Quasi per caso (Le gialle di Valerio 217)

Giancarlo De Cataldo
Quasi per caso
Mondadori Milano, 2019
Giallo

Torino e Roma. Aprile 1849. Durante la guerra lampo del re Carlo Alberto contro l’Austria e la rapida (non indolore) sconfitta, il 29enne Emiliano Mercalli di Saint-Just, maggiore dei Regi Carabinieri, si era battuto con onore vicino Pavia, fianco a fianco con i bersaglieri; arresosi a un battaglione di cacciatori austriaci aveva scontato una breve prigionia prima di tornare a casa con tutti gli uomini che gli erano stati affidati. Il maggior generale Negri gli assegna una licenza di quindici giorni, solo che è complicato organizzare in un battibaleno e celebrare le nozze con Naide Malarò, avvenente canzonettista, già attrice di teatro e ora studentessa di medicina, il grande amore della sua vita. Manda ad avvisarla l’attendente valdostano Pierre, ma lei non c’è, è partita per Roma “dove si combatte per la libertà”, fra i seguaci di Giuseppe Pippo Mazzini. Che ci vada anche lui sembra proprio diplomaticamente impossibile, senonché Camillo Benso conte di Cavour, quarantenne basso e pingue, imprenditore economista politico, lo fa portare a Palazzo Reale: insieme allo stesso nuovo giovane re Vittorio Emanuele II lo autorizzano di persona. Gli danno tutti i lasciapassare e le autorizzazioni necessari e affidano l’incarico di ritrovare un antico compagno d’arme di sua maestà e di portare un riservato messaggio agli accoliti repubblicani insorti, proprio mentre Francia e grandi potenze stanno vedendo come scendere in campo a difesa del papa Pio IX e riconquistare Roma. L’amico del re, il conte Aymone Fleury si è innamorato della magnifica principessa Matilde, sposata con il nobile Ottaviani-Augusti e occorre riportarlo indietro a ogni costo. A Roma, tuttavia, è tutta un’altra vita, la priorità è rintracciare l’intrepida Naide e convincere anche lei a tornare. Senonché, a un certo punto, si trova il cadavere del principe marito, Aymone è il colpevole indiziato numero uno. Non sarà l’unico caso d’omicidio da risolvere né l’unica complicazione da sbrogliare per l’aitante Emiliano.

Un classico romanzo giallo storico per lo scrittore giudice Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), che riprende e rilancia il protagonista del caso Diaul del settembre 1848. Siamo alla vigilia dell’attacco dell’esercito francese il 30 aprile alla Repubblica Romana, che resistette eroicamente fino alla definitiva caduta del 4 luglio. La classe non è acqua (forse vermut), bella anche la copertina. Narrazione magistrale, in terza fissa su Emiliano: avvincente come avventura sociale, curiosa e frastagliata come mistero giallo, divertita e divertente sulla Roma dell’epoca. In quella concatenazione di eventi cospirano la perversione umana e il caso (da cui il titolo), mescolandosi come un composto chimico di rara perfezione, al fine di alterare la realtà, manipolarla, renderla incomprensibile. Il caso stesso finirà per dare una mano all’indagine, insieme alla bella personalità del solito amico Gualtiero de Lancefroid, sperimentatore di (varie) droghe e (pessimo) suonatore di violino. Ci s’imbatte in innumerevoli patrioti realmente esistiti, nella dialettica calotipi-daggherrotipi per il primo reportage fotografico di guerra dell’Ottocento, negli utili piccioni viaggiatori usati Da Mazzini per scambiarsi pizzini con Cavour, nei mitici locali l’Osteria della Lepre, i Caffè Greco e dei Crociferi, l’albergo Cesari, in pozioni e veleni, in condizioni del manto stradale che lasciano alquanto a desiderare, nella prima pasta alla carbonara (all’inizio con generici pezzi di selvaggina, poi col guanciale) e nella famosa porchetta di Ariccia, nel consigliere giudice Saraceni (a pag. 180), in un Riccetto “trasteverino der vicolo der Cinque” e in altri amabili abituali luoghi e modi (romani) di dire e agire. Con l’autentico Carpano (al gusto di artemisia), l’Elixir di China e il rum d’importazione competono alla grande i bianchi vinelli dei Castelli Romani. Ormai s’intona Fratelli d’Italia (Mameli era lì) e si canticchia il Va’ pensiero!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Non mi attirano i piaceri innocenti (Le brevi di Valerio 328)

Francesca Sgorbati Bosi
Non mi attirano i piaceri innocenti. Costumi scandalosi nella Parigi del Settecento
Sellerio Palermo, 2019

Parigi. XVIII° secolo. L’annoiata battuta della principessa de Longueville (1619-1679), Non mi attirano i piaceri innocenti, divenne lo spiritoso motto del secolo successivo quando tanti (di quelli che potevano) preferirono i piaceri proibiti ai leciti, e alcuni diletti degenerarono progressivamente in oscene parodie. La “migliore” società visse una sorta di doppia vita in cerca di amori mercenari e clandestini. La poliedrica Francesca Sgorbati Bosi (Cesena, 1958) continua a guidarci nella Francia del Settecento, dedicandosi questa volta a illustrare l’evoluzione verso amori smodati per il sesso, per il gioco d’azzardo, per commedie centrate su seduzione e adulterio, per maliziose cene galanti, per la pittura erotica, per gli ingredienti culinari afrodisiaci, in un contesto sociale di fango e champagne, d’inferno e paradiso, descritto anche grazie ai rapporti di polizia su corte, magistratura, borghesia e su note donne cortigiane, prostitute, ruffiane, tenutarie, lesbiche.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Autodifesa di Caino (Le brevi di Valerio 327)

Andrea Camilleri
Autodifesa di Caino
Sellerio Palermo, 2019
Teatro

Caracalla. 15 luglio 2019. Il fratello cattivo si doveva presentare in scena come primo assassino della storia umana, per esporre finalmente le sue ragioni. Lo straordinario contastorie Andrea Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 6 settembre 1925 – Roma, 17 luglio 2019) aveva scritto lo splendido inedito monologo dedicato alla Autodifesa di Caino che quest’estate avrebbe dovuto esporre al pubblico (come già a Siracusa per le conversazioni su Tiresia). Lo spettacolo saltò perché era malato e non si è più ripreso. Il volume ci consegna testo, sceneggiatura, bibliografia.
Sullo schermo di scena sono previste immagini di guerre e morti, mentre la prima persona narra il Vecchio Testamento dalla Genesi e spiega che Adamo (“non lo chiamerò mai mio padre”) non si mise d’accordo con Lilith su come fare sesso e procreare, finché da una sua costola fu modellata un’altra donna. Frasi celebri e personaggi biblici sono tutti ricostruiti rispettosamente con spirito critico e pensiero ironico.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Tutti i sapori del noir (Le brevi di Valerio 326)

