 1994. Cinque racconti ironici e grotteschi che aprono la bocca al sorriso. Nel primo (dà il titolo alla raccolta) Satana sta girando per le strade di una città quando si accorge, sconsolato, che gli uomini non hanno ormai più bisogno dei suoi consigli per le loro malefatte e si ritrova ad annegare la sua disperazione in un bicchiere di latte. Ha perso il suo lavoro e non gli rimane che tentare la fortuna nel… Un libro e un autore (tra l’altro morto suicida) che vi invito a leggere e conoscere.

Il diavolo, sotto le sembianze di Woland, lo si ritrova nel libro accanto al già citato (vedete un po’ le coincidenze) Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, La biblioteca di Repubblica 2002, quando arriva nella Mosca degli anni Venti per portare sia il Male che il Bene dato che ormai la società sovietica è priva di valori e disvalori. Capolavoro assoluto di fantasia, ironia, di satira sociale e politica.
Più in là c’è pure Belfagor arcidiavolo in I classici del pensiero italiano Niccolò Machiavelli, a cura di Mario Bonfantini, Biblioteca Treccani 2006. E qui la creatura infernale viene mandata da Plutone a Firenze (prenderà il nome di Federigo di Castiglia) per vivere dieci anni ammogliato “e di poi fingendo di morire tornarsene e per esperienza fare fede ai suoi superiori quali sieno i carichi e le incommodità del matrimonio.” Come a dire, secondo il noto fiorentino, uomo avvisato…

la-voce-delle-ombreCon La voce delle ombre di Paolo Lanzotti, Mondadori 2016, siamo catapultati a Venezia nel 1849, durante la difesa estrema della repubblica sotto i colpi degli austriaci. All’ex sbirro della polizia asburgica Teodoro Valier, viste le sue eccellenti qualità di investigatore, viene dato l’incarico da Daniele Manin, capo storico della resistenza, di indagare sull’uccisione di Alvise Scarpa (già sepolto), combattente volontario in prima linea, molto vicino all’ala più estrema di Sirtori. Urge scoprire l’assassino perché non si insinui che lo abbia fatto uccidere proprio lo stesso Manin.
Bel romanzo in un contesto storico in parte vero, in parte inventato (lo scrive l’autore stesso), capace di far rivivere l’atmosfera cupa e disperata di quei tragici momenti insieme a episodi e personaggi riusciti. Discussioni su questa “Italia” che ha da venire, scene miserabili, il colera che si diffonde, piccoli cortei funebri, disgraziati con la mano tesa, bambini senza sorriso (riporto integralmente), folle inferocite, lotte tra fazioni, sotto i colpi di cannone e le scariche di fucileria degli austriaci.
Con il solitario Teodoro Valier (racconta in prima persona la vicenda) che si aggira “in quel delitto come un fantasma, ascoltando le voci delle ombre”. E ne esce, anche lui stesso, come un’ombra, come un fantasma. Ma qualcosa ancora deve fare… Sicuro che lo rivedremo.

scomparsaPer chi vuole avere un’idea della situazione sociale e morale degli Stati Uniti, almeno nella seconda parte sottoposta a indagine, si becchi Scomparsa di Joyce Carol Oates, Mondadori 2016, e si ritroverà sbattuto tra reduci di guerra, criminali di ogni risma, drogati, poveri che muoiono di malattie perché non hanno soldi per curarsi e tutto il marciume dell’umanità. Con un pizzico di luce (spiluzzicato ma è un bel malloppetto).

Spiluzzicato pure Stivali di gomma svedesi di Henning Mankell, Marsilio 2016, un autore che ci ha lasciato l’anno scorso e che ci offre praticamente un testo sul senso della vita (proprio nel momento in cui stava combattendo per questa). Un personaggio su un’isola, il vento, il fuoco, la casa che brucia. Ormai quasi solo, rapporto sfilacciato con la figlia, un amore appena sbocciato. E la gente crede che sia stato proprio lui ad appiccare il fuoco.

giallosveziaE, a proposito di Svezia, letto tutto con bella soddisfazione GialloSvezia di Asa Larsson, Stieg Larsson, Henning Mankell e altri, Marsilio 2016, diciassette racconti di autori noti e meno noti, direi pure sconosciuti qui da noi, con una breve introduzione sugli stessi e una interessante postfazione di John Henri Holmberg sulla storia del giallo svedese. Che dire? Difficile farne una sintesi. Molti racconti sono ambientati la vigilia di Natale con la neve che scende o è già scesa, spesso rigata di rosso sangue. Un’atmosfera candida brutalizzata dall’uomo. Delitti con l’immancabile ispettore, uomo o donna che sia, travagliato/a dalla sua vita matrimoniale e uno sguardo acuto su certi aspetti della società. Spesso il rapporto interpersonale sta alla base delle vicende narrate, un qualcosa che si è rotto nel passato (il passato riemerge sempre terribile), che può portare a tragiche conseguenze, anche se queste vengono mascherate abilmente dallo scrittore sino alla fine. C’è la vendetta di chi si sente tradita da tutti, o il pazzo omicida che cammina nella notte, bussa alle porte e uccide, travagliato da ricordi mostruosi e incubi ricorrenti. Morti e morti ma anche racconti senza un filo di sangue, di puro intrattenimento e anche un po’ di fantascienza. E poi storia di bambini le cui mamme da sole non ce la fanno più, il milionario cafone e prepotente, un matrimonio sotto terra, la vendetta di un’isola… Abilità di costruzione, sapienza di scrittura, ora intensa, ora lieve, drammatica, leggera, ironica secondo l’occorrenza. Ottimo livello con qualche piccola caduta che diciassette racconti possono produrre nel lettore una certa ripetitività. Ricordo anche gli ultimi due libri di racconti letti e qui recensiti Menti pericolose di Jeffery Deaver, Rizzoli 2016, e Rebus indecifrabili di Ian Rankin, Longanesi 2016.

