La Debicke e… Stazione omicidi, vittima numero 1

Stazione omicidi, vittima numero 1Stazione omicidi, vittima numero 1
di Massimo Lugli
Newton Compton, 2016
Pagine 384

Dopo Nel mondo di mezzo, il romanzo di Mafia capitale, torna in libreria Massimo Lugli. Stavolta ha lasciato a riposo il suo protagonista cult, il giornalista di nera Matteo Corvino, suo quasi alter ego, in perenne movimento tra redazioni, strade, vicoli, temerarie indagini e centrali di polizia.
Con il titolo Stazione omicidi, vittima numero 1 si annuncia il primo atto di una trilogia, una nuova e inquietante saga criminale che narra l’impossibile amicizia tra Vasile, un ragazzo romeno venduto dai genitori per saldare un debito e ora schiavo in un campo di rom khorakhanè di via di Salone, estrema periferia romana, e Flavio Gambari, un liceale diciassettenne ricco e viziato, figlio di costruttori che abitano all’Infernetto, in una bella villa alle porte di Roma.
Proprio la villa in cui Vasile entra per rubare, convinto di avere via libera. Invece Flavio, impasticcato con la Super Pill, una nuova droga sintetica proveniente dalle Filippine, un mix di anfetamine, viagra e ecstasy, lo accoglie al primo piano in pigiama, puntandogli addosso la pistola del padre.
Vasile parla, si giustifica, spiega e chiede pietà. Per Flavio scatta qualcosa a metà tra delirio di potere e curiosità. Interroga. Si lascia coinvolgere dalla miseria dell’altro, dalla sua storia da paura che narra di ragazzi senza identità, venduti nel loro paese per saldare un debito, portati in Italia e obbligati a mendicare, a rubare e a recuperare rifiuti dai cassonetti. Per non parlare delle frustate, delle angherie degli uomini, delle urla delle donne, della la rabbia e dell’umiliazione.
Con la complicità dei fumi dell’euforia provocata dalla Super Pill, Flavio decide di non sparare al suo ladro e di accompagnarlo invece in macchina al campo rom per dare una lezione ai suoi aguzzini. Con una tanica di benzina danno fuoco alla Mercedes di Mustafà lo zingaro, padrone di Vasile e quando l’uomo, circondato dai suoi, reagisce attaccandoli con ascia e bastoni, Flavio gli spara, lasciandolo a terra gravemente ferito. Però, durante l’attacco, Mustafà ha riconosciuto Vasile e quando uscirà dall’ospedale in carrozzina, reso storpio dal colpo di pistola, metterà in moto un’atroce vendetta.
La sua crudele e sanguinaria ritorsione sconvolgerà completamente la vita dei due ragazzi costringendoli a lasciare la copertura della villa di Flavio, a fuggire e a nascondersi tra i barboni, i peggiori derelitti della città. Stringono alleanza con un bandito, entrano in contatto con organizzatori di combattimenti tra animali, trafficanti di armi, sfruttatori e spacciatori. Per Flavio e Vasile niente sarà più come prima.
Stazione omicidi, vittima numero 1  è un romanzo corale e feroce.
Credibili e ben delineate le figure dei poliziotti che stanno dall’altra parte della barricata: l’ispettore Bruno Pelizzi, sempre un po’ sopra le righe, angosciato per Giorgio, il nipote orfano reso quasi un vegetale dalle nuove porcherie in circolazione; Gianni Cairo, suo superiore, a capo della sezione narcotici; il questore Niccolò Cherubini, tutti costretti a barcamenarsi in una Roma che non fa sconti e dove il controllo dei canali della droga si scontra con la necessità della questura di far registrare almeno qualche successo.
Narrazione dal ritmo serrato, tutta al presente.
Un saga che promette molto bene. Complimenti a Massimo  Lugli per aver percorso questa nuova strada, che fa  indossare ai principali protagonisti i panni dei cattivi.
Non mi resta che dire: arrivederci a presto, al prossimo episodio.

Le brevi di Valerio/82: Debicke

La congiura di San DomenicoTitolo La congiura di San Domenico
Autore Patrizia Debicke van der Noot
Editore Todaro
Anno 2016
Pagine 255
Prezzo 16 euro

Bologna. Fine 1506. Quasi all’alba del 26 novembre i frati trovano due cadaveri sui gradini dell’antica Cappella dell’Arca nella Basilica di San Domenico: fra’ Consalvo pugnalato alla schiena con sopra la testa un gatto nero strangolato con il cordone del saio. A indagare arrivano il senatore Marescotti, mano sinistra del pontefice nel senato bolognese e l’imponente biondo Leutnant Hertenstein, geniale letterato della Guardia Svizzera e Sentinella del Papa.
Il morto era vice dell’inquisitore fra’ Gaudioso. Il giorno prima era arrivato in città da Firenze Michelangelo Buonarroti richiesto da papa Giulio II. C’è di che spiare, sviare, tramare, uccidere.
Con La congiura di San Domenico la colta Patrizia Debicke van der Noot prosegue la serie storica sulla curia vaticana (sei mesi dopo le trame del primo romanzo). Collana curata dalla compianta Tecla Dozio cui il libro è dedicato.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/81: Holt

La minacciaTitolo La minaccia
Autore Anne Holt
Editore Einaudi
Traduzione di Margherita Podestà Heir
Anno 2016
Pagine 455

Oslo. Aprile 2014. L’ottima scrittrice norvegese Anne Holt (Larvik, 1958), laureata in legge, giornalista dal 1984, avvocato dal 1994, ministro della giustizia nel biennio 1996-97, ha pubblicato quasi una ventina di gialli, la metà per la serie Hanne Wilhelmsen, il primo nel 1993, La minaccia è il nono (originale del 2015). La protagonista è omosessuale e ombrosa, ex brava poliziotta tappata in casa da un decennio sulla sedia a rotelle, vive nella capitale con la compagna Nefis, la loro figlia Ida di quasi 11 anni e molto buon vino bianco. Sente un’esplosione dall’appartamento, viene coinvolta, considera un movente il buco della serratura dell’atto criminale, verifica vendette e razzismi, l’indagine serve a capire le connessioni (ben diverse dalle casualità). Così Holt ci immerge nell’attualità degli estremismi di varie fazioni, con acume, ritmo, competenza.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/72: Camilleri

