La Debicke e… La Lupa

Piernicola Silvis
La Lupa
SEM, 2018

La Lupa si riallaccia direttamente a Formicae, precedente thriller a firma di Silvis, lasciando ai protagonisti appena il tempo di tirare il fiato. Si comincia subito con un incipit crudamente horror per una sceneggiatura da incubo. L’attacco infatti della sinossi di La Lupa recita: «La luce della telecamera si accende. La mano di Sonia Di Gennaro è ferma mentre filma due suoi affiliati che strangolano un giovane testimone involontario con una corda di pianoforte…» La bestiale esecuzione ha per vittima un poveraccio, Matteo, uno studente universitario di ventisei anni la cui unica colpa è di aver assistito a una esecuzione ordinata dal clan e, per sua sfortuna, di essersi fatto vedere mentre entrava nella caserma dei carabinieri. Va punito ed eliminato senza pietà e La Lupa, volitiva moglie di Granatiero, capo batteria e carismatico boss mafioso del Gargano, dopo aver ordinato di fare a pezzi il cadavere, con gelida e disumana ferocia dice al suo scagnozzo, di mestiere macellaio: «Portalo nel tuo negozio e mettilo fra le seconde scelte o in mezzo alla carne per il brodo… Così ci guadagni pure qualcosa.» Quindi, dopo avere filmato ogni macabro particolare, spegne la telecamera e la mette in borsa.
Dicevamo che La Lupa si riannoda al precedente romanzo di Piernicola Silvis perché Diego Pastore, lo zio Teddy, (ricorderete che parte aveva…) non è morto. È stato ricoverato per giorni in coma, sotto stretta sorveglianza della polizia, nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di San Giovanni Rotondo. Ma qualche tempo dopo dà segni di vita e apre gli occhi. Il tempo di farsi togliere il necessario per la respirazione forzata, passare i primi controlli e chiederà di parlare con Renzo Bruni, il poliziotto che lo ha arrestato. La notizia del suo risveglio e della sua richiesta costringono Bruni a tornare in Puglia, dove questa storia è cominciata. Sembra che finalmente abbiano in mano le prove per incriminare Pastore per pedofilia, omicidio e cannibalismo ma, la notte prima che l’arresto venga convalidato, con un blitz Diego Pastore viene prelevato dall’ospedale e nascosto in un posto sicuro da uomini della batteria di Granatiero. Renzo Bruni verrà subito incaricato delle indagini ma la situazione non è semplice. Tanto per cominciare la squadra di Renzi deve essere ricostituita e questa volta non solo bisogna dare la caccia ad un killer, ma anche scontrarsi con un clan mafioso. E soprattutto capire perché la criminalità organizzata si sia mossa per liberare un assassino. Renzi ha aperto le indagini senza risparmiare uomini e mezzi, avvalendosi dei collegamenti con la Dea e servendosi di informatori. E basteranno le successive mosse dei Granatiero, che hanno scatenato un bagno di sangue sul territorio, per chiarire alla polizia che Diego Pastore si è affiliato al clan che ne ha organizzato la fuga, diventandone prima un feroce sicario, poi l’aspirante nuovo capo. Mentre il foggiano è scosso dai violenti e barbari omicidi di una guerra senza tregua per la supremazia fra clan, Renzo Bruni ingaggia una drammatica caccia all’uomo nonostante le sporche intromissioni di una politica deviata e i ripetuti e vigliacchi tentativi di silurarlo per allontanarlo dal suo compito. Il suo principale bersaglio è Diego Pastore che, in una folle sete di potere e di gloria, è impegnato a creare una nuova spaventosa, spietata e implacabile entità: La quarta mafia.
Leggendo La Lupa bisogna andare al di là le della principali tematiche che il romanzo affronta, quali la caccia al killer e la lotta alla mafia che da anni comanda incontrastata su questo territorio, per capire perché tutto questo sia possibile e quali siano le vere cause di questa colpevolmente innocentista connivenza locale con il male. Una storia che parla di sete di potere, che descrive senza veli la spietatezza di certi atroci comportamenti umani, l’esecrabile eccitazione nel compierli o nel vederli eseguire, e d’altra parte il rimorso, il muto e composto dolore di chi si è visto privare degli affetti e alberga un naturale desiderio di vendetta. Una storia densa di incontrollabili passioni che si devono bruciare in fretta e vorrebbero dilagare. Una storia in grado di alimentare quei dubbi che di continuo si sostituiscono alle certezze. Ma anche una storia profondamente ancorata a un territorio. È mai possibile che gran parte del non vedere, del tacere legato a quella sensazione di insicurezza, di minaccia costante affondi le sue radici in mal interpretati rapporti umani di solidarietà? Certo la malvagità, il ricatto fanno paura e non è da tutti essere eroi disposti anche al sacrificio come il sovrintendente Piazzolla..
Ancora una volta Pienicola Silvis ha scritto un romanzo duro, scarno, con un ritmo serrato scandito dal presente, troncato al momento giusto in brevi capitoli che cambiano di continuo orizzonte, in un rapido scambio di personaggi che si passano il timone. Un romanzo immerso nello splendore incontaminato di una Puglia selvaggia, tra masserie isolate, il mare ma anche in zone di città dove il crimine agisce indisturbato. Un Puglia solare ma intenta e a cercare il suo nero baratro di male.
Piernicola Silvis (1954), dirigente della Polizia di Stato, nel corso della carriera è stato capo delle squadre mobili di Vicenza e Verona, responsabile dei commissariati di PS di Vasto e Senigallia, capo di gabinetto della questura di Ancora, vice questore vicario di Macerata, questore di Oristano e successivamente di Foggia.

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