un-pomeriggio-da-ammazzareUn pomeriggio da ammazzare di Shelley Smith, Polillo 2016. “In viaggio verso l’India a bordo di un piccolo aereo privato, Lancelot Jones è costretto da una avaria a un atterraggio d’emergenza nel deserto.” Qui farà la conoscenza di Alva Hine, che gli racconterà la sua storia, stimolata dalla domanda perché una signora inglese viva in un posto così strano e solitario. Storia di un rapporto edipico con il padre e sofferto con una bella matrigna, storia familiare di inganni e tradimenti che culmina con la morte della matrigna stessa. Mentre il nostro Lancelot ascolta paziente, attento e incuriosito, diventando una specie di detective su ciò che apprende in un pomeriggio da ammazzare. Nancy Hermione Courlander, alias Shelley Smith (1912-1998), si allontanò dalla formula del poliziesco tradizionale di allora, dando rilievo soprattutto agli aspetti psicologici della personalità criminale. In questo caso ha tirato fuori una vicenda davvero intrigante.

asso-di-quadriAncora della Polillo (in netta ripresa dopo un momento di impasse) Asso di quadri, asso di cuori di Edgar Wallace che ci presenta il noto investigatore privato J.G. Reeder, primo assistente del Procuratore Generale Inglese e tipico rappresentante degli investigatori alla Poirot, tutto cervello e niente muscoli sulla pista del Malvagio che uccide. Con gli inseparabili occhiali, ombrello e bombetta. Le due carte del titolo saranno molto utili per le indagini. Non sono uno fan sfegatato di Wallace (spesso mi ha deluso, evidentemente a mio disdoro vista la sua popolarità) ma questo, a occhio, sembra almeno buono. Mi sa che, prima o poi, lo leggo tutto.

La mogliera e la sorella consigliano Le mille bocche della nostra sete di Guido Conti, Mondadori 2010, storia di due ragazze dopo il 1946 che si innamorano fra loro. Un amore, però, “sporco” e proibito… Romanzo coinvolgente e delicato.

Dalla mia figliola Claudia letto e apprezzato il libro postumo di Anna Marchesini È arrivato l’arrotino, Rizzoli 2016, che va giù come una spremuta d’arancia. Racconta la nascita e l’infanzia della scrittrice e la storia di Maddalena nata in prigione, legate entrambe dalla figura dell’arrotino. Tra il sorriso e la commozione.

E dall’amico Stefano Piersimoni questi tre brevissimi spunti di lettura: Teutoburgo di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori 2016. La storia di Arminio, figlio del capo supremo della tribù germanica dei Cherusci, catturato dai romani e fatto crescere come uno di loro, ma che gli inflisse una severa sconfitta nella selva di Teutoburgo; Il giorno del giuramento di Steve Berry, Nord 2016. Nuova avventura per Cotton Malone, questa volta alle prese con vecchi esponenti del KGB decisi a vendicare in maniera estremamente spettacolare il crollo dell’Unione Sovietica; Gli eredi della terra di Ildefonso Falcones, Longanesi 2016. Il seguito del famoso La cattedrale del mare, ambientato nella Barcellona a cavallo tra XIV e XV secolo. Al quarto romanzo, l’avvocato catalano risulta meno godibile rispetto ai suoi precedenti lavori.

Un giretto tra i miei libri
La ballata degli impiccati di Peter Lovesey, Mondadori 2009.
la-ballata-degli-impiccatiPeter Diamond, sovrintendente della polizia di Bath, storica città inglese, ha perso da tre anni la moglie Steph assassinata al Royal Victoria Park. Fisico aitante, forte carattere “Una cosa si poteva dire di Peter Diamond: nessuno riusciva a scoraggiarlo”, al bisogno passa alle mani anche contro la legge. Preso dai ricordi della moglie non vuole altre storie sentimentali fino a quando non arriva una lettera di una ammiratrice che poi si rivela essere Paloma Kean, ricca e divorziata…
Al dunque: scomparsa e poi trovata morta impiccata alle altalene gialle dei bambini più grandi Delia Williamson. Un signore, D. Monnington, ha cercato un approccio con lei che lavorava in un ristorante. Secondo l’anatomopatologo Bertram Sealy prima è stata strangolata e poi impiccata. E quasi sicuramente trasportata. Dopo un po’ arriva un’altra impiccagione di un uomo al viadotto di un ponte. E si tratta, guarda un po’ di… (lascio in sospeso). E due anni prima era successo un caso analogo. Urge indagare anche su questo.
Abbondanza di interrogatori, dialoghi, ritmo vivace, schema conosciuto con continui capovolgimenti di prospettive e abbordabile, abbordabilissima soluzione finale.