L'altro capo del filoAndrea Camilleri
L’altro capo del filo
Sellerio, 2016
Giallo

Vigata (Montelusa). Inizio primavera. Livia ha trascorso qualche giorno da Salvo. Appena arrivata lo informa che gli ha preso appuntamento dalla sarta perché ha promesso ai due amici Giovanna e Stefano che di lì a qualche settimana avrebbero festeggiato insieme a Udine il loro anniversario di 25 anni di matrimonio, quando si rinnova il giuramento. Il commissario Montalbano avrebbe di che non dormirci la notte se solo potesse andarci, a letto! Ogni notte, con qualsiasi condizione di tempo, anche i poliziotti devono dare una mano in porto per gestire gli sbarchi: quelli che sono sopravvissuti al deserto, alle angherie, alla traversata arrivano sulle coste meridionali della Sicilia; si tratta ogni volta di decine o centinaia di uomini, donne, bambini, vecchi. La mobilitazione delle istituzioni e dei volontari è a tempo pieno, serve tutto, dall’interprete al medico. Il questore lo chiama perché risulta scomparso un migrante 15enne, c’è l’allarme sicurezza, sarà certo un terrorista; invece all’alba Salvo e Livia ne trovano il cadavere sulle onde davanti la spiaggia di fronte casa loro. Ci sono anche due scafisti che violentano una ragazza sul barcone. Salvo fa bene il suo mestiere. Quando Livia riparte, lui dalla sarta ci va: è una bellissima donna poco più che quarantenne, Elena Biasini, bionda accogliente serena allegra, trasferitasi lì dopo essere rimasta vedova giovanissima di un vigatese perché molto legata alla cognata, la adorano tutti. Gli fa conoscere le stoffe, prendono le misure, gli consiglia un tessuto adatto, poi fanno una prova in vista della prima del vestito completo. Qualche sera dopo la trovano morta, 22 colpi di forbice, nessuno sul petto. E inizia un’altra storia gialla.

Il centesimo di Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 1925), wow! La trama gialla si inserisce nel contesto noir delle rotte cangianti dei migranti, dei drammi sociali che ne sono all’origine e che li accompagnano nel percorso, una descrizione empatica e solidale, una riflessione esplicita (del protagonista) e implicita (i fatti), efficaci almeno quanto due saggi sulla libertà di migrare. Grazie Camilleri! Che, come sempre, narra in terza fissa su Salvo, opere pensieri sogni mangiate, una partitura musicale in capitoli ritmati dall’argot vigato-camillerese, ora dettato a Valentina Alferj (occhio, orecchio e contrappunto immediato del metodico grandissimo autore). Il commissario va assolutamente invidiato per Enzo e Adelina, più che per il successo con l’altro sesso (non a caso continua a stare con Livia). Va a pranzo all’ottima trattoria del primo (la moglie in cucina, passeggiata sul molo a seguire), a cena trova le leccornie preparate dalla seconda. Quando si mangia non si parla di lavoro. È proprio una goduria. In ordine cronologico prima l’uno poi l’altra. Zuppa dei migranti; spaghetti e vongole; cannicciola e trigli al sali; pasta di tò mogliere e virdurina sconnita; pasta con la buttarica e trigghi fritti ca cipudda; purpiteddri e gammari fritti; ‘nsalata di mari e residuati di pisci (da liccarisi le dita). Pasta ‘ncasciata; baccalà co i passuluna; sarde marinate con oglio e aranci; timballo di riso; sfincioni con la carni; sartù di riso con pisci; pitaggio di favi, piseddri e cacoccioli. Buon vino di accompagno. Una dieta settimanale per non morir mai. Canticchia i Beatles, ascolta Bach in chiesa.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/80: Riva

L’ultimo rigore di FarukTitolo L’ultimo rigore di Faruk. Una storia di calcio e di guerra
Autore Gigi Riva
Editore Sellerio
Anno 2016
Pagine 187
Prezzo 15 euro

Firenze. 30 giugno 1990. È in corso Jugoslavia-Argentina, quarti di finale dei Mondiali. Si va alla lotteria dei calci di rigore, il capitano difensore bosniaco con la maglia numero 5 Faruk Hadžibecić sbaglia, la magnifica squadra nazionale viene eliminata e, da lì in poi, la nazione stessa si sfalda definitivamente.
Il caporedattore centrale del settimanale “l’Espresso” (che allora seguiva le crisi balcaniche come inviato speciale de “il Giorno”) Gigi Riva (Nembro, 1959) ricorda l’episodio, premesse e seguiti, sportivi e politici, per il tramite della biografia del calciatore. Interessante e tempestiva la sua inchiesta storica “L’ultimo rigore di Faruk. Una storia di calcio e di guerra”, mentre assistiamo a partite latinoamericane ed europee e assisteremo a giochi olimpici ove immigrazione e meticciato sono elementi ordinari di identità pur sempre nazionali. E separatismo e razzismo possono essere dietro l’angolo (di una sconfitta).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/79: Angeli

Kabul RomaTitolo Kabul-Roma. Andata e ritorno (via Dehli)
Autore Andrea Angeli
Editore Rubbettino
Anno 2016
Pagine 237
Prezzo 14 euro

