Febbre di Giulio Minghini: come i siti di incontri online (non) sono un rimedio alla solitudine

«Il numero di persone che vivono sole in Francia è stimato a 12 milioni: la metà ha già frequentato un sito di incontri, e un quarto si è iscritto (a pagamento) per un periodo più o meno lungo. L’Europa annovera 100 milioni di single…»

È un dato impressionante. Un esercito di persone sole che tenta di esorcizzare la solitudine gettandosi nel virtuale. È quello che accade al protagonista di Febbre (Piemme) di Giulio Minghini: al termine di una relazione insoddisfacente durata tre anni, un trentacinquenne scopre il “meraviglioso” mondo delle chat e dei siti di incontri su internet. Crea un account con il nick Dilacero e inizia la perlustrazione del web. Scopre un mondo di solitudini come e peggio della sua, un mondo con il quale tenta inizialmente di comunicare, ma solo perché questo gli garantisce maggiore visibilità (e dunque maggior numero di contatti, e dunque maggiori possibilità di incontro reale). Un’overdose, un’orgia di incontri con donne di ogni età più o meno single, molto sole, prevalentemente ben disposte.
Ora, io so che i miei tre lettori uomini saranno tentati di non terminare la lettura di questo post e correre invece a iscriversi a Meetic o a un altro qualsiasi sito di incontri, sperando di ripetere le gesta del protagonista. Ma attenzione, Febbre non è un’esaltazione dei siti di incontri on line:

L’inferno di oggi ha l’aspetto di un sito di incontri. Babele di desideri frustrati, di aspettative ostentate come ferite, di solitudini colme di ombre feroci e inafferrabili. Mi appunto queste parole, una sera, in un bar della rua Saint-Blaise, mentre aspetto France con la quale, senza una ragione precisa, so che non funzionerà.

Febbre è casomai l’esatto opposto. Il titolo originale, Fake, rende meglio la sostanza del libro. Un gioco di specchi, di incontri fittizi, in cui non ci si rivela mai per quel che si è, in cui mancano le aspettative, le emozioni, gli scambi. Si condivide del sesso – poco e insoddisfacente – e via, verso un’altra notte, un altro incontro, un’altra persona-senza-nome di cui non resterà traccia. Il protagonista rimane avvinto da questo gioco, al punto da perdere ogni riferimento con la realtà.
Fortunatamente, sembra, è solo una fase, un periodo bulimico a cui presumibilmente farà seguito un nuovo equilibrio. O almeno così mi piace pensare.

Febbre è stato scritto in francese e pubblicato in Francia, prima che in Italia. Minghini, esule a Parigi senza grossi rimpianti, ha una prosa asciutta ed essenziale, dritta al punto, tuttavia accurata. Ineccepibile nello stile e nel ritmo. La lettura può essere urticante se siete del tutto estranei all’universo virtuale; se invece – benvenuti nel club – avete una qualche familiarità con questo avvilente simulacro del reale, Febbre vi mostrerà esattamente quello che siete o che potreste diventare. Tabagisti che tentano di smettere con l’ultima sigaretta, alcolisti che tentano di curarsi con l’ultimo bicchiere, solitudini che tentano di colmarsi con l’abbondanza.

E se ogni nuovo incontro non fosse nient’altro che un piccolo suicidio? Un atto inconsulto di abdicazione di sé?

Cold case: Un mostro chiamato Girolimoni

Ancora una volta la volontà del Duce, personalmente e recisamente manifestata, ha trovato tenaci e fedeli esecutori. Dal giorno in cui Benito Mussolini, rabbrividendo nelle più profonde fibre del suo tenerissimo cuore di padre, disse: Voglio che l’immondo bruto venga arrestato, tutti ebbero la convinzione assoluta, incrollabile, che il mostro non sarebbe sfuggito alle maglie della rete, e tutti attesero fiduciosi, senza impazienza, senza commenti, che il comandamento del Duce venisse eseguito.
(Da L’Impero del 9 maggio 1927)

Facciamo le debite premesse, per chiarezza. Il libro di cui parlo oggi è stato pubblicato da un editore c.d. “a doppio binario” che normalmente (come sapete) non prenderei in considerazione. L’eccezione è motivata dal fatto che Un mostro chiamato Girolimoni è più un saggio che un romanzo – quindi un genere che frequento poco -, che gli autori mi hanno garantito di non aver pagato per pubblicare e che a uno di loro mi lega una solida amicizia, quindi rispondo personalmente dell’onestà e della preparazione di quest’ultimo (e per inferenza anche del socio). Contestualmente mi preme anche precisare che questa non è una marchetta, perché nonostante i motivi in premessa non ne avrei comunque parlato se non lo avessi trovato più che convincente.

Ciò detto (che fatica essere onesti…) veniamo alle cose importanti. Un mostro chiamato Girolimoni è un documentatissimo saggio-romanzo sulla vicenda di cronaca nera accaduta a Roma tra il 1924 e il 1927 e rimasta celebre con il nome del non-colpevole. Anche se nell’immaginario popolare il nome di Girolimoni è sinonimo di pedofilo, l’unica cosa certa è che Gino Girolimoni non era colpevole dei reati per i quali fu incarcerato e poi assolto (come ricorderanno colo che hanno visto il film Girolimoni, il mostro di Roma).
Il giornalista Fabio Sanvitale e il vicecommissario della Polizia di Stato Armando Palmegiani, con l’aiuto del medico legale Giorgio Bolino, della psicologa Chiara Camerani e dell’investigatore Rodolfo Perugini, hanno ripreso le carte relative alle indagini del tempo, le hanno arricchite con nuova documentazione e riesaminate alla luce delle attuali conoscenze scientifiche.
Il risultato è la ricostruzione accurata di un cold case rimasto insoluto non solo a causa dell’inesperienza degli investigatori, ma anche per ragioni socio-politiche. Un vero e proprio caso di ingiustizia (altro che certi millantatori che stanno in giro…) che rovinò la vita a Girolimoni e alle vittime, le cui famiglie non ebbero mai la soddisfazione di veder punito il vero colpevole.