Autori vari
Tutti i sapori del noir. Terza antologia di racconti in memoria di Marco Frilli
A cura di Armando d’Amaro
Frilli Genova, 2019
Giallo

Genova. 1948-2016. Marco Frilli era nato a Firenze lasciandosi poi adottare dal capoluogo ligure. Dopo aver lavorato per Laterza, nel 2000 promosse una casa editrice importante: tra cinquanta e sessanta titoli l’anno pubblicati cartacei ed e-book, ormai ben oltre mille in 19 anni, oltre un terzo gialli per genere e copertina. Il fondatore morì a causa di un brutto tumore, i figli Giacomo e Carlo (che già erano coinvolti) proseguono l’attività.
Con la nuova (terza) antologia Tutti i sapori del noir, 49 “suoi” autori italiani di noir (compreso Carlo, alcuni in coppia, 20 donne, alcuni con un successo che li ha portati altrove come lo scouting metteva in conto) ricordano Marco con 46 racconti dove lo affiancano in vario modo ai propri investigatori, impegnati su un mistero che ha al centro il mangiare e il cucinare con i rispettivi ambienti.
Nella prefazione Maurizio de Giovanni spiega: “C’è un fantasma che si aggira ovunque sia un libro… l’editore,… un imprenditore, …un sognatore”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Il ventriloquo

E.R. Ramzipoor
Il ventriloquo
Newton Compton, 2019

Belgio, 1943. Il paese è schiacciato sotto il tallone nazista ormai da tre anni. Miseria, fame e paura costellano le giornate di ogni cittadino belga che non sia un collaborazionista. La gente prova a fuggire, fugge, muore spesso di fame o più spesso uccisa per capriccio da un fucile tedesco. Helene è francese, ha dieci anni ed è orfana. Dopo aver assistito alla morte dei genitori e al completo sfacelo della sua vita precedente, è scappata da Tolosa a Bruxelles. Sfoga e ha sfogato la sua rabbia bruciando case e attrezzature naziste. Si è tagliata i capelli, si fa chiamare Peste, si finge un maschio, non tira aria buona a quei tempi per una ragazzina in un paese in guerra, e cerca di sfamarsi vendendo qualche copia di Le Soir, prima dell’occupazione il quotidiano più popolare del Paese, ora ridotto a un bieco strumento di propaganda nazista. La vita, o meglio il mondo di Peste, cambierà completamente il giorno in cui, morta di fame (non vede cibo da tre giorni), tenta di vendere Le Soir a Marc Aubrion. Fagocitata ben presto da lui come staffetta, verrà inglobata in una rete segreta affiliata al Fronte Nazionale di Liberazione che stampa giornali dissidenti clandestini. Marc Aubrion, un personaggio stravagante, ai limiti dell’irreale, geniale giornalista, pubblica con la sua squadra e in barba alla Gestapo Le Libre Belgique. Ma collaboratori e spie sono dappertutto. E due anni dopo i nazisti, che sanno e sorvegliano tutto e tutti, li arresteranno. Sarà il campo di prigionia, morte certa? E invece il Gruppenfürer Wolff mette Aubrion davanti a una scelta drammatica: trasformare Le Libre Belgique in una nera bomba propagandistica nazista atta a indirizzare l’opinione pubblica contro gli alleati o essere giustiziato. Aubrion, per non essere ucciso, dovrà trasformare la testata in un’arma contro inglesi e americani, piegandosi alla volontà tedesca. Messo con le spalle al muro e costretto ad accettare, Aubrion ha un’idea geniale che gli fa prendere una decisione disperata. Fingendo di sottomettersi alle richieste dei nazisti, lui e i suoi colleghi pubblicheranno invece una falsa edizione di Le Soir, Le Faux Soir, che faranno distribuire al posto di quella originale. Un’edizione satirica che prenderà in giro il nazismo, Hitler e Stalin. In questo modo, sfidando apertamente i loro oppressori, i “ventriloqui” rischieranno la vita per dimostrare che, benché i nazisti abbiano cercato di imbavagliarli, non potranno mai ridurli al silenzio. Un scherzo che, lo sanno già, quasi sicuramente costerà loro la vita. Ma questo non conta, per loro. La squadra, i ventriloqui, ha accettato il rischio di morire per uno scherzo. Ma sarà anche una corsa contro il tempo, appena diciotto giorni per trovare i mezzi, il materiale, scrivere e pubblicare.
Narrati, come una ricostruzione storica a distanza, arte, artificio, amore, vita e morte si incrociano magnificamente in questo romanzo di resistenza sotto il regime nazista. L’autrice, che s’inserisce nella narrazione del passato con il personaggio conduttore Eliza, erede della memorie del professor Victor, uno dei pochi sopravvissuti tra i ventriloqui, ha costruito una convincente fiction per riportare alla luce dei riflettori l’astuzia di Aubrion e dei suoi compagni. Divertente, accurato ed emozionante, questo libro ci ricorda che la libertà di espressione è anche una forma di sopravvivenza e l’importanza di riconoscere sempre il veleno della propaganda in ciò che vediamo e leggiamo.
Con un cast di personaggi indimenticabili e straordinari dettagli storici, E.R. Ramzipoor illumina gli atti di coraggio di persone comuni dimenticate dal tempo. È un’ode commovente e potente all’importanza della parola scritta e agli improbabili eroi che hanno fatto di tutto per orchestrare una formidabile “burla”, purtroppo oggi quasi dimenticata, che fu una tra le imprese più coraggiose e azzardate della moderna storia del giornalismo. Un romanzo d’esordio intrigante, ispirato dal coraggiosa scelta di una banda di giornalisti e combattenti della resistenza che rischiò tutto per minare il Reich. Divertente, accurato ed emozionante, questo libro ci regala la storia sconosciuta di quell’importante episodio di resistenza della II Guerra mondiale. I nazisti avevano rubato la libertà di un intera nazione, ma non potevano togliere ai belgi anche la voce. Un meraviglioso atto di resistenza ma anche una “zwanze”, come si dice a Bruxelles, una meravigliosa beffa.
Pillole di storia vera: a novembre del 1943, in occasione dell’anniversario della resa tedesca nella prima guerra mondiale, il FI, Front de l’Indépendance, pubblicò un’edizione caricatura del quotidiano collaborazionista Le Soir, e distribuì nelle edicole 50.000 copie dell’edizione farsesca, soprannominato “Faux Soir” (o “falso Soir”), mischiate alle copie ufficiali del giornale.
Razionamento in Belgio: prima della guerra, il governo belga aveva previsto un sistema di emergenza di razionamento, che fu attuato al momento dell’invasione tedesca. Ma gli occupanti nazisti schiacciarono addirittura la popolazione. La quantità di cibo a persona era due terzi circa di quello consentito ai tedeschi. Tra i più ridotti in tutta l’Europa occupata. La cronica scarsità di cibo portò i belgi a una perdita media da cinque a sette chilogrammi solo nel 1940. Un cittadino belga aveva il diritto ogni mese a 250 grammi (8,8 once) di burro, 1 chilo di zucchero (2.2 libbre), 1 chilo (2.2 libbre) di carne e 15 kg (33 lb) di patate. Più tardi la situazione peggiorò. Molti civili sopravvissero soprattutto di pesca o di quel poco che riuscivano a produrre con gli orti.
Resistenza: si stima che, durante l’occupazione tedesca, più o meno il cinque per cento della popolazione nazionale sia stata coinvolta in qualche forma di resistenza. Le stime parlano di circa 19. 000 persone uccise tra le persone impegnate nella resistenza; in pratica circa il 25 per cento dei membri “attivi”. La maggior parte di loro era concentrata nelle zone francofone del Belgio (Vallonia e Bruxelles), anche il coinvolgimento fiammingo tuttavia è stato significativo.
Il 70 per cento dei giornali clandestini erano in francese, e il 60 per cento dei prigionieri politici erano valloni.