Kosovo, India, Afghanistan. 2010-2015. Andrea Angeli (Macerata, 1956) da 30 anni lavora sui fronti caldi per l’Onu e altri organismi internazionali. Ha raccontato i primi decenni nel libro Peacekeeper, poi il seguito in Senza pace, ora gli ultimi cinque anni nel bel saggio Kabul-Roma. Andata e ritorno (via Dehli), con ottima prefazione di Bernardo Valli.
Prima fu destinato a gestire i rapporti Onu con la stampa a Pristina, poi (dal 2012 al 2014) a collaborare col Ministero degli esteri italiano nella vicenda dei Marò arrestati in Kerala, infine ancora a Herat per l’Alleanza atlantica.
Angeli è un Political Adviser, assiste il comandante del contingente sui temi di carattere politico-diplomatico, in genere unico civile fra centinaia di mimetiche di ogni grado, arma e nazionalità.
Brevi paragrafi, stile colloquiale e godibile, colmo di utili riferimenti a personalità ed episodi nei quali ci si imbatte di continuo, per meglio conoscerli e valutarli.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2016

book-toiletLiberazione
Dai che ce la fai…
Era quasi un’ora che soffriva. Non era mai stato così male, nemmeno dopo le batoste subite a scacchi da quel maledetto stronzo del suo amico che aveva un culo come la cupola di San Pietro. Rimpiangeva i tempi in cui tutto era  semplice e naturale. Allora, dopo lo sforzo, si sentiva leggero, come rinato a nuova vita. Allargava le braccia e gli veniva spontaneo un sospiro di soddisfazione. Poi era venuta quella cosa… non si ricordava nemmeno il nome. E aveva cominciato a soffrire. Si sentiva chiuso, soffocato, con un dolore intenso che gli partiva dal basso e sembrava volesse scardinare le viscere. Sempre nello stesso luogo angusto e soffocante. Come in quel momento. Fece un ultimo sforzo, si piegò leggermente con il capo, serrò le mascelle, strinse i pugni. Poi si alzò a fatica. Si guardò allo specchio, il volto acceso, imperlato di sudore. Sorrise. Ce l’aveva fatta. L’aveva fatta tutta.
Unico mio pezzettino rifiutato per la pubblicazione in altra sede (capita e non bisogna farla lunga). Una classica stronzata lottiana? Sì, ma qui (vedi dove si svolgono le letture) ci fa la sua bella figura. E ogni tanto una stronzata fa sempre bene. Scritto anche l’elogio della cazzata che è lo stesso tanto per ritrovare un po’ di perduta goliardia.
Questa volta più veloci del solito senza tante manfrine. Insomma sintetico, forse anche troppo.

L’alta cucina del delittoL’alta cucina del delitto di Ellery Queen, Douglas Clark e Cornell Woolrich, Mondadori 2016.
Intanto, come antipasto, la succosa ”Introduzione” di Mauro Boncompagni sul rapporto giallo-cucina che ha prodotto ottimi risultati, anche perché, come scrive lui stesso “tra l’attività del cuoco e quella del giallista c’è una somiglianza di fondo, a pensarci bene: confezionare un buon piatto può essere magari meno complesso, ma è altrettanto soddisfacente che confezionare un buon poliziesco.” Vedi un sacco di scrittori citati tra cui i nostri tre baldi giovani (si fa per dire).
Tre racconti che hanno come protagonista eccellente il cibo. Uno stufato con troppa cipolla che farà scoprire il colpevole (La ricetta del diavolo di Ellery Queen, ovvero Fletcher Flora); una cena speciale che manderà al creatore la signora Daphne che non avrebbe dovuto mangiare formaggio. Ma il formaggio non c’era nel menù. O era nascosto in qualche modo? E come? (Ne uccide più la gola di Douglas Clark); nel terzo il cibo si presenterà addirittura come giudice tremendo e inflessibile in un caso di assassinio! (Morte in ascensore di Cornell Woolrich).
Da qui in avanti mi sa che guarderò con occhio diverso tutte le pietanze.

La strana morte del signor BensonLa strana morte del signor Benson di S.S. Van Dine, Mondadori 2016.
“Alvin H. Benson viene trovato dalla governante in una fatale mattina di giugno. Giace riverso in poltrona nel soggiorno della sua lussuosa residenza. Gambe accavallate, la testa poggiata contro lo schienale, un libro ancora stretto nella mano destra. Una posizione talmente naturale che ci si aspetterebbe quasi di vederlo alzarsi in piedi da un momento all’altro… Non accadrà, non foss’altro perché è morto, assassinato. Un proiettile sparato frontalmente a distanza ravvicinata gli ha trapassato il cranio come fosse burro, producendo una larga chiazza di sangue sul tappeto.” È qui che nasce per la prima volta  nel 1926 Philo Vance, uno snob con la puzza sotto il naso (seppure mancante di un titolo nobiliare) e discretamente cinico con monocolo incorporato, ricercato nel vestire, appassionato collezionista di opere d’arte, di stampe cinesi, di tesori egizi. Non ricordo che ami cavalcare ma sono sicuro che si diletta di scherma ed è un eccezionale giocatore di poker e, soprattutto, di scacchi (mia fissa). Rimasta impressa una eccezionale interpretazione di Giorgio Albertazzi alla televisione del tempo che fu. Qui un bell’articolo del nostro Pietro De Palma.

Passeggeri notturniPasseggeri notturni di Gianrico Carofiglio, Einaudi 2016.
“Voci che risuonano nell’oscurità di vagoni semivuoti, lampi che scaturiscono da frammenti di conversazione, profumi nascosti negli anfratti della memoria. I titoli di questa singolare raccolta – trenta scritti di tre pagine ciascuno – rappresentano di volta in volta un genere diverso, in un susseguirsi di aneddoti, brevi saggi, racconti fulminei. Li popolano soprattutto figure femminili sfuggenti e indimenticabili, mentre a vicende drammatiche, o amare, si alternano situazioni comiche, sempre in un gioco di specchi tra realtà e finzione.” Ho ripreso quasi tutta la quarta di copertina che sintetizza in maniera efficace la struttura e il contenuto del libro (altrimenti che servono a fare le quarte di copertina).
Scrittura gradevole, a volte seria e impegnata, a volte leggera e frivola, a volte tenera, a volte ironica spruzzata di sorriso, che, accanto a qualche momento scontato, fa un pizzico riflettere. Così, senza esagerare.