Questo saggio-romanzo, inoltre, descrive in dettaglio l’atmosfera dell’epoca – i quartieri, le abitazioni, gli abiti e le abitudini del popolino romano – e ci fa conoscere un personaggio straordinario: Giuseppe Dosi, commissario di Polizia, investigatore poliedrico e instancabile, letteralmente ossessionato dal caso Girolimoni. Sarà il primo a metterne in dubbio la colpevolezza, anche se la sua indagine non sarà esente da pecche.

Il duo d’inchiesta Palmegiani-Sanvitale (in alto nella foto, durante la presentazione alla libreria Mondadori di via del Pellegrino, Roma) ha affrontato la scrittura a quattro mani con la serietà e il sense of humour che contraddistinguono entrambi, e il risultato è gradevole come una puntata di CSI. Tanto che hanno deciso di ripetere l’esperimento e adesso stanno lavorando a un altro celebre cold-case romano.
Ma qui devo tacere per non anticipare troppo…

L’ospite inatteso di Agatha Christie al Teatro Stabile del Giallo (Roma)

Gran finale di stagione al Teatro Stabile del Giallo. Va in scena fino al 13 maggio L’ospite inatteso (The Unexpected Guest), commedia di Agatha Christie del 1958 che in Italia non è molto nota (qualcuno forse ricorderà l’omonimo film per la tv di Daniele D’Anza del 1980).
La commedia è stata interamente ritradotta da Edoardo Erba, e con l’occasione il regista Raffaele Castria ha scelto di seguire filologicamente il copione della Christie non solo nei dialoghi e nei movimenti degli attori, ma perfino negli arredi di scena, che ripropongono lo stile Chesterfield dell’epoca.
La trama è quella – solida – del giallo classico: in una notte di nebbia uno sconosciuto, con la macchina in panne, bussa alla porta di casa Warwick per chiedere soccorso. Ma quella che gli si para davanti agli occhi è una scena tutt’altro che domestica: Richard Warwick, il padrone di casa, è morto. La moglie tiene fra le mani una pistola fumante. Tutto molto chiaro, no? E invece no: ci sono altri abitanti nella casa, e ognuno di loro aveva almeno un movente…
Il finale – nella scelta operata dalla regia – è in linea con la soluzione “a sorpresa” della Christie.

Dal 1984 il Teatro Stabile del Giallo propone i classici del giallo e del mistero nell’atmosfera incantata del teatro. Questo teatro, piccolo ma molto attivo e molto seguito dagli appassionati del giallo, ha due particolarità a cui il pubblico è affezionato: la prima è quella di mettere in palio ogni sera, tra gli spettatori, una bottiglia di Vin Giallo; la seconda è che a fine spettacolo attori e spettatori cenano insieme e scambiano quattro chiacchiere.

Da qualche anno, inoltre, lo Stabile del Giallo propone uno spettacolo dedicato ai bambini. A partire da oggi ogni sabato pomeriggio va in scena Il raduno dei pirati e il terrificante mistero del vescello fantasma di Cinzia Giorgio e Anna Masullo.

Il guardiano di Massimo Lugli: tra casi di cronaca e arti marziali

Posai la penna, scoraggiato. Le arti marziali, per tradizione, si dividono in quattro grandi filoni a seconda dello scopo della pratica: scontro di strada e autodifesa, corpo e salute, meditazione e energia interna, coreografia e bellezza artistica, ma sono confini labili, indistinti. Ogni disciplina vanta la maggiore efficacia, la tradizione più nobile, i risultati più rapidi.

Il 28 febbraio si è chiuso alla MelBookstore di Roma un ciclo di quattro presentazioni di cui ho parlato altrove. L’ultima, per me, è stata invece la prima del romanzo Il guardiano (Newton Compton), di Massimo Lugli.
Cronista di Repubblica, e prima ancora di Paese Sera, Massimo ha inventato Marco Corvino, un personaggio che è il suo alter ego e che è già comparso in Il carezzevole e L’adepto (entrambi in odore di imminente trasposizione cinematografica).
In questo terzo romanzo Corvino è alle prese con un cadavere smembrato (anzi, “depezzato”: abbiamo deciso di sdoganare il termine tecnico in sede di presentazione), con le solite beghe redazionali e con una situazione familiare che, lungi dall’essere ricomposta, si trascina in un pericoloso stato di tregua armata.
L’indagine ufficiale, alla quale partecipa anche una vecchia fiamma di Corvino, va di pari passo con le ricerche del cronista il quale, un po’ per senso etico, un po’ perché le cene consumate a casa sono deprimenti, inizia a cercare una verità diversa da quella inizialmente sbandierata sulle prime pagine. Si imbatte così in una leggenda metropolitana, quella della scuola di arti marziali “Senza Nome”.
Marco Corvino, nonostante l’ironia di certe pagine, conferma la sua fama di uomo triste, a tratti sopraffato dagli eventi, complessivamente a disagio in un mondo nel quale non si riconosce più. Le pagine finali, di una malinconia disarmante, fanno comunque presagire un seguito.