E.R. Ramzipoor vive in California. Si occupa di marketing, di cybersicurezza e frodi online. Ha studiato Scienze politiche a Berkeley, dove si è specializzata nella ricerca di documenti letterari appartenenti ai movimenti della resistenza e all’incredibile storia di «Faux Soir». Il ventriloquo è il suo romanzo d’esordio.

Il catechismo della pecora (Le brevi di Valerio 325)

Gesuino Némus
Il catechismo della pecora
Elliot Roma, 2019
Noir

Telévras, Ogliastra. Giugno 2017. Muore un vecchio maestro, Marcellino Nonies. La sua vita era rimasta segnata oltre 50 anni prima da una ragazzina intelligentissima fuggita da scuola il primo giorno di prima elementare: Mariàca Tidòngia aveva il padre pastore rimasto vedovo proprio al momento del parto. Era vissuta all’aperto, isolata dal resto del mondo, in un casolare a metà strada tra stazzo e nuraghe. Il maestro aveva cominciato a raggiungerla fra le montagne per insegnarle a leggere e scrivere. Poi però, appena compiuto 14 anni, lei rimase incinta e fu maledetta dal padre. Maria scomparve. Eppure il figlio è divenuto un luminare della medicina. E lei?
Il catechismo della pecora è un originale delizioso romanzo con coprotagonista lo stesso autore Gesuino Némus, eteronomo di Matteo Locci (Jerzu, 1958), il quarto dei gialli sardi per caso (il quinto è appena uscito). Stile sorprendente, ironico e acuto nel descrivere i miti autoctoni, culturali e politici dell’ultimo mezzo secolo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Errore (Le varie di Valerio 107)

Giulio Giorello e Pino Donghi
Errore
Il Mulino Bologna, 2019
Scienza

Science fiction e no fiction. Da sempre. Sugli schermi dei nostri PC talora compare un messaggio difficile da ignorare. “System error”. Obsolescenza ed errori sono programmati, non si aggiustano, bisogna resettare e ricominciare, spegnere e riaccendere. Al tempo della società controllata dagli algoritmi, se cadiamo in una situazione imprevista dalla procedura, è impossibile per l’utente ritornare dentro una qualche configurazione gestita, se ne deve occupare il dio-architetto-progettista. La trilogia cinematografica di Matrix lo aveva già mostrato sul grande schermo: l’errore è proprietà e funzione della programmazione originaria, prescinde dal concreto operare e dalle eventuali improbabili emozioni sia degli schiavi che dei ribelli. L’imprecisione corrisponde a imperfette libertà ed emozioni, la perfezione è a prova di errore. Bizzarro. Homo sapiens e la straordinaria civiltà che è riuscito a costruire sono frutto della sua naturale propensione alla scoperta di nuovi mondi e all’altrettanto ineludibile attitudine al racconto, dipendono in sostanza dagli innumerevoli errori di trascrizione genetica alla base di quel processo evolutivo scoperto da Darwin e ben interpretato dai successivi filosofi della scienza capaci di elogiare proprio gli errori (Mach e Popper soprattutto). Conoscenza ed errore dipendono da medesimi meccanismi psichici e solo il risultato permette (transitoriamente) di distinguerli. L’errore è il motore stesso della ricerca, un’impresa collettiva (di colleghi e rivali, falsi e veri, per scelta o per caso) e mai solo individuale. Per questo la politica dovrebbe ispirarsi un poco di più al dibattito scientifico, almeno nella modalità argomentativa di ciascun protagonista e gruppo di parte, consapevole che ogni azione e ogni progettualità producono conseguenze, sovente inattese, qualche volta sgradevoli. Triste ma frequente che si dia purtroppo torto a quest’ineccepibile esigenza.

Con garbo e stile il grande epistemologo Giulio Giorello (Milano, 1945) e l’eccellente divulgatore scientifico Pino Donghi (Roma, 1957) tornano sulla potenza euristica dell’Errore. Non è un trattato organico, non è un compendio esaustivo. L’agile volumetto parte dall’attualità informatica e dall’immaginario collettivo per introdurre la svolta dell’evoluzionismo che struttura la biologia, anticipa e indirizza la genetica. Senza errori non c’è evoluzione, senza errori non c’è progresso della conoscenza. Le idee buone vengono dalla tradizione filosofica, dalle letture spregiudicate, dalle intuizioni creative degli scienziati. Un significativo capitolo è dedicato alla meraviglia biologica del nostro corpo e agli errori in medicina, rari, non augurabili e spesso prevenibili, ma mai inconcepibili. Come in tutte le attività umane, periodici errori sono inevitabili, di regola non causati dalle azioni di un singolo e tantomeno intenzionali. Certo, c’è sempre una responsabilità (colpevolezza) basata sull’elemento della scelta, proprio la riflessione sulle circostanze (talora attenuanti) degli errori nell’esercizio della relazione fra medico e paziente, fra sanità e pubblico, costituiscono un’insostituibile occasione per il miglioramento del sistema stesso, oltre che per la corretta valutazione dell’innegabile individualità della risposta a trattamenti e cure ed eventualmente per risarcire le vittime occasionali. Gli autori giustamente sottolineano come sia cruciale in medicina (e, per certi versi, in politica, aggiungo) l’erronea percezione del potere del medico (dell’amministratore e del dirigente) nella relazione terapeutica (e associativa). Ogni scienza è una grande arte dell’approssimazione. Conta il principale fattore umano, pensare: il volume si chiude con l’esemplare citazione del caso (2009) del pilota americano di aerei Sullenberger meravigliosamente portato al cinema da Eastwood e Hanks (2016), Sully. Sfruttiamo al meglio il grande futuro che l’errore ha davanti a sé.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Gli invisibili (Le brevi di Valerio 324)