La battaglia navale di Marco Malvaldi, Sellerio 2016.
La battaglia navaleQuando ho voglia di farmi qualche risata mi butto sui libri di Marco Malvaldi. Come in questo caso tra il vernacolo sboccato e le battute esplicite dei vecchietti del BarLume presso Pineta, sul litorale pisano. Precisamente al “Bocacito”, il ristorante più elegante della zona. In quattro a lavorarci: Aldo, Tiziana, Tavolone e Natasha, ognuno con le sue storie.
Per Massimo, che fa parte della brigata casinara, urge una vacanza con la fidanzata Alice Martelli, vicequestore di Pineta. Tutto facile se non si abitasse proprio qui, dove arrivano morti ammazzati a babordo e a tribordo. Come quello di Olga “Vattelappesca”, una badante ucraina ritrovata stecchita sulla spiaggia del luogo. Sposata e angariata da un elemento ben noto alla polizia per varie e losche faccende.
Malvaldone è un furbo matricolato di tre cotte. Ogni tanto butta lì qualche parola o frase “strana” che attiri la nostra curiosità e poi via a smascherarla nella maniera più simpatica possibile. La vicenda giallistica in se stessa conta sì, ma fino ad un certo punto (mi pare ben costruita anche se complicatina). Quello che colpisce sono le figure, gli attori prostatici o meno, che sbalzano in rilievo con i loro tic, le loro manie, le loro problematiche. Personaggi veri, vivi, vitali pronti alla battutaccia popolare, alla critica sferzante ma pronti pure all’abbraccio sincero che l’amicizia è sacra. Come tutti (o quasi) quelli della mia amata Toscana.

Il commissario cade in trappola di Hakan Nesser, Guanda 2016.
Il commissario cade in trappolaLa storia è sempre quella. C’è un assassino in giro che taglia le teste con una specie di machete in una cittadina come Kaalbringen: il Tagliateste. Poi ci sono quelli senza testa,  un paio all’inizio e un altro più avanti. C’è la polizia che indaga, mettiamo con il commissario Van Veeteren che sbevazza volentieri insieme ad altri colleghi, tra cui una donna, con le loro problematiche di vita familiari o sentimentali. Poi ci si infila l’assassino e, senza farne il nome, naturalmente, lo si segue, per un po’, nei suoi incubi o deliri ricorrenti per vedere l’effetto che fa. Andando avanti si setaccia la vita dei morti ammazzati e tutta la città negli angoli più bui, si fanno interrogatori a non finire, si schiaffano in qua e là dubbi, assilli, tormenti, magari tra una partita e l’altra di scacchi che fa contento il sottoscritto, si crea un’atmosfera di panico in cui sguazza la cronaca cittadina, ci si infila un cretino che si autoaccusa e alla fine ecco il colpo a sorpresa uguale spiccicato ad altri millanta colpi a sorpresa che non fanno più sorpresa. Il tutto ben scritto, bene organizzato e ben risaputo.
Non se ne può più. Ma sarà la vecchiaia.

Le acque torbide di JavelRitorna in auge il noir francese con Le acque torbide di Javel di Léo Malet, Fazi 2016. E con grande merito, aggiungo, per avere creato, tra le altre cose, l’indimenticabile detective privato Nestor Burma attaccato di brutto alla pipa e, in misura minore,  pure alla bottiglia. Individualista accanito, tombeur de femmes e ben sicuro di sé, capace, lo dice lui stesso, di mettere “knockout il mistero.” Qui alle prese con continue sparizioni di personaggi e apparizioni di cadaveri (come al solito) e pure con certi arabi sospetti.

La Polillo si è ripresa, se Dio vuole, da un momento di impasse e ha ricominciato a sfornare buoni e ottimi prodotti come, per esempio, Quella cara vecchietta di Quella cara vecchiettaBelton Cobb, Polillo 2016. Una vecchietta malata di cuore e una cameriera, pure considerata vecchietta (anche se non arriva ai sessanta anni), ad accudirla. Con la paura che, perdendo la padrona, si ritrovi nella miseria. Quando apprende da un’amica che Mrs Sprague (la malata) le lascia 2000 sterline al momento del trapasso, se però è ancora al suo servizio, si sente rifiorire. Ma (c’è sempre un “ma” in certe storie) la nipote, visto che la zia peggiora, desidera chiamare una vera infermiera. Non la faccio lunga. C’è da fare una iniezione con un grano di morfina. Emma (la cameriera) è tentata di provocarle la morte aggiungendone due grani ma desiste. Solo che la malata trapassa ugualmente a miglior vita…

Compleanno con delittoAltro parto polillesco di quest’anno Compleanno con delitto di Lange Lewis. Bevery Hills. Due sposi: Albert Hime, produttore di filmetti e Victoria Jason, scrittrice e sceneggiatrice (e pure rompitrice di palle quando parla delle sue storie). Un caffè e chi lo beve, il marito, trovato dalla consorte il mattino successivo steso a terra stecchito nella camera degli ospiti (proprio per il suo compleanno). Avvelenato come in un libro della moglie (vedi un po’). Entra in scena il capo della Squadra Omicidi di Los Angeles Richard Tuck, immancabilmente vestito di marrone, lento e di poche parole, riluttante “a compiere un arresto in mancanza di prove certe” che prende appunti attraverso un suo particolare sistema. Tre persone sono venute a trovarlo ma la maggiore sospettata è la moglie. Non per Tuck che la ritiene una donna troppo intelligente…
I terribili critici Barzun e Taylor nel loro Catalogue of Crime lo valutarono “Un romanzo praticamente perfetto per la purezza della messinscena e la godibile prosa.” A me pare dignitoso e di gradevole lettura per lo stile fluido e talora ironico.

Il convento sull'isolaE lo stesso fondatore della collana Marco Polillo è uscito con il suo nuovo libro Il convento dell’isola, Rizzoli 2016. Strani furti a Orta San Giuliano, nelle ville e in un monastero di clausura, un quadro che si sposta da solo, due omicidi che impegneranno il vicecommissario milanese Enea Zottia insieme al maresciallo Danova tra una atmosfera che puzza di soprannaturale, suore, ricchi spiantati, ragionieri, monache in una vita di provincia dove albergano antichi legami, gelosie e rancori. Con la leggerezza di scrittura che è propria dell’autore.