La bella di Buenos Aires di Manuel Vázquez Montalbán, Feltrinelli 2013.
la-bella-di-buenos-airesBiscuter a Carvalho “Lei, capo, manca di modernità”. Unico mezzo tecnico presente nell’ufficio il telefono. Immobilismo. Bisogna stare al passo coi tempi. Occorre almeno un fax per la ditta “Carvalho & Biscuter, detective associati” (intanto ci si tira su con “spaghetti alla genovese e blanquette d’agnello al curry”).
Subito la magia del fax con la richiesta di un consulto. Sparita una ragazza che avrebbe potuto essere l’Emanuelle argentina (chi non ricorda Sylvia Kristel?). Bisogna cercarla. Trovata morta come barbona assassinata da una serie di pugnalate, l’ultima al cuore. Nome Barbara Helga Singer, Palita “per i suoi colleghi di miserie”. Una ragazza che sognava di diventare una star, sfruttata e rimasta incinta. Indagine della polizia, di Carvalho e Biscuter. Nel mondo del teatro, fra i barboni che hanno la merda come corazza “sul corpo e sull’anima”.
Altri morti ammazzati, un po’ di sesso (Biscuter montato da una Pepita sbracata) anche per Carvalho dimentico di come sia fatta una donna, la buona cucina che ritorna ogni tanto (vedi l’agnello in salsa di capperi), la fissazione di bruciare i libri che non insegnano a vivere ma solo a mascherarci.
Ma chi è l’assassino? La Storia, la guerra sporca, il passato? O si tratta di uno spunto individuale? Una brutta vicenda che scopre una società ipocrita, fatta di compromessi, raggiri e violenza (di mezzo pure un corpo operativo speciale) delineata con un sorriso ironico leggero (soprattutto se si parla del “moderno” Biscuter, ex ladro di macchine costose) e spesso malinconico, con un buon finale da colpo di teatro.
Montalbán è Montalbán.

La briscola in cinque di Marco Malvaldi, Sellerio 2007.
la-briscola-in-cinque“La rivalsa dei pensionati. Da un cassonetto dell’immondizia in un parcheggio periferico, sporge il cadavere di una ragazza giovanissima. Siamo in un paese della costa intorno a Livorno, l’immaginaria Pineta… Ma caso vuole che, per amor di maldicenze e per ammazzare il tempo, sul delitto cominci a chiacchierare, discutere, contendere, litigare e infine indagare il gruppo dei vecchietti del Bar Lume e il suo barista.”
Il primo libro di una serie fortunata dell’autore, semplice, schietto, con personaggi vivi e reali, facilmente riconoscibili in qualsiasi borgo toscano: Ampelio Viviani di anni 82, Gino Rimediotti di anni 75, Pilade Del Tacca di anni 74, Aldo del ristorante “Boccaccio” senza espressa età (così mi sembra) e Massimo il barista sulla trentina costituiscono il nucleo principale della vicenda insieme ad altri messi in risalto con pochi tocchi efficaci.
Attraverso i loro discorsi, le loro baruffe, i loro battibecchi in un toscano accessibile viene fuori il volto di una piccola società con le sue manie, i suoi pregiudizi, i suoi istinti. E poi lo stile, ora garbato ora incisivo e popolare al momento giusto, con una buona dose di affettuosa presa in giro (diciamo pure presa di culo) caratteristica peculiare delle nostre parti. Chiusura tipica da giallo classico con il barista che alla fine ci spiega tutto l’ambaradan della vicenda.

La casa dei sette cadaveri di Jefferson Farjeon, Polillo 2011.
la-casa-dei-sette-cadaveriTrovarsi di fronte a sette cadaveri non deve essere stata una bella esperienza per il ladruncolo Ted Lyte nella villa di Haven House. Più precisamente sei uomini e una donna nel salotto dell’abitazione. Durante la sua fuga precipitosa viene fermato dal giornalista freelance Thomas Hazeldean, un personaggio franco e indipendente con indole romantica, che si trovava da quelle parti con la sua imbarcazione.
Indaga l’ispettore Kendall, cervello acuto, minuzioso nelle indagini, in continua discussione con il sergente Wade (una specie di spalla un po’ dura di comprendonio). Spariti gli abitanti della villa, Mr. Fenner e Dora Fenner, la nipote. Alcuni particolari: le imposte delle finestre inchiodate, una dozzina di giornali infilati nella canna del camino, il ritratto di una ragazza colpito da una pallottola, una vecchia e consunta palla da cricket sopra un vaso di fiori, un orologio spostato sulla mensola, un biglietto a stampatello “CON LE SCUSE DEL CLUB DEI SUICIDI” e dietro un indirizzo indecifrabile, tra le dita di un morto un mozzicone di una vecchia matita rossa. Delitto o suicidio?
La scena si divide in due. Da una parte Halzedean a Boulogne per ricercare Dora con uno strano mercante di seta che lo segue, dall’altra Kendall a continuare l’indagine presso la villa esaminando accuratamente il terreno intorno ad essa. Pensieri, turbamenti, riflessioni, suspense, innamoramento, uno scontro, la classica botta in testa, ancora un paio di morti e un diario che svela l’arcano.
Un autore amato dalla Sayers che svolge con dignità il suo lavoro.