Durante la presentazione Massimo Lugli ha raccontato qualche aneddoto della sua lunga carriera da cronista di nera e commentato con il pubblico presente a proposito dei cambiamenti che la tecnologia ha portato a questo mestiere. Dalla figura del cronista di strada, che si muoveva con disinvoltura accanto ai cadaveri e parlava con gli investigatori, si è passati ora al cronista di internet, costretto a reperire le notizie dalla Rete e tenuto a distanza dalla scena del crimine per non inquinarla.
Un mestiere che comunque rimane un’affascinante miniera di storie da raccontare, per chi abbia voglia di ascoltarle.

Gian Paolo Serino, Lara Manni, Loredana Lipperini e Thomas Jay: la sfiducia corre su internet

Intervenire a caldo sulle polemiche non è mai un bene, ma questa volta farò un’eccezione. Indovina indovinello: cos’hanno in comune i quattro personaggi del titolo?

A pochi giorni dal discusso episodio che lo vede in attesa di giudizio, il critico Gian Paolo Serino lancia una frecciata alla giornalista Loredana Lipperini. La quale non si cura di smentire. Dal suo entourage trapela che il diktat è “tacere e ignorare”, ma una fonte – che non gradisce comparire con nome e cognome – conferma quanto scritto da Serino.

Quale che sia la verità sui due episodi, nota solo ai diretti interessati e a pochi altri, forse è il caso di fare qualche riflessione generale.

Quanto credito si può dare allo Sgarbi della letteratura? Valutate voi. Ma se non avete mai ceduto al fascino del “soddisfatti o rimborsati” il problema non vi tocca più di tanto.

Quanto è rilevante un’omessa informazione? Sorge il sospetto – ma può anche darsi che io abbia un’insana tendenza al complottismo: d’altra parte è venerdì e la stanchezza mi fa diventare paranoica – che nessuno sia immune dalla logica della combriccola. Ora, capiamoci: è normale che frequentando lo stesso ambiente si diventi amici. Come è ovvio che giudici e avvocati vadano a braccetto, perché frequentano le stesse aule dei tribunali, lo stesso bar e spesso sono stati studenti nelle stesse aule universitarie, così è ovvio che scrittori e critici si conoscano, vadano a pranzo insieme, si frequentino. Il problema è quando il legame viene taciuto o addirittura negato.

Con la precisazione che a volte i legami sono di tipo affettivo, disinteressati, senza alcun ritorno. Nel mio piccolo succede anche a me: dopo anni di frequentazione dell’ambiente è lapalissiano che mi capiti di leggere libri di autori con cui ho rapporti più o meno intensi e frequenti. (Peraltro quando le amicizie erano disinteressate solo da parte mia sono improvvisamente finite a seguito di recensione negativa o mancata recensione: ma questo è un altro discorso.) Però non ho mai omesso di dichiarare apertamente i casi in cui stavo recensendo libri di amici.

Altre volte invece i legami sono di tipo economico e lobbystico: io parlo bene di te perché tu pubblichi con il mio editore/tu mi sei stato segnalato da un collega/tu sei un collega. E viceversa. In questo caso sarebbe altrettanto opportuno dichiarare quali sono i rapporti tra recensore e autore.

L’imparzialità assoluta non è di questo mondo, ma una volta resi noti i legami non ci sono problemi: il lettore sa che sta leggendo una recensione “di parte” e tiene in debito conto anche questa informazione. Quando però l’informazione viene omessa è legittimo perdere la fiducia. Il caso Lara Manni è un caso di omessa informazione.

Se il quadro è quello che ho dipinto, la conseguenza è che non ci si può fidare di nessuno.

Cosa c’entra Thomas Jay con tutto questo? (E soprattutto, chi è Thomas Jay?). Ieri ho ricevuto, come molti altri blogger, una mail dalla sedicente presidente del comitato Free Thomas Jay. Si annuncia con grande clamore l’imminente pubblicazione dell’opera omnia di questo autore di culto italo-americano, vittima della Three Strikes Law, una legge che prevede il “fine pena mai” per chi abbia commesso tre reati gravi (Ci sarebbe da discutere se questa legge sia giusta o sbagliata, ma non è la sede adatta).

Ebbene, Thomas Jay, come Lara Manni, non esiste. La denuncia è partita da Kelebekler (leggetelo, è molto esaustivo) ed è stata ripresa dal Corriere Fiorentino. Eppure in molti ci sono cascati e hanno rilanciato “il caso Thomas Jay”. Difficile rinunciare a uno scoop succulento.
Peccato che il sito freethomasjay.com sia stato registrato il 9 marzo 2012 dall’editore Fazi. Peccato che non ci sia traccia di libri di Thomas Jay. Ma le recensioni sono ottime, come potete leggere sul sito:

Casualmente sia Lara Manni che Thomas Jay sono pubblicati da Fazi. A questo punto la mancanza di rispetto nei confronti dei lettori inizia a essere imbarazzante.