Spiluzzicato alla Einaudi di Siena La minaccia di Anne Holt, Einaudi 2016, seguito di Quota 1222, già dal sottoscritto letto e apprezzato. Qui, l’ufficiale di polizia di Oslo Hanne Wilhelmsen, è alle prese con il terrorismo di matrice islamica. Così sembra, ma la nostra vuole andare a fondo al problema e, come succede spesso, sarà un vecchio caso del passato a gettare nuova luce sull’evento funesto (mai che il passato, soprattutto nei gialli, si faccia gli affari suoi).

Città ingrataDel poeta-scrittore Giorgio Diaz ho sotto gli occhi Città ingrata, Temperino rosso 2016. “Un uomo, la città della sua giovinezza, un amore perduto. Al limitare della conradiana linea d’ombra che segna il distacco fra la gioventù e l’età adulta, Andrea viene catapultato per caso in una vicenda che sconvolge il suo equilibrio, raggiunto dopo molte peripezie.”

È rinato a nuova vita Scacchierando, il blog che offre una panoramica internazionale sugli scacchi e i loro personaggi, a partire dal campione del mondo Magnus Carlsen. Un grazie a chi ha saputo, in qualche modo, resuscitarlo, in primis a Stefano Bellincampi. Qui i miei articoli sul rapporto giallo-scacchi.

Per la storia (altra mia passione) ho tirato, anzi ritirato fuori dagli scaffali Sui fondamenti della storia antica di Arnaldo Momigliano, Einaudi 1984, una scelta di saggi su alcuni problemi della storia: “la natura della civiltà ellenistica, il carattere dello stato romano arcaico, la struttura dell’impero romano, ma anche il valore delle opere di pensatori e storici che, da Vico a Burckhard, da Gibbon Weber, hanno segnato i progressi della nostra comprensione e dei nostri rapporti intellettuali con l’antichità.” Cultura, competenza, osservazioni critiche di un grande studioso. Spiluzzicato in qua e là insieme ad una scorribanda su L’impero ateniese di Aldo Ferrabino, I Dioscuri 1988, infilandomi nei problemi del passato (che non erano pochi) per dimenticare, almeno per un attimo, quelli presenti.

Un giretto fra i miei libri
La donna ombra di Craig Rice, Mondadori 2011.
Mettiamo un fantasma, o meglio un “fantasma” con le virgolette che si diverte ad apparire in qua e là per spaventare qualcuno e vendicarsi, cioè Anna Marie St Claire, accusata ingiustamente di omicidio e salvata all’ultimo momento dalla confessione dell’assassino stesso. Niente sedia elettrica ma la notizia della sua morte viene data ugualmente (non sveliamo il perché). Mettiamo un avvocato irlandese sbevazzone e fumone (mio conio), amante del gioco e delle belle donne. Mettiamo un capitano della polizia di Chicago sempre su di giri e in aspra lotta con il nostro avvocato (un classico). Mettiamo una banda di estorsori insieme a corpi irrigiditi sparsi in qua e là,  uno stile veloce e frizzante intriso con una punta di umorismo, un po’ di aggrovigliamento dei fatti, il colpo di scena finale con l’ulteriore colpo di scena finale a soppiantare il precedente colpo di scena finale. Mettiamoci un titolo “La donna ombra” e un sottotitolo “Dal braccio della non-morte”. Per ultimo infiliamoci il nome dell’autrice Craig Rice e il gioco è fatto.

Ci sono libri di cui basta la parola (mi ricorda la pubblicità di un lassativo). Insomma il nome dell’autore per avere una garanzia di qualità. Come Donald Westlake (alias Richard Stark) e Il signor omicidi, Mondadori 2008. Visto e preso.
“Carey Thorpe è un critico cinematografico a cui piacciono molto, forse troppo, le donne, e i casi polizieschi che risolve per il sergente Fred Staples. Ma quando, durante una violenta discussione, la bella Laura Penney batte la testa e muore sul colpo, l’ultima cosa cui Thorpe pensa è confessare. Esce di soppiatto e spera di farla franca. Non sa però che il marito geloso la faceva sorvegliare da un investigatore. Per sfuggire alla giustizia, Thorpe dovrà sviare i sospetti di tutti, inclusi quelli dell’amico Staples”.
Il nostro “particolare” protagonista è nato a Boston nel 1942, laureato in letteratura americana, sposato-separato (mi pare) con due figli Rita e John, riceve una rendita di quindicimila dollari all’anno per un lascito della nonna. Ma diecimila li deve dare come ricatto all’investigatore privato che non farà una bella fine (martello in testa). Passione per Kit, redattrice divorziata senza figli “divertente e autosufficiente”. Una manna dal cielo. Ma non è insensibile alle lusinghe della moglie di Staples (lui “intuitivo ed emotivo). Galeotto il film “Angoscia” e mi vien che ridere mettendoci pure un cadavere nell’armadio.
Valium e Bourbon a tutta randa. Citati una brancata di film. Lui, assassino, scopre gli assassini. Quello del regista John Wicher, di Bairt Ailburg, di Margo Templeton e di un altro tizio strangolato con un filo di ferro. Per di più in una classica stanza chiusa. E non manca l’altrettanto classico “Elementare, caro Watson”.
Aggiungo lettere anonime e il cerchio che si stringe lentamente intorno a lui. Scrittura piacevole, brillante, ironica con momenti di spiccata ilarità.