E ora la parola alla nostra cara Patrizia Debicke (la Debicche).
Il gioco del male di Angela Marsons, Newton Compton 2016.
il-gioco-del-maleIn questo suo secondo romanzo, dopo Urla nel silenzio, la Marsons mette in secondo piano la trama gialla e costruisce un thriller psicologico che pone una serie di terribili e inquietanti interrogativi. Ci saranno omicidi che fanno pensare a un burattinaio, una persona spaventosamente intelligente ma dalla distorta personalità sociopatica, che inspiegabilmente, o almeno pare, manovra i fili delle sue marionette e avvelena tutto ciò che tocca. Questi delitti hanno qualcosa, o meglio forse qualcuno, in comune? Seguendo la buona regola dei thriller, Angela Marsons fa onnisciente il lettore, che sa ma non può indirizzare gli inquirenti sulla buona strada. Ciononostante Kim Stone, il sergente detective inglese che deve indagare, sente subito che qualcosa non quadra, intuisce la spaventosa forza di questo burattinaio, crede di sapere chi è ma non ha le prove o il modo per fermarlo.
L’unica possibilità per lei è mettersi in gioco di persona. Ma sarà un gioco molto pericoloso e dall’esito incerto.
C’è qualcosa in comune tra Kim e il criminale: le loro personalità, che si incontrano si valutano e in un certo senso si assomigliano, pur con reazioni diametralmente opposte, li costringono a un lunga e preliminare schermaglia prima dello scontro finale.
Ottimo ritmo narrativo e un’eccellente caratterizzazione anche psicologica di tutti i personaggi, con la “squadra” del detective Stone in crescita. Benvenuti i nuovi acquisti, quali David Hardwick, il direttore della struttura di ricupero degli ex carcerati, e il complessato cane Barney, che è riuscito a scalfire l’acciaio della corazza di Kim Stone. Appuntamento alla prossima.
ultima-notte-in-oltrepoAltri libri consigliati Ultima notte in Oltrepò di Alessandro Reali, Frilli 2016, quinta avventura dell’inossidabile e strampalata coppia di detective pavesi Gigi Sambuco e Selmo Dell’Oro dell’omonima agenzia di investigazioni a Pavia. Stavolta i nostri due eroi dovranno sbrogliare un caso, nel borgo di Fortunago, un’incredibile location da cartolina, tra le colline oltre padane, un paese decadente, una specie di paese fantasma, che dall’autunno vive immerso nella palpabile umidità della nebbia. Un luogo romantico e crepuscolare quasi come i suoi abitanti e coprotagonisti del romanzo. Il caso, affidato a Sambuco e a Dell’Oro, è l’inspiegabile scomparsa del Conte Oramala, ricco proprietario locale di vigne, terreni e di una splendida villa, in cui abitava con Licia, la moglie paralizzata dopo una caduta da cavallo e con Marzia la bella, misteriosa e affascinante cognata…
Per troppa luce di Livio Romano, Fernandel 2016. Eccitazione, divertissement esaltato e per-troppa-lucelinguaggio erotico grottesco sono gli elementi principe della nuova stravagante commedia o fatica letteraria di Livio Romano, una specie di funambolica e vorticosa storia all’italiana, una storia che prova ad affrontare ogni aspetto della comune vita civile talvolta esibendo una sfilata di tragiche maschere umane. Allora commedia, o forse tragedia? Un tentativo riuscito, oppure no (al lettore l’ardua sentenza), di illuminare tanti degli ossessivi contorcimenti e lati bui della attuale società? Sullo sfondo di una provincia italiana libertina, in cui l’impegno civile potrebbe essere un modo per dare un senso alla propria esistenza lasciando qualche traccia di sé. Per troppa luce prova a descrivere il Caos di questo scorcio di secolo, pur vivo e vitale nonostante i suoi smisurati difetti, e le tante zone d’ombra della società e dei suoi protagonisti. E narra delle due anime italiane che da sempre si contrappongono e per sempre lo faranno: da una parte i cialtroni, i populisti, i cultori degli slogan, e i quasi salvatori della patria dall’altra, meno esibizionisti, gli equilibrati, i colti, i riflessivi che magari sono i più, ma da troppo tempo l’aspetto mediatico legato all’Italia riesce a dimostrare che i primi la vincono e fanno man bassa.
Buona lettura.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

P.S.
Uscito per le Montechino edizioni Chiamatemi Marlowe. No, non “quel” Marlowe, di Lucius Etruscus. Racconti esilaranti letti su Thriller Magazine che mi lasciarono con il sorriso sulle labbra. Ora finalmente in libro. Qui il suo blog.

Le brevi di Valerio/104: Un anno in giallo

un-anno-in-gialloAutori Vari
Titolo Un anno in giallo
Editore Einaudi
Anno 2016
Pagine 358
Prezzo 14,50 euro
Traduttori Vari

Da gennaio a dicembre. Anni e luoghi vari, comunque molti decenni fa e lontano da qui. Si possono leggere dodici racconti di genere verso il 2017 (per metà tradotti appositamente). Gli autori della raccolta Un anno in giallo sono tutti grandi e morti: Burke, Agatha Christie, Conan Doyle, Derr Biggers, Daphne Du Maurier, Futrelle, Patricia Highsmith, Jepson, Leblanc, Le Rouge, Poe, Queen.
Il volume è stato curato da Christian Delorenzo, assenti prefazioni o postfazioni, schede o note. Alcuni più brevi (Futrelle, Christie, Highsmith), alcuni più lunghi (Poe, Du Maurier), l’ordine segue i mesi e le stagioni dell’anno, da Capodanno a Natale, senza lode e senza infamia (letterari).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/93: Gradozzi

il-mandatoFrancesco Gradozzi
Il mandato (The Italian Lawyer)
Giallo
Autoproduzione, 2016
(www.ilmandato.it, www.gradozzi.it)
Pagine 407
Euro 15
(Amazon, Youcanprint.it, ilmiolibro.it)