Risultato: oltre a rinnovare il voto fatto ai tempi dell’orribile Cento colpi di spazzola (mai più libri di Fazi), da oggi in poi non solo i pareri dei critici saranno presi con le pinze, ma anche le segnalazioni degli editori verranno accuratamente verificate. Onde evitare che qualcun altro, contagiato dalla smania del marketing virale, tenti di rifilarmi qualche fregatura clamorosa.

Nota a margine: sarebbe una buon idea quella di segnalare all’ambasciatore americano in Italia (ha anche una pagina su FaceBook) che qualcuno ha pensato di farsi pubblicità inventando di sana pianta un caso di “malagiustizia” e sfruttando il conseguente impatto emotivo. Invocando l‘ingiustizia del sistema giudiziario americano, anzi, come dice Mike Olsen, avvocato di Thomas Jay: «Si tratta, molto semplicemente, di una delle peggiori ingiustizie mai perpetrate dal sistema giudiziario americano».

Sai come saranno contenti gli americani?

Ah, dimenticavo. La risposta alla domanda iniziale è: tutti e quattro hanno reso un pessimo servizio agli scrittori veri.

CJ Box arriva in Italia con Un Angolo di Paradiso

Sarà in libreria da domani Un angolo di paradiso (Piemme linea rossa), primo romanzo tradotto in italiano di CJ Box. In realtà CJ Box non è un esordiente, finora ha pubblicato 13 romanzi e diversi racconti, ma per qualche motivo non era ancora arrivato sui nostri scaffali. Questa è l’intervista che CJ ha rilasciato a Paolo Gardinali in occasione dell’uscita italiana del libro.

PG – Presentati ai tuoi nuovi lettori italiani.
CJB – (Dalla mia biografia) Sono autore di 13 romanzi, alcuni dei quali hanno scalato la classifica del New York Times,  inclusi quelli della serie di Joe Pickett. Ho vinto l’Edgar Award per il miglior  romanzo con Un Angolo di Paradiso (Blue Heaven, 2009), e anche l’Anthony Award, il Prix Calibre 38 (Francia), il Macavity Award, il Gumshoe Award, e nel 2010 il Mountains & Plains Independent Booksellers Association Award per la fiction. Miei racconti sono apparsi in America’s Best Mystery Stories nel 2006 e in edizioni limitate. Nel 2008 il romanzo Blood Trial è stato selezionato per l’International IMPAC Dublin (Ireland) Literary Award. I romanzi sono stati tradotti in 25 lingue. Un Angolo di Paradiso e Nowhere to run sono stati opzionati per il cinema. Sono nato in Wyoming e tra i molti lavori che ho svolto ci sono l’aiuto in un ranch, l’agrimensore, la guida per i pescatori, il reporter e l’editore del quotidiano di una cittadina. Ho cacciato, pescato, guidato, cavalcato e sciato per tutto il Wyoming e le West Mountains. Vivo in Wyoming. Sono entusiasta del fatto che il romanzo sia finalmente pubblicato in Italia, paese che ho visitato diverse volte e che amo.

PG – In Un Angolo di Paradiso ci sono dei poliziotti davvero cattivi, non solo corrotti, ma brutti, violenti, ubriachi di potere, con forti richiami ai personaggi di James Ellroy. Come molti, credo di aver sentito parlare per la prima volta di comunità di poliziotti in pensione solo ai tempi del processo a OJ Simpson. Per quanto tempo hai tenuto in gestazione questo romanzo? È ispirato a fatti reali?
CJB – Ero a Los Angeles, a una presentazione, quattro anni prima di Un Angolo di Paradiso, e ho conosciuto un poliziotto di Los Angeles. Lui menzionò il fatto che molti suoi colleghi erano andati in pensione e si erano trasferiti a Blue Heaven. Non conoscevo il termine e gli ho chiesto spiegazioni. Mi affascinava l’idea che un migliaio di poliziotti si spostassero da una grande città a una sperduta zona rurale dell’Idaho. Ho immaginato che tra loro ce ne fossero alcuni cattivi. Sono andato nell’Idaho del nord e ho intervistato un po’ di abitanti e alcuni ex poliziotti, e la storia si è sviluppata da lì.

PG – Vale per tutti i tuoi lavori, ma soprattutto per Un Angolo di Paradiso: a volte sembra di leggere un western moderno. Quanto è importante il mito del West per te?
CJB – Sono nato nel West e ci abito, e il mito è ovunque. Non penso di scrivere western, ma mi rendo conto che è ciò che può sembrare. Negli Stati Uniti il western fa parte della storia e della cultura e contribuisce a definire la nostra identità. Un brav’uomo solitario che cerca di fare la cosa giusta e combatte il potere e la corruzione è una storia da raccontare ancora e ancora.

PG – In particolare, Jess Rawlings di Un Angolo di Paradiso mi fa pensare al “Brave Cowboy” Jack Buns. Cosa pensi di Ed Abbey?
CJB – Sono un fan di Edward Abbey e ho letto il romanzo quando ero al college. Probabilmente mi è entrato nel sangue.

PG – Il contare solo su se stessi, la solidarietà all’interno della piccola comunità, la sfiducia nei confronti del governo e della burocrazia sono temi comuni nei tuoi libri, tuttavia i tuoi eroi (da Joe Pickett a Villatoro in Un Angolo di Paradiso) sono bravi servitori dello Stato. È questa l’antinomia culturale del West?
CJB – Sì, una è questa. E come hai detto prima, risale al tema western dello sceriffo o dell’uomo di legge che lotta contro forti poteri fuorilegge. A volte, tuttavia, è difficile capire chi è buono e chi è cattivo, e io cerco di non rendere la risposta troppo banale.