L’assassino ipocondriaco di Juan Jacinto Munõz Rengel, Castelvecchi 2012.
L’assassino ipocondriacoIl riso e il sorriso tra i morti ammazzati mi ha sempre colpito e ci ho pure scritto sopra un pezzetto qui, per cui nessuna difficoltà ad impossessarmi del libro citato.
“Non mi resta che un giorno di vita” cantilena l’assassino Y che deve far fuori Eduardo Blaistein seguito da un anno e due mesi (l’hanno pagato per questo). Puntuale come Kant, e se la vittima ritarda di un minuto lungo il solito percorso arriva il cardiopalmo. Nato l’11 novembre 1966 in Argentina, venuto in Spagna verso i sei anni, persa la madre a sette anni, il padre a nove. Sfortunato da morire, dice lui,  (e infatti dovrebbe morire da un momento all’altro). Strabico, negato il riposo secondo il mito di Ondina deambula per le strade inseguito dalla sonnolenza. Colpito pure dalla sindrome di Proteus, dell’accento straniero e di Möebius, da Immunodeficienza Acquisita, dallo Spasmo Professionale, allergico all’epitelio dei cani e mi sono perso senz’altro qualche altro malanno.
Il suo obiettivo è, dunque, questo Blaistein (ha pure un’amante), che segue dappertutto, anche in casa sua, per tentare di farlo fuori, ma mica è facile con tutti gli acciacchi che si porta appresso! (vorrei vedere voi). D’altra parte la sua vita è condizionata dal rapporto con i grandi malati della Storia perseguitati pure dalla malasorte, a partire dall’ossessione di Kant, già citato, per continuare lungo una litania di disgraziati maledetti (Edgar Allan Poe, i fratelli Goncourt, Byron, Swift, Proust ecc…).
Ma la domanda che ogni tanto serpeggia istintiva nel lettore è “Chi l’avrà pagato per uccidere Blaistein e ce la farà ad ucciderlo?”, perché qualche dubbio incomincia a serpeggiare sin dall’inizio.
Un libro scritto con evidente intento iperbolico ed umoristico, però tra un sorrisetto e l’altro, tra una risatina sotto i baffi e l’allargarsi felice delle pupille, ecco spuntare una smorfietta, un alzarsi improvviso del sopracciglio sinistro (quello più uggioso) quasi a dire basta, poni un freno, non indugiare troppo qui, non farla troppo lunga là.

La vigna di Salomone di Jonathan Latimer, Mondadori 2010.
La sua serie più conosciuta, come romanziere, è quella del detective privato Bill Crane, praticamente una spugna vivente. Ma anche Karl Craven, come a dire fumo e alcol a go-go, senza stare a guardare tanto per il sottile, non è poi da meno. Sottolineati birra, whisky sour, bourbon, cognac, rye, old fashioned e champagne all’occasione che non ci si fa mancare niente. Cibo solido, si capisce, bistecche al sangue (meglio se di mezzo chilo) e insalata, costolette di maiale con purè di patate, uova, prosciutto e un filetto sempre al sangue. Se c’è un bel pezzo di torta di mele si ingolla anche quella. Centodieci chili di stazza, una ferita di coltello nel ventre a ricordare la sua vita movimentata e un caldo boia (altro personaggio non secondario di tanti romanzi) che lo fa sudare come una fontana e allora frenetiche entrate ed uscite dalla doccia. Sulla bocca bellezza, pupa, bambina, manca l’ufficio polveroso, la sedia scalcagnata, i piedi sulla scrivania, la segretaria tutta curve e siamo a posto.
Protagonisti principali il gangster cattivone, la bella sadicotta (picchiami, picchiami, prendimi, prendimi),  la comunità religiosa “La Vigna di Salomone” che nasconde traffici illeciti, sesso e droga. Da salvare la Principessa, ovvero Penelope Grayson, a capo della setta e portarla via su ordine del solito zio straricco. Non proprio facile se c’è già un morto ammazzato, più precisamente Oke Johnson, socio del nostro investigatore che ci ha provato lasciandoci le penne. Capo della polizia Piper, naturalmente coinvolto nei “casini” come da cliché. Aggiungo così a caso senza tema di sbagliare: spavalderia, botte da orbi, ginocchiate nelle palle (non è una battuta), destri alla mandibola, montanti al fegato, pedate in do coio coio, sparatorie varie, morti ammazzati e il dubbio assillante “Chi ha ucciso Oke?”.
Prosa ironica e brillante con qualche inevitabile battuta e scena scontata, ritmo veloce, serrato, come l’accavallarsi degli eventi.

Ora la parola alla nostra imprescindibile Patrizia Debicke (la Debicche).
La valle dei cadaveri di Antonio Invernici, Newton Compton 2016.
La valle dei cadaveriLa presentazione del romanzo annuncia: le ombre della provincia italiana nell’avvincente nuovo noir di Antonio Invernici: La valle dei cadaveri.
Altro che ombre dico io, siamo alle più abiette depravazioni di una banda di ricchi e maturi appartenenti alla “soit disant élite” della zona che cercano l’evasione nello stupro di gruppo di minorenni e, se non basta, offrendosi di tanto in tanto come “bombon” per eccitare i loro perversi appetiti sessuali lo “snuff movie”, l’orrenda pratica di delitti erotici da riprendere e diffondere sul web.
Tutto parte dalla scomparsa di una brillante studentessa sedicenne. La tranquilla realtà di una provincia si trasforma in un inquietante incubo granguignolesco dominato solo dalla violenza e dalla follia. Il sinistro fragore di una cascata, il lento sciabordare delle onde del lago e il pauroso silenzio dei boschi diventano il palcoscenico di uno spettacolo scellerato, che mette tanta, forse troppa, carne al fuoco e coinvolge direttamente come attori, sia gli adulti che i ragazzi.
La storia parte bene e a mio vedere avrebbe potuto funzionare benissimo, ma probabilmente l’autore, ispirandosi a certi autori noir horror americani, tedeschi o scandinavi, ha penalizzato alcuni personaggi privilegiando ed esasperando certi loro aspetti da psico thriller. Per fortuna le forze speciali italiane fanno buona figura, anzi ottima.
Si dice sempre che la realtà va oltre la fantasia, e anche tanti recenti fatti di sangue italiani sembrano dimostrarlo puntualmente però stavolta mi sembra che vinca la fantasia.
Libro corposo di ben 480 pagine e che piacerà senz’altro agli amanti del genere.

La meraviglia degli anni imperfettiÈ approdato da poco in libreria il romanzo La meraviglia degli anni imperfetti (titolo originale Ultimas noticias del paraiso) di Clara Sànchez, Garzanti 2016, da lei scritto nel 2000 e Premio Alfaguara de Novela 2000, finora mai pubblicato.
La storia, un’ondivaga esplorazione nella confusione esistenziale, rappresenta bene anche il ritratto di una certa alienazione della gioventù dei ruggenti anni spagnoli ’80-’90. Costruita come un lungo, quasi mai interrotto monologo narrativo in prima persona entra nel pieno durante l’adolescenza di Fran, il protagonista, che ha dovuto abituarsi a vivere con una famiglia particolare, fatta da una madre che vive con lui, ma assente psicologicamente e spesso anche fisicamente dalla loro villetta, in un complesso residenziale poco lontano da Madrid, e da una sbiadita figura di padre sempre lontano per lavoro.
Riporto l’incipit del romanzo che ben descrive lo scenario: «Vivevamo relativamente vicino all’Híper e un po’ più in là rispetto al centro commerciale Zoco Minerva, che aveva due piani e una copertura di vetro a volta, dove da bambino salivo spesso su un’Alfa Romeo che funzionava con cento pesetas. Casa nostra era una villetta con un giardino molto curato nel periodo della mia infanzia e un po’ più selvatico durante l’adolescenza. Era il numero sedici di calle Rembrandt, una via in leggera pendenza fino alla fermata dell’autobus, laggiù, dall’altro lato della strada, dove cominciava un enorme terreno edificabile in vendita che circondava la piccola e solitaria pensilina rossa».
Per il resto leggetevelo (Fabio).

Nove volte per amore di Maurizio de Giovanni, Centoautori 2016.
Nove volte per amoreMaurizio de Giovanni con questa sua antologia motiva, indaga e fruga nelle tante e infinite zone d’ombra che stanno o potrebbero stare dietro ogni crimine. Si impadronisce di nove casi di cronaca nera, nove storie che hanno indignato appassionato, diviso e sconvolto l’Italia e che magari continuano a farlo. Casi che spesso non hanno ancora avuto una conclusione giudiziaria certa, oggi rivisti e riletti dall’immaginazione e interpretati dalla fastosa penna di Maurizio de Giovanni. Nove complesse indagini con i presunti (bisogna sempre essere garantisti) colpevoli e forse innocenti, con le vittime e i carnefici, che si mischiano scambiandosi in un turbine di inquietanti passioni e plausibili misteri.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica LottiFabio Jonatan Jessica

La Debicke e… Scrivere è un mestiere pericoloso

Scrivere è un mestiere pericolosoScrivere è un mestiere pericoloso
di Alice Basso
Garzanti, 2016

Seconda avventura di Vani Sarca, stuzzicante personaggio del panorama letterario inventato da Alice Basso, con il colpo di genio di regalarle i panni di valente ghost-writer de L’Erica edizioni.
Vani Sarca già, a metà tra Lisbeth Lisander e Abby Sciuto di NCIS, look total black, rossetto e ombretto viola con l’occhio sinistro nascosto da un ciuffo di capelli neri da ragazzina (dimostra almeno dieci anni meno dei suoi trentaquattro), sempre rigorosamente vestita di nero, intelligentissima, menefreghista, animo solitario, carattere di merda, conversazione più tagliente di un rasoio ma che, se serve, sa ammorbidire e calibrare per creare un’immediata connessione. Dote che le regala una marcia in più per il suo lavoro di ghost-writer perché, essendo dotata di una straordinaria capacità, le basta infatti poco, magari un gesto, una parola, un’espressione del viso per immedesimarsi nelle persone e poi, imitandone lo stile, scrivere cose che sembrano scritte da loro.
Chiuso il coinvolgente ma stressante capitolo amoroso con Riccardo, famoso scrittore, afflitto ohimé dalla sindrome della pagina bianca, di L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, nella vita di Vani Sarca ci sono due novità: la prima, è stata ingaggiata dalla Polizia di Stato in veste di “consulente in materia di comunicazione e relazioni pubbliche”. Eh già perché le sue doti di empatia, quasi da profiler, l’hanno portata a conoscere e collaborare con il commissario Romeo Berganza, scapolone, intrigante reincarnazione di Philip Marlowe, con perenne sigaretta accesa e nipote Ivano tredicenne scavezzacollo. E dato il fallimento come pistolera al poligono di tiro, a frequentare lezioni di autodifesa. Non aikido, molto meglio il krav maga!
La seconda: dopo aver salvato la Casa editrice da uno scandalo epocale con l’aiuto di Berganza, ha ottenuto un rinnovo di contratto con miglioramento salariale, il che fa sempre comodo.
Stavolta Vani dovrà sobbarcarsi una serie di appuntamenti per dedicarsi alla stesura di un libro di arte culinaria, creando un brioso ricettario mondano, tratto dalle memorie dell’ottantunenne cuoca di una famosa famiglia torinese, i Giay Marin. Impresa difficile da affrontare perché Vani, che si fa un punto d’onore sapere di cosa scrive, detesta cucinare e non ha la minima idea di cosa sia lo scalogno. Per fortuna il suo capo, il commissario Berganza, oltre a condividere con lei la passione dei libri gialli d’autore, è un seguace della buona cucina amata da Simenon, Vasquez Montalban e Nero Wolfe e si dichiara pronto a farle lezione.
Ma zac: un’inimmaginabile rivelazione cambia le carte in tavola: l’anziana cuoca confessa di aver commesso un delitto. Un delitto avvenuto anni prima, che riguarda una delle famiglie più in vista di Torino. Uno scoop letterario? Nossignore perché l’argomento scotta e invece serve un’indagine poliziesca. Ci sono vecchie brutte storie che pesano come macigni. Bisogna muoversi con i piedi di piombo. Berganza scava con discrezione, ha bisogno di Vani Sarca e della sua capacità di sondare le persone e scoprirne i segreti più nascosti. Le ipotesi crollano una dopo l’altra, ci sono tanti elementi che mandano fuori strada. La storia è molto complicata e lungo e ingannevole il cammino che finalmente permetterà di conoscere la verità.
Divertente, scorrevole e con qualche flash back che non toglie ritmo alla trama. Da ricordare il ventaglio di personaggi che fanno ala alla protagonista e quasi onnipresente voce narrante, tra i quali stavolta giganteggia il commissario Berganza, accompagnato dalla sua irrinunciabile equipe di “ragazzini”: ancora Morgana, il quasi clone adolescenziale di Vani, Enrico Fuschi, il boss, direttore editoriale della bicentenaria e torinese Edizioni l’Erica, Irma la straordinaria cuoca ottantenne dei Giay Marin, Cinzia Croco, l’insopportabile autrice di La fata della forchetta magica, Riccardo, il grande scrittore, l’ex di Vani che vorrebbe tornare in carica, ma…
Io non tifo per lui!
Ancora una volta Alice Basso sa bene come farsi leggere.