Valerio Varesi
Gli invisibili
Mondadori Milano, 2019
Noir

Parma, di questi sovrani tempi. Quel cadavere senza identità (maschio di corporatura robusta, incarnato bianco, sui cinquant’anni) giaceva dentro una cella frigorifera da oltre tre anni e nessuno l’aveva mai reclamato. La legge diceva che ora gli avrebbero dovuto affibbiare una sigla e seppellirlo. Soneri si fa portare il dossier: era stato ripescato vicino alla foce dell’Enza sulla sponda emiliana, aveva indagato abbastanza a fondo l’ispettore Carradori poi trasferitosi a Treviso, ferite e contusioni lasciavano aperte tutte le strade (omicidio, suicidio, incidente). Il questore lo invita a chiudere il caso, lui si prende qualche giorno e ripercorre le nebbiose stazioni sul Po. Il piantone fa confusione e pensa che stia cercando un ragazzo sardo scomparso, col quale comunque parla. Soneri s’appassiona a entrambe le storie, sono Gli invisibili, chi diventa clandestino, senza o con intenzione. Splendido nuovo romanzo per il giornalista Valerio Varesi, contro cinismo e indifferenza.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le sigarette del manager (Le gialle di Valerio 216)

Bruno Morchio
Le sigarette del manager. Bacci Pagano indaga in val Polcevera
Garzanti Milano, 2019
Noir

Genova. Primavera 2019. Donatella Sampò chiede a Bacci Pagano di ritrovarle il marito Oreste Mari scomparso da sei mesi. Per illustrargli il caso lo invita a casa sua, in via San Biagio, a San Quirico, in piena valle del Polcevera. La mattina dopo l’investigatore privato prende la Vespa e si dirige sul posto. La strada non è una strada qualunque. Passa sotto il moncone di un ponte che otto mesi fa è crollato con uno schianto e ha fatto 43 morti. Lei lo accoglie in vestaglia e ciabatte, sciatta. Ha grandi e malinconici occhi verdi, capelli lisci di colore ramato, tante efelidi sul volto senza trucco. La pista del sequestro sembra esclusa, è (o era?) un imprenditore in bancarotta, sull’azienda grava un debito di un milione di euro. Viveva nell’oro ma la moglie e il loro figlio non vedevano un soldo. Lei sapeva che lui spendeva alla grande e aveva amanti; era costretta a fare lavoretti di colf a ore per mangiare e mandare a scuola Marco. Eppure gli è ancora legata. E, addirittura, la segretaria continua ad aprire gli uffici in centro, i due ingegneri collaboratori sottopagati sono contenti di averlo conosciuto, ai tre vecchi amici di scuola manca enormemente, chi lo ha conosciuto descrive un piccolo genio, generoso e cortese. Bacci si incuriosisce, sa che probabilmente non sarà nemmeno pagato, indaga a fondo. Forse anche per distrarsi: Essam, il 30ene ragazzo della figlia, sta per laurearsi e insiste a voler lasciare il promettente mestiere di grande cuoco per lavorare con lui; Aglaja tornerà da Parigi per festeggiare e non ha un parere diverso; sente che a 65 anni non è più il tempo di azioni sul campo hard-boiled e Pertusiello è già andato in pensione. Poi, scuficchiando nel suicidio di un negoziante besagnino del 2015, negli affari della ‘ndrangheta e nei crimini (antichi e moderni) della valle, conosce una maestra che insegna a Bolzaneto, anche lei in Vespa, Giulia Corsini e l’interesse cresce.

La protagonista del nuovo bel romanzo dello psicologo e psicoterapeuta Bruno Morchio (Genova, 1954) è la valle del Ponte Morandi, per oltre un secolo grande distretto industriale, spina dorsale dell’identità operaia imprenditoriale della città e della Liguria. Ora il paesaggio è segnato da gusci fossili privi di vita. Si incontrano ancora file di palazzi di pregio, dimore gentilizie e piccoli borghi deliziosi, accanto a atroce decrepita edilizia popolare, verde invecchiato e strutture abbandonate, criminalità di periferia, tombe per gente onesta. Bacci la considera comunque meravigliosa. E sottolinea di continuo valori e limiti sia del passato che del presente, non una linearità di bello e brutto, ricco e povero, comunisti e leghisti. La narrazione è sempre in prima persona, tredicesima avventura dell’ottima serie, impregnata del noir dei caruggi. Anche il ricercato è un tipo complesso che lascia tracce di profumo diverso, comunque di sigarette da fumatore incallito (tra 2 e 3 pacchetti al giorno di Chesterfield), non ha neppure la laurea di ingegneria ma piglio ed egemonia di un manager che non si schioda dalla sua valle (da cui il titolo). Ognuno dei 23 capitoli ha l’intestazione di un magnifico verso di poesia o canzone, citato dai personaggi o coerente con la narrazione, dai mitici corali multiculturali Caproni e De André a Shakespeare e Scott Fitzgerald. Sesso e amore, dopo aver raschiato il fondo dell’esistenza, sospendono il tempo degli orologi e pur raramente regalano uno stato di grazia incantata. Significative le funzioni igienica del futuro e apotropaica dei riti di elaborazione del lutto (figlia-padre). Peraltro Aglaja (e l’autore) masticano senza dirlo come pane le figure retoriche della lingua: metafora, allegoria, litote, sinestesia, allitterazione, iperbole, antonomasia, anastrofe, sineddoche, metonimia, ossimoro e via introiettando. Per fortuna, ci sono giovani avvocate penaliste che difendono migranti, poveracci e sfigati d’ogni tipo, a pag. 95. Amatriciana e champagne Clicquot, formaggi e Orvieto, pollo in casseruola e barbaresco (portato), acciughe e Sauvignon, pesce e ribolla gialla. Bacci ama la musica classica (grazie al padre).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre 2019

Seduto sulla tazza del water, preso da improvvisa ispirazione, mi è venuto istintivo rifare il verso ad una famosa poesia.

Ed è subito getto
Ognuno sta solo sul cuor della tazza
Trafitto da uno spasmo nel retto
Ed è subito getto.
La poesia si trova davvero dappertutto.