PG – Allo stesso modo, i tuoi eroi spesso lottano per trovare un compromesso tra il passato e gli inevitabili cambiamenti, che in Un Angolo di Paradiso derivano dal nuovo stanziamento e dallo sviluppo, in Cold Wind sono dovuti alle politiche statali. Joe Pickett lotta per conciliare la tutela dell’ambiente con la caccia e lo svago nella natura. Pensi che un compromesso sia possibile?
CJB – Sì, lo credo, anche se lo sforzo per raggiungere l’obiettivo è arduo. Nei miei libri cerco di esporre in modo equilibrato argomenti controversi. La mia speranza è che i lettori che appoggiano un punto di vista si rendano conto che c’è una posizione opposta che non è del tutto irragionevole o sbagliata. Alcuni lettori mi hanno detto che le loro opinioni su certi argomenti sono cambiate – o si sono ammorbidite – quando hanno preso in considerazione la posizione opposta. È gratificante, quando accade.

PG – Quanto c’è di Joe Pickett in te?
CJB – Un po’, certamente. Sono devoto a mia moglie e alle mie figlie. Ma Joe Pickett è un personaggio letterario, io non lo sono.

PG – L’industria del gas e del petrolio e pratiche come quella del “fracking” rischiano di cambiare la faccia del Wyoming. Possiamo aspettarci che Joe Pickett affronti anche questi temi?
CJB – Ho esplorato l’argomento in Trophy Hunt e Below Zero, ma sono sicuro che ne parlerò ancora nei prossimi romanzi. È il classico dilemma: lavoro e sviluppo da una parte, comunità che si rimpiccioliscono e l’antica economia rurale e tradizionale dall’altra. Ci sono pro e contro in entrambe le posizioni. Spero che esista una ragionevole via di mezzo.

PG – Come suddividi il tuo tempo? Ti prendi intenzionalmente una pausa tra una storia di Joe Pickett e l’altra, o semplicemente lasci spazio a idee che non troverebbero posto nella serie?
CJB – Alcune storie e argomenti non possono avere spazio nei libri di Joe Pickett, ecco perché scrivo anche degli stand-alone. Inoltre sono consapevole del fatto che una serie di dodici romanzi può scoraggiare i nuovi lettori. Questi magari preferiscono iniziare da uno stand-alone, per vedere che genere scrivo. Per me non c’è differenza, continuerò a scrivere sia romanzi seriali che stand-alone.

PG – Puoi dirci qualcosa del tuo percorso da scrittore?
CJB – Ci sono voluti vent’anni per arrivare a pubblicare un libro, e quando finalmente è successo è stata un’enorme liberazione. Mi sento ancora così. Mi piace esplorare i temi e gli argomenti di cui scrivo e sono felice che i miei libri siano stati ben accolti ovunque.

PG – I tuoi 3 romanzi preferiti nel genere thriller/mystery/noir?
CJB – Non posso rispondere a questa domanda senza avere problemi… Che ne dici di tre autori, invece? Michael Connelly, Denise Mina e John Sandford

PG – I tuoi 3 romanzi preferiti in generale?
CJBComma 22 (I grandi tascabili), di Joseph Heller; The Rise of Theodore Roosevelt, di Edmund Morris e i romanzi di Thomas McGuane

PG – Cosa ha in serbo per il futuro CJ Box?
CJ – Ho appena terminato il manoscritto di un nuovo stand-alone chiamato The Highway. Parla del guidatore di un autoarticolato che è anche un serial killer. Mi ha spaventato a morte. Il prossimo mese uscirà il dodicesimo romanzo di Joe Pickett. Si chiama Force of Nature, e parla di Nate Romanowski, l’amico fuorilegge di Joe Pickett. Credo che sia riuscito molto bene.

Concorsi letterari: le prossime scadenze

Anche se molte cose dovranno cambiare, non vorrei perdere l’abitudine di segnalare concorsi letterari dedicati al genere (e non solo) per aspiranti scrittori, con l’augurio che servano a scovare nuovi talenti o anche solo a dare ai vincitori un attimo di effimera celebrità.

Ecco alcuni concorsi in scadenza:

Come e più che in passato, mi impegno a segnalare solo concorsi che non richiedono contributo per la partecipazione.

In bocca al lupo a chi si cimenterà 🙂

Ferdinand Von Schirach e Il caso Collini: la Germania tra memoria e oblio

Ma a Caspar Leinen accadde qualcosa di ancora diverso: per anni era stato ad ascoltare i suoi professori, aveva studiato le leggi e le relative spiegazioni, aveva cercato di capire il processo penale, ma solo oggi, solo presentando la propria istanza, capì che in realtà (il processo) riguardava qualcosa di completamente diverso: l’essere umano offeso.