Macerata. Dall’estate all’inverno 2014. L’avvocato civilista 49enne Alessandro Loggia, alto 1,80 e asciutto, mascella squadrata e capelli scuri corti, ha ormai una doppia vita: quella reale fatta di continua angoscia ed estrema moderazione di consumi, quella di facciata, completamente inventata, ispirata ai trascorsi ricchi ed eleganti d’inizio carriera. Di famiglia umile, spirito da giocatore d’azzardo, si era laureato proprio a Macerata con il massimo dei voti, tesi in diritto internazionale privato sul tema dei patti parasociali nelle società per azioni, si era fatto le ossa in uno studio importante, aveva messo su con due colleghi lo studio LML e furono 13 anni di successi entusiasmanti, poi la lenta progressiva crisi dal 2009, studio sciolto e ognuno per la sua strada, lui pieno di debiti e sul lastrico. La professione aveva smesso di essere redditizia e cominciava a non garantirgli più neanche una misera sussistenza. Da un po’ sta pensando di mollare, di cambiare settore, di andarsene povero all’estero e ricominciare in qualche modo. La moglie Sara non c’è più, gli resta il figlio di 4 anni Tommaso, unica passione e consolazione, che faticosamente gestisce. Finché riceve una mail da Boston, il ricchissimo Jason è stato arrestato a Numana su uno yacht di 52 metri, pare che il futuro erede della immensa Barrett Chemicals abbia ucciso una ragazza trovata da un peschereccio a largo di Civitanova Marche, l’azienda cerca per la difesa il suo ex collega penalista, Alessandro ha bisogno di soldi e si spaccia per lui, inizia una mirabolante nuova avventura legale (e non solo) di bugie e complotti, ricatti e depistaggi, RIS e medici legali, spionaggio e manovre finanziarie internazionali, in cui rischia e interpreta più ruoli, altri da sé: attore, pedina, vittima.

L’avvocato cassazionista Francesco Gradozzi (1972) è 7 anni più giovane di Loggia (1965), avendo ottimamente in comune la professione e la regione, un bel territorio raramente descritto nella letteratura di genere. Narra in terza varia, cambiando continuamente scena e soggetti, con qualche fatica e frequenti curati colpi a effetto. Autopromuove il suo romanzo d’esordio, non è una scelta da guardare con sufficienza. In fondo, non è troppo complicato procurarselo. Il mercato è saturo, gli editori funzionato talvolta come ministeri, il tempo di scrivere è poco per chi non vive scrivendo ed editare ha tempi spesso lunghissimi e procedure contorte. La qualità di alcuni testi (anche di questo) non ha nulla da invidiare ad alcuni inseriti in collane prestigiose di case importanti. Certo non c’è solo il testo, un lavoro specifico e professionale per la confezione (titolo, copertina, quarta) e l’editing avrebbero aiutato; però intanto ora il libro circola vivo e vegeto, descrive luoghi che meritano di essere conosciuti (la guida è addirittura troppo dettagliata, sconfinando ad Ancona e Ascoli), offre personaggi di qualche interesse (pure in secondo piano), circuita una trama ben congegnata e ricca di spunti attuali. Ne emerge uno scontato fastidio dei liberi professionisti per l’avverso e complementare incarico dei magistrati (pubblici ministeri e giudici, insieme), mitigato dall’”elogio” di Calamandrei. L’arringa finale è una confessione. Specialità e vini marchigiani trovano spazio. In sottofondo sia Mozart che Coltrane.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… La vedova Van Gogh

la-vedova-van-goghLa vedova Van Gogh
di Camilo Sànchez
Marcos y Marcos, 2016
Pagine 188

