La scienza, la morte, gli spiriti (Le brevi di Valerio 277)

Andrea De Luca
La scienza, la morte, gli spiriti. Le origini del romanzo noir nell’Italia fra Otto e Novecento
Marsilio, 2019
Letteratura

Italia. Seconda metà del XIX° secolo. Poe viene tradotto per la prima volta in Italia nel 1857, una certa notorietà era stata già acquisita negli ambienti letterari americani, inglesi e francesi, a Parigi era stato tradotto da Baudelaire. La novità del racconto d’investigazione si aggiunge al successo del feuilleton francese e alla moda dei “misteri”. Da molti anni il ricercatore di origini abruzzesi oggi insegnante a Bruxelles Andrea De Luca studia il giallo italiano e pubblica ora un documentato studio sulla fascinazione spiritista per la morte in grandi autori europei e italiani nel sistema sociale, poliziesco ed editoriale dell’epoca. La scienza, la morte, gli spiriti contiene interessanti ritratti letterari dei pionieri del giallo italiano: l’indiscusso capostipite napoletano Francesco Mastriani; poi Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio, Salvatore Di Giacomo; ancora Emilio De Marchi, Carolina Invernizio, Cletto Arrighi, Giulio Piccini; gli stessi Capuana e Pirandello.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Les italiens (Le brevi di Valerio 276)

Enrico Pandiani
Les italiens
Rizzoli, 2019 (prima edizione 2009)
Hard-boiled

Parigi. L’estate di un decennio fa. Con dodici colpi attraverso i vetri della finestra un cecchino uccide quattro agenti (di cui una “tipa”) della squadra di origine italiana al comando del commissario Jean-Pierre Mordenti, decimata prima ancora di cominciare. I superstiti corrono fuori (siamo ancora al 36, Quai des Orfévres nell’Île de la Cité) e lo braccano sul Quai des Grands-Augustins, non è finita lì, altri sicari li cercano fra inseguimenti e doppi giochi, estrema destra e un’affascinante transessuale.
Con un perfetto incipit iniziava Les italiens, prima bella avventura della fortunata serie ideata dal grafico, illustratore e sceneggiatore (infografico del quotidiano La Stampa) Enrico Pandiani (Torino, 1956), giunta recentemente al settimo episodio. In contemporanea sono stati riediti a inizio 2019 i primi tre 2009-2011 (allora Instar libri, ora Rizzoli). Narra in prima sempre tutto lui, Pierre, sedici capitoli hard-boiled tutti d’un fiato, arrembanti e divertenti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I tempi nuovi (Le gialle di Valerio 193)

Alessandro Robecchi
I tempi nuovi
Sellerio, 2019
Noir

Milano. Marzo 2019. Tre casi nella città che si rianima e galleggia sui soldi, almeno: viene trovato al volante dell’auto il cadavere dell’irreprensibile brillante studente 23enne Filippo Maria Gelsi, jeans calati fino alle ginocchia, mani legate al volante, colpo mortale alla tempia, una strana esecuzione; il 55enne sovrintendente Tarcisio Ghezzi fa confessare alla moglie la segreta indagine che sta conducendo per aiutare la nipotina 14enne della maestra Morganti, terrorizzata da un bullo per alcune foto impudiche, lei in prima liceo, lui in quarta, ricco e figlio di potenti; la magnifica 36enne Gloria Grechi anticipa subito 5 mila euro agli investigatori privati Falcone e Cirrielli della Sistemi Integrati per rintracciare l’amatissimo marito, il 43enne magnifico ricercatore sociologo Alberto Sentieri, inverosimilmente scomparso mentre progettavano il colpo del secolo a danno di furbi criminali. Carlo Monterossi c’entra, c’entra sempre, a lui piace guardare da (troppo) vicino le esistenze degli altri. Quasi subito si capisce che l’omicidio è legato al colpo, Carella e Ghezzi sono i poliziotti sul pezzo, Carlo è amico di Falcone e accetta di ospitare la cliente complice. Pur non volendone più sapere delle storie del cazzo con i morti e i feriti, amando alzarsi a metà mattinata e iniziando ad appassionarsi della “sua” produttrice, la fragrante e acuta Bianca Ballesi, Carlo non riuscirà proprio a stare un attimo tranquillo per molte settimane. D’altra parte, viene pure convocato ai piani alti della Grande Fabbrica della Merda per adattare il programma televisivo del mercoledì Crazy Love ai tempi nuovi, ci vorrebbe proprio che qualcuno costruisse a tavolino più fiducia nella giustizia e nella verità. Ma tutto ha un limite, anche gli agguati.

