Le brevi di Valerio/87: Triches

I delitti della lagunaTitolo I delitti della laguna
Autore Letizia Triches
Editore Newton Compton
Anno 2016
Pagine 344
Prezzo 9,90 euro

Venezia. Febbraio 1990. Terzo capitolo della serie dell’esperto d’arte e famoso restauratore fiorentino Giuliano Neri, prima sull’Arno, poi a Roma, ora in laguna. Viene chiamato per lavorare sui dipinti di Alvise Volpato, una collezione privata; in realtà è la brava commissaria Chantal Chiusano ad aver bisogno di collaborazione, visto che l’amante di Matilde Volpato, bellissimo Moro chitarrista bluesman, è stato trovato cadavere incaprettato. Letizia Triches è una docente e storica dell’arte, da dieci anni autrice di racconti e romanzi (già 5) di genere, capace di narrare acuti risvolti relazionali e individuali scelte criminali nel mondo di cui è competente e appassionata. Ne I delitti della laguna pittura e musica, colori e suoni, sono il vero filo della narrazione, tra falsi dipinti e guardoni professionali.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le lunghine di Fabio Lotti: Serenata senza nome

Serenata senza nomeSerenata senza nome
di Maurizio de Giovanni
Einaudi Stile Libero Big 2016

Amore, amore, amore…
Nel corsivo, all’inizio, c’è già l’atmosfera che pervaderà il resto della storia: l’autunno, la malinconia, la perdita. Una canzone struggente d’amore.
Napoli degli anni Trenta, al tempo del fascismo. Vincenzo e Cettina, diciassette e quindici anni. L’amore dell’adolescenza, un bacio, una promessa. Vincenzo andrà in America a cercare fortuna e ritornerà per sposarla (già qui si intuisce qualcosa).
Bianca Borgati dei marchesi di Zisa, moglie del conte Palmieri di Roccaspina (ora in galera), bella ed elegante, generosa, generosissima in quel senso (basta avere gli sghei giusti), si dice che sia l’amante “di uno strano commissario di polizia” (perché sono insieme lo scoprirete da voi). Ovvero di Luigi Alfredo Ricciardi, barone di Malomonte.
Ho conosciuto il suddetto personaggio fin dalla sua nascita. L’ho visto fare i primi passi e poi camminare baldanzosamente spedito per la gioia di una vastissima moltitudine di lettori. Un personaggio riuscito, riuscitissimo, con la sua perenne malinconia e quella dote, unica, di sentire le ultime parole degli uccisi. Misterioso e irraggiungibile e, anche per questo, amato dalle donne (vedremo in seguito). Eccolo al suo primo apparire “Luigi Alfredo Ricciardi era di statura media, magro. Scuro di carnagione, gli occhi verdi che spiccavano nel viso; i capelli neri, pettinati all’indietro e fissati con la brillantina, liberavano talvolta un ciuffo che gli attraversava la fronte e che lui, distrattamente, metteva a posto con un gesto secco. Il naso era diritto e sottile, come le labbra. Le mani piccole, quasi femminili: nervose, sempre in movimento. Le teneva in tasca, consapevole del fatto che tradivano la sua emozione, la tensione.” (Il senso del dolore, Fandango 2007). Per me fu un colpo di fortuna “L’acquisto di un libro dipende da molti fattori: il nome dell’autore, la lettura di una recensione, il consiglio di un amico ecc… Talvolta anche dal semplice stato d’animo. Come nel presente caso. Una giornata triste, una copertina con un volto triste ed un titolo triste: Il senso del dolore di Maurizio de Giovanni, Fandango 2007. Che tristezza! Non potevo che acquistarlo.” Ed ecco cosa scrissi alla fine “Un buon libro da leggere. Che avrà senz’altro un seguito. Ci potete scommettere.” Facile previsione che mi valse anche il ringraziamento, via mail, dell’autore stesso (miezzeca!).
Dunque Vincenzo Sannino è partito per l’America con il suo sogno, come migliaia di italiani in quel periodo, è diventato un pugile famoso, ha ucciso un negro sul ring, è stato colto da una crisi profonda ed è ritornato in patria dalla sua Cettina (alla quale dedica la serenata senza nome), ora sposata con il commerciante Costantino Irace. Chiaro che questi, dopo essere stato minacciato dallo stesso Vincenzo (Vinnie), verrà trovato morto ammazzato di botte. A stenderlo definitivamente un colpo alla mascella destra, praticamente quello famoso dell’ex pugile.
Da qui l’indagine di Ricciardi, la visione del morto con “il solito insieme di frammenti, di immagini vaghe, prive di contorni” e le sue ultime parole “tu, di nuovo tu, tu, di nuovo tu, un’altra volta tu, di nuovo tu.” (Chi sarà questo “tu”?). Indagine che lo porta su diverse piste. Quelle dell’amore, della fame e dei soldi: vedi il mediatore Nicola Martuscelli, il rivale Merolla, il socio Michelangelo Taliercio, l’avvocato Capone, Jack Biasin, il manager di Vinnie. O, addirittura, Cettina stessa. Comunque sia il Vicequestore Angelo Garzo è deciso a far arrestare il pugile che ha smesso di combattere perché deve essere senz’altro un “deviato”, un “pervertito”, un “assassino” e non un “maschio invincibile”, come vorrebbe  la muscolare ideologia fascista.
Accanto a questa c’è la storia del brigadiere Raffaele Maione (macchietta la guardia Giuseppe Amitrano) e la sua amicizia con Bambinella, il “femminiello pazzo”, innamorato di uno sposato che rischia la vita. Ha bisogno dell’aiuto di Maione per proteggerlo. Poi c’è Enrica, figlia del cavalier liberale Giulio Colombo (che ben si guarda dall’esprimere le sue idee in un momento storico così particolare), innamorata di Ricciardi e ora adocchiata dal maggiore Manfred von Brauchitsch. Il padre ha capito il suo tormento mentre la madre non vede l’ora di accasarla con qualcuno.
Pioggia, pioggia, pioggia continua, insistente che “flagella l’aria e la terra.”
Ci sono le altre donne. Quelle che girano intorno al Nostro: Bianca, già citata; Livia, la bellissima vedova Verzi che aveva lasciato in lacrime la sua casa per il suo rifiuto; Enrica che lui osservava dalla finestra, viso dolce e allo stesso tempo adirato; la nuova governante Nelide, brutta e sgraziata al posto di Rosa venuta a mancare (gli aveva fatto da madre) che rimane silenziosa al suo fianco durante i pasti (da incorniciare).
Maurizio de Giovanni con una scrittura lieve e delicata, pronta però a cogliere tutte le sfumature, anche le più crude, butta giù una storia di vita e di morte in cui ogni personaggio, pure di secondo o terzo grado, ha la sua parte, il suo momento di gloria (notate, per esempio, le figlie di Merolla che parlano tra loro con gli sguardi. Un cammeo). Flash back al punto giusto e passaggi sicuri da un personaggio all’altro.
C’è il nostro Ricciardi, ancor più cupo, ancora più svuotato, consapevole del suo essere (“Sono un pazzo, si disse per l’ennesima volta. Sono un povero pazzo.”)  in contrasto con il burbero, solido, forte Maione. C’è l’amore nelle sue varie sfumature, l’amore respinto e l’amore ricambiato, l’amore semplice e familiare e l’amore sofferto. C’è l’amore impossibile. E accanto, lungo la storia principale, le cose di ogni giorno in una Napoli dai volti diversi: il duro lavoro di chi stenta a campare, la bella vita dei privilegiati, cani randagi, una Madonna con il cuore trafitto, una via, una strada stupenda che dà sul mare, un quartiere dall’atmosfera spettrale. In fondo ad ogni capitolo spesso qualcosa che colpisce, che rimane. Un abbraccio, una corsa verso qualcuno dall’altro lato della strada. Un sorriso.
Troviamo in questo libro l’umanità intera, quella vera e reale, con le sue molteplici sfaccettature, le cadute e il rialzarsi veloce. Mi viene in mente, per dirne una, Bambinella, dopo che ha lasciato libero il fidanzato ed ha ripreso con orgoglio il suo “lavoro” (si deve pure sciacquare la bocca, piccolo tocco malizioso) che come lui non lo fa nessuno. Perfetto.
L’autore è un asso a fregarti, una specie di mago, di illusionista. Sembra che le cose vadano per un certo verso ed ecco, all’improvviso, un cambio, una svolta inaspettata. Tra l’altro del tutto credibile e psicologicamente corretta (seguite, per esempio, la storia di Enrica). Ci sono anche dei momenti in cui il sentimento sembra incanalarsi verso una sdolcinata melassa, soprattutto quando si batte e si ribatte sulle stesse parole, sulle stesse frasi (l’ho già scritto in altra recensione). Vedi, per esempio, tutto il capitolo XXVIII° con quel suo continuo intercalare “Chiedilo alla pioggia”, “Sono stato io”, “Sono stata io”. Ad un certo punto verrebbe quasi la voglia di gridare, immaginando il seguito, “Basta, due palle!” ma, andando avanti nella lettura, il grido si smorza per lasciare il posto ad una specie di irritante, stupida commozione.
Maurizio de Giovanni ci ha fregato anche questa volta.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Il metodo della Fenice