In una casa olandese di campagna, a pochi chilometri da Amsterdam, Johanna Van Gogh-Bonger, trentenne vedova di Theo Van Gogh e cognata di Vincent, si è trasferita per crescere il figlioletto e gestire una piccola locanda, con le pareti tappezzate da variopinti quadri di girasoli, cieli stellati e campi di grano con corvi. Suo marito Theo, fratello di Vincent, pittore quasi sconosciuto in vita ma destinato a diventare uno tra i più celebri del mondo, è morto da pochi mesi, dopo il suicidio di Vincent a cui lo legava un affetto incommensurabile. A Joanna è rimasto il bambino, Vincent Wilhelm, un centinaio di quadri del cognato e tutte le infinite lettere che Vincent e Theo hanno continuato a scriversi per anni.
La vedova Van Gogh di Camilo Sánchez (Marcos y Marcos, 2016) idealizza poeticamente un’importante parte della vita della giovane donna che più di tutti si dedicò e contribuì a far conoscere alla critica e al mondo intero i capolavori del geniale pittore fino ad allora trascurato e incompreso.
Una protagonista straordinaria, Johanna Bonger e il suo diario intimo, che parte dall’infanzia, rivela la sua struggente e straordinaria storia attraverso il dramma del suicidio di Vincent, e la precoce morte di Theo, il fratello minore. Un diario che evidenzia i ricordi di Johanna a Parigi, dove ha vissuto con il marito nell’appartamento a Citè Pigalle di Montmartre, nel quartiere degli artisti, prima della lunga e angosciante agonia di Vincent, morto dopo essersi sparato un colpo al petto.
Theo Van Gogh, coinvolto in una spirale di lutto e dolore, si ammala gravemente, smette di lavorare e non si muove dal letto, scendendo a sua volta rapidamente i gradini della follia e dell’autodistruzione. Joanna prova a salvarlo lasciando Parigi, rifugiandosi presso la sua famiglia in Olanda, seguita da Zuleica, fedele domestica spagnola. Ma tutto sarà vano perché Theo, minato anche dalla sifilide, malgrado tutte le migliori cure muore nel 1891, lasciandola in difficoltà economiche.
Dopo i primi mesi ospite nella casa dei genitori, Johanna ottiene da suo padre, un ricco broker, il denaro per acquistare Villa Thelma, una casa abbandonata che lei renderà un luogo straordinario e da dove comincerà la sua missione, rendersi indipendente e promuovere la pittura del suo geniale cognato
Ed è merito suo se oggi tutti conoscono tanti particolari della vita di Vincent Van Gogh. Pochi sanno che oltre ad essersi rivelato il padre del moderno espressionismo, Vincent Van Gogh scriveva ogni giorno al fratello. Queste lettere (centinaia, addirittura) sono state lette, selezionate da Johanna e pubblicate per la prima volta nel 1913 in tre volumi.
E tutte queste lettere, indirizzate a Theo e che dimostrano un legame quasi di dipendenza psicologica tra i due fratelli, sono importanti perché in esse Vincent descriveva il suo lavoro ed esprimeva i suoi stati d’animo, le sue angosce, le sue gioie, talvolta la sua follia, una follia artistica spesso confusa con la pazzia. Cos’era poi la follia di Van Gogh? Forse l’allontanarsi coscientemente dalla realtà, dall’ambiente circostante e dalle regole? Certo la manifestazione di una completa astrazione dal mondo con una tale passione per le sue opere da dimenticare le necessità primarie quali mangiare e dormire. In queste lettere ritroviamo i commenti che faceva ai quadri dei colleghi e le sue riflessioni, il perché della sensibilità della sua pittura, l’incontro con gli impressionisti a Parigi, il suo lavoro con i minatori di carbone, le delusioni amorose e professionali, la fame, il viaggio ad Arles, il progetto dell’associazione di artisti indipendenti del sud, suggerito dal suo bisogno di essere giudicato, migliorarsi e mostrare i suoi dipinti agli altri… Un progetto però mai realizzato.
Bel libro, il primo romanzo dello scrittore e poeta argentino Camilo Sánchez, denso di umanità e di poesia, con per vivida cornice la grande storia europea e globale fatta di lutti, scoperte, scelte politiche e sociali, avvenimenti pubblici straordinari che segnano gli anni che passano.
Un libro che ruota con accorta delicatezza attorno alla figura di Johanna, una donna di un’altra epoca, una figura femminile a tutto tondo capace di giocare serenamente con il suo bambino ma contemporaneamente dotata di tale forza e tenacia, in un mondo ancora quasi tutto al maschile.

Le brevi di Valerio/103: Ma il mondo, non era di tutti?

ma-il-mondo-non-era-di-tuttiAutori Vari
Titolo Ma il mondo, non era di tutti?
Editore Marcos y Marcos
Anno 2016
Pagine 159
Prezzo 10 euro

I confini del e nel pianeta. I secoli contemporanei. Otto autori italiani di differente ambito o genere (saggi, romanzi, poesie, fumetti e così via) si cimentano sui confini in un interessante volume curato (anche con breve prefazione) da Paolo Nori, in collaborazione con l’Arci, Ma il mondo, non era di tutti?. Sono Violetta Bellocchio, Emmanuela Carbé, Francesca Genti, Carlo Lucarelli, Monica Massari, Giuseppe Palumbo, Antonio Pascale, Gipi.
Massari riassume una decennale raccolta di storie di donne e uomini migranti attraverso il mar Mediterraneo: bisogna ascoltare i linguaggi dell’inquietudine con attenzione ed empatia, e parallelamente dotarsi di una griglia critica di precisi riferimenti bibliografici. Pascale con garbo e ironia fa la propria autobiografia del mondo, Lucarelli traccia una riga italiana fra Eritrea ed Etiopia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/92: Persson

presunto-terroristaLeif GW Persson
Presunto terrorista
Marsilio, 2016
Traduzione di Margherita Podestà Heir
Spy Noir

Stoccolma ed Eskilstuna. Primavera 2015. La bionda esile pallida sportiva investigatrice 40enne (1974) Lisa Mattei, occhi azzurri e sguardo onesto, genitori separati e sereni, ricchissimo padre biochimico tedesco e madre Linda pensionata da commissario capo, buon marito Johan più giovane di 7 anni (e colto docente di storia del cinema), figlia Elina Ella di 5 anni, dopo un dottorato in filosofia e una brillante carriera di poliziotta, è divenuta capo operativo dei servizi di sicurezza svedesi, restando incline a basarsi più sui dubbi che sulle certezze. Mentre si è finalmente organizzata per trascorrere una giornata da madre, la chiama il Direttore generale, deve andare d’urgenza a Londra per una faccenda scottante, i colleghi inglesi sono convinti che terroristi di origine somala (già drammaticamente protagonisti a Manchester) stiano ora preparando un attentato in Svezia per la festa nazionale del 6 giugno. Mette insieme la sua squadra fidata e partono. Tornano dopo poche ore, la notizia sembra fondata, debbono tenere sotto controllo un’intera potente famiglia allargata, è davvero probabile che tramino da anni e forse hanno pure una talpa. Le indagini impongono di coordinare molte strutture, finanche l’esercito. E si svolgono soprattutto nella contea a est della capitale. Il fatto è che gli inglesi non spiegano bene tutto quel che sanno (come sempre in quel mondo), che la normativa e la magistratura sono garantiste verso i “presunti” (il che non è un male), che i somali continuano a vivere come se nulla fosse e che chi tradisce è infiltrato da decenni.