Il giornalista e autore televisivo Alessandro Robecchi (Milano, 1960) continua la serie metropolitana d’alta qualità, ottimi romanzi con impasti culturali e sociali sempre migliori, densi e appassionanti, emotivamente tesi e ben stesi. La narrazione è in terza varia al presente, perché Monterossi è lo spunto per un protagonista investigativo plurale, le notevoli efficienti coppie Carella-Ghezzi, Rosa-Tarcisio, Falcone-Cirrielli, Gloria-Alberto, con Carlo quasi sempre di mezzo; e poi interessa un poco anche il terremotato equilibrio fra l’uomo grosso elegante e il suo presunto capo criminale, due veri cattivi. Questa volta andiamo un poco più a fondo nel conoscere l’affiatamento familiare a casa Ghezzi e, soprattutto, la svolta esistenziale di Agatina Cirrielli in Smart, giovane esperta responsabile del commissariato Greco-Turro. Si dimette, non gli piacciono le accentuazioni del nuovo corso d’incattivimento diffuso, polizia troppo forte coi poveracci, troppo guanti bianchi con ricchi e potenti, ancora più complicato per una donna. Tarcisio la presenta all’amico di Carlo, l’oscuro Oscar Falcone in Passat, tipo poeta russo poco più che trentenne, abile misterioso investigatore irregolare, che gira senza pistola e mantiene un’immensa ragnatela di contatti senza pastoie burocratiche, appena trasferito nel nuovo centrale funzionale ufficio di via Boscovich. Finiscono di arredarlo insieme, s’intendono subito. Faticano però, come tutti, fortunatamente, a ricostruire la catena del tanto denaro sporco convogliato ogni giorno in quattro basi da vettori inconsapevoli di una banca illegale, riciclato all’estero, in poco tempo riconsegnato poi lavato e stirato ai criminali. Piani sovrapposti: bell’idea di tutti i tempi! Nuovi, invece, sono i tempi dell’Italia xenofoba e razzista che fa da titolo e continuo disgustante sfondo contemporaneo al romanzo, con uno sceriffo pure nuovo agli Interni. Il whisky è sempre giapponese, la colonna sonora imperniata sulla cruciale canzone dylaniana, Brownsville girl, dedicata all’indimenticabile Gloria, che forse purtroppo non incontreremo più, in ben altre faccende affaccendata.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Canicola (Le brevi di Valerio 275)

Ed McBain
Canicola
Einaudi, 2019 (originale Heat, 1981)
Traduzione di Andreina Negretti
Giallo

Isola. Agosto dei primi Ottanta. Ed McBain, uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, nato Salvatore Albert Lombino, si chiamò Evan Hunter (New York, 1926 – Weston, 2005) e scelse lo pseudonimo per le serie dei gialli conosciuti ovunque. Isola è Manhattan (ruotata di 90 gradi), La Città è New York, protagonista l’87° Distretto, una meravigliosa serie di 55 romanzi terminata solo con la sua morte. Dal 2017 vengono ripubblicati, due episodi per ogni decennio di attività, Canicola è il trentacinquesimo (1981), titolo nuovo (simile all’americano), stessa traduzione del passato. Al ritorno da Los Angeles, Anne Newman trova morto a casa il marito Jeremiah, artista fallito e alcolizzato, forse suicida in un appartamento a 40 gradi. Arrivano Carella e Kling, ci metteranno una dura settimana a capire cosa è accaduto, Bert travolto da complicazioni personali e altri casi. Imperdibile.
Il primo giugno 2019 a Ruvo del Monte si parlerà delle origini lucane di Hunter, immancabile.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

A ruota (gialla) libera – Rivelazioni! (1)

Così, come mi frulla per la testa. Spunti di lettura, scrittori, sensazioni, emozioni, satirette per sorridere insieme…

La vera, incredibile storia di tanti personaggi leggendari. Da Poirot a Miss Marple, da Sherlock Holmes a Nero Wolfe, da Philo Vance a Perry Mason
Sono stato incerto fino all’ultimo. La cosa è troppo grossa per essere creduta. Sputo il rospo anche se già vi vedo pronti a storcere la bocca e scuotere la testa. Ho ricevuto delle rivelazioni. Più precisamente delle lettere. Ma non le solite lettere che si ricevono tutti i giorni dai parenti, dagli amici o dalla fidanzatina di turno. Voglio dire, è incredibile… ho ricevuto delle lettere da certi personaggi famosi del romanzo poliziesco! Un bel pacco di lettere infiocchettate che mi ha portato un tizio dall’aspetto misterioso (sembrava Babbo Natale) e che ribaltano completamente certi giudizi. Qualcuno già si alza e se ne va, qualcuno rimane con evidente espressione di compatimento nei miei confronti. Facciamo in questo modo. Ascoltatemi e poi alla fine subissatemi pure di fischi o tiratemi quello che vi capita fra le mani.
Sono lettere così commoventi e nello stesso tempo così piene di risentimento, di odio e di rimpianto che mi hanno commosso e sconvolto allo stesso tempo. Non so per quale motivo i loro autori abbiano scelto proprio il sottoscritto come destinatario ma le vie del Signore sono infinite. Mi hanno anche pregato di leggerle e di far conoscere il loro contenuto ai lettori di questo blog e le vie del Signore sono ancor più infinite.
Sono lettere firmate. Vedi quella di Poirot. Avete capito bene. Proprio lui, quel tipetto bassotto pienotto, con i baffetti ben curati, i guanti, le ghette, il bastone sempre dietro, quello delle celluline grigie, insomma, l’infallibile investigatore creato dalla immaginifica penna della Christie. Un’arpia, una strega, un tiranno. No, non sono io che lo dico. È Poirot stesso che lo ripete in continuazione. Lui per natura disordinato, per non dire caotico, costretto ad essere sempre preciso, stirato, impomatato e lucidato a puntino. Lui, un uomo del tutto normale, ridotto ad un mezzo omuncolo con la testa d’uovo! Le pare che abbia la testa d’uovo? mi ha chiesto evidentemente stizzito, accludendo una sua foto alle lettera. E non c’è da dargli torto. Tra l’altro è pure senza baffi. E non è nemmeno belga. Un italiano, Porro, storpiato malignamente, dice lui, in Poirot. Un italiano che tra le varie stupidaggini inventate non patisce il freddo, e che, e qui tralascio la sequela di insulti per la nostra Agatha, ama appassionatamente le donne. Tra le quali figura, figura… Miss Marple!
No, non andate via anche voi, lo giuro (tra l’altro pensate di trovare qualcosa di meglio in giro?), sì proprio Miss Marple che non è la vecchietta simpatica che abbiamo conosciuto ma uno schianto di figliola da far strabuzzare gli occhi (foto docet), costretta dall’arpia, gelosa fradicia, a truccarsi e trasformarsi in grinzosa zitella. La sera, dopo il lavoro, dopo il supplizio, si incontravano per dare libero sfogo alla loro passione. E questo fatto è confermato dalla stessa Miss Marple, nome vero Lucia Marpalò, anche lei italiana, nella sua lettera, votata alle umiliazioni più penose come a ciangottare di continuo con delle moriture, per non perdere il posto di lavoro in un momento di gravi difficoltà economiche.
L’ultima parte è davvero commovente. Una confessione dolorosa e difficile che deve essergli costata molto. Poirot non era quell’infallibile genio che abbiamo conosciuto, quell’ingegno mostruoso che scioglieva gli enigmi più incredibili e complessi. Poirot aveva un suggeritore! Sì, proprio un suggeritore nascosto nel punto giusto dalla “strega” che sbrogliava tutte le matasse poliziesche e lui a ripetere come un allocco. A volte non c’era nemmeno bisogno del suggeritore perché la storia, insinua malignamente Poirot, era così scombinata che poteva andar bene qualsiasi soluzione. E non deve avere avuto neppure troppo torto se un famoso scrittore, a proposito di “Assassinio sull’Orient Express”, scrisse che solo un deficiente, o giù di lì, avrebbe potuto scoprire chi era l’assassino.
Un’altra lettera è di Nero Wolfe. Di quell’omone grande e grosso uscito fuori a stento (battutina extra) dalla penna di Rex Stout. Dice subito che ha vomitato più lui degli antichi romani al vomitorium, e che quello stupido di un Fritz non era per niente il cuoco invidiabile descritto dall’autore, ma un rimescolatore di brodaglie da strapazzo. Che le favolose frittelle mattutine, le salsicce di mezzanotte, lo stufato d’anatra ripiena e perfino l’insalata brasiliana gli procuravano immancabilmente una stressante diarrea. Una volta erano arrivati perfino alle mani e aveva ricevuto una coltellata ad un braccio su cui portava ancora i segni.
Le orchidee non lo interessavano manco pe’ gnente (tradotto un po’ alla paesana), mentre subiva una attrazione particolare per il girasole, così allegro, così illuminante, ed anche per il giaggiolo senza una spiegazione precisa. C’erano state lotte furiose con l’autore ma alla fine l’aveva vinta lui, con la promessa che qualche volta lo avrebbe fatto uscire dalla sua casa, dalla quale non lo faceva muovere di un passo. Il lavoro gli piaceva, questo è vero, ma invidiava soprattutto gli investigatori dell’hard boiled che potevano scorrazzare in giro a loro piacimento tra cazzotti e pistolettate. Una volta si era messo perfino in contatto con uno di quei personaggi scapestrati che tanto lo entusiasmavano, un certo Sam Spade che gli aveva promesso una parola buona con il suo autore. Scoperto da Archie Goodwin era stato preso per il bavero e riportato di forza, seppure con fatica, all’ovile. Era solo lui, lui solo, gli disse in tono minaccioso che doveva fare quello che facevano quelli dell’hard boiled. Nero Wolfe in poltrona a ponzare, zitto e mosca. E così è trascorsa la sua vita fra orchidee, Fritz, Goodwin e poltrona, appunto.
Ho ricevuto due lettere complementari: una di Sherlock Holmes e una di Watson. Riassumo per non farla troppo lunga. Sherlock Holmes nella vita non voleva fare certo il protagonista di gialletti da strapazzo. Semmai l’eroe in uno di quei romanzoni belli tosti di guerra e amori impossibili che rimangono impressi per una miriade di anni nell’animo di dolci, ammalianti fanciulle. Costretto a forza con la droga (da qui l’uso della cocaina) dall’autore ad interpretare un ruolo che non sentiva suo. Non sopporta, non ha mai sopportato il violino, strumento da fighetti, ma ha sempre avuto una passione sviscerata per il tamburo. Da ragazzo stamburate da tutte le parti e una notte in gattabuia per avere tenuto sveglio l’intero quartiere. Falsa la celebre frase “Elementare, Watson!”, inventata ad arte da Doyle solo per infondergli un’aura di infallibilità. La sua espressione nei momenti cruciali era ben altra “Ora so’ cavoli amari, Watson!” (traduzione edulcorata), per dire che l’incertezza era il suo campo di battaglia. Alla forca tutti gli imitatori successivi che lo hanno preso in giro o fatto diventare un pacioso apicultore.
Il dottor Watson, a sua volta, è di umore nero, nerissimo, per avere dovuto interpretare sempre la parte del bischero, della spalla, lui portato ad essere il personaggio principale. Suo udito stravolto dalle strampalate note del violino stonato e dalle strampalate deduzioni dello spilungone che mandavano in visibilio una turba ammaliata di lettori allocchi. Costretto, a volte, ad interpretare altre figure di contorno e perfino il famoso mastino di Baskerville in un momento di penuria di attori (non c’era un cane che volesse fare quella parte). E qui ha emanato, pardon scritto, una specie di struggente guaito che mi ha rimescolato il sangue.
Alla prossima. Se ci arrivo…