(Una volta a dicembre si declamavano poesie natalizie, oggi invece… o tempora, o mores! NdA)

Il pianto dell’alba di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2019.
Avendo iniziato con il primo libro Il senso del dolore, Fandango 2007, non potevo trascurare questo che sembra essere l’ultimo della serie (stando a quel che ci fa capire l’autore). Ecco cosa avevo scritto a fine recensione “Il romanzo si svolge per storie parallele. Stile pacato, lineare, attento ai dettagli, senza troppi sobbalzi a tenere bilanciato un ritmo lento e doloroso. Spunti sul regime fascista che tendeva a coprire i lati oscuri della società “Nessun delitto, solo sicurezza e benessere di regime: così era sancito per decreto”. Qualche insistenza di troppo nel definire i contorni del commissario. Meglio se più sfumati. Un buon libro da leggere. Che avrà senz’altro un seguito. Ci potete scommettere”. Facile previsione e ricordo con piacere una mail di ringraziamento da parte dell’autore che serbo gradito nella memoria.
Al dunque. Il vento, il libeccio, non porta mai buone notizie “Nulla si muove nella testa dell’uomo, attraversata da un proiettile che ora è fermo all’interno del cervello, in mezzo al sangue rappreso, espulso dalla pistola che è nell’altra mano della donna che sogna”.
Napoli fascista, 1° luglio 1934. Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi ce l’ha fatta, sposando Enrica, la ragazza della casa di fronte che, vedendola dalla sua finestra, gli aveva fatto tremare il cuore. Ora aspettano un figlio, maschio o femmina che sia (ognuno della famiglia ha una sua idea). Siamo di domenica primo luglio. Esce di casa “nel vento carico di sabbia” e si avvia verso la questura, ma non ci arriva. Ad attenderlo all’angolo di Sant’Anna c’è il brigadiere Maione e una ragazza che singhiozza. Un omicidio. È stato ucciso con un colpo di pistola in testa l’amante di Livia Lucani, vedova Vezzi (spasimante non ricambiata del Nostro), trovata dalla domestica Clara nel suo letto, che odora di vino, addormentata e con la pistola in mano. Un bel problema perché l’ucciso è il maggiore della cavalleria germanica Manfred Kaspar von Brauchitsch, addetto culturale del consolato tedesco (aveva chiesto in passato la mano di Enrica). Guai politici in giro che arriva la polizia politica (appunto) a prendere in mano le redini dell’inchiesta. E Livia e Manfred spariscono…
Ma Ricciardi non demorde, aiutato dal generoso dottor Modo (antifascista) con il suo cane e dal citato Maione (ottima forchetta). Dalle indagini, svolte con accurata discrezione, viene fuori che Manfred era stato coinvolto nella famosa notte dei lunghi coltelli, per mezzo della quale Hitler fa fuori le SA di Rohm. Di mezzo c’è pure l’OVRA fascista ed un tizio “coi capelli grigi, profumato di lavanda”: Falco. Il delitto è solo una montatura per incastrare Livia.
Al centro della storia, naturalmente, il nostro commissario, non più chiuso e introverso come nel passato, ma ora marito gioioso, deciso ad andare fino in fondo sfruttando tutte le occasioni con l’apporto dei suoi fedeli compagni di viaggio. Al centro, sempre comunque, con la sua “maledizione”, il Fatto, le terribili visioni e le voci dei morti che lo perseguitano (anche Enrica ne è al corrente), e la paura che possa essere trasmesso al nascituro.
Personaggi ben ritagliati a partire dalla cara e sensibile moglie per continuare con la giovane, granitica governante Nelide (addirittura parteciperà, a suo modo, all’indagine), l’amica ricchissima Bianca Borgati ancora attratta da Ricciardi, al femminiello Bambinella… Personaggi con le loro particolari caratteristiche che spingono talvolta al sorriso, i loro dubbi, gli errori, i sensi di colpa, il passato che riemerge improvviso, ma anche con la forza genuina dell’affetto e della determinazione. Insieme ad altri scaltri, ambigui, a spie senza scrupoli tramanti biecamente nell’ombra.
Una parte importante spetta all’Amore nelle sue varie e diverse sfaccettature. Amore ricambiato e respinto, le gioie e le sofferenze dell’amore, l’amore che si trasforma in forte amicizia ma “quando il vento cambia diventa un veleno. Si insinua nelle teste, altera gli equilibri”. Allora arriva la disperazione di una vita frustrata, il tradimento, la vendetta. Arriva la morte. In una Napoli vista nei suoi vari e molteplici aspetti, dai “bassi” vocianti e maleodoranti alle silenziose magioni dei ricchi.
La scrittura di Maurizio va via leggera e fluttuante, inframezzata da qualche spunto in dialetto, talvolta attraverso un picchiettare, un vibrare continuo sulla stessa parola (che sia il “vento”, l’”anno”, la “paura” o una intera frase) per approfondire sensazioni o concetti. Per esplodere come in un crescendo di una sinfonia. Un bel noir sentimentale dentro una ingrovigliata spy-story, senza cadere nella melassa del sentimentalismo. L’ultimo capitolo del nostro Ricciardi come adombrato nel sottotitolo del libro? Vedremo…

Peccati immortali di Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone, Mondadori 2019.
Roma. Tutto ruota attorno ad un cellulare. I tempi sono cambiati. Oggi negli abiti dei morti non si trovano più lettere od oggetti compromettenti, ma questi moderni arnesi di comunicazione. Come il cellulare nella tasca della giacca del cardinale Michelangelo Aldovrandi, “ritrovato a Porta Sant’Anna, steso sul sedile posteriore dell’Audi nera”, volato tra le braccia di Lucifero durante un’orgia, che contiene delle foto assai “pericolose” anche per il leader del nuovo Popolo dell’Onestà (vedi i Cinque Stelle).
Cellulare che passa da una mano all’altra, partendo da quelle della suora Remedios (attendente del cardinale) a cui viene rubato, in una Roma vista nei suoi molteplici aspetti dai bassifondi delle periferie, dai campi rom della mala nigeriana ai palazzi del potere e della Curia, dalla povertà dei miserabili alla ricchezza ostentata dei benestanti. Dove danzano giulivi sesso, droga, brutalità, tradimento, sfruttamento, ricettazione, intrallazzi, violenza, brama di potere e chi più ne ha più ne metta. E dove si può trovare una caterva di personaggi politici e altri famosi di vario genere (attrici, attori, sportivi e via discorrendo) proprio al momento attuale dell’alleanza Pd-Popolo dell’onestà. Molti alla ricerca del cellulare, pronti ad uccidere per averlo che potrebbe mettere in crisi il governo e lo stesso Vaticano. Due nuovi investigatori sulle sue tracce: la citata Remedios e Leone Di Castro, detto Grigia, antiquario e già agente dei servizi segreti, esuberante in carne e votato alla pasta, che devono svolgere il lavoro a favore di un altro cardinale.
Intrighi, sussurri, paure, sorrisetti ambigui, veleni, citazioni colte, rivisitazioni storiche, colpi di scena, mangiate e bevute in trattoria. Non manca niente in questo magma di sordide situazioni, in questo tourbillon di sorprese tra personaggi di ogni risma, dagli sfigati maneggioni a quelli che si sentono, addirittura, invincibili. Immortali.
Scrittura veloce, tambureggiante, spesso grottesca, cruda e cattiva ma anche ironica, tesa al sorriso, intrisa di dialetto romano e raccolta in capitoletti brevi da buttare giù in un sorso. Un viaggio fantapolitico, assurdo e realistico, un viaggio tenebroso all’esterno e all’interno dell’uomo (dal killer al grande porporato) dove ogni tanto si accende una piccola luce nel buio più profondo. Una lacrima. Uno spiraglio di umanità. Uno spiraglio d’amore.