La citazione è tratta da Il caso Collini, appena uscito per Longanesi, primo romanzo di Ferdinand von Schirach (no, non mi sono sbagliata: il precedente Un colpo di vento era una raccolta di racconti). Von Schirach è un avvocato penalista tedesco “prestato” alla letteratura.
Il protagonista di Il caso Collini è Caspar Leinen, avvocato appena abilitato che viene nominato difensore d’ufficio in un caso di omicidio. I giovani avvocati, si sa, non hanno molta scelta e a Leinen tocca difendere Fabrizio Collini, un italiano accusato di omicidio. Un caso di colpevolezza lampante: l’accusato, arrestato in flagranza e reo confesso, non tenta nemmeno di difendersi. Per di più Leinen realizza quasi subito di aver conosciuto molto bene la vittima, il famoso industriale Hans Mayer, negli anni dell’adolescenza: Mayer era il nonno del suo migliore amico, Philipp, morto in un incidente d’auto. E la sorella di Phillip, Johanna, è stata il grande amore della vita di Caspar. È anche per lei, e non solo per scrupolo di coscienza, che Leinen affronta il caso con il massimo rigore: la ricerca di un movente lo porta a indagare nel passato della vittima.
La fase processuale, che vede Leinen contrapposto alla pubblica accusa e a un formidabile difensore di parte civile, l’avvocato Mattinger, riserva dei colpi di scena. Ciò nonostante Leinen riesce a portare in aula una versione della verità completamente diversa da quella che appariva.

Pochi personaggi ottimamente caratterizzati (per una bizzarra coincidenza l’avvocato di parte civile, il celebre Mattinger, è privo di un arto, proprio come il nostro Ministro della Giustizia, Paola Severino, brillante avvocato e professore di diritto) per raccontare una storia che ha almeno due piani di lettura. Da una parte il romanzo individuale, quello di Caspar Leinen, del percorso che lo ha portato a diventare avvocato e dei dubbi relativi al suo “essere tagliato” per questo lavoro. Su un piano di più ampio respiro c’è invece la storia di un popolo, quello tedesco, che ha dovuto fare i conti con l’Olocausto prima e con la “seconda colpa” dopo. Di tutto questo ho parlato con Ferdinand von Schirach. Lui nipote di un gerarca nazista, io di un militare italiano internato, entrambi con studi giuridici alle spalle, entrambi convinti assertori di principi fondamentali quali “la responsabilità penale è personale”.

AB – Qual è la genesi di Il caso Collini?
FvS – Il punto centrale di Il caso Collini è la cosiddetta “seconda colpa”, cioè il modo in cui la Repubblica Federale si è rapportata con il Nazionalsocialismo, il modo in cui sono stati trattati i crimini di guerra dagli anni Cinquanta in poi. Il personaggio di Eduard Dreher è realmente esistito e la modifica al codice penale di cui si parla nel romanzo è un fatto storico realmente accaduto. La premessa è che per la giurisprudenza tedesca solo ai vertici del partito (Hitler, Himmler e pochi altri) poteva essere contestato il reato di “omicidio volontario aggravato”; tutti gli altri erano imputati di concorso nello stesso reato. La modifica approvata nel 1968 grazie a Dreher ha fatto sì che il concorso in omicidio volontario aggravato dovesse essere punito come omicidio semplice. In questo modo i reati caddero in prescrizione. Fu come un’enorme aministia, ma nessuno se ne accorse. E una volta approvata la legge non era possibile revocarne gli effetti. In questo modo, personaggi controversi poterono tornare ad avere una vita normale, in certi casi anche pubblica. E nella società è aumentato il senso di colpa: non solo bisognava gestire i crimini di guerra, ma anche la successiva impunità. Il caso Collini tratta del modo in cui intere generazioni di tedeschi si sono rapportate con un passato carico di orrore.

AB – Prendo a prestito una considerazione che è stata fatta ieri da Carlos Ruiz Zafon e che si adatta bene anche al tuo romanzo. A proposito della Guerra Civile, Zafon raccontava che in Spagna c’è ancora un dibattito aperto sulla contrapposizione tra memoria e oblio. La memoria fa sì che dalla storia si possa imparare, ma tiene aperte ferite sanguinose; l’oblio permette di chiudere i conti con il passato ma ci fa dimenticare chi siamo e da dove veniamo. Qual è, secondo te, la soluzione da proporre alle nuove generazioni?
FvS – Credo che la soluzione stia nell’assunzione di responsabilità. Adesso nessuno di coloro che all’epoca erano colpevoli si trova in posizioni di potere, quindi non si può più parlare di colpe dirette o anche indirette. Il ricambio generazionale si è completato e coloro che adesso sono al potere non possono essere definiti colpevoli. Però il riconoscimento della responsabilità, unito alla comprensione delle cause, fa sì che ciò che è accaduto non possa più ripetersi.

AB – C’è una figura, nel romanzo, l’avvocato Mattinger, persona di grande sensibilità e intelligenza. Hai avuto anche tu un mentore come Mattinger?
FvS – Sì, era socio di un importante studio legale e mi ha molto incoraggiato all’inizio della carriera. La figura di Mattinger è a metà tra lui e un mio zio che, dopo aver perso entrambe le braccia in guerra, era diventato giudice. Anche lui è stato una figura importante nella mia vita.

AB – Ho letto che nel tuo passato c’è qualcosa di simile a ciò che accade nel romanzo. Tuo nonno era tra i fondatori della Gioventù Hitleriana.
FvS – È qualcosa con cui ho fatto i conti per tutta la vita e con cui convivo. Però ho scritto un libro per non dover ripetere sempre le stesse cose. La risposta è nello scambio di  battute tra Caspar e Johanna. Lei chiede: “Sono anch’io sono tutto questo?” e lui risponde “Tu sei la persona che sei“. Dopo tanti, tanti anni passati a fare i conti con il mio passato, la mia risposta oggi è che io sono la persona che sono.