La banalità del ma (Le brevi di Valerio 274)

Mauro Biani
La banalità del ma
People, 2019

Mediterraneo. Febbraio 2016 – febbraio 2019. C’è una riforma utile nel mondo della politica, forse. Chi si candida e accetta ruoli pubblici dovrebbe chiedere a qualcuno che condivide le stesse opinioni e gli stessi programmi, di cui ha fiducia, di fargli la “caricatura” (grande arte, grande tecnica) mentre parla, di non tacere sane critiche severe e leggiadre dopo parlato, di atteggiarsi a “bastian contrario” nelle riunioni di gruppo. La battuta, il motto, la vignetta, lo striscione la caricatura, sono comunque relazioni che hanno introiettato qualcosa dell’altro (l’avversario), ribattendo con intelligenza e nonviolenza. La forza e l’efficacia stanno nel divulgare e informare, nel “pensare” senza l’insulto, il pregiudizio, l’urlo. Mauro Biani (Roma, 1967) è un maestro del pensiero ironico, ottima e benvenuta questa ripubblicazione (ma 8 sono inedite) di una novantina delle sue migliori vignette degli ultimi tre anni, La banalità del ma, ovvero “Non sono razzista, ma”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Errore (Le varie di Valerio 92)

Pietro Greco
Errore
Doppiavoce Napoli, 2019

La vita, di tutti, ovunque. È piena di errori, lo sappiamo o intuiamo. Sbagliando s’impara, vero è, non solo un detto popolare. Eppure filosofi e storici, ricercatori sul campo ed epistemologi hanno impiegato secoli per comprenderlo. Ora, da almeno un secolo, gli scienziati hanno piena consapevolezza del filo rosso che lega l’errore all’apprendimento. Così può essere divertente e utile ripercorrere con la memoria analitica dieci errori d’autore. Cristoforo Colombo e le conseguenze fortunate di lungo periodo di una serie di errori di misurazione prima del 14 ottobre 1492 giapponese-americano, antichi e moderni, di altri e suoi. Claudio Tolomeo ad Alessandria d’Egitto nel secondo secolo d.C., i cicli astronomici errati (cosa davvero ruota e intorno a cosa) e le dimensioni e le longitudini della Terra deformate, nonostante i cartaginesi avessero già solcato l’intero Atlantico. Il Premio Nobel nel 1938 a Enrico Fermi (1901-1954), l’errore di valutazione di Nature e i dati della prima fissione artificiale del nucleo atomico male interpretati. Il francese Jean-Baptiste Pierre Antoine de Monet, cavaliere di Lamark (1744-1829) e la prima (sbagliata) formulazione di una teoria scientifica sulla trasformazione dei viventi con tre fondamentali errori nel primo grande approccio all’evoluzionismo biologico. Il presunto infinito immobile omogeneo isotropo universo fisico di sir Isaac Newton (1643-1727) e l’invocazione pregiudiziale di Dio. L’evoluzione cosmica (statica o dinamica?) e la teoria della relatività generale di Albert Einstein (1879-1955), con l’occasione mancata della fisica teorica. Il non-errore di Galileo (1564-1642), il doppio errore concettuale di Cartesio (1596-1650), l’errata fine della fisica di William Thomson barone Kelvin (1824-1907), la perduta certezza della matematica di David Hilbert (1862-1943), non si finisce mai di commettere discutibili fertili errori!

Il miglior giornalista scientifico italiano vivente, a lungo formatore dell’intera categoria, il chimico Pietro Greco (Barano d’Ischia, 1955) ci delizia parlando degli errori di alcune grandi personalità. Fa dieci esempi, lontani nel tempo e nello spazio, legati a cognizioni famose, all’interno di biografie complesse (sempre accennate con acume e ironia), utili a impostare correttamente anche il nostro rapporto con i continui errori che facciamo. Servono, facciamone tesoro, chiediamo scusa e trattiamoli con dolcezza, usiamoli per capirci e capirsi meglio. Non solo in ambito scientifico. Siamo fallaci, imperfetti. Per favorire migrazioni ed esplorazioni Colombo errò e capì male, scoprì quella America di cui dopo nessuno più poté poi fare a meno. Errore ed errante sono sostantivi con la medesima radice, si riferiscono a un analogo dubbioso vagabondare, dal latino e dai precedenti indoeuropei, in italiano in francese (erre) in spagnolo (yerro) e in altre derivazioni. Il migrante e lo scienziato furono e in parte sono stati prevalentemente dei movimentati erranti. Non c’è biografia dove non esistano innumerevoli esempi di paralisi, rallentamenti, accelerazioni, tentativi, handicap, casi come deviazioni imprevedibili per gli attori e casi come informazioni incomplete di noi attori, errori come errori fattuali (o refusi, qui) ed errori proprio concettuali. L’autore, citando tanti e soprattutto Popper, conclude su questa distinzione. L’errore (minimizzabile) di misura può essere strumentale, ambientale, procedurale e umano (trascrizionale o di stima); l’errore (falsificabile) di concetto è centrale nell’impresa scientifica, va cercato e non nascosto, non si sbaglia! Non è un trattato, non è un compendio, non c’è bibliografia. Si tratta del secondo volume della collana “La parola alle parole” (curata da Ugo Leone), sono già usciti la A (Ambiente) e la E, presto usciranno la G e la M. Se non lo trovate in libreria, è acquistabile via internet.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Racconto dalla spiaggia del tempo (Le brevi di Valerio 273)

Henning Mankell
Racconto dalla spiaggia del tempo
Marsilio, 2018 (orig. 1998)
Traduzione di Alessandra Albertari, Giulia Pillon, Alessandra Scali

Africa. 1972-1998. Per decenni il grande scrittore svedese Henning Mankell (1948-2015) ha vissuto sei mesi l’anno in Africa, in particolare in Mozambico. Giunto a 50 anni decide di riprendere appunti e storie raccolti per un testo iniziato già all’arrivo. Confessa che 25 anni di spedizioni fisiche e mentali gli hanno seriamente mostrato che tutti gli uomini sono imparentati tra loro: il colore della pelle, le lingue, i modi di pregare gli dèi o di preparare la colazione, di considerare la stupidità o di creare arte, di lavare i vestiti o seppellire i morti, sono distinzioni che non potranno mai metterlo in ombra. Ci guida in prima persona fra passato e presente, usando Felisberto, un vecchio narratore sulle sponde del fiume Umbeluzi cha nasce nello Swaziland e sbocca vicino Maputo, storie e memorie del bellissimo Racconto dalla spiaggia del tempo di cui facciamo tutti parte: la grande epopea dell’uomo su stesso e del suo (nostro) continuo arenarsi come i relitti di un naufragio.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Operazione Medusa

Rusty Bradley e Kevin Maurer
Operazione Medusa
Newton Compton, 2019

Se sei appassionato di storia, in particolare di operazioni militare, e vuoi saperne di più su una delle battaglie fondamentali dell’ultimo decennio, questo è il libro giusto. Un resoconto storico autobiografico, il diario di una delle più imponenti operazioni della guerra in Afghanistan: Operazione Medusa. La battaglia cruciale della guerra in Afghanistan di Rusty Bradley e Kevin Maurer.
Nel 2006 i talebani, armati e addestrati dai loro alleati di Al Quaida alla guerriglia, sia urbana che negli sconfinati territori desertici e bruciati dal sole della pianura, stanno recuperando posizioni su posizioni nella zona. Il loro intento è riconquistare la provincia di Kandahar, a sud del paese. Una loro vittoria darebbe una svolta cruciale all’interminabile conflitto che li vede battersi contro le truppe della Nato. Una svolta che potrebbe scombussolare i piani degli alleati occidentali e delle truppe afghane, Ena, arruolate dal nuovo regime, riportando indietro, all’inizio del 2001, i confini del Medioriente. Per riuscire a fermarli, la coalizione occidentale in Afghanistan, comandata in quel momento dal generale canadese Fraser, dovrà richiamare risorse umane e di mezzi da altri fronti orientali e mettere in atto una gigantesca offensiva. Quella che verrà chiamata Operazione Medusa per le sue caratteristiche operative estensive e invadenti, simili ai minacciosi e tentacolari serpenti che sporgono dalla testa dell’antica e leggendaria Gorgone, caratteristiche adatte a consentire buona penetrazione nella file nemiche e copertura. Lo scontro è imminente e il disordinato esodo in massa dei civili non è che il segnale premonitore.
Inviato per fiancheggiare l’attacco lanciato della coalizione canadese, il capitano Bradley, con la sua squadra di Forze speciali statunitensi Lions of Kandahar, sarà prima attento osservatore poi testimone di come le forze NATO rischino di venire rapidamente inghiottite dal contrattacco dei talebani. Forse perché si sono trascurati i segni premonitori, i tanti particolari che avrebbero dovuto far aprire gli occhi, sottovalutando le informazioni locali sull’entità del nuovo e agguerrito esercito ribelle talebano, ormai pericolosamente inquadrato, ben armato, e infiltrato dappertutto. Quando l’operazione Medusa verrà lanciata, il nemico si era ormai trasformato in implacabile mostro da guerra. Per contrastare in qualche modo la disfatta, reggere fino a ottenere un’efficace copertura aerea teleguidata, l’unica scelta ragionevole per la squadra americana è conquistare e poi tenere per giorni, a carissimo prezzo, una specie di collinetta in posizione sopraelevata. Bradley e il suo piccolo distaccamento s’impadroniscono della Sperwan Ghar e da quel momento saranno disposti a tutto pur di garantire alle forze della NATO un fondamentale vantaggio tattico. Un’impresa ai limiti dell’impossibile.
Con la ricostruzione del capitano Rusty Bradley di quello che avvenne in prima linea e il supporto dell’accurato reportage del giornalista Kevin Maurer, che ha seguito le forze speciali americane in varie missioni in Medio Oriente, Operazione Medusa è il resoconto di un’azzardata operazione militare che è stata un pilastro portante della guerra in Afghanistan. Le sensazioni umane di un uomo, Rusty Bradley, che sa di doversi servire della diplomazia e della psicologia per facilitare la massima collaborazione tra i suoi uomini e i colleghi afghani. Lo stesso uomo che avrà piena coscienza di dover prendere decisioni che possono diventare fatali per la sua squadra Un diario dettagliato e drammatico che ripercorre quei giorni praticamente ora per ora. Una minuziosa descrizione quasi cinematografica che ci consente di rivivere quella che è stata una storia VERA con le maiuscole, costellata di fatti, fatterelli, avvenimenti, problemi da risolvere, gli infiniti drammatici scontri da affrontare e superare, le tragiche perdite umane di oltre una settimana di forsennati combattimenti ravvicinati, con i nemici talebani che si fanno crudelmente scudo delle popolazioni locali in nome di Allah. Uno sconvolgente rapporto di questa massiccia controffensiva. Un incredibile racconto che spiega in dettaglio i retroscena dei fatti di Sperwan Ghar nel settembre 2006. Uno dei più importanti resoconti di un cruciale momento della guerra in Afghanistan.