Cinquanta in blu di Costa, Malvaldi, Piazzese, Recami, Robecchi, Savatteri, Simi e Stassi, Sellerio 2019.
Otto racconti per festeggiare i cinquant’anni dalla fondazione della Sellerio della collana “La memoria”. Ogni autore ha scelto un libro tra i millanta del catalogo e lo ha proposto come elemento fondamentale, con motivazioni diverse, della storia.
Ci si può trovare di tutto in questi racconti. Anche l’“hikikomori”, ovvero il “ritiro sociale” da una società diventata troppo competitiva. È ciò che capita al figlio di un avvocato che si presenta al biblioterapeuta Vince Corso (consiglia la lettura di romanzi contro l’infelicità) per un aiuto. Il figlio si è chiuso in se stesso e non esce più di casa. L’avvocato piange, si dispera. A far capire il problema c’è già il libro di Gesualdo Bufalino La luce e il tutto che comprende il racconto L’isola plurale. Sorpresa finale.
E possiamo impattare una strana storia di cartoline. Cartoline abbandonate di qua e di là in una azienda di famiglia (ditta di mobili). Chi le dissemina? Perché? Una bella gatta da pelare per Carlo Monterossi chiamato a risolvere il mistero, ma viene a fagiolo Un uomo muore solo di Hans Fallada dove c’è un tizio che dissemina cartoline postali a Berlino durante la Resistenza contro il Reich. Allora serve solo una mappa dell’azienda per sciogliere l’enigma…
Oppure si parte con nonno Ampelio di Massimo Viviani che ha il diabete, e si continua con il prof. Castellani che si è gettato dalla finestra della sua stanza d’albergo (così sembra) nella quale niente computer e niente cellulare. Era un esperto di testi scritti e doveva tenere una conferenza, insieme ad un ex compagno di Massimo, al congresso “Structures in Languages” sull’identificazione di Geoffrey Holiday Hall, autore del capolavoro The End is Known, e, addirittura, deporre in un importante processo negli Stati Uniti. Ma qualcosa non quadra per Massimo e la fidanzata vicequestore Alice Martelli. Prima di tutto le conseguenze della caduta che non convincono e poi ecco una serie TV americana tratta proprio dal libro…
Aggiungo un plico in busta bianca portata al prof. Lorenzo La Marca che racconta in prima persona. Contiene il libro La vera storia di Salvatore Giuliano di Ignazio Buttitta. Firmato Bianca C, da parte di suo padre. Perché? Per quale scopo? Un mistero da svelare insieme a Michelle “medico di morti ammazzati”. Via, dunque, alla ricerca di chi ha portato il plico. Tra succosi piatti culinari una storia, una vecchia storia di un carcerato al quale era stato insegnato cos’è un giallo…
E poi Milano. Tempi movimentati per Amedeo Consonni. Ci sono da pagare le spese per il prossimo matrimonio della figlia Caterina e le solite urla provenienti dall’appartamento numero 15. E c’è l’appuntamento con una nuova cliente, la signora Cioppi-Casigli-Mori. Deve risistemare certi divani che, secondo lui, non avrebbero bisogno di nessuna sistemata. Ma se insiste le farà avere un preventivo. In un cuscino trova un collier voluminoso di smeraldi che vale una fortuna. Dubbi, pensieri. Occorre una ricerca per capire la strana situazione e viene a fagiolo un “volumetto sulla storia delle famiglie nobili della zona.” Mentre qualcosa di brutto succede nell’appartamento numero 15…
Da Milano a Erice, Sicilia. Saverio Lamanna a un funerale. Capisce che il morto era un avanzo di galera e ripensa ad una busta gialla consegnatagli dall’amico Peppe Piccionello, ovvero il “solito manoscritto del solito scrittore in cerca di pubblicazione”. Si tratta di una storia che ricalca proprio quella del morto, di uno che è stato incastrato e si uccide. Una storia triste, di malagiustizia. Poi al Salone di Torino tra diversi famosi scrittori. C’è il problema della “copiatura” dei libri, ovvero del “calco” di un altro in modo da… insomma come in un racconto di Borges “Pierre Menard, autore del Chisciotte”…
Arriva il ricordo, il ricordo di un libro, ovvero di Assassinio al Comitato Centrale di Manuel Vásquez Montálban regalato, da chi racconta la vicenda, a Oberdan Danesi. Storia di quest’ultimo che ora comanda lo yacht di un imprenditore italo-maltese. E colpo di scena finale, riguardante le 58 persone di migranti dell’Esmeralda trattenute in mezzo al mare, dove ritroviamo proprio Oberdan. Che ci fa sulla nave? Cosa vuole?…
Infine il poliziotto Angela e Storie e cronache della città sotterranea di Salvo Licata. Il suo incontro con Elina, vittima della Palermo nera. La vicenda narrata nel libro è quella di Assunta, una prostituta come la madre della stessa Elina. Storie antiche, storie di donne che volevano sfuggire al loro destino e alla loro miseria con gli orchi a sbarrar loro la strada.
Otto racconti che, come dicevo all’inizio, prendono spunto da un libro. Otto racconti diversi, in diverse città e contesti sociali con finali talora sorprendenti. Storie ben costruite, personaggi perfettamente sbozzati, tra cui gli inseparabili pupilli degli autori. Ci si può trovare di tutto: metamorfosi di una persona, scambio di equivoci, la forza del dubbio, emigrazione, malvagità, truculenza e romanticismo, angoscia, paura, ironia, sorriso, letture, citazioni (a volte qualche abuso), buona cucina, moventi, inganni, incomprensioni, malagiustizia… Insomma la vita, insomma l’uomo visto attraverso molte delle sue diverse sfaccettature. Con la scrittura tipica di ogni autore sempre gradevole ed efficace.
P.S.
Porc… mi sono dimenticato i titoli dei racconti abbinati agli scrittori! Leggendo il libro li troverete da voi.