AB – Qualcosa di più personale e meno triste: quando scrivi? Perché? Ti aspettavi questo successo?
FvS – Quando scrivo non è determinante, scrivo soprattutto di notte ma perché dormo poco. Il successo non era in preventivo e anche questo non è importante. Se fosse arrivato quando ero giovane forse mi avrebbe cambiato, ma adesso non è fondamentale: non aspiro a giocare a golf, ad avere una fuoriserie o uno yacht. La cosa davvero stupefacente invece è essere diventato famoso in paesi come il Giappone o Taiwan: non sono nemmeno sicuro di cosa c’è scritto nei libri pubblicati in quei paesi, e sì che ho anche vinto un premio importante…

AB – Se tornassi indietro, faresti ancora l’avvocato penalista?
FvS – No. Negli ultimi venti anni la visione del diritto penale è molto cambiata. Quando ho iniziato si dibatteva di temi molto importanti: il terrorismo, l’aborto, la riunificazione con la Germania dell’Est. Adesso il grosso dibattito si è spostato sull’opportunità di utilizzare norme diverse per reati diversi, vanificando così il principio dell’uguaglianza di fronte alla legge. Ma siamo arrivati a questo, sarà una questione da affrontare nel prossimo futuro. Oltretutto nuove teorie comportamentali postulano che i nostri comportamenti siano necessitati, che non possiamo comportarci diversamente da come facciamo. Ma il presupposto della colpa, e della responsabilità, è il libero arbitrio. Come si può condannare una persona se questa non ha scelto, ma è condizionata/necessitata ad avere certi comportamenti?

AB – Pensi che giustizia dei tribunali e giustizia umana potranno mai coincidere?
FvS – Il desiderio di giustizia è una continua tensione, un’aspirazione, come la fortuna, come la felicità. Le desideri, ma non le raggiungi mai veramente. Inoltre nessuna giustizia potrà mai essere perfetta perché ci sono tanti, troppi aspetti dell’essere umano che la giustizia non può prendere in considerazione. Ma d’altra parte se si abolissero i processi verrebbe meno il fondamento su cui si regge il patto sociale. La giustizia è necessaria anche se nessun giudizio, per quanto equo, potrà mai tenere conto di tutto.

Perché leggerlo:
– perché ogni tanto fa bene ricordarsi da dove si viene;
– perché è breve, poco più di 150 pagine, e denso, compatto, malinconico;
– perché la frase “piccoli pacchetti arancione caddero nella neve” mi ha fatto esultare (basta poco, me ne rendo conto, ma sapere che c’è ancora qualcuno che non declina “arancione” mi rende felice. Anche se il merito in questo caso è del traduttore e non dell’autore).

Ah, io ho anche chiesto lumi su un eventuale finale alternativo e ho avuto una valida risposta. Ma non posso scriverla qua. Quindi se vi domandate “ma cosa sarebbe successo se…?” scrivetemi in privato 🙂

Ferdinand von Schirach
Il caso Collini
Longanesi
Traduzione di Irene Abigail Piccinini
Pagine 176
Prezzo 14,00 euro

In libreria da marzo 2012

 

LibriCome e la diretta streaming con Carlos Ruiz Zafon

Meraviglie della tecnologia: comodamente seduta sul divano di casa posso seguire la conversazione tra Marino Sinibaldi e Carlos Ruiz Zafon all’Auditorium, nell’ambito della manifestazione LibriCome. L’intervento di  viene trasmesso in streaming su librinellarete grazie a Telecom Italia, e non so se sia più stupefacente l’interesse di Telecom per i libri o il fatto che la connessione funziona. (A parte l’audio, che ha recuperato la piena funzionalità alle 21.48).  Altri incontri saranno trasmessi nei prossimi giorni:

Venerdì 9 marzo
Salvatore Settis e Gian Antonio Stella
Sabato 10 marzo
Clara Sánchez
Domenica 11 marzo
Alessandro Baricco

La conversazione con Zafon non esordisce in modo particolarmente entusiasmante: si parla di un adulto che ha ottenuto il successo grazie al passaparola e dello stesso adulto da giovane (appena nove anni) che si divertiva a fare l’editore in erba.
La prima domanda è d’obbligo: come è nata l’idea del cimitero dei libri dimenticati?
La risposta è altrettanto obbligata: Vivevo negli Stati Uniti, a Los Angeles, e notavo la cancellazione del passato, della memoria. E questa perdita di memoria mi ha preoccupato: come facciamo a dire chi siamo se non ricordiamo cosa c’è nella nostra storia?: Viaggiando, inoltre, incontravo molte librerie dell’usato ed erano sistematicamente vuote. Tutto questo si è cristallizatto nella metafora della biblioteca dei libri perduti Barcellona, e mi sono reso conto che per me questo era un tema importante ed era una storia da raccontare.
Marino Sinibaldi elogia Bruno Arpaia, traduttore di Il giardino del cielo, perché i libri vivono attraverso la traduzione. Concordo.