Il metodo della feniceIl metodo della fenice
di Antonio Fusco
Giunti, 2016
Pagine 240

Terza indagine per il commissario Casabona, personaggio cult di Antonio Fusco. Romanzo quasi interamente ambientato nella città in cui Fusco vive ormai da dieci anni, Pistoia, celata dietro il nome di fantasia di Valdenza. Una città che lui, napoletano trapiantato in Toscana, ha imparato ad amare e il suo amore traspare dalle belle descrizioni, dai nomi e dai luoghi: c’è il pozzo del Leoncino, c’è Piazza della Sala con i suoi locali che ostentano travi a vista e il bar con un leggendario lampadario: una grande ruota ornata con corna di cervo. E c’è la superba piazza del Duomo: «L’ingresso nella piazza del Duomo, uno spettacolo a cui non ci si abituava mai. Gli spazi, le prospettive, l’armonia degli edifici e il grande basolato in pietra…».
Riverente omaggio dovuto a Pistoia alla vigilia del 2017, l’anno in cui la città sarà Capitale della Cultura.
Antonio Fusco, che nel suo romanzo offre una sponda persino alla storia medioevale del traditore Filippo Tedici, ha anche tratteggiato un suggestivo affresco della celebre Valle degli Elfi negli Appennini Pistoiesi, popolata (in un insediamento a circa 1000 mt. di altezza) da una comunità di persone che hanno scelto di vivere una vita contadina, semplice come era fino agli anni ’50, senza servirsi di strumenti meccanici e senza confort nelle case (quali riscaldamento, elettrodomestici, tv…).
Insomma una specie di comunità Amish toscani.
Ma Casabona, nonostante si muova per Pistoia e dintorni e indugi poeticamente volgendo lo sguardo attorno a sé, non perde mai colpi: lui e la sua squadra sono sempre pronti a confrontarsi con il Male. E Antonio Fusco, da professionista del crimine par suo, costruisce per il suo personaggio un noir delineato puntualmente.
Quando, alle prime luci dell’alba, una telefonata anonima denuncia un delitto alla centrale di Valdenza, il commissario Casabona, che da un paio di giorni si è trasferito nella foresteria della questura per dissapori e incomprensioni con la moglie, è il primo ad arrivare sul posto. Sotto il vecchio ponte di Campanelle, o Ponte di Castruccio, sul fiume Lima, poco lontano dall’insediamento degli Elfi, trova il corpo di una giovane donna sconosciuta, nuda, con la testa sigillata in un sacchetto di plastica e le gambe parzialmente carbonizzate. Il delitto sembra lineare: vicino al cadavere la Scientifica rinviene elementi utili all’identificazione della morta e Luca Simoni, quello che pare il suo probabile assassino, viene ritrovato annegato al volante della sua auto in fondo al lago di Galleti: incidente o più probabile suicidio provocato dal rimorso?
Casabona non ci crede: il suo istinto gli dice che dietro quelle due vittime – lei escort, lui pornoattore locale – deve celarsi altro. Forse un doppio delitto per coprire le magagne di una setta dedita a pericolosi giochi erotici? O ancora peggio?
Evidentemente non sbaglia perché i morti collegabili al caso aumentano. Dall’alto però si preme perché lui chiuda alla svelta le indagini. Chi sta cercando di celare scomode verità? E non sarà invece che un odio malato e feroce vorrebbe far ardere il fuoco della purificazione sino in fondo, come nel crudele mito della Fenice, perché solo dalle ceneri potrebbe rinascere impunito a nuova vita? Per risolvere il caso, Casabona dovrà andare avanti a ogni costo, scavare nel marciume perbenista di certa provincia italiana, dove conta solo l’apparenza, e niente è veramente come appare.
Per il nostro commissario, un’esperienza dura e sconvolgente in un suo momento di personale riflessione, che sembra addirittura mettere a rischio i suoi più stretti vincoli familiari.

Le brevi di Valerio/86: Stesso sangue

Stesso sangueTitolo Stesso sangue
Autore Aa. Vv.
Editore Einaudi
Anno 2016
Pagine 211
Prezzo 17 euro

Ambientazioni diverse per i quattro bei racconti di cinque straordinari autori Einaudi raccolti nello Stesso sangue. Appennino bolognese, 1938. Laborde, Texas, ora. Botswana orientale, fine Novanta. Bologna, poco fa. I primi due sono racconti lunghi: Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli raccontano un caso di Santovito alle prime armi, maresciallo 27enne inviato a capire come è morto uno studente fascista abituato a braverie varie con i suoi compari e finito giù per una scarpata con l’Isotta. Joe Lansdale fa indagare l’intera squadra (Hap e Leonard con Brett e Chance) sul cliente che vuole venga recuperata la salma del cagna della madre dal tizio che l’ha dissotterrata e lo ricatta. La storia di Jo Nesbø (è del 1999) tratta di un padre e un figlio alle prese con i serpenti. Marcello Fois narra del commissario Sanzio disperato dopo la morte della moglie. Scritture notevoli, lettura estiva.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/85: Vázquez Montalbán