Leif Gustav Willy GW Persson (1945) è un noto professore di criminologia che insegna alla Scuola nazionale di polizia a Stoccolma ed è stato consulente del ministero di Giustizia e dei Servizi segreti svedesi. Da una quindicina d’anni scrive lunghi gialli spionistici (la vicenda Palme insegna) tradotti in Italia, da noi mai in testa alle classifiche, ed è un peccato! Non perdeteveli, perlopiù sono capolavori assoluti, ritratti vividi e ironici delle opulente società contemporanee, anche questo, denso e competente, senza un rigo di troppo, terza fissa al passato, quasi sempre su Lisa e raramente sui colleghi in campagna. Una goduria di dettagli ed emozioni: si scherza e si pensa, si odia e si ama, si ride e si piange, ci si stupisce e ci si commuove, incantati dai dialoghi con deliziosi retro pensieri (femminili), in punta di piedi, con raro senso della musicalità. Si mente spesso, più o meno onorevolmente, nell’interesse del servizio. E il sesso non è soltanto un obiettivo, è anche un mezzo. Tornano molti personaggi e intrecci dei precedenti romanzi, di continuo il primo mitico protagonista Lars Martin Johansson, umanista convinto, ex amato capo di Lisa, amante di enogastronomia italiana, ormai morto da cinque anni. Comunque si continua a bere solo eccellente vino italiano, possibilmente con un classico sottofondo di Beatles. In copertina la costosa cravatta del Pink Elephant Club (elefanti rosa che attraversano una savana blu), che porta un messaggio: non bisogna credere a tutto quel che si vede!

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Il Filo Rosso di Paola Barbato (2010)

il-filo-rossoPaola Barbato
Il filo rosso
Rizzoli, 2010

[Il post originale è del 2010]

«Siete tutti uguali, Antonio. Tutti avete perso qualcuno, siete il terzo vertice del triangolo. Ogni volta che viene commesso un crimine o un delitto tutti ragionano in linea retta: vittima-carnefice. Ma c’è un terzo punto di vista, quello di chi rimane. Chi rimane vivo, chi rimane in attesa, chi rimane e combatte, contro tutto e tutti, contro quell’ingranaggio farraginoso che si chiama “Giustizia”. Rimangono, sono i sopravvissuti. Siete i sopravvissuti, tutti voi. Annaspate nel sangue delle vittime che vi vengono sottratte, osservate impotenti i carnefici che vengono giudicati innocenti, infermi di mente, spogli di prove sufficienti che li inchiodino. Sopravvivete a tutto questo, e ciò fa di voi degli eroi. Tu sei un eroe, Antonio. Anche se non lo credi, anche se Lara non lo crede, anche se il mondo intero non lo crede, tu sei e rimani un eroe.»

Antonio Lavezzi conduce un’esistenza ordinata in modo maniacale. La sistematica e metodica ripetizione di gesti gli serve per riempire tutti i momenti di un’esistenza ridotta a mera sopravvivenza da quando la sua vita familiare si è frantumata. Il brutale assassinio della figlia, il coma e la separazione – senza una parola di addio – dalla moglie Lara, hanno costretto Antonio a ricostruirsi una facciata in una città diversa. Lavora come ingegnere edile nella ditta di un amico di infanzia che, di settimana in settimana, gli propone qualche potenziale fidanzata. Ma Antonio non ha nessuna intenzione di rifarsi una vita, non fino a quando una parte del suo cervello dovrà necessariamente rimanere sigillata per non pensare alla tragedia che gli è successa. Tragedia della quale non è mai stato trovato il colpevole.
Un giorno, nel cantiere di cui Antonio è responsabile, viene rinvenuto un cadavere. Pochi essenziali indizi lo inducono a pensare che tra la sua personale tragedia e quel cadavere ci siano dei legami. È solo l’inizio di un’incredibile spirale che coinvolge Antonio. Manovrato da un burattinaio ferocemente etico, Antonio diventerà strumento di vendetta e dispensatore di giustizia privata. Nella speranza che prima o poi arrivi il momento catartico della sua personale rivincita. Ma quando arriverà, quel momento sarà il peggiore di tutti.

Il nuovo romanzo di Paola Barbato, Il filo rosso, ha tutti i numeri per competere ad altissimo livello nel panorama editoriale nostrano. Sia per la scrittura, a cui Paola presta molta attenzione, sia per la trama, ingegnosa e avvolgente. Ma ciò che colpisce è l’emotività “di pancia” con cui viene raccontata la storia di Antonio. In un romanzo (noir? thriller?) che parla di dolore e dolore, ci sono infiniti spunti e molteplici facce da cui guardare alla sofferenza. La conclusione è che la sofferenza genera altra sofferenza, che si perpetua indefinitamente e si irradia come i cerchi concentrici nello stagno in cui viene lanciata una pietra.