“Ma non credo, signor Constable, che voi cenerete stasera”. L’altro si rizzò nella poltrona. “Non cenerò? Perché diavolo non dovrei cenare?”. “Perché non credo che a quell’ora sarete ancora vivo” disse semplicemente Pennik. E Pennik è il personaggio su cui ruota Lettore, in guardia! di Carter Dickson, Mondadori 2008.
Pennik, una specie di mago che sembra abbia poteri stupefacenti: leggere nel pensiero e servirsi di onde psicocinetiche capaci di uccidere. Insomma il padrone della Teleforza. E, guarda un po’, questo signor Sam Constable ad arrivare a cena proprio non ce la fa.
Ma il personaggio principale, come succede spesso nei romanzi di Carter Dickson, è Henry Merrivale, il Vecchio, capo del controspionaggio militare e investigatore a tempo perso. Ci mette un po’ ad arrivare, precisamente al capitolo ottavo, ma quando arriva si fa sentire. Se Gideon Fell, la sua creatura più famosa, pare modellata sulla figura di Chesterton (23 racconti), quella di di Sir Henry Merrivale ha molte somiglianze con Winston Churchill (22 opere). Ecco una descrizione “Movendo gli occhiali su e giù sul naso, sir Henry Merrivale sbirciava alternativamente Sanders e l’ispettore. Di tanto in tanto, come muoveva il corpaccione sull’ottomana, la polvere accumulata nelle tende sovrastanti gli cadeva sulla testa calva, e allora lui guardava in su e imprecava”. Ma non solo impreca. Mi sono divertito a sottolineare il modo con cui si esprime: sbuffa, grida, ringhia, accentua il broncio, esorta, si scuote, si acciglia, grugnisce, scuote il capo, trasalisce, brontola, emette un ruggito, ordina secco, ha l’aria chiusa e ostinata. Una specie di belva chiusa in gabbia. Una grossa belva dalla mascella quadrata con un pancione “ornato da una gran catena d’oro che doveva servire a sostenere l’orologio” e che lo precede “Maestosamente come la polena di una nave”. Inutili le cure dimagranti. Fuma da una pipa annerita e, da altre avventure, sappiamo che è un bel bevitore e un gran sottaniere. E questo ce lo rende ancor più simpatico.
Inutile fare l’elogio di Carter Dickson, alias John Dickson Carr (vero nome), alias Carr Dickson, alias Roger Fairbairn. Tutti (o quasi) conoscono la sua perizia stilistica, la sua bravura nel concertare e sviluppare gli intrecci (talvolta fin troppo ingegnosi) e rendere credibili e veri i personaggi. E anche Lettore, in guardia! conserva intatte tali peculiarità.
Oggi sembra che sia tornato di moda con le pubblicazioni della Mondadori e della Polillo (qua un piccolo ritratto). E questo non può che essere un bene. Non solo per gli appassionati del giallo classico ma per tutti i lettori.

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret del 1934
Sorprendentemente, troviamo Maigret, in una fredda mattinata di febbraio, in pensione nella sua casetta nella Loira, con la signora Maigret che prepara marmellate (il pensionamento nasconde, a quanto pare, un tentativo di Simenon di liberarsi del suo ingombrante personaggio). È in effetti il primo romanzo, di pochi, nel quale il commissario ha terminato la sua carriera e si gode la vita in campagna, leggiucchiando il giornale, pescando al fiume e giocando a carte, oltre che, ovviamente, mangiando i manicaretti della instancabile moglie. A richiamarlo a Parigi è una disavventura occorsa al nipote, anche lui poliziotto ma molto più tonto dello zio. Segue una storia piuttosto divertente, tutta imperniata sulle difficoltà di Maigret, frenato nell’inchiesta dal suo status, e sulla sua presenza ingombrante al Quai des Orfèvres, con Lucas che cerca di aiutarlo. La storia, di per sé, come spesso accade non è straordinaria: ambientata come tante nei locali notturni di Montmartre, è da ricordare soprattutto per la figura del protagonista e deus ex machina Cageot, freddo, impenetrabile, quasi privo di anima, che ingaggia con l’ex-commissario un duello senza sangue versato, che si conclude con un macchinoso trucchetto “tecnologico” della cui verisimiglianza sarebbe lecito dubitare. Ma a chi può importare? Un’ultima noterella: perché questo titolo incongruo? Maigret e il nipote ingenuo, come in alcune traduzioni italiane, sarebbe già meglio.

I sotterranei del Majestic del 1942
Bello per almeno due motivi: la descrizione meravigliosa di un mondo sommerso e misterioso, quello dei sotterranei di un grande albergo parigino (nella realtà il Claridge), nel quale vivono e lavorano centinaia di impiegati, camerieri, contabili, cuochi, intenti a soddisfare le richieste continue del bel mondo che alloggia nelle costose camere dei piani superiori; e per la storia gialla che, una volta tanto, ha un certo interesse e non è del tutto scontata o inutile, sia pure con qualche insensatezza (la seconda persona uccisa: perché uno che scopre il colpevole di un delitto deve andare dall’assassino a comunicargli che la sua coscienza gli impone di andare alla polizia? Ci vada, e stia zitto; verrebbe da dire che se l’è meritata, la sua triste sorte…). Quanto al resto, un Maigret in gran forma spadroneggia e, come sempre, mostra intolleranza per i ricchi e una grande tenerezza e comprensione per la povera gente, giungendo fino a mettere delicatamente in mano a una puttanona in crisi di astinenza una bustina di droga frutto di una recente retata. Il colpevole, invece, e non per la prima volta, è uno rimasto nel mezzo: un piccolo borghese sfortunato che cerca di truffa in truffa di sollevarsi dalla sua condizione. Maigret gente del genere proprio non la sopporta… (v. nr. 15 e 35, per esempio).

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Via del riscatto di Mariolina Venezia, Einaudi 2019.
Arriva la serie televisiva (prima puntata 22 settembre) ed esce in libreria la quarta (e mi sento di dire, senza tema di smentita, geniale) avventura di Imma (Immacolata) Tataranni, una specie di “amazzone” della Basilicata, armata di codice penale invece che di spada, scritta da Mariolina Venezia. Sì e sì, torna proprio lei, la dottoressa Tataranni, sostituto procuratore di Matera, quarantacinque anni, alta uno e un barattolo (a conti fatti uno e cinquanta), mente fina, naso a patata, capelli crespi color ruggine “sparati”, che continua a muoversi in lungo e in largo arrampicata sull’immancabile tacco dodici – e qualche volta le capita di spiaccicarsi rovinosamente a terra. E i vestiti poi. Ossignore, di sicuro non un figurino di moda perché le sue scelte e gli accoppiamenti di colori sono, ehm, a dir poco rivoluzionari. Secondo sua suocera, poi, addirittura Imma è “la donna peggio vestita di tutta la provincia”. Comunque, ve l’abbiamo ripresentata in tutta la sua poliedrica eccentricità e tutte le sue peculiari caratteristiche. Imma Tataranni anche stavolta è l’insuperabile protagonista che fastosamente, al di là della macchietta, diventa un personaggio che conquista il lettore, lo fa sorridere – ma ricordiamoci che quando c’è di mezzo un delitto e intrallazzi e soperchierie varie, magari anche riflettere – e lo costringe per forza ad andare avanti. Per scoprire come funziona la storia, sempre rigorosamente giallotragicomica, e soprattutto per scoprire comunque come andrà a finire.
Ma intanto andiamo a dare un’occhiata a cosa succede: scenario Matera medievale avvolta nel freddo bubbone di un pomeriggio di febbraio, Imma obbligata ad andare in giro per il centro storico con tutta o quasi la sacra famiglia del marito, più ospiti in vena turistica. E un botto rompe il silenzio, uno sparo? Imma si sa, non può resistere, deve dare un’occhiata, e nell’intrico dei vicoli medievali incrocia fugacemente una donna impellicciata che si dilegua subito inghiottita dalla nebbia che si sta alzando. Ma il giorno dopo in procura arriva la notizia: in  un palazzo vicino a via del Riscatto – il famoso palazzo Sinagra, che ha vissuto secoli di passati splendori ma ora è in vendita – nell’inquietante stanza rossa con dipinti alle pareti che raffigurano i vizi capitali, è stato ritrovato il cadavere di un agente immobiliare, Antonello Ribba, ucciso con un colpo di pistola al cuore. Il palazzo gode di sinistra fama. Lo si dice addirittura frequentato dai fantasmi. Chi l’ha ucciso? Imma Tataranni si fa assegnare il caso e lo porta avanti più scatenata, insofferente e peggio vestita che mai…