Le brevi di Valerio/78: Macchiavelli

L'archivistaTitolo L’archivista
Autore Loriano Macchiavelli
Editore Einaudi
Anno 2016
Pagine 241

Bologna. 1981. Il Giallo Mondadori (il settimanale che va solo in edicola) pubblicò L’archivista, il nuovo romanzo di Loriano Macchiavelli (Bologna, 1934), che aveva già scritto sette avventure con protagonista Sarti Antonio, sergente. Qui il poliziotto archivia la pratica di uno scippo per strada in cui l’autista dell’auto (con la targa di una città inesistente) aveva lasciato in coma la 18enne universitaria Norma Valini. In archivio c’è Poli Ugo, vice ispettore aggiunto. È lui l’odioso protagonista che risolverà il caso: insopportabile, presuntuoso, asociale; burocrate violento fascista; sciancato col bastone e un alibi per angariare tutti; misogino e misantropo; astemio, niente sigarette e caffè; moglie accasciata e figlio di sinistra; debole coi forti, forte coi deboli; ghigni e mai risate; intelligente e crudele. Finalmente arriva in libreria e lo sfortunato Sarti fa da comparsa. I lettori di oggi hanno di che divertirsi e riflettere.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/71: Morchio

Fragili veritàBruno Morchio
Fragili verità
Garzanti, 2016
Giallo

Genova. Luglio 2015. Giovanni Battista Bacci Pagano, ateo divorziato single, va al funerale del suo amico e coetaneo Cesare Almansi, senatore schiantatosi con la Bmw sul guardrail della Firenze-Lucca. Dalla precedente campagna elettorale (un paio d’anni) si erano ritrovati, affrontando poi una terribile complicata pericolosa vicenda criminale: “la verità è così fragile, e chi può escludere che sia stato un colpo di sonno?” È un’altra indagine a occupare i pensieri dell’investigatore privato. I coniugi Selman lo chiamano nella loro stupenda villa del Seicento per capire dove può essere finito il figlio 16enne Giovanni, adottato 8 anni prima in Colombia. Sono ricchi: Jacqueline è un’architetta arredatrice d’interni, bella cinquantenne mediterranea, Chanel N. 5; Giacomo un ingegnere civile ereditiero, isterico e rammollito, astemio e vegetariano, esile con gli spermatozoi pigri; Giovanni si chiamava Bernardo, aveva trascorso un’infanzia povera e disperata, ha un fisico scolpito da arrapante indio, acerbo e atletico, potente in piscina. Bacci si sta ancora rimettendo dal gravissimo trauma che quasi lo aveva ucciso, sei mesi imbragato in una gabbia ortopedica. Fuma la pipa, gira in Vespa 200 PX, prova a chiacchierare dell’incarico con Totò Pertusiello, il carissimo capo della sezione omicidi andato in pensione da sei mesi, con problemi cardiologici. Ci riflettono su davanti a un Negroni e poi riesce a trovare subito il ragazzo. Scopre che spaccia in discoteca e si interessa alle FARC, le Forze armate rivoluzionarie del suo paese d’origine, sarà complicato riportarlo a casa, ovunque essa sia.

L’ottimo psicologo e psicoterapeuta Bruno Morchio (Genova, 1954) prosegue la serie notevole e di successo (11 romanzi, prima Frilli ora Garzanti), il noir dei caruggi, con un bel testo dedicato “a tutti i Giovanni che ho conosciuto nel mio lavoro in consultorio”. Una lunga relazione condizionata dal non aver figli, l’adozione da adulti di chi ha già maturato indimenticabili passaggi di vita, i lussi di relazioni affettive insicure e parzialmente insincere, i percorsi per farsi male e per accettarsi davvero, i contesti emotivi e culturali della guerriglia contro oppressioni inaccettabili sono il filo di una narrazione in prima, intensa e psicosociale, dopo la parentesi giallo politica. Non a caso il riferimento continuo è questo monito del Che: “bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”. Già. Anche Guevara fu ucciso a sangue freddo il giorno dopo la cattura (e l’anno prossimo ricorrerà il cinquantenario dell’assassinio nel 1967, seguite Taibo II)! Il vero elemento thriller del romanzo è la parte colombiana della storia, anche nelle ricadute italiane. Segnalo la presbiopia affettiva: capacità di giudizio offuscate verso le cattive scelte di persone vicine, stoica determinazione nel combattere la cattiveria lontana. La figlia Aglaja, prossima a laurearsi in lettere (Morchio si laureò con Sanguineti), convivente col padre, è in vacanza a Le Castella (ricordo) e prima o poi se lo sposa l’acuto cuoco fidanzato Essam, con dote da detective. Molti cocktail, decisivo l’Asinello. Ottimi bianchi e fiaschi di Chianti. Conte e Guccini nei passaggi chiave.

(Articolo di Valerio Calzolaio)