Paola Barbato, in prossimità dell’uscita, ha tenuto un blog in cui racconta a ritroso la genesi del romanzo – una foto – e la progressione della scrittura. Si potrebbe dire che il blog fa parte integrante del libro: in chi non ha ancora letto il romanzo suscita curiosità, a chi lo ha letto dà delle risposte alle prime, facili domande che possono venire in mente. L’autrice – già vincitrice del premio Scerbanenco nel 2008 con il romanzo Mani nude) si è gentilmente prestata a rispondere a qualche domanda.

AB – “Gli scheletri non escono mai senza permesso”: questa è la frase che dà al protagonista, Antonio Lavezzi, la forza di gestire razionalmente un’esistenza che sotto il profilo emotivo è andata in pezzi. Nel momento del dolore, a quali forze bisogna fare appello?
PB – Non c’è una ricetta né per affrontare né per elaborare il dolore. Per un dolore assolutamente IDENTICO (nei fatti) ho visto persone cercare di buttarsi dalla finestra e altre iniziare compitamente a organizzare il funerale. Personalmente adotto il metodo “alla Rocky” e mi ripeto “Non fa male, non fa male, non fa male…”. Non risolvo niente, ma mi consente di fare quello che va fatto (e in ogni dolore c’è sempre qualcosa che va fatto).

AB – “L’apparenza, questa grande, infinita risorsa”: alzarsi la mattina, lavarsi, vestirsi e andare a lavorare. Fare finta di vivere anche quando dentro qualcosa si è spezzato. Nel tuo libro racconti come una vita finita (che avrebbe teoricamente potuto rimanere così per sempre) trovi improvvisamente una nuova ragion d’essere, sebbene feroce e adrenalinica. È pur sempre una via d’uscita. Ma se la vita di Antonio non avesse avuto questa svolta inaspettata, cosa gli sarebbe accaduto?
PB – Come dice lui stesso, avrebbe aspettato la vecchiaia, un giorno dopo l’altro, un giorno uguale all’altro. Finchè sarebbe morto.

AB – Nel romanzo viene menzionato Facebook, questo nuovo strumento infernale che ha cambiato le relazioni, che permette di nascondersi, sparire e rinascere sotto falso nome. Oltre che di incontrarsi, come è accaduto a te e a me. Come vivi il rapporto con i social network e le relazioni virtuali?
PB – Bene, a me Facebook piace. Non ho mai tempo per telefonare, scrivere, mi perdo un sacco di gente per strada. Attraverso Internet almeno so come stanno, cosa fanno, riesco persino a scambiarci due parole. Pare poco, ma è tanto, invece.

AB – “Antonio X, non l’uomo in linea retta, non il povero Lavezzi”. Ciò che accade ad Antonio muta la percezione che lui ha di se stesso. Fino a un certo punto, però. Dovendo scegliere fra Antonio e il suo carnefice (di cui parleremo dopo), a chi vanno le tue “simpatie”? A quale dei due ti sei sentita più affine?
PB – Indubbiamente io sono tutta dalla parte dell’assassino. L’abulia di Antonio è anni luce lontana da me. Quanto meno l’assassino crede in qualcosa, e FA qualcosa, pur se con una percezione totalmente distorta del bene e del male. Io detesto i rimpianti, preferisco i rimorsi. Ecco: Antonio è un uomo fatto di rimpianti, l’assassino potrà avere solo rimorsi.

AB – “Il dolore è un filo sottile”: solo? Il dolore è più spesso una tempesta fisica, almeno nella mia esperienza. Quando diventa un filo sottile è già passato. Anche se certi dolori si portano fino alla morte, e a volte portano alla morte. È solo una considerazione…
PB – No, la definizione è precisa. Il dolore è una cappa che ti isola dall’esterno? No, l’esterno c’è e si intromette. È una bomba che ti distrugge? No, perchè ci sei ancora. È qualcosa di subdolo, che ti avvoltola come una mummia, prima fuori, poi dentro, ti copre tutta, ti sembra di non vederlo, impari a guardarci attraverso ma c’è. E quando credi di esserti abituata comincia a segarti la carne a penetrare, a essere IN TE più di quanto tu stessa sia IN TE. Questa è la mia esperienza personale.

AB – Nel tuo romanzo hai creato un carnefice spavetosamente intelligente, adattativo e manipolativo al tempo stesso. Che però è talmente alienato dal mondo da non avere possibilità di reinserimento, al punto che sceglie volontariamente la morte. È lui l’eroe vero del romanzo, quello che ha trovato da solo la via del riscatto e che paga per tutti, nonostante si sia macchiato di crimini infami. Condividi?
PB – A suo modo, pur involontariamente, sì, è quanto di più vicino a un eroe si riesca a immaginare in quel contesto.

AB – Paola, tu vivi di incubi: li scrivi per Dylan Dog e li descrivi nei tuoi libri. Di cosa bisogna avere paura? E di cosa NON bisogna avere paura?
PB – Non bisogna avere paura di ciò che si è. L’ignoranza di sè, il non conoscersi, il non volersi conoscere ci rende pericolosi per noi stessi e per gli altri. Accettare i lati oscuri e anche quelle cose brutte che pure fanno parte di noi è fonte di grande sicurezza.
Di cosa avere paura? Della società? Del genere umano? Non vedo nessun pericolo che non arrivi dalla nostra specie.