A proposito del successo: Quando L’ombra del vento è uscito in Spagna, era già stato letto da diverse persone dell’editoria che dicevano che era molto bello ma che lo trovano poco vendibile, e mi facevano i complimenti ma mi dicevano che gli dispiaceva. Quando il libro è uscito, per una piccola casa editrice, un paio di recensori ne hanno parlato bene, e si è innescata una piccola reazione a catena, e questo ha creato un effetto palla di neve, ma ancora abbastanza tranquillo. Solo quando il libro è stato pubblicato fuori dalla Spagna, ed è piaciuto, il libro è stato rivalutato anche in Spagna. Quindi è diventato famoso prima fuori dalla Spagna, e solo dopo in Spagna. È stata una cosa lenta ma graduale. Anche ora, a dieci anni di distanza, il libro continua a vendere. Questo succede quando conquisti un lettore alla volta.
La conversazione si sposta su un versante più interessante quando si parla di libri per ragazzi e di classici della letteratura. Dell’esperienza di autore per i giovani, Zafon racconta di non averne compreso appieno l’importanza fino a quando non si è reso conto di quanto lo avesse formato avere un target giovane, perché i giovani sono molto immediati: se una cosa non piace loro, semplicemente non la leggono.
Zafon ribadisce la sua natura di lettore onnivoro. Tra le sue letture cita Faulkner, Chandler, Pelecanos, Lehane, ma anche Joyce Carrol Oates, John Le Carré, e un’infinita schiera di sconosciuti.

Si parla infine della tetralogia, vista come uno spartito: L’ombra del Vento si incentra sul malinconico Daniel, ma c’era anche Firmin, il personaggio divertente, il contraltare, il personaggio picaresco, il matto che dice la verità. Ecco, Firmin non rivela i suoi segreti fino a Il prigioniero del Cielo, in cui scopriamo perché Firmin è così. C’è l’ispettore Fumero, un personaggio orribile. Il gioco dell’Angelo è essenzialmente la storia di un uomo che perde il senno, vede la realtà sbiadire sotto i suoi occhi e cerca di recuperare il senso della realtà.
È un complicato gioco di incastri. Se si segue l’ordine cronologico della pubblicazione si ha un senso, ma non è importante iniziare dal primo libro: a seconda del momento in cui si fa ingresso nella trilogia si ha una percezione diversa dell’intera opera. È come se a turno i personaggi prendessero in mano il microfono e cantassero da solisti.
Viene poi evidenziato il ruolo di Barcellona come protagonista assoluta.
Marino Sinibaldi torna quindi al tema iniziale, la contraddizione tra memoria e oblio, contraddizione ancora irrisolta. Zafon nota come il tema sia molto delicato: la memoria è labile e selettiva, ricordiamo ciò che serve per sopravvivere e rimuoviamo ciò che ci addolora. La memoria ci mette davanti allo specchio e ci fa capire chi siamo. Per quanto riguarda la Spagna: la Spagna ha attraversato, dopo la Guerra Civile, un lungo periodo di silenzio e la gente non voleva ricordare. Quando è arrivata la democrazia ci si è chiesti se bisognasse recuperare la memoria e riaprire le ferite, o se fosse preferibile, come è stato fatto, fare il patto del silenzio. La storia della democrazia spagnola era talmente fragile che si è ritenuto preferibile non riaprire le ferite recenti. E nuovamente si è tirato avanti, nonostante le voci dissonanti. Adesso siamo in una nuova fase: del periodo della Guerra Civile si parla, ma nessuno è disposto a riconoscere le colpe, anche se evidentemente la bilancia pende da una certa parte. Noi – io sono nato nel 1964 – non abbiamo le conoscenze di prima mano per stabilire quale sia la verità; quelli che ne hanno conoscenza di prima mano o sono morti e non ne vogliono parlare, e le nuove generazioni non sanno nulla.
Eppure dovrebbe essere fatto, perché una Guerra c’è stata, e ci sono persone che si uccidevano fra loro, fratelli, vicini. Io spero che i miei libri aiutino il lettore a porsi delle domande. Finita la storia, dovrebbe rimanere la voglia di sapere.


L’invenzione del sopracciglio alzato: si dibatte non solo sul sopracciglio, ma sugli occhi e sull’attitudine presuntuosa della gente, che impedisce l’approccio curioso al mondo. E si parla dei lettori settoriali, di quelli che dicono “Io non leggerei mai un libro con una creatura volante sulla copertina”. A questo proposito Zafon dice che ogni libro, in quanto saggio di creatività, merita l’attenzione del lettore perché in quel libro c’è uno scrittore che ha fatto del suo meglio. Forse gli scrittori spagnoli sono diversi, perché non mi sento assolutamente di condividere questa affermazione, ma apprezzo la generosità di Zafon.

Domanda di prammatica per la chiusura: qualcosa sul quarto volume della tetralogia?
Intanto che non uscirà prima di tre anni, perché questi sono i tempi con cui scrivo. Il titolo non viene rivelato e il contenuto… nemmeno. L’unica cosa che si può dire è che quelli di voi che pensano di aver capito qualcosa della costruzione della saga saranno nuovamente sorpresi, e forse avranno voglia di ricominciare da capo.

I libri in italiano di Carlos Ruiz Zafon sul sito di Mondadori.

Il CambiaLibro: vendi, scambia, dona libri

La libreria AsSaggi (Roma, via degli Etruschi 4) propone Il CambiaLibro. Ecco come funziona:

• Puoi portare fino a un massimo di 30 libri allegando un elenco scritto con titolo, autore e casa editrice.

• I libri saranno venduti al 50% del prezzo di copertina.

• La metà del ricavato della vendita dei tuoi libri potrai utilizzarla per l’acquisto di libri nuovi in libreria.

I libri non venduti saranno donati alla biblioteca delle carceri.

L’iniziativa parte dal 5 marzo e finisce il 20 maggio.

• Non si accettano libri scolastici, manuali universitari, enciclopedie e riviste.