Io, FrancoTitolo Io, Franco
Autore Manuel Vázquez Montalbán
Editore Sellerio
Anno 2016
Pagine 1001
Prezzo 18 euro
Traduzione e nota Hado Lyria

Franco. 1892-1975. Francisco Paulino Hermenegildo Teódulo Franco y Bahamonde Salgado-Araujo y Pardo de Andrade fu un dittatore spagnolo. Manuel Vázquez Montalbán (1939-2003) è stato uno dei più grandi scrittori e intellettuali europei del secolo scorso. Nel libro “Autobiografía del general Franco” (originale spagnolo del 1992, edizione Frassinelli del 1993) tradotto come Io, Franco, fa finta di essere lo scrittore antifranchista Marcial Pombo (più vecchio di nove anni rispetto a Manuel) incaricato da un editore di successo (che gli paga un ricchissimo anticipo) di raccontare in prima persona la vita del dittatore. Esegue, intervallando la retorica del protagonista con (brevi) commenti critici in corsivo dell’intervistatore su se stesso, sui fatti e su altre testimonianze. Un capolavoro di narrazione saggia con indice finale dei personaggi storici, merito alla riedizione Sellerio!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/84: Giochi di ruolo al Maracanà

Giochi di ruolo al MaracanàTitolo Giochi di ruolo al Maracanà
Autori Vari
Editore E/O
Collana Sabotage
Anno 2016
Pagine 237
Prezzo 16 euro

Verso Rio de Janeiro. Agosto 2016. Nove autori e/o incrociano i propri personaggi seriali con la prossima vicenda olimpica. Massimo Carlotto (Alligatore e soci cercano Pellegrini e vengono distratti da un giro enonoir in Abruzzo per salvare qualcuno in Brasile), Paolo Foschi (Igor Attila e Titta son tornati dal Canada con i tre gemelli dell’utero in affitto ma lui deve affrontare casi di atleti vari e andare laggiù a tirare di boxe), Carlo Mazza (capitano Bosdaves), Luca Poldelmengo (Vincent e Nicolas Tripaldi, della Red), Piergiorgio Pulixi (Biagio Mazzeo, dal Messico alle favelas), Roberto Riccardi (tenente Rocco Liguori), Patrizia Rinaldi (sovrintendente Blanca Occhiuzzi), Matteo Strukul (la vendicatrice ostaggio Mila Zago), Massimo Torre (Pulcinella, giustiziere hacker), perlopiù in prima, hanno raccolto in Giochi di ruolo al Maracanà racconti sul lato oscuro dei Giochi: intrighi e scommesse, doping e ricatti, sempre con spunti reali.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… L’inaspettata eredità dell’ispettore Chopra

L’inaspettata eredità dell’ispettore ChopraL’inaspettata eredità dell’ispettore Chopra
di Vaseem Khan
Newton Compton, 2016

Per poter parlare di questo divertente e singolare giallo che ha conquistato i lettori inglesi bisogna subito precisare che il palcoscenico che accoglie le quasi incredibili avventure del pensionando ispettore Chopra e del suo baby elefante Ganesha è Mumbai (fino al 1995, Bombay), capitale dello stato del Maharashtra che, con i suoi oltre dodici milioni di abitanti, è la città più popolosa dell’India e la prima al mondo come densità. Con la periferia di Navi Mumbai e Thane, forma un agglomerato urbano di ben 21 milioni di abitanti, il che la fa la quinta più popolosa area metropolitana del pianeta. E in più, Mumbai ha un porto che movimenta quasi la metà del traffico merci marittimo del paese.
Una città brulicante di persone e cose, dove la corruzione e la povertà dilagano, ma anche il mondo dell’integerrimo Ispettore Chopra, che abita in un bell’appartamento del 15° piano nel quartiere della Colonia della Forza Aerea in una zona bene di Mumbai, facendo ogni giorno la spola con la stazione di Polizia nella quale lavora da vent’anni. Però, quando per colpa di un infarto viene spinto ad anticipare la pensione e proprio durante il suo ultimo giorno di lavoro (che per lui è una mezza tragedia), la madre di un annegato attacca lui e la polizia, gridando che non si indagherà sulla morte del ragazzo perché era un poveraccio, Chopra affronta il caso a caldo. Scopre che è in via di archiviazione come incidente ma lui, poco convinto, prova a smuovere le acque. Vorrebbe scoprire la verità.
A sera, al suo ritorno a casa da privato cittadino, trova la sua adorata moglie Poppy, vera forza della natura, impegnata in un acceso scontro verbale con la prepotente portavoce del condominio. Il motivo a contendere tra le due donne è l’arrivo di Ganesha, un elefantino di otto mesi, un cucciolo tremante e dall’aria denutrita (circa 200 Kg comunque) appena recapitato come pacco dono per Chopra. Il piccolo pachiderma, eredità di suo zio Bansi, è accompagnato da una misteriosa lettera che recita: accogli Ganesha e prenditi cura di lui perché, oibò… «questo non è un elefante qualunque».
Parte di qui l’avventura dell’accoppiata vincente poliziotto – baby elefante (la prima perché pare che ce ne siano altre in arrivo). L’ispettore Chopra, visto che il suo successore alla stazione di polizia ha chiuso il caso del giovane annegato, si incaponisce e comincia investigare da solo, ma contemporaneamente deve anche occuparsi di Ganesha che, sconsolato, rifiuta di mangiare e deperisce.
Chopra lo salverà dalla furia devastatrice del monsone, creando tra loro un indissolubile legame e in seguito, quando con le sue indagini si caccerà nei guai, sarà proprio l’elefantino a correre da lui per aiutarlo a sfuggire alla morte e a scoprire la verità.
Descrizioni straordinarie che ci portano a vivere e a muoverci, neppure fossimo degli habitués, nella fantasmagorica megalopoli indiana. Immagini di bellezza e di serenità, si contrappongono fortemente a un mondo marcio, disposto a tutto, anche a commettere atroci disumanità contro i bambini, dove nessuno e nulla appaiono immuni dalla corruzione.
Ben calibrata la presentazione corale dei diversi personaggi, ciascuno con le sue peculiari caratteristiche di umanità variegata e variopinta.
Appuntamento allora al secondo romanzo di Vaseem Khan per leggere della nuova vita e delle nuove avventure dell’ispettore Chopra & company, per assaggiare i piatti del ristorante “da Poppy” e per vedere all’opera l’agenzia investigativa “Baby Ganesh”! Avremo in tasca delle tavolette di cioccolato al latte, Cadbury Dairy Milk, dato che potrebbero farci comodo. E per un mondo che parla di reincarnazione, ci chiederemo anche: chi era Ganesha?

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2016

book-toiletE cinquanta. Voglio dire cinquanta pezzi pubblicati in questa rubrica. Il mio obiettivo è di arrivare a cento (qualche lettore si strapperà i capelli) e poi tirare il calzino. Sempre che ce la faccia.
Non ce l’ha fatta, invece, Giorgio Albertazzi che ci ha lasciati, dopo lunga vita dedicata al teatro (anche alle donne, a dir la verità). Favoloso interprete di Shakespeare, mi è venuta voglia di zampettare su qualche opera dell’Autore. Così ho tirato fuori un librone sui suoi drammi e le sue commedie (1030 pagine, li mortacci…) e sono andato in quel di Ampugnano a crogiolarmi al sole. E qui, tra lo sbraitare dello scamiciato che parla da solo a voce alta (ormai lo conoscete) e lo sfrigolare di qualche aereo che prendeva il volo, mi sono buttato, fremente di ardore giovanile, a declamare tra le spire dell’essere e del non essere impersonando l’aria del grande attore. Sono tornato a casa onusto di gloria e con l’occhio in trasferta. “O che ha’ fatto, Fabio?”, “Ho letto Scepire”.
Non ce l’ha fatta nemmeno Cassius Clay e mi si stringe il cuore, lui ballerino sul ring, ridotto a vecchio tremolante di parkinson. La vita sarà pure bella (d’accordo è bella) ma a volte è anche pure stronza.
Moresco si è incazzato di brutto per essere stato buttato fuori dalla cinquina dello Strega. Un “premio truccato” ha sibilato fra i denti e poi urlato all’umanità. Du’ palle!

Partiamo, come al solito, dai nostri favolosi G.M.
Il mistero della cassa scomparsaIl mistero della cassa scomparsa di R. Austin Freeman, Mondadori 2016.
Un inedito. Diciamo subito che non è cosa da poco. Tra l’altro di un grande autore (applauso a chi lo ha voluto e a chi lo ha tradotto).
Alla stazione di Fenchurch Street. Una cassa di legno cerchiata di ferro, sull’etichetta Dobson, proprio il nome del di chi la sta richiedendo ma con il numero sbagliato. Non è la stessa cassa contenente, tra l’altro, dei beni per un valore di migliaia di sterline. Qui, invece, c’è… viene sollevato il coperchio e Dobson quasi senza fiato “Dove posso trovare un poliziotto?”, dopodiché fugge via senza farsi rivedere. Nella cassa c’è la testa, e solo quella, di un uomo (in seguito si verrà a sapere che è pure imbalsamata).
Nel frattempo sono arrivate due persone, un americano ed un inglese che corre a chiamare la polizia. Da qui ha inizio il “caso” sorprendente. Basato, sia sul mistero della cassa scomparsa, sia sulla rivendicazione di Christopher Pippet (l’americano con giovane figlia e sorella) pronto a rivendicare il titolo nobiliare di conte di Winsborough. In pratica sembra che suo nonno Josiah Pippet, gestore di un pub nella City di Londra, sarebbe stato solo un nome fittizio per nascondere l’identità del suddetto conte che appariva quando spariva l’altro e viceversa.
Poi si passa nella casa del nostro dottor Thorndyke (non c’è bisogno di presentazione) dove troviamo l’amico Brodribb, il sovrintendente Miller, l’assistente di laboratorio Polton e il dottor Jervis che racconta questa parte della vicenda. Brodribb  è il procuratore legale del conte di Winsborough ed esecutore testamentario il cui erede sarebbe il giovane Giles Engleheart. Dunque si prospetta una lotta dura in tribunale tra il poco raccomandabile avvocato Horatio Gimbler, che difende Pippet, e lo stesso Thorndyke che accetta di rappresentare gli interessi di Giles. La cosa più semplice è quella riesumare la tomba del fu Josiah Pippet per vedere se la sua è stata una morte fittizia o meno…
E qui mi fermo. Praticamente uno scandaglio nella complessa legislazione inglese, un susseguirsi di eventi che si intrecciano con una partita di piombo e di platino sparita da una nave, una serie incredibile di falsi indizi sparsi ad arte nei momenti cruciali, insieme a qualche battuta sull’americano e sui moderni mezzi di comunicazione del tempo.
Raccontato dall’autore e, in parte, dal dottor Jervis che tratteggia, ammirato, la figura del dott. Thorndyke. Anche in questo libro, come negli altri di Freeman, sempre grande attenzione è riservata al metodo scientifico che si avvale dei moderni mezzi di ricerca del tempo, vedi il microscopio differenziale o comparatore, per scoprire trucchi e inganni attraverso dei veri e propri piccoli trattati (relativi alla chimica, alle qualità della polvere, dell’inchiostro, del piombo, del platino, del corpo pittuitario e così via) dentro una storia incredibile, complessa e affascinante delineata lungo una scrittura meticolosa (un po’ di pazienza ci vuole) che si chiude in nome dell’amore. Altrimenti i giovani che ci stanno a fare.

La morte in vacanzaLa morte in vacanza di Janice Hamrick, Mondadori 2016.
“Il cadavere giaceva bocconi nella sabbia accanto ai giganteschi blocchi di pietra della grande piramide di Chefren.” Trattasi di Millie Owens “inguaribile ficcanaso” e “capace di far saltare i nervi anche ai santi del paradiso”, secondo chi racconta gli eventi in prima persona, ergo Jocelyn Shore (divorziata) insegnante di storia al liceo in quel del Texas, e parte di un gruppo di venti persona in vacanza per i tesori dell’Egitto. Millie Owens sfracellata al suolo durante un’ascesa alla piramide. Si rivelerà un omicidio.
Gruppo di turisti eterogeneo con la cugina Kyla (sembra sua sorella) “un pitbull senza pelo”, un paio di svampite, qualche coppia, due ragazzini turbolenti, la guida, il suo capo e il Bello. Sì, Alan, il bello e fascinoso che farà guerreggiare le due cuginette. La cosa si complica con la scoperta da parte di Jocelyn della borsa di Millie piena di roba rubata e di una agendina dove si fa riferimento a certi diamanti e alla possibilità del loro contrabbando. All’albergo dove era stata anche Agatha Christie che un omaggio alla regina ci vuole.
Dunque Alan, già detto, un Aladino che ne vuole sapere troppe, una nipote che non è la stessa di prima, qualcosa di strano e poco chiaro tra i componenti del gruppo, mentre si ammirano le bellezze naturali e quelle dell’uomo (Giza, Assuan, Abu Simbel, Edfu, le piramidi, la Sfinge, la Valle die Re, il tempio di Karnak ecc…) e tutta la gente pittoresca che si muove intorno a loro: venditori, mercatini, contrattazioni (perché chiedono alle due cugine se vengono dallo Utah?), una bella collana per pochi soldi, un altro omicidio con le modalità del primo.
La stessa Jocelyn si troverà in pericolo, un party, un colpo in testa, la collana che sparisce, non c’è da fidarsi di nessuno, nemmeno di Alan e anche Kyla potrebbe essere invischiata in qualcosa di losco. Intanto il Bello e Jocelyn… chissà che non ci scappi qualcosa.
Un giallo misterioso intriso di sospetti infiorettato rosa, ricco di movimento, e un’utile guida turistica dell’Egitto scritti con brio e leggerezza.

La congiura di San DomenicoLa congiura di San Domenico di Patrizia Debicke van der Noot, Todaro 2016.
Il leutnant Julius von Hertenstein lo abbiamo già trovato ne La Sentinella del Papa, Todaro 2013. Vediamolo più da vicino sfruttando quasi le stesse parole dell’autrice. Fratello minore di Peter von Hertenstein, camerlengo del pontefice e vice di Kaspar von Silenen, comandante della Guardia pontificia. Biondo come il lino, spalle imponenti e lunghe gambe, insondabili occhi chiari, faccia maschia e squadrata. Straordinaria capacità di apprendere, dotato di eccezionale memoria, “in grado di ripetere parola per parola” ciò che sentiva e leggeva (gli sarà utile anche nella presente storia). A quattro anni parlava tedesco, francese, italiano, latino. Un “mostro” che aveva fatto inorridire il suo confessore ritenendolo, addirittura, affiliato al demonio (mi ricorda, in questo caso, don Attilio Verzi di Andrea Franco). Con il passare del tempo aveva imparato a nascondere queste sue “diaboliche” capacità.
E ora, nella Bologna del 26 novembre 1506 (freddo e neve),  deve vedersela con un terribile delitto. Ucciso il giovane padre inquisitore fra’ Consalvo nella Basilica di San Domenico, pugnalato alla schiena con un prezioso Cristo d’argento dorato staccato dalla croce e accanto un gatto nero strangolato con il cordone del saio. Altro fatto inquietante quello dell’Erbolaia, ovvero Maria di Bezzo, ritenuta una strega, accusata di avere rapito un bambino, torturata e infine fuggita dalla prigione insieme alla sentinella. E sembra che il morto ammazzato abbia avuto un colloquio con la suddetta. Che ci sia un legame tra i due fatti?
Ancora un omicidio (e non sarà l’ultimo) quello di padre Mattia Rozzi della canonica di Santa Maria Celeste imbavagliato e sgozzato. Uomo ricco invischiato in affari poco puliti. Le indagini della “Sentinella” saranno, dunque, lunghe e difficili, in stretto rapporto con il pontefice Giulio II “temerario, impulsivo, orgoglioso, irascibile e prepotente, ma anche un diplomatico e un uomo d’armi”. E pure un’ottima forchetta, aggiunge il sottoscritto, se si butta su cibi saporiti (quali ravioli bianchi senza sfoglia, maltagliati al sugo, pasticcio di lepre, coscio di capriolo arrosto, cappone marinato alla griglia etc…) innaffiati di Sangiovese, Trebbiano o Pignoletto (mica male e mica scemo). E accanto a lui una caterva di personaggi storici illustri e meno noti come Michelangelo Buonarroti, Ippolito e Alfonso d’Este, Angela e Lucrezia Borgia, Marcantonio Colonna, Ercole Bentivoglio, Ginevra Sforza e tanti altri (una loro lista all’inizio ci sarebbe stata bene) a ricreare l’atmosfera dei primi anni del ‘500 fatta di alleanze, lotte di potere, intrighi, tradimenti, attentati (ne sarà vittima anche il Papa), feste e festini, banchetti, caccie, amori e sesso, lussuria, lascivia, pedofilia, matrimoni combinati spesso infelici.
E in questo mondo di splendori e di miserie il nostro Julius conduce la ricerca della verità con tutte le armi possibili, dalla memoria eccezionale al travestimento fino al servizio di una banda di ragazzi muniti di fionde e occhi acuti per sorvegliare certi infidi stranieri. Se c’è da rischiare in prima persona si rischia senza tema del pericolo,  e se c’è da fare un po’ di sesso lo si fa che la Sentinella attrae prepotentemente le grazie femminili.
Una ricerca storica accurata, precisa e bene amalgamata con la fantasia dell’autrice che si affida a capitoletti brevi, per non creare fastidiosi appesantimenti, e ad un movimento via via sempre più veloce fino allo scontro conclusivo. Una vicenda ricca di fatti, dubbi, assilli, tensione, svolta con una scrittura attenta e priva di svolazzi retorici.
Alla prossima.

Rebus indecifrabiliRebus indecifrabili di Ian Rankin, Longanesi 2016.
Per non occupare troppo spazio restringo al minimissimo (se si potesse dire). Ventinove racconti. Personaggio principale John Rebus, ispettore di Edimburgo del 1947 (se non sbaglio), arruolato nell’esercito, finito nei paracadutisti della SAS, esaurimento nervoso e convalescenza, poi nella polizia, ex moglie Rhona che vive a Londra con la figlia Samantha, fratello minore a Kirkcaldy. Manifesta senza problemi le sue simpatie e antipatie di lettura (un libro di Hammet lo definisce “Decisamente campato in aria”), ama il cruciverba, il jazz ma non la musica country, grugnisce, si incavola di brutto, sbatte le porte, whisky e birra a go-go,  ricordi, ricordi, e ricordi, della ex famiglia, dei genitori, degli amici, di criminali, di una ragazza con cui, forse… il ballo, il destino, scelte diverse… alla fine in qualche bar o pub con il bicchiere in mano mentre là fuori la notte è “piena di possibilità e incidenti, di casualità e destino, di pietà e paura.”
C’è John Rebus, dicevo, soprattutto come uomo con la sua complessa personalità; ci sono gli altri personaggi, poliziotti e criminali sbalzati magnificamente; c’è la città di Edimburgo vista nei suoi molteplici aspetti e nella sua evoluzione (spesso con i tifosi del calcio per strada); c’è il morto ammazzato e l’assassino, ci sono tutti i trucchi del mestiere sedimentati da secoli di letteratura poliziesca per coinvolgere il lettore e depistarlo. Ci sono cinquecento settantuno pagine in genere di buono e ottimo livello. Scrittura pulita, semplice, senza inutili sbavature e ampollosità con momenti di vario sentimento, dalla rabbia, all’angoscia, alla malinconia, al simpatico sorriso. Essenziale. Ecco, “essenziale” è proprio l’aggettivo giusto. E non aggiungo altro per rispetto all’aggettivo.

Uno strano caso per il commissario CalligarisUno strano caso per il commissario Calligaris di Alessandra Carnevali, Newton Compton 2016.
La linea che pervade la storia è quella dell’ironia e del sorriso. A partire dalla nostra Adalgisa Calligaris nella III C della scuola media “Pinturicchio” di Rivorosso Umbro, vista con la sua “manozza quadrata da carpentiere nano” e con la sua figura da “parallelepipedo basso”, pronta a rivalersi durante l’interrogazione (insomma la bruttacchiona intelligente). La ritroveremo, adulta, dopo un po’ di peripezie, proprio in questo paese come commissario, per seguire la sua mamma, mettere in ordine l’ufficio e inquadrare con piglio sicuro i suoi sottoposti, evidenziati nelle loro caratteristiche peculiari (tra cui il solito corteggiatore inflessibile) e nelle loro vicende personali a dare concretezza di vita.
Paese tranquillo questo Rivorosso Umbro. Un solo delitto, furti di bestiame, piccoli atti vandalici, cose di scarsissimo conto. Praticamente un mortorio. Fino a quando il morto ammazzato arriva per davvero. Una cittadina americana con un colpo di pistola alla tempia. Per mano sua o di altri si saprà in seguito. Trovata da una coppia di amanti. Allora ecco in azione il magistrato incaricato e il medico legale, quel Carlo Petri “l’amore impossibile della sua travagliata esistenza” che l’aveva tormentata fin dai banchi della scuola (e lì tutti, curiosi, a vedere come andrà a finire).
Le indagini si indirizzano su chi ha trovato il cadavere e verso il centro di benessere psicofisico “La Rosa e l’Ortica”, meta di clienti da tutto il mondo dove la stessa defunta, fotografa, aveva preso alloggio. Indagini che portano allo scoperto i misteri di un paese resi più concreti (e in parte buffi) dal dialetto del luogo e i misteri dei villeggianti presso il suddetto centro. La costruzione della storia segue itinerari già ben conosciuti: un quadro di valore sparito, altri due morti ammazzati, la pistola omicida che non si trova, uno scrittore che lavora su qualcosa di pericoloso e una frase minacciosa “Io sono il passato che ritorna” a rendere più complicato il busillis. Ultimo atto alla Poirot, dopo che si è accesa la lampadina con una botta di culo (letteralmente una caduta per terra), che la nostra Adalgisa è fan sfegatata dell’Agatha internazionale e ne vuole seguire i dettami. Ergo riunione generale dei sospettati dove si piazza il colpo finale, in una storia pervasa, come già detto all’inizio, dall’ironia e dal sorriso con qualche pericolo di cadere nel macchiettistico (a volte ci si cade).
E Carlo? Voglio dire il bel Carlo Petri e la non bella Adalgisa che fanno? Perché c’è un discreto fascio di fiori colorati per lei…
Buona lettura

Fragili veritàFragili verità di Bruno Morchio, Garzanti 2016.
Genova, estate 2015. Caronte, anticiclone tropicale e caldo boia. Morto per un incidente d’auto Cesare Almansi, amico dell’investigatore Bacci Pagano legati, un tempo, da “certezze granitiche” e “asserzioni definitive” che non esistono più. Ora “la verità è un’essenza fragile, da maneggiare con cura”. Un colpo di sonno o altro? (niente segni di frenata).
Bacci Pagano, dunque, investigatore privato, cinque anni di carcere per terrorismo e sei mesi “imbragato in una gabbia ortopedica a giocare a scacchi con la morte” (gli scacchi, mia passione, dappertutto), invischiato in una brutta storia con il suo amico. Gira su una vespa amaranto (mi ricorda il freelance Radeski di Paolo Roversi, la cui vespa, però, è gialla), separato dalla moglie con figlia Aglaja in vacanza insieme al fidanzato Essam. È chiamato dai signori Selman per ritrovare il loro figlio adottivo sedicenne Giovanni preso dalla Bolivia, il cui vero nome era Bernardo (perché è stato cambiato?), la madre morta giovanissima, il padre ucciso in uno scontro a fuoco con l’esercito (più avanti la sua storia vera e complicata). Per ritrovarlo occorre l’aiuto dell’amico Pertusiello, ex poliziotto in pensione, comunista di ferro.
Giovanni è ritrovato, vive insieme ad un pusher e spaccia droga di ottima qualità, “forse legato alla causa delle FARC, le Forze armate rivoluzionarie colombiane”, con il pericolo di scontrarsi con la mafia, mentre aumentano le liti tra i genitori adottivi che si lanciano accuse reciproche, per non essere riusciti a capire le problematiche del figlio. Bacci Pagano ad indagare in giro per Genova (ma anche in Versilia), con i suoi quartieri diversi, le sue strade, la sua popolazione tra un bicchiere di Chianti e la tagliata.
Ricordi e ricordi della sua vita, della “Rivoluzione mancata infarcita di sogni e illusioni” e ora la sua opera di psicologo (materia, questa, dell’autore) per ricompattare la famiglia Selman avviluppata nelle paure e nei nascosti sentimenti.
In concreto un libro sugli ideali rivoluzionari ormai morti “senza l’assillo di inseguire il fantasma della felicità”, sulle difficoltà dell’adozione, sia da parte degli adottanti che dell’adottato (il suo mondo passato che sempre incombe), sulla forza che danno i figli a tirare avanti, in particolare Aglaja allo stesso Bacci Pagano. Sulle fragili verità dell’esistenza che offrono il titolo al libro. Un senso di malinconica spossatezza e disillusione pervade tutta la storia. Con lieve sorriso finale che la vita continua.

Spiluzzicature
Il cadavere in pantofole rosseContinua la rinascita della Polillo attraverso Il cadavere in pantofole rosse di R.A.J. Walling, pubblicato nel 1936 con il detective dilettante Philip Tolefree alle prese di un dubbio suicidio. Lo avevano già trovato ne I fatali cinque minuti, sempre della stessa casa editrice del 2007: “Tolefree era un uomo di media altezza, dai capelli scuri, sempre ben rasato, con un viso piuttosto simpatico e – quando era divertito – un sorriso davvero piacevole. Con il suo abbigliamento curato e discreto, e i suoi modi pacati, lo si sarebbe potuto prendere per qualunque cosa, un avvocato, un funzionario statale di alto grado, un insegnante. Non aveva nulla dell’investigatore, reale o romanzesco. Il che non significa che avesse una personalità incolore, ma semplicemente che non portava addosso nessuno dei segni tipici di una specifica professione.” Da leggere entrambi i libri con calma, con molta calma…

La strategia di BoschUn classico di Bosch non si può perdere. Vedi La strategia di Bosch di Michael Connelly, Piemme 2016, tradotto magnificamente da Alfredo Colitto. È un Henry Bosch con i suoi annetti sulle spalle alle prese con la moderna tecnologia digitalizzante che accetta come inevitabile parto del progresso. Un po’ malinconico, un po’ stanco ma sempre pronto a scattare per la giustizia. Questa volta se la deve vedere con il mondo dei latinos che spadroneggiano a Los Angeles con tutti i casini di questa città tra bande assatanate, corruzioni e intrallazzi politici (sembra di essere a Roma). Ma lui è duro. Ce la farà?…

Altra bella traduzione di Colitto (sempre per le pagine lette nella solita libreria di Siena) si trova in Ai morti non dire addio di Brian Freeman, Piemme 2016. Con il detective Jonathan Stride scosso ancora, pur dopo nove anni, dalla perdita della moglie Cindy (confortato, solo in parte, dal nuovo amore di Serena). Il presente, rapimenti di donne, e il passato, una vecchia indagine forse trattata un po’ superficialmente, a confronto. Ma lui è tosto…

Un giretto tra i miei libri
Questa notte da qualche parte a New YorkUna sigaretta fra le dita, una figura ossea che sembra stare in piedi per miracolo, uno sguardo allucinato. Ecco Cornell Woolrich. Anzi, per essere più precisi, Cornell George Hopley Woolrich. Che ogni tanto ritorna alla ribalta (mai dimenticato) con tutto il suo mondo diabolicamente nero. Per esempio in Questa notte, da qualche parte a New York, Kowalski 2009.
Una antologia di racconti, una parte di un romanzo e due capitoli di una autobiografia mai pubblicata. Il tutto curato amorevolmente da Francis M. Nevis con note succose alla fine del libro.
Il mondo nero, dicevo, che avvolge i protagonisti di queste storie, li prende, li afferra, li sballotta a suo piacimento. Gli strani casi del Destino: essere nel punto sbagliato al momento sbagliato, il ribaltamento delle situazioni iniziali, l’amore, l’odio, l’accendersi di una speranza, la delusione, e ancora l’amore sbocciato quasi per caso, la forza d’amore, l’amore esaurito, terminato, finito, il distacco, la solitudine che è “uguale in tutto il mondo”, la tensione che cresce, l’assillo, la paura, l’assassinio, la gioia che si trasforma in orrore, la disperazione di sentirsi in trappola, la rabbia, la lotta, gli sforzi disperati di uno scrittore. E altre cose ancora.
La prosa scivola via come nata da se stessa, entra veloce nella mente e nell’animo e ti porge tutte intere le domande su questa vita così strana e misteriosa, un intrecciarsi di eventi casuali dove una piccola luce si accende a intermittenza per poi spengersi e far cadere tutto nel buio della disperazione.
Quando leggo Woolrich, non so se capita anche a voi, mi pare di essere trascinato, lentamente, come i personaggi dei suoi racconti, verso un qualcosa di oscuro e ineluttabile. Non possiamo fare niente. Tutto è preordinato, già stabilito. E si scopre, come ha ben scritto Ellroy “ quale è la forma dell’agonia”. Lenta e mostruosa. Straziante.

Sangue in sala da pranzoSono un istintivo. Appena adocchiato Sangue in sala da pranzo di Gertrude Stein, Sellerio 2011, un piccoletto marroncino chiaro in bella mostra alla Feltrinelli di Siena, visto e preso. Leggero, tascabile, poche pagine, l’ideale per portarmelo al solito posto e leggerlo mentre cammino. I mallopponi che stiano lì impalati sugli scaffali come stoccafissi!
L’istinto spesso mi premia ma qualche volta mi buggera. Leggero, tascabile, l’ideale ecc… ma almeno leggibile. No, mi spiego, non è che la nostra Stein non sappia scrivere. Tutt’altro. È che vuole scrivere in un certo modo influenzata dalla esperienza cubista (amica di Picasso) e dadaista. Un modo ripetitivo, frammentario, come se tentasse di raccontare gli avvenimenti ogni volta senza riuscirci.
Ho capito qualcosa dalla “Prefazione”. Di solito la ritengo inutile e noiosa, ma in questo caso l’ho abbracciata come si abbraccia, piangendo di gioia,  uno che ci salva dalle sabbie mobili. Siamo nella casa di campagna della Stein, a Bilignin (valle del Reno), una confusa estate del 1933 durante la quale si alternano gli ospiti e avvengono strani incidenti: vedi il sabotaggio di due automobili, la morte improvvisa della moglie di un albergatore lì vicino sfracellatasi nel cortile dell’albergo, cadendo dal quinto piano e quella di una vicina uccisa con due proiettili nella testa.
Dicevo un ripetere continuo e assillante delle stesse frasi, ricordi affastellati rivolti ad una certa Lizzie, la storia vera fatta a brandelli che rimane sotto traccia, piccoli tocchi, domande, dubbi, visioni, una sfida continua con la scrittura che può andar bene in certi momenti della vita, quando si ha voglia di elucubrazioni (ho scartato l’altra parola) mentali. Poco adatta, invece, come nel mio caso, quando si preferisce una lettura semplice e comprensibile. Questa volta l’istinto mi ha fregato.

Passiamo, ora, alla nostra inarrestabile Patrizia Debicke (la Debicche).
Lo strano caso dell'orso ucciso nel boscoLo strano caso dell’orso ucciso nel bosco di Franco Matteucci, Newton Compton, 2016.
«Bruna sapeva che quell’uomo prima o poi avrebbe cercato di assassinarla. Faceva parte del gioco, era scritto nel destino di chi, come lei, conduceva un’esistenza addomesticata. Da giorni nel ventre le pulsava un male feroce, un fagotto scoppiato all’improvviso, come se avesse ingoiato un nido di calabroni. Vacillò. Bruna che era sempre stata agile, leggera, cadde pesante sulla neve. Il motore della sua vita si stava inceppando. Non poteva che essere la morte. Arrivata all’improvviso. Voluta da lui». Un orrendo rompicapo e una nuova difficile indagine per il commissario Marzio Santoni, lunghi capelli biondi, occhi azzurri, corpo atletico, l’affascinante commissario di Polizia, amato dalle donne e protagonista cult della serie di gialli di Franco Matteucci, due volte finalista al Premio Strega.
Un caso poliziesco da squadra omicidi e, contemporaneamente, un giallo ambientalista per il bio-detective di Valdiluce, dotato di un olfatto straordinario e soprannominato Lupo Bianco per la sua rusticità e fiera indipendenza. Quello che, neve, ghiaccio o tempaccio che sia, si sposta sempre con la sua vecchia Vespa ereditata dal suo padre Alfredo, il boscaiolo e che divide la sua abitazione con una colonia di formiche, esperte sentinelle meteo, il topo Mignolino e il riccio Arturo con, sempre al fianco, a far da spalla, il pacioso ma sveglio e irrinunciabile vice Kristal Beretta, drogato dai cioccolatini Mon Cherì Ferrero.
Nell’ondulato vallone a nord di Valdiluce, si è scoperto uno spaventoso animalicidio. L’orsa Bruna è stata barbaramente avvelenata assieme ai suoi tre cuccioli di pochi giorni. Il suo corpaccione e stato ritrovato abbrancato, con le unghie conficcate nel tronco di un albero e, accanto al cadavere, è stato abilmente inciso, servendosi di un coltellino svizzero, un cuore con all’interno il nome della vittima e un segno… La lettera greca Omega, oppure? Comunque l’assassino ha lasciato la sua firma, perché quel segno sarà destinato molto presto a tornare in scena e a istillare l’angoscia negli scoscesi sentieri del paesino di montagna.
Ma Marzio Santoni, Lupo Bianco, scarta immediatamente il termine animalicidio e valuta l’uccisione di Bruna solo come un crudele e disumano omicidio. E, in seguito, quando sempre la stessa lettera, a mo’ di minacciosa firma incisa sulla corteccia staccata dagli alberi, verrà puntualmente ritrovata anche sulla scena di altri crimini, si presenta l’orrenda ipotesi di un serial killer in preda a una sanguinaria follia che vaga e colpisce impunito e invisibile perché coperto da una sciocca e omertosa coltre valligiana. Un killer che continua a sfidare la polizia, che usa la montagna e i suoi segreti come proprio terreno di caccia, uccidendo senza pietà e che, pur di esibirsi a ogni costo, è pronto anche a rischiare. Cosa si nasconde sotto la neve della Valdiluce? E poi la sua firma o segno che pare l’Omega greca, farebbe invece parte delle millenarie tradizioni elfiche locali…?
Ambientazione straordinaria, ritmo incalzante e ben calibrato, storia molto coinvolgente, arricchita da un complesso intreccio che sa fondere molto bene realtà e mitologiche fantasie. E noi, ormai formiche, Mignolino e Arturo dipendenti, aspettiamo il seguito.
La Nostra ci consiglia anche Libertà di migrare di Valerio Calzolaio e Telmo Pievani, Einaudi 2016, e Insospettabili di Riccardo Perissich, Longanesi 2016.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La guerra di indipendenza di Roma nord di Claudio Delicato

La guerra di indipendenza di Roma NordClaudio Delicato
La guerra di indipendenza di Roma nord
Mondadori, 2016

Negli ultimi venti anni ogni sindaco neoeletto era colpito, il giorno dopo gli scrutini, da quella che ormai in molti chiamavano “la maledizione del Campidoglio”: poteva essere Martin Luther King, tuo cugino di due anni o un manichino di Zara, e non avrebbe comunque fatto nulla. Roma restava sempre immobile e uguale a se stessa. (cit. pagina 41)

Roma, oggi. Ma proprio oggi-oggi: siamo sotto elezioni amministrative, la città è allo sbando, il Governo è instabile. In questo panorama a noi tristemente familiare si muove Alberto “Albe” Gagliardi: nerd, blogger, laureando in storia, residente a Roma nord. Per una serie di fortunate coincidenze – leggasi un post provocatorio molto commentato e qualche tweet molto rituittato – anche lui si candida alle amministrative. Non vince, ma poco ci manca.
Ed ecco che l’ex nerd si trova catapultato nel mondo della politica: coadiuvato da Valerio Ferrari, fedele amico di sempre, Albe diventa nel giro di poco tempo il leader indiscusso di una nuova entità denominata Roma nord, nella quale imperversano Smart, Hogan e apericena.
Dall’altra parte del muro metaforico (fino a un certo punto, perché poi…) invece c’è lui, Manlio Sabatini, vincitore del noto tv show “Tamarreide”, incoronato nono re di Roma dopo i sette tradizionali e Paulo Roberto Falcão. Arruolato da Federico Quintarelli, arrembante aspirante ducetto di Roma Sud.
Lo scontro tra Roma nord e Roma sud è infarcito di colpi di scena: guerre, attentati, tradimenti, donne, tifo… Per conquistare e sottomettere definitivamente la caput mundi scendono in campo il Vaticano, la Camorra, i terroristi, i Servizi segreti e chi più ne ha più ne metta.
Praticamente si concentra, in pochi chilometri quadrati, tutto ciò che accade nel mondo. La dissoluzione di Roma diventa paradigma di un disastro universale, sotto lo sguardo attonito dell’ONU (addirittura!).

Ecco come si presenta Roma in un futuro non troppo lontano:

Mappa RomaLa guerra di Indipendenza di Roma nord è un serissimo romanzo di intrattenimento ad alto tasso di ironia, con vicende talmente implausibili da risultare realistiche (e infatti qualcuno ha pensato che la secessione di Roma nord fosse una vera proposta politica…), zeppo di quegli elementi pop che impregnano ormai la comunicazione dei nostri politici a ogni livello.

Claudio Delicato, l’autore, è il blogger di Ciclofrenia, ma è anche operatore umanitario ONU. Il ragazzo ha buone idee e sa comunicare.

La copertina è di Leo Ortolani, all’interno omaggio a ZeroCalcare e al mammuth di Rebibbia.

La pagina del Partito Indipendentista di Roma Nord su FaceBook.

La Debicke e… La strada delle ombre

La strada delle ombreLa strada delle ombre
di Mikel Santiago
Nord, 2016

Secondo romanzo per Mikel Santiago, che riprende la formula da bestseller dopo il successo del suo La última noche en Tremore Beach.
La strada delle ombre è ambientato a Saint Rèmy, uno dei più deliziosi ed esclusivi paesi turistici della Provenza, famoso per aver dato i natali a Nostradamus e… per aver avuto come ospite nel locale manicomio Vincent van Gogh. Informazione che da sola potrebbe bastare per farne lo scenario ideale per una storia thriller con tocchi di follia e di sovrannaturale alla Stephen King (un nome che torna spesso nella lettura, anche perché il protagonista, un famoso scrittore con problemi di eccesso di consumo di alcol e di pastiglie, sarà costretto ad affrontare i propri demoni e quelli che perseguitano la sua famiglia).
Il protagonista e voce narrante è un inglese, il famoso scrittore di libri gialli e thriller Bert Amandale, che da meno di un anno ha scelto di vivere a Saint Rèmy per rimettere insieme i cocci della sua famiglia e per lavorare a un nuovo romanzo. E a Saint Rémy, da pochissimo, si è trasferito anche il suo vecchio e migliore amico Chuck Basil, rock star e compositore di successo che sta lavorando a un nuovo disco, ma anche un uomo provato da anni di gravi problemi di alcol, droga e ricoveri per disintossicarsi.
La storia comincia quando Bert, resosi conto che l’amico da giorni non dà segno di vita, prende la macchina, va a trovarlo ed è costretto ad affrontare la sua strana storia. Chuck Basil infatti, anche se non ricorda bene, è convinto di aver investito un uomo mentre tornava a casa per una tortuosa stradina di montagna. Ricorda anche confusamente che, quando è sceso per soccorrerlo, quello, prima di morire, l’ha afferrato mormorando Hermitage. Lui, che aveva bevuto, ha avuto paura di casini ed è fuggito. Tuttavia, poche ore dopo, aggredito dal rimorso, era ritornato sul punto dell’incidente ma il cadavere si era volatilizzato. Un storia pazzesca che, visti i precedenti, fa dubitare a Bert che l’amico sia andato nuovamente fuori di testa…
Ma questo incidente sarà solo il primo di una serie di eventi senza spiegazione logica che riusciranno a trasformare le loro vite in un incubo. Un famoso scrittore d’inchiesta, Donald Someres, viene ritrovato cadavere nella sua macchina distrutta ai piedi della scogliera sulla corniche monegasca. Un incidente? Eh già! Ma Chuck è convinto che Someres sia l’uomo che aveva investito quella notte… Qualcosa non torna e quando anche lui viene ritrovato morto in piscina, Bert deve indagare e far luce su quel mistero…
La fantasie indotte delle droghe ampliano le angosce, gli incubi e le ossessioni quasi ancestrali del protagonista che ci conducono su una cattiva strada, una strada sbagliata in una storia in cui suspence e incertezza tra realtà, fantasia e presunta follia si tengono per mano. Ben calibrato il ricorso ai flashback, che regalano al lettore importanti informazioni sulla psicologia dei personaggi e lo aiutano a ricostruire la dinamica di certe situazioni. Indovinata la cornice metaletteraria che sfata con ironia tanti falsi miti sugli scrittori e, da citare, una colonna sonora rock di tutto rispetto. Completa il quadro una netta condanna di certe forme di ipocrisia sociale in una trama che evidenzia le difficoltà dei rapporti dei genitori con i figli adolescenti, certe problematiche legate al successo che possono portare a segrete dipendenze dalle droghe e all’incapacità di mantenere integri i legami familiari.