Rusty Bradley è nato nel North Carolina, si è laureato al Mars Hill College e si è arruolato nell’esercito nel 1993, prestando servizio come fante per sei anni prima di essere ammesso alla Officer Candidate School nel 1999. È stato ferito durante la battaglia di Sperwan Ghar, quando era al comando di una squadra delle Forze Speciali USA.
Kevin Maurer ha seguito come reporter le forze speciali degli Stati Uniti più di una dozzina di volte negli ultimi cinque anni, in Afghanistan e Iraq.
Kandahar è sempre stato un punto altamente strategico nell’Afghanistan meridionale. Ḕ stato il crocevia delle principali città in Afghanistan, da Alessandro Magno in poi, ed è il centro di gravità per il sud. Kandahar è il luogo geografico che ha visto la nascita dei talebani. A Kandahar il mullah Mohammad Omar si autoproclamò capo supremo del movimento.

La pistola di Garibaldi (Le brevi di Valerio 272)

Paolo Pietrangeli
La pistola di Garibaldi. Il problema di Giorgio Tremagi
Biblion Milano, 2019

Davanti al mercato di Piazza Epiro (metà strada fra San Giovanni e Terme di Caracalla) c’è la libreria del 51enne Giorgio Tremagi (niente gialli, solo Simenon, con la pipa), che tira avanti grazie ai 10 tavolini interni e ai 9 del cortile esterno dove si può pure mangiare. Il rapporto con la moglie non gira bene, i libri non sfondano, le polpette della cognata Fiorella vanno alla grande. Abbiamo proprio un atipico ristorante di discreto successo: un primo diverso ogni giorno da servire comunque con la specialità della casa, a dieci euro bevande escluse. Capita però che ci sia un’indagine per omicidio nel quartiere, il cadavere con un rosario in una mano e un fallo di legno nell’altra, e Giorgio, capace di visualizzare e interpretare i sogni delle persone che ha di fronte, si trova così coinvolto nella risoluzione. Garbato e divertente l’esordio nel romanzo di genere del grande cantautore e regista Paolo Pietrangeli (Roma, 1945), La pistola di Garibaldi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)