Il lupo nell’abbazia di Marcello Simoni, Mondadori 2019.
Marcello Simoni ci sorprende piacevolmente una volta di più con un colto e raffinato romanzo di ritorno al Medioevo. Ma all’Alto medioevo stavolta, che ci presenta, avvolto nella carta regalo, con una trama gialla da manuale, un misterioso e ineccepibile enigma della camera chiusa, un rebus che riesce a integrare al meglio verità e finzione. Siamo nell’832 in Assia, nel colmo di un gelido inverno che attanaglia l’abbazia benedettina imperiale di Fulda. Un momento difficile per il Sacro Romano Impero voluto da Carlo Magno, sconvolto da lotte intestine.
La terza di copertina recita solenne: «Anno Domini 832. Sorpreso da una violenta bufera di neve, un contingente armato dell’imperatore Ludovico il Pio trova riparo presso l’abbazia benedettina di Fulda, nel cuore dell’Assia. Riprendere il cammino è impossibile: le vie che collegano Magonza a Erfurt sono impraticabili, e ancor più pericolose paiono le selve nei dintorni. L’incondizionata ospitalità offerta agli armigeri dall’abate…»
Un romanzo profondamente realistico, immerso in un gelido inverno che condanna gli abitanti dell’Europa del nord nel mese di dicembre a lunghe ore di buio rotto appena dal chiarore delle torce per i viandanti in arrivo e alla luce delle lanterne e delle candele i frati che operano laboriosamente nell’Abbazia, con le finestre sigillate da tende di pergamena, trattata con grasso per renderla impermeabile e abbastanza adatta a mantenere il calore. Non troverete un errore e neppure la più piccola sbavatura nell’eccellente ricostruzione storico-ambientale di Marcello Simoni. E il suo lupo nell’Abbazia approfitta della sacralità di uno scenario religioso che godiamo appieno nei particolari e minuziose abitudini e che sia per l’atmosfera, sia per la suspence che sprigiona, ci rimanda al grande Umberto Eco. Le imponenti mura che racchiudono il complesso abbaziale, lo scriptorium, magico regno degli amanuensi e dei miniaturisti, il lungo dormitorium con le sue celle dei monaci, la colombaia, indispensabile rifugio per i piccioni latori o portatori di messaggi, la contigua Villa Fuldensis, il povero villaggio satellite dell’Abbazia con i suoi abitanti, la splendida chiesa di Saint-Michael e la sua misteriosa cripta dai tanti cunicoli segreti, le porte di accesso, ricreano un indispensabile scenario perfetto per la narrazione gialla di Simoni…

Dare e avere è il quarto capitolo che Novelli & Zarini, Fratelli Frilli 2019, dedicano al loro protagonista Michele Astengo, l’uomo dal Borsalino, il cappello portato da tanti grandi attori cinematografici. Gli anni aumentano e con gli anni anche i fili bianchi della barba, l’unica cosa che cala invece è il conto in banca. Finiti i benefici del caso Argentero, ormai il nostro è quasi agli sgoccioli in attesa di nuova linfa e quindi: cinghia stretta. Ex poliziotto, ex marito, riciclatosi a investigatore privato, gode del vantaggio di un ufficio di rappresentanza nel palazzo Doria Danovaro, ereditato alla morte di un munifico zio. Quindi Palazzo avito, sede di prestigio dominata da fastosi stucchi d’epoca ma arredata con mobili stile Ikea. Dimenticavo, Astengo condivide l’ufficio con la bella Dalia, suo braccio destro e segretaria. Lei lo ama, cerca di scalfire la sua dura scorza, vorrebbe essere qualcosa per lui, magari mettere in piedi una relazione, ma lui la ignora crudelmente. Preferisce vegetare in una vita volutamente avulsa da inutili complicazioni, tipo quelle che considera rischiose, di cuore. Vivacchiare pigramente insomma. Stavolta è immerso in una calma piatta, neppure rotta da qualche inchiesta di routine. Rifiuta con sdegno persino i tentativi di Delia di incastrarlo a tradimento con una esotica atmosfera di tango e il dono di una rosa rossa. Ma, anche se Astengo non lo sa, alcuni punti fermi della sua vita stanno per cambiare. La sua abulia verrà forzosamente scossa a seguito di un tragico e spaventoso fatto di cronaca, un drammatico ed esibizionistico suicidio avvenuto a pochi passi dal suo ufficio in Salita San Matteo che, in poche ore, è diventato virale sul web…

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
ecco a voi Diario di una schiappa. Una vacanza da panico di Jeff Kinsey, il Castoro 2018.
Questa volta il povero Greg si ritrova ad affrontare una vacanza da panico. Lui desidera tanto trascorrerla davanti ai videogiochi sgranocchiando patatine, però la mamma non la pensa allo stesso modo. Allora partono con l’aereo per l’“Isola de Corales”, un villaggio tropicale. Naturalmente a Greg tocca il posto più brutto dell’aereo, in mezzo a una famiglia composta dai genitori e un bambino piccolo che piange sempre. Al villaggio si ritrova ad affrontare molte avventure più o meno pericolose: dovrà lottare con un ragno gigante, dovrà sopportare le lamentele di suo padre per il mal di pancia, si ritroverà a bere un enorme quantità d’acqua perché perderà il boccaglio durante un’immersione e tante altre…
Dunque, cari lettori, cercate di aiutare la povera Schiappa durante le sue avventure!!!

Un saluto e Buone Feste da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti