Elettrizzato di tenere una rubrica dalla tazza del water, sognata sin da piccolo quando, pensieroso sul vasino, non vedevo l’ora di occupare uno spazio più cospicuo. Tra noi toscani l’elemento corporale è ammantato di una lunga tradizione letteraria e qui (al gabinetto) sono convinto siano state partorite le più grandi idee rivoluzionarie dei più grandi filosofi e scienziati del mondo. E allora proprio in questo luogo sacro mi sento sicuro di tirare fuori il meglio di me stesso (in tutti i sensi).
Ultimamente grandi lotte di sessantottesca memoria per l’occupazione del suddetto spazio vitale. La mogliera cerca di impedirlo fumandoci per spaventare la mia asma, la figliola è sempre lì in agguato con un “Esci fuori, babbo!” che mi fa saltare sulla tazza. Ma io resisto, al momento giusto raccatto i miei libri, uno sguardo veloce al corridoio e mi chiudo a doppia mandata. O prendetemi.
Ecco le ultime letture a fine sciacquone. Riparto con i G.M. che sono la mia passione fin dagli anni Cinquanta senza diventare un collezionista. La mia casa è un andirivieni di libri che entrano ed escono di continuo. Inutile fermarli, sono grandi e sapranno cavarsela da soli. Non posso stargli sempre dietro.
Dunque i G.M. Consiglio spassionato, leggeteli tutti. D’accordo, per chi non è fissato come me solo alcuni. Più precisamente Non è possibile di Mignon G. Eberhart, Un lunedì nero di Ed McBain e Mio figlio, l’assassino di Patrick Quentin. Mica roba da poco, ragazzi. Tre autori e tre libri coi fiocchi. Inutile farla lunga, i nomi bastano e avanzano. Per i racconti mi accomoderei sulla tazza con La logica del delitto di G.K. Chesterton. Non c’è Padre Brown che già conoscete ma il funzionario statale signor Pond che illumina i misteri con i paradossi e il poeta “immaginario” detective Gabriel Gale che forse vi fanno restare un tantinello dubbiosi. Ottima occasione per colmare la lacuna. Trovata la giusta sistemazione, dopo esservi sgranchiti un po’ le gambe, continuerei con Le fatiche di Hercule di Agatha Christie e qui c’è proprio Lui, in persona, a tenere banco. Eccezionale stima di se stesso (scontato), buon cuore, se c’è da aiutare gli altri in difficoltà non si tira indietro, aperto a matrimoni tra persone di ceto diverso, freddoloso da far paura, batte i piedi per terra, si soffia le mani in continuazione. Le donne, per lui, sono un “sesso miracoloso” che sanno trasformarsi da bimbe bruttocce a giovani avvenenti e mi immagino la sua faccia quando viene accerchiato da uno stuolo vociante di studentesse che vogliono l’autografo. In giro per l’Europa va a finire anche al Camposanto di Pisa (giuro). Sballottato in una carrozza metropolitana, troppo stress e troppa fretta nel mondo (sembra oggi). E così via. Non cito, come scontato ritornello, le famose cellule grigie e per l’assassino non c’è scampo.
Nell’ultima ponzata gabinettistica avevo citato Maurizio De Giovanni che ho seguito fin dal primo libro. Ricordo volentieri Il metodo del coccodrillo (Mondadori 2012). Ricciardi è stato lasciato per l’ispettore Lojacono ma si ritrova in queste pagine la stessa atmosfera di sofferenza anche se in una Napoli diversa, meno chiassosa e strafottente, “che si fa proprio i fatti suoi”, sotto una “pioggerella costante e infinita e un cielo grigio”, “piena di fantasmi che vanno e vengono indisturbati”, il mare e la città che “ostentavano indifferenza l’uno per l’altro”. De Giovanni si insinua negli animi, li sviscera, li porta alla luce con le loro speranze e i loro dolori attraverso una prosa asciutta, precisa e delicata che ci prende per mano e ci tiene compagnia lungo tutta la storia, ora lenta e sofferta, ora più veloce e agitata verso la conclusione.
Ho letto altri gialletti di stampo italico come La regina del catrame di Emilio Martini (Corbaccio, 2012), che mi è parso uno di quei lavori carini e bellini che finiscono lì.
Più corposo e consistente Occhi chiusi di Giulio Massobrio (Newton Compton, 2012), che si rifà ad una tradizione in voga con l’assassino che esce fuori dalle vicende della seconda guerra mondiale al grido di “Vendetta!” (vedi l’ultimo libro di Pandiani, il primo di Piasini ecc…). Ma anche qui niente di particolarmente originale, con il solito bambino violentato che ci stringe il cuore e sta diventando, anzi è diventato, purtroppo, una moda.
Scrittrice interessante, invece, Lorenza Ghinelli che ti ha sfornato un paio di libri – Il divoratore e La colpa (Newton Compton, rispettivamente 2011e 2012), piuttosto lontani dai miei gusti (questo conta un tubo) ma la manina santa c’è. Ecco una parte di ciò che scrissi del primo e del secondo “Capitoli brevi, intensa penetrazione psicologica, sogni, allucinazioni, speranze, delusioni, frustrazioni dell’età adolescenziale, la cattiveria dei piccoli e la cattiveria dei grandi, lo sfascio della famiglia, la violenza verbale e quella fisica, l’incapacità della scuola a comprendere il disagio dei ragazzi, qualche spunto ironico che occhieggia fra nubi nere. Frasi sincopate, quasi ritmate e punzecchianti come punture di spillo, e qui la ripetitività non è fine a se stessa ma serve a creare una specie di paranoica ossessione, una atmosfera onirica dove è labile e sfumato il confine tra il reale e l’irreale, una metafora angosciosa e struggente di ciò che si vorrebbe essere, di quello che si vorrebbe fare, di quello che si è, di quello che ci costringono ad essere” (tipico esempio di come il linguaggio di un autore possa influenzare anche quello del recensore).
“Le tre storie si intrecciano con momenti di sofferenza e tenerezza infinita che ci scuote e commuove, giovani bulli su macchine e moto, vecchi che giocano a carte, canzoni e canzoni, sigarette, droga, il battito del cuore, l’impulso del sesso, l’angoscia della mente. Trapassi veloci di tempo a sottolineare i cambiamenti, ritmo, velocità, qualche pausa a riprendere fiato e a serrare i ranghi dell’attenzione. Insomma la Ghinelli è lì che scandaglia, apre, squarcia, affonda i colpi nell’inconscio per risalire in una realtà non meno terribile. Vite spezzate, famiglie rotte. Un po’ di pace dalla campagna. Ogni tanto verrebbe pure voglia di dirle ehi basta, fermati, riposati, lascia stare! Ma lei è lì tutta presa dal suo lavoro che gira e rigira il bisturi delle parole e dei fatti, li butta in aria, li ferma, li avvolge, li fa esplodere, li trascina per terra, nel fango e ce li schizza addosso”.
Stanno venendo fuori nuove case editrici che propongono ottimi testi come Punto di rottura di Simon Lelic (TimeCrime, 2012). Una mattina d’estate in una scuola dei sobborghi di Londra. Assemblea plenaria, l’insegnante Samuel Szajkowski spara sui presenti: quattro morti, tre studenti ed un insegnante. Poi un colpo alla testa e fine della sua vita. Parallelo il fatto drammatico di un ragazzo picchiato duramente da un gruppo di compagni più grandi (finirà all’ospedale) pochi minuti prima dell’episodio delittuoso, senza che venga presa alcun provvedimento da parte della scuola. Dunque il problema del bullismo tollerato e non sanzionato. Al centro della vicenda l’ispettrice May che, secondo la madre, essendo una Christie, è destinata a sopportare tutto. Non sarà così. In crisi, è vero, trentadue anni e già si sente “obsoleta, esclusa”, alti e bassi (rapporto finito con il fidanzato, qualche lacrima) ma non si arrende e continua testarda ad andare avanti per cercare di rendere responsabile chi dovrebbe esserlo (il Preside, gli insegnanti, le famiglie stesse). Una piccola eroina, o forse una stupida idealista come afferma il suo capo, che ho seguito con istintivo affetto e affettuosa simpatia. Il linguaggio è fresco, diretto, un miscuglio di espressioni da lingua parlata e spontanea coniugata con un notevole approfondimento psicologico ed un accrescersi graduale della tensione narrativa. Un bel libro senza bisogno di passaggi spermatozoici o di sospirini struggentini ad ogni piè sospinto che si trovano dappertutto.
Mi ha un po’ spiazzato La donna dei fiori di carta di Donato Carrisi (quello di Il suggeritore e Il tribunale delle anime) che mi ha fatto cambiare posizione nella tazza almeno una decina di volte. Una storia nelle storie, un miscuglio di mistero fiabesco e realtà e insomma leggetelo perché lo spiazzamento continua anche ora.
Per sorridere un po’ (ma non è facile quando la mascella è contratta nello sforzo) ecco due sfigati. Uno lo trovate in Il caso dei libri scomparsi di Ian Sansom (TEA, 2011). Protagonista Israel, inglese cicciottello mezzo ebreo, mezzo irlandese, con «un completo di velluto a coste marrone spiegazzati e sgualciti», occhialini rotondi con montatura dorata, un «disordinato ciuffo di capelli ricci», piccolo e «pienotto», valigia logora, vegetariano, nurofen a portata di mano, arriva da Londra a Tudrum nell’Irlanda del Nord, per diventare bibliotecario della biblioteca, appunto, di questa cittadina. Primo passo sopra una cacca di cane e ci si immagina già il seguito. La biblioteca è sparita e saranno cavoli amari per ritrovarla (citato anche nel blog di Omar Di Monopoli).
L’altro, invece, lo becchiamo leggendo L’assassino ipocondriaco di Juan Jacinto Munõz Rengel (Castelvecchi, 2012).
“Non mi resta che un giorno di vita” cantilena l’assassino Y che deve far fuori Eduardo Blaistein, seguìto da un anno e due mesi (l’hanno pagato per questo). Puntuale come Kant, e se la vittima ritarda di un minuto lungo il solito percorso arriva il cardiopalmo. Nato l’11 novembre 1966 in Argentina, venuto in Spagna verso i sei anni, persa la madre a sette anni, il padre a nove. Sfortunato da morire, dice lui, e infatti dovrebbe morire da un momento all’altro con tutte le malattie che si ritrova addosso. D’altra parte la sua vita è condizionata dal rapporto con i grandi malati della Storia perseguitati pure dalla malasorte, a partire dall’ossessione di Kant, già citato, per continuare lungo una litania di disgraziati maledetti (Edgar Allan Poe, i fratelli Goncourt, Byron, Swift, Proust ecc…). Con queste premesse difficile portare a termine il compito prefissato. Nel complesso una piacevole lettura alla fine della quale rimane la sensazione di avere preso qualche brutta malattia e di essere diventato uno sfigato fradicio.
Fabio e Jonathan Lotti
Ma non ti si addormentano le gambe per così troppo tempo seduto? 🙂
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Ho una resistenza incredibile. Sulla tazza del water ci sto come un re sullo